Apri qui una foto-mappa della Val Cameraccio e della Val di Mello viste dalla bocchetta Roma

ANELLO VAL CAMERACCIO-VAL TORRONE

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Parcheggio Val di Mello-Casera di Pioda-Alpe Cameraccio-Passo Cameraccio-Val Torrone-Parcheggio Val di Mello
10 h
1900 m.
EE

SINTESI. [Aggiornamento 2016: lo stato del sentiero, soprattutto nella zona della Casera Torrone, peggiora di anno in anno, per cui è sconsigliabile la discesa. Questo anello è dunque al momento sconsigliabile; è comunque possibile salire in Val Cameraccio puntando al rifugio Casera di Pioda, alla vicina cascata della Chiusa, al bivacco Kima o all'incrocio con il sentiero Roma]. Saliamo lungo la provinciale di Val Masino, oltrepassando Cataeggio e parcheggiando a San Martino. Sfruttando il bus-navetta (estate) ci portiamo al parcheggio di Val di Mello e percorriamo il tratturo che si addentra nella valle, passando per Ca' di Carna e Cascina Piana, oltre la quale proseguiamo sulla sinistra ed ignoriamo, a sinistra, la deviazione del sentiero che sale in valle di Zocca. Attraversato su un ponte il torrente di val di Zocca e la località di Rasica, proseguiamo salendo ed ignorando, sulla sinistra, la deviazione per la val Torrone. Troviamo, poco oltre, il ponticello sul torrentello che scende dalla val Torrone, e proseguiamo salendo in una fitta pineta, uscendo di nuovo all'aperto, a quota 1559, presso le baite della Casera di Pioda, dove dal 2014 è stato aperto il rifugio Casera di Pioda. Appena superato il rifugio e la vicina baita, in direzione del centro della valle, pieghiamo subito a sinistra (nord), seguendo una debole traccia che sale diritta lungo il prato, fino alla pecceta che si stende ai piedi dei contrafforti della Torre meridionale del Cameraccio. Entrati nella pecceta, saliamo ancora verso nord, con serrati e ripidi tornantini, fino a quota 1650. Qui il sentiero piega a destra e sale, con pendenza meno accentuata, sempre nella pecceta, verso est-nord-est. A quota 1700 metri pieghiamo a destra e traversiamo in piano, passando presso il ciglio di un salto roccioso e raggiungendo un rudere. Qui il sentiero piega a sinistra e sale gradualmente verso est, uscendo dalla pecceta ai prati che ospitano la solitaria e ristrutturata baita di quota 1837. La salita procede ora interamente in terreno aperto, fra pascoli, macereti e radi larici ed abeti. Alle spalle della baita si erge l’ormai familiare Torre meridionale del Cameraccio. Passiamo a destra della baita, superiamo un ometto e ci portiamo salendo ai resti di un cancelletto in legno, oltrepassato il quale pieghiamo leggermente a sinistra e saliamo più decisi seguendo il filo di un costone, in direzione nord. Alla nostra sinistra sparuti abeti ed arbusti. Saliamo per un buon tratto puntando alla massiccia e verticale parete della Punta meridionale del Cameraccio. Passiamo accanto ad un grande masso con uno sbiadito segnavia rosso-bianco-rosso e, piegando a destra, ci portiamo al centro al più settentrionale dei valloni che confluiscono nel bacino della Val di Mello, attraversandone, su una placca in piano, il torrentello. Alla nostra sinistra, sulla costiera del Torrone-Cameraccio, si nota un curioso picco, che appare come un dito puntato al cielo. Procediamo ora con pendenza meno ripida, verso il centro della valle (sud-est), tagliando una riposante fascia di prati e passando a lato di un curioso masso arrotondato, che ha la forma di un porta-anelli. La salita ci porta ad un terrazzo erboso e su una placca vediamo un segnavia sbiadito con a sinistra una freccia e la scritta R. Ponti h. 3. Riprendiamo la salita su traccia di sentiero fra l’erba e ci portiamo ad un secondo vallone, dove, sempre su placche in piano, attraversiamo di nuovo da sinistra a destra un torrentello. Sul lato opposto tagliamo il fianco del vallone e raggiungiamo un largo costone erboso. Questo è un punto da memorizzare bene, se ridiscendiamo per la medesima via di salita, perché dobbiamo ricordare di non proseguire sul costone erboso, ma piegare a destra. Qui il sentiero è abbastanza marcato, e passiamo a sinistra di un ometto, raggiungendo un mucchio di sassi, quanto resta del baitello quotato 2197 metri. La salita prosegue ora a vista, fra le facili balze dell’amplissimo circo della valle, puntando alla sua testata. Al termine della salita, fra quota 2600 e quota 2700, intercettiamo il sentiero Roma, che scende dal passo di val Cameraccio. Il sentiero è individuabile per i numerosi segnavia rosso-bianco-rossi che ne costellano il percorso (in qualche tratto troviamo anche le più vecchie croci color amaranto). Seguendo il sentiero verso destra si traversa al bivacco Kima, mentre andando a sinistra saliamo al passo del Cameraccio (m. 2950), largo corridoio oltre il quale troviamo un nevaio ed una sella morenica. restiamo sul lato destro del passo, a ridosso del versante roccioso e scendiamo lungo un sistema di placche aiutati da corde fisse. Raggiunto il nevaio alla base del passo, lo tagliamo in diagonale verso sinistra e ci affacciamo all'alta Val Torrone, scendendo su una traccia zigzagante che segue un cordone morenico. Una ripida discesa ci porta a passare a destra del bivacco Manzi-Pirotta; proseguendo verso destra, raggiungiamo il centro della valle, proprio ai piedi della sua bellissima testata. Per tornare in Val di Mello dobbiamo procedere per un buon tratto verso il passo di Val Torrone, sempre seguendo il sentiero Roma, fino a trovare, non lontani dall'imbocco del passo, sulla sinistra, i segnavia, che segnalano la labile traccia che, staccandosi dal Sentiero Roma, scende, tendendo leggermente a destra e superando un torrentello, fino alla Casera Torrone (m. 1996). Senza perdere i segnavia (evitiamo assolutamente di sendere a vista), passiamo per una fastidiosa fascia di ontani e ci affacciamo al la strettoia della media valle, ai piedi dell'impressionante parete della Meridiana, che ci sovrasta sul lato destro. Scendiamo diretti, fino ad un cancelletto e ad una placca che superiamo con l'aiuto di corde fisse. Il sentiero prosegue spedito nella discesa, in un bosco, a destra del torrente di Val Torrone, fino ad intercettare la mulattiera che da Rasica sale all'alpe di Pioda. Seguendola verso destra torniamo a Rasica e percorriamo la mulattiera di Val di Mello, tornando al parcheggio presso il Gatto Rosso.


Apri qui una fotomappa del percorso di accesso dalla Val di Mello alla Val Cameraccio

In fondo alla Val di Mello, unica, per bellezza fra le valli delle Alpi Retiche, non troviamo più gli scenari bucolici, raccolti ed un po' pigri del lungo e dolce fondovalle, ma uno sterminato e solitario anfiteatro, che si impenna fino a raggiungere la testata della valle, la Val Cameraccio (val camaràsc). Per essere precisi, la Val Cameraccio è solo la parte sinistra (nord-ovest) di questo ampio circo glaciale, mentre quella destra è denominata Pioda ("piöda"); in mezzo, la "val casìn".


