CARTE DEL PERCORSO 1, 2


Apri qui una foto-mappa della Val Cameraccio e della Val di Mello viste dalla bocchetta Roma

RIFUGIO PONTI-BIVACCO KIMA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Piana di Preda Rossa-Rif. Ponti-Bocchetta Roma-Bivacco Kima
5 h
1300
EE
SINTESI. Saliamo in Val Masino e, dopo Cataeggio e la stretta di Filorera, prendiamo a destra (indicazioni per Preda Rossa). Acquistato il ticket giornaliero di transito, slaiamo lungo la carozzabile che passa per Sasso Bisolo e termina al parcheggio di di Preda Rossa (m. 1955), nei pressi di una presa idroelettrica. Qui seguiamo una pista che passa accanto ad un enorme masso erratico e porta al limite della piana di Preda Rossa (m. 1990). Attraversiamo la piana stando sul suo lato sinistro (segnavia) e sul lato opposto imbocchiamo il marcato sentiero che sale fra blocchi e larici ad un ripiano, dove piega a sinistra. Ignoriamo la deviazione a sinistra per il passo di Romilla (sentiero LIFE) e ci portiamo ai roccioni del versante nord-occidentale della valle, fra i quali il sentiero sale con diversi tornanti, guadagnando rapidamente quota. Vinta la soglia glaciale dell'alta valle, il sentiero prende a destra (direzione nord-est e nord-nord-est), procedendo diritto (segnavia ed ometti) in direzione del già visibile rifugio Ponti. Superata un'ultima valletta, raggiungiamo il rifugio Ponti (m. 2559). A poca distanza dal rifugio dobbiamo ignorare la deviazione, a destra, per il monte Disgrazia ed il passo di Corna Rossa, seguendo invece i segnavia rosso-bianco-rossi che ci guidano e descrivono, verso nord, un arco, il quale dapprima conduce nei pressi della costiera Remoluzza-Arcanzo (che separa la Valle di Preda Rossa dalla Val Cameraccio), volgendo, poi, gradualmente a destra, lungo una faticosa fascia di massi, fino al grande ometto della bocchetta Roma (m. 2840). La discesa dalla bocchetta Roma alla Val Cameraccio richiede molta cautela, perchè, soprattutto nell'ultima parte, nella quale si tratta di superare una fascia di rocce, propone qualche passo di arrampicata assistito da corde fisse e staffe. Attraversato un nevaietto, seguiamo i numerosi segnavia e proseguiamo nella discesa di una placca di rocce e sfasciumi, fino ad un secondo più piccolo nevaietto. Oltrepassato anche questo, il percorso assume un andamento quasi pianeggiante; dobbiamo superare una fascia di massi, approdando infine ad un terreno più tranquillo. Cominciamo a scendere di nuovo, lungo il crinale di una morena, in direzione di un microlaghetto. Al termine della discesa, passiamo a valle del laghetto, a quota 2640, attraversando una nuova fascia di grandi massi, che richiedono una certa attenzione per evitare di scivolare e di infortunarsi. Non manca molto alla meta: si tratta di sostenere un ultimo sforzo in salita, sotto lo sguardo severo del monte Pioda che, visto da qui, appare una possente piramide di granito. Raggiunto il filo di una evidente e lunga morena, pieghiamo a destra, seguendolo, fino a trovarci improvvisamente quasi faccia a faccia con il bell'edificio del bivacco Kima, a 2750 metri circa di quota.

