Punti di partenza ed arrivo |
Tempo necessario |
Dislivello in altezza
in m. |
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti) |
Parcheggio Val di Mello-Cascina Piana-Belvedere-Alpe e pasos di Romilla-Baita Averta-Rif. Ponti |
7 h |
1500 |
EE |
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Nel
contesto del nuovo Sentiero Life delle Alpi Retiche si inserisce un'interessantissima
e poco conosciuta traversata dalla Val di Mello alla Valle di Preda
Rossa, per la Val Romilla ("roméla") ed il passo di Romilla ("pàs da roméla" o "pàs da vertàla").
Prima di raccontare l’itinerario, è doveroso spendere alcune
parole per presentare quella Val di Mello che è, in assoluto,
una delle più conosciute della Alpi Retiche, per la sua fisionomia
unica. Il volto di questa valle ha radici assai antiche. Tutto iniziò
nell’era quaternaria, cioè nell’ultima era geologica,
iniziata forse 1.800.000 di anni fa. Iniziò con una grande glaciazione,
che coinvolse tutta la catena alpina. Nella zona della futura Val di
Mello il ghiaccio ricopriva ogni cosa, fino ad una quota superiore ai
2.500 metri. Immaginiamo lo scenario spettrale: una coltre bianca ed
immobile, dalla quale emergevano, come modesti isolotti, solo le cime
più alte della valle, il monte Disgrazia (m. 3678), i pizzi Torrone,
la punta Rasica, la cima di Castello, la cima di Zocca, i pizzi del
Ferro. L’azione di questo enorme ghiacciaio, lenta, inesorabile,
scandita in ritmi difficilmente immaginabili, cioè in migliaia
di anni, cominciò a modellare il volto della valle: si deve ad
essa la straordinaria conformazione delle pareti granitiche, verticali,
con grandi placche lisce, e la forma straordinariamente levigata delle
numerosissime placche di granito. Fu un’azione che si esercitò
in quattro grandi tempi: tante furono, infatti, le successive glaciazioni
(la quarta ebbe inizio 40.000 anni fa), prima dell’ultimo e definitivo
ritiro dei ghiacci alle quote più alte, dove ore di essi resta
solo un’esigua traccia.
Il ritiro del ghiacciaio determinò, anche, il crollo di grandi
blocchi sospesi di granito: li troviamo, ora, muti testimoni di eventi
ciclopici, sul fondovalle, come vassalli erranti degli incombenti signori
della valle, le ardite costiere che la guardano. Così fu disegnato
il profilo arrotondato della valle, dolce e regolare, a produrre un
singolare contrasto con le gotiche ed aspre guglie
che
vi si affacciano. Venne, poi, lentamente, la vita, le piante, gli animali
e, da ultimo, l’uomo, che vi giunse spinto dalla necessità
di trovare nuovi pascoli. Vennero, per primi, gli abitanti di Mello,
paese della Costiera dei Cech, che la colonizzarono e le diedero il
nome che ora è conosciuto in tutta Europa. Vennero, poi, sempre
più numerosi, escursionisti ed arrampicatori, attratti dalla
presenza quasi debordante di placche di granito, pareti che sembrano
invitare all’arrampicata, picchi e vie di ascensione sempre da
scoprire, che circondano da ogni lato il tranquillo fondovalle, dove
il torrente corre quasi sonnolento. È proprio lo strano equilibrio
fra mondi di versi a costituire il fascino di questa valle. Appena alzi
un po’ gli occhi, alle pareti delle costiere ed alle valli laterali,
hai la netta impressione che qui la vita, vegetale ed animale, sia solo
precaria ospite, adattata, non si sa come, a sopravvivere fra le pieghe
delle trionfanti architetture di granito, signore della valle. Non appena
li riabbassi, l’impressione cambia: scorci gentili sembrano riportare
la vita ad una dimensione di maggiore sicurezza e tranquillità.
Portiamoci, allora, al sagrato della chiesa parrocchiale di San
Martino, edificata nel secolo XV, ampliata due secoli dopo
e staccatasi dalla parrocchia di Mello nel 1718. Proprio a sinistra
della chiesa parte un viottolo che ci porta ad un sentiero, che se ne
stacca sulla sinistra, per inoltrarsi nella selva che ricopre lo sbocco
della Val di Mello (val da mèl). Seguiamolo per un buon tratto, rimanendo più bassi
rispetto alla strada asfaltata che si inoltra nella valle. Prendiamo,
poi, la seconda deviazione che sale verso sinistra, fino ad intercettare
la strada, appena prima di un cartello di divieto di transito ai mezzi
non autorizzati. Proseguiamo, ora, sulla strada, dove, all’asfalto,
si sostituisce il grisc e lo sterrato, fino al ponticello del torrente
che scende
dalla
valle del Ferro.
