Una meta ideale per amanti dell'escursione, dell'alpin-bike e dello sci-alpinismo

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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Piana di Preda Rossa- Rifugio Ponti
2 h
600 m.
E
Piana di Preda Rossa- Rifugio Ponti-Bocchetta Roma
3 h
950 m.
E
Piana di Preda Rossa- Passo di Corna Rossa-Rifugio Bosio
4h
1000 m.
E

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La Val Màsino, nel suo tratto superiore, si divide in tre grandi rami: la Valle dei Bagni di Masino ("val dei bagn"), a nord-ovest, la Valle di Mello, al centro, e la valle di Sasso Bisòlo, a sud-est. Quest’ultima, a sua volta, si biforca, a quota 1900 metri, nella valle di Preda Rossa, ad ovest, e nella Val Terzana (chiamata anche Valle di Scermendone: così, per esempio, nella carta della Val Masino curata dal conte Lurani, nel 1881-1882) ad est. La valle è separata dalla Val di Mello da una lunga costiera che scende dal monte Pioda (sciöma da piöda) e passa per la punta della Remoluzza (sciöma da remolöza), per il pizzo Baset (sciöma da basèt), per il pizzo dell'Averta (sciöma dè la vèrta), per la cima Vicima (sciöma da veciöma), per la cima degli Alli (sciöma dei èl) e per il monte Arcanzo (omèt). Accedere alla valle di Sasso Bisolo è assai facile: a Cataeggio ("cataöcc"), centro amministrativo del comune di Val Masino (m. 787), proprio al termine della via centrale, che oltrepassa la chiesa ed il municipio, si trova, in prossimità del Centro Polifunzionale della Montagna, una deviazione a destra, per i rifugi Scotti e Ponti. Oltrepassato il torrente Masino (èl fiöm) su un largo ponte (che, per fortuna, non ha cancellato quello antico, ben visibile appena più a valle), la strada comincia a salire verso la valle, tagliando il piede del selvaggio monte Piezza (sciöma da pièsa). Il nucleo originario di questa strada, da Cataeggio a Valbiore, venne costruito dall'impresa di graniti di Lecco "Bigoni" (e quindi chiamata "strèda bigoni"), fra il 1940 ed il 1950. Subentrò, poi, l’ENEL che, negli anni Sessanta, ne costruì una nuova (strèda dè l'énel), proseguendo fino all'ingresso della piana di Preda Rossa, in quanto era stato elaborato il progetto di sfruttare la piana ("pianùn de préda rosa") per costruire un grande bacino artificiale. Il progetto venne poi abbandonato, anche in seguito alle proteste di quegli ambientalisti che, fra il 1966 ed il 1967, diedero vita ad una campagna di stampa che sottolineava il danno paesistico enorme che una diga in questo scenario naturale avrebbe comportato. La strada, però, rimase (anche se mutilata di un bel troncone dalle frane del 1977 e 1991), ed è stata recentemente acquisita dal comune di Val Masino.
Se prestiamo attenzione al primo tornante sinistrorso, vedremo, accanto ad una deviazione a destra, la partenza del vecchio sentiero (con il cartello del Sentiero Italia) che, per ottimi camminatori, costituisce un’ottima alternativa alla strada asfaltata. In ogni caso, con l’automobile o a piedi, ci ritroveremo in località Valbiore (valbiórch, m. 1225), appena a valle del punto in cui la valle si restringe, accennando ad una gola. Si tratta di un maggengo che ebbe in passato una grande importanza, in quanto veniva utilizzato prima e dopo la monticazione dalle famiglie di Cataeggio (alcune delle quali vi trascorrevano l'intera estate, senza portare le bestie agli alpeggi). Oggi, invece, lo scenario è desolato, dominato, com'è, dagli impressionanti segni di due enormi frane: per due volte, infatti, nel 1977 e nel 1991, il distacco dal fianco sud-orientale del monte Piezza (sciöma da pièsa) di enormi speroni granitici ha distrutto il sottostante maggengo di Valbiore (valbiórch), interrompendo la carrozzabile ed imponendo la costruzione di una nuova pista sul lato opposto della valle, come se la montagna avesse voluto esprimete tutto il proprio sdegno e la propria ira contro quella strada che consentiva un troppo facile e comdo accesso ai suoi scenari di incomparabile bellezza. Sui massi ciclopici disseminati in questo tratto della valle lavorano i cavatori di marmo, per cui ci potrà capitare di sobbalzare per lo scoppio di qualche mina.