La nascita del trofeo Kima, probabilmente la più famosa corsa di alta quota in montagna, lungo il celeberrimo Sentiero Roma, è legata all'opera dell'Associazione Kima, nata in Valmasino nel 1994, per onorare la memoria della Guida Alpina Pierangelo Marchetti, soprannominato, appunto, "Kima", che perse la vita l'8 luglio 1994 durante una missione di soccorso.
In occasione della X edizione di questa prestigiosa competizione di sky-runners, svoltasi fra il 20 ed il 22 agosto 2004, è stato inaugurato un nuovo bivacco, il bivacco Kima, in alta Val Cameraccio, la prima delle spettacolari valli della
Val di Mello nella quale i concorrenti scendono dopo aver risalito la Valle di Sasso Bisolo (val de sas besö) e la Valle di Preda Rossa, fino alla bocchetta Roma. Il bivacco è stato realizzato grazie alle offerte raccolte nel corso della manifestazione ed all'opera di numerosi volontari, che si sono prestati e si prestano per garantire la presenza di una struttura che, in una valle così ampia e percorsa, può consentire un ricovero a quanti siano sorpresi dal maltempo, che può causare anche, a quote comprese fra i 2650 ed i 2950 metri, la morte per assideramento.
Il bivacco, che si trova a quota 2750 metri, sul Sentiero Roma (senté róma) nel tratto Allievi-Ponti ed è un ottimo punto di appoggio per la salita al monte Sissone, può essere raggiunto per due vie, entrambe piuttosto faticose, vale a dire da Preda Rossa, in Valle di Preda Rossa, e dal fondo della Val di Mello.
Nel primo caso dobbiamo salire da Filorera alla Valle di Preda Rossa. La Val Màsino, nel suo tratto superiore, si divide in tre grandi rami: la valle dei Bagni di Masino, a nord-ovest, la Valle di Mello, al centro, e la valle di Sasso Bisòlo, a sud-est. Quest’ultima, a sua volta, si biforca, a quota 1900 metri, nella valle di Preda Rossa, ad ovest, e nella
Val Terzana, ad est. Accedere alla valle di Sasso Bisolo è assai facile: a Cataeggio (cata(i)öc’), centro amministrativo del comune di Val Masino (m. 787), proprio al termine della via centrale, che oltrepassa la chiesa ed il municipio, si trova, in prossimità del Centro Polifunzionale della Montagna, una deviazione a destra, per i rifugi Scotti e Ponti. Oltrepassato il torrente Masino (èl fiöm) su un largo ponte (che, per fortuna, non ha cancellato quello antico, ben visibile appena più a valle), la strada comincia a salire verso la valle, tagliando il piede del selvaggio monte Piezza (sciöma da pièsa). Si tratta di una strada dalla carreggiata ampia e comoda, costruita dall’ENEL negli anni Sessanta, quando era stato elaborato il progetto di sfruttare la piana di Preda Rossa per costruire un grande bacino artificiale. Il progetto venne poi abbandonato, anche in seguito alle proteste di quegli ambientalisti che, fra il 1966 e 67, diedero vita ad una campagna di stampa che sottolineava il danno paesistico enorme che una diga in questo scenario naturale avrebbe comportato.
La strada raggiunge la località Valbiore (valbiórch, m. 1225), appena a valle del punto in cui la valle si restringe, accennando ad una gola. Lo scenario è qui dominato dagli impressionanti segni di due enormi frane (la prima scesa nel 1976), che si sono staccate dai fianchi occidentali della valle, lasciando una ben visibile ferita nella roccia. Sui massi ciclopici disseminati in questo tratto della valle lavorano i cavatori di marmo, per cui ci potrà capitare di sobbalzare per lo scoppio di qualche mina. La strada asfaltata è qui interrotta dalla frana.
È stata di recente costruita una pista alternativa sul fianco orientale della valle, con un breve tratto in galleria, ma l’accesso è vietato perché il tracciato non è ancora stato messo in sicurezza ed il versante è instabile per alcuni smottamenti. Per la verità molti, soprattutto d’estate, non si curano né del divieto, né delle sospensioni delle proprie automobili, e procedono sulla pista il cui fondo, oltretutto, è molto accidentato. Il risultato è che, nei fine settimana estivi, la piana di Preda Rossa gareggia con la Val di Mello quanto a brulicare di turisti tutti intenti a farsi lentamente arrostire dal sole (che qui non scherza) o ad immergere qualche arto nelle acque sempre fredde del torrente.
La sterrata, dopo una breve galleria, ritorna, attraversando un ponte, sul versante opposto (settentrionale) della valle, dove, dopo un breve tratto, ritroviamo la strada asfaltata. All’ingresso della piana di Sasso Bisolo è posto, sulla sinistra, il rifugio Scotti (m. 1500); sulla destra, invece, ci capiterà certamente di vedere, fino al primo autunno, le mucche al pascolo.
Dopo un lungo rettilineo, la strada comincia ad inanellare i tornanti che le permettono di superare il gradino roccioso che separa la piana di Sasso Bisolo da quella di Preda Rossa, fino al piccolo pianoro che precede la piana di Preda Rossa.
La piana (m. 1900 circa) si apre, gentile, nella cornice imponente del versante meridionale del monte Disgrazia.
I segnavia ci guidano verso il rifugio Ponti, che si raggiunge dalla piana in un’ora e 45 minuti. Raggiunto il limite di sinistra della piana, il sentiero guadagna un secondo pianoro, prima di inerpicarsi, piegando leggermente a sinistra, su un gradino roccioso. È, questo, il tratto più faticoso della salita. Poi il tracciato si fa via via meno ripido e, piegando di nuovo leggermente a destra, taglia gli ultimi magri pascoli che precedono il rifugio (m. 2559).
