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La Val Masino dal Sas del Tìi

Sul versante selvaggio ed ombroso del fianco orientale della bassa Val Masino si disegna un itinerario per escursionisti esperti, una traversata da Ardenno a Cataeggio che tocca luoghi solitari e densi di mistero, legati a leggende e suggestioni che sembrano ormai dimenticate. Un itinerario, diciamolo subito, che non ammette “fuori sentiero”, perché il rischio si trovarsi in luoghi orridi e dirupati, dai quali non ci si sa districare, è concreto. Un itinerario che in realtà sono due, perché si può articolare in modo più semplice passando per il nucleo di Ruschedo, oppure in forma più avventurosa traversando, alti, fino alle baite della Taiada. Un sentiero che merita di essere chiamato della strega e del drago, perché parte da quei boschi sopra Piazzalunga nei quali sembra sia stata confinata e quindi sia morta in solitudine l'ultima strega di Valtellina, nel secolo XVIII, ed attraversa dense e splendide pinete nelle quali si trovano inequivocabili segni della presenza dei più antichi dominatori delle Alpi Retiche, di cui parla anche S. Agostino, i draghi. Da Ardenno a Cataeggio, si è detto, ma per attenuare l'impegno dell'escursione conviene salire in automobile fino all'ameno terrazzo a monte del paese, i prati di Lotto, che ospitano un bacino idroelettrico.

DAI PRATI DI LOTTO A PRATO TABIATE

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Lotto- Sas del Tìi - Prato Tabiate
2 h
550
EE
SINTESI. Da Ardenno saliamo in Val Masino, fino alla deviazione a destra per Biolo, che imbocchiamo, salendo verso il paesino. Dopo l'ultimo tornante sx, ci portiamo in vista della chiesa della B.V. Assunta di Biolo, ma prima di raggiungerla vediamo a destra la deviazione per Piazzalunga e Lotto. La imbocchiamo e saliamo su una stradina a Piazzalunga. Oltrepassato il paese, la strada taglia a sinistra, passa a fianco del bacino della Pioda e porta ad un bivio. Ignorata la strada che scende a sinistra verso la Pioda, proseguiamo salendo verso destra. Dopo una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dx-sx-dx-sx, raggiungiamo i Prati di Lotto. Dopo aver parcheggiato presso la casa dei custodi del bacino idroelettrico (dove finisce la strada asfaltata, m. 960), torniamo indietro per una ventina di metri ed imbocchiamo una strada sterrata sulla destra, seguendola in discesa fino ad un bivio, al quale prendiamo a destra. Proseguiamo, fra il bacino idroelettrico a destra ed n ampio prato a sinistra, superando una fontana e portandoci alle baite più alte, fino ad un bivio, al quale prendiamo a destra, fino alla sorgente segnalata come "Puz Feràa". Qui vediamo un sentierino che sale verso sinistra nel bosco, intercettando presso un rudere un altro sentiero, e proseguendo nella salita sul versante boscoso fino al Sas del Tìi (attenzione a non perderlo nella faggeta: riparte nella parte alta di destra, per poi volgere di nuovo a sinistra). Un ultimo ripido corridoio ci introduce al Sas del Tìi (m. 1280). Seguiamo il sentiero sul largo crinale e ben presto, ad una macchia di pini silvestri, cerchiamo sulla sinistra il pino sul cui tronco è incisa una freccia che segnala la partenza di un sentiero che prende a sinistra, taglia salendo un selvaggio versante passando per un poggio con un masso erratico a uovo di drago, un primo avvallamento, un secondo poggio, un secondo avvallament e raggiunge infine il poggio del Prato Tabiate (m. 1468).


I prati di Lotto

Da Ardenno saliamo in Val Masino, fino alla deviazione a destra per Biolo, che imbocchiamo, salendo verso il paesino. Dopo l'ultimo tornante sx, ci portiamo in vista della chiesa della B.V. Assunta di Biolo, ma prima di raggiungerla vediamo a destra la deviazione per Piazzalunga e Lotto. La imbocchiamo e saliamo su una stradina a Piazzalunga. Oltrepassato il paese, la strada taglia a sinistra, passa a fianco del bacino della Pioda e porta ad un bivio. Ignorata la strada che scende a sinistra verso la Pioda, proseguiamo salendo verso destra. Dopo una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dx-sx-dx-sx, raggiungiamo i Prati di Lotto.


