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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
San Martino-Ca' dei Rogni-Ca' di Carna-Rasega
1 h e 30 min.
240
T
San Martino-Ca' dei Rogni-Ca' di Carna-Rasega-Cascata-Casera di Pioda
2 h e 30 min.
680
E
San Martino-Ca' dei Rogni-Ca' di Carna-Rasega-Cascata-Casera di Pioda-Cascata della Chiusa
3 h e 20 min.
760
E
SINTESI. Saliamo lungo la provinciale di Val Masino, oltrepassando Cataeggio e parcheggiando a San Martino. Dal sagrato della chiesa parrocchiale di San Martino (m. 923) imbocchiamo un viottolo sul suo lato sinistro che ci porta ad un sentiero, che se ne stacca sulla sinistra, per inoltrarsi nella selva che ricopre lo sbocco della valle. Seguiamolo per un buon tratto, rimanendo più bassi rispetto alla strada asfaltata che si inoltra nella valle. Prendiamo, poi, la seconda deviazione che sale verso sinistra, fino ad intercettare la strada, appena prima di un cartello di divieto di transito ai mezzi non autorizzati. Proseguiamo, ora, sulla strada, dove, all’asfalto, si sostituisce il grisc' e lo sterrato, fino al ponticello del torrente che scende dalla valle del Ferro. Alla nostra sinistra troviamo le case di Ca’ dei Rogni (m. 1019). Proseguiamo lungo la strada raggiungendo il parcheggio del Gatto Rosso, in località Panscèr (m. 1061). Fin qui possiamo giungere anche sfruttando il bus-navetta (estate). Percorriamo il tratturo che si addentra nella valle, passando a sinistra del laghetto di Val di Mello e per le località di Ca' di Carna (m. 1076) e Cascina Piana (m. 1092, rifugi Mello e Luna Nascente). Proseguiamo sulla sinistra ed ignoriamo, a sinistra, la deviazione del sentiero che sale in valle di Zocca. Attraversato su un ponte il torrente di val di Zocca e la località di Rasica, (dove si trova il rifugio Rasega) proseguiamo salendo ed ignorando, sulla sinistra, la deviazione per la val Torrone. Oltrepassato un ponticello, lasciamo la mulattiera, per imboccare un poco evidente sentierino che scende, sulla destra, verso il torrente. Scendiamo, così, passando accando ad un'enorme placca di granito, fino ad un’impressionante cascata. Dopo quasi tre ore di cammino, percorsi più di cinque chilometri, possiamo considerare concluso l’incontro ravvicinato con questa valle unica, oppure puntare ad una meta non lontana, il rifugio Casera di Pioda. In questo secondo caso torniamo sulla mulattiera che sale verso la sterminata Val Cameraccio e proseguiamo la salita seguendola. Dopo circa mezzora di cammino nella splendida peccete, accompagnati dalla voce costante del torrente alla nostra destra, usciamo ad una piana di prati posta di fronte alle placche che sembrano sbarrare l'accesso al circo terminale della Val Cameraccio. Siamo alla località Casera di Pioda (casèra da piöda, m. 1559). Se vogliamo prolungare brevemente l’escursione, possiamo invece dal rifugio e dalla vicina baita gemella addentrarci in piano verso l’ultimo gradino di soglia che separa il ripiano dall’alta Val Cameraccio. Procedendo in leggera salita ci portiamo subito ad un bivio appena prima di un roccione, sul quale una grande scritta segnala il sentiero per la Val Cassin a destra. Si tratta in realtà della Val Casìn. Ignoriamo il più marcato sentiero che sale a sinistra nella pecceta e procediamo sulla traccia che attraversa i prati, verso est, segnalato da qualche segnavia bianco-rosso. Con un po’ di fatica puntiamo ai salti rocciosi che sbarrano l’accesso all’alta valle. Superato un ruscelletto, passiamo accanto ad un abete solitario e poi ad un larice, poco prima del quale un ometto segnala il punto nel quale si può scendere a guadare più agevolmente il torrente di Val di Mello (ma è ben difficile pensare che non ci si possa bagnare ed il rischio di scivolare è marcato). Il guado può servire a raggiungere più agevolmente, seguendolo sul lato opposto, la cascata maggiore, al centro della valle, chiamata Cascata della Chiusa. Se invece restiamo a sinistra del torrente e seguiamo la traccia di sentiero, ci portiamo a due cascate minori (m. 1640). Tornati a Rasica, possiamo passare sul lato opposto della valle sfruttando il ponte in legno proprio davanti al rifugio omonimo, e seguire il sentiero che percorre per intero il versante sud-orientale della valle, fino al ponte che riporta sul lato opposto intercettando la carrozzabile presso la cappelletta. Poco sotto la lasciamo imboccando il sentiero sulla sinistra, che termina al lato orientale di San Martino, presso il parcheggio libero.


