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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
San Martino-Ca' dei Rogni-Ca' di Carna-Rasega-Cascata
2 h
240
T

La Val di Mello ("val da mèl") riconquista, in inverno, la sua antica solitudine ed il suo discreto silenzio di un tempo. Ecco perché anche chi già la conosce, per la frequentazione estiva, ne scopre un volto nuovo e più autentico. Una ciaspolata per percorrerla ci consente di vederla con occhi nuovi.
Non quelli degli scalatori, che vi trovano, soprattutto nelle laterali valli di Zocca e Torrone, ascensioni classicissime ed eleganti; non quelli dei sassisti e degli arrampicatori, che hanno solo l’imbarazzo della scelta, fra le numerosissime pareti verticali di un granito che non tradisce, per rinnovare l’eterna sfida alla legge di gravità (la roccia che domina la Val di Mello, infatti, è la granodiorite - nome commerciale: ghiandone - e la quarzodiorite - nome commerciale: serizzo -, assai simile al granito, ma, a differenza di questo, più povera di quarzo, e quindi assai meno scivolosa, un paradiso per coloro che coltivano l'arrampicata in aderenza); neppure quelli degli escursionisti, che, oltre a percorrere il celeberrimo Sentiero Roma (senté róma), in alta quota, possono selezionare molti faticosi ma impagabili anelli, salendo ad una delle valli laterali, valicando uno dei bellissimi passi sulle maestose costiere e scendendo per la valle attigua; neanche, infine, quelli degli amanti degli scenari di forte suggestione paesaggistica.
Gli occhi, piuttosto, degli esploratori che, nel tentativo di rievocarne la storia e le atmosfere, si perdono nei sentieri del tempo. San Martino ("san martìn"), il paese che si trova all’imbocco della valle, è il punto di partenza: dal sagrato della sua chiesa, anch’essa, come tutto, qui, assediata dal enormi blocchi di Serizzo e Ghiandone (di solito chiamati genericamente “Granito”), parte il sentiero che si addentra nella valle. Prima di descrivere il percorso e le sue tappe, dobbiamo però rendere ragione dell’assedio dell’onnipresente “Granito”.
Tutto iniziò, in questa isola geologica chiamata “Plutone del Masino-Bregaglia” (costituito da rocce magmatiche che si sono raffreddate in profondità), nell’era quaternaria, cioè nell’ultima era geologica, circa 1.800.000 di anni fa. Iniziò con una grande glaciazione, che coinvolse tutta la catena alpina. Nella zona della futura Val di Mello il ghiaccio ricopriva ogni cosa, fino ad una quota superiore ai 2.500 metri. Immaginiamo lo scenario: una coltre bianca ed immobile, dalla quale emergevano, come modesti isolotti, solo le cime più alte della valle, il Monte Disgrazia ("desgràzia", m. 3678), i pizzi Torrone, la punta Rasica ("rèsga"), la Cima di Castello ("castèl"), la cima di Zocca, i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr). L’azione di questo enorme ghiacciaio, lenta, inesorabile, scandita in ritmi difficilmente immaginabili, cioè in migliaia di anni, cominciò a modellare il volto della valle: si deve ad
essa la straordinaria conformazione delle pareti granitiche, verticali, con grandi placche lisce, e la forma straordinariamente levigata delle numerosissime placche di granito. Fu un’azione che si esercitò in quattro grandi tempi: tante furono, infatti, le successive glaciazioni (la quarta ebbe inizio 40.000 anni fa), prima dell’ultimo e definitivo ritiro dei ghiacci alle quote più alte, dove ore di essi resta solo un’esigua traccia.
Il ritiro del ghiacciaio determinò, anche, il crollo di grandi blocchi sospesi di granito: li troviamo, ora, muti
testimoni di eventi ciclopici, sul fondovalle, come vassalli erranti degli incombenti signori della valle, le ardite costiere che la guardano. Così fu disegnato il profilo arrotondato della valle, dolce e regolare, a produrre un singolare contrasto con le gotiche ed aspre guglie che vi si affacciano. Venne, poi, lentamente, la vita, le piante, gli animali e, da ultimo, l’uomo, che vi giunse spinto dalla necessità di trovare nuovi pascoli.