Dal rifugio Ponti dobbiamo ora salire alla bocchetta Roma (m. 2890), lungo il Sentiero Roma (che ci porterà poi, oltre la bocchetta, al bivacco). A poca distanza dal rifugio dobbiamo ignorare la deviazione, a destra, per il monte Disgrazia ed il
passo di Corna Rossa, seguendo invece i segnavia rosso-bianco-rossi che ci guidano e descrivono, verso nord, un arco, il quale dapprima conduce nei pressi della costiera Remoluzza-Arcanzo (che separa la Valle di Preda Rossa dalla Val Cameraccio), volgendo, poi, gradualmente a destra, lungo una faticosa fascia di massi, fino al grande ometto della bocchetta Roma.
Da qui il panorama sulla Val Cameraccio e le laterali settentrionali della Val di Mello è stupendo. Sul fondo il colpo d'occhio raggiunge anche la Val Ligoncio. Siamo in cammino da circa 3 ore ed abbiamo superato 1000 metri di dislivello in salita. Il bivacco è già visibile: prendiamo, come punto di riferimento, il microlaghetto posto approssimativamente al centro della valle, presso un masso ciclopico, seguendo, poi, il filo della morena alle sue spalle. Il nostro sguardo incontrerà la nuova struttura, edificata con pietre raccolte in loco, e quindi ben inserita nel suo scenario.
La discesa dalla bocchetta Roma alla Val Cameraccio richiede molta cautela, perchè, soprattutto nell'ultima parte, nella quale si tratta di superare una fascia di rocce, propone qualche passo di arrampicata assistito da corde fisse (alle quali, peraltro, è bene assicurarsi con cordino e moschettone) e staffe. Ulteriore elemento cui prestare attenzione sono i sassi mobili: se ne parte uno, diventa un proiettile che rischia di colpire chi sta più in basso.
Alla fine, grazie anche ad alcune staffe, raggiungiamo un nevaietto ai piedi della fascia di rocce e scendiamo fino al limite inferiore. Sempre seguendo i numerosi segnavia, proseguiamo nella discesa di una placca di rocce e sfasciumi, fino ad un secondo più piccolo nevaietto. Oltrepassato anche questo, il percorso assume un andamento quasi pianeggiante; dobbiamo superare una fascia di massi, approdando infine ad un terreno più tranquillo. Cominciamo a scendere di nuovo, lungo il crinale di una morena, in direzione del microlaghetto, alimentato dal piccolo ghiacciaio che si annida fra le pieghe del versante meridionale del monte Pioda (sciöma da piöda, m. 3431), la cima posta immedietamente ad occidente dell'imponente monte Disgrazia (m. 3678). Al termine della discesa, passiamo a valle del laghetto, a quota 2640, attraversando una nuova fascia di grandi massi, che richiedono una certa attenzione per evitare di scivolare e di infortunarsi.
Non manca molto alla meta: si tratta di sostenere un ultimo sforzo in salita, sotto lo sguardo severo del monte Pioda che, visto da qui, appare una possente piramide di granito. Raggiunto il filo di una evidente e lunga morena, pieghiamo a destra, seguendolo, fino a trovarci improvvisamente quasi faccia a faccia con il bell'edificio del bivacco Kima, a 2750 metri circa di quota. Oltre il bivacco, il sentiero piega a sinistra, prosegue quasi pianeggiante, risale poi una caratteristica placca rocciosa ed approda ad una nuova fascia di massi. Qui troviamo, presso un grande masso, l'indicazione della deviazione, a destra, del sentiero per il passo di Mello (il quale si trova, peraltro, a sinistra del crinale di nord-ovest del monte Pioda (sciöma da piöda), a 2992 metri, più o meno sulla verticale del bivacco, - è la più orientale, cioè quella più a destra, fra le marcate depressioni sulla testata della Val Cameraccio - ma viene raggiunto da qui con una prima diagonale verso destra, cioè in direzione est). Il Sentiero Roma prosegue, poi, verso il passo Cameraccio (2950), il suo punto più alto, che da qui non si vede. Si vede bene, invece, l'inconfondibile profilo, a punta di lacia, del pizzo Torrone orientale (m. 3333), sulla testata della valle omonima.
Il pizzo è, ovviamente, ben visibile anche dal bivacco. Ma non è l'unica cima che possiamo ammirare da qui. Alla sua sinistra si vedono anche i pizzi Torrone centrale (m. 3290) ed occidentale (m. 3349), mentre alla sua destra vediamo, infatti, il monte Sissone
("sisùn", in Val Masino, "còrgn de sisùm", in Valmalenco; m. 3331), la punta Baroni (o cima di Chiareggio nord-occidentale, m. 3203) e le cime di Chiareggio centrale e sud-orientale. Verso sud-ovest, dominiamo la Val di Mello, sul cui sfondo si distinguono le Valli Merdarola e Ligoncio, nella Valle dei Bagni di Masino. Alla loro sinistra possiamo ammirare la costiera Remoluzza-Arcanzo e, sulla sua parte più alta, scorgiamo ancora il grande ometto della bocchetta Roma. A nord-est, infine, cioè proprio alle spalle del bivacco, è sempre il monte Pioda a chiudere, maestoso, l'orizzonte.
Si tenga presente che il ritorno a Preda Rossa richiede il superamento di circa 300 metri di dislivello in salita. Questi potrebbero essere evitati scendendo dal bivacco alla Val di Mello, ma è sconsigliabile farlo se non si conosce il sentiero. Qualora ci si smarrisse, conviene portarsi sul lato occidentale della valle (quello opposto rispetto alla bocchetta Roma), scendendo a vista seguendo l'andamento della costiera, fino ad intercettare il sentiero.

