Silenzi, solitudine e suggestioni dell'ampia testata della Val di Mello

 

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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Parcheggio Val di Mello-Casera di Pioda-Alpe Cameraccio-Passo Cameraccio-Val Torrone-Parcheggio Val di Mello
10 h
1900 m.
EE
Parcheggio Val di Mello-Casera di Pioda-Alpe Cameraccio-Bivacco Kima
6 h
1650 m.
EE
Parcheggio Val di Mello-Casera di Pioda-Alpe Cameraccio-Bocchetta Roma-Rifugio Ponti
9 h
1840 m.
EE

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In fondo alla Val di Mello, unica, per bellezza fra le valli delle Alpi Retiche, non troviamo più gli scenari bucolici, raccolti ed un po' pigri del lungo e dolce fondovalle, ma uno sterminato e solitario anfiteatro, che si impenna fino a raggiungere la testata della valle, la Val Cameraccio (val camaràsc). Per essere precisi, la Val Cameraccio è solo la parte sinistra (nord-ovest) di questo ampio circo glaciale, mentre quella destra è denominata Pioda ("piöda"); in mezzo, la "val casìn".
Per raggiungerla, si deve percorrere l’intera Val di Mello, partendo dal parcheggio: superata la località di Cascina Piana (casìna ciàna), incontriamo la deviazione, a sinistra, per la valle di Zocca e attraversiamo, su un ponte, il torrente di val di Zocca; oltrepassata anche la località di Rasica ("rèsga"). La mulattiera, chiamata senté dò camaràsc' o senté da piöda, comincia, poi, a salire, avvicinandosi al fianco occidentale della val Cameraccio, che chiude a nord-est la Val di Mello, nella cornice di una splendida pecceta, chiamata "peghèra". Dobbiamo prestare attenzione: appena prima del ponticello (punt del turùn, m. 1298) sul torrente che scende dalla Val Torrone (fiöm do turùn), da essa si stacca il sentiero che permette di accedervi, segnalato dalla scritta “Torrone” su un masso. Noi, però, ignorata la deviazione, sulla sinistra, per la val Torrone, proseguiamo diritti, varchiamo il ponticello e proseguiamo la salita in una fitta pineta, uscendo di nuovo all'aperto, a quota 1559, presso le baite della Casera di Pioda (casèra da piöda).

Non è facile trovare, qui, la ripartenza del sentiero: si deve evitare una traccia che corre, pianeggiante, verso il centro della valle, e risalire, invece, i prati alle spalle delle baite: sul limite del bosco si ritrova il sentiero che, dopo una serie di rapidi tornantini, volge a sinistra e conduce, poco sopra i 1700 metri, ad una nuova radura, dove si trova una baita isolata, dominata dalla Torre del Cameraccio meridionale. Il sentiero, con traccia più incerta, si avvicina alla costiera del Cameraccio, che separa la valle dalla val Torrone, mentre la boscaglia si fa sempre più rada. La val Cameraccio desta un forte senso di solitudine, per la sua vastità ed il suo silenzio. Il primo tratto della costiera Remoluzza-Arcanzo la separa dalla valle di Preda Rossa. Bisogna prestare molta attenzione ai segnavia, per non perdere un sentiero dalla traccia assai labile. Esso piega per due volte a destra, riprendendo altrettante volte a salire più direttamente; superiamo, così, un primo torrentello (il fiöm da piöda), per poi puntare verso un secondo corso d'acqua (il fiöm da zocùn o dò camaràsc); troviamo anche, su un masso, le indicazioni per il rifugio Ponti: tagliando la parte mediana della valle, infatti, si può puntare direttamente alla bocchetta Roma, e di qui scendere al rifugio, in valle di Preda Rossa. Nel tratto fra i due torrentelli è già ben visibile la testata della valle, dominata dal monte Pioda (sciöma da piöda, m. 3431), dietro la cui cima si nasconde quella più famosa del monte Disgrazia.
Superato il secondo torrentello, la salita prosegue per dossi erbosi, tendendo leggermente a sinistra. Alle spalle, si apre una visuale sempre più ampia sulla Val di Mello e, sullo sfondo, sulle valli Merdarola e Ligoncio. Se intendiamo tornare per la medesima via di salita, ci conviene memorizzare bene il piccolo promontorio erboso raggiunto dopo l'attraversamento del secondo torrentello: da qui in avanti, infatti, la traccia si perde, per cui proseguiamo salendo, facilmente, a vista (ma nel ritorno, se non ritroviamo il punto dal quale si scende al torrentello, rischiamo di perderci fra le grandi placche rocciose della media valle).
 
