CARTA DEL PERCORSO


Punta della Sfinge e pizzo Ligoncio dal passo Ligoncio

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Brasca-Bivacco Valli-Passo Ligoncio-Rif. Omio
6 h
1270
EE
SINTESI. Ci mettiamo in cammino dal rifugio Brasca attraversando i prati a sud del rifugio e passando a destra di alcune baite ristrutturate, fino a raggiungere il limite del bosco. Qui troviamo la partenza del sentiero per il bivacco, segnalato da segnavia bianco-rossi. Si tratta di un sentiero stretto, ma sempre visibile. Nel primo tratto sale gradualmente nel bosco, passa accanto ad un grande masso erratico e prosegue salendo diritto, su terreno aperto, battuto da slavine. Dopo breve discesa superiamo un ramo del torrente Arnasca da sinistra a destra, portandoci a ridosso di uno scuro roccione. Qui il sentiero, in parte scavato nella roccia, piega a sinistra, correndo fra il roccione ed un salto (la sua sede è larga, ma sono state collocate catene corrimano per maggiore sicurezza). Dopo una svolta a destra, percorriamo un tratto spesso occupato da un ramo secondario del torrente (attenzione, qui, in discesa a non perdere la svolta, proseguendo verso un ripido scivolo di roccia dal quale il torrente precipita!). Siamo poi ad un cancelletto in legno e ad una macchia di larici (attenzione a non imboccare un sentiero che si stacca sulla destra). Usciti dalla macchia, saliamo di nuovo diritti su terreno spazzato da valanghe. Dopo un lungo tratto ripido la pendenza si attenua e vediamo in alto a sinistra il baitello ammodernato dell’alpe Spassato (m. 1803). Il sentiero, però, prima di raggiungerlo piega a destra ed effettua una traversata quasi in piano, nella quale guadiamo tutti e tre i rami del torrente Arnasca, passando anche accanto ad alcuni rudimentali ricoveri (alpe Arnasca). Il sentiero non si porta fino alle baite visibili sul lato opposto della valle, ma (attenzione ai segnavia) piega a sinistra e risale la parte inferiore di un gradino di soglia, poi piega a destra e si porta ad un ripido canalino (un po' esposto) intagliato in uno speroncino roccioso. Ci portiamo così al dolce declivio che, risalito verso sinistra, ci porta al bivacco Valli (m. 1900), addossato all'enorme masso erratico chiamato Sas Carlasc'. Dal bivacco Valli procediamo salendo verso est-nord-est (indicazioni del Sentiero Dario di Paolo), fino ad aggirare uno sperone roccioso che scende dal pizzo dell'Oro meridionale, a sinistra del quale si apre un canalino. Ci portiamo ai suoi piedi superando alcne placche con l'aiuto di corde fisse e ne saliamo il fianco destro attrezzato con corde fisse, fino ad una porta che ci introduce ad una lunga cengia esposta, seguendo la quale siamo al ripiano del passo Ligoncio (m. 2575). La discesa in valle dell'Oro avviene seguendo una traccia segnalata dai segnavia, che sta sul lato sinistro dell'ampio canalone sotto il passo e piega gradualmente ancora a sinistra (dir. nord-est), passando a monte di un curioso promontorio che ricorda un guscio di tartaruga e scendendo fra balze e roccette al rifugio Omio (m. 2100).