VAL DI MELLO-BIVACCO KIMA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Parcheggio Val di Mello-Val Cameraccio-Bivacco Kima
6 h
1600
EE


Apri qui una foto-mappa della Val Cameraccio e della Val di Mello viste dalla bocchetta Roma

Ecco, invece, come salire al bivacco dalla Val di Mello. In fondo alla Val di Mello, unica, per bellezza fra le valli delle Alpi Retiche, non troviamo più gli scenari bucolici, raccolti ed un po' pigri del lungo e dolce fondovalle, ma uno sterminato e solitario anfiteatro, che si impenna fino a raggiungere la testata della valle, la Val Cameraccio (val camaràsc). Per essere precisi, la Val Cameraccio è solo la parte sinistra (nord-ovest) di questo ampio circo glaciale, mentre quella destra è denominata Pioda ("piöda"); in mezzo, la "val casìn".


Apri qui una fotomappa del percorso di accesso dalla Val di Mello alla Val Cameraccio


Verso la Val Cameraccio

Per raggiungerla, si deve percorrere l’intera Val di Mello, partendo dal parcheggio (vi si giunge in estate utilizzando un bus-navetta che parte dal grande parcheggio all'ingresso di S. Martino): superata la località di Cascina Piana (casìna ciàna), incontriamo la deviazione, a sinistra, per la valle di Zocca, la ignoriamo.
Ad un certo punto dobbiamo deviare a sinistra ed effettuare una breve salita, fino ad un ponte, che scavalca il torrente della Val di Zocca, che scende impetuoso e spumeggiante (“èl fiöm da zòca”). Una successiva breve discesa ci introduce, 100 metri più avanti circa, all’ampia radura che ospita l’ultimo e più bel gruppo di baite della valle, in località Ràsega (o Ràsica, “rèsga”), a 1148 metri. Il nome è legato all’esistenza, in passato, di una segheria, a monte delle attuali baite, che fu attiva fino alla fine dell’Ottocento. Non possiamo non notare, sul limite settentrionale delle baite, l'enorme blocco di granito spiovente denominato "sàs di èsen", sotto il quale è stato ricavato un ricovero per gli asini. Ci sta, ormai, di fronte la fitta pineta che chiude la valle. Qui troviamo il rifugio Ràsega, ultimo punto di ristoro in questo percorso di traversata del fondovalle.


La piana di Rasica

Seguendo un cartello in legno che segnala l’accesso alla Val Torrone, all’Alpe Pioda, al Sentiero Roma, al bivacco Kima ed al bivacco Odello Grandori, percorriamo il sentiero che procede tra le baite, passando a destra dell’ultima, la Baita del Giuàn, ed a sinistra di un prato nel quale in autunno pascolano le mucche. Guardando verso il fondo della valle, vediamo a sinistra un pronunciato sperone roccioso, che costituisce il limite della costiera che separa la Val Torrone, di cui intravvediamo un breve scorcio, dalla Val Cameraccio. Si tratta della Punta meridionale del Cameraccio (m. 2741), che domina il paesaggio sul lato sinistro di chi sale nella valle.


Torrente di Val di Mello

La Val Cameraccio mostra un più ampio scenario, dominato visivamente da due cime tanto vicine quanto differenti. Più imponente ed elegante, a sinistra, il monte Pioda, cima piuttosto trascurata forse per lo scarso interesse alpinistico, ma pur sempre, con i suoi 3431 metri, la più alta del maestoso gruppo del granito del Masino e della val Cameraccio. Il monte Pioda è anche un confine, perché alla sua destra vediamo una cima gemella, dalle tonalità cromatiche differenti, non più il grigio del serizzo, ma il colore rossastro del serpentino. Si tratta del ben più famoso monte Disgrazia (m. 3678), il picco glorioso dei primi salitori inglesi. Sembra anch’esso posto sulla testata della Val Cameraccio, ma in realtà si eleva in cima alla vicina Valle di Preda Rossa. Inoltre le cime gemelle sono tali sono in apparenza, perché la prima è quasi solo satellite, per quanto massiccio, della seconda. La consuetudine alpinitica, infine, ha chiamato Val Cameraccio tutto l’amplissimo anfiteatro glaciale nel quale termina ad est il solco della Val di Mello, ai piedi della costiera che la separa dalla Val Sissone, in alta Valmalenco. Ma l’uso locale l’ha divisa in due alpeggi, quello settentrionale (alla nostra sinistra), del Camarasc’, che poi ha dato il nome all’intera valle, e quello meridionale, a destra, della Piöda, che dà il nome alla menzionata cima omonima. 40 erano i capi caricati in passato alla piöda, 60 al camaràsc’. Al centro, il solco poco pronunciato della Val Casìn.