Gli ultimi magri pascoli dell'alpe Cameraccio (che in passato, proprietà del comune di Cino, caricava 60 capi di bestiame) lasciano gradualmente il posto ad una fascia di massi, fra i quali si annida anche qualche nevaietto. Non esiste un percorso obbligato, la scelta della direttrice dipende dalla meta. Se vogliamo varcare il passo Cameraccio (pas do camaràsc), sul vertice di nord-ovest della valle, dobbiamo proseguire salendo in verticale, o piegando leggermente a destra.
Al termine della salita, fra quota 2600 e quota 2700, ci si ricongiunge con il sentiero Roma (senté róma), che scende dal passo di val Cameraccio, il ben visibile intaglio a sinistra del pizzo Torrone orientale (m. 3333), caratterizzato dall’inconfondibile profilo a punta di lancia. Il sentiero è individuabile, più che per la traccia (che solo in alcuni tratti si vede), per i numerosi segnavia rosso-bianco-rossi che ne costellano il percorso (in qualche tratto troviamo anche le più vecchie croci color amaranto).
Diamo, ora, un’occhiata alle costiere che delimitano la valle. Ad ovest la costiera Torrone-Cameraccio propone, da sud (sinistra), la punta meridionale del Cameraccio (m. 2743), la Torre di Re Alberto (m. 2832), la Torre Sud di Cameraccio (m. 2898), la Torre centrale di Cameraccio (m. 2889), la Torre nord di Cameraccio (m. 2950) e, a ridosso (appena a sud) del passo di Cameraccio (m. 2950), la punta di Cameraccio (m. 3026). Una curiosità che riguarda la triade delle cime punta meridionale di Cameraccio-Torre di re Alberto-punta di Cameraccio (ma potrebbe riferirsi anche alla tre torri di Cameraccio, meridionale, centrale e settentrionale): vengono indicate, con espressione dialettale, come i “tri prèvet”, cioè i “tre preti”, con riferimento ai parroci di Cino (“scìn”), Mello (“mèl”) e Cercino (“scerscìn”), perché questi tre comuni possedevano buona parte degli alpeggi della zona. In particolare, il comune di Cercino possedeva l'alpe Cameraccio (munt dò camaràsc), nella parte alta del circo glaciale, poi venduta, nel 1970, all'Azienda Regionale delle Foreste. Delle tre cime, quella del prèvet de mèl è la più alta, a simboleggiare la maggiore estensione dei possessi di Mello nella valle omonima; non sfigurano, però, a suoi lati, il prèvet de scerscìn (a nord-est) ed il prèvet de scìn (a sud-ovest).
Proseguendo verso destra, osserviamo la testata della valle: dal pizzo Torrone orientale parte una possente muraglia granitica che termina con il monte Sissone ("sisùn", in Val Masino, "còrgn de sisùm", in Valmalenco, m. 3331, fino agli anni cinquanta del secolo scorso punto di passaggio dei contrabbandieri da e per la Svizzera), che, visto da qui, si mostra poco pronunciato. A destra del monte Sissone, si individua, dopo la depressione del passo di Chiareggio (m. 3110), la punta Baroni (m. 3203). La punta Baroni, o cima settentrionale di Chiareggio, è il vertice di nord-ovest in una successione di tre vette denominate Cime di Chiareggio. Le rimanenti due sono la cima centrale di Chiareggio (m. 3107) e la cima meridionale di Chiareggio (m. 3093), alla cui destra si vede il passo di Mello (m. 2992). A sud-est delle tre cime, infine, l'elegante piramide del monte Pioda nasconde sempre la cima del monte Disgrazia; fra l'ultima cima di Chiareggio e le propaggini di nord-ovest del monte Pioda (sciöma da piöda) è collocato, a quota 2992, il passo di Mello (pàs dè mèl), sul quale si trova il bivacco Odello-Grandori.
Sul versante orientale, infine, la costiera Remoluzza-Arcanzo propone la bocchetta Roma (pas da ciöda, m. 2898), il pizzo (o punta) della Remoluzza (sciöma da remolöza, m. 2814), il pizzo dell’Averta (sciöma da vertàla, m. 2824), il pizzo Vicima (sciöma da veciöma, m. 2853), la cima degli Alli (sciöma dei èl, m. 2758) e la cima d’Arcanzo (s
ciöma dè narchènz, o l'omèt, chiamata Cima di Prato Baro nella guida alla Valtellina del CAI di Sondrio del 1884, m. 2715).
La lenta e faticosa salita (siamo partiti da una quota di poco superiore ai 1000 metri, cioè dal parcheggio di Val di Mello, ed ora, dopo circa cinque ore di cammino, vaghiamo fra quota 2600 e 2700) è sicuramente mitigata dallo splendore dello scenario che, in una bella giornata, la testata della valle offre (evitiamo, invece, escursioni in condizioni di tempo incerto, perché una repentina diminuzione della visibilità renderebbe problematico il ritorno).
Se abbiamo sufficienti energie, possiamo puntare al passo Cameraccio, seguendo, verso sinistra, il sentiero Roma. Per raggiungere i 2950 metri del passo occorrono, dal parcheggio di Val di Mello, 6 ore circa di cammino. La sella del passo, occupata da un nevaio, rappresenta il punto più alto del Sentiero Roma: da qui dominiamo non solo l'alta val Cameraccio (scorgendo anche, dietro il monte Pioda, la selvaggia parete nord del monte Disgrazia - m. 3678 -), ma anche un buon tratto della costiera che separa la valle di Preda Rossa dalla val Torreggio (e sono, qui, i Corni Bruciati ad imporsi allo sguardo). Nella salita verso il passo, ci troviamo proprio ai piedi del massiccio doppio salto roccioso che dalla cima del pizzo Torrone orientale scende fino ai più alti nevai della valle. Per uno scenario che si chiude, alle nostre spalle, uno, diverso, ma non meno suggestivo, si apre di fronte al nostro sguardo: è la serrata e verticale successione di quinte delle costiere che separano le valli laterali della Val di Mello a colpirci, al primo colpo d'occhio.
Siamo alle soglie della Val Torrone, nella quale scendiamo in un primo tratto su nevaio, poi superando, con l'ausilio di corde fisse, una fascia rocciosa, posta sul lato destro del canalino che adduce al passo. Al termine della discesa ci ritroviamo sul bordo di un nevaio, che tagliamo in diagonale verso sinistra, raggiungendo una fascia di massi sulla quale dobbiamo cercare i segnavia del sentiero Roma, seguendo i quali raggiungiamo una fascia di terriccio e massi, fino alle ultime balze erbose dell'alta Val Torrone. Una ripida discesa ci porta a destra del bivacco Manzi-Pirotta; proseguendo verso destra, raggiungiamo il centro della valle, proprio ai piedi della sua bellissima testata. Per tornare in Val di Mello dobbiamo stare attenti ai segnavia, che segnalano la labile traccia che, staccandosi sulla sinistra dal Sentiero Roma, scende, tendendo leggermente a destra e superando un torrentello, fino alla Casera Torrone (m. 1996). L'ulteriore ripida discesa verso il fondovalle avviene superando la strettoia della media valle, ai piedi dell'impressionante parete della Meridiana, che ci sovrasta sul lato destro. Questo anello richiede un tempo complessivo di circa 10 ore (il dislivello in salita è di circa 1900 metri).