Verso la Val Cameraccio

Per raggiungerla, si deve percorrere l’intera Val di Mello, partendo dal parcheggio (vi si giunge in estate utilizzando un bus-navetta che parte dal grande parcheggio all'ingresso di S. Martino): superata la località di Cascina Piana (casìna ciàna), incontriamo la deviazione, a sinistra, per la valle di Zocca, la ignoriamo.
Ad un certo punto dobbiamo deviare a sinistra ed effettuare una breve salita, fino ad un ponte, che scavalca il torrente della Val di Zocca, che scende impetuoso e spumeggiante (“èl fiöm da zòca”). Una successiva breve discesa ci introduce, 100 metri più avanti circa, all’ampia radura che ospita l’ultimo e più bel gruppo di baite della valle, in località Ràsega (o Ràsica, “rèsga”), a 1148 metri. Il nome è legato all’esistenza, in passato, di una segheria, a monte delle attuali baite, che fu attiva fino alla fine dell’Ottocento. Non possiamo non notare, sul limite settentrionale delle baite, l'enorme blocco di granito spiovente denominato "sàs di èsen", sotto il quale è stato ricavato un ricovero per gli asini. Ci sta, ormai, di fronte la fitta pineta che chiude la valle. Qui troviamo il rifugio Ràsega, ultimo punto di ristoro in questo percorso di traversata del fondovalle.


La piana di Rasica

Seguendo un cartello in legno che segnala l’accesso alla Val Torrone, all’Alpe Pioda, al Sentiero Roma, al bivacco Kima ed al bivacco Odello Grandori, percorriamo il sentiero che procede tra le baite, passando a destra dell’ultima, la Baita del Giuàn, ed a sinistra di un prato nel quale in autunno pascolano le mucche. Guardando verso il fondo della valle, vediamo a sinistra un pronunciato sperone roccioso, che costituisce il limite della costiera che separa la Val Torrone, di cui intravvediamo un breve scorcio, dalla Val Cameraccio. Si tratta della Punta meridionale del Cameraccio (m. 2741), che domina il paesaggio sul lato sinistro di chi sale nella valle.


Torrente di Val di Mello

La Val Cameraccio mostra un più ampio scenario, dominato visivamente da due cime tanto vicine quanto differenti. Più imponente ed elegante, a sinistra, il monte Pioda, cima piuttosto trascurata forse per lo scarso interesse alpinistico, ma pur sempre, con i suoi 3431 metri, la più alta del maestoso gruppo del granito del Masino e della val Cameraccio. Il monte Pioda è anche un confine, perché alla sua destra vediamo una cima gemella, dalle tonalità cromatiche differenti, non più il grigio del serizzo, ma il colore rossastro del serpentino. Si tratta del ben più famoso monte Disgrazia (m. 3678), il picco glorioso dei primi salitori inglesi. Sembra anch’esso posto sulla testata della Val Cameraccio, ma in realtà si eleva in cima alla vicina Valle di Preda Rossa. Inoltre le cime gemelle sono tali sono in apparenza, perché la prima è quasi solo satellite, per quanto massiccio, della seconda. La consuetudine alpinitica, infine, ha chiamato Val Cameraccio tutto l’amplissimo anfiteatro glaciale nel quale termina ad est il solco della Val di Mello, ai piedi della costiera che la separa dalla Val Sissone, in alta Valmalenco. Ma l’uso locale l’ha divisa in due alpeggi, quello settentrionale (alla nostra sinistra), del Camarasc’, che poi ha dato il nome all’intera valle, e quello meridionale, a destra, della Piöda, che dà il nome alla menzionata cima omonima. 40 erano i capi caricati in passato alla piöda, 60 al camaràsc’. Al centro, il solco poco pronunciato della Val Casìn.


Cascata di quota 1260

Il sentierino, delimitato da bassi muretti a secco, raggiunge subito una pecceta, nella quale procede inizialmente in piano. Passiamo accanto ad un grande masso erratico e ad un bivio andiamo a sinistra. Poco più avanti siamo ad un nuovo bivio, ed anche qui andiamo a sinistra, seguendo la larga mulattiera che inizia a salire, non quella che procede in piano. Inizia una salita che propone diversi tratti assai ripidi, ed è in generale piuttosto faticosa per la natura irregolare del terreno. La pecceta (peghèra), infatti, è cresciuta su una paleofrana, e la mulattiera serpeggia fra massi di tutte le dimensioni, per cui quasi ogni passo deve essere studiato. I segnavia, rossi e bianco-rossi, non sono abbondanti, ma, pur dovendo prestare attenzione a qualche falsa traccia che si stacca da quella principale, non è difficile seguire quest’ultima. A quota 1200 metri circa siamo ad un terzo bivio, ed anche qui prendiamo a sinistra, lasciando il sentiero di destra che corre a lato del torrente. Qui troviamo anche una palina senza cartello.


Rifugio Casera di Pioda, monte Pioda e monte Disgrazia

Dopo un breve tratto scalinato, passiamo a lato di un càmer, cioè di un roccione sotto il quale si può ricavare un rudimentale ricovero. Il nome della valle prende il nome da massi di questo genere, un tempo utilizzati dai pastori in caso di necessità. Dopo diversi tornanti, vediamo due grandi scritte su altrettanti massi. Mentre a destra su un masso leggiamo “Pioda”, ad indicare che il sentiero principale sale in questa valle, su un masso a sinistra leggiamo la scritta “Torrone”, ad indicare che un sentiero meno marcato, che si stacca appunto sulla sinistra, sale in questa seconda valle. Andiamo diritti restando sul sentiero principale e dopo pochi metri usciamo dal bosco al ponte (punt del turùn, m. 1298) che scavalca il torrente di Val Torrone (fiöm do turùn). Levando gli occhi verso sinistra, vediamo un picco dalla parete incredibilmente verticale: si tratta della parete della Meridiana, una delle tante espressioni delle ardite geometrie della Val di Mello, sul fianco della Val Torrone.
Possiamo però qui anche scegliere un interessantissimo fuori-programma. Poco prima dell'indicazione "Pioda" possiamo cercare, sul lato destro della mulattiera, un sentierino che scende verso il torrente di Val di Mello, e ci porta presso una bellissima cascata, a quota 1260 metri circa, che scende con particolare violenza lungo una placca, nella cornice di fitte abetaie e grandi placche.


La Casera di Pioda prima della ristrutturazione

Risaliti alla mulattiera ed oltrepassato il ponte, riprendiamo a salire nella pecceta, fra splendidi abeti, ed un cartello dell’ERSAF, a quota 1360 metri circa, ci informa che siamo nella Foresta di Val Masino. Dopo un nuovo tratto scalinato scendiamo per un brevissimo tratto superando un modesto corso d’acqua che scende dalla nostra sinistra. Un grande fungo in legno ci consegna l’illusione di essere ottimi fungiàt e poco più avanti troviamo la segnalazione di una deviazione sulla destra. Lasciamo per poco la mulattiera e percorriamo un sentierino che in breve ci porta sul fianco di un roccione che sovrasta la Val di Mello. Siamo al Belvedere, con un pannello che ci permette di riconoscere i nuclei della Val di Mello, che vediamo in basso, e le cime della Valle della Mardarola e della Val Ligoncio, che chiudono ad ovest l’orizzonte.


La Torre meridionale del Cameraccio ed i Tri Prèvet

Tornati sulla mulattiera, saliamo ancora per un quarto d’ora, prima di uscire all’aperto sul limite dei prati della Casera di Pioda (casèra da Piöda). Vediamo subito il nuovo edificio, il rifugio Casera di Pioda, ottenuto nel 2014 dalla ristrutturazione dell’antica casera. Alte, alle sue spalle, appena a destra, le cime gemelle del monte Pioda e del monte Disgrazia. La struttura funge da Centro per l'Alpinismo Sostenibile e punto informativo della Riserva Naturale Val di Mello. È aperta come rifugio nel periodo estivo ed offre servizio di pernottamento e ristorazione previa associazione al Centro per l'Alpinismo Sostenibile, effettuabile versando la quota di 10 Euro. Per maggiori informazioni ci si può rivolgere alla sede Ersaf di Morbegno (email: morbegno@ersaf.lombardia.it; telefono: 0342 605580). Accanto alla bandiera della Regione Lombardia sventola anche quella azzurra di Mountain Wilderness International, a riconoscimento della particolare valenza naturalistica di questi luoghi, che si raccomandano a quanti ancora amano una montagna a basso impatto di attività antropiche.