Vennero, per primi, gli abitanti di Mello, paese della Costiera dei Cech, a più di 20 km di distanza, che la colonizzarono e le diedero il nome che ora è conosciuto in tutta Europa. Vennero probabilmente prima dell’anno Mille, per sfruttare gli alti pascoli che si stendono nei circhi glaciali delle valli laterali, ad una quota superiore ai 1900-2000 metri, raggiunti da sentieri impervi che si stenta a credere potessero (e possano ancora oggi, perché non tutti sono abbandonati) essere superati da mandrie di mucche.

Alpeggi che, in un passato non lontano, permettevano il pascolo di numerosi capi di bestiame, come segnala Mario Songini (diga), nella sua bella pubblicazione “La Val Masino e la sua gente” (Sondrio, aprile 2006, pg. 113): 170 capi all’alpe del Ferro (“fèr”), 60 all’alpe Qualido (“qualì”), 50 all’alpe di Zocca (“zòca”), 50 all’alpe Torrone (“torùn”); 40 all’alpe della Pioda (“piöda”), 60 all’alpe Cameraccio (“camaràsc”), 20 all’alpe della Remoluzza (“remolöza”), 45 all’alpe della Romilla (“roméla”), 25 all’alpe Temola (“témola”), 30 all’alpe di mezzola (“mezöla”) ed infine 30 in quella di Arcanzolo (“narcanzö”): 580 capi in tutto!  
Si fermavano, i “melàt”, anche dieci mesi nella loro valle, ed era un continuo andare e venire da questa alla lontana Mello, per portarvi, con un cammino di almeno 5 e 6 ore, calzando zoccoli o anche a piedi nudi, il frutto del lavoro dei casari e riportarvi, con un ritorno altrettanto faticoso, viveri e generi di prima necessità.
Un andare e venire cui assistevano gli altri abitatori della Val Masino, che mantennero con questi rapporti sempre cordiali, ma mai troppo confidenziali, non sentendoli “di casa”, come testimonia un modo di dire, riportato sempre dal Songini: “An sé méga dè cöi da Mèl” (op. cit., pg. 147), “non siamo mica di quelli di Mello”, detto a chi si mostra restio e si fa riguardo ad entrare in casa altrui, per paura di disturbare.

Percorriamo, in parte, le orme dei laboriosi “melàt” e, dal sagrato della chiesa parrocchiale di San Martino, imbocchiamo, sul suo lato sinistro, il viottolo che ci porta ad un sentiero il quale, a sua volta, se ne stacca sulla sinistra, per inoltrarsi nella selva che ricopre lo sbocco della valle. Seguiamolo per un buon tratto, rimanendo più bassi rispetto alla strada asfaltata che si inoltra nella valle. Prendiamo, poi, la seconda deviazione che sale verso sinistra, fino ad intercettare la strada della Val di Mello (strèda da val da mèl), appena prima di divieto di transito ai mezzi non autorizzati. Proseguiamo, ora, sulla strada, superando la cappelletta denominata "ciancèt al càmer dò brèf". All’asfalto, si sostituisce il risc e lo sterrato, fino al ponticello del torrente che scende dalla valle del Ferro (fiöm dò fèr). Alla nostra sinistra troviamo le case di Ca’ dei Rogni (“cà dè rógn”, m. 1019, a circa 2 chilometri e mezzo da S. Martino), dove troviamo, a lato della strada, la cappelletta chiamata "ciancèt dè cà de rógn", edificata da Pasquale Della Torre.
Ma ciò che si impone allo sguardo è la superba balconata di granito della Valle del Ferro, la prima laterale settentrionale della Val di Mello. La balconata nasconde alla vista quei pizzi del Ferro che ne costituiscono la testata, e che invece sono ben visibili da S. Martino. In compenso, indimenticabile è lo spettacolo della famosa cascata del Ferro (“cascäda do fèr”), uno dei numerosi aspetti di interesse naturalistico che la valle offre. La bassa Valle del Ferro, che ha un’apertura assai ampia, è delimitata da due colossali bastioni di serizzo e ghiandone: a sinistra le propaggini che scendono dalla cima del Cavalcorto ("sciöma da cavalcürt") alle cosiddette Sponde del Ferro, a destra le propaggini della costiera Ferro-Qualido, un sistema articolato costituito dalle formazioni del Pappagallo (in basso a sinistra), dello sperone Mark (in basso a destra) e dal Precipizio degli Asteroidi (in alto a destra).
