Valbiore-Piana di Preda Rossa-Rif. Ponti


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Il rifugio Ponti venne edificato, per iniziativa del C.A.I. di Milano, nel 1928 e dedicato a Cesare Ponti, banchiere che aveva sostenuto finanziariamente questa sezione. In precedenza esisteva nella zona (una trentina di metri più in basso rispetto all'attuale rifugio) una più antica capanna, la capanna Cecilia, la prima in Val Masino, edificata nel 1882 (ed ampliata nel 1890) per impulso di quel Francesco Lurani che fu appassionato esploratore, scalatore e divulgatore delle montagne di Val Masino, oltre che romantico marito (il nome della capanna, infatti, era un omaggio alla moglie). Il rifugio è la base per l'ascensione al monte Disgrazia lungo la via normale, ma anche per diverse interessantissime traversate di impegno escursionistico.


Monte Disgrazia visto dal rifugio Ponti

PIANA VALBIORE-PIANA DI PREDA ROSSA-RIFUGIO PONTI

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Filorera-Valbiore-Sasso Bisolo-Preda Rossa
4 h
1120
E
SINTESI del percorso escursionistico. Da Cataeggio, in Val Masino, saliamo alla Frazione di Filorera e, dopo la stretta a sinistra della chiesetta di San Gaetano, lasciamo la strada per San Martino prendendo a destra. Appena prima del ponte troviamo il distributore di ticket per l'accesso alla Valle di Preda Rossa con autoveicoli. Con il ticket saliamo sulla strada che porta a Valbiore, passa su un ponte sul lato opposto della valle per poi tornare, dopo una galleria, su quello di sinistra (per noi), raggiunge a piana di Sasso Bisolo (m. 1500) e prosegue con diversi tornanti fino alla spianata che precede la piana di Preda Rossa, dove possiamo parcheggia l'automobile (m. 1955). Possiamo salire fin qui anche a piedi. In questo caso salendo sulla strada per Preda Rossa al primo tornante sinistrorso, vedremo, accanto ad una deviazione a destra, la partenza del vecchio sentiero (con il cartello del Sentiero Italia). Il sentiero sale sul versante destro della valle (per noi), quindi opposto a quello percorso dalla carozzabile, con la quale si congiunge a Valbiore (m. 1225). Per salire all'alpe di Sasso Bisolo il tracciato del vecchio sentiero lascia il Sentiero Italia e passa dal lato orientale a quello occidentale della valle (da destra a sinistra, di nuovo sul lato opposto rispetto alla carozzabile). In breve confluisce in una pista sterrata che a sua volta si immette nella carozzabile, poco prima dell'ingresso alla piana di Sasso Bisolo. Seguiamo la carozzabile attraversando tutta la piana e superando la sbarra, poi, quando cominciano i tornanti, cerchiamo il segnalato sentiero che sale per via più diretta, tagliando in più punti la strada. L'ultimo tratto è particolarmente suggestivo: dopo essere passato vicino alla cascina Zecca (m. 1830), il sentiero attraversa una sorta di porta nella roccia e guadagna il pianoro dell'alpe che precede la più ampia piana di Preda Rossa.


Apri qui una videomappa della Valle di Preda Rossa e dei suoi percorsi

La via normale di accesso al rifugio è la Valle di Preda Rossa. La Val Màsino, nel suo tratto superiore, si divide in tre grandi rami: la Valle dei Bagni di Masino ("val dei bagn"), a nord-ovest, la Valle di Mello, al centro, e la valle di Sasso Bisòlo, a sud-est. Quest’ultima, a sua volta, si biforca, a quota 1900 metri, nella valle di Preda Rossa, ad ovest, e nella Val Terzana (chiamata anche Valle di Scermendone: così, per esempio, nella carta della Val Masino curata dal conte Lurani, nel 1881-1882) ad est. La valle è separata dalla Val di Mello da una lunga costiera che scende dal monte Pioda (sciöma da piöda) e passa per la punta della Remoluzza (sciöma da remolöza), per il pizzo Baset (sciöma da basèt), per il pizzo dell'Averta (sciöma dè la vèrta), per la cima Vicima (sciöma da veciöma), per la cima degli Alli (sciöma dei èl) e per il monte Arcanzo (omèt). Accedere alla valle di Sasso Bisolo è assai facile: oltrepassata Cataeggio ("cataöcc"), centro amministrativo del comune di Val Masino (m. 787), saliamo, con un paio di tornanti, alla frazione di Filorera, passando per una stretta in corrispondenza della chiesetta di San Gaetano. Subito dopo un bivio: prendendo a sinistra si prosegue per San Martino, mentre andando a destra si imbocca la strada per Preda Rossa. Andiamo, dunque, a destra. La strada (soggetta a pedaggio con acquisto dei ticket alle macchinette automatiche segnalate poco oltre il ponte) passa a destra del Centro Polifunzionale della Montagna ed oltrepassa il torrente Masino (èl fiöm) su un largo ponte (che, per fortuna, non ha cancellato quello antico, ben visibile appena più a valle), cominciando a salire verso la valle, tagliando il piede del selvaggio monte Piezza (sciöma da pièsa). Il nucleo originario di questa strada, da Cataeggio a Valbiore, venne costruito dall'impresa di graniti di Lecco "Bigoni" (e quindi chiamata "strèda bigoni"), fra il 1940 ed il 1950. Subentrò, poi, l’ENEL che, negli anni Sessanta, ne costruì una nuova (strèda dè l'énel), proseguendo fino all'ingresso della piana di Preda Rossa, in quanto era stato elaborato il progetto di sfruttare la piana ("pianùn de préda rosa") per costruire un grande bacino artificiale. Il progetto venne poi abbandonato, anche in seguito alle proteste di quegli ambientalisti che, fra il 1966 ed il 1967, diedero vita ad una campagna di stampa che sottolineava il danno paesistico enorme che una diga in questo scenario naturale avrebbe comportato. La strada, però, rimase (anche se mutilata di un bel troncone dalle frane del 1977 e 1991), ed è stata recentemente acquisita dal comune di Val Masino. Superato il ponte sul torrente di Preda Rossa, troviamo il distributore dei biglietti per il transito sulla strada fino a Preda Rossa. La tariffa (estate 2015) è di 5 Euro.
Se prestiamo attenzione al primo tornante sinistrorso, vedremo, accanto ad una deviazione a destra, la partenza del vecchio sentiero (con il cartello del Sentiero Italia) che, per ottimi camminatori, costituisce un’ottima alternativa alla strada asfaltata.
In ogni caso, con l’automobile o a piedi, ci ritroveremo in località Valbiore (valbiórch, m. 1225), appena a valle del punto in cui la valle si restringe, accennando ad una gola. Si tratta di un maggengo che ebbe in passato una grande importanza, in quanto veniva utilizzato prima e dopo la monticazione dalle famiglie di Cataeggio (alcune delle quali vi trascorrevano l'intera estate, senza portare le bestie agli alpeggi).
Oggi, invece, lo scenario è desolato, dominato, com'è, dagli impressionanti segni di due enormi frane: per due volte, infatti, nel 1977 e nel 1991, il distacco dal fianco sud-orientale del monte Piezza (sciöma da pièsa) di enormi speroni granitici ha distrutto il sottostante maggengo di Valbiore (valbiórch), interrompendo la carrozzabile ed imponendo la costruzione di una nuova pista sul lato opposto della valle, come se la montagna avesse voluto esprimete tutto il proprio sdegno e la propria ira contro quella strada che consentiva un troppo facile e comdo accesso ai suoi scenari di incomparabile bellezza. Sui massi ciclopici disseminati in questo tratto della valle lavorano i cavatori di marmo, per cui ci potrà capitare di sobbalzare per lo scoppio di qualche mina.
La strada asfaltata è, dunque, qui interrotta dalla frana. È stata di recente costruita una strada alternativa sul fianco orientale della valle, con un breve tratto in galleria. Molti la utilizzano, con il risultato che, nei finesettimana estivi, la Piana di Preda Rossa ("pianùn de préda rosa") gareggia con la Val di Mello ("val da mèl") quanto a brulicare di turisti tutti intenti a farsi lentamente arrostire dal sole (che qui non scherza) o ad immergere qualche arto nelle acque sempre fredde del torrente.