Rifugio Casera di Pioda e Tri Prèvet

Avvicinandoci all’edificio scopriamo che in alto, a sinistra, campeggia una torre ardita, affiancata da due satelliti minori. Si tratta della già menzionata Torre meridionale del Cameraccio (m. 2743). E’ probabile che le tre cime corrispondano a quelle note localmente come “Tri prèvet”, cioè “tre preti”. A giustificare questo curioso nome è la forma vagamente antropomorfa dei picchi. Il riferimento ai preti è poi presti spiegato: gli alpeggi della Val Cameraccio erano di proprietà delle parrocchie di Cino, Mello e Cercino. L’estensione maggiore dei pascoli della parrocchia di Mello giustifica l’identificazione della cima maggiore, la Torre meridionale del Cameraccio, con il parroco di Mello. È però anche possibile che i Tri Prèvet corrispodano alle tre principali elevazioni della costiera Torrone-Cameraccio, quindi alla Torre meridionale del Cameraccio, alla Torre di Re Alberto (m. 2832) ed alla Punta Cameraccio (m. 3024), poste più a nord. Questi nomi parlano della storia della Val di Mello, che deve il suo nome alla colonizzazione di pastori che vennero fin qui da Mello, importante nucleo della Costiera dei Cech.


La Val Casìn

La suggestione del luogo non termina qui: a sinistra dei Tri Prèvet fa capolino, oltre le cime degli abeti, la puntuta cima della citata Parete della Meridiana, sul lato opposto della Val Torrone rispetto alle lisce placche, vera icona della Val di Mello, chiamate Placche dell'Oasi. Il versante sotto i Tri Prèvet si trova invece la fascia della Cascia Bèla (in passato, evidentemente, luogo prediletto dai cacciatori). Lontane, ad ovest, oltre le cime degli abeti, verso la Val di Mello, le cime della testata della Val Merdarola e della Val Ligoncio, con il pizzo Ligoncio sul limite di destra. Sul lato opposto, a destra della diade Pioda-Disgrazia, infine, il gioco della prospettiva sembra proporci una progressione ascendente di cime poco pronunciate (pizzo della Remoluzza, m. 2814, cima d’Averta, m. 2824, pizzo Vicima, m. 2853), sulla costiera Remoluzza-Arcanzo, che separa la Val Cameraccio dalla Valle di Preda Rossa.
Ad est del rifugio (verso il fondo della valle) si apre un ampio ripiano disseminati di alcuni grandi massi erratici. Se scendiamo dal rifugio verso destra, al torrente di Val Cameraccio, ci portiamo sulla riva di una splendida pozza, che sembra istigare a spiaggiamenti sullo stile marino.


Cascata minore e Torre meridionale del Cameraccio

Se vogliamo prolungare brevemente l’escursione, possiamo invece dal rifugio e dalla vicina baita gemella addentrarci in piano verso l’ultimo gradino di soglia che separa il ripiano dall’alta Val Cameraccio. Procedendo in leggera salita ci portiamo subito ad un bivio appena prima di un roccione, sul quale una grande scritta segnala il sentiero per la Val Cassin a destra. Si tratta in realtà della Val Casìn (ma il raddoppio della “s” forse un involontario omaggio ad uno dei più grandi alpinisti che scrissero pagine di storia in particolare sul pizzo Badile), il bacino che raccoglie le acque del Cameraccio e della Piöda. Ignoriamo il più marcato sentiero che sale a sinistra nella pecceta e procediamo sulla traccia che attraversa i prati, verso est, segnalato da qualche segnavia bianco-rosso.


Cascata minore e Torre meridionale del Cameraccio

Ci muoviamo poi fra grandi massi e radi abeti, passando a destra di un nuovo càmer e di una grande placca. Con un po’ di fatica puntiamo ai salti rocciosi che sbarrano l’accesso all’alta valle, fra insoliti (per la Val Masino) pini mughi, abeti e larici. A sinistra, oltre la linea delle cime degli abeti, la Torre meridionale del Cameraccio, o Prèvet da Mèl, che dir si voglia, occhieggia con sguardo inquietante e severo. Superato un ruscelletto, passiamo accanto ad un abete solitario e poi ad un larice, poco prima del quale un ometto segnala il punto nel quale si può scendere a guadare più agevolmente il torrente di Val di Mello (ma è ben difficile pensare che non ci si possa bagnare). Il guado può servire a raggiungere più agevolmente, seguendolo sul lato opposto, la cascata maggiore, al centro della valle, chiamata Cascata della Chiusa perché qui la valle sembra chiudersi ai piedi di un grande sistema di placche. Il pianone della Val Casìn appare come un caotico conglomerato di radi larici ed abeti, bassa vegetazione massi: si capisce che qui le slavine la fanno da padrone, e vien da pensare che Casìn significhi casino, anche se, ovviamente, l’etimo è differente.


La cascata della Chiusa

Se invece restiamo a sinistra del torrente e seguiamo la traccia di sentiero, ci portiamo a due cascate minori. La prima scende da una placca con un elegante triplo salto. Alta, sopra la cascata, la Torre meridionale del Cameraccio non smette di sorvegliare i nostri passi con il suo sguardo di pietra. Poco più avanti il sentierino ci porta a destra di una cascata che scivola lungo una placca molto inclinata. Il sentierino, poi, si inerpica su uno sperone di pini mughi, con un breve tratto esposto, e prosegue verso la Cascata della Chiusa, rimanendo però alla sua sinistra e salendo, ripido, con tratti protetti da muretti a secco, al circo dell’alta valle. Si inerpica sul versante compreso fra i due torrenti principali della valle, di Cameraccio e di Pioda, fino all’alpe Cameraccio (m. 2233), ma il suo stato, in una zona battuta da slavine, è tutto da verificare ed ostacolata dalla selvaggia crescita di ontani.

Torniamo quindi sui nostri passi e riportiamoci sul sentiero principale, al rifugio Casera di Pioda.
La salita dal rifugio Casera di Pioda all’alta Val Cameraccio va effettuata con una certa attenzione, perché il sentiero non è sempre evidente, i segnavia sono rari e sbiaditi e gli ometti sono più numerosi, ma da seguire con attenzione. Roccioni, salti e placche rendono improponibili, infatti, i fuori-sentiero.
Al rifugio non ci sono, al momento (2018), cartelli. Appena superato il rifugio e la vicina baita, in direzione del centro della valle, pieghiamo subito a sinistra (nord), seguendo una debole traccia che sale diritta lungo il prato, fino alla pecceta che si stende ai piedi dei contrafforti della Torre meridionale del Cameraccio. Entrati nella pecceta, saliamo ancora verso nord, con serrati e ripidi tornantini, fino a quota 1650. Qui il sentiero piega a destra e sale, con pendenza meno accentuata, sempre nella pecceta, verso est-nord-est. A quota 1700 metri pieghiamo a destra e traversiamo in piano, passando presso il ciglio di un salto roccioso e raggiungendo un rudere. Qui il sentiero piega a sinistra e sale gradualmente verso est, uscendo dalla pecceta ai prati che ospitano la solitaria e ristrutturata baita di quota 1837.