Se, però, abbiamo a disposizione due automobili (o, meglio ancora, due giorni), possiamo puntare alla Bocchetta Roma (m. 2898), sul lato opposto della valle (sud-est). Lo possiamo fare effettuando una diagonale verso destra, fino ad intercettare il Sentiero Roma, che ci porta ai piedi di un nevaio che precede l'attacco alla fascia di rocce posta sotto la depressione sulla quale è collocata la bocchetta. Il primo tratto della salita richiede attenzione, nonostante la presenza di corde fisse; qualche passaggio, infatti, comporta passi di arrampicata, seppure semplici; il tratto mediano, invece, è più tranquillo, e ci porta all'ultima fascia di massi che precede il crinale: anche qui occorre prudenza. La bocchetta ci introduce ad un nuovo mondo: alla ricca tavolozza dei grigi della val Cameraccio si sostituisce quella delle tonalità rosseggianti: siamo, appunto, ai limiti nord-occidentali della valle di Preda Rossa, al cospetto del monte Disgrazia, che ne domina la testata.
E' probabilmente da qui che la val Cameraccio mostra il suo volto più ampio ed impressionante: appare come un luminoso deserto di pietre, che sovrasta i pascoli dell'alpe Cameraccio e dell'alpe Pioda. Dalla bocchetta, se la giornata è buona, possiamo anche dominare buona parte della laterali settentrionali della Val di Mello, l'alta val Torrone, l'alta valle di Zocca, l'alta val Qualido, l'alta valle del Ferro; Oltre la Val di Mello, lo sguardo raggiunge anche le valli Ligoncio e Merdarola, mentre rimangono nascoste le valli Porcellizzo e dell'Oro. Particolarmente felice è il colpo d'occhio sul massiccio delle cime di Zocca e delle Sciore, mentre più a destra sono i pizzi Torrone occidentale (m. 3351), centrale (m. 3290) ed orientale (m. 3333) a regalare un'immagine di rara bellezza. La sosta alla bocchetta Roma, per la sua panoramicità, è uno di quei momenti che non si dimentica.
Ma viene anche il tempo di scendere: i segnavia disegnano un percorso che, nel primo tratto, ci costringe a qualche faticoso movimento fra grandi massi. Si tratta di una discesa di circa quaranta minuti, verso una meta che ben presto si rende visibile, più in basso, il rifugio Ponti. Dopo essere rimasti quasi a ridosso della frastagliata costiera Remoluzza-Arcanzo, che separa la val Cameraccio dalla valle di Preda Rossa, cominciamo a descrivere un arco che, su un tracciato che si fa gradualmente più agevole, ci porta ai 2559 del rifugio Cesare Ponti, dove possiamo pernottare, dopo circa 8-9 ore dicammino dal parcheggio della Val di Mello (il dislivello in salita, in questo secondo caso, è di 1840 metri circa). Se, però, disponiamo di un'automobile alla piana di Preda Rossa (m. 1990), possiamo, seguendo un facile sentiero, raggiungerla con 30-40 minuti di ulteriore cammino, consegnando alle quiete acque che la attraversano gli ultimi inesprimibili pensieri che accompagnano il congedo da questi luoghi di incomparabile bellezza.