Monte Disgrazia

D’autunno e d’inverno, invece, sulla valle cala un silenzio che ne esalta il volto gentile e misterioso (qui, a differenza di altri luoghi celebri della Val Masino, la montagna non mostra il suo volto incombente e minaccioso, ma appare, dalla piana di Sasso Bisolo - sas besö; l'alp; piè da l'alp -, quasi materna e protettiva). Possiamo quindi seguire il tracciato del vecchio sentiero, che passa dal lato orientale a quello occidentale della valle, per salire alla piana di Sasso Bisolo, dove ritroviamo la strada asfaltata (se, invece, seguiamo la pista, dobbiamo essere muniti di torcia, perché nella galleria la visibilità, per un breve tratto, si azzera; ci vorrebbe anche un casco, perché il rivestimento delle pareti, a causa di infiltrazioni d’acqua, è in parte crollato).
All’ingresso della piana è posto, sulla sinistra, il rifugio Scotti (m. 1500), aperto nel 1975, che può costituire un ottimo punto di appoggio per il ristoro. Sulla destra, invece, ci capiterà certamente di vedere, fino al primo autunno, le mucche al pascolo, mentre nei pressi del versante montuoso (sempre alla nostra destra) scorre il torrente (chiamato "divìn" o, anche, "fiö
m da l'alp"), nel quale confluiscono, sul fondo della piana, le acque del torrente di Preda Rossa ("fiöm da préda rosa") e di quello della Val Terzana ("fiöm da val terzàna"). Il "divìn" ed il torrente di Preda Rossa segnano anche il confine fra i comuni di Val Masino (nel quale rientra la porzione di sinistra della valle, rispetto a chi sale) e di Buglio in Monte.
L'alpe di Sasso Bisolo è chiamata dagli abitanti di Cataeggio semplicemente "alp", cioè l'alpe per eccellenza, così come la valle di Sasso Bisolo è la "nòsa val", la "nostra valle", mentre la denominazione "val de
sas besö" è usata da coloro che non sono di Cataeggio. Il motivo risale alla storia di questi pascoli, colonizzati, in età moderna, da pastori provenienti dalla Costiera dei Cech e poi acquistati verso la fine del Settecento dalle 16 famiglia originarie di Cataeggio e gestiti come proprietà indivisa.
Non è facile intuire l'origine del nome: forse da Sasso Bissolo, con riferimento a qualche biscia; forse da San Basilio, del cui culto non sussistono, però, tracce; forse dall'aggettivo, non più usato, di "besolì", che significa "fiorito", con probabile riferimento al disegno singolare dei blocchi di granito caratterizzati dalla presenza di cristalli di color verde scuro su fondo chiaro.
L'ambiente è gentile ed ameno: quando, in tarda primavera o primo autunno, la solitudine la fa ancora da padrona camminare lungo la piana, protetta da imponenti versanti boscosi sui due lati, suscita un incomparabile senso di pace. La particolare bellezza di questi luoghi è stata riconosciuta anche ufficialmente: siamo, infatti, nel Sito di Importanza Comunitaria IT 2040020). Unico neo: la scarsa panoramicità. L'alpe è, infatti, chiusa dai ripidi versanti montuosi che incombono a nord e sud, mentre ad est ed ovest la soglia glaciale che la separa da Preda Rossa e una strozzatura chiudono l'orizzonte.
Dopo un lungo rettilineo, la strada comincia ad inanellare i tornanti che le permettono di superare il gradino roccioso che separa la piana di Sasso Bisolo da quella di Preda Rossa. Se non siamo saliti in mountain-bike, ci conviene seguire il sentiero che sale, ripido, in un bellissimo bosco di abeti, tagliando, in più punti, la strada. L'ultimo tratto è particolarmente suggestivo: dopo essere passato vicino alla cascina Zecca (m. 1830), il sentiero attraversa una sorta di porta nella roccia e guadagna il pianoro dell'alpe che precede la più ampia piana di Preda Rossa.


Monte Disgrazia

Guadagneremo, così, il piccolo pianoro che precede la Piana di Preda Rossa ("pianùn de préda rosa"). Qui troviamo, a destra, la partenza del sentiero che, tagliato il fianco di una frana scesa dal Sasso Arso, conduce all’alpeggio di Scermendone basso ed in Val Terzana, e che potrebbe essere sfruttato per un bell’anello che tocca Scermendone basso, Scermendone alto, alpe Granda e Baite Taiada, prima di scendere da queste a Valbiore.
Se non ci interessa questa direttrice, seguiamo la pista che passa fra le baite alla nostra sinistra ed il piccolo sbarramento sul torrente, che vediamo alla nostra destra, sale leggermente fino a portarci sul limite della piana (m. 1900 circa), che si apre, gentile e splendida, nella cornice imponente del versante meridionale del Monte Disgrazia ("desgràzia").