Apri qui una fotomappa della Valle dell'Oro

Il passo Ligoncio era legato in passato ad una sorta di alone di mistero. Lasciamo la parola a Bruno Galli Valerio, valentissimo alpinista ed ottimo conoscitore, fra Ottocento e Novecento, delle montagne del gruppo del Masino: "Scavalcato un ultimo sperone di roccia, siamo al passo alle nove e venti. E' una depressione di una cinquantina di metri di lunghezza, situata fra la Sfinge e una cima quotata 2714 m. Siamo ai piedi della Sfinge e cerchiamo invano il passaggio: le pareti cadono a picco sulla Val d'Arnasca. Scendo da solo lungo le rocce a picco per cercare un passaggio. Guardo da tutte le parti: dappertutto le stesse pareti verticali per parecchie centinaia di metri. Risalgo e consultiamo la carta. Il passo deve essere là, ma è impossibile trovarlo" (da B. G. Valerio, Punte e passi, ed. CAI sez. Valtellinese, 1998, pg. 157, traduzione di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci).
Oggi questi problemi non ci sono più: basta seguire i segnavia. Ma perchè è così difficile trovare il passo? Alcuni pastori lo spiegano al Galli Valerio: "Se non si sa esattamente dov'è, non si trova. E' una fenditura sotto la parete del Liss...Di là parte una cengia che taglia le pareti del Liss, poi si trova una bocchetta con un ripidissimo canale di neve, quindi una vedretta e da là si tocca l'alpe d'Arnasca" (ibidem, pg. 158; va però fatta una precisazione: il Liss è il Pizzo dell'Oro quotato, dalle carte di cui dispone il Galli Valerio, 2714, oggi riquotato 2695, ma Liss d'Arnasca - termine che deriva dal ligure o celtico “arn”, che significa “acqua” – cfr. “Arno” - è anche l'altro nome del Pizzo Ligoncio). Quest'ampia premessa è necessaria, perché il passo Ligoncio è il cuore del primo ramo del sentiero attrezzato Dario Di Paolo, che permette la traversata dal rifugio Brasca al rifugio Omio. Una traversata impegnativa, da collocarsi al livello dei più difficili passaggi del sentiero Roma e da affrontarsi con cordino, imbragatura e ramponi. Ma andiamo con ordine. Il sentiero Dario Di Paolo, attrezzato dal CAI di Como, ha due rami, che si congiungono poche decine di metri sopra la Omio. Del primo abbiamo detto; il secondo collega il rifugio Volta al rifugio Omio, passando per il passo della Vedretta meridionale. Ma torniamo al primo ramo.
Saliamo al rifugio Brasca (m. 1304; vedi relativa scheda o la prima giornata del Sentiero Roma - senté róma -), dove possiamo pernottare; da qui risaliamo la valle d'Arnasca,
o Val Spassato, fino al bivacco Valli. Vediamo come.
A lato del rifugio troviamo altri cartelli della Comunità Montana della Valchiavenna. Tre segnalano che procedendo verso l’alta Val Codera possiamo salire all’alpe Averta (1 ora e 50 minuti), al passo dell’Oro (3 ore e 50 minuti) o al passo Barbacan (3 ore e 50 minuti), seguendo l’itinerario A10 (seconda giornata del Sentiero Roma); oppure salire al passo o bocchetta della Seggiola (3 ore e 45 minuti), seguendo l’itinerario A15; o, infine, salire a bivacco Pedroni Dal Pra (3 ore e 30 minuti), al passo Trubinasca (4 ore e 30 minuti) o al passo Porcellizzo (5 ore), seguendo l’itinerario A12. Un quarto cartello segnala che, prendendo a destra (per chi sta con la fronte al rifugio) si raggiunge in 2 ore il bivacco Valli, in 4 il passo Ligoncio ed in 5 il rifugio Omio (itinerario A9). Guardando in direzione della Valle d’Arnasca, possiamo già da qui facilmente distinguere l’enorme monolite posto al suo centro, appena sopra l’ultimo gradino di soglia: si tratta del già citato Sas Carlasc’, alla cui base è ancorato il bivacco.
Mettiamoci, dunque, in cammino, attraversando i prati a sud del rifugio e passando a destra di alcune baite ristrutturate, fino a raggiungere il limite del bosco. Qui troviamo la partenza del sentiero per il bivacco, segnalato da segnavia bianco-rossi. Si tratta di un sentiero stretto, ma sempre visibile. Nel primo tratto sale gradualmente nel bosco, passa accanto ad un grande masso erratico e prosegue salendo diritto. Siamo, ora, su terreno aperto, battuto da slavine e disseminato da spogli tronchi di larici e betulle letteralmente piegati verso valle dalla forza della massa nevosa. Già, stiamo salendo nella valle delle grandi acque. Alla nostra destra, le cascate gemelle scendono fragorosamente dal primo gradino glaciale, con un salto di una trentina di metri.  Saliamo sempre diritti, per poi portarci sul lato sinistro del versante, ad un roccione, dal quale, con breve discesa verso destra, ci portiamo al guado di un terzo ramo del torrente, che più in alto mostra una cascata.
Lasciamo il torrente alla nostra sinistra, saliamo sul versante opposto, godendo di un bel colpo d’occhio sulla parte alta del salto del ramo orientale delle cascate gemelle. Ci portiamo, poi, ad un nuovo scuro roccione. Qui il sentiero, in parte scavato nella roccia, piega a sinistra, correndo fra il roccione ed un salto (la sua sede è larga, ma sono state collocate catene corrimano per maggiore sicurezza; in generale la salita avviene su terreno umido, soprattutto dopo abbondanti precipitazioni, ed a ciò si deve prestare attenzione). Dopo una svolta a destra, percorriamo un tratto spesso occupato da un ramo secondario del torrente (attenzione, qui, in discesa a non perdere la svolta, proseguendo verso un ripido scivolo di roccia dal quale il torrente precipita!). Alla fine, approdiamo ad una zona più tranquilla, entrando in una macchia di larici, dopo aver superato un cancelletto in legno, oltre il quale dobbiamo stare attenti a non imboccare un sentiero che si stacca sulla destra e porta, dopo un doppio guado del torrente, all'alpe Spazàa (m. 1554).
Proseguiamo, dunque, diritti, uscendo ben presto dalla macchia e raggiungendo la soglia di un nuovo versante segnato dalla furia delle slavine. Il sentiero continua, imperterrito, a salire diritto, con brevi serpentine, senza dar tregua. Se ci prende lo sconforto, ricordiamoci che fino al 1994 salivano di qui anche le mucche, perché l'alpe era, per la qualità della sua erba, la più pregiata della Val Codera e caricava fino ad 80 capi. Una sosta ristoratrice ci permetterà di guardare con maggiore attenzione il versante della Val Codera alle nostre spalle: sulla sinistra noteremo una sorta di scaglia rocciosa, nella quale non sarà facile riconoscere il pizzo di Prata (m. 2727) a chi abbia negli occhi il suo più severo aspetto che si può osservare da Chiavenna. Se a Chiavenna, per questo, viene chiamato pizzùn o pizzàsc', in Val Codera è noto come falfarìch, nome curioso che significa realtà che alternativamente si mostra e si nasconde, forse con riferimento alla frequente copertura di nubi che ne nasconde la cima. Alla sua destra, le cime gemelle del monte Grüf (m. 2936) e del monte Conco (m. 2908), al culmine di un versante massiccio e selvaggio, spaccato a metà da un ripido solco che precipita vertiginoso dal crinale al fondovalle. Chi assegnò a questo vallone la denominazione di Val Piana non mancava certo di senso dell'ironia. E' tempo di rimetterci in cammino: raggiunta la soglia del versante, che sogneremmo essere l’accesso al circo alto della valle, scopriamo invece che c’è ancora da salire, anche se la pendenza si attenua. Vediamo ora, davanti a noi, l’elegante profilo del pizzo dell’Oro meridionale, o Puncia del Laresett, appena a sinistra della depressione del passo Ligoncio. Più a destra, l’ampia parete della Sfinge ed il pizzo Ligoncio. Ai loro piedi, torniamo a rivedere il Sas Carlasc’. Sembra a due passi, ma non è propriamente così.