Baita di quota 1837 e Torre meridionale del Cameraccio

La salita procede ora interamente in terreno aperto, fra pascoli, macereti e radi larici ed abeti. Alle spalle della baita si erge l’ormai familiare Torre meridionale del Cameraccio. Passiamo a destra della baita, superiamo un ometto e ci portiamo salendo ai resti di un cancelletto in legno, oltrepassato il quale pieghiamo leggermente a sinistra e saliamo più decisi seguendo il filo di un costone, in direzione nord. Alla nostra sinistra sparuti abeti ed arbusti. Saliamo per un buon tratto puntando alla massiccia e verticale parete della Punta meridionale del Cameraccio, mentre alla nostra destra, oltre il ciglio di un vallone, vediamo la sezione meridionale dell’alta Val Cameraccio, che propone la cima di Pioda, dietro la quale occhieggia il monte Disgrazia, seguita, a destra, dalla lunga costiera Remoluzza-Arcanzo. Passiamo accanto ad un grande masso con uno sbiadito segnavia rosso-bianco-rosso e, piegando a destra, ci portiamo al centro al più settentrionale dei valloni che confluiscono nel bacino della Val di Mello, attraversandone, su una placca in piano, il torrentello. Alla nostra sinistra, sulla costiera del Torrone-Cameraccio, si nota un curioso picco, che appare come un dito puntato al cielo.


Apri qui una fotomappa della traversata al secondo torrentello e della salita verso il Sentiero Roma ed il bivacco Kima

Procediamo ora con pendenza meno ripida, verso il centro della valle (sud-est), tagliando una riposante fascia di prati e passando a lato di un curioso masso arrotondato, che ha la forma di un porta-anelli. Davanti a noi campeggia ora la diade Pioda-Disgrazia, affiancata dalla lunga costiera Remoluzza-Arcanzo. La salita ci porta ad un terrazzo erboso e su una placca vediamo un segnavia sbiadito con a sinistra una freccia e la scritta R. Ponti h. 3. Traversando in diagonale la Val Cameraccio verso sud-est, infatti, ci si può portare ai piedi della Bocchetta Roma, salire al valico e scendere per l’alta Valle di Preda Rossa al rifugio Ponti. Noi invece saliamo più a sinistra, lungo la direttrice nord-est. Riprendiamo la salita su traccia di sentiero fra l’erba e ci portiamo ad un secondo vallone, dove, sempre su placche in piano, attraversiamo di nuovo da sinistra a destra un torrentello, il fiöm da zocùn o dò camaràsc'.


Apri qui una fotomappa della salita in Val Cameraccio

Sul lato opposto tagliamo il fianco del vallone e raggiungiamo un largo costone erboso. Siamo all'alpe Cameraccio, che in passato, proprietà del comune di Cino, caricava 60 capi di bestiame. Questo è un punto da memorizzare bene, se ridiscendiamo per la medesima via di salita, perché dobbiamo ricordare di non proseguire sul costone erboso, ma piegare a destra. Qui il sentiero è abbastanza marcato, e passiamo a sinistra di un ometto, raggiungendo un mucchio di sassi, quanto resta del baitello quotato 2197 metri. Alle sue spalle ed a sinistra della coppia Pioda-Disgrazia vediamo ora la cima meridionale di Caspoggio.


Traversando il secondo torrentello, verso il centro della valle

Il sentiero ci lascia qui e proseguiamo salendo in diagonale fra pascoli e pietraie. Si apre ora una più ampia porzione della testata della Val Cameraccio, con la cima centrale e la cima settentrionale di Chiareggio (punta Baroni). Più a sinistra ecco apparire il monte Sissone (m. 3331) e, sull’angolo di sinistra della testata, l’elegante punta di lancia del pizzo Torrone orientale (m. 3333).


Salendo verso il Sentiero Roma

La salita prosegue ora a vista, fra le facili balze dell’amplissimo circo della valle. Saliamo quindi verso est, indicativamente in direzione del monte Sissone (l’ultima elevazione sulla costiera a destra dal pizzo Torrone), fino a raggiungere, intorno ai 2650 m. di quota circa, i segnavia del Sentiero Roma, che scende dal passo del Cameraccio (l'intaglio a sinistra del pizzo Torrone orientale), per poi seguirlo verso destra (sud), nella traversata che, con qualche saliscendi, porta al bivio per il passo di Mello (che ignoriamo) e, poco oltre, al bivacco Kima (m. 2750).


Salendo verso il Sentiero Roma

Il sentiero è individuabile, più che per la traccia (che solo in alcuni tratti si vede), per i numerosi segnavia rosso-bianco-rossi che ne costellano il percorso (in qualche tratto troviamo anche le più vecchie croci color amaranto).


Il monte Pioda

Diamo, ora, un’occhiata alle costiere che delimitano la valle. Ad ovest la costiera Torrone-Cameraccio propone, da sud (sinistra), la punta meridionale del Cameraccio (m. 2743), la Torre di Re Alberto (m. 2832), la Torre Sud di Cameraccio (m. 2898), la Torre centrale di Cameraccio (m. 2889), la Torre nord di Cameraccio (m. 2950) e, a ridosso (appena a sud) del passo di Cameraccio (m. 2950), la punta di Cameraccio (m. 3026). Una curiosità che riguarda la triade delle cime punta meridionale di Cameraccio-Torre di re Alberto-punta di Cameraccio (ma potrebbe riferirsi anche alla tre torri di Cameraccio, meridionale, centrale e settentrionale): vengono indicate, con espressione dialettale, come i “tri prèvet”, cioè i “tre preti”, con riferimento ai parroci di Cino (“scìn”), Mello (“mèl”) e Cercino (“scerscìn”), perché questi tre comuni possedevano buona parte degli alpeggi della zona. In particolare, il comune di Cercino possedeva l'alpe Cameraccio (munt dò camaràsc), nella parte alta del circo glaciale, poi venduta, nel 1970, all'Azienda Regionale delle Foreste. Delle tre cime, quella del prèvet de mèl è la più alta, a simboleggiare la maggiore estensione dei possessi di Mello nella valle omonima; non sfigurano, però, a suoi lati, il prèvet de scerscìn (a nord-est) ed il prèvet de scìn (a sud-ovest).
Proseguendo verso destra, osserviamo la testata della valle: dal pizzo Torrone orientale parte una possente muraglia granitica che termina con il monte Sissone ("sisùn", in Val Masino, "còrgn de sisùm", in Valmalenco, m. 3331, fino agli anni cinquanta del secolo scorso punto di passaggio dei contrabbandieri da e per la Svizzera), che, visto da qui, si mostra poco pronunciato. A destra del monte Sissone, si individua, dopo la depressione del passo di Chiareggio (m. 3110), la punta Baroni (m. 3203). La punta Baroni, o cima settentrionale di Chiareggio, è il vertice di nord-ovest in una successione di tre vette denominate Cime di Chiareggio. Le rimanenti due sono la cima centrale di Chiareggio (m. 3107) e la cima meridionale di Chiareggio (m. 3093), alla cui destra si vede il passo di Mello (m. 2992). A sud-est delle tre cime, infine, l'elegante piramide del monte Pioda nasconde sempre la cima del monte Disgrazia; fra l'ultima cima di Chiareggio e le propaggini di nord-ovest del monte Pioda (sciöma da piöda) è collocato, a quota 2992, il passo di Mello (pàs dè mèl), sul quale si trova il bivacco Odello-Grandori.