Seconda piana di Preda Rossa

Sull'origine di questo nome, malaugurante e decisamente dissonante rispetto alla maestà superba della cima, molte sono le ipotesi in campo. I cartografi al servizio dell'impero asburgico le diedero, agli inizi dell'Ottocento, il nome di "Pizzo Bello", assai più appropriato. Ma questa denominazione non si affermò. Per qual motivo? Forse perché i pascoli che andavano a morire alle falde del gigante furono, in passato, di proprietà della famiglia Quai, di Traona, e, quando un cartografo italiano chiese agli alpigiani quale monte fosse quello che dominava la piana di Preda Rossa, si sentì rispondere: "E' il monte dei Quai". L'origine dell'equivoco è presto spiegata: "monte" per il cartografo significava "cima", "montagna", ma per gli alpigiani valeva "munt", cioè "alpeggio". "Quai", poi, suonò alle orecchie del cartografo come "guai", e dai guai alla disgrazia il passo è breve.


Morena centrale

Una seconda ipotesi ci porta sul versante opposto del Disgrazia, quello settentrionale, che guarda a Chiareggio, in alta Valmalenco: il suo nome deriverebbe da "desdàcia", termine con il quale gli alpigiani malenchi designavano la parte terminale del pascolo, a ridosso del fronte dell'impressionante vedretta del Disgrazia, dal quale si staccavano non di rado, con impressionante fragore, grandi blocchi e seracchi. Anche qui il cartografo indica il monte e chiede di cosa si tratti, e l'alpigiano risponde pensando che si riferisca al limite del ghiacciaio. Ultimo passo, il fraintendimento della risposta e la storpiatura da "desdacia" a "disgrazia".


Piana di Preda Rossa

E se invece vi fosse di mezzo una vera e propria disgrazia? Questo crede la fantasia popolare e questo racconta una delle più celebri leggende del versante retico, nata, forse, dalla suggestione di fronte a quel mare di roccioni di color rosso cupo. Al geologo dicono che non siamo più nel regno del granito, che si estende su buona parte della Val Masino, ma già in quello del serpentino, che caratterizza la vicina Valmalenco. Questa spiegazione mineralogica non corrisponde, però, a quanto elaborato dalla fantasia popolare, che ha legato il colore rossastro di questo grande alveo alpino ad un rogo immane divampato qui in un tempo remoto.
In quel tempo, narra la leggenda, l'intera valle era occupara da pascoli rigogliosi e da boschi bellissimi, ma l'egoismo dei pastori, che non vollero accogliere Cristo che si presentò loro nelle vesti di un umile mendicante, attirò su di loro la terribile punizione divina: dal fianco del Sasso Arso e dei Corni Bruciati cadde sugli sventurati una pioggia di massi infuocati, e da allora la valle assunse l'aspetto attuale, dominato dalla tonalità rossastra, che ricorda l'immane incendio. A memoria della punizione divina, alla quale un solo pastore scampò, il nome del monte che domina la valle fu mutato da pizzo Bello a monte Disgrazia. Se la leggenda ci parla di splendidi alpeggi che giungevano alle parti più alte dei monti, la storia ci dice che l'alpe di Preda Rossa (préda rósa) apparteneva a privati di Cataeggio, e permetteva di caricare 40 capi di bestiame.
Dalla storia alla geografia. Immaginiamo una linea retta che ci congiunga alla cima del monte Disgrazia, che mostra, proprio di fronte a noi, il suo bellissimo e davvero regale versante sud-occidentale: tutto ciò che sta a destra di questa linea ricade entro il territorio del comune di Buglio, mentre ciò che sta a sinistra è territorio del comune di Val Masino.

DA PREDA ROSSA AL RIFUGIO PONTI

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Preda Rossa - Rifugio Ponti
2 h
660
E
SINTESI. Dal parcheggio di Preda Rossa (m. 1955), nei pressi di una presa idroelettrica, seguiamo una pista che passa accanto ad un enorme masso erratico e porta al limite della piana di Preda Rossa (m. 1990). Attraversiamo la piana stando sul so lato sinistro (segnavia) e sul lato opposto imbocchiamo il marcato sentiero che sale fra blocchi e larici ad un ripiano, dove piega a sinistra. Ignoriamo la deviazione a sinistra per il passo di Romilla (sentiero LIFE) e ci portiamo ai roccioni del versante nord-occidentale della valle, fra i quali il sentiero sale con diversi tornanti, guadagnando rapidamente quota. Vinta la soglia glaciale dell'alta valle, il sentiero prende a destra (direzione nord-est e nord-nord-est), procedendo diritto (segnavia ed ometti) in direzione del già visibile rifugio Ponti. Superata un'ultima valletta, raggiungiamo il rifugio Ponti (m. 2559).

Qui termina il percorso di alpin-bike. Vediamo, ora, come salire al rifugio Ponti. Il sentiero (segnalato dedicato alla memoria di E. Levis, morto sul Disgrazia nel 1913, anche se oggi pare che nessuno se ne ricordi più) non passa più, come accadeva in passato, al centro della piana, ma sul suo lato di sinistra (per chi sale), al fine di evitare il delicato equilibrio del terreno di torbiera. Alcuni ponticelli consentono di scavalcare piccoli corsi d’acqua, prima di raggiungere il limite di nord-est della piana, dove si incontra il primo gradino costituito da materiale morenico, colonizzato, in ordine sparso, da larici che non formano una macchia compatta. Sempre rimanendo sulla sinistra, il sentiero sale ad un pianoro superiore, che lascia sulla destra, piegando a sinistra ed iniziando la ripida risalita del fianco nord-occidentale dell’alta Valle di Preda Rossa, destreggiandosi fra grandi placche rocciose e magre strisce di pascolo. Prima dell’inizio della salita, si trova, segnalata, la deviazione, sulla sinistra, per il passo Romilla (si tratta di una traccia assai incerta e faticosa, che effettua una lunga traversata in diagonale verso sinistra, tornando cioè verso la piana di Preda Rossa, per poi risalire la valle dell’Averta fino al passo, che dà sulla Val Romilla, laterale della Val di Mello).
Il sentiero per il rifugio Ponti, dopo alcuni tornanti, si fa via via meno ripido e, piegando di nuovo leggermente a destra, effettua un lungo traverso in direzione del terrazzo che ospita il rifugio (denominato, nel dialetto locale, "la capana", m. 2559).
Riappare, ancora più maestoso, il monte Disgrazia, che chiude la valle di cui è l'incontrastato signore. Dopo una breve discesa necessaria per superare un valloncello, l'ultima salita ci porta al rifugio Ponti.