La Val Masino vista dal sas del Tìi

Dopo aver parcheggiato presso la casa dei custodi del bacino idroelettrico (dove finisce la strada asfaltata, m. 960), torniamo indietro per una ventina di metri ed imbocchiamo una strada sterrata sulla destra, seguendola in discesa fino ad una curva a destra. Parte dunque dal limite alto di quei boschi che ancora conservano, chissà dove, quel poco che resta dell'ultima strega di Valtellina (ma anche altri segni misteriosi, come le impronte delle chiavi di San Pietro su un masso a monte della Pioda) la lunga traversata. Percorrendo la strada sterrata siamo ad un bivio (cappelletta), al quale prendiamo a destra, superando una fontana, passando fra il bacino idroelettrico a destra ed un ampio prato a sinistra e portandoci alle baite più alte, fino ad un bivio, al quale prendiamo a destra, fino alla sorgente segnalata come "Puz Feràa". Qui vediamo un sentierino che sale verso sinistra nel bosco, intercettando presso un rudere un altro sentiero, e proseguendo nella salita sul versante boscoso fino al Sas del Tìi (attenzione a non perderlo nella faggeta: riparte nella parte alta di destra, per poi volgere di nuovo a sinistra). Un ultimo ripido corridoio ci introduce al Sas del Tìi (m. 1280).


Apri qui una panoramica sulla media Valtellina dal sas del Tìi

La salita prosegue per un buon tratto in una zona più aperta e suggestiva. Qui la traccia del sentiero è larga, ma spesso ostruita da foglie secche. Poi si incontra una nuova fastidiosa fascia di ginestre, entro la quale il sentiero si inoltra (attenzione a non perdere la traccia, che si appoggia sul lato destro, per chi sale, del largo dosso), superandola e conducendo, dopo aver superato un ultimo ripido corridoio (la cui posizione va ben memorizzata se si torna per la medesima via di salita, perché, in caso contrario, si rischia di scendere su versanti problematici) alla sommità del dosso che sovrasta i prati di Lotto, al cosiddetto Sas del Tii ("tìi" non è il tiglio, ma il pino silvestre: se ne trova qui una macchia, scampata al devastante incendio del marzo 1998), a poco meno di 1300 metri, che propone un ottimo colpo d'occhio sulla Val Masino, a sinistra, e sulla media Valtellina, a destra.


I prati di Lotto visti dal sentiero per il sas del Tìi

Qui una traccia di sentiero percorre il crinale. Dopo circa trecento metri, attraversata una macchia di betulle che quasi si mangiano la debole traccia del sentiero, siamo ad una macchia di pini, in parte anneriti per il catastrofico incenzio menzionato. Alla nostra sinistra vediamo anche due masi che affiorano dal terreno, uno dei quali ha una curiosa forma concava, che lo rende simile ad una culla. Vicino ai massi, sul tronco un pino gemino, è incisa (non è molto visibile, per cui bisogna osservare con attenzione) una freccia che indica sinistra: da qui parte, infatti, sulla sinistra, una deviazione che percorre, con tracciato quasi pianeggiante, il fianco del monte, sul versante della Val Masino.


Panorama dal sentiero per il prato Tabiate

Lasciamo dunque la traccia che resta sul crinale e sale in direzione dell'alpe Granda, imboccando a sinistra il sentiero che taglia un versante selvaggio (da qui non si vede, ma più in basso ci sono orridi salti che precipitano sul fondo della bassa Val Masino, passando per due poggi boscosi ed attraversando altrettanti valloni. In alcuni tratti la traccia si fa più debole, ma non si perde mai (e mai si deve abbandonare). Nel primo tratto il sentiero scende leggermente, tagliando un ripido versante. Alla nostra sinistra vediamo, in basso, il paesino di Cevo e la Valle di Spluga che si apre alle sue spalle, con le cascate del torrente Cavrocco, di cui, soprattutto a tarda primavera, possiamo sentire lo scroscio. Segue un tratto pianeggiante, e qui la vegetazione si dirada, allargando l'orizzonte compaiono Bedoglio e Caspano, sulla Costiera dei Cech, la piana di Morbegno, il versante occidentale della Val Gerola e la testata della Val Lesina, chiusa a destra dal corno del monte Legnone. Più a destra vediamo buona parte della testata della Valle di Spluga, poi il serlvaggio versante della costiera Cavislone-Lobbia ed infine una delle icone della Val Masino, la cima del Cavalcorto.
Segue una breve salita, la discesa ad un modesto avvallamento e la risalita ad una sorta di porta fra roccette. Il sentiero giunge quindi ad un dosso, a monte di un poggio, sul quale si trova un segno inequivocabile: sul poggio, infatti, vediamo un masso che appare chiaramente, per la sua forma, come uovo di drago. Un'antica leggenda vole infatti che i massi erratici di questa forma, soprattutto se, come questo, posti in luoghi nei quali è difficile spiegare la loro presenza, siano in realtà uova pietrificate di drago. Un sentierino che si stacca sulla sinistra da quello principale ci permette di scendere in breve alla pianetta che lo ospita per osservarlo un po' più da vicino, ovviamente con tutto il dovuto rispetto ed evitando di proseguire oltre (c'è sempre un salto pauroso, oltre, anche se non si vede). Difficilmente ci svelerà il suo mistero. Solo la voce canterina di spensierati uccelli che dimorano sui vicini faggi e betulle risponderà alle nostre domande.


