La prima e più ampia fra le valli laterali della Val di Mello

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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Parcheggio Val di Mello-Valle del Ferro-Bivacco Molteni Valsecchi
5 h
1500
E
Parcheggio Val di Mello-Valle del Ferro-Bivacco Molteni Valsecchi-passo Qualido-Val Qualido-Parcheggio Val di Mello
8 h
1580
E
Parcheggio Val di Mello-Valle del Ferro-Bivacco Molteni Valsecchi -Passo Camerozzo-Rifugio Gianetti-Bagni Masino
9 h
1700
EE

La prima laterale che incontra, sulla propria sinistra, chi si inoltri nella Val di Mello ("val da mèl") è la Valle del Ferro ("val do fèr"). La denominazione potrebbe suggerire scenari severi (ed in effetti essa si deve non alla presenza di minerali ferrosi, ma dal colore livido delle rocce dei suoi bastioni in alcuni momenti del giorno); si tratta, invece, di una valle ampia, tranquilla, un po’ solitaria (ad inizio stagione, almeno, prima che venga caricata), coronata dal profilo armonico e poco pronunciato dei tre pizzi del Ferro (sciöma dò fèr). Ben la conosce chi percorre il Sentiero Roma (senté róma), ma vale pure la pena di eleggerla come meta di un’escursione di una sola giornata, anche perché offre la possibilità di chiudere due eleganti anelli, valicando i passi Qualido o Camerozzo.
Ma andiamo con ordine. Stacchiamoci dalla ss. 38 dello Stelvio all’altezza di Ardenno, immettendoci sulla ex strada statale di Val Màsino (ora stada provinciale) e percorrendola fino a San Martino ("san martìn"), paese posto all’imbocco della celeberrima Val di Mello. Nel periodo di più intenso afflusso turistico la strada per la Val di Mello è chiusa nei finesettimana o anche, dalla seconda metà di luglio alla seconda metà di agosto, lungo l’intera settimana. Ci si può però avvalere del servizio di bus-navetta che ci portano in pochi minuti al parcheggio della valle (a m. 1060 circa). Dobbiamo, ora, tornare indietro, per un breve tratto, sulla carrozzabile, fino a giungere al ponte sul torrente che scende proprio dalla Valle del Ferro (fiöm dò fèr), appena prima della località Ca’ dei Rogni
(“cà dè rógn”, m. 1019, a circa 2 chilometri e mezzo da S. Martino). Poco prima del ponte, troviamo, a lato della strada, la cappelletta chiamata "ciancèt dè cà de rógn", edificata da Pasquale Della Torre. Stacchiamoci dalla carrozzabile, sulla destra, salendo per un tratto su una pista che fiancheggia il torrente. Davanti ai nostri occhi si impone lo spettacolo delle poderose formazioni granitiche che hanno reso famosa la Val di Mello e che costituiscono un vero e proprio paradiso per i sassisti: la bassa Valle del Ferro è incorniciata a sinistra dalle massicce Sponde del Ferro, a destra dall’impressionante Precipizio degli Asteroidi; in mezzo, l’enorme gradino che separa l’alta dalla bassa valle, solcato dal profilo candido di diverse cascate.
Al termine della pista dobbiamo prestare un po’ di attenzione, perché c’è una traccia di sentiero che sale, sulla nostra destra, in una selva e che ci può trarre in inganno: dobbiamo, infatti, rimanere sulla traccia principale (segnalata anche da segnavia rosso-bianco-rossi), che piega decisamente a sinistra (sud-ovest), inoltrandosi in una fresca pineta e cominciando a salire con diversi tornanti, sul fianco sinistro (per noi) della valle. Un’apertura del bosco permette di scorgere l’inconfondibile profilo del Monte Disgrazia ("desgràzia"), che chiude, in
val Cameraccio, la Val di Mello.