Verso il rifugio Ponti

PREDA ROSSA-RIFUGIO PONTI PER LA MORENA CENTRALE DI PREDA ROSSA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Preda Rossa-Seconda piana-Morena centrale-Rifugio Ponti
2 h e 30 min.
690
E
SINTESI. Dal parcheggio di Preda Rossa (m. 1955), nei pressi di una presa idroelettrica, seguiamo una pista che passa accanto ad un enorme masso erratico e porta al limite della piana di Preda Rossa (m. 1990). Attraversiamo la piana stando sul suo lato sinistro (segnavia) e sul lato opposto imbocchiamo il marcato sentiero che sale fra blocchi e larici ad un ripiano, dove piega a sinistra. Lasciamo il sentiero e prendiamo a destra, in direzione di un ponticello in legno. Senza impegnare il ponte, restiamo alla sua sinistra e procediamo verso un piccolo cordone di massi, oltre il quale si apre la seconda piana di Preda Rossa, che attraversiamo restando presso il suo lato sinistro. Al termine della traversata una traccia di sentiero ci fa salire leggermente verso destra, oltrepassando alcuni massi erratici, e ci porta all'inizio della grande morena centrale. Qui il sentiero si fa più marcato e segue il filo della morena, salendo prima ripido, poi con pendenza meno severe. Giunti più o meno all'altezza del rifugio Ponti, che vediamo alla nostra sinistra, cerchiamo l'indicazione su un masso del Sentiero Roma, che qui taglia la morena. Lo seguiamo verso sinistra, scendendo sul fianco della morena e traversando fra lastroni fino al rifugio Ponti (m. 2559).


Apri qui una panoramica della Valle di Preda Rossa dalla sua morena centrale

Al rifugio si può salire anche con un itinerario alternativo, che sfrutta la morena centrale della Valle di Preda Rossa. Nel primo tratto i due itinerari coincidono: attraversata la piana di Preda Rossa sul lato sinistro, saliamo per il marcato, anche se un po' accidentato sentiero per il rifugio Ponti, fino al pianoro di quota 2100 metri circa, dove il sentiero piega a sinistra ed attacca il versante della soglia glaciale della valle, e dove si trova anche la deviazione per il passo di Romilla.
Invece di seguirlo, guardiamo sul lato opposto, scorgendo un ponte che attraversa uno dei rami del torrente di Preda Rossa. Ci portiamo verso il ponte ma, invece di attraversarlo, restiamo a sinistra del ramo del torrente e procediamo verso nord-est, stando non lontano dai roccioni del versante montuoso alla nostra sinistra. Dopo una breve salita fra massi e radi larici ci affacciamo ad una seconda ampia piana (segùnt piè), che si apre ai nostri occhi ed appare come una sorella di poco più piccola, ma in tutto analoga a quella di Preda Rossa. Anche qui il torrente sembra indugiare, incurante dello scorrere del tempo.


L'uovo di drago della Valle di Preda Rossa

Ne percorriamo il bordo sinistro, su traccia debole, poi, al suo limite, pieghiamo a destra e seguiamo alcuni ometti (non ci sono segnavia) che segnano il sentierino che risale un breve e poco ripido gradino di massi e magri pascoli, affacciandosi ad una terza e più piccola pianetta. Passiamo a destra di un curioso masso, dalla forma che si direbbe qualcosa di intermedio fra un'ogiva ed una punta di lancia, anche se forse non è nè l'una nè l'altra cosa, bensì un uovo di drago (un'antichissima leggenda vuole infatti che i grandi massi di forma ovoidale siano uova di drago deposte quando ancora i draghi signoreggiavano anche sulle Alpi Retiche, e pietrificate con il tempo).
Procediamo spostandoci gradualmente verso il centro della pianetta: il sentiero si fa più marcato e comincia a seguire i primi lembi del filo della gigantesca morena centrale della Valle di Preda Rossa (la moréna).
Il resto della salita rimane su questo filo, alternando tratti molto ripidi a tratti che concedono maggiore respiro. In alto il monte Disgrazia, irridente od indifferente, non sapremmo dire, comincia ad occhieggiare alto sopra il nostro naso, mntre alla nostra sinistra i Corni Bruciati tentano invano di insidiarne la regale maestà. In alcuni punti il crinale diventa assai esile, e l'esposizione sui due versanti della morena richiede attenzione. Intorno a quota 2500 la pendenza si addolcisce, e la morena sembra punare diritta al ghiacciaio di Preda Rossa. Il monte Disgrazia si è ormai mostrato in tutta la sua massiccia mole, ma quel che attrae il nostro sguardo è la meta, il rifugio Ponti, che vediamo alla nostra sinistra.


La morena centrale di Preda Rossa

Dobbiamo ora prestare attenzione al punto nel quale il filo della morena viene tagliato dalla traccia si sentiero, segnalata da segnavia rosso-bianco-rossi (che invece fin qui non abbiamo mai trovato) che traversa dal rifugio Ponti al passo di Corna Rossa (ultima tappa del Sentiero Roma). Giunti a quel punto, seguiamo il Sentiero Roma in senso opposto, cioè scendiamo verso sinistra sul fianco occidentale della morena, per poi traversare a mezza costa, fra lastroni, in direzione del rifugio Ponti, che raggiungiamo senza difficoltà.
Ovviamente i due percorsi possono essere combinati ad anello: se scegliamo di utilizzare la morena centrale per la discesa, teniamo presente che quando il suo filo termina alla pianetta superiore dobbiamo stare sul suo lato destro (ometti), passare a sinistra del grande masso erratico, scendere su traccia di sentiero alla grande piana intermedia e percorrerne il lato destro, superando un picco poggio di sfasciumi che ci introduce alla pianetta di quota 2100 dove intercettiamo il sentiero canonico per il rifugio Ponti.


La seconda piana di Preda Rossa

Questo secondo itinerario può essere sfruttato per tornare dal rifugio a Preda Rossa seguendo una via diversa rispetto a quella classica di salita. Esso ha anche il pregio di permetterci di gustare maggiormente, salendo, il ghiacciaio di Preda Rossa (sgiascè dò desgràzia), che oggi, per la verità, ha dimensioni molto più ridotte rispetto al passato (undici anni fa, nel 1997, aveva una lunghezza di circa 2500 metri dalla sella di Pioda - fra monte Pioda e crinale del monte Disgrazia - al versante a monte del Sentiero Roma nel tratto Ponti-Passo di Corna Rossa; oggi appare ulteriormente ridotto).