Laghetto di Val di Mello

La Val di Mello ("val da mèl") riconquista, in inverno, la sua antica solitudine ed il suo discreto silenzio di un tempo. Ecco perché anche chi già la conosce, per la frequentazione estiva, ne scopre un volto nuovo e più autentico. Una ciaspolata per percorrerla ci consente di vederla con occhi nuovi.
Non quelli degli scalatori, che vi trovano, soprattutto nelle laterali valli di Zocca e Torrone, ascensioni classicissime ed eleganti; non quelli dei sassisti e degli arrampicatori, che hanno solo l’imbarazzo della scelta, fra le numerosissime pareti verticali di un granito che non tradisce, per rinnovare l’eterna sfida alla legge di gravità (la roccia che domina la Val di Mello, infatti, è la granodiorite - nome commerciale: ghiandone - e la quarzodiorite - nome commerciale: serizzo -, assai simile al granito, ma, a differenza di questo, più povera di quarzo, e quindi assai meno scivolosa, un paradiso per coloro che coltivano l'arrampicata in aderenza); neppure quelli degli escursionisti, che, oltre a percorrere il celeberrimo Sentiero Roma (senté róma), in alta quota, possono selezionare molti faticosi ma impagabili anelli, salendo ad una delle valli laterali, valicando uno dei bellissimi passi sulle maestose costiere e scendendo per la valle attigua; neanche, infine, quelli degli amanti degli scenari di forte suggestione paesaggistica.


Strada di Val di Mello

Gli occhi, piuttosto, degli esploratori che, nel tentativo di rievocarne la storia e le atmosfere, si perdono nei sentieri del tempo. San Martino ("san martìn"), il paese che si trova all’imbocco della valle, è il punto di partenza: dal sagrato della sua chiesa, anch’essa, come tutto, qui, assediata dal enormi blocchi di Serizzo e Ghiandone (di solito chiamati genericamente “Granito”), parte il sentiero che si addentra nella valle. Prima di descrivere il percorso e le sue tappe, dobbiamo però rendere ragione dell’assedio dell’onnipresente “Granito”.
Tutto iniziò, in questa isola geologica chiamata “Plutone del Masino-Bregaglia” (costituito da rocce magmatiche che si sono raffreddate in profondità), nell’era quaternaria, cioè nell’ultima era geologica, circa 1.800.000 di anni fa. Iniziò con una grande glaciazione, che coinvolse tutta la catena alpina. Nella zona della futura Val di Mello il ghiaccio ricopriva ogni cosa, fino ad una quota superiore ai 2.500 metri. Immaginiamo lo scenario: una coltre bianca ed immobile, dalla quale emergevano, come modesti isolotti, solo le cime più alte della valle, il Monte Disgrazia ("desgràzia", m. 3678), i pizzi Torrone, la punta Rasica ("rèsga"), la Cima di Castello ("castèl"), la cima di Zocca, i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr).


Ca' di Rogni e Valle del Ferro

L’azione di questo enorme ghiacciaio, lenta, inesorabile, scandita in ritmi difficilmente immaginabili, cioè in migliaia di anni, cominciò a modellare il volto della valle: si deve ad essa la straordinaria conformazione delle pareti granitiche, verticali, con grandi placche lisce, e la forma straordinariamente levigata delle numerosissime placche di granito. Fu un’azione che si esercitò in quattro grandi tempi: tante furono, infatti, le successive glaciazioni (la quarta ebbe inizio 40.000 anni fa), prima dell’ultimo e definitivo ritiro dei ghiacci alle quote più alte, dove ore di essi resta solo un’esigua traccia.


Laghetto di Val di Mello

Il ritiro del ghiacciaio determinò, anche, il crollo di grandi blocchi sospesi di granito: li troviamo, ora, muti testimoni di eventi ciclopici, sul fondovalle, come vassalli erranti degli incombenti signori della valle, le ardite costiere che la guardano. Così fu disegnato il profilo arrotondato della valle, dolce e regolare, a produrre un singolare contrasto con le gotiche ed aspre guglie che vi si affacciano. Venne, poi, lentamente, la vita, le piante, gli animali e, da ultimo, l’uomo, che vi giunse spinto dalla necessità di trovare nuovi pascoli.
Vennero, per primi, gli abitanti di Mello, paese della Costiera dei Cech, a più di 20 km di distanza, che la colonizzarono e le diedero il nome che ora è conosciuto in tutta Europa. Vennero probabilmente prima dell’anno Mille, per sfruttare gli alti pascoli che si stendono nei circhi glaciali delle valli laterali, ad una quota superiore ai 1900-2000 metri, raggiunti da sentieri impervi che si stenta a credere potessero (e possano ancora oggi, perché non tutti sono abbandonati) essere superati da mandrie di mucche.