La strada asfaltata è, dunque, qui interrotta dalla frana. È stata di recente costruita una pista alternativa sul fianco orientale della valle, con un breve tratto in galleria, dal fondo piuttosto sconnesso. Nonostante ciò, molti la utilizzano, con il risultato che, nei finesettimana estivi, la Piana di Preda Rossa ("pianùn de préda rosa") gareggia con la Val di Mello ("val da mèl") quanto a brulicare di turisti tutti intenti a farsi lentamente arrostire dal sole (che qui non scherza) o ad immergere qualche arto nelle acque sempre fredde del torrente.
D’autunno e d’inverno, invece, sulla valle cala un silenzio che ne esalta il volto gentile e misterioso (qui, a differenza di altri luoghi celebri della Val Masino, la montagna non mostra il suo volto incombente e minaccioso, ma appare, dalla piana di Sasso Bisolo - sas besö; l'alp; piè da l'alp -, quasi materna e protettiva). Possiamo quindi seguire il tracciato del vecchio sentiero, che passa dal lato orientale a quello occidentale della valle, per salire alla piana di Sasso Bisolo, dove ritroviamo la strada asfaltata (se, invece, seguiamo la pista, dobbiamo essere muniti di torcia, perché nella galleria la visibilità, per un breve tratto, si azzera; ci vorrebbe anche un casco, perché il rivestimento delle pareti, a causa di infiltrazioni d’acqua, è in parte crollato). All’ingresso della piana è posto, sulla sinistra, il rifugio Scotti (m. 1500), aperto nel 1975, che può costituire un ottimo punto di appoggio per il ristoro. Sulla destra, invece, ci capiterà certamente di vedere, fino al primo autunno, le mucche al pascolo, mentre nei pressi del versante montuoso (sempre alla nostra destra) scorre il torrente (chiamato "divìn" o, anche, "fiö
m da l'alp"), nel quale confluiscono, sul fondo della piana, le acque del torrente di Preda Rossa ("fiöm da préda rosa") e di quello della Val Terzana ("fiöm da val terzàna"). Il "divìn" ed il torrente di Preda Rossa segnano anche il confine fra i comuni di Val Masino (nel quale rientra la porzione di sinistra della valle, rispetto a chi sale) e di Buglio in Monte.
L'alpe di Sasso Bisolo è chiamata dagli abitanti di Cataeggio semplicemente "alp", cioè l'alpe per eccellenza, così come la valle di Sasso Bisolo è la "nòsa val", la "nostra valle", mentre la denominazione "val de
sas besö" è usata da coloro che non sono di Cataeggio. Il motivo risale alla storia di questi pascoli, colonizzati, in età moderna, da pastori provenienti dalla Costiera dei Cech e poi acquistati verso la fine del Settecento dalle 16 famiglia originarie di Cataeggio e gestiti come proprietà indivisa.
Non è facile intuire l'origine del nome: forse da Sasso Bissolo, con riferimento a qualche biscia; forse da San Basilio, del cui culto non sussistono, però, tracce; forse dall'aggettivo, non più usato, di "besolì", che significa "fiorito", con probabile riferimento al disegno singolare dei blocchi di granito caratterizzati dalla presenza di cristalli di color verde scuro su fondo chiaro.
L'ambiente è gentile ed ameno: quando, in tarda primavera o primo autunno, la solitudine la fa ancora da padrona camminare lungo la piana, protetta da imponenti versanti boscosi sui due lati, suscita un incomparabile senso di pace. La particolare bellezza di questi luoghi è stata riconosciuta anche ufficialmente: siamo, infatti, nel Sito di Importanza Comunitaria IT 2040020). Unico neo: la scarsa panoramicità. L'alpe è, infatti, chiusa dai ripidi versanti montuosi che incombono a nord e sud, mentre ad est ed ovest la soglia glaciale che la separa da Preda Rossa e una strozzatura chiudono l'orizzonte.