Alla nostra sinistra troviamo le case di Ca’ dei Rogni (m. 1019, a circa 2 chilometri e mezzo da S. Martino). Ma ciò
che si impone allo sguardo è la superba balconata di granito
della valle del Ferro, la prima laterale settentrionale della Val di
Mello. La balconata nasconde alla vista quei pizzi del Ferro (sciöma dò fèr) che ne
costituiscono la testata, e che invece sono ben visibili da S. Martino.
In compenso, indimenticabile è lo spettacolo del sistema di cascate
che scendono dalla valle, le famose cascate del Ferro, uno dei numerosi
aspetti di interesse naturalistico che la valle offre. La bassa valle
del Ferro, che ha un’apertura assai ampia, è delimitata
da due colossali bastioni granitici: a sinistra le propaggini che scendono
dalla cima del Cavalcorto alle cosiddette Sponde del Ferro, a destra
le propaggini della costiera Ferro-Qualido, un sistema articolato costituito
dalle formazioni del Pappagallo (in basso a sinistra), dello sperone
Mark (in basso a destra) e dal Precipizio degli Asteroidi (in alto a
destra). Segnaliamo che, subito dopo il ponte, possiamo deviare a sinistra,
salendo verso le cascate terminali della valle; una successiva deviazione
a sinistra, poco visibile, ci porta al sentiero che sale alla parte
media e superiore di essa, dove si trova il Bivacco Molteni-Valsecchi (el bivàch, m. 2510, dedicato alla memoria degli alpinisti Mario Molteni e Giuseppe Valsecchi, giunti allo stremo e morti scendendo dal pizzo Badile alla Gianetti, dopo averne salito la parete nord-est), leggermente a valle rispetto al Sentiero Roma (senté róma).
Ma torniamo al fondovalle e proseguiamo lungo la strada: raggiungiamo
così, in breve, il parcheggio del Gatto Rosso, ampia spianata
che precede l’omonimo ristorante, in località Panscèr (m. 1061). Possiamo portarci fin qui anche sfruttando il bus-navetta
che presta servizio nei mesi estivi, quando la strada per la Val di
Mello è chiusa al traffico. Qui la pista lascia il posto ad una
larga mulattiera, che corre a sinistra del bellissimo torrente. Un’occhiata
alle nostre spalle ci mostra la testata della valle della Merdarola,
laterale della Valle dei Bagni. Davanti a noi, invece, una sezione della val Cameraccio, il maestoso circo che chiude a nord-est la Val di Mello,
con la ben visibile, sulla destra, cima regina del monte Disgrazia.
Alla
nostra sinistra, superata l’ampia apertura della valle del Ferro,
il versante montuoso sembra chiudersi. In realtà si apre il solco
di una nuova valle, la più modesta ed arcana Val Qualìdo,
unica, fra le laterali settentrionali, a non ospitare alcun rifugio
o bivacco. Non è facile scorgere la partenza del sentiero che
risale questa valle: si trova, a circa duecento metri dal Gatto Rosso,
sulla sinistra. Il sentiero è uno dei meno battuti della valle,
ma chi ama questi luoghi (ed ha esperienza e prudenza adeguate) non
può mancare di percorrerlo almeno una volta, perché è
di una suggestione difficilmente esprimibile, soprattutto nel tratto
mediano, dove si arrampica scavato sul fianco di un’enorme e strapiombante
formazione rocciosa, all’ombra dell’immane parete del Qualido,
che incombe ad occidente: un’esperienza da non perdere.
La parete del Qualido, peraltro, è, in parte, osservabile anche
dal fondovalle, e rappresenta probabilmente la massima espressione della
verticalità delle montagne di Val di Mello. La val Qualido ha
anche un secondo solco di accesso, più ad est, in quanto ha la
forma di una “Y” rovesciata, ma questo è molto più
scosceso e dirupato. I due solchi sono separati dalla
formazione
denominata il Trapezio d’Argento. A destra del secondo solco,
invece, possiamo osservare la complessa propaggine della costiera Qualido-Zocca,
che propone, nella parte bassa, le formazioni denominate il Brontosauro
e lo Sperone del Sarcofago, mentre più in alto si trova la formazione
denominata Scoglio delle Metamorfosi.