Cascata di quota 1260

Il sentierino, delimitato da bassi muretti a secco, raggiunge subito una pecceta, nella quale procede inizialmente in piano. Passiamo accanto ad un grande masso erratico e ad un bivio andiamo a sinistra. Poco più avanti siamo ad un nuovo bivio, ed anche qui andiamo a sinistra, seguendo la larga mulattiera che inizia a salire, non quella che procede in piano. Inizia una salita che propone diversi tratti assai ripidi, ed è in generale piuttosto faticosa per la natura irregolare del terreno. La pecceta (peghèra), infatti, è cresciuta su una paleofrana, e la mulattiera serpeggia fra massi di tutte le dimensioni, per cui quasi ogni passo deve essere studiato. I segnavia, rossi e bianco-rossi, non sono abbondanti, ma, pur dovendo prestare attenzione a qualche falsa traccia che si stacca da quella principale, non è difficile seguire quest’ultima. A quota 1200 metri circa siamo ad un terzo bivio, ed anche qui prendiamo a sinistra, lasciando il sentiero di destra che corre a lato del torrente. Qui troviamo anche una palina senza cartello.


Rifugio Casera di Pioda, monte Pioda e monte Disgrazia

Dopo un breve tratto scalinato, passiamo a lato di un càmer, cioè di un roccione sotto il quale si può ricavare un rudimentale ricovero. Il nome della valle prende il nome da massi di questo genere, un tempo utilizzati dai pastori in caso di necessità. Dopo diversi tornanti, vediamo due grandi scritte su altrettanti massi. Mentre a destra su un masso leggiamo “Pioda”, ad indicare che il sentiero principale sale in questa valle, su un masso a sinistra leggiamo la scritta “Torrone”, ad indicare che un sentiero meno marcato, che si stacca appunto sulla sinistra, sale in questa seconda valle. Andiamo diritti restando sul sentiero principale e dopo pochi metri usciamo dal bosco al ponte (punt del turùn, m. 1298) che scavalca il torrente di Val Torrone (fiöm do turùn). Levando gli occhi verso sinistra, vediamo un picco dalla parete incredibilmente verticale: si tratta della parete della Meridiana, una delle tante espressioni delle ardite geometrie della Val di Mello, sul fianco della Val Torrone.
Possiamo però qui anche scegliere un interessantissimo fuori-programma. Poco prima dell'indicazione "Pioda" possiamo cercare, sul lato destro della mulattiera, un sentierino che scende verso il torrente di Val di Mello, e ci porta presso una bellissima cascata, a quota 1260 metri circa, che scende con particolare violenza lungo una placca, nella cornice di fitte abetaie e grandi placche.


La Casera di Pioda prima della ristrutturazione

Risaliti alla mulattiera ed oltrepassato il ponte, riprendiamo a salire nella pecceta, fra splendidi abeti, ed un cartello dell’ERSAF, a quota 1360 metri circa, ci informa che siamo nella Foresta di Val Masino. Dopo un nuovo tratto scalinato scendiamo per un brevissimo tratto superando un modesto corso d’acqua che scende dalla nostra sinistra. Un grande fungo in legno ci consegna l’illusione di essere ottimi fungiàt e poco più avanti troviamo la segnalazione di una deviazione sulla destra. Lasciamo per poco la mulattiera e percorriamo un sentierino che in breve ci porta sul fianco di un roccione che sovrasta la Val di Mello. Siamo al Belvedere, con un pannello che ci permette di riconoscere i nuclei della Val di Mello, che vediamo in basso, e le cime della Valle della Mardarola e della Val Ligoncio, che chiudono ad ovest l’orizzonte.


La Torre meridionale del Cameraccio ed i Tri Prèvet

Tornati sulla mulattiera, saliamo ancora per un quarto d’ora, prima di uscire all’aperto sul limite dei prati della Casera di Pioda (casèra da Piöda). Vediamo subito il nuovo edificio, il rifugio Casera di Pioda, ottenuto nel 2014 dalla ristrutturazione dell’antica casera. Alte, alle sue spalle, appena a destra, le cime gemelle del monte Pioda e del monte Disgrazia. La struttura funge da Centro per l'Alpinismo Sostenibile e punto informativo della Riserva Naturale Val di Mello. È aperta come rifugio nel periodo estivo ed offre servizio di pernottamento e ristorazione previa associazione al Centro per l'Alpinismo Sostenibile, effettuabile versando la quota di 10 Euro. Per maggiori informazioni ci si può rivolgere alla sede Ersaf di Morbegno (email: morbegno@ersaf.lombardia.it; telefono: 0342 605580). Accanto alla bandiera della Regione Lombardia sventola anche quella azzurra di Mountain Wilderness International, a riconoscimento della particolare valenza naturalistica di questi luoghi, che si raccomandano a quanti ancora amano una montagna a basso impatto di attività antropiche.