Dopo un lungo rettilineo, la strada comincia ad inanellare i tornanti che le permettono di superare il gradino roccioso che separa la piana di Sasso Bisolo da quella di Preda Rossa. Se non siamo saliti in mountain-bike, ci conviene seguire il sentiero che sale, ripido, in un bellissimo bosco di abeti, tagliando, in più punti, la strada. L'ultimo tratto è particolarmente suggestivo: dopo essere passato vicino alla cascina Zecca (m. 1830), il sentiero attraversa una sorta di porta nella roccia e guadagna il pianoro dell'alpe che precede la più ampia piana di Preda Rossa.
Guadagneremo, così, il piccolo pianoro che precede la Piana di Preda Rossa ("pianùn de préda rosa"). Qui troviamo, a destra, la partenza del sentiero che, tagliato il fianco di una frana scesa dal Sasso Arso, conduce all’alpeggio di Scermendone basso ed in Val Terzana, e che potrebbe essere sfruttato per un bell’anello che tocca Scermendone basso, Scermendone alto, alpe Granda e Baite Taiada, prima di scendere da queste a Valbiore.
Se non ci interessa questa direttrice, seguiamo la pista che passa fra le baite alla nostra sinistra ed il piccolo sbarramento sul torrente, che vediamo alla nostra destra, sale leggermente fino a portarci sul limite della piana (m. 1900 circa), che si apre, gentile e splendida, nella cornice imponente del versante meridionale del Monte Disgrazia ("desgràzia").

Sull'origine di questo nome, malaugurante e decisamente dissonante rispetto alla maestà superba della cima, molte sono le ipotesi in campo. I cartografi al servizio dell'impero asburgico le diedero, agli inizi dell'Ottocento, il nome di "Pizzo Bello", assai più appropriato. Ma questa denominazione non si affermò. Per qual motivo? Forse perché i pascoli che andavano a morire alle falde del gigante furono, in passato, di proprietà della famiglia Quai, di Traona, e, quando un cartografo italiano chiese agli alpigiani quale monte fosse quello che dominava la piana di Preda Rossa, si sentì rispondere: "E' il monte dei Quai". L'origine dell'equivoco è presto spiegata: "monte" per il cartografo significava "cima", "montagna", ma per gli alpigiani valeva "munt", cioè "alpeggio". "Quai", poi, suonò alle orecchie del cartografo come "guai", e dai guai alla disgrazia il passo è breve.

Una seconda ipotesi ci porta sul versante opposto del Disgrazia, quello settentrionale, che guarda a Chiareggio, in alta Valmalenco: il suo nome deriverebbe da "desdàcia", termine con il quale gli alpigiani malenchi designavano la parte terminale del pascolo, a ridosso del fronte dell'impressionante vedretta del Disgrazia, dal quale si staccavano non di rado, con impressionante fragore, grandi blocchi e seracchi. Anche qui il cartografo indica il monte e chiede di cosa si tratti, e l'alpigiano risponde pensando che si riferisca al limite del ghiacciaio. Ultimo passo, il fraintendimento della risposta e la storpiatura da "desdacia" a "disgrazia".

E se invece vi fosse di mezzo una vera e propria disgrazia? Questo crede la fantasia popolare e questo racconta una delle più celebri leggende del versante retico, nata, forse, dalla suggestione di fronte a quel mare di roccioni di color rosso cupo. Al geologo dicono che non siamo più nel regno del granito, che si
estende su buona parte della Val Masino, ma già in quello del serpentino, che caratterizza la vicina Valmalenco. Questa spiegazione mineralogica non corrisponde, però, a quanto elaborato dalla fantasia popolare, che ha legato il colore rossastro di questo grande alveo alpino ad un rogo immane divampato qui in un tempo remoto.