L'uovo di drago

Non ci resta, quindi, che risalire al sentiero principale e riprendere la traversata, tornando all'ombra di una bella pineta. Pineta che però ben presto ci abbandona, e siamo di nuovo all'aperto. Dobbiamo tagliare un versante ripido, e nella prima parte il sentiero è debole traccia, resa insidiosa dalle foglie di castagno (ed ancor più insidiosa dal terreno bagnato: questa traversata richiede quindi buone condizioni di terreno): una scivolata verso valle ci porterebbe infatti sul limite del ripido versante, oltre il quale la vista non giunge, ma l'immaginazione si può figurare un orrido salto. Possono sembrare notazioni eccessivamente prudenziali, ma se si compulsano le cronache delle tragedie estive ed autunnali si scopre che i boschi ne sono la cornice più frequente, ed in generale il pericolo è tanto più insidioso quanto più viene sottovalutato. Dopo una sequenza di tornantini sx-dx, il sentiero si fa più marcato. La successiva salita, dopo una doppia coppia di tornantini dx-sx, ci porta ad un secondo promontorio, oltre il quale ne scorgiamo un terzo, più alto sorretto da scure verticali pareti rocciose che ospita il nascosto maggengo del prato Tabiate.


Panorama dal sentiero per il prato Tabiate

Il sentiero dal poggio intermedio riprende la traversata rientrando in una magica faggeta. I faggi sono i più antichi signori delle montagne valtellinesi, perché solo in età romana vennero qui importati i castagni, che finirono per rubare loro la scena sui versanti di mezza montagna. Per questo i faggi hanno conservato quell'aria vagamente aristocratica, sprezzante e misteriosa che richiama le atmosfere delle saghe nordiche. Per questo non sembrano voler concedere alcuna confidenza agli umani, ed anche qui ci accompagnano solo per breve tratto. Si ripropone uno scenario analogo a quello precedente: il sentiero si fa esile traccia e sale ripido e scivoloso su un versante all'aperto. Alla nostra destra, in alto, vediamo una bella e gotica architettura di roccioni appena sotto il crinale che sale all'alpe Granda. Ecco di nuovo i faggi, ed ecco di nuovo la traccia più marcata. Varchiamo una porta costituita da due faggi ravvicinati, attraversiamo un modesto avvallamento, pieghiamo a sinistra, passando accanto ad un grande faggio, poi di nuovo a destra, salendo con ripidi tornantini (attenzione a non scivolare sul ripido versante alla nostra sinistra). C'è sentore di presenza umana. Ci sono i primi ruderi del maggengo al quale ci stiamo portando, un muretto, poche baite diroccate soffocate da una vegetazione che sembra avvolgerle nello spietato abbraccio dell'oblio.


Baita al prato Tabiate

Prendendo a destra, siamo alla porta nel muretto che ci introduce al prato Tabiate ("il prà"; da "tablatum", fienile, m. 1468), collocato su un bel poggio (ancora nel territorio del comune di Ardenno) che sovrasta il versante montuoso che precipita, con vertiginosi canaloni, sul primo tratto della Val Masino. Non vediamo subito il nucleo principale delle baite, nascoste da una ripida china: ne scorgiamo solo una, isolata, alla nostra sinistra. Poi eccolo, alla nostra destra, a ridosso del versante a monte, mentre quello a valle è delimitato da muretti a secco, oltre i quali il versante precipita con un impressionante salto di roccia. Il luogo non è però, come ci si aspetterebbe, del tutto abbandonato: i cacciatori sono qui di casa. Il senso di solitudine è attenuato anche dal panorama, che, per quanto non ampio, è comunque assai interessante. Guardando verso la Val Masino vediamo un bello scorcio della valle di Spluga, al cui centro sono ben visibili i passi gemelli di Primalpia e Talamucca. Buono è anche il colpo d'occhio (tempo permettendo) sulla bassa Valtellina e l'imbocco della Val Gerola.