Rifugio Casera di Pioda e Tri Prèvet

Avvicinandoci all’edificio scopriamo che in alto, a sinistra, campeggia una torre ardita, affiancata da due satelliti minori. Si tratta della già menzionata Torre meridionale del Cameraccio (m. 2743). E’ probabile che le tre cime corrispondano a quelle note localmente come “Tri prèvet”, cioè “tre preti”. A giustificare questo curioso nome è la forma vagamente antropomorfa dei picchi. Il riferimento ai preti è poi presti spiegato: gli alpeggi della Val Cameraccio erano di proprietà delle parrocchie di Cino, Mello e Cercino. L’estensione maggiore dei pascoli della parrocchia di Mello giustifica l’identificazione della cima maggiore, la Torre meridionale del Cameraccio, con il parroco di Mello. È però anche possibile che i Tri Prèvet corrispodano alle tre principali elevazioni della costiera Torrone-Cameraccio, quindi alla Torre meridionale del Cameraccio, alla Torre di Re Alberto (m. 2832) ed alla Punta Cameraccio (m. 3024), poste più a nord. Questi nomi parlano della storia della Val di Mello, che deve il suo nome alla colonizzazione di pastori che vennero fin qui da Mello, importante nucleo della Costiera dei Cech.


La Val Casìn

La suggestione del luogo non termina qui: a sinistra dei Tri Prèvet fa capolino, oltre le cime degli abeti, la puntuta cima della citata Parete della Meridiana, sul lato opposto della Val Torrone rispetto alle lisce placche, vera icona della Val di Mello, chiamate Placche dell'Oasi. Il versante sotto i Tri Prèvet si trova invece la fascia della Cascia Bèla (in passato, evidentemente, luogo prediletto dai cacciatori). A destra della diade Pioda-Disgrazia, infine, il gioco della prospettiva sembra proporci una progressione ascendente di cime poco pronunciate (pizzo della Remoluzza, m. 2814, cima d’Averta, m. 2824, pizzo Vicima, m. 2853), sulla costiera Remoluzza-Arcanzo, che separa la Val Cameraccio dalla Valle di Preda Rossa.
Ad est del rifugio (verso il fondo della valle) si apre un ampio ripiano disseminati di alcuni grandi massi erratici. Se scendiamo dal rifugio verso destra, al torrente di Val Cameraccio, ci portiamo sulla riva di una splendida pozza, che sembra istigare a spiaggiamenti sullo stile marino.


Cascata minore e Torre meridionale del Cameraccio

Se vogliamo prolungare brevemente l’escursione, possiamo invece dal rifugio e dalla vicina baita gemella addentrarci in piano verso l’ultimo gradino di soglia che separa il ripiano dall’alta Val Cameraccio. Procedendo in leggera salita ci portiamo subito ad un bivio appena prima di un roccione, sul quale una grande scritta segnala il sentiero per la Val Cassin a destra. Si tratta in realtà della Val Casìn (ma il raddoppio della “s” forse un involontario omaggio ad uno dei più grandi alpinisti che scrissero pagine di storia in particolare sul pizzo Badile), il bacino che raccoglie le acque del Cameraccio e della Piöda. Ignoriamo il più marcato sentiero che sale a sinistra nella pecceta e procediamo sulla traccia che attraversa i prati, verso est, segnalato da qualche segnavia bianco-rosso.


Cascata minore e Torre meridionale del Cameraccio

Ci muoviamo poi fra grandi massi e radi abeti, passando a destra di un nuovo càmer e di una grande placca. Con un po’ di fatica puntiamo ai salti rocciosi che sbarrano l’accesso all’alta valle, fra insoliti (per la Val Masino) pini mughi, abeti e larici. A sinistra, oltre la linea delle cime degli abeti, la Torre meridionale del Cameraccio, o Prèvet da Mèl, che dir si voglia, occhieggia con sguardo inquietante e severo. Superato un ruscelletto, passiamo accanto ad un abete solitario e poi ad un larice, poco prima del quale un ometto segnala il punto nel quale si può scendere a guadare più agevolmente il torrente di Val di Mello (ma è ben difficile pensare che non ci si possa bagnare). Il guado può servire a raggiungere più agevolmente, seguendolo sul lato opposto, la cascata maggiore, al centro della valle, chiamata Cascata della Chiusa perché qui la valle sembra chiudersi ai piedi di un grande sistema di placche. Il pianone della Val Casìn appare come un caotico conglomerato di radi larici ed abeti, bassa vegetazione massi: si capisce che qui le slavine la fanno da padrone, e vien da pensare che Casìn significhi casino, anche se, ovviamente, l’etimo è differente.