Bassa Val di Mello dalla Val Qualido

Alpeggi che, in un passato non lontano, permettevano il pascolo di numerosi capi di bestiame, come segnala Mario Songini (diga), nella sua bella pubblicazione “La Val Masino e la sua gente” (Sondrio, aprile 2006, pg. 113): 170 capi all’alpe del Ferro (“fèr”), 60 all’alpe Qualido (“qualì”), 50 all’alpe di Zocca (“zòca”), 50 all’alpe Torrone (“torùn”); 40 all’alpe della Pioda (“piöda”), 60 all’alpe Cameraccio (“camaràsc”), 20 all’alpe della Remoluzza (“remolöza”), 45 all’alpe della Romilla (“roméla”), 25 all’alpe Temola (“témola”), 30 all’alpe di mezzola (“mezöla”) ed infine 30 in quella di Arcanzolo (“narcanzö”): 580 capi in tutto!  


Cascina Piana

Si fermavano, i “melàt”, anche dieci mesi nella loro valle, ed era un continuo andare e venire da questa alla lontana Mello, per portarvi, con un cammino di almeno 5 e 6 ore, calzando zoccoli o anche a piedi nudi, il frutto del lavoro dei casari e riportarvi, con un ritorno altrettanto faticoso, viveri e generi di prima necessità. Un andare e venire cui assistevano gli altri abitatori della Val Masino, che mantennero con questi rapporti sempre cordiali, ma mai troppo confidenziali, non sentendoli “di casa”, come testimonia un modo di dire, riportato sempre dal Songini: “An sé méga dè cöi da Mèl” (op. cit., pg. 147), “non siamo mica di quelli di Mello”, detto a chi si mostra restio e si fa riguardo ad entrare in casa altrui, per paura di disturbare.

Percorriamo, in parte, le orme dei laboriosi “melàt” e, dal sagrato della chiesa parrocchiale di San Martino, imbocchiamo, sul suo lato sinistro, il viottolo che ci porta ad un sentiero il quale, a sua volta, se ne stacca sulla sinistra, per inoltrarsi nella selva che ricopre lo sbocco della valle. Seguiamolo per un buon tratto, rimanendo più bassi rispetto alla strada asfaltata che si inoltra nella valle. Prendiamo, poi, la seconda deviazione che sale verso sinistra, fino ad intercettare la strada della Val di Mello (strèda da val da mèl), appena prima di divieto di transito ai mezzi non autorizzati. Proseguiamo, ora, sulla strada, superando la cappelletta denominata "ciancèt al càmer dò brèf". All’asfalto, si sostituisce il risc e lo sterrato, fino al ponticello del torrente che scende dalla valle del Ferro (fiöm dò fèr). Alla nostra sinistra troviamo le case di Ca’ dei Rogni (“cà dè rógn”, m. 1019, a circa 2 chilometri e mezzo da S. Martino), dove troviamo, a lato della strada, la cappelletta chiamata "ciancèt dè cà de rógn", edificata da Pasquale Della Torre.


Rifugio Luna Nascente

Ma ciò che si impone allo sguardo è la superba balconata di granito della Valle del Ferro, la prima laterale settentrionale della Val di Mello. La balconata nasconde alla vista quei pizzi del Ferro che ne costituiscono la testata, e che invece sono ben visibili da S. Martino. In compenso, indimenticabile è lo spettacolo della famosa cascata del Ferro (“cascäda do fèr”), uno dei numerosi aspetti di interesse naturalistico che la valle offre. La bassa Valle del Ferro, che ha un’apertura assai ampia, è delimitata da due colossali bastioni di serizzo e ghiandone: a sinistra le propaggini che scendono dalla cima del Cavalcorto ("sciöma da cavalcürt") alle cosiddette Sponde del Ferro, a destra le propaggini della costiera Ferro-Qualido, un sistema articolato costituito dalle formazioni del Pappagallo (in basso a sinistra), dello sperone Mark (in basso a destra) e dal Precipizio degli Asteroidi (in alto a destra).
Sono luoghi ben noti ai sassisti, ed i loro nomi rivelano la sbrigliata ed un po’ irriverente fantasia di chi ne ha per primo saggiato le possibilità offerte all’arrampicata in aderenza. Straordinarie, uniche, legate alle rocce costituite da Granodiorite (più conosciuta come Ghiandone) e Quarzodiorite (più conosciuta come Serizzo), con inclusi di Anfibolite, simili al Granito, ma con meno quarzo, e quindi con meno scivolosità rispetto a questo.


Ca' Panscer

Proseguiamo lasciando impronte nella più scivolosa ma sicura neve: subito dopo il ponte, possiamo deviare a sinistra, salendo verso le cascate terminali della valle; una successiva deviazione a sinistra, poco visibile, ci porta al sentiero che sale alla parte media e superiore di essa, dove si trova il bivacco Molteni-Valsecchi (el bivàch, m. 2510, dedicato alla memoria degli alpinisti Mario Molteni e Giuseppe Valsecchi, giunti allo stremo e morti scendendo dal pizzo Badile alla Gianetti, dopo averne salito la parete nord-est, nel 1937), leggermente a valle rispetto al Sentiero Roma. Ma nella stagione invernale la fatica di questa salita è davvero improba.
Torniamo, quindi, al fondovalle e riprendiamo il cammino lungo la strada: raggiungiamo così, in breve, il parcheggio del Gatto Rosso, ampia spianata che precede l’omonimo ristorante, in località Panscèr (“cà dè panscér” o “cà dè garèla”, m. 1061). Qui la pista lascia il posto ad una larga mulattiera, che corre a sinistra del bellissimo torrente (detto genericamente, come un po’ tutti i torrenti di Val Masino, “el fiöm” (o fiöm da val dè mèl). Un’occhiata alle nostre spalle ci mostra la testata della Valle della Merdarola ("val da merdaröla"), laterale della Valle dei Bagni, che ci accompagnerà, come sfondo costante, fino al termine della camminata.