In quel tempo, narra la leggenda, l'intera valle era occupara da pascoli rigogliosi e da boschi bellissimi, ma l'egoismo dei pastori, che non vollero accogliere Cristo che si presentò loro nelle vesti di un umile mendicande, attirò su di loro la terribile punizione divina: dal fianco del Sasso Arso e dei Corni Bruciati cadde sugli sventurati una pioggia di massi infuocati, e da allora la valle assunse l'aspetto attuale, dominato dalla tonalità rossastra, che ricorda l'immane incendio. A memoria della punizione divina, alla quale un solo pastore scampò, il nome del monte che domina la valle fu mutato da pizzo Bello a monte Disgrazia. Se la leggenda ci parla di splendidi alpeggi che giungevano alle parti più alte dei monti, la storia ci dice che l'alpe di Preda Rossa (préda rósa) apparteneva a privati di Cataeggio, e permetteva di caricare 40 capi di bestiame.
Dalla storia alla geografia. Immaginiamo una linea retta che ci congiunga alla cima del monte Disgrazia, che mostra, proprio di fronte a noi, il suo bellissimo e davvero regale versante sud-occidentale: tutto ciò che sta a destra di questa linea ricade entro il territorio del comune di Buglio, mentre ciò che sta a sinistra è territorio del comune di Val Masino.

Qui termina il percorso di alpin-bike. Vediamo, ora, come salire al rifugio Ponti. Il sentiero (segnalato dedicato alla memoria di E. Levis, morto sul Disgrazia nel 1913, anche se oggi pare che nessuno se ne ricordi più) non passa più, come accadeva in passato, al centro della piana, ma sul suo lato di sinistra (per chi sale), al fine di evitare il delicato equilibrio del terreno di torbiera. Alcuni ponticelli consentono di scavalcare piccoli corsi d’acqua, prima di raggiungere il limite di nord-est della piana, dove si incontra il primo gradino costituito da materiale morenico, colonizzato, in ordine sparso, da larici che non formano una macchia compatta. Sempre rimanendo sulla sinistra, il sentiero sale ad un pianoro superiore, che lascia sulla destra, piegando a sinistra ed iniziando la ripida risalita del fianco nord-occidentale dell’alta Valle di Preda Rossa, destreggiandosi fra grandi placche rocciose e magre strisce di pascolo. Prima dell’inizio della salita, si trova, segnalata, la deviazione, sulla sinistra, per il passo Romilla (si tratta di una traccia assai incerta e faticosa, che effettua una lunga traversata in diagonale verso sinistra, tornando cioè verso la piana di Preda Rossa, per poi risalire la valle dell’Averta fino al passo, che dà sulla Val Romilla, laterale della Val di Mello).
Il sentiero per il rifugio Ponti, dopo alcuni tornanti, si fa via via meno ripido e, piegando di nuovo leggermente a destra, effettua un lungo traverso in direzione del terrazzo che ospita il rifugio (denominato, nel dialetto locale, "la capana", m. 2559).
Riappare, ancora più maestoso, il monte Disgrazia, che chiude la valle di cui è l'incontrastato signore. Dopo una breve discesa necessaria per superare un valloncello, l'ultima salita ci porta al rifugio Ponti, che venne edificato, per iniziativa del C.A.I. di Milano, nel 1928 e dedicato a Cesare Ponti, banchiere che aveva sostenuto finanziariamente questa sezione. In precedenza esisteva nella zona (una trentina di metri più in basso rispetto all'attuale rifugio) una più antica capanna, la capanna Cecilia, la prima in Val Masino, edificata nel 1882 (ed ampliata nel 1890) per impulso di quel Francesco Lurani che fu appassionato esploratore, scalatore e divulgatore delle montagne di Val Masino, oltre che romantico marito (il nome della capanna, infatti, era un omaggio alla moglie).