Baite al prato Tabiate

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DA PRATO TABIATE A RUSCHEDO ED A CATAEGGIO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Prato Tabiate - Ruschedo - Cataeggio
1 h e 15 min.
- (640 in discesa)
EE
SINTESI. Dal Prato Tabiate ignoriamo il sentiero che sale al crinale Lotto-Granda ed imbocchiamo il sentiero che scende leggermente in una pineta. Dopo una lunga traversata, in leggera discesa, siamo ad un poggio cn una caratteristica conca. Poco prima del poggio notiamo, sulla sinistra, un albero con segmento rosso sul tronco. Scendiamo dunque verso sinistra, su sentiero non sempre chiaro, seguendo i segni sui tronchi, fino ai prati di Ruschedo di Sopra (m. 1120). Sotto le baite più basse parte un sentiero evidente che scende alternando tornantini a lunghi tratti diritti, superando diverse vallette e terminando a Cataeggio (m. 794).

Dal prato partono due sentieri: alle spalle delle baite in alto, parte un marcato sentiero che con qualche tornante guadagna rapidamente quota e si porta sul lungo crinale Lotto-Alpe Granda, congiungendosi con il sentiero che da Lotto sale all'alpe Granda. Un secondo sentiero, invece, ed è quello che ci interessa, parte dal limite del bosco a sinistra delle baite (per chi volge lo sguardo a monte) e si inoltra nella pineta, scendendo leggermente verso nord ovest, nella cornice splendida di alti ed orgogliosi abeti, che rivendicano un superiore grado di nobiltà rispetto ai pur alteri faggi.
Entriamo nel bosco e procediamo in leggera discesa per un centinaio di metri, giungendo ad un bivio: la traccia di sinistra prosegue nella discesa, mentre quella di destra prende a salire. E' qui che i due itinerari per la traversata a Cataeggio si separano: quello basso scende a Ruschedo, quello alto traversa alle baite della Taiada. Il primo, e più semplice, si articola così. Proseguiamo nella leggera discesa, verso nord-est, fino ad un modesto avvallamento, oltre il quale il sentiero procede quasi in piano, portandosi ad un ampio dosso interamente coperto dalla pineta. Il versante alla nostra sinistra sembra invitante, abbiamo l'impressione che si possa scendere a vista, diritti, verso nord-ovest, ma c'è però da notare che si può finire fra roccioni molto pericolosi, su entrambi i lati della cosiddetta valle dell'Acquafredda. Meglio, dunque, rimanere sul sentiero basso, che prosegue la sua traversata verso nord-est. Dopo un tratto in saliscendi, riprende la discesa, e passiamo a sinistra di un masso che sembra fare da “càmer”, cioè da ricovero. La traccia si fa più debole ed attraversiamo una valletta, oltre la quale il sentiero è decisamente più stretto. Più avanti la traccia si fa più chiara e proseguiamo la discesa nella cornice di una bella pineta, ma il versante alla nostra sinistra è più ripido. Poi il bosco si apre ed il sentiero attraversa un valloncello, rientrando poi in pineta e proseguendo la discesa, fino ad un dossetto, oltre il quale troviamo un secondo valloncello analogo al precedente, per poi salire di pochi metri e raggiungere una portina fra le rocce. Dopo qualche saliscendi siamo ad un terzo valloncello, oltre il quale giungiamo in vista di un marcato dosso, con un poggio caratterizzato da una piccola conca (m. 1410).


Ruschedo di sopra

Qui ci troviamo ad un bivio: proseguendo diritti, su traccia assai malcerta, ci si dirige ai prati della Taiada (ma il sentiero c'è e non c'è, e si rischia di perdersi, soprattutto quando giunge ad un vallone oltre il quale la vegetazione ne nasconde la traccia che prende decisamente a salire), mentre prendendo a sinistra si scende lungo il filo del dosso verso Ruschedo. Ma anche questa seconda traccia è assai debole, e sconsigliabile, perché resta sul filo di un dosso che ben presto si restringe con esposizione su entrami i lati. Molto meglio, dunque, optare per questa soluzione.
Torniamo dunque indietro per breve tratto dal dosso con la conca, portandoci ad una vicina pianetta con due grandi abeti ed un muretto. Scendendo verso destra prestiamo attenzione: vedremo alla nostra sinistra una striscia rossa sul tronco di un abete. Procedendo in quella direzione vediamo una traccia incerta di sentiero che prosegue in leggera discesa, facendosi più chiaro. Ci portiamo su un dosso, scendendo con qualche tornante e trovando su altri tronchi segni rossi. Il dosso si fa più ripido ed il sentiero piega a sinistra: ora è più visibile. Nella discesa procediamo sempre tendenzialmente a sinistra, ci portiamo ad un valloncello occupato da massi, lo tagliamo verso sinistra e riprendiamo a scendere, sempre verso sinistra. Il bosco è mutato: gli alteri abeti hanno lasciato il posto ai più plebei noccioli, ed il bosco va aprendosi. Nella successiva discesa teniamo sempre d'occhio i segnavia rossi (segmenti, bolli), ed in breve usciamo alla parte alta dei sospiratissimi prati di Ruschedo (reschée, per la precisione, di Ruschedo di sopra, m. 1221).