 

 

 

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RIFUGIO PONTI-BOCCHETTA ROMA-BIVACCO KIMA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Piana di Preda Rossa- Rifugio Ponti-Bocchetta Roma
3 h
950
E
Piana di Preda Rossa-Rif. Ponti-Bocchetta Roma-Bivacco Kima
4 h e 45 min.
1300
EE
SINTESI. A poca distanza dal rifugio Ponti (m. 2559) dobbiamo ignorare la deviazione, a destra, per il monte Disgrazia ed il passo di Corna Rossa, seguendo invece i segnavia rosso-bianco-rossi che ci guidano e descrivono, verso nord, un arco, il quale dapprima conduce nei pressi della costiera Remoluzza-Arcanzo (che separa la Valle di Preda Rossa dalla Val Cameraccio), volgendo, poi, gradualmente a destra, lungo una faticosa fascia di massi, fino al grande ometto della bocchetta Roma (m. 2840). La discesa dalla bocchetta Roma alla Val Cameraccio richiede molta cautela, perchè, soprattutto nell'ultima parte, nella quale si tratta di superare una fascia di rocce, propone qualche passo di arrampicata assistito da corde fisse e staffe. Attraversato un nevaietto, seguiamo i numerosi segnavia e proseguiamo nella discesa di una placca di rocce e sfasciumi, fino ad un secondo più piccolo nevaietto. Oltrepassato anche questo, il percorso assume un andamento quasi pianeggiante; dobbiamo superare una fascia di massi, approdando infine ad un terreno più tranquillo. Cominciamo a scendere di nuovo, lungo il crinale di una morena, in direzione di un microlaghetto. Al termine della discesa, passiamo a valle del laghetto, a quota 2640, attraversando una nuova fascia di grandi massi, che richiedono una certa attenzione per evitare di scivolare e di infortunarsi. Non manca molto alla meta: si tratta di sostenere un ultimo sforzo in salita, sotto lo sguardo severo del monte Pioda che, visto da qui, appare una possente piramide di granito. Raggiunto il filo di una evidente e lunga morena, pieghiamo a destra, seguendolo, fino a trovarci improvvisamente quasi faccia a faccia con il bell'edificio del bivacco Kima, a 2700 metri circa di quota.

La nascita del trofeo Kima, probabilmente la più famosa corsa di alta quota in montagna, lungo il celeberrimo Sentiero Roma, è legata all'opera dell'Associazione Kima, nata in Valmasino nel 1994, per onorare la memoria della Guida Alpina Pierangelo Marchetti, soprannominato, appunto, "Kima", che perse la vita l'8 luglio 1994 durante una missione di soccorso.


Monte Disgrazia

In occasione della X edizione di questa prestigiosa competizione di sky-runners, svoltasi fra il 20 ed il 22 agosto 2004, è stato inaugurato un nuovo bivacco, il bivacco Kima, in alta Val Cameraccio, la prima delle spettacolari valli della Val di Mello nella quale i concorrenti scendono dopo aver risalito la Valle di Sasso Bisolo (val de sas besö) e la Valle di Preda Rossa, fino alla bocchetta Roma. Il bivacco è stato realizzato grazie alle offerte raccolte nel corso della manifestazione ed all'opera di numerosi volontari, che si sono prestati e si prestano per garantire la presenza di una struttura che, in una valle così ampia e percorsa, può consentire un ricovero a quanti siano sorpresi dal maltempo, che può causare anche, a quote comprese fra i 2650 ed i 2950 metri, la morte per assideramento. Si presenta oggi ancora in fase di sistemazione dell'interno, ma, essendo aperto, può già assolvere alla sua funzione di ricovero di emergenza.