Sono luoghi ben noti ai sassisti, ed i loro nomi rivelano la sbrigliata ed un po’ irriverente fantasia di chi ne ha per primo saggiato le possibilità offerte all’arrampicata in aderenza. Straordinarie, uniche, legate alle rocce costituite da Granodiorite (più conosciuta come Ghiandone) e Quarzodiorite (più conosciuta come Serizzo), con inclusi di Anfibolite, simili al Granito, ma con meno quarzo, e quindi con meno scivolosità rispetto a questo.
Proseguiamo lasciando impronte nella più scivolosa ma sicura neve: subito dopo il ponte, possiamo deviare a sinistra, salendo verso le cascate terminali della valle; una successiva deviazione a sinistra, poco visibile, ci porta al sentiero che sale alla parte media e superiore di essa, dove si trova il bivacco Molteni-Valsecchi (el bivàch, m. 2510, dedicato alla memoria degli alpinisti Mario Molteni e Giuseppe Valsecchi, giunti allo stremo e morti scendendo dal pizzo Badile alla Gianetti, dopo averne salito la parete nord-est, nel 1937), leggermente a valle rispetto al Sentiero Roma. Ma nella stagione invernale la fatica di questa salita è davvero improba.
Torniamo, quindi, al fondovalle e riprendiamo il cammino lungo la strada: raggiungiamo così, in breve, il parcheggio del Gatto Rosso, ampia spianata che precede l’omonimo ristorante, in località Panscèr (“cà dè panscér” o “cà dè garèla”, m. 1061). Qui la pista lascia il posto ad una larga mulattiera, che corre a sinistra del bellissimo torrente (detto genericamente, come un po’ tutti i torrenti di Val Masino, “el fiöm” (o fiöm da val dè mèl). Un’occhiata alle nostre spalle ci mostra la testata della Valle della Merdarola ("val da merdaröla"), laterale della Valle dei Bagni, che ci accompagnerà, come sfondo costante, fino al termine della camminata.
Davanti a noi, invece, una sezione della val Cameraccio (“val do camaràsc”), il maestoso circo che chiude, a nord-est, la Val di Mello, con la ben visibile, sulla destra, cima regina del Monte Disgrazia ("desgràzia"). Alla nostra sinistra, superata l’ampia apertura della Valle del Ferro, il versante montuoso sembra chiudersi. In realtà si apre il solco di una nuova valle, la più modesta ed arcana Val Qualìdo (“val do qualì”), unica, fra le laterali settentrionali, a non ospitare alcun rifugio o bivacco. Non è facile scorgere la partenza del sentiero che risale questa valle: si trova, a circa duecento metri dal Gatto Rosso, sulla sinistra. Il sentiero è uno dei meno battuti della valle, ma chi ama questi luoghi non può mancare di percorrerlo almeno una volta, perché è di una suggestione difficilmente esprimibile, soprattutto nel tratto mediano, dove è scavato sul fianco di un’enorme e strapiombante formazione rocciosa,
all’ombra dell’immane parete del Qualido, che incombe ad occidente: un’esperienza da non perdere, pensando anche alle mucche che lo percorrevano. La parete del Qualido, peraltro, è, in parte, osservabile anche dal fondovalle, e rappresenta probabilmente la massima espressione della verticalità delle montagne di Val di Mello. La val Qualido ha anche un secondo solco di accesso, più ad est, in quanto ha la forma di una “Y” rovesciata, ma questo è molto più scosceso e dirupato. I due solchi sono separati dalla formazione denominata il Trapezio d’Argento. A destra del secondo solco, invece, possiamo osservare la complessa propaggine della costiera Qualido-Zocca, che propone, nella parte bassa, le formazioni denominate il Brontosauro e lo Sperone del Sarcofago, mentre più in alto si trova la formazione denominata Scoglio delle Metamorfosi.
Poco prima della partenza del sentiero per la Val Qualido, gli storici frequentatori della Val di Mello troveranno, dal 2009, una sorpresa: una placca staccatasi dala parete del Qualido ha trascinato sul fondovalle una grande quantità di materiale alluvionale che, sbarrando il torrente, ha creato una nuova grande pozza. La vediamo, all'inizio del cammino, ovviamente alla nostra destra.