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Ci stiamo avvicinando ad un baitello ammodernato, quello dell’alpe Spassato (m. 1803), che vediamo un po’ più in alto, alla nostra sinistra. Il sentiero, però, prima di raggiungerlo piega a destra ed effettua una traversata nella quale guadiamo tutti e tre i rami del torrente, passando anche accanto ad alcuni rudimentali ricoveri (alpe Arnasca) ricavati sfruttando la cavità di massi erratici (qui la traccia è molto debole, per cui dobbiamo prestare attenzione ai segnavia). Alla fine ci ritroviamo sotto un versante che scende proprio dal Sas Carlasc’. Le baite dell'alpe sono più avanti. Il sentiero non si dirige alle baite, ma neppure affronta direttamente il versante: dopo averne risalito la parte inferiore, piega a destra e si porta ad un ripido canalino intagliato in uno speronino roccioso. La salita del canalino impressiona un po’, anche perché un po’ esposta e non servita da catene. Ma si tratta di un minuto: eccoci, finalmente, al dolce declivio che, risalito verso sinistra, ci porta al bivacco Valli (m. 1900). Siamo in cammino da poco più di due ore ed abbiamo superato, dal rifugio Brasca, un dislivello approssimativo di 600 metri.
Lo troviamo accucciato ai piedi del singolarissimo ed enorme monolite, al quale è ancorato da due funi metalliche. Pare intimorito dalla furia delle grandi acque: solo l’enorme alleato lo rassicura (per apprezzare la sproporzione, dobbiamo guardarli portandoci ad una certa distanza sul lato di destra). Una targa reca scritto: “Club Alpino Italiano – Sezione di Como. Bivacco Carlo Valli, m. 1900, inaugurato nel 1946, ristrutturato integralmente nel 1998 con i contributi della regione Lombardia e della famiglia Valli di Como.” Il bivacco è intitolato al presidente del CAI di Como Carlo Valli, che morì, con N. Grandori sulla via Sollender alla Civetta il 31 luglio 1945, a causa del maltempo. La vecchia struttura, che si vede ancora in molte foto, di color  rosa smunto, è stata sostituita da una nuova, quasi identica a quella del bivacco Molteni-Valsecchi in Valle del Ferro (anch’esso del CAI di Como). All’interno, nove accoglienti brande e, sulla cassetta dei soccorsi, un biglietto (estate 2011): “1 Euro solo uso, 4 Euro pernottamento – ricordarsi dell’offerta – CAI di Como”.