Corni Bruciati

Il bivacco, che si trova a quota 2700 metri, sul Sentiero Roma (senté róma) nel tratto Allievi-Ponti, può essere raggiunto per due vie, entrambe piuttosto faticose, vale a dire da Preda Rossa, in Valle di Preda Rossa, e dal fondo della Val di Mello.
Nel primo caso dal rifugio Ponti dobbiamo ora salire alla Bocchetta Roma (m. 2890), lungo il Sentiero Roma (che ci porterà poi, oltre la bocchetta, al bivacco). A poca distanza dal rifugio dobbiamo ignorare la deviazione, a destra, per il monte Disgrazia ed il
passo di Corna Rossa, seguendo invece i segnavia rosso-bianco-rossi che ci guidano e descrivono, verso nord, un arco, il quale dapprima conduce nei pressi della costiera Remoluzza-Arcanzo (che separa la Valle di Preda Rossa dalla Val Cameraccio), volgendo, poi, gradualmente a destra, lungo una faticosa fascia di massi, fino al grande ometto della bocchetta Roma.
Da qui il panorama sulla Val Cameraccio e le laterali settentrionali della Val di Mello è stupendo. Sul fondo il colpo d'occhio raggiunge anche la Val Ligoncio. Siamo in cammino da circa 3 ore ed abbiamo superato 1000 metri di dislivello in salita. Il bivacco è già visibile: prendiamo, come punto di riferimento, il microlaghetto posto approssimativamente al centro della valle, presso un masso ciclopico, seguendo, poi, il filo della morena alle sue spalle. Il nostro sguardo incontrerà la nuova struttura, edificata con pietre raccolte in loco, e quindi ben inserita nel suo scenario.
La discesa dalla bocchetta Roma alla Val Cameraccio richiede molta cautela, perchè, soprattutto nell'ultima parte, nella quale si tratta di superare una fascia di rocce, propone qualche passo di arrampicata assistito da corde fisse (alle quali, peraltro, è bene assicurarsi con cordino e moschettone). Ulteriore elemento cui prestare attenzione sono i sassi mobili: se ne parte uno, diventa un proiettile che rischia di colpire chi sta più in basso.
Alla fine, grazie anche ad alcune staffe, raggiungiamo un nevaietto ai piedi della fascia di rocce e scendiamo fino al limite inferiore. Sempre seguendo i numerosi segnavia, proseguiamo nella discesa di una placca di rocce e sfasciumi, fino ad un secondo più piccolo nevaietto. Oltrepassato anche questo, il percorso assume un andamento quasi pianeggiante; dobbiamo superare una fascia di massi, approdando infine ad un terreno più tranquillo. Cominciamo a scendere di nuovo, lungo il crinale di una morena, in direzione del microlaghetto, alimentato dal piccolo ghiacciaio che si annida fra le pieghe del versante meridionale del monte Pioda (sciöma da piöda, m. 3431), la cima posta immedietamente ad occidente dell'imponente monte Disgrazia (m. 3678). Al termine della discesa, passiamo a valle del laghetto, a quota 2640, attraversando una nuova fascia di grandi massi, che richiedono una certa attenzione per evitare di scivolare e di infortunarsi.
Non manca molto alla meta: si tratta di sostenere un ultimo sforzo in salita, sotto lo sguardo severo del monte Pioda che, visto da qui, appare una possente piramide di granito. Raggiunto il filo di una evidente e lunga morena, pieghiamo a destra, seguendolo, fino a trovarci improvvisamente quasi faccia a faccia con il bell'edificio del bivacco Kima, a 2700 metri circa di quota. Oltre il bivacco, il sentiero piega a sinistra, prosegue quasi pianeggiante, risale poi una caratteristica placca rocciosa ed approda ad una nuova fascia di massi. Qui troviamo, presso un grande masso, l'indicazione della deviazione, a destra, del sentiero per il passo di Mello (il quale si trova, peraltro, a sinistra del crinale di nord-ovest del monte Pioda (sciöma da piöda), a 2992 metri, più o meno sulla verticale del bivacco, - è la più orientale, cioè quella più a destra, fra le marcate depressioni sulla testata della Val Cameraccio - ma viene raggiunto da qui con una prima diagonale verso destra, cioè in direzione est). Il Sentiero Roma prosegue, poi, verso il passo Cameraccio (2950), il suo punto più alto, che da qui non si vede. Si vede bene, invece, l'inconfondibile profilo, a punta di lacia, del pizzo Torrone orientale (m. 3333), sulla testata della valle omonima.
Il pizzo è, ovviamente, ben visibile anche dal bivacco. Ma non è l'unica cima che possiamo ammirare da qui. Alla sua sinistra si vedono anche i pizzi Torrone centrale (m. 3290) ed occidentale (m. 3349), mentre alla sua destra vediamo, infatti, il monte Sissone
("sisùn", in Val Masino, "còrgn de sisùm", in Valmalenco; m. 3331), la punta Baroni (o cima di Chiareggio nord-occidentale, m. 3203) e le cime di Chiareggio centrale e sud-orientale. Verso sud-ovest, dominiamo la Val di Mello, sul cui sfondo si distinguono le Valli Merdarola e Ligoncio, nella Valle dei Bagni di Masino. Alla loro sinistra possiamo ammirare la costiera Remoluzza-Arcanzo e, sulla sua parte più alta, scorgiamo ancora il grande ometto della bocchetta Roma. A nord-est, infine, cioè proprio alle spalle del bivacco, è sempre il monte Pioda a chiudere, maestoso, l'orizzonte.
Si tenga presente che il ritorno a Preda Rossa richiede il superamento di circa 300 metri di dislivello in salita. Questi potrebbero essere evitati scendendo dal bivacco alla Val di Mello, ma è sconsigliabile farlo se non si conosce il sentiero. Qualora ci si smarrisse, conviene portarsi sul lato occidentale della valle (quello opposto rispetto alla bocchetta Roma), scendendo a vista seguendo l'andamento della costiera, fino ad intercettare il sentiero.
Segnaliamo la possibilità, interessante quanto impegnativa, di proseguire salendo al passo di Mello. Per farlo, proseguiamo dal bivacco Kima lungo il Sentiero Roma, come sopra illustrato, fino a raggiungere, approssimativamente, la metà della valle, dove, in corrispondenza di un grande masso, si trova la segnalazione della deviazione, a destra, per il passo. Seguiamola e lasciamo il Sentiero Roma. Davanti ai nostri occhi si presentano, sul crinale fra la val Cameraccio e la val Sissone, quattro evidenti depressioni. Guardando da qui non possiamo indovinare su quale di queste sia collocato il passo. Solo la carta ci aiuta, mostrandoci che si trova sulla più orientale (destra), collocata immediatamente a sinistra della lunga propaggine rocciosa che scende ad ovest dalla cima del monte Pioda.
I segnavia sono piuttosto radi, e ci guidano, per un tratto, nella salita fra grandi massi, che tende a destra. Poi scompaiono, e bisogna proseguire a vista, risalendo un grande dosso morenico, che dà l'impressione, illusoria, di condurre proprio in prossimità del passo. Spostandoci gradualmente verso sinistra, evitiamo la faticosa fascia dei grandi massi, ma dobbiamo prestare attenzione nella salita su un
terreno caratterizzato da ghiaietta e terriccio, assai scivolosi. Ovviamente questa descrizione fotografa la situazione che possiamo trovare a stagiona avanzata, quando la neve si è sciolta. Sormontato il dosso, scopriamo, con delusione, di aver guadagnato non il passo, ma un falsopiano che si stende ai suoi piedi (la "zòca"), per cui c'è ancora un buon tratto di cammino, anche se ora la pendenza è meno impegnativa. La depressione su cui è collocato il passo è ora là, ben evidente, di fronte ai nostri occhi. La carta ci assicura che in prossimità del passo è collocato il bivacco Odello-Grandori, ma lo sguardo non riesce ad individuarlo. Solo con grande attenzione riusciamo a scovarlo: si trova sulla parte destra della depressione, ed il suo colore si mimetizza quasi perfettamente con il grigio chiaro del granito.
La neve, ritirandosi, lascia allo scoperto un terreno cosparso di ghiaia, terriccio e sassi, talora molto instabili, perché poggiano su lastre di ghiaccio che non si vedono. Saliamo quindi con attenzione, fino al gradino roccioso terminale, proprio sotto il passo. E qui nasce il dilemma: da che parte salire? Di segnalazioni, infatti, neppure l'ombra (almeno fino all'autunno del 1999; non so se poi qualche pietosa mano ha tracciato i provvidenziali segni). Adesso vediamo bene dove dobbiamo arrivare (lo scatolone del bivacco è proprio lì, poco sopra il nostro naso), ma è meno evidente la via per arrivarci, perché sotto il bivacco la parete è piuttosto ripida. Dobbiamo quindi salire sui fianchi del gradino, quello di sinistra o quello di destra. Il primo mostra un canalino non troppo difficile che sale verso sinistra, e poi prosegue verso destra, pianeggiante, fino al bivacco. In quest'ultimo tratto, però, è stretto ed esposto, senza appigli di sicurezza, per cui, soprattutto se abbiamo uno zaino ingombrante, dobbiamo affrontarlo con tutta la cautela di questo mondo. Scegliendo il lato destro, ci si presenta la difficoltà rovesciata: è il primo tratto ad essere più delicato, poi possiamo più agevolmente piegare a sinistra, in direzione del bivacco Odello Grandori.
Dal bivacco al passo di Mello non ci sono che pochi metri. La spaccatura nell'aspro crinale roccioso ci permette di affacciarci ad uno scenario impressionante. Gettando lo sguardo verso nord, distinguiamo il pian del Lupo e Chiareggio; oltre, la valle del Muretto ed il passo omonimo. Recentemente è stata attrezzata la cengia che consente di toccare la vedretta del Disgrazia e di scendere quindi a Chiareggio per la Val Sissone: la traversata richiede però esperienza alpinistica (sul ghiacciaio si deve procedere in cordata).
Il bivacco, di proprietà del CAAI (Club Alpino Accademico Italiano) è dedicato alla memoria è dedicato alla memoria degli alpinisti, entrambi appassionati di queste montagna, Carla Odello, morta nel 1944 nel tentativo di ascensione invernale della Cima di Vazzeda (Valmalenco), e Nando Grandori, morto nel 1945, per il maltempo, sulla via Solleder alla Civetta.
Ecco come descrive il panorama che si apre dal passo Bruno Galli Valerio, naturalista ed alpinista, in una relazione datata 28 luglio 1904 (in "Punte e Passi", a cura di Luisa Angelici e Antonio Boscacci, Sondrio, 1998):" Il panorama è uno dei più belli che possiamo immaginare: vicino a noi le bianche pareti del Disgrazia e del pizzo Ventina, lontano i giganti del gruppo del Bernina, ai nostri piedi l'immensa vedretta del Disgrazia che muore nel verde dei prati e dei boschi di Forbicina. La chiesetta di Chiareggio si staglia, bianca, sul verde dei prati. Sotto il passo, le rocce cadono a picco e le gande franano continuamente".
Il dislivello superato per giungere fin qui è di circa 1500 metri. Per tornare, possiamo ripercorre a rovescio il cammino effettuato, oppure, se abbiamo un appoggio al parcheggio di Val di Mello, scendere dalla val Cameraccio. Sconsiglio però questa seconda soluzione, (che potrebbe attrarre perché ci evita i circa 400 metri di salita per approdare alla bocchetta Roma) a chi non conosce il percorso che, sul lato destro (per chi scende) della valle permette di raggiungere la casera del Cameraccio e la parte terminale della val di Mello: è molto facile perdersi, perché esiste solo una traccia di sentiero discontinua, i segnavia sono rari e sbiaditi e qualche ometto non facilita di molto il compito.