Proseguendo il cammino, non possiamo non restare rapiti dal dolce spettacolo
del torrente ("fiöm da val de mèl"), che qui scorre, lento, a fianco della mulattiera, mostrando,
nelle sue acque limpide, rari ricami di luce, e quasi accarezzando un
grande masso che si trova proprio nel mezzo del suo letto. Poi la mulattiera
si allontana dal torrente ed attraversa una fascia di prati, prima di
raggiungere Ca’ di Carna (m. 1076), gruppo di baite poste sul
lato destro (per noi) della valle, raggiungibile valicando un ponticello
sul torrente. Noi restiamo, però, sul lato settentrionale della
valle (a sinistra del torrente), e proseguiamo fino alla successiva
località, Cascina Piana (casìna ciàna, m. 1092), dove si trova
il rifugio Luna Nascente, dove è possibile effettuare una sosta
ristoratrice, ma anche, qualora ve ne fosse la necessità, chiamare
il soccorso alpino. Fra le baite della località possiamo osservarne
una curiosa, che sembra sintetizzare nel modo più efficace la
simbiosi fra uomo e granito, caratteristica di questa valle: è
proprio appoggiata al fianco di un enorme placca rocciosa, a sua volta
quasi adagiata sul prato del fondovalle.
Proseguiamo, scegliendo il sentiero di destra (non quello di sinistra,
con le indicazioni per il rifugio Allievi): superata una curiosa scultura
su un masso (due volti arcigni sembrano guardarci perplessi), troveremo,
ben presto, sulla nostra destra, un sentierino che si stacca da quello
principale e conduce ad un bel ponte (punt dè la romìla), attraversato il quale ci portiamo
sul lato opposto della valle, dove troviamo il cartello "Temola".
Sul paletto troviamo anche la targhetta azzurra con il logo “Life”.
Prendiamo a sinistra
e,
dopo circa duecento metri, raggiungiamo un grande prato, chiamato "ciàsc" (o "s-ciàsc"). Su un masso,
segnato con segnavia rosso-bianco-rosso, vediamo la targa gialla del
Sentiero Life. Lasciamo, quindi, il sentiero, per risalire il prato
in diagonale verso sinistra, fino ad un grande masso, su cui era segnato
in rosso il numero "7", cui ora è sovrapposto un segnavia
bianco-rosso. A destra del masso parte il sentiero per la val
Romilla (senté da roméla), segnato dai segnavia bianco-rossi.
Nel primo tratto la traccia non è molto marcata, poi diventa
più chiara, e si inerpica sul lato destro (per noi) della valle,
non distante dalle sue pareti granitiche, che precipitano con salti
impressionanti sul fondo del suo solco. Dobbiamo prestare attenzione
in questa prima parte, perché il terreno, sempre in ombra, è
scivoloso: la valle, infatti, è “vaga” (per usare
un toponimo diffuso nelle montagne di Valtellina, che significa esposto
a nord, e quindi ombroso ed umido), o “pürìva”
(per usare una voce dialettale che ha il medesimo significato). Intorno
ai 1400 metri, dopo un tornante verso destra, ci ritroviamo proprio
sotto una parete strapiombante, che si inarca minacciosa sopra il nostro
capo, con grosse crepe sinistre, mettendoci i brividi. Poco oltre i
1500 metri, una traccia segnalata da un segno rosso su un sasso si stacca
alla nostra destra: la ignoriamo. Poco sotto i 1600 metri dobbiamo prestare
attenzione, per non perdere la deviazione a sinistra che ci permette
di attraversare il torrentello della valle. Il sentiero, qui, si districa
a fatica, fuori del bosco, su un terreno ingombro di materiale franoso:
una recente frana, infatti, ha creato una caotica congerie di massi
e vegetazione. Qualche scheletro di albero colpito dai fulmini rende
ancora più desolato questo angolo della valle. Prendiamo, dunque,
a sinistra, passando nei pressi di un cartello di divieto di caccia
e di un ometto. Il sentiero si porta sul centro della valle ed al suo
torrentello,
che
superiamo facilmente (attenzione, però, ai sassi molto scivolosi!).
Sul lato opposto il sentiero sale per un breve tratto e, piegando a
sinistra, entra in un bel bosco di conifere; dopo un breve traverso,
ci porta ad una radura, dove si trova una baita ristrutturata (casèra da roméla). Si tratta
della Romilla ("giorchèta", m. 1618), detta anche "Belvedere",
perché da qui la visuale sulla valle di Zocca e sui pizzi Torrone
è già molto buona.