Mentre riposiamo prima del ritorno al fondovalle, possiamo lasciar vagare l'immaginazione, vagheggiando magari un misterioso popolo di giganti che abbia per qualche misterioso motivo piantato il Sas Carlasc' proprio in mezzo alla valle. Ed in effetti una leggenda simile esiste, e parla di stregoni giganti. E' il contributo della scuola media di Novate Mezzola alla raccolta "C'era una volta" (curata dalla scuola media di Prata Camportaccio). La trascriviamo: "C'era la credenza che prima del Concilio di Trento, quando si scendeva dalle Alpi, il territorio veniva occupato da vari stregoni. Quando si tornava su a primavera questi, nel lasciare quello che era il loro territorio, provocavano un terribile temporale o qualcosa peggio. Capitò che caricarono l'Alpe d'Arnasca e alla sera lasciarono lì un ragazzotto solo. Tutto intorno c'erano solo le mucche. Lassù le baite sono fatte a secco, si può guardare fuori dalle fessure presenti tra le pietre. Il ragazzo, ad un certo punto, sentì un gran rumore intorno, guardò fuori e vide cinque o sei uomini di statura smisurata. Questi piantarono nel terreno due pali, poi ne misero uno per traverso al qual appesero un gran calderone. In quest'ultimo misero a bollire un mucca intera e quando fu cotta ne presero un pezzo ciascuno. Intanto il ragazzo stava a guardare. Quando ebbero finito di mangiare, misero insieme le ossa e si accorsero che mancava la coscia. Allora uno disse: "Vai sù a Negar Fur a prendere un pezzo di sanbuco". Il sambuco, che ha una specie di midollo dentro, poteva servire per sostituire la coscia. Allora uno si diresse verso Negar Fur per prendere un pezzo di sambuco. Con una scure lo tagliarono a forma di gamba, poi lo misero sotto le altre ossa che ricoprirono con la pelle. Ad un loro cenno saltò in piedi la mucca. Si dice che per diversi anni la mucca è andata in Arnasca con la gamba di legno."
Di più: lo scrittore Giovanni Galli, nel romanzo storico "L'Isola. L'enigmatica storia del Santo Graal sul Lario" (Actac, Como, 1996) immagina che proprio nei pressi del Sas Carlasc' sia stato sepolta, nel 603 d.C., la più famosa, misteriosa e ricercata reliquia nell'occidente cristiano, il Santo Graal, portato fin quassù da Piona da un vicediacono, Còdero, per evitare che cadesse nelle mani dei Longobardi e della loro regina Teodolinda. Una frana avrebbe poi reso irriconoscibile il luogo della sepoltura, per cui nessuno lo trovò più.