Recentemente, infine, è stata attrezzata la via che consente la discesa alla vedretta del Disgrazia e di qui alla Val Sissone ed a Chiareggio: è, però, sconsigliabile tentarla se non si è attrazzati per l'assicurazione alle corde fisse, se non si ha esperienza alpinistica e se non si è accompagnati da persone esperte.

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APPENDICE

Riportiamo qui di seguito il testo integrale della descrizione della traversata dalla Val di Mello (capanna Cecilia) a Chiareggio (per la bocchetta Roma ed il passo di Mello), effettuata il 28 luglio 1904 da Bruno Galli Valerio, nel testo citato ("Punte e Passi", a cura di Luisa Angelici e Antonio Boscacci, Sondrio, 1998):
“28 luglio. Non una nuvola nel cielo. Un'aria calma e calda. Alle cinque, diciamo addio alla capanna. Le gande si susseguono alle gande, mentre risaliamo la valle, dirigendoci verso una depressione della cresta che separa la valle di Sasso Bisolo da quella di Mello, lassa, verso uno sperone roccioso quotato 2997 m. In quel deserto di pietre, non incontriamo che qualche cranio e qualche costola biancheggiante di pecora e di capra. Alle sei, raggiungiamo la depressione the a situata a circa 2800 m. e che potrebbe portare il nome di Passo di Preda Rossa. Sotto di noi si stende l'anfiteatro di Val di Mello, formato da gande, nevai, vedrette e circondato dalle cime del Torrone orientale, dal Sissone e dall'alta cresta che unisce quest'ultimo al Disgrazia. Giù, in fondo pascoli e boschi, e lontan lontano, le cime del Calvo, del Ligoncio e i Mischabel. Per roccie che franano, per gande e nevai, guadagnamo l'anfiteatro di Val di Mello, che tagliamo di traverso per portarci sotto il Passo di Mello o Passo del Disgrazia. Siamo motto incerti sul punto ove si trovi questo passo. Io propendo per la prima bocchetta, quella che si trova immediatamente al di la dello sperone roccioso che limits a nordovest il ghiacciaio che scende dal Pizzo di Pioda (3427 m.) in Val di Mello. I miei compagni sostengono che il secondo. Per gande e nevai ci portiamo a quest'ultima, che raggiungiamo alle otto e mezzo. Passare è impossibile: Ci troviamo infatti in cima a una parete che cade a picco per qualche centinaia di metri sulla vedretta del Disgrazia. Il passo si trova dunque alla prima bocchetta. Mentre ridiscendiamo in Val di Mello, sentiamo gridare e una silhouette appare sul Torrone orientale e agita le braccia. Rispondiamo al saluto e attacchiamo la vedretta che scende sotto il Passo diMello. E' ripidissimo e lo risaliamo scalinando a zig zag sul suo fianco destro. Raggiungiamo un nevaio e di là la ganda che ci conduce a una larga depressione della cresta: il Passo di Mello (2991 m.). Il panorama è uno dei più belli che possiamo immaginare: vicino a noi le bianche pareti del Disgrazia e del Pizzo Ventina, lontano i giganti del gruppo del Bernina, ai nostri piedi l'immensa vedretta del Disgrazia che muore nel verde dei prati e dei boschi di Forbicina. La chiesetta di Chiareggio si staglia, bianca, sul verde dei prati. Sotto il passo, le roccie cadono a picco e le gande franano continuamente. Abbiamo l'impressione di un gran salto fin sulla vedretta. Luigi scende lungo le roccie per cercare un passaggio. La discesa a accompagnata da un gran rotolare di pietre che saltano fin sulla vedretta. Dopo qualche tempo, Luigi ci grida che non c'e mezzo di passare. Non sono persuaso e scendo io stesso per esplorare le roccie. Scendendo direttamente sotto la bocchetta o portandosi verso sud-est, è fuor di dubbio che non si passa. Prendendo a nord-ovest, scopro una cengia verdastra e liscia che si restringe avvicinandosi alla vedretta. Sono convinto che quella cengia è la sola via, ma per esplorarla, occorre la corda. Chiamo il Dott. Corti che scende a portarmi la corda, leghiamo Luigi e dopo esserci ben fissati alle roccie, lo mandiamo in ricognizione sulla cengia. Dopo pochi istanti ci grida che si può passare; allora chiamiamo anche i Signori Bezzi e Guicciardi. Aiutandoci colla corda, passiamo l'uno dopo l'altro sulla cengia scivolosa che ci conduce ad una sporgenza della roccia che cade a picco sulla vedretta e che da una parte si continua con una punta di neve che risale la crepaccia terminale. La neve è piuttosto sottile e sembra diventarlo sempre pia avvicinandosi al ponte della crepaccia terminale. Bisogna scalinare con precauzione, per non far sprofondare la neve. Sulla lingua di neve, siamo sotto il tiro delle pietre che cadon dall'alto. Fortunatamente, quelle che cadono son piccole e poco numerose e non toccano nessuno. Scendiamo colla più grande attenzione: mentre uno avanza, gli altri stanno fermi, assicurando la corda a una picozza ben affondata nella neve. Più scendiamo più la neve rischia di sprofondare sotto i nostri piedi; e sotto c'e il vuoto. Il ponte sulla crepaccia terminale e sì sottile che sconsiglio di passarlo in piedi. Lo passeremo sdraiati, l'uno dopo l'altro. I primi passano bene, io e Luigi passiamo quando il ponte e per meta affondato. Meno male che la crepaccia terminale è piena di neve. Ci troviamo cosi tutti riuniti dall'altra parte, tra la crepaccia terminale e un largo crepaccio. Scendiamo lungo una bella vedretta girando fra crepacci e passando su ponti di neve. Alle due, tocchiamo la morena di sinistra. Seduti sulle pietre, mentre l'acqua pel tè bolle nella pentola, ammiriamo il ghiacciaio del Disgrazia, coi suoi seracs azzurri, sopra il quale si erigono le cime del Ventina e del Disgrazia e la parete grigia che chiude l'anfiteatro e in cui si disegna il Passo di Mello a guisa di una spaccatura rettangolare, limitata a nord-ovest da una gran striscia di roccia bianca.
Poi scendiamo per la vedretta portandoci a destra. Il ghiaccio e rugoso e si scende facilmente. Solo di tanto in tanto, quando qualcuno dà uno scossone un po' violento alla corda, gli altri si trovano assisi in qualche pozza d'acqua. Le gande ci portano ai primi larici. I resti di una valanga ci permettono di attraversare il flume e di arrivare al sentiero che scende sulla sinistra della valle, traversando boschi e pascoli. A Forbicina (1659 m.) gettiamo uno sguardo indietro e la vedretta ci appare ancor più bella nella verde cornice delle conifere. Alle cinque di sera, siamo a Chiareggio”.