Proseguendo il cammino, non possiamo non restare rapidi dal dolce spettacolo del torrente, che qui scorre, lento, a fianco della mulattiera, mostrando, nelle sue acque limpide, rari ricami di luce ed accarezzando un grande masso che si trova proprio nel mezzo del suo letto. Qui le acque sono quasi ferme, in un'ampia pozza di un intenso color verde: non pare proprio che debba trattarsi, come detta la canzonatoria denominazione affibbiata a questo luogo incantevole, del "Bidè della Contessa". Fino al 2009 questa era la pozza per eccellenza della valle: ora ha perso i suoi quarti di nobiltà di fronte alla nuova e bel più ampia pozza, di cui abbiamo appena detto.
Poi la mulattiera si allontana dal torrente ed attraversa una fascia di prati, prima di raggiungere Ca’ di Carna (“ca’ dè carna”, “ca’ dè scöma” o “bäite do scöma”, m. 1076).
Noi restiamo, però, sul lato settentrionale della valle (a sinistra del torrente), e proseguiamo fino alla successiva località, Cascina Piana (“casina ciàna”, o anche "caséna pièna", m. 1092), abitata per buona parte dell'anno da contadini di Mello fino al 1960: qui troviamo un ponticello che permette di passare sul lato opposto della valle, dove si trova il rifugio Mello. Restando sul lato settentrionale della valle (a sinistra del torrente), raggiungiamo, poi, il rifugio
Luna Nascente, altro punto dove è possibile effettuare una sosta ristoratrice. Fra le baite della località possiamo osservarne una curiosa, che sembra sintetizzare nel modo più efficace la simbiosi fra uomo e granito, caratteristica di questa valle: è proprio appoggiata al fianco di un enorme placca rocciosa, a sua volta quasi adagiata sul prato del fondovalle.
Oltrepassata Cascina Piana, incontriamo la deviazione, sulla sinistra, per la Valle di Zocca ("val da zòca"), dove si trovano i rifugi Allievi e Bonacossa (m. 2385). Comincia a presentarsi quel fitto bosco di conifere che,
di qui in poi, caratterizza la valle. Alzando gli occhi verso sinistra, scorgiamo nettamente la soglia d’ingresso dell’alta Valle di Zocca, ma ci resta interamente nascosta la superba testata. In compenso, possiamo ammirare i poderosi contrafforti di granito che la delimitano su entrambi i lati. A destra, in particolare, nella parte bassa del grande bastione roccioso, possiamo individuare la formazione denominata Sperone della Magia. Proseguendo nel cammino, si fa più evidente, sulla nostra sinistra, il solco della successiva valle, la Val Torrone ("val do turùn") forse la più suggestiva, in assoluto, delle laterali settentrionali. Curiosamente, i più belli dei suoi gioielli, il pizzo Torrone orientale (m. 3333) e l’Ago del Torrone o Ago di Cleopatra alla sua sinistra (la curiosa denominazione rimanda all’omonimo obelisco di Londra) rimangono, da qui nascosti, mentre si mostrano da S. Martino. Scorgiamo, per ora, solo lo sperone terminale della costiera Torrone-Cameraccio, che la chiude ad oriente.
Ad un certo punto dobbiamo deviare a sinistra ed effettuare una breve salita, fino ad un ponte, che scavalca il torrente della Val di Zocca, che scende impetuoso e spumeggiante (“èl fiöm da zòca”). Una successiva breve discesa ci introduce, 100 metri più avanti circa, all’ampia radura che ospita l’ultimo e più bel gruppo di baite della valle, in località Ràsega (o Ràsica, “rèsga”), a 1148 metri. Il nome è legato all’esistenza, in passato, di una segheria, a monte delle attuali baite, che fu attiva fino alla fine dell’Ottocento. Non possiamo non
notare, sul limite settentrionale delle baite, l'enorme blocco di granito spiovente denominato "sàs di èsen", sotto il quale è stato ricavato un ricovero per gli asini. Ci sta, ormai, di fronte la fitta pineta che chiude la valle. Qui troviamo il rifugio Ràsega, ultimo punto di ristoro in questo percorso di traversata del fondovalle.