La cascata della Chiusa

Se invece restiamo a sinistra del torrente e seguiamo la traccia di sentiero, ci portiamo a due cascate minori. La prima scende da una placca con un elegante triplo salto. Alta, sopra la cascata, la Torre meridionale del Cameraccio non smette di sorvegliare i nostri passi con il suo sguardo di pietra. Poco più avanti il sentierino ci porta a destra di una cascata che scivola lungo una placca molto inclinata. Il sentierino, poi, si inerpica su uno sperone di pini mughi, con un breve tratto esposto, e prosegue verso la Cascata della Chiusa, rimanendo però alla sua sinistra e salendo, ripido, con tratti protetti da muretti a secco, al circo dell’alta valle. Si inerpica sul versante compreso fra i due torrenti principali della valle, di Cameraccio e di Pioda, fino all’alpe Cameraccio (m. 2233), ma il suo stato, in una zona battuta da slavine, è tutto da verificare.

Torniamo quindi sui nostri passi e riportiamoci sul sentiero principale, al rifugio Casera di Pioda.
Non ci sono indicazioni che ci aiutino. Dobbiamo volgere a sinistra appena oltrepassato il rifugio e la baita attigua, salendo su debole traccia, diritti, i prati fino al limite del bosco, dove si ritrova il sentiero che sale con serrati e ripidi tornantini verso nord, poi traversa a destra (est), tagliando un versante molto ripido, prima di uscire ad nuova radura, dove si trova una baita isolata (m. 1837), dominata, guarda caso, sempre dalla Torre meridionale del Cameraccio.


Baita di quota 1837 e Torre meridionale del Cameraccio

Il sentiero, con traccia più incerta, descrive ora un graduale arco verso sinistra e si avvicina alla costiera del Cameraccio, che separa la valle dalla val Torrone, mentre la boscaglia si fa sempre più rada. La val Cameraccio desta un forte senso di solitudine, per la sua vastità ed il suo silenzio. Il primo tratto della costiera Remoluzza-Arcanzo la separa dalla valle di Preda Rossa. Bisogna prestare molta attenzione ai segnavia, per non perdere un sentiero dalla traccia assai labile. Esso piega per due volte a destra, riprendendo altrettante volte a salire più direttamente; superiamo, così, un primo torrentello (il fiöm da piöda), per poi puntare verso un secondo corso d'acqua (il fiöm da zocùn o dò camaràsc); troviamo anche, su un masso, le indicazioni per il rifugio Ponti: tagliando la parte mediana della valle, infatti, si può puntare direttamente alla bocchetta Roma, e di qui scendere al rifugio, in valle di Preda Rossa. Nel tratto fra i due torrentelli è già ben visibile la testata della valle, dominata dal monte Pioda (sciöma da piöda, m. 3431), dietro la cui cima si nasconde quella più famosa del monte Disgrazia.


Alle soglie dell'alta Val Cameraccio

Superato il secondo torrentello, la salita prosegue per dossi erbosi, tendendo leggermente a sinistra. Alle spalle, si apre una visuale sempre più ampia sulla Val di Mello e, sullo sfondo, sulle valli Merdarola e Ligoncio. Se intendiamo tornare per la medesima via di salita, ci conviene memorizzare bene il piccolo promontorio erboso raggiunto dopo l'attraversamento del secondo torrentello: da qui in avanti, infatti, la traccia si perde, per cui proseguiamo salendo, facilmente, a vista (ma nel ritorno, se non ritroviamo il punto dal quale si scende al torrentello, rischiamo di perderci fra le grandi placche rocciose della media valle).


Traversando verso il centro della valle

Gli ultimi magri pascoli dell'alpe Cameraccio (che in passato, proprietà del comune di Cino, caricava 60 capi di bestiame) lasciano gradualmente il posto ad una fascia di massi, fra i quali si annida anche qualche nevaietto. Non esiste un percorso obbligato, la scelta della direttrice dipende dalla meta. Se vogliamo varcare il passo Cameraccio (pas do camaràsc), sul vertice di nord-ovest della valle, dobbiamo proseguire salendo in verticale, o piegando leggermente a destra.


Salendo verso il Sentiero Roma

Al termine della salita, fra quota 2600 e quota 2700, ci si ricongiunge con il sentiero Roma (senté róma), che scende dal passo di val Cameraccio, il ben visibile intaglio a sinistra del pizzo Torrone orientale (m. 3333), caratterizzato dall’inconfondibile profilo a punta di lancia. Il sentiero è individuabile, più che per la traccia (che solo in alcuni tratti si vede), per i numerosi segnavia rosso-bianco-rossi che ne costellano il percorso (in qualche tratto troviamo anche le più vecchie croci color amaranto).