Il sentiero (senté dò fèr) esce, quindi, dal bosco, e si apre, davanti ai nostri occhi, la visuale sulle cascate del Ferro (nel dialetto locale, semplicemente "la caschèda", o "caschèda dò fèr"), che scendono rabbiose solcando enormi placche granitiche. Piegando leggermente a destra (nord), il sentiero incontra i diversi rami del torrente, che vanno attraversati in due punti: nel primo è necessario guadare utilizzando i sassi affioranti, mentre nel secondo è un ponticello a rendere bel più tranquilla la traversata. Raggiunta la Casera del Ferro (casèra dò fèr), a 1657 metri, si può ammirare il rabbioso salto dell’acqua dal bastione granitico. Guardando verso l’alto, cominciamo a scorgere, sulla nostra sinistra, la costiera del Cavalcorto ("sciöma da cavalcürt"), che separa questa valle dalla
Val Porcellizzo ("val do porscelécc"), mentre il lato opposto è dominato dalla costiera Ferro-Qualido. Passiamo, ora, su un ponte dal lato sinistro (per noi) a quello destro della valle e ricominciamo a salire su traccia che sembra perdersi (la ritroviamo sulla parta alta di un prato, quasi a ridosso del roccione che chiude la parte mediana della valle). Qui proseguiamo a destra, risalendo un canalone con radi larici. Il sentiero piega, poi, decisamente a sinistra (ovest) e passiamo sotto un roccione strapiombante (con un muretto che sostiene il sentiero a valle), portandoci sulla soglia superiore della bastionata di granito che separa la media e l'alta valle. Mantenendo la direzione, attraversiamo un torrentello che, dopo una bella cascatella poco a monte, corre in un canaletto fra le rocce e, dopo circa 150 metri, raggiungiamo il baitello quotato 1958 metri, a ridosso della roccia. 50 metri più avanti la traccia va perdendosi e procediamo (guidati dai segnavia) fra piccole placche affioranti e dossetti erbosi.

Passiamo, quindi, presso il rudere della baita chiamata préma córt (era, infatti, la prima stazione d'alpeggio, sopra la cascata del Ferro), ed attraversiamo, sempre da destra a sinistra (da est ad ovest) un secondo torrentello, risalendo poi sul lato opposto (memorizziamo il punto di risalita, perché non è facile individuarlo scendendo), fino a giungere, finalmente, in vista della casera dell’alpe del Ferro (casèra dò munt do fèr, a 2084 metri). Qui potremo trovare, nella stagione estiva, i pastori che caricano l’alpe. 50 metri più in basso, sulla sua verticale, il corso d'acqua che scende dal centro della valle, il fiöm dò fèr, si congiunge con il torrentello più occidentale, chiamato fiöm da córt bèla (córt bèla è la parte più occidentale dell'alpeggio del Ferro). Può essere interessante un dato storico: l'alpe del Ferro è, dopo quella del Porcellizzo, la più ampia della Val Masino: proprietà del comune di Mello, permetteva di caricare 170 capi di bestiame.
Superata la casera, il sentiero diventa sempre più labile traccia, mentre appare finalmente, là, in fondo, oltre gli ultimi alpeggi, la testata della valle. Riprendiamo, quindi, a salire sul dosso a sinistra della baita. Ben presto, guardando diritto davanti a noi, scorgeremo il piccolo puntino rosso del bivacco Molteni-Valsecchi, la nostra meta, posto a monte dei pascoli curiosamente denominati
"riva dai piöc’", con riferimento non chiaro ai pidocchi, e "polentùn". Il bivacco, collocato nel pascolo chiamato "sciöma dò fèr", è chiamato, nel dialetto locale, semplicemente "el bivach", ed è dedicato alla memoria degli alpinisti morti, nel 1937, per il freddo e la fatica dopo aver penosamente risalito la parete nord-est del Badile.
Proseguiamo, senza percorso obbligato, puntando nella sua direzione (cioè verso nord), passando per una fascia di pascolo in pendio più dolce, chiamata "curt da pìsa", in mezzo ai due rami del torrente chiamati "fiöm grènt" (il ramo principale, alla nostra destra) e "fiöm da còrt bèla", vallone alla nostra sinistra. Il nome del pascolo si riferisce al fatto che qui avveniva, 28 e 56 giorni dopo l'inizio della monticazione, la pesa del latte prodotto da ciascuna vacca, alla presenza dei proprietari del bestiame, al fine di determinare il compenso che andava corrisposto a fine stagione a ciascuno di loro.