Cascina Piana

Davanti a noi, invece, una sezione della val Cameraccio (“val do camaràsc”), il maestoso circo che chiude, a nord-est, la Val di Mello, con la ben visibile, sulla destra, cima regina del Monte Disgrazia ("desgràzia"). Alla nostra sinistra, superata l’ampia apertura della Valle del Ferro, il versante montuoso sembra chiudersi. In realtà si apre il solco di una nuova valle, la più modesta ed arcana Val Qualìdo (“val do qualì”), unica, fra le laterali settentrionali, a non ospitare alcun rifugio o bivacco. Non è facile scorgere la partenza del sentiero che risale questa valle: si trova, a circa duecento metri dal Gatto Rosso, sulla sinistra. Il sentiero è uno dei meno battuti della valle, ma chi ama questi luoghi non può mancare di percorrerlo almeno una volta, perché è di una suggestione difficilmente esprimibile, soprattutto nel tratto mediano, dove è scavato sul fianco di un’enorme e strapiombante formazione rocciosa, all’ombra dell’immane parete del Qualido, che incombe ad occidente: un’esperienza da non perdere, pensando anche alle mucche che lo percorrevano.


La Rasica

La parete del Qualido, peraltro, è, in parte, osservabile anche dal fondovalle, e rappresenta probabilmente la massima espressione della verticalità delle montagne di Val di Mello. La val Qualido ha anche un secondo solco di accesso, più ad est, in quanto ha la forma di una “Y” rovesciata, ma questo è molto più scosceso e dirupato. I due solchi sono separati dalla formazione denominata il Trapezio d’Argento. A destra del secondo solco, invece, possiamo osservare la complessa propaggine della costiera Qualido-Zocca, che propone, nella parte bassa, le formazioni denominate il Brontosauro e lo Sperone del Sarcofago, mentre più in alto si trova la formazione denominata Scoglio delle Metamorfosi.
Poco prima della partenza del sentiero per la Val Qualido, gli storici frequentatori della Val di Mello troveranno, dal 2009, una sorpresa: una placca staccatasi dala parete del Qualido ha trascinato sul fondovalle una grande quantità di materiale alluvionale che, sbarrando il torrente, ha creato una nuova grande pozza. La vediamo, all'inizio del cammino, ovviamente alla nostra destra.

Proseguendo il cammino, non possiamo non restare rapidi dal dolce spettacolo del torrente, che qui scorre, lento, a fianco della mulattiera, mostrando, nelle sue acque limpide, rari ricami di luce ed accarezzando un grande masso che si trova proprio nel mezzo del suo letto. Qui le acque sono quasi ferme, in un'ampia pozza di un intenso color verde: non pare proprio che debba trattarsi, come detta la canzonatoria denominazione affibbiata a questo luogo incantevole, del "Bidè della Contessa". Fino al 2009 questa era la pozza per eccellenza della valle: ora ha perso i suoi quarti di nobiltà di fronte alla nuova e bel più ampia pozza, di cui abbiamo appena detto.
Poi la mulattiera si allontana dal torrente ed attraversa una fascia di prati, prima di raggiungere Ca’ di Carna (“ca’ dè carna”, “ca’ dè scöma” o “bäite do scöma”, m. 1076).
Noi restiamo, però, sul lato settentrionale della valle (a sinistra del torrente), e proseguiamo fino alla successiva località, Cascina Piana (“casina ciàna”, o anche "caséna pièna", m. 1092), abitata per buona parte dell'anno da contadini di Mello fino al 1960: qui troviamo un ponticello che permette di passare sul lato opposto della valle, dove si trova il rifugio Mello. Restando sul lato settentrionale della valle (a sinistra del torrente), raggiungiamo, poi, il rifugio
Luna Nascente, altro punto dove è possibile effettuare una sosta ristoratrice. Fra le baite della località possiamo osservarne una curiosa, che sembra sintetizzare nel modo più efficace la simbiosi fra uomo e granito, caratteristica di questa valle: è proprio appoggiata al fianco di un enorme placca rocciosa, a sua volta quasi adagiata sul prato del fondovalle.