Dopo una breve ricerca per vedere se capiti proprio a noi la fortuna di ritrovarlo, ci rimettiamo in cammino. Alle spalle del bivacco, su un grande masso, troviamo l'indicazione che mi manda a sinistra. Seguendo i segnavia, disegniamo una diagonale verso sinistra (nord-est), fino a giungere ai piedi di un canalino delimitato a sinistra dalle propaggini occidentali della quota 2965 ed a destra da uno sperone roccioso che si stacca da queste propaggini. Su un grosso masso sta l'evidente indicazione che ci porta in direzione del canalino, ai piedi del quale si può trovare un nevaietto ad inizio stagione, e che rimane ingombro di neve dura fino a stagione avanzata.


Roccette attrezzate sotto la porta che introduce alla cengia

Il canalino e a porta che introduce alla cengia

La cengia attrezzata che porta al passo Ligoncio

Non si risale però il canalino, ma il lato sinistro dello sperone di destra. Il primo tratto è facilitato da corde fisse nei saltini più ostici. Poi ci si approssima alla sommità del canalino, sempre rimanendo alla sua destra, e, affrontando qualche passo di arrampicata non difficile, si raggiunge una specie di porta, delimitata da un grande masso a sinistra e segnalata da un'evidente freccia. La porta introduce alla seconda parte della salita al passo Ligoncio, che sfrutta una lunga cengia sempre esposta, percorsa da un sentierino, che però in un paio di punti lascia il posto a canalini con detriti e roccette. In diversi punti le corde fisse sono di notevole aiuto, anche se alcune sono spezzate o prive su un lato dell'assicurazione alla roccia. Il passaggino più delicato precede di poco il passo: qui il sentiero lascia il posto ad una stretta roccetta esposta, per cui la corda fissa è essenziale. Quindi dobbiamo procedere con molta calma e cautela. E' poi quasi superfluo dire che con pioggia o, peggio ancora, neve e ghiaccio, la salita al passo è veramente pericolosa. Aggiungiamo che, psicologicamente parlando, la salita impressiona molto meno della discesa.