Sul versante orientale, infine, la costiera Remoluzza-Arcanzo propone la bocchetta Roma (pas da ciöda, m. 2898), il pizzo (o punta) della Remoluzza (sciöma da remolöza, m. 2814), il pizzo dell’Averta (sciöma da vertàla, m. 2824), il pizzo Vicima (sciöma da veciöma, m. 2853), la cima degli Alli (sciöma dei èl, m. 2758) e la cima d’Arcanzo (sciöma dè narchènz, o l'omèt, chiamata Cima di Prato Baro nella guida alla Valtellina del CAI di Sondrio del 1884, m. 2715).
La lenta e faticosa salita (siamo partiti da una quota di poco superiore ai 1000 metri, cioè dal parcheggio di Val di Mello, ed ora, dopo circa cinque ore di cammino, vaghiamo fra quota 2600 e 2700) è sicuramente mitigata dallo splendore dello scenario che, in una bella giornata, la testata della valle offre (evitiamo, invece, escursioni in condizioni di tempo incerto, perché una repentina diminuzione della visibilità renderebbe problematico il ritorno).


Apri qui una panoramica del passo del Cameraccio e dell'alta Val Cameraccio

Possiamo ora scegliere di traversare a destra portandoci al bivacco Kima, ma, se abbiamo sufficienti energie, possiamo puntare al passo Cameraccio, seguendo, verso sinistra, il sentiero Roma. Per raggiungere i 2950 metri del passo occorrono, dal parcheggio di Val di Mello, 6 ore circa di cammino. La sella del passo, occupata da un nevaio, rappresenta il punto più alto del Sentiero Roma: da qui dominiamo non solo l'alta val Cameraccio (scorgendo anche, dietro il monte Pioda, la selvaggia parete nord del monte Disgrazia - m. 3678 -), ma anche un buon tratto della costiera che separa la valle di Preda Rossa dalla val Torreggio (e sono, qui, i Corni Bruciati ad imporsi allo sguardo).


Apri qui una fotomappa dell'alta Val Cameraccio e del bivacco Kima

Nella salita verso il passo, ci troviamo proprio ai piedi del massiccio doppio salto roccioso che dalla cima del pizzo Torrone orientale scende fino ai più alti nevai della valle. Per uno scenario che si chiude, alle nostre spalle, uno, diverso, ma non meno suggestivo, si apre di fronte al nostro sguardo: è la serrata e verticale successione di quinte delle costiere che separano le valli laterali della Val di Mello a colpirci, al primo colpo d'occhio.

Passo Cameraccio e pizzo Torrone orientale

Siamo alle soglie della Val Torrone, nella quale scendiamo in un primo tratto su nevaio, poi superando, con l'ausilio di corde fisse, una fascia rocciosa, posta sul lato destro del canalino che adduce al passo. Al termine della discesa ci ritroviamo sul bordo di un nevaio, che tagliamo in diagonale verso sinistra, raggiungendo una fascia di massi sulla quale dobbiamo cercare i segnavia del sentiero Roma, seguendo i quali raggiungiamo una fascia di terriccio e massi, fino alle ultime balze erbose dell'alta Val Torrone. Una ripida discesa ci porta a destra del bivacco Manzi-Pirotta; proseguendo verso destra, raggiungiamo il centro della valle, proprio ai piedi della sua bellissima testata.


Apri qui una fotomappa della traversata Val Cameraccio-Val Torrone

Per tornare in Val di Mello dobbiamo procedere per un buon tratto verso il passo di Val Torrone, sempre seguendo il sentiero Roma, fino a trovare, in vista del passo, sulla sinistra, i segnavia, che segnalano la labile traccia che, staccandosi dal Sentiero Roma, scende, tendendo leggermente a destra e superando un torrentello, fino alla Casera Torrone (m. 1996). Senza perdere i segnavia (evitiamo assolutamente di sendere a vista), passiamo per una fastidiosa fascia di ontani e ci affacciamo al la strettoia della media valle, ai piedi dell'impressionante parete della Meridiana, che ci sovrasta sul lato destro. Scendiamo diretti, fino ad un cancelletto e ad una placca che superiamo con l'aiuto di corde fisse. Il sentiero prosegue spedito nella discesa, in un bosco, a destra del torrente di Val Torone, fino ad intercettare la mulattiera che da Cascina Piana sale all'alpe di Pioda. Seguendola verso destra torniamo a Cascina Piana e percorriamo la mulattiera di Val di Mello, tornando al parcheggio presso il Gatto Rosso. Questo anello richiede un tempo complessivo di circa 10 ore (il dislivello in salita è di circa 1900 metri).


Passo Cameraccio e pizzo Torrone orientale

PARCHEGGIO DI VAL DI MELLO-BIVACCO KIMA-RIFUGIO PONTI

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Parcheggio Val di Mello-Casera di Pioda-Alpe Cameraccio-Bivacco Kima
6 h
1650 m.
EE
Parcheggio Val di Mello-Casera di Pioda-Alpe Cameraccio-Bocchetta Roma-Rifugio Ponti
9 h
1840 m.
EE
SINTESI. Saliamo lungo la provinciale di Val Masino, oltrepassando Cataeggio e parcheggiando a San Martino. Sfruttando il bus-navetta (estate) ci portiamo al parcheggio di Val di Mello e percorriamo il tratturo che si addentra nella valle, passando per Ca' di Carna e Cascina Piana, oltre la quale proseguiamo sulla sinistra ed ignoriamo, a sinistra, la deviazione del sentiero che sale in valle di Zocca. Attraversato su un ponte il torrente di val di Zocca e la località di Rasica, proseguiamo salendo ed ignorando, sulla sinistra, la deviazione per la val Torrone. Troviamo, poco oltre, il ponticello sul torrentello che scende dalla val Torrone, e proseguiamo salendo in una fitta pineta, uscendo di nuovo all'aperto, a quota 1559, presso le baite della Casera di Pioda. Non è facile trovare, qui, la ripartenza del sentiero: si deve evitare una traccia che corre, pianeggiante, verso il centro della valle, e risalire, invece, i prati alle spalle delle baite (sulla nostra sinistra): sul limite del bosco si ritrova il sentiero che, dopo una serie di rapidi tornantini, volge a sinistra e conduce, poco sopra i 1700 metri, ad una nuova radura, dove si trova una baita isolata, dominata dalla Torre del Cameraccio meridionale. Il sentiero, con traccia più incerta, si avvicina alla costiera del Cameraccio, che separa la valle dalla val Torrone, mentre la boscaglia si fa sempre più rada. Bisogna prestare molta attenzione ai segnavia, per non perdere un sentiero dalla traccia assai labile. Esso piega per due volte a destra, riprendendo altrettante volte a salire più direttamente; superiamo, così, un primo torrentello, per poi puntare verso un secondo corso d'acqua; troviamo anche, su un masso, le indicazioni per il rifugio Ponti. Superato il secondo torrentello, la salita prosegue per dossi erbosi, tendendo leggermente a sinistra. Se intendiamo tornare per la medesima via di salita, ci conviene memorizzare bene il piccolo promontorio erboso raggiunto dopo l'attraversamento del secondo torrentello: da qui in avanti, infatti, la traccia si perde, per cui proseguiamo salendo, facilmente, a vista. Gli ultimi magri pascoli lasciano gradualmente il posto ad una fascia di massi, fra i quali si annida anche qualche nevaietto. Se vogliamo varcare il passo Cameraccio, sul vertice di nord-ovest della valle, dobbiamo proseguire salendo in verticale, o piegando leggermente a destra. Al termine della salita, fra quota 2600 e quota 2700, ci si ricongiunge con il sentiero Roma, che scende dal passo di val Cameraccio. Il sentiero è individuabile per i numerosi segnavia rosso-bianco-rossi che ne costellano il percorso (in qualche tratto troviamo anche le più vecchie croci color amaranto). Prendendo a destra, traversiamo passando per il bivio al quale si stacca sulla sinistra il percorso per il passo di Mello (segnalato su un grande masso). Lo ignoriamo ed in breve, proseguendo sul sentiero Roma, scendiamo al bivacco Kima (m. 2700), sul cordone di una grande morena. Scendiamo sul sentierino lungo il crinale, poi pieghiamo a sinistra e ne tagliamo il fianco, passando accando ad una pozza. Il sentiero taglia una seconda morena ed assume la direzione sud, procedendo verso la costiera Remoluzza-Arcanzo. Iniziamo a salire e, superati due nevai, siamo ai piedi della costiera ed un tratto attrezzato (staffe e corde fisse) ci aiuta a superare le prime rocce. Proseguiamo la salita dapprima in diagonale verso destra, poi verso sinistra. Un ultimo passaggio assistito da corde fisse ci porta alla bocchetta Roma (m. 2898). La discesa verso sud in Valle di Preda Rossa, non difficile e ben segnalata, avviene fra grandi massi e sfasciumi, Nel primo tratto traversiamo a destra, su massi anche instabili, poi scendiamo restando vicini al piede della costiera e descrivendo un arco che attraversa anche due piccoli nevai, per poi perdere gradualmente quota puntando in direzione del rifugio Ponti (m. 2559), già ben visibile.