Verso la Val Cameraccio

Oltrepassata Cascina Piana, incontriamo la deviazione, sulla sinistra, per la Valle di Zocca ("val da zòca"), dove si trovano i rifugi Allievi e Bonacossa (m. 2385). Comincia a presentarsi quel fitto bosco di conifere che, di qui in poi, caratterizza la valle. Alzando gli occhi verso sinistra, scorgiamo nettamente la soglia d’ingresso dell’alta Valle di Zocca, ma ci resta interamente nascosta la superba testata. In compenso, possiamo ammirare i poderosi contrafforti di granito che la delimitano su entrambi i lati. A destra, in particolare, nella parte bassa del grande bastione roccioso, possiamo individuare la formazione denominata Sperone della Magia. Proseguendo nel cammino, si fa più evidente, sulla nostra sinistra, il solco della successiva valle, la Val Torrone ("val do turùn") forse la più suggestiva, in assoluto, delle laterali settentrionali. Curiosamente, i più belli dei suoi gioielli, il pizzo Torrone orientale (m. 3333) e l’Ago del Torrone o Ago di Cleopatra alla sua sinistra (la curiosa denominazione rimanda all’omonimo obelisco di Londra) rimangono, da qui nascosti, mentre si mostrano da S. Martino. Scorgiamo, per ora, solo lo sperone terminale della costiera Torrone-Cameraccio, che la chiude ad oriente.


La piana di Rasica

Ad un certo punto dobbiamo deviare a sinistra ed effettuare una breve salita, fino ad un ponte, che scavalca il torrente della Val di Zocca, che scende impetuoso e spumeggiante (“èl fiöm da zòca”). Una successiva breve discesa ci introduce, 100 metri più avanti circa, all’ampia radura che ospita l’ultimo e più bel gruppo di baite della valle, in località Ràsega (o Ràsica, “rèsga”), a 1148 metri. Il nome è legato all’esistenza, in passato, di una segheria, a monte delle attuali baite, che fu attiva fino alla fine dell’Ottocento. Non possiamo non notare, sul limite settentrionale delle baite, l'enorme blocco di granito spiovente denominato "sàs di èsen", sotto il quale è stato ricavato un ricovero per gli asini. Ci sta, ormai, di fronte la fitta pineta che chiude la valle. Qui troviamo il rifugio Ràsega, ultimo punto di ristoro in questo percorso di traversata del fondovalle.
Seguendo un cartello in legno che segnala l’accesso alla Val Torrone, all’Alpe Pioda, al Sentiero Roma, al bivacco Kima ed al bivacco Odello Grandori, percorriamo il sentiero che procede tra le baite, passando a destra dell’ultima, la Baita del Giuàn, ed a sinistra di un prato nel quale in autunno pascolano le mucche. Guardando verso il fondo della valle, vediamo a sinistra un pronunciato sperone roccioso, che costituisce il limite della costiera che separa la Val Torrone, di cui intravvediamo un breve scorcio, dalla Val Cameraccio. Si tratta della Punta meridionale del Cameraccio (m. 2741), che domina il paesaggio sul lato sinistro di chi sale nella valle.


Torrente di Val di Mello

La Val Cameraccio mostra un più ampio scenario, dominato visivamente da due cime tanto vicine quanto differenti. Più imponente ed elegante, a sinistra, il monte Pioda, cima piuttosto trascurata forse per lo scarso interesse alpinistico, ma pur sempre, con i suoi 3431 metri, la più alta del maestoso gruppo del granito del Masino e della val Cameraccio. Il monte Pioda è anche un confine, perché alla sua destra vediamo una cima gemella, dalle tonalità cromatiche differenti, non più il grigio del serizzo, ma il colore rossastro del serpentino. Si tratta del ben più famoso monte Disgrazia (m. 3678), il picco glorioso dei primi salitori inglesi. Sembra anch’esso posto sulla testata della Val Cameraccio, ma in realtà si eleva in cima alla vicina Valle di Preda Rossa. Inoltre le cime gemelle sono tali sono in apparenza, perché la prima è quasi solo satellite, per quanto massiccio, della seconda. La consuetudine alpinitica, infine, ha chiamato Val Cameraccio tutto l’amplissimo anfiteatro glaciale nel quale termina ad est il solco della Val di Mello, ai piedi della costiera che la separa dalla Val Sissone, in alta Valmalenco. Ma l’uso locale l’ha divisa in due alpeggi, quello settentrionale (alla nostra sinistra), del Camarasc’, che poi ha dato il nome all’intera valle, e quello meridionale, a destra, della Piöda, che dà il nome alla menzionata cima omonima. 40 erano i capi caricati in passato alla piöda, 60 al camaràsc’. Al centro, il solco poco pronunciato della Val Casìn.