Il monte Pioda

Diamo, ora, un’occhiata alle costiere che delimitano la valle. Ad ovest la costiera Torrone-Cameraccio propone, da sud (sinistra), la punta meridionale del Cameraccio (m. 2743), la Torre di Re Alberto (m. 2832), la Torre Sud di Cameraccio (m. 2898), la Torre centrale di Cameraccio (m. 2889), la Torre nord di Cameraccio (m. 2950) e, a ridosso (appena a sud) del passo di Cameraccio (m. 2950), la punta di Cameraccio (m. 3026). Una curiosità che riguarda la triade delle cime punta meridionale di Cameraccio-Torre di re Alberto-punta di Cameraccio (ma potrebbe riferirsi anche alla tre torri di Cameraccio, meridionale, centrale e settentrionale): vengono indicate, con espressione dialettale, come i “tri prèvet”, cioè i “tre preti”, con riferimento ai parroci di Cino (“scìn”), Mello (“mèl”) e Cercino (“scerscìn”), perché questi tre comuni possedevano buona parte degli alpeggi della zona. In particolare, il comune di Cercino possedeva l'alpe Cameraccio (munt dò camaràsc), nella parte alta del circo glaciale, poi venduta, nel 1970, all'Azienda Regionale delle Foreste. Delle tre cime, quella del prèvet de mèl è la più alta, a simboleggiare la maggiore estensione dei possessi di Mello nella valle omonima; non sfigurano, però, a suoi lati, il prèvet de scerscìn (a nord-est) ed il prèvet de scìn (a sud-ovest).
Proseguendo verso destra, osserviamo la testata della valle: dal pizzo Torrone orientale parte una possente muraglia granitica che termina con il monte Sissone ("sisùn", in Val Masino, "còrgn de sisùm", in Valmalenco, m. 3331, fino agli anni cinquanta del secolo scorso punto di passaggio dei contrabbandieri da e per la Svizzera), che, visto da qui, si mostra poco pronunciato. A destra del monte Sissone, si individua, dopo la depressione del passo di Chiareggio (m. 3110), la punta Baroni (m. 3203). La punta Baroni, o cima settentrionale di Chiareggio, è il vertice di nord-ovest in una successione di tre vette denominate Cime di Chiareggio. Le rimanenti due sono la cima centrale di Chiareggio (m. 3107) e la cima meridionale di Chiareggio (m. 3093), alla cui destra si vede il passo di Mello (m. 2992). A sud-est delle tre cime, infine, l'elegante piramide del monte Pioda nasconde sempre la cima del monte Disgrazia; fra l'ultima cima di Chiareggio e le propaggini di nord-ovest del monte Pioda (sciöma da piöda) è collocato, a quota 2992, il passo di Mello (pàs dè mèl), sul quale si trova il bivacco Odello-Grandori.

Sul versante orientale, infine, la costiera Remoluzza-Arcanzo propone la bocchetta Roma (pas da ciöda, m. 2898), il pizzo (o punta) della Remoluzza (sciöma da remolöza, m. 2814), il pizzo dell’Averta (sciöma da vertàla, m. 2824), il pizzo Vicima (sciöma da veciöma, m. 2853), la cima degli Alli (sciöma dei èl, m. 2758) e la cima d’Arcanzo (sciöma dè narchènz, o l'omèt, chiamata Cima di Prato Baro nella guida alla Valtellina del CAI di Sondrio del 1884, m. 2715).
Gli ultimi magri pascoli lasciano gradualmente il posto ad una fascia di massi, fra i quali si annida anche qualche nevaietto. Non esiste un percorso obbligato, la scelta della direttrice dipende dalla meta.

Passo Cameraccio e pizzo Torrone orientale

Se vogliamo varcare il passo Cameraccio, sul vertice di nord-ovest della valle, dobbiamo proseguire salendo in verticale, o piegando leggermente a destra. Al termine della salita, fra quota 2600 e quota 2700, ci si ricongiunge con il sentiero Roma, che scende dal passo di val Cameraccio, il ben visibile intaglio a sinistra del pizzo Torrone orientale (m. 3333), caratterizzato dall’inconfondibile profilo a punta di lancia. Il sentiero è individuabile, più che per la traccia (che solo in alcuni tratti si vede), per i numerosi segnavia rosso-bianco-rossi che ne costellano il percorso (in qualche tratto troviamo anche le più vecchie croci color amaranto). Seguendo il sentiero verso destra, raggiungiamo, infine, il bivacco Kima, dopo 6 ore di cammino (il dislivello in salita è di 1600 metri).
Se la giornata è bella e la visuale ottima, possiamo rispiarmiare un'ora circa di cammino tagliando verso destra la valle, dopo aver superato il secondo torrentello. Possiamo, in questo caso, seguire, procedendo a vista, una sorta di corridoio dove la pendenza è meno accentuata, fino alla ben visibile morena di cui raggiungiamo il filo risalendone il fianco. Sul filo troviamo il sentiero che sale al bivacco.


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CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line.

Mappa del percorso - elaborata su un particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere


1. Novate-Brasca 2. Brasca-Gianetti 2bis. Omio-Gianetti 3. Gianetti-Allievi 4. Allievi-Ponti 5. Ponti-Chiesa Valmalenco

CARTA DEL TERRITORIO COMUNALE sulla base della Swisstopo (CNS), che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri).
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