Ruschedo di sopra

Si tratta di pochissime baite, ma nella solitudine profonda dei luoghi fanno l'effetto di un ritorno alla civiltà. Sulla facciata della più bassa leggiamo la scritta, in rosso, “Ruschedo 1220 metri”. Da qui si gode anche di un bel colpo d'occhio sulla Val Masino, che raggiunge il Cavalcorto ed i pizzi del Ferro. La località in passato (non lo si direbbe affatto vedendola oggi, anche se un paio di baite sono state ristrutturate) era un maggengo di una certa importanza, citato anche in documenti dei secoli scorsi nella forma di “Ruscherio” e “Rescherio”, anche negli atti di un processo ad una strega di Val Masino, celebrato nel 1712. Ed ecco che ritorna la strega. Ma questa volta non si tratta di una strega leggendaria, bensì di una sventurata in carne ed ossa, che di nome faceva Giannina Iobizzi, figlia di Pietro, di Sant'Antonio, un paesino vicino a Cataeggio (ed anche a Ruschedo). La denunciò il suo compaesano Pietro Stellino, figlio di Giovanni, accusandola fra l'altro di avergli provocato con le sue arti malefiche un giramento di testa che per poco non lo fece cadere da una pianta e (cosa assai più grave, soprattutto a quei tempi) di aver ucciso due sue mucche facendo cadere loro addosso dal versante montuoso dei massi. Si aggiunsero molte testimonianze a carico basate sui “si dice”, ed i fraintendimenti per cui il dialettale “fantasci”, che significa “ragazzacci”, viene inteso come “fantasmi”. I maltrattamenti ed un inganno del giudice la portano a confessare di essere stata accecata dal demonio e di avere abbandonato la fede. Il processo si celebrò nella vicina Caspano, e forse fu all'origine della menzionata leggenda dei boschi di Piazzalunga come ultima dimora dell'ultima strega di Valtellina. Una triste storia, che ben si intona alla malinconia di questo maggengo, cui molto contribuisce il rimboschimento in atto da molti decenni.


Tramonto sui boschi che celano il mistero dell'ultima strega di Valtellina

Vediamo, ora, come scendere a Cataeggio con il comodo sentiero che scende a Ruschedo di Sotto ed a Cataeggio. Lo troviamo nella parte bassa di destra del maggengo (per chi guarda a valle), appena sotto le baite, ma prima procediamo in direzione opposta, a sinistra, su un sentiero che ci porta alla sorgente dell'Acquafredda. In estate non mancheremo di apprezzare la freschezza dell'acqua che essa da secoli regala. Ritemprati da quest'acqua torniamo alla baita più bassa e cominciamo a scendere sul sentiero, dapprima con qualche tornantino verso ovest (sx-dx, sx-dx, sx-dx), poi piegando a destra verso nord. Il sentiero è tranquillo, ad eccezione di un punto nel quale è esposto ad un salto sul lato sinistro. Ma in montagna niente di ciò che è tranquillo deve rassicurare. Lo imparai a mie spese nell'unico incidente serio che mi occorse (unico, per ora, e spero per sempre). Proprio su questo sentiero, ma per fortuna non nel tratto esposto. Salivo, il gelido 14 febbraio del 2007, da Cataeggio verso Ruschedo, indossando (stupidamente), un paio di dopo-sci, nella convinzione che avrei trovato a quelle quote poca neve, e comunque morbida. E così fu per un buon tratto, finché la neve cominciò ad indurirsi. In un punto del sentiero che era diventato una lastra di ghiaccio scivolai lungo il boscoso versante alla mia destra, per diverse decine di metri. Mi fermò una pianta, ma dovetti pagare dazio con la fuoriuscita di una spalla. Per fortuna riuscii a farla rientrare, ma non fu facile risalire il ripido pendio di neve gelata, tanto che temetti di dover passare la notte all'addiaccio. Per fortuna non fu così: tornato sul sentiero, ridiscesi imprecando ad ogni passo contro la mia stupidità. A distanza di tempo, ed a mo' di consolazione, non posso al riguardo che appellarmi ad un proverbio molto noto da queste parti, “'l dé del cuiùn 'l vé per tücc' (traduzione libera: per tutti viene il giorno della stupidata solenne). Ma la montagna non è il posto ideale in cui trovarsi quando questo giorno viene.