Se, però, abbiamo a disposizione due automobili (o, meglio ancora, due giorni), possiamo puntare alla Bocchetta Roma (m. 2898), sul lato opposto della valle (sud-est). Lo possiamo fare effettuando una diagonale verso destra, fino ad intercettare il Sentiero Roma, che ci porta ai piedi di un nevaio che precede l'attacco alla fascia di rocce posta sotto la depressione sulla quale è collocata la bocchetta. Il primo tratto della salita richiede attenzione, nonostante la presenza di corde fisse; qualche passaggio, infatti, comporta passi di arrampicata, seppure semplici; il tratto mediano, invece, è più tranquillo, e ci porta all'ultima fascia di massi che precede il crinale: anche qui occorre prudenza. La bocchetta ci introduce ad un nuovo mondo: alla ricca tavolozza dei grigi della val Cameraccio si sostituisce quella delle tonalità rosseggianti: siamo, appunto, ai limiti nord-occidentali della valle di Preda Rossa, al cospetto del monte Disgrazia, che ne domina la testata.

E' probabilmente da qui che la val Cameraccio mostra il suo volto più ampio ed impressionante: appare come un luminoso deserto di pietre, che sovrasta i pascoli dell'alpe Cameraccio e dell'alpe Pioda. Dalla bocchetta, se la giornata è buona, possiamo anche dominare buona parte della laterali settentrionali della Val di Mello, l'alta val Torrone, l'alta valle di Zocca, l'alta val Qualido, l'alta valle del Ferro; Oltre la Val di Mello, lo sguardo raggiunge anche le valli Ligoncio e Merdarola, mentre rimangono nascoste le valli Porcellizzo e dell'Oro. Particolarmente felice è il colpo d'occhio sul massiccio delle cime di Zocca e delle Sciore, mentre più a destra sono i pizzi Torrone occidentale (m. 3351), centrale (m. 3290) ed orientale (m. 3333) a regalare un'immagine di rara bellezza. La sosta alla bocchetta Roma, per la sua panoramicità, è uno di quei momenti che non si dimentica.
Ma viene anche il tempo di scendere: i segnavia disegnano un percorso che, nel primo tratto, ci costringe a qualche faticoso movimento fra grandi massi. Si tratta di una discesa di circa quaranta minuti, verso una meta che ben presto si rende visibile, più in basso, il rifugio Ponti. Dopo essere rimasti quasi a ridosso della frastagliata costiera Remoluzza-Arcanzo, che separa la val Cameraccio dalla valle di Preda Rossa, cominciamo a descrivere un arco che, su un tracciato che si fa gradualmente più agevole, ci porta ai 2559 del rifugio Cesare Ponti, dove possiamo pernottare, dopo circa 8-9 ore dicammino dal parcheggio della Val di Mello (il dislivello in salita, in questo secondo caso, è di 1840 metri circa). Se, però, disponiamo di un'automobile alla piana di Preda Rossa (m. 1990), possiamo, seguendo un facile sentiero, raggiungerla con 30-40 minuti di ulteriore cammino, consegnando alle quiete acque che la attraversano gli ultimi inesprimibili pensieri che accompagnano il congedo da questi luoghi di incomparabile bellezza.

È interessante, infine, leggere il resoconto della discesa dalla Val Cameraccio a San Martino effettuata il 27 luglio 1910 da Bruno Galli Valerio, alpinista e naturalista che molto amò queste montagne:  “Un canale di ghiaccio ci porta su roccie più sicure e di là, per nevai e ghiacciaio, arriviamo alle tre pomeridiane in mezzo alle gande dell'anfiteatro superiore della Val di Mello. E' un anfiteatro grandioso e selvaggio, dominato dal Torrone orientale, che appare da questa parte come una lancia. Scendiamo sulla destra della valle costeggiando le pareti scoscendenti che separano la Val di Mello dalla Val Torrone e arriviamo a un pascolo dove, dopo tante ore di cammino, incontriamo i primi esseri viventi: pastori e vacche. La valle diviene sempre più pittoresca. Dietro il Disgrazia, sulla nostra destra si rizzano enormi gendarmi, sulla sinistra precipitano delle cascate. Seguendo la destra della valle, passiamo la Casera di Cameraccio e ci portiamo su una specie di promontorio coperto di larici, in mezzo alla valle le cui pareti cadono a picco sul fiume. Facciamo là una lunga sosta; sotto di noi i prati della Val di Mello, lontano le cime del Calvo e del Ligoncio incorniciate dai larici. Un sentiero a zig-zag ci porta rapidamente alle rive del fiume. Attraversati boschi di abeti, sbuchiamo nel piano verde della parte bassa della Val di Mello, così bella colle sue grandi pareti che la chiudono dalle cengie coperte di enormi faggi, col suo torrente che scorre in mezzo ai prati e nel quale si rizza qua e là un enorme blocco di granito. La piccola chiesa di S. Martino di Val Masino appare e, alle sette e mezzo, arriviamo al paese.” (Bruno Galli Valerio, “Punte e passi”, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998).