Poi la mulattiera si inoltra in uno stupendo bosco di conifere, dove il sole comincia a giocare una complessa partita a scacchi con le ombre profonde e secolari, sotto lo sguardo antichissimo di enormi massi erratici, guizzando repentino fra le macchie di neve. Gli echi del tempo presente si fanno più lontani, il mistero di una dimensione sospesa del tempo sembra addensarsi. A un certo punto, un bivio: la traccia principale scarta bruscamente a sinistra e comincia a salire. Seguiamola, fino a raggiungere, a 1298 metri, il ponticello sul torrente che scende dalla Val Torrone. Appena prima del ponte, sulla sinistra, si trova, poco evidente, la partenza del sentiero che sale in questa valle, superandone la parte mediana stretta ed incassata, selvaggia e bellissima.
Noi, invece, varchiamo il ponticello e fermiamoci ad osservare lo scenario del maestoso gradino della valle, che però, purtroppo, ci nasconde quello ancora più superbo dei torrioni (i pizzi Torrone, appunto) della sua testata. Sulla sinistra vedremo un’ultima ed impressionante espressione della verticalità di queste montagne, la parete della Meridiana. Sulla destra, invece, guardando più in basso, scorgeremo le formazioni rocciose denominate le Placche dell’Oasi. Segnaliamo che in Val Torrone si trova, come struttura di appoggio per escursionisti e scalatori, il bivacco Manzi-Pirotta, a 2538 metri, poco distante dal tracciato del Sentiero Roma.
La nostra lunga traversata è ormai giunta al termine: proseguendo nella salita, infatti, attaccheremmo l’enorme anfiteatro della val Cameraccio, che chiude la Val di Mello.
Lasciamo, allora, la mulattiera, per imboccare un poco evidente sentierino che, subito dopo il ponticello, scende, sulla destra, verso il torrente. Scendiamo, così, passando accando ad un'enorme placca di granito, fino ad un’impressionante cascata (con tutta probabilità d’inverno, però, il fragore delle acque resterà sospeso nella morsa del gelo): il salto non è enorme, ma l’acqua cade, qui, con una violenza davvero impressionante. A sinistra della cascata troviamo anche una bella marmitta dei giganti. Guardando, poi, verso la Val Torrone, a nord, cioè alla nostra sinistra, riusciremo a scorgere, a destra della parete della Meridiana, la cima di quel picco Luigi Amedeo la cui scalata costituisce una delle più difficili vie nell’intera catena retica: la sua parete sud-est, infatti, fu conquistata solo nel 1959 dagli alpinisti Vasco Taldo e Nando Nusdeo.

Dopo quasi tre ore di cammino, percorsi più di cinque chilometri, possiamo considerare concluso l’incontro ravvicinato con questa valle unica. Resta, però, un enigma da sciogliere. L’inverno, che sembra far rattrappire ogni forma di vita nel suo gelido abbraccio, è la stagione nella quale il mitico gigiàt scende dalle valli più alte sul fondovalle, cercando qualcosa per potersi sfamare. Per chi non lo sapesse, si tratta dell’essere fantastico simbolo di questa valle e dell’intera Val Masino, un incrocio fra un caprone ed un camoscio (o stambecco), dal pelo lunghissimo e dalle dimensioni gigantesche, tanto da poter attraversare un’intera valle con pochi balzi. Un essere che può anche diventare assai temibile, come ammonisce un murale di S. Martino, che lo raffigura: “El Gigiat, nume tutelare de esta splendida valle. Buono con lo homo che natura rispetta, mala sorte a chi lo trovasse non rispettoso. Onori et gloria a chi el vedesse e notizia ne desse…” Un incontro invernale con il gigiàt ci potrebbe, dunque, dare gloria, ma anche misera sepoltura nel suo stomaco, se i morsi della fame fossero per lui troppo acuti. Lo sanno bene gli abitanti di S. Martino, che, un po’ per rispetto, un po’ per paura, lasciano sulla soglia di casa sempre qualcosa di cui si possa cibare. Non dimentichiamo, dunque, di portare con noi qualcosa da offrirgli: forse non ce ne verranno gloria ed onori (chi crederà, infatti, a qualche solitario ciaspolaro invernale?), ma avremo salva la vita.

 

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