La costiera Lobbia-Cavislone dal sentiero Ruschedo-Cataeggio

Torniamo alla discesa verso Cataeggio. Il sentiero, che resta sempre nel bosco, attraversa una prima valle, prima di passare per i ruderi mimetizzati con il bosco di un secondo nucleo di baite di Ruschedo (m. 1111). Termina qui, in corrispondenza della poco pronunciata “Val dal Punt”, il territorio comunale di Ardenno e comincia quello di Val Masino. Dopo una breve serie di tornantini (sx-dx, sx-dx, sx-dx), il sentiero piega di nuovo a destra (nord) e prosegue diritto in direzione nord, superando, fra quota 1100 e 1000, altre tre vallette, la Val do Gravenasc', la Val Bragnosa e la Val Dasa. Nella successiva discesa, a quota 980 metri circa, attraversiamo la maggiore delle valli che scendono da questo versante, la Val Grande (val Grènda), chiamata così appunto per le sue dimensioni (come testimonia anche il conoide che si apre più in basso, alla nostra sinistra) e perché si origina proprio sotto la cima di Granda. Il sentiero corre poi fra muretti a secco, in una fascia di castegneti che prelude all'incontro con il paese: troviamo un cartello che annuncia la “Ca' d'Antonio”, scendiamo diritti a sinistra, poi pieghiamo a destra, ltrepassiamo il cartello “Prati alti” ed in breve siamo a Cataeggio (Cataöc', m. 794), sul suo lato orientale, cioè a destra del torrente Masino. Dopo una breve discesa, ci portiamo su un ponte sul lato opposto e siamo alla piazza del paese.


Cataeggio

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DA PRATO TABIATE ALLA TAIADA ED A CATAEGGIO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Prato Tabiate - Taiada - Cataeggio
3 h
100 (750 in discesa)
EE

SINTESI. Dal Prato Tabiate ignoriamo il sentiero che sale al crinale Lotto-Granda ed imbocchiamo il sentiero che scende leggermente in una pineta. Appena termina la discesa, dopo pochi passi in piano lo lasciamo per salire verso destra, su traccia non sempre chiara, sempre in pineta, che passa per alcuni luoghi caratteristici (piana con paleofrana, masso erratico a forma di testa di drago), raggiunge il punto più alto intorno ai 1550 metri 8sotto acuni roccioni) ed inizia una discesa (sentiero in diversi punti sporco), fino ad una pianetta, sul lato opposto della quale parte un sentiero che supera la parte alta della Val Granda e raggiunge i prati della Taiada (m. 1494). Sul lato opposto (ignoriamo il sentiero che sale a destra) troviamo un marcato sentiero che scende fino alla pista Valbiore-sasso Bisolo-Preda Rossa. Seguiamo la pista scendendo fino al ponte in località Valbiore (m. 1225); prima del ponte, sulla sinistra, imbocchiamo il sentiero che scende fino alla parte alta di Cataeggio.


Prato Tabiate

Se però vogliamo saperne di più sulla faccenda dei draghi in bassa Val Masino, ci toccherà tentare, con grande cautela e senso dell'orientamento, la traversata alta dal Prato Tabiate alle baite della Taiada, sul sentiero che peraltro un tempo era il più importante in questa zona, ma che ora è diventato molto meno visibile. Torniamo, dunque, al bivio che si trova un centinaio di metri dopo la partenza del sentiero che lascia il prato Tabiate (più precisamente, dopo il primo tratto in discesa, c'è un tratto in piano, e pochi metri dopo l'inizio di questo tratto c'è il bivio: il sentiero di sinistra scende, quello di destra procede in falsopiano). Prendiamo questa volta a destra, salendo nella splendida pecceta. Il problema dei sentieri in pecceta è che sembra che ce ne siano un po' da tutte le parti: ne stai percorrendo uno e ti sembra che a destra o sinistra se ne stacchi un altro. Per questo ci vuole molto occhio. La traversata, inoltre, alterna tratti più ripidi ad altri quasi in piano, zone più tranquille ad altre esposte ad un versante molto ripido a valle, punti in cui il sentiero è ben visibile ad altri nel quale il bosco sporco quasi lo occulta. L'importante è memorizzare bene i luoghi nel caso, presi dal dubbio, si decidesse di tornare indietro per la medesima via.