Monte Pioda

BIVACCO KIMA-MONTE SISSONE

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Parcheggio Val di Mello-Casera di Pioda-Alpe Cameraccio-Bivacco Kima
6 h
1650 m.
EE
Bivacco Kima-Monte Sissone
3-4 h
600
EE
SINTESI. PRIMO GIORNO. Saliamo lungo la provinciale di Val Masino, oltrepassando Cataeggio e parcheggiando a San Martino. Sfruttando il bus-navetta (estate) ci portiamo al parcheggio di Val di Mello e percorriamo il tratturo che si addentra nella valle, passando per Ca' di Carna e Cascina Piana, oltre la quale proseguiamo sulla sinistra ed ignoriamo, a sinistra, la deviazione del sentiero che sale in valle di Zocca. Attraversato su un ponte il torrente di val di Zocca e la località di Rasica, proseguiamo salendo ed ignorando, sulla sinistra, la deviazione per la val Torrone. Troviamo, poco oltre, il ponticello sul torrentello che scende dalla val Torrone, e proseguiamo salendo in una fitta pineta, uscendo di nuovo all'aperto, a quota 1559, presso le baite della Casera di Pioda. Non è facile trovare, qui, la ripartenza del sentiero: si deve evitare una traccia che corre, pianeggiante, verso il centro della valle, e risalire, invece, i prati alle spalle delle baite (sulla nostra sinistra): sul limite del bosco si ritrova il sentiero che, dopo una serie di rapidi tornantini, volge a sinistra e conduce, poco sopra i 1700 metri, ad una nuova radura, dove si trova una baita isolata, dominata dalla Torre del Cameraccio meridionale. Il sentiero, con traccia più incerta, si avvicina alla costiera del Cameraccio, che separa la valle dalla val Torrone, mentre la boscaglia si fa sempre più rada. Bisogna prestare molta attenzione ai segnavia, per non perdere un sentiero dalla traccia assai labile. Esso piega per due volte a destra, riprendendo altrettante volte a salire più direttamente; superiamo, così, un primo torrentello, per poi puntare verso un secondo corso d'acqua; troviamo anche, su un masso, le indicazioni per il rifugio Ponti. Superato il secondo torrentello, la salita prosegue per dossi erbosi, tendendo leggermente a sinistra. Se intendiamo tornare per la medesima via di salita, ci conviene memorizzare bene il piccolo promontorio erboso raggiunto dopo l'attraversamento del secondo torrentello: da qui in avanti, infatti, la traccia si perde, per cui proseguiamo salendo, facilmente, a vista. Gli ultimi magri pascoli lasciano gradualmente il posto ad una fascia di massi, fra i quali si annida anche qualche nevaietto. Se vogliamo varcare il passo Cameraccio, sul vertice di nord-ovest della valle, dobbiamo proseguire salendo in verticale, o piegando leggermente a destra. Al termine della salita, fra quota 2600 e quota 2700, ci si ricongiunge con il sentiero Roma, che scende dal passo di val Cameraccio. Il sentiero è individuabile per i numerosi segnavia rosso-bianco-rossi che ne costellano il percorso (in qualche tratto troviamo anche le più vecchie croci color amaranto). Prendendo a destra, traversiamo passando per il bivio al quale si stacca sulla sinistra il percorso per il passo di Mello (segnalato su un grande masso). Lo ignoriamo ed in breve, proseguendo sul sentiero Roma, scendiamo al bivacco Kima (m. 2750), sul cordone di una grande morena. Qui pernottiamo.
SECONDO GIORNO.
Lasciamo il bivacco Kima percorrendo il ben segnalato Sentiero Roma verso nord-nord-ovest, cioè in direzione del passo di Cameraccio che si affaccia sulla Val Torrone e sul bivacco Manzi (altro possibile punto di appoggio per la salita al Monte Sissone). Davanti a noi il pizzo Torrone orientale spicca nettamente rispetto ad ogni altra cima, per la sua pronunciata forma a punta di lancia. Il monte Sissone, invece, di soli tre metri più basso, si mostra come una piramide che si eleva sul lato opposto della costiera granitica che si diparte verso destra dal pizzo Torrone orientale. Procedendo fra pietraie e blocchi, con attenzione costante ai segnavia, passiamo per un bivio segnalato da una palina e dalla scritta su un grande masso: a destra sale la traccia (eufemisticamente parlando) che si porta al passo di Mello ed al bivacco Odello-Grandori, mentre procedendo diritti restiamo sul Sentiero Roma. È questa seconda la nostra scelta. Guadagniamo leggermente quota fra placche di granito e pietrame, passando sotto una larga sella sulla cresta di Chiareggio. La salita culmina alla quota approssimativa di 2800 metri. Dopo un breve tratto in piano ci ritroviamo ai piedi di un largo vallone di sfasciumi che scende dal tratto di cresta delimitato dalla punta Baroni, a destra (m. 3204) e dal monte Sissone, a sinistra (m. 3330). Qui lasciamo il sentiero Roma prendendo a destra e salendo a vista verso nord, stando più o meno al centro del vallone delimitato da due creste che scendono dalla punta Baroni e dal monte Sissone. Saliamo fra fastidiose pietraie e guadagnando quota osserviamo che il vallone si allarga nella parte alta. Puntiamo ora alla sella sul crinale fra monte Sissone e punta Baroni (passo di Chiareggio, m. 3110). Procedendo in direzione del crinale possiamo trovare anche a stagione avanzata un nevaio che nasconde quel che resta del ghiacciaietto sul versante meridionale del monte Sissone. In questo ci conviene puntare al passo di Chiareggio, limitando al minimo il tratto di traversata del nevaio (calziamo prudenzialmente i ramponi perché è abbastanza ripido). A stagione avanzata, però, il nevaio è tanto ridotto che possiamo stare più a sinistra ed accedere al crinale a sinistra della marcata spalla che si eleva sulla cresta sud-orientale del monte Sissone. In entrambi i casi raggiungiamo il crinale fra alta Val Cameraccio e Val Sissone (alta Valmalenco). L’ultimo tratto di salita, che richiede molta attenzione, segue il crinale verso nord-ovest. Procediamo, con tratti esposti, fra blocchi spesso instabili e fastidioso pietrame, fino al guadagnare dopo una ventina di minuti la cima del monte Sissone (m. 3330).


Apri qui una fotomappa della salita dal bivacco Kima al monte Sissone

Sono pochissime le cime della Val Masino raggiungibili con una salita di impegno non alpinistico. Fra queste la più alta e panoramica è sicuramente il monte Sissone (m. 3330), sulla testata della Val Cameraccio (l’anfiteatro terminale della Val di Mello). La cima è assai frequentata dal versante opposto dell’elvetica Valle del Forno (partendo dal rifugio del Forno), assai meno da quello italiano, probabilmente per i tempi molto dilatati nella salita che parte dal parcheggio di Val di Mello. La salita in una sola giornata è infatti improba.
È però possibile articolarla in due giornate sfruttando il bivacco Kima, a 2750 metri, più o meno al centro dell’alto circo della Val Cameraccio. Da questo versante avvenne il 10 agosto 1864 la prima ascensione documentata, quella di Beachcroft, Freshfield, Walker, Devouassoud ed un portatore. Nei decenni successivi la cima divenne una delle vie più battute dai contrabbandieri nelle loro traversate al e dal passo del Maloja per la Valle del Forno.


Dal pizzo Torrone orientale dl monte Sissone

Fin dai primi mesi successivi all’unità d’Italia in valle venne costituito un distaccamento della Guardia di Finanza (Caserma di S. Martino), che nel 1900 era costituito da 15 unità, numero significativo, che testimonia la consistenza dei traffici di contrabbando che sfruttavano i passi, alcuni dei quali assai difficili, per la Val Codera e la Svizzera (passo Ligoncio e dell’Oro per la Val Codera, dalla quale poi si passava in Svizzera per la bocchetta della Teggiola; passi di Bondo e diZocca, ma anche cima del monte Sissone - "sisùn", in Val Masino, "còrgn de sisùm", in Valmalenco; m. 3331 - per il passaggio diretto al territorio elvetico). Lunga storia, quella del contrabbando in Val Masino. Lunga un secolo abbondante. Già Douglas W. Freshfield, alpinista inglese che ha legato la sua fama alle pionieristiche scalate nel gruppo del Masino, menziona, nel 1862, il contrabbando in valle, parlando del sentiero che dalla valle dell’Albigna raggiunge il passo di Zocca, sentiero “conosciuto soltanto dai contrabbandieri e dai pastori”. Dobbiamo portarci agli anni settanta del Novecento per assistere al tramonto del contrabbando, ormai non più conveniente economicamente.