Cascata di quota 1260

Il sentierino, delimitato da bassi muretti a secco, raggiunge subito una pecceta, nella quale procede inizialmente in piano. Passiamo accanto ad un grande masso erratico e ad un bivio andiamo a sinistra. Poco più avanti siamo ad un nuovo bivio, ed anche qui andiamo a sinistra, seguendo la larga mulattiera che inizia a salire, non quella che procede in piano. Inizia una salita che propone diversi tratti assai ripidi, ed è in generale piuttosto faticosa per la natura irregolare del terreno. La pecceta (peghèra), infatti, è cresciuta su una paleofrana, e la mulattiera serpeggia fra massi di tutte le dimensioni, per cui quasi ogni passo deve essere studiato. I segnavia, rossi e bianco-rossi, non sono abbondanti, ma, pur dovendo prestare attenzione a qualche falsa traccia che si stacca da quella principale, non è difficile seguire quest’ultima. A quota 1200 metri circa siamo ad un terzo bivio, ed anche qui prendiamo a sinistra, lasciando il sentiero di destra che corre a lato del torrente. Qui troviamo anche una palina senza cartello.


Rifugio Casera di Pioda, monte Pioda e monte Disgrazia

Dopo un breve tratto scalinato, passiamo a lato di un càmer, cioè di un roccione sotto il quale si può ricavare un rudimentale ricovero. Il nome della valle prende il nome da massi di questo genere, un tempo utilizzati dai pastori in caso di necessità. Dopo diversi tornanti, vediamo due grandi scritte su altrettanti massi. Mentre a destra su un masso leggiamo “Pioda”, ad indicare che il sentiero principale sale in questa valle, su un masso a sinistra leggiamo la scritta “Torrone”, ad indicare che un sentiero meno marcato, che si stacca appunto sulla sinistra, sale in questa seconda valle. Andiamo diritti restando sul sentiero principale e dopo pochi metri usciamo dal bosco al ponte (punt del turùn, m. 1298) che scavalca il torrente di Val Torrone (fiöm do turùn). Levando gli occhi verso sinistra, vediamo un picco dalla parete incredibilmente verticale: si tratta della parete della Meridiana, una delle tante espressioni delle ardite geometrie della Val di Mello, sul fianco della Val Torrone.
Possiamo però qui anche scegliere un interessantissimo fuori-programma. Poco prima dell'indicazione "Pioda" possiamo cercare, sul lato destro della mulattiera, un sentierino che scende verso il torrente di Val di Mello, e ci porta presso una bellissima cascata, a quota 1260 metri circa, che scende con particolare violenza lungo una placca, nella cornice di fitte abetaie e grandi placche.


La Casera di Pioda prima della ristrutturazione

Risaliti alla mulattiera ed oltrepassato il ponte, riprendiamo a salire nella pecceta, fra splendidi abeti, ed un cartello dell’ERSAF, a quota 1360 metri circa, ci informa che siamo nella Foresta di Val Masino. Dopo un nuovo tratto scalinato scendiamo per un brevissimo tratto superando un modesto corso d’acqua che scende dalla nostra sinistra. Un grande fungo in legno ci consegna l’illusione di essere ottimi fungiàt e poco più avanti troviamo la segnalazione di una deviazione sulla destra. Lasciamo per poco la mulattiera e percorriamo un sentierino che in breve ci porta sul fianco di un roccione che sovrasta la Val di Mello. Siamo al Belvedere, con un pannello che ci permette di riconoscere i nuclei della Val di Mello, che vediamo in basso, e le cime della Valle della Mardarola e della Val Ligoncio, che chiudono ad ovest l’orizzonte.


La Torre meridionale del Cameraccio ed i Tri Prèvet

Tornati sulla mulattiera, saliamo ancora per un quarto d’ora, prima di uscire all’aperto sul limite dei prati della Casera di Pioda (casèra da Piöda). Vediamo subito il nuovo edificio, il rifugio Casera di Pioda, ottenuto nel 2014 dalla ristrutturazione dell’antica casera. Alte, alle sue spalle, appena a destra, le cime gemelle del monte Pioda e del monte Disgrazia. La struttura funge da Centro per l'Alpinismo Sostenibile e punto informativo della Riserva Naturale Val di Mello. È aperta come rifugio nel periodo estivo ed offre servizio di pernottamento e ristorazione previa associazione al Centro per l'Alpinismo Sostenibile, effettuabile versando la quota di 10 Euro. Per maggiori informazioni ci si può rivolgere alla sede Ersaf di Morbegno (email: morbegno@ersaf.lombardia.it; telefono: 0342 605580). Accanto alla bandiera della Regione Lombardia sventola anche quella azzurra di Mountain Wilderness International, a riconoscimento della particolare valenza naturalistica di questi luoghi, che si raccomandano a quanti ancora amano una montagna a basso impatto di attività antropiche.