È interessante, infine, leggere il resoconto della discesa dalla Val Cameraccio a San Martino effettuata il 27 luglio 1910 da Bruno Galli Valerio, alpinista e naturalista che molto amò queste montagne:  “Un canale di ghiaccio ci porta su roccie più sicure e di là, per nevai e ghiacciaio, arriviamo alle tre pomeridiane in mezzo alle gande dell'anfiteatro superiore della Val di Mello. E' un anfiteatro grandioso e selvaggio, dominato dal Torrone orientale, che appare da questa parte come una lancia. Scendiamo sulla destra della valle costeggiando le pareti scoscendenti che separano la Val di Mello dalla Val Torrone e arriviamo a un pascolo dove, dopo tante ore di cammino, incontriamo i primi esseri viventi: pastori e vacche. La valle diviene sempre più pittoresca. Dietro il Disgrazia, sulla nostra destra si rizzano enormi gendarmi, sulla sinistra precipitano delle cascate. Seguendo la destra della valle, passiamo la Casera di Cameraccio e ci portiamo su una specie di promontorio coperto di larici, in mezzo alla valle le cui pareti cadono a picco sul fiume. Facciamo là una lunga sosta; sotto di noi i prati della Val di Mello, lontano le cime del Calvo e del Ligoncio incorniciate dai larici. Un sentiero a zig-zag ci porta rapidamente alle rive del fiume. Attraversati boschi di abeti, sbuchiamo nel piano verde della parte bassa della Val di Mello, così bella colle sue grandi pareti che la chiudono dalle cengie coperte di enormi faggi, col suo torrente che scorre in mezzo ai prati e nel quale si rizza qua e là un enorme blocco di granito. La piccola chiesa di S. Martino di Val Masino appare e, alle sette e mezzo, arriviamo al paese.” (Bruno Galli Valerio, “Punte e passi”, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998).

 

 

 

 

 

 

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