Al rifugio si può salire anche per altra via: tenendo il lato destro della piana di Preda Rossa, possiamo seguire una pista che sale ad una piana superiore (segùnt piè), attraversata la quale saliamo ad una terza piana. Sul fondo di questa attacchiamo la ben visibile morena centrale della Valle di Preda Rossa (la moréna) che scende dal ghiacciaio di Preda Rossa, salendone il filo su sentierino ben marcato e giungendo più o meno all'altezza del rifugio. Seguendo l'indicazione su un masso, scendiamo, poi, al vallone alla nostra sinistra e, percorrendo al contrario il sentiero Ponti-Passo di Corna Rossa, raggiungiamo il rifugio. Questo secondo itinerario può essere sfruttato per tornare dal rifugio a Preda Rossa seguendo una via diversa rispetto a quella classica di salita. Esso ha anche il pregio di permetterci di gustare maggiormente, salendo, il ghiacciaio di Preda Rossa (sgiascè dò desgràzia), che oggi, per la verità, ha dimensioni molto più ridotte rispetto al passato (undici anni fa, nel 1997, aveva una lunghezza di circa 2500 metri dalla sella di Pioda -
fra monte Pioda e crinale del monte Disgrazia - al versante a monte del Sentiero Roma nel tratto Ponti-Passo di Corna Rossa; oggi appare ulteriormente ridotto).
Per chi volesse, invece, prolungare l’escursione, si offrono due possibilità: la salita alla celeberrima Bocchetta Roma ("pas da ciöda"), a 2890 metri (uno dei punti più alti del Sentiero Roma - senté róma -) o al rifugio Desio (attualmente inagibile, m. 2836). Nel primo caso si seguono i segnavia che descrivono un ampio arco verso nord (sinistra) e che ci aiutano a districarci fra un vero e proprio groviglio di grandi massi; nel secondo ci si dirige a destra, si scende al vallone del torrente, si sale sul filo della bellissima morena centrale, si ignorano le indicazioni per il Monte Disgrazia e si prosegue verso est, guadagnando il filo di una seconda e più piccola morena ed attaccando un nevaio che porta ai piedi del ripido canale ai piedi del passo di Corna Rossa (il rifugio è collocato proprio sul passo, che separa la Val Masino dalla Valmalenco e più precisamente dalla val Airale). Dal passo è possibile scendere, seguendo i segnavia, al rifugio Bosio, in val Torreggio.
La valle di Preda Rossa è, in inverno, un’ottima meta anche per chi ama lo sci-alpinismo. In particolare, raggiunto il rifugio Ponti, si possono effettuare bellissime discese verso la piana, sfruttando la morena centrale. È però necessario controllare lo stato della neve, perché non dobbiamo dimenticare di essere ai piedi del ghiacciaio di Preda Rossa ("sgiascé"), dal quale la scarica di slavine, in condizioni di precario assestamento del manto nevoso, è frequente.
Qualche ultima nota per un bellissimo anello di alpin-bike, da percorrere in due giorni, partendo da Ardenno. Il primo giorno ci permette di raggiungere, seguendo il percorso già indicato, il rifugio Scotti. Il secondo giorno saliamo a Preda Rossa, scendiamo dalla sella per raggiungere gli alpeggi di Scermendone basso (m. 2030) e Scermendone alto (m. 2131), dove potremo effettuare una sosta al bivacco Scermendone, non lontano dalla bellissima chiesetta di san Quirico (il sentiero che congiunge i due alpeggi è però percorribile, anche se con fatica, in bicicletta). Con la bicicletta possiamo percorrere il bellissimo e largo crinale dell’alpe, fino al limite occidentale. Superata la casera, ci ritroveremo presso il rudere dell’ultima baita. Scendiamo di nuovo di sella e, raggiunto il limite inferiore del prato sottostante, scendiamo per un breve tratto su un sentierino segnalato, fino ad intercettare una pista che ci permette di inforcare di nuovo la bicicletta e di scendere all’alpe Granda (m. 1680). Poco oltre una vasca di raccolta dell’acqua e nei pressi della baita più orientale, troveremo, verso sud, l’inizio del sentiero che scende al maggengo di Our di sopra (m. 1420). Da Our una strada con fondo in cemento ed in asfalto ci porta a Buglio in Monte. L’ulteriore discesa da Buglio ad Ardenno, passando da Villapinta, conclude questo inusuale ma bellissimo anello.


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