Rifugio Casera di Pioda e Tri Prèvet

Avvicinandoci all’edificio scopriamo che in alto, a sinistra, campeggia una torre ardita, affiancata da due satelliti minori. Si tratta della già menzionata Torre meridionale del Cameraccio (m. 2743). E’ probabile che le tre cime corrispondano a quelle note localmente come “Tri prèvet”, cioè “tre preti”. A giustificare questo curioso nome è la forma vagamente antropomorfa dei picchi. Il riferimento ai preti è poi presti spiegato: gli alpeggi della Val Cameraccio erano di proprietà delle parrocchie di Cino, Mello e Cercino. L’estensione maggiore dei pascoli della parrocchia di Mello giustifica l’identificazione della cima maggiore, la Torre meridionale del Cameraccio, con il parroco di Mello. È però anche possibile che i Tri Prèvet corrispodano alle tre principali elevazioni della costiera Torrone-Cameraccio, quindi alla Torre meridionale del Cameraccio, alla Torre di Re Alberto (m. 2832) ed alla Punta Cameraccio (m. 3024), poste più a nord. Questi nomi parlano della storia della Val di Mello, che deve il suo nome alla colonizzazione di pastori che vennero fin qui da Mello, importante nucleo della Costiera dei Cech.


La Val Casìn

La suggestione del luogo non termina qui: a sinistra dei Tri Prèvet fa capolino, oltre le cime degli abeti, la puntuta cima della citata Parete della Meridiana, sul lato opposto della Val Torrone rispetto alle lisce placche, vera icona della Val di Mello, chiamate Placche dell'Oasi. Il versante sotto i Tri Prèvet si trova invece la fascia della Cascia Bèla (in passato, evidentemente, luogo prediletto dai cacciatori). Lontane, ad ovest, oltre le cime degli abeti, verso la Val di Mello, le cime della testata della Val Merdarola e della Val Ligoncio, con il pizzo Ligoncio sul limite di destra. Sul lato opposto, a destra della diade Pioda-Disgrazia, infine, il gioco della prospettiva sembra proporci una progressione ascendente di cime poco pronunciate (pizzo della Remoluzza, m. 2814, cima d’Averta, m. 2824, pizzo Vicima, m. 2853), sulla costiera Remoluzza-Arcanzo, che separa la Val Cameraccio dalla Valle di Preda Rossa.
Ad est del rifugio (verso il fondo della valle) si apre un ampio ripiano disseminati di alcuni grandi massi erratici. Se scendiamo dal rifugio verso destra, al torrente di Val Cameraccio, ci portiamo sulla riva di una splendida pozza, che sembra istigare a spiaggiamenti sullo stile marino.


Cascata minore e Torre meridionale del Cameraccio

Se vogliamo prolungare brevemente l’escursione, possiamo invece dal rifugio e dalla vicina baita gemella addentrarci in piano verso l’ultimo gradino di soglia che separa il ripiano dall’alta Val Cameraccio. Procedendo in leggera salita ci portiamo subito ad un bivio appena prima di un roccione, sul quale una grande scritta segnala il sentiero per la Val Cassin a destra. Si tratta in realtà della Val Casìn (ma il raddoppio della “s” forse un involontario omaggio ad uno dei più grandi alpinisti che scrissero pagine di storia in particolare sul pizzo Badile), il bacino che raccoglie le acque del Cameraccio e della Piöda. Ignoriamo il più marcato sentiero che sale a sinistra nella pecceta e procediamo sulla traccia che attraversa i prati, verso est, segnalato da qualche segnavia bianco-rosso.


Cascata minore e Torre meridionale del Cameraccio

Ci muoviamo poi fra grandi massi e radi abeti, passando a destra di un nuovo càmer e di una grande placca. Con un po’ di fatica puntiamo ai salti rocciosi che sbarrano l’accesso all’alta valle, fra insoliti (per la Val Masino) pini mughi, abeti e larici. A sinistra, oltre la linea delle cime degli abeti, la Torre meridionale del Cameraccio, o Prèvet da Mèl, che dir si voglia, occhieggia con sguardo inquietante e severo. Superato un ruscelletto, passiamo accanto ad un abete solitario e poi ad un larice, poco prima del quale un ometto segnala il punto nel quale si può scendere a guadare più agevolmente il torrente di Val di Mello (ma è ben difficile pensare che non ci si possa bagnare). Il guado può servire a raggiungere più agevolmente, seguendolo sul lato opposto, la cascata maggiore, al centro della valle, chiamata Cascata della Chiusa perché qui la valle sembra chiudersi ai piedi di un grande sistema di placche. Il pianone della Val Casìn appare come un caotico conglomerato di radi larici ed abeti, bassa vegetazione massi: si capisce che qui le slavine la fanno da padrone, e vien da pensare che Casìn significhi casino, anche se, ovviamente, l’etimo è differente.


La cascata della Chiusa

Se invece restiamo a sinistra del torrente e seguiamo la traccia di sentiero, ci portiamo a due cascate minori. La prima scende da una placca con un elegante triplo salto. Alta, sopra la cascata, la Torre meridionale del Cameraccio non smette di sorvegliare i nostri passi con il suo sguardo di pietra. Poco più avanti il sentierino ci porta a destra di una cascata che scivola lungo una placca molto inclinata. Il sentierino, poi, si inerpica su uno sperone di pini mughi, con un breve tratto esposto, e prosegue verso la Cascata della Chiusa, rimanendo però alla sua sinistra e salendo, ripido, con tratti protetti da muretti a secco, al circo dell’alta valle. Si inerpica sul versante compreso fra i due torrenti principali della valle, di Cameraccio e di Pioda, fino all’alpe Cameraccio (m. 2233), ma il suo stato, in una zona battuta da slavine, è tutto da verificare.