Sentiero Tabiate-Taiada

Dunque, nel primo tratto saliamo molto gradualmente, sotto di noi vediamo ancora il sentiero basso, ignoriamo un sentierino che sale deciso alla nostra destra e passiamo poco a monte di una pianetta. Poi siamo ad un dosso, ripido alla nostra sinistra, che oltrepassiamo: la traccia diventa più stretta. Poi, dopo breve salita, siamo ad una piana disseminata dei massi affioranti di una paleofrana, un luogo fra il fiabesco e l'inquietante, assolutamente unico, con una conca centrale che sembra attendere il convegno di arcane creature. Meriterebbe il nome di piana dell'arcano. Qui non è facile capire dove il sentiero riprenda la traversata: procediamo diritti, sul lato opposto rispetto a quello d'ingresso, poi scendiamo per breve tratto, e di nuovo quasi in piano diritti. Passiamo così sotto un caratteristico masso piatto che poggia su due altri massi e su alcune roccette. Il sentiero si fa più stretto e sotto di noi vediamo una pianetta. Passiamo quindi sotto una roccia bifida, che ricorda uno zoccolo, e riprendiamo a salire su traccia più marcata. Per la prima volta, sotto di noi, il bosco si apre un po' ed intravvediamo una radura.


La piana dell'arcano

Saliamo su traccia più marcata ad un poggio e troviamo una seconda pianetta di massi erratici, passando, con tratto pianeggiante, alla sua sinistra ed a destra di un grande masso erratico. Un grande masso erratico, così ad un primo frettoloso sguardo. Ma poi, se ci soffermiamo ad osservare, ci troviamo di fronte ad un nuovo arcano. E' chiaramene una testa di drago, e più la osserviamo, più ci sembra tale. Una testa pietrificata di drago. Se due indizi fanno una prova, questa zona in tempi remotissimi era battuta da draghi. Di questo, per un mistero che nessuno svelerà mai, è rimasta solo la testa. Non lasciamo troppo distrarre nel tentativo di sciogliere i fili del mistero: il sentiero scarta bruscamente a destra e propone uno strappo, poi sale più gradualmente, si restringe e scender per breve tratto. Dopo la breve discesa passiamo per una sorta di corridoio. Il sentiero torna ben visibile e prosegue in leggera salita. La breve salita termina ad un dosso, molto ripido a valle, e lo tagliamo con andamento quasi pianeggiante, per poi superare una fascia di massi. Incontriamo poi una betulla con una freccia rossa, passiamo per un tratto che propone alla nostra sinistra un versante molto ripido, a destra invece un versante quasi invitante e camminiamo in una splendida e luminosa pecceta.


Testa pietrificata di drago

Poco oltre, un altro luogo caratteristico: alla nostra destra una conca, sul lato sinistro, poco più in basso, una pianetta. Ad un tratto in leggera discesa ne segue uno in leggera salita. La traccia si fa più stretta e procediamo su un versante ripido sia a valle che a monte. Dopo un breve strappo il sentiero sale meno ripido e porta ad una piccola piana, con alcuni sassi a monte, uno dei quali sembra invitare a sedersi. Noi invece proseguiamo, passando per il punto più critico: il sentiero si fa molto stretto ed è esposto ad un ripido versante. Giungiamo così al punto più alto della traversata, a quota 1550 metri circa, in corrispondenza di formazioni rocciose disseminate di alberi alpinisti, che vediamo davanti a noi, più in alto. Di qui il sentiero comincia a scendere. Dopo pochi metri ignoriamo una traccia che sale verso destra, e continuiamo a scendere su un versante più tranquillo. Purtroppo un po' più in basse ci sono molti tronchi di piante cadute che rendono difficoltosa la discesa. Con un po' di fatica proseguiamo diritti (non cediamo alla tentazione di scendere sulla sinistra) e passiamo sotto una nuova formazione di roccette. Più in basso ci sono anche molti massi che sembrano dettare la discesa. La straccia diventa poi più stretta e dobbiamo stare attenti a non scendere verso sinistra. Cominciamo a trovare dei muretti a secco, e li seguiamo, nonostante tronchi d'albero rendano sempre difficile il cammino e vadano talora bypassati a valle.


Panorama dalla Taiada

Poco più in basso si vede chiaramente che la sede del sentiero è stata lastricata: nonostante le fastidiose fronde degli abeti, procediamo ora sicuri. Superato un saltino nella roccia, saliamo di un passo e ci affacciamo ad una zona più aperta: la discesa è ora meno difficoltosa. La discesa termina ad una bella pianetta, “la Piazza” (alla quale sale anche il ramo del sentiero più basso, che abbiamo lasciato per scendere a Ruschedo). Ora i problemi sono finiti, perché sul limite opposto della pianetta troviamo il ben visibile sentiero che prende verso nord-est (attenzione, però, qui a non scendere, ma a salire), supera curvando a destra un dosso ed attraversa una valletta, uscendo infine dal bosco in vista del solco della parte alta della già citata Val Grande. La traccia è molto stretta ed esposta a sinistra: può costituire un problema se ha piovuto di recente.