Dal bivacco Valli al passo Ligoncio

Poi la stretta apertura del passo Ligoncio, a 2575 metri, è finalmente raggiunta. Dall'altra parte dobbiamo subito affrontare un canalino ripido, che presenta l'insidia dei sassi mobili, ma che tutto sommato è molto meno ostico di quanto incontrato sul versante della val Codera. Giunti ai piedi del canalino, possiamo tirare il fiato: non ci resta che seguire i segnavia, che ci guidano su un sentiero quasi sempre ben marcato.
La discesa effettua un primo arco verso sinistra, attraversando anche una placca di granito che scende dalla cima quotata 2695, poi piega leggermente verso destra e punta ad est, alternando brevi pianori ad un paio di dossi (oltrepassando anche un curioso cupolone di granito ed erba). Scendiamo poi lungo un canalone tagliato da muri a secco, giungendo finalmente in vista del rifugio Omio, che raggiungiamo piegando nuovamente a sinistra e superando pochi torrentelli àquè do ligùnc’, che confluiscono, più in basso, nel fiöm do ligunc’ o fiöm da caséna di lüsèrt.  Il rifugio venne edificato nel 1937 dalla Società Escursionisti Milanesi ed intitolato alla memoria di Antonio Omio, una delle sei vittime della tragica ascensione alla punta Rasica (in Valle di Zocca) del 1935. Incendiato dalle forze nazifasciste nel 1944, perché veniva utilizzato come punto di appoggio dalle forze partigiane, venne ricostruito nel 1948 e ristrutturato nel 1970 e nel 1997.
Il dislivello complessivo, partendo dal rifugio Brasca, è di 1270 metri circa. Il tempo necessario per la traversata, tenendo conto che la salita al passo va effettuata con molta calma, è di 5-6 ore. La fatica ed il batticuore sono comunque ripagati dal superbo spettacolo che sta davanti ai nostri occhi, a destra: l'impressionante ed enorme placca liscia di granito che si prolunga nella punta della Sfinge (m. 2802) e nel pizzo Ligoncio (m. 3032).


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BRUNO GALLI VALERIO AL PASSO LIGONCIO