Il sentiero riparte alle spalle della baita, sulla destra (il segnavia
bianco-rosso su un masso ci orienta; attenzione a non prendere il sentiero
alla sua sinistra, che porta, con andamento pianeggiante, ad una radura),
riprendendo la salita. Dopo una serie di ripidi tornanti, ci ritroviamo
proprio a ridosso del roccioso fianco settentrionale della valle, dove
un muricciolo delimita un rudimentale ricovero che ha come tetto una
grande placca di granito. Poi, volgendo a destra, ci stacchiamo gradualmente
dal fianco della valle e, a quota 1750 circa, in corrispondenza di un
nuovo cartello di divieto di caccia, il sentiero lascia il bosco. Per
circa 150 metri la sua traccia sale in una rada boscaglia, alternata
a radure e pianette (dette "zoch"), e diventa molto incerta ed intermittente. È questo
il tratto in cui il rischio di perderla, se la si percorre in discesa
prestando scarsa attenzione ai segnavia, è concreto. Infine,
al termine di un breve corridoio, al cui ingresso si trova un nuovo
cartello di divieto di caccia, raggiungiamo il pianoro principale della
valle, sul cui limite troviamo una baita diroccata
(m. 1922).
Qui la valle, soprattutto alla nostra sinistra, mostra un volto molto
più gentile e consono ad un nome che
sembra suggerire accenti
di dolcezza. Il lato sinistro è dominato dal pizzo dell'Averta (sciöma da vertàla, m. 2853) e, alla sua sinistra, dalla cima quotata m. 2806. Lo spettacolo
di gran lunga più suggestivo si sta però preparando alle
nostre spalle. Ma dobbiamo salire ancora un po' per cominciare ad ammirarne
la grandiosità. Scendiamo, allora, ad un pianoro paludoso sottostante (lo "zocùn da roméla")
ed attraversiamolo, sfruttando anche un ponticello in legno. La solitudine che domina questi luoghi rende difficile immaginare la vita dell'alpeggio che in passato era invece protagonista: l'alpe, di proprietà del comune di Cercino, caricava, infatti, 45 capi di bestiame.
La traccia
di sentiero riprende a salire, sul lato opposto della piana, su un dosso erboso,
passando a destra del rudere di un calecc e di alcuni massi ciclopici
(con la targa gialle del Sentiero Life), presso i quali si trova il
rudere di un secondo calecc.
Alla sommità del dosso si trova un modesto terrazzo erboso: volgendo
le spalle, possiamo ammirare, in primo piano, l’alta Valle di
Zocca e, alla sua sinistra, uno spaccato dell’alta val Qualido.
Oltre il terrazzo, il sentiero comincia a piegare a sinistra, serpeggiando
fra pascoli e placche arrotondate, raggiungendo il filo di un largo
dosso erboso. Piegano leggermente a destra, risale il dosso per un buon
tratto; piega, poi, ancora leggermente a destra ed effettua una diagonale,
che lo porta al rudere della baita quotata 2075 m. (bèita dè sciöm da roméla). Siamo al pascolo detto dei "duéi", termine che può avere una duplice interpretazione: si può riferire ai trucioli prodotti dal coltello che lavora rami o bastoncini per ricavarne attrezzi, oppure ai duelli che le mucche ingaggiano per stabilire quale debba avere il primato in alpeggio, cioè la "regióra", cui ogni altra mucca cede il passo, il pascolo migliore e la scelta dello spiazzo più comodo sul quale adagiarsi a riposare..
Guardando in alto,
distinguiamo facilmente dove si trova il punto di arrivo della salita,
cioè quel passo Romilla (o dell’Averta) che si affaccia
sulla Valle di Preda Rossa: è leggermente a destra della nostra
verticale (a destra della punta dell’Averta), ancora nascosto
dall’ultimo gradino della valle (da qui vediamo solo il disegno
dell’intaglio, non ancora il passo; se, invece, guardiamo verso
sinistra, vedremo un secondo intaglio che potrebbe farci sospettare
ad un passo, ma non è così).