Apri qui una panoramica dai prati della Taiada

Qui aggiungiamo un'ultima nota di colore al quadro delle suggestioni di cui questi luoghi sono densi. In passato la zona doveva avere un volto decisamente più vivo: vi si conducevano le mucche al pascolo e si raccontano in proposito molti aneddoti, come quello del vitello rotante. Non si tratta di un personaggio dei cartoni animati, ma di un vitello che, dopo essersi abbeverato alla Val Grande, venne investito da un tronco sfuggito ad un boscaiolo che tagliava abeti molto più in alto, sul limite dell'alpe Granda. Il troncò non ferì l'animale, ma lo fece ruzzolare giù per il ripido pendio della valle. Se la vide male la pastorella che avrebbe dovuto rispondere della sua vita, perché non c'erano scuse, al riguardo: ogni pastore rispondeva dell'incolumità degli animali che gli erano affidati, senza “se” e senza “ma”. Tuttavia, racconta la pastorella ormai diventata nonna, il vitello si raccolse a palla e rotolò giù fino al limite di una macchia di malòs (ontani), che ne frenò gradualmente la corsa. La madre della pastorella gridava, e lei la guardava con sguardo disarmato. Poi scesero entrambe a vedere che fine avesse fatto. Era lì, immobile, seminascosto fra gli ontani. Ma ancora vivo e quasi incolume.
Bella storia, come belli sono i prati di del maggengo panoramico della Taiada, a 1494 metri di quota, che raggiungiamo in breve seguendo l sentiero sul lato opposto della Val Granda. Un tempo era un vero e proprio crocevia, ed ancora oggi da esso partono due sentieri importanti, quello che dal limite alto dei prati entra nella pecceta e sale verso sud-est, fino all'alpe di Granda, raggiungendola non lontano dal rifugio Alpe Granda, e quello che sul lato opposto rispetto a quello dal quale siamo giunti scende in direzione nord-nord-est, fino a Valbiore, in bassa Valle di Preda Rossa (lo sfrutteremo per il ritorno). Intanto godiamoci l'ottimo panorama sulla media Val Masino, con al centro l'ampia piana di San Martino.
Dalle baite, poste sul limite basso dei prati, procediamo quindi diritti (o verso sinistra, se volgiamo lo sguardo a monte), fino a trovare la partenza del marcato sentiero per Valbiore, che scende diritto in una splendida pecceta fino ad intercettare la nuova carozzabile per Sasso Bisolo e Preda Rossa.
Scesi alla strada, scendiamo verso sinistra e, un tornante dx, ci portiamo al ponte sul torrente di Preda Rossa. Invece di proseguire sulla strada, scegliamo una via più rapida per raggiungere Cataeggio: prima del ponte, sul lato sinistro della strada, vediamo un sentiero che scende lungo il versante sinistro della valle. Si tratta del Sentiero Italia (che in realtà stiamo già percorrendo nella discesa da Taiada), che porta alla parte alta di Cataeggio.

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ANELLO LOTTO-TABIATE-TAIADA-CATAEGGIO-RUSCHEDO-TABIATE-LOTTO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Lotto- Sas del Tìi - Prato Tabiate - Taiada - Cataeggio - Ruschedo - Prato Tabiate - Lotto
8 h
1250
EE

Ovviamente i due itinerari si possono combinare ad anello, ma è da mettere in conto una giornata intera di cammino dai prati di Lotto a Cataeggio e ritorno (anche se il dislivello complessivo in altezza non è proibitivo: si tratta approssimativamente di 1250 metri, mentre il tempo necessario, con ben maggiore approssimazione, si può calcolare in 8 ore). In tal caso conviene scegliere la traversata alta all'andata, quella bassa al ritorno, avendo l'accortezza, a Ruschedo, di salire in diagonale verso sinistra seguendo attentamente i segni sugli alberi, fino al sentiero che poi poi, preso verso destra, porta a prato Tabiate. Anche il sentiero che da Porta al Sas del Tìi va cercata con attenzione la partenza: poi non lo si perde più. Infine: la discesa dal Sas del Tìi richiede a sua volta attenzione, perché c'è il rischio di portarsi troppo a destra: il sentiero che scende ai Prati di Lotto parte da un ripido corridoio che sta sul lato sinistro del versante. E così, streghe e draghi permettendo, usciremo incolumi da questa piccola avventura, avendo avuto l'accortezza di portare con noi tutta la prudenza di cui siamo capaci (ed evitando, in caso di disorientamento, di perdere quota sul versante Ruschedo-Sas del Tìi, perché più in basso ci attendono inesorabili orridi precipizi).

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