Alta Valmalenco vista dal monte Sissone

Il passo di Zocca era il più valicato, ma si sfruttavano anche il passo di Bondo, in Val Porcellizzo, ed il monte Sissone, sulla testata della Val Cameraccio. In questi scenari si è, dunque, giocata più e più volte la partita di abilità, scaltrezza, coraggio e resistenza fra i “fènc” (letteralmente, i ragazzi: così venivano denominati, gergalmente, allo scopo di non farsi intendere, i finanzieri) o "burlandòt" ed i contrabbandieri, che, di ritorno dal “viac’ inch dè pòs”, portavan fuori dalla Svizzera “el mòrt” (il morto, cioè, nel gergo, la merce di contrabbando: sale, soprattutto nel periodo fra le due guerre e durante la seconda guerra mondiale, poi caffè e tabacco, nel secondo dopoguerra, scambiati in genere con riso e prodotti alimentari della valle). Quando andava bene, si poteva “mèt via èl mòrt”, “mettere via il morto”, non nel senso di celebrare un funerale, ma di riuscire a smerciare la merce contrabbandata, realizzando quel guadagno che ripagava dello sforzo durissimo della doppia traversata (effettuata in genere in 24-36 ore). Quando andava male, invece, si doveva fuggir via a gambe levate, lasciando sul posto la bricolla con la merce.


La cresta sud-orientale per la quale si sale al monte Sissone dalla Val Cameraccio

Una partita fra avversari, non nemici: contrabbandieri e finanzieri, infatti, senza darlo troppo a vedere, si rispettavano, ciascuno comprendendo le ragioni dell’altro, anche se fermamente decisi a non venir meno al proprio compito. Una partita che non era giocata in campo neutro, in quanto i contrabbandieri avevano dalla loro parte la popolazione locale, in genere pronta ad avvertirli del pericolo di pattugliamenti o appostamenti, anche con finti richiami alle greggi "bea, bea, ciachès"). Vi furono momenti di tensione, ma in nessun caso si giunse ad esiti tragici, che invece non mancarono in altri versanti valtellinesi interessati alla pratica del contrabbando. I finanzieri si accontentavano di requisire tutti i carichi di cui riuscivano ad impossessarsi, fingendo, per lo più, di non riconoscere i contrabbandieri fuggitivi, con i quali, poteva capitare, finivano talora per giocare qualche partita a carte, la sera, in qualche osteria.
La salita al monte Sissone riveste dunque anche questi elementi di suggestione storica.


I pizzi Torrone visti dal monte Sissone

Lasciamo il bivacco Kima (che abbiamo raggiunto il primo giorno come sopra descritto) percorrendo il ben segnalato Sentiero Roma verso nord-nord-ovest, cioè in direzione del passo di Cameraccio che si affaccia sulla Val Torrone e sul bivacco Manzi (altro possibile punto di appoggio per la salita al Monte Sissone). Davanti a noi il pizzo Torrone orientale spicca nettamente rispetto ad ogni altra cima, per la sua pronunciata forma a punta di lancia. Il monte Sissone, invece, di soli tre metri più basso, si mostra come una piramide che si eleva sul lato opposto della costiera granitica che si diparte verso destra dal pizzo Torrone orientale.
Procedendo fra pietraie e blocchi, con attenzione costante ai segnavia, passiamo per un bivio segnalato da una palina e dalla scritta su un grande masso: a destra sale la traccia (eufemisticamente parlando) che si porta al passo di Mello ed al bivacco Odello-Grandori, mentre procedendo diritti restiamo sul Sentiero Roma. È questa seconda la nostra scelta.


Cima di Castello e cima di Cantone viste dal monte Sissone

Guadagniamo leggermente quota fra placche di granito e pietrame, passando sotto una larga sella sulla cresta di Chiareggio. La salita culmina alla quota approssimativa di 2800 metri. Dopo un breve tratto in piano ci ritroviamo ai piedi di un largo vallone di sfasciumi che scende dal tratto di cresta delimitato dalla punta Baroni, a destra (m. 3204) e dal monte Sissone, a sinistra (m. 3330). Qui lasciamo il sentiero Roma prendendo a destra e salendo a vista verso nord, stando più o meno al centro del vallone delimitato da due creste che scendono dalla punta Baroni e dal monte Sissone. Saliamo fra fastidiose pietraie e guadagnando quota osserviamo che il vallone si allarga nella parte alta. Puntiamo ora alla sella sul crinale fra monte Sissone e punta Baroni (passo di Chiareggio, m. 3110).
Procedendo in direzione del crinale possiamo trovare anche a stagione avanzata un nevaio che nasconde quel che resta del ghiacciaietto sul versante meridionale del monte Sissone. In questo ci conviene puntare al passo di Chiareggio, limitando al minimo il tratto di traversata del nevaio (calziamo prudenzialmente i ramponi perché è abbastanza ripido). A stagione avanzata, però, il nevaio è tanto ridotto che possiamo stare più a sinistra ed accedere al crinale a sinistra della marcata spalla che si eleva sulla cresta sud-orientale del monte Sissone. In entrambi i casi raggiungiamo il crinale fra alta Val Cameraccio e Val Sissone (alta Valmalenco). L’ultimo tratto di salita, che richiede molta attenzione, segue il crinale verso nord-ovest. Procediamo, con tratti esposti, fra blocchi spesso instabili e fastidioso pietrame, fino al guadagnare dopo una ventina di minuti la cima del monte Sissone (m. 3330).
L'ultimo tratto è particolarmente insidioso, perché pietrame e sfasciumi sono particolarmente instabili.


Monte Disgrazia visto dal monte Sissone

La cima, posta sul punto di convergenza fra Val Cameraccio, Val Sissone e Valle del Forno (Svizzera) è straordinariamente panoramica. In primo piano, verso sud-sud-est, si impone il mote Disgrazia nel suo profilo più bello e slanciato, quello per il quale venne ribattezzato dagli alpinisti inglesi che mossero alla qua conquista “Picco glorioso”. Procedendo verso destra distinguiamo i vassalli Corni Bruciati. Si stende a sud, sotto di noi, l’immensa Val Cameraccio che rifluisce nella Val di Mello. Lontane, a sud, si mostrano le cime della catena orobica occidentale. Procedendo ancora in senso orario vediamo la caotica successione delle costiere che separano le celeberrime valli laterali della Val di Mello, Val Torrone, Valle di Zocca, Val Qualido e Valle del Ferro.
Alla loro destra godiamo di un primo piano grandioso sui pizzi Torrone Orientale, Centrale ed Occidentale. A nord si apre, ai piedi dei pizzi Torrone, la splendida Valle del Forno elvetica, con la sua lunga striscia di ghiacciaio ed il suo versante occidentale presidiato dalla tozza cima di Castello e dalla poderosa cima di Cantone, scenario spettacolare che però limita di molto il colpo d’occhio verso ovest. Procedendo verso nord-est si apre un amplissimo scorcio di cime engadinesi, dietro le quali occhieggiano i giganti dell’Oberland bernese.


Monte Sissone (al centro) visto dall'alta Valmalenco

Poi, di nuovo in primo piano, lo scenario selvaggio della costiera che separa la Val Sissone dalla Valle del Forno, con la cima di Rosso di primo Piano. Alla sua destra si apre il solco profondo dell’alta Valmalenco, con la valle del Muretto in primo piano. Breve ma suggestivo è lo scorso sui giganti del gruppo del Bernina. Al termine del giro d’orizzonte l’occhio torna a sua maestà il Disgrazia, che reclama per sé il primato dell’ammirazione e non fatica ad ottenerlo. Il ritorno avviene per la medesima via di salita.  

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo (CNS, come quella sopra riportata), che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri).
Apri qui la carta on-line.

Mappa del percorso - elaborata su un particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere


1. Novate-Brasca 2. Brasca-Gianetti 2bis. Omio-Gianetti 3. Gianetti-Allievi 4. Allievi-Ponti 5. Ponti-Chiesa Valmalenco

GALLERIA DI IMMAGINI

CARTA DEL TERRITORIO COMUNALE sulla base della Swisstopo (CNS), che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri).
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