Il modo migliore per approfondire queste ampie note su Val Codera, Valle d’Arnasca e passo Ligoncio è cedere la parola a Bruno Galli Valerio, che frequentò questi luoghi nell’agosto del 1903 (B. G. Valerio, Punte e passi, ed. CAI sez. Valtellinese, 1998, pg. 157, traduzione di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci)):
Cerchiamo lungo la cresta un passaggio per raggiungere la cima del Ligoncio, che ci sovrasta ancora di un centinaio di metri, ma non ne troviamo. C'è una parete liscia a picco e un salto. Impossibile passare, non c'è modo: Bisogna rinunciare. Ridiscendiamo il canalino, attraversiamo la vedretta, tagliamo obliquamente le gande diretti al passo del Ligoncio (2556 m.), che ci porterà in Val Codera. Scavalcato un ultimo sperone di roccia, siamo al passo alle nove e venti. E' una depressione di una cinquantina di metri di lunghezza, situata fra la Sfinge e una cima quotata 2714 m. Siamo ai piedi della Sfinge e cerchiamo invano il passaggio: le pareti cadono a picco su Val d'Arnasca. Scendo da solo lungo le roccie a picco per cercare un passaggio. Guardo da tutte le parti: Dappertutto le stesse pareti verticali per parecchie centinaia di metri. Risalgo e consultiamo la carta. Il passo deve essere là, ma è impossibile trovarlo. Irritatissimi, scendiamo verso Val Masino, decisi a traversare le interminabili gande che si estendono verso il Passo dell'Oro (2526 m.). E' una traversata estenuante che bisogna fare saltando dimacigno in macigno. Finalmente ci avviciniamo a una depressione con tre bocchette in mezzo alla quale si eleva uno spuntone di roccia. Alle undici, siamo alla bocchetta di sud-ovest. Qui possiamo passare. Giù sotto di noi, verso la Val Codera, scende un ripido nevaio dove il ghiaccio affiora qua e là e, a destra, c'è una ganda con una traccia appena visibile di sentiero. In basso, in fondo, scorgiamo l'alpe dell'Averta e gli ultimi abeti di Brasciadega. Scendiamo un po' per gande, un po' per nevaio. Alla nostra destra, vediamo apparire i passi del Sabbione e di Sceroia e a mezzogiorno e un quarto, tocchiamo l'alpe dell'Averta. Un buon secchio di latte che ci viene offerto da due pastori, ci ristora e ci conforta delle gande senza fine. Raccontiamo ai pastori l'avventura del passo introvabile. - Non c'è da meravigliarsi, ci dicono; se non si sa esattamente dov'è, non si trova. E' una fenditura sotto la parete del Liss (essi chiamano così la cima di 2714 m. di cui ho parlato). Dal punto in cui voi eravate, non potevate vederla. Di là parte una cengia che taglia le pareti del Liss, poi si trova una bocchetta con un ripidissimo canale di neve, quindi una vedretta e da là si tocca l'alpe d'Arnasca. Da Brasciadega vedrete tutto il tragitto -.
A mezzogiorno e mezzo, lasciamo i nostri ospiti e un sentiero a me ben noto ci conduce a Brasciadega. Che cambiamento in alcuni anni. Il grande e splendido bosco di conifere è caduto sotto la scure del boscaiuolo. Nonrestano che pochi miseri alberi mezzi morti. Gli alpigiani vi guadagneranno probabilmente un pascolo. L'alpinista e l'artista hanno perduto uno dei punti più artistici delle nostre Alpi. Anche la valle d'Arnasca, che si apre sulla sinistra, colle sue tre grandi cascati, chiusa in fondo dalle parete a picco del Liss e del Ligoncio, non sembra più sì bella come quando lo si intravedeva fra le conifere del bosco di Brasciadega. Appena abbiamo gettato uno sguardo nella valle di Arnasca, troviamo il passo del Ligoncio. Dal piano di Brasciadega si scorge splendidamente ed è assolutamente come i due alpigiani ce l'hanno descritto. Noi eravamo all'estremità sud-ovest, il passo è all'estremità nord-est della depressione. Era impossibile trovarlo! Raggiungiamo le case di Brasciadega, dietro le quali sta ancora un ultimo bosco di larici, e per un sentiero bruciato dal sole e tutto pietre, raggiungiamo Codera alle quattro e venti. Passato il piccolo e triste cimitero, cominciamo le discese e le salite per l'interminabile sentiero, finchè una fresca brezza ci annuncia che la valle si apre: il Legnone appare e giù in basso le acque azzurre del lago di Como che contrastano con quelle verdi del lago di Mezzola. Di là il sentiero scende sempre eraggiungiamo Novate alle cinque e venti di sera.
21 agosto. Dal 18 non ho avuto altra idea che fare ilpasso del Ligoncio da Val Codera. Oggi mi decido. Prendo a Sondrio il treno delle dieci e cinquanta del mattino e all'una e quindici pomeridiane, sono sul sentiero che sale da Novate a Codera. Il sole è infuocato; fortunatamente, la brezza del lago rende meno penosa la salita.