Il monte Pioda

Poco male: essere giunti fin qui, a 1640 metri di quota circa, è davvero appagante, perché questo scenario, solitario, selvaggio ma anche luminoso, ha davvero pochi eguali. Sono, questi, i veri luoghi del Gigiàt. Già, perché qui davvero possiamo cercare di sciogliere un enigma. L’inverno, che sembra far rattrappire ogni forma di vita nel suo gelido abbraccio, è la stagione nella quale il mitico Gigiàt scende dalle valli più alte sul fondovalle, cercando qualcosa per potersi sfamare. Per chi non lo sapesse, si tratta dell’essere fantastico simbolo di questa valle e dell’intera Val Masino, un incrocio fra un caprone ed un camoscio (o stambecco), dal pelo lunghissimo e dalle dimensioni gigantesche, tanto da poter attraversare un’intera valle con pochi balzi. Un essere che può anche diventare assai temibile, come ammonisce un murale di S. Martino, che lo raffigura: “El Gigiat, nume tutelare de esta splendida valle. Buono con lo homo che natura rispetta, mala sorte a chi lo trovasse non rispettoso. Onori et gloria a chi el vedesse e notizia ne desse…” Un incontro invernale con il gigiàt ci potrebbe, dunque, dare gloria, ma anche misera sepoltura nel suo stomaco, se i morsi della fame fossero per lui troppo acuti. Lo sanno bene gli abitanti di S. Martino, che, un po’ per rispetto, un po’ per paura, lasciano sulla soglia di casa sempre qualcosa di cui si possa cibare. Non dimentichiamo, dunque, di portare con noi qualcosa da offrirgli: forse non ce ne verranno gloria ed onori (chi crederà, infatti, a qualche solitario ciaspolaro invernale?), ma avremo salva la vita.

Per il ritorno dalla Rasica possiamo sfruttare un sentiero diverso, che ci permette di rivedere i luoghi già gustati da una prospettiva diversa, il sentiero che corre simmetricamente alla mulattiera che abbiamo percorso, sul lato opposto della valle, quello sud-orientale.
Ridiscesi alla piana della Rasica, ci portiamo al rifugio omonimo e proprio di fronte ad esso scavalchiamo il torrente Mello su un ponte in legno. Attraversata una fascia di prati, proseguiamo in una pineta densa di incanto e suggestione. La traccia è sempre buona, anche se in un tratto attraversa alcuni piccoli corsi d’acqua e non è facile bagnarsi i piedi. Usciamo dal bosco ad un’ampia radura e vediamo le indicazioni del Sentiero Life, che segnalano la direzione per imboccare il sentiero che sale in Val Romilla, al culmine della quale il passo omonimo consente di traversare al rifugio Ponti o di scendere alla piana di Preda Rossa.
Qui possiamo riportarci sul lato opposto della valle, prendendo a destra e ripassando il torrente sopra un ponte. È però preferibile restare su questo lato: procedendo verso sud-ovest scavalchiamo su un ponticello il torrentello della Val Romilla e possiamo gustare, da una prospettiva insolita, lo spettacolo della piana di Cascina Piana e delle maestose architetture verticali che la incorniciano. Alla nostra sinistra l’ombrosa e selvaggia Val Temola, cui non accede alcun sentiero direttamente dal fondovalle. Procediamo quasi a ridosso del torrente Mello, che in questo punto della valle si approssima al versante sud-orientale, fino al muretto che delimita un ampio prato. Un cartello ci avvisa che si tratta di proprietà privata e che il sentiero devia a sinistra, seguendone il bordo.


Laghetto di Val di Mello

Ci allontaniamo così dal torrente, saliamo per un tratto e passiamo a monte del prato. Poi pieghiamo leggermente a destra e ci portiamo nei pressi del ponticello di Ca’ di Carna, per il quale possiamo riportarci sul lato nord-occidentale della valle. Se restiamo su questo lato procediamo verso sud-ovest e ci riavviciniamo al torrente. Incontriamo un terzo ponticello, e se restiamo su questo lato della valle proseguiamo a breve distanza dal torrente, fino a piegare a destra (ovest) e raggiungere, dopo breve discesa nella boscaglia, un quarto ponte.
Qui ci conviene scavalcare il torrente. Sul lato opposto dopo un breve tratto intercettiamo la carrozzabile della Val di Mello. Scendiamo per breve tratto e, subito dopo la cappelletta sul lato destro della strada, imbocchiamo il sentiero che la lascia scendendo a sinistra e procedendo quasi a ridosso del torrente, fino ad uscire dalla boscaglia sul limite orientale di S. Martino. Percorsa una breve pista, imbocchiamo la strada che in breve ci porta al parcheggio libero sul lato orientale del paese, dove recuperiamo l’automobile (se abbiamo parcheggiato qui).


Val Cameraccio

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