Dal
rudere parte un nuovo dosso erboso, ed il sentiero lo risale, fino ad
una fascia di massi, che viene attraversata verso destra. Restando sul
filo del dosso e sul limite destro di una fascia di massi, il sentiero
prosegue nella salita. Seguiamo i segnavia bianco-rossi, per evitare
percorsi più dispendiosi. La salita è piuttosto faticosa,
ma può essere opportunamente intervallata da soste, che permettono
di ammirare la sequenza maestosa delle cime del gruppo del Masino, dai
pizzi del Ferro (sciöma dò fèr), alla nostra sinistra, alla punta Baroni, alla nostra
destra. Passiamole in rassegna: si mostrano, da sinistra, i pizzi del
Ferro occidentale (o cima della Bondasca, m. 3267), centrale (m. 3287)
ed orientale (m. 3200), sulla testata della valle omonima, la cima di
Zocca (m. 3175), la punta Allievi (m. 3123), la cima di Castello (m.
3386), la punta Rasica (m. 3305), le celeberrime cime della Valle di
Zocca, ed ancora i pizzi Torrone occidentale (m. 3349), centrale (m.
3290) ed orientale (m. 3333, riconoscibile per il sottile ago alla sua
sinistra), sulla testata della valle omonima, il monte Sissone (m. 3331)
e la cima di Chiareggio nord-occidentale, o punta Baroni (m. 3203),
sulla testata della Val Cameraccio. Si tratta di uno spettacolo estremamente
suggestivo, in una giornata limpida.
Ma torniamo alla salita: terminala la stretta lingua erbosa, non possiamo
evitare un tratto fra i massi, fino ad raggiungere un nuovo corridoio
erboso, che il sentiero risale. Ci troviamo a sinistra di una sorta
di morena, e cominciamo ad incontrare una curiosa situazione policroma:
i segnavia bianco-rossi si soprappongono a segnavia verdi e bianco-verdi,
tracciati precedentemente per segnalare un sentiero alto sul versante
meridionale della Val di Mello. Dopo una nuova fascia di massi, qualche
ultimo lembo erboso e, di nuovo, una fascia di grandi massi, ci affacciamo,
a quota 2400 m. circa, alla soglia terminale della valle, una grande
conca occupata da sfasciumi e da un nevaietto. In cima al versante terminale,
ecco il passo, costituito dalla selletta pianeggiante posta a sinistra
di un evidente gendarme roccioso. Il sentiero passa a sinistra del nevaietto
e, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, non affronta direttamente
il canalino terminale, sul quale corre, peraltro, una
traccia
di sentiero, ma rimane sulla sinistra, salendo alle roccette che si
trovano a fianco del passo, che raggiungiamo dopo un ultimo breve traverso
a destra (il passaggio è un po’ esposto, per cui richiede
attenzione).
Alla fine i 2546 metri della facile sella del passo sono raggiunti.
Prima di gettare uno sguardo sul versante opposto, osserviamo ancora
quello della Val di Mello. Se osserviamo la costiera che separa la val
Qualido dalla valle di Zocca, potremo scorgere l'altro e più
celebre passo dell'Averta, punto di passaggio indimenticabile sul Sentiero
Roma. Questo è già di per sé assai curioso, ma
c'è di più: i due passi omonimi sono pressoché
alla medesima altezza (il nostro a 2546 metri, quello sul sentiero Roma
a 2540 metri). Forse proprio per evitare confusioni si preferisce ora
denominare il nostro valico passo Romilla. La precedente
scritta “Averta”, che si trovava proprio sul passo, è
ora stata sostituita dalla scritta “Romilla”. Sul passo
si trova anche, manco a dirlo, la targa gialla del Sentiero Life. Il
panorama, in direzione della Val di Mello, è mutato: non si vedono
più i pizzo Torrone, il monte Sissone ("sisùn", in Val Masino, "còrgn de sisùm", in Valmalenco; m.
3331) e la punta Baroni, ma,
a sinistra dei pizzi del Ferro (sciöma dò fèr), si intravedono i pizzi Badile e Cengalo,
seminascosti dietro la costiera del Cavalcorto; più a sinistra
ancora, vediamo uno spaccato della Valle dell’Oro, con il pizzo
Ligoncio ed i pizzi dell’Oro.
Sul versante della valle di Preda Rossa, invece, ci troviamo alla sommità
della valle d'Averta; alla nostra sinistra, infatti, il passo è
chiuso dalle rocce del crinale di sud-ovest del pizzo o punta dell'Averta
(m. 2853). Guardando in questa direzione dal passo è visibile,
a destra, un suggestivo scorcio della catena orobica (oltre l'alpe Scermendone).