L'ostessa di Codera mi offre un buon bicchiere di vino freschissimo che non sarebbe certo rifiutato anche dai più fanatici astinenti e che, invece di tagliarmi le gambe, come essi sostengono a torto, me le rimette a nuovo. La brava donna ricorda ancora il mio passaggio a Codera alcuni anni orsono, quando ritornavo dal Badile e dal Cengalo pel passo di Sceroia. Essa conosce un buon numero di alpinisti miei amici, che hanno pure transitato per Val Codera. Sgraziatamente, l'ostessa è sotto l'impressione di una catastrofe capitata non a degli alpinisti, ma ad un certo bariletto di vino spedito da Novate lungo il filo metallico e che, dopo aver un po' danzato in vista dell'osteria è andato a fracassarsi in fondo alla Val Codera. E dire che era vino di prima qualità.
Lascio la brava donna piangere il vino e il barile perduti e, alle tre parto per Brasciadega, dove giungo alle quattro e un quarto di sera. Nella specie di osteria che mi hanno indicato, non c'è modo di trovare da dormire. Mi rivolgo alla cortesia dei doganieri che mi accolgono con grandissima cordialità e mettono la loro casa e le loro provviste a mia completa disposizione. Sentendo che voglio fare il passo del Ligoncio, mi sconsigliano, perchè, pochi giorni prima, due dei loro colleghi hanno rischiato di ammazzarsi nel canaletto di ghiaccio. La cosa non mi stupisce, perchè il passo, senza picozza, non deve potersi varcare. Passo una bella serata sul balcone della caserma e un'eccellente notte nel letto che il buon brigadiere ha voluto assolutamente cedermi.
22 agosto. Nell'oscurità, con un cielo azzurro cupo sparso di stelle, risalgo alle quattro e mezzo del mattino la valle di Codera. Nel bosco, appena appena trovo il sentiero e il primo incontro che faccio è quello di un maiale che mi arriva fra le gambe grugnendo. Più lontano, trovo la padrona che scende dall'alpe e mi augura buon giorno e buon viaggio. Sono così invaso dal desiderio di fare il passo, che divoro il cammino. Al di là dell'Arnasca, non trovo più sentiero. Taglio nelle gande. Una piodessa mi attraversa il cammino. L'attraverso di sbieco. Trovo nuove roccie e nuove piodesse, ma alla fine, sono al di sopra dei pascoli di Arnasca. Lo sfondo della valle appare in tutta la sua imponenza: una parete a picco di parecchie centinaia di metri di altezza, su cui si rizzano le punte del Liss e del Ligoncio e sotto la quale biancheggiano le vedrette.
Nella pallida luce del mattino, quel paesaggio è pieno di tristezza. C'è un immenso silenzio; son già tutti discesi dai pascoli. Che sono io là in quello spazio immenso, davanti a quelle gigantesche pareti a picco che sembrano sfidarmi? Se avessero occhi, quelle pareti mi vedrebbero come un puntino insignificante, perduto in mezzo alla valle. Là davanti al Liss c'è una specie di spuntone di roccia, e fra i due una stretta bocchetta alla quale risale un canalino ertissimo di neve e di ghiaccio. Attraverso gande raggiungo una vedretta in leggera pendenza che posso rimontare, senza scalinarla, fino ai piedi del canalino. Questo è così erto e riempito di neve tanto dura e in alcuni punti di ghiaccio che affiora, che debbo cominciare a scalinare. Più taglio gradini e più debbo tagliarne. Salgo lentamente, ma sicuro. Butto uno sguardo indietro. Sotto di me, la neve sembra scendere a picco e finire là contro uno sperone di roccia che s'incunea nella vedretta. Sarebbe una bella scivolata alla morte. Ho tagliato circa cinquecento gradini, quando raggiungo la bocchetta alle otto antimeridiane. Alla mia destra, le roccie scendono a picco in valle di Arnasca; alla mia sinistra si elevano le liscie pareti del Liss. Su di queste si distacca una stretta cengia che sale obliquamente verso la cresta fra la Sfinge ed il Liss. Lassù, finisce in una stretta spaccatura: il passo del Ligoncio. Esso si presenta come uno dei passi i più interessanti ch'io conosca.
La cengia si percorre facilmente; basta non soffrire di vertigini. In alcuni punti, bisogna inchinarsi per passare sotto le roccie che strapiombano. Alle otto e venti, sono nella fenditura, tra le pareti del Liss e uno sperone roccioso, fenditura impossibile a vedersi stando sotto la Sfinge. Dal passo, si gode una vista splendida che va dalle Alpi orobie alle cime dell'Oberland. Compio la discesa sulla casera del Ligoncio e i Bagni di Masino e raggiungo Sondrio alle cinque e quarantacinque di sera.”

 

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo (CNS, come quella sopra riportata), che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri).
Apri qui la carta on-line.

Mappa del percorso - elaborata su un particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

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1. Novate-Brasca 2. Brasca-Gianetti 2bis. Omio-Gianetti 3. Gianetti-Allievi 4. Allievi-Ponti 5. Ponti-Chiesa Valmalenco

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CARTA DEL TERRITORIO COMUNALE sulla base della Swisstopo (CNS), che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri).
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