Salendo, dunque, continuiamo a rimanere sul lato sinistro della valle (occidentale). Alla fine le nostre fatiche saranno coronate e raggiungeremo, a 2510 metri, lo scatolone del bivacco Molteni-Valsecchi, dal quale possiamo ammirare i tre signori della valle, il pizzo del Ferro occidentale, o cima della Bondasca, alla nostra sinistra (m. 3267), il pizzo del Ferro centrale (m. 3234), quasi defilato in un sistema di cime secondarie e caratterizzato dal curioso avamposto denominato “Pera del Ferro”, ed il pizzo del Ferro orientale, quasi solitario ed isolato, con il suo dolce profilo, alla nostra destra (m. 3199).

Si tratta, appunto, delle "sciöma dò fèr", cime del Ferro, una delle immagini più caratteristiche della Val Masino, in quanto sono ben visibili anche da Cataeggio. Non a caso ricorrono in molti modi di dire; uno per tutti: "tè sè méga inch söl fèr", cioè "non sei sulle cime del Ferro", detto a chi è troppo freddoloso oppure esita ad affrontare un passaggio. E' interessante notare che l'espressione "sciöma dò fèr", nel dialetto della valle, si riferisce, più spesso, alla parte più alta dei pascoli della Valle del Ferro (presso il bivacco), perché un tempo le lontane cime, pensate cone inaccessibili, erano, per gli alpigiani, assai meno significative della ben più vicina ed essenziale erba per le bestie. Per intercettare il sentiero Roma, che attraversa tutta l’alta Valle del Ferro, si deve salire di qualche decina di metri.
Se non vogliamo tornare per la medesima via di salita, ci si offrono ora due interessanti possibilità. La prima, più tranquilla, è quella di puntare al Passo Qualido ("pas dò qualì"), alla nostra destra, per scendere, poi, dalla valle omonima.Se la scegliamo, cominciamo una lunga e tranquilla traversata della valle, seguendo i segnavia del Sentiero Roma (ma se la giornata è brutta e la visibilità scarsa, ci conviene rinunciare, perché inmolti tratti il sentiero vero e proprio non c’è, e, se si perde un segnavia, si rischia di smarrirsi), fino all’imbocco del breve e facile canalino che porta al passo (m. 2647), posto poco a nord del Torrione Qualido (m. 2707). La discesa dal passo è un po’ più complessa: per un breve tratto un sentierino esposto si dirige adestra, per poi piegare a sinistra e condurci nel cuore di un canalino, oltrepassato il quale ci attende una breve risalita fino ad una piccola porta nella roccia. Questo tratto, esposto, esige cautela, anche se le corde fisse ci aiutano molto. Poi si riprende a scendere, raggiungendo in breve la piccola e raccolta val Qualido.
Proseguendo sul Sentiero Roma ed attraversando una grande placca bagnata (insidiosa in presenza di ghiaccio), attraversiamo, con qualche saliscendi la valle, la cui modesta testata culmina, sulla sinistra, nel mite profilo del pizzo del Ferro orientale. Eccoci, alla fine, in prossimità del canalino che sale al passo dell’Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto); invece di impegnarlo, stacchiamoci, verso destra, dal sentiero e cominciamo a scendere, con una leggera diagonale, fra grandi massi, fino a scorgere i segnavia che ci orientano nella successiva discesa, in direzione dello speroncino che segna la biforcazione, in basso, della valle. Raggiunto facilmente il suo piede, continuiamo a scendere verso destra, trovando una tracciaabbastanza visibile, che ci porta ad una fascia di roccette che, quando sono bagnate, possono risultare assai insidiose. Sotto le roccette, ecco un piccolo pianoro, oltre il quale il sentiero riprende a scendere, deciso, fino a ricondurci al fondovalle, a poca distanza dal parcheggio, che raggiungiamo percorrendo la mulattiera verso destra.