A sinistra, invece, si mostra, per ora,
solo
uno dei due Corni Bruciati, e precisamente la punta centrale (m. 3114);
per la verità, dovremmo menzionare, alla sua destra, anche la
punta sud-occidentale (m. 2958), che di solito non si considera, in
quanto ci si riferisce solamente alle due punte principali (nord-orientale,
m. 3097, e centrale, appunto), quelle che, in diversi momenti, ci è
già capitato di osservare lungo il cammino.
Vediamo, ora, come scendere alla piana di Preda Rossa. Il primo tratto
della discesa supera un ripido versante erboso il pascolo chiamato "vertàla"), con qualche serpentina,
e ci porta, piegando a sinistra, ad una fascia di massi, dove i segnavia
bianco-rossi si alternano a quelli bianco-verdi. Superata, con una diagonale
verso sinistra, la fascia, torniamo su un terreno di magri pascoli e,
piegando leggermente a destra, scendiamo quasi diritti per un breve
tratto, fino ad una nuova fascia di massi. Passiamo, quindi, a destra
di un dosso, piegando ancora leggermente a sinistra prima, a destra
poi. Scendiamo per un buon tratto lungo una fascia erbosa, più
o meno al centro della valle, lasciando due grandi fasce di massi alla
nostra destra ed alla nostra sinistra. Giunti, però, in vista
del rudere della baita dell’Averta (bèita dè la vèrta, m. 2242) ed in prossimità
di un larice solitario, pieghiamo decisamente a sinistra, cambiando
direzione (da sud ad est), e proseguendo in direzione della costiera
che separa la valle dell’Averta dai versanti nord-occidentali
dell’alta Valle di Preda Rossa. Superiamo, così, una sorta
di corridoio fra i massi, raggiungendo di nuovo un corridoio erboso,
a ridosso delle placche di granito della costiera. È ben visibile,
ora, sotto di noi, alla nostra destra, la piana di Preda Rossa, attraversata
dai pigri meandri del torrente. Vediamo, ora, anche la punta nord-orientale
dei Corni Bruciati.
Una breve salita ci porta ad una nuova, lunga e noiosa fascia di massi:
attraversiamola con pazienza ed attenzione. Davanti a noi comincia a
profilarsi l’imponente mole del monte Disgrazia (m. 3678). Dopo
un breve intervallo, ci attende una seconda fascia di massi, altrettanto
noiosa, attraversando la quale perdiamo gradualmente quota. Se guardiamo
alla nostra sinistra,
restiamo
stupiti di fronte alla vertiginosa parete verticale che precipita dalla
punta d’Averta. Superati gli ultimi massi, troviamo una traccia
di sentiero che prosegue nella diagonale di discesa, proponendo anche
un passaggio elegantemente scalinato, fra due placche di granito. Poi
pieghiamo decisamente a destra, invertendo, quasi la direzione ed attraversando
una sorta di corridoio, delimitato, a sinistra, da una grande placca.
Ora la piana di Preda Rossa ce la ritroviamo proprio davanti a noi,
rasserenante, tranquilla. Superato il corridoio, pieghiamo ancora a
sinistra, ed iniziamo una serie di tornanti, perdendo quota più
rapidamente, fra massi, macereti ed erbe, fino ad intercettare, ad una
quota approssimativa di 2100 metri, il sentiero che dalla piana
di Preda Rossa sale al rifugio Ponti, in corrispondenza di
una seconda piana minore posta a monte della piana di Preda Rossa.
E' anche possibile raggiungere il rifugio rimanendo in quota, senza
cioè scendere alla seconda piana, ed effettuando una traversata
a vista che porta alla fine ad intercettare il sentiero per il rifugio
Ponti ad una quota approssimativa di 2300 metri. Questo itinerario riveste
anche un interesse storico, in quanto ripercorre le orme dei primi salitori
del monte Disgrazia, nella seconda metà dell'Ottocento, che giunsero
ai piedi del monte proprio effettuando la traversata per la Val Romilla,
seguendo poi, con un lungo traverso, il versante sinistro della Valle
di Preda Rossa.
In alternativa, possiamo scendere alla piana di Preda Rossa e di qui
alla valle di Sasso Bisòlo, dove si trova, a 1500 metri, il rifugio
Scotti, che può essere la meta conclusiva di questa
lunga camminata. Se siamo partiti dal parcheggio della Val di Mello
ed abbiamo raggiunto questo rifugio, abbiamo camminato per 6-7 ore (il
dislivello in salita è approssimativamente di 1500 metri).