Più interessante e, per così dire, classica (ma anche difficoltosa) è la seconda possibilità. Si tratta di affrontare il Passo Camerozzo ("pas dò cameròz", dove "cameròz" significa, probabilmente, grotta scomoda),punto di maggior impegno dell’intero Sentiero Roma (assolutamente sconsigliabile con rocce bagnate, neve o ghiaccio). Dal bivacco Molteni-Valsecchi dobbiamo, in questo caso, procedere in direzione opposta, cioè verso ovest (sinistra), fino a raggiungere il piede della severa parete rocciosa al culmine della quale è posto l’intaglio del passo. Mentre ci avviciniamo, sicuramente il nostro sguardo curioso perlustra la parete, domandandosi, un po’ smarrito: ma come diavolo si fa a risalirla? La prima difficoltà la troviamo già in partenza: un nevaietto che persiste anche a stagione inoltrata può darci qualche noia anche nell’attacco della salita. Dobbiamo superare quasi 300 metri di dislivello, con una duplice ampia diagonale, dapprima verso sinistra, poi verso destra. Il primo tratto è senza dubbio il più impressionante, perché sfrutta una stretta cengia esposta, che si risale assicurandosi alle corde fisse.
Procediamo con calma, senza strappi, evitando di guardare verso il basso, agevolando, se capita qualche incrocio, chi scende (questo tratto è, infatti, assai più difficoltoso in discesa). Terminata la prima diagonale, possiamo concederci un po’ di riposo sedendo su qualche rado cespuglio, prima di affrontare la seconda diagonale, verso il passo che, ormai, è visibile là, in alto. Questa secondo tratto è meno impressionante, ma riserva anch’esso passaggi delicati, da affrontare con calma e cautela. Alla fine, eccoci nelle fauci del passo (che ha, infatti, l’aspetto di una grande mandibola rocciosa), a 2765 metri di quota. Il più è fatto!, penseremo. Non è così. Il tempo di gustare lo stupendo spettacolo della sterminata Val Porcellizzo e della sua fantastica testata, ed ecco che, proprio nell’attacco della discesa, ci attende un passaggio impegnativo, anche se agevolato da una staffa: anche qui è di rigore l’assicurazione alle corde fisse.La successiva discesa, fra grandi massi, non riserva più ulteriori sorprese. Seguendo il Sentiero Roma, operiamo una lunga traversata che ci conduce al rifugio Gianetti, dal quale possiamo, poi (a meno che scegliamo di pernottare qui), scendere ai Bagni di Màsino. Se intendiamo scegliere questa seconda soluzione, ci conviene provvederci di due automobili, lasciando la seconda proprio ai Bagni, per poi utilizzarla per tornare a San Martino ("san martìn"). Non manca però chi si affida all’autostop o, alla peggio, ad una noiosa discesa lungo la strada asfaltata.
Il primo anello, che comporta un dislivello di 1580 metri circa, richiede circa 7-8 ore di cammino, mentre il secondo, con un dislivello di circa 1700 metri, comporta circa 9 ore di cammino (escluso l’eventuale supplemento Bagni-San Martino): si tratta, quindi, di escursioni destinate a persone allenate e tenaci.
È interessante, infine, leggere il resoconto della salita in Valle del Ferro effettuata il 2 agosto 1908 da Bruno Galli Valerio, alpinista e naturalista che molto amò queste montagne: “Stamattina, alle due e tre quarti, lasciamo la "Trattoria alpina" di S. Martino (927 m.) in compagnia della guida Bortolo Sertori, avendo come meta il Pizzo del Ferro occidentale o come propone Tanner …, cima della Bondasca (3273 m.). Sotto un cielo stellato e alla pallida luce di due lanterne, entriamo in Val di Mello, poi, seguendo un sentiero che non è un sentiero, attacchiamo il ripido fianco destro della Val del Ferro. Se il cielo è azzurro sopra le Cime del Ferro, dense nebbie avvolgon le cime che si ergono fra la Val di Mello e la Val di Sasso Bisolo. Al momento di passare sulla sinistra della valle, incontriamo dei pastori che scendono alla sagra di S. Martino. Una vera festa per quei poveri diavoli, che vivon quasi alla bella stella, nelle miserabili baracche della Val del Ferro. Il magnifico anfiteatro delle cime del Ferro appare nella luce dell'alba. Seguendo coste erbose e ripide gande, arriviamo alla vedretta che scende dal Passo del Ferro.” (Bruno Galli Valerio, “Punte e passi”, CAI di Sondrio, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998).

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