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RIFUGIO PONTI-PASSO DI CORNA ROSSA-RIFUGIO BOSIO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Piana di Preda Rossa- Passo di Corna Rossa-Rifugio Bosio
4h
1000 m.
E
Rif. Ponti-Rif. Bosio-Chiesa Valmalenco
5 h
380
EE
SINTESI. Dal rifugio Ponti imbocchiamo la traccia segnalata che procede verso est-nord-est (a destra per chi guarda al monte Disrazia), traversando una fascia di lastroni, per poi piegare a destra e risalire il ripido fianco della morena centrale della Valle di Preda Rossa. Giunti sul filo della morena, troviamo l'indicazione su un masso del Sentiero Roma e scendiamo per ripida traccia sul fianco opposto, guadando poi un ramo del torrente. Saliti su un cordone morenico, seguendo i segnavia che ci fanno avvicinare al fianco orientale della valle. La traccia ci porta presso un grande masso, sul quale è scritta, in caratteri molto grandi, l'indicazione del rifugio Desio. Dobbiamo oltrepassare un pianoro occupato spesso, anche a stagione avanzata, da un nevaio, prima di giungere ai piedi della costiera, che attacchiamo in corrispondenza di un nevaio. Questo va risalito in direzione del vertice di sinistra, oppure in parte fiancheggiato a destra, salendo per gande, ed alla fine tagliato verso sinistra. Nell'ultima parte la pendenza è significativa, per cui sono consigliabili i ramponi. Tocchiamo poi un terreno misto costituito da sassi mobili e terriccio, che rende piuttosto faticosa l'ulteriore salita al passo di Corna Rossa, che avviene fra canalini e lastroni, con tratti assistiti da corde fisse. Alla fine siamo al passo, dove si trova il dismesso e pericolante rifugio Desio (m. 2836). Scendiamo, poi in Val Torreggio, seguendo le indicazioni ed i segnavia del Sentiero Roma, dapprima per sfasciumi, lungo la valle Airale (attenzione a non prendere a sinistra per il lago della Cassandra), poi su terreno meno faticoso, nell'alta val Torreggio, dove, in una bella piana disseminata di larici, raggiungiamo alla fine la meta della prima giornata, il rifugio Bosio (m. 2086), dopo aver varcato il torrente Torreggio su un bel ponte, collocato recentemente dai cacciatori.

La traversata dal rifugio Ponti al rifugio Bosio, in Val Torreggio, coincide con l’ultima giornata del Sentiero Roma, e può essere prolungata con la discesa finale a Chiesa Valmalenco (sgésa) o a Torre S. Maria: si compie, così, il progetto grandioso di una traversata da Novate Mezzola, alle porte di Valtellina e Valchiavenna, al cuore della Valmalenco, baricentro delle Alpi Retiche.
Dal rifugio Ponti, seguendo le abbondanti segnalazioni, si può salire al passo di Corna Rossa. Questo itinerario, nella sua prima parte, coincide con quello seguito dagli alpinisti che scalano il Disgrazia. Si attraversa il primo torrente che scende dal ghiacciaio di Preda Rossa ("sgiascé"), per poi salire sul filo della grande morena centrale che termina ai piedi del medesimo ghiacciaio. Seguendo le bandierine rosso-bianco-rosse, si scende, quindi, sul lato opposto, seguendo un sentierino e, ignorate le indicazioni per il Monte Disgrazia ("desgràzia"), si raggiunge un masso sul quale è segnalato il percorso per i rifugi Desio e Bosio.
Volgendo lo sguardo alle spalle, si può godere di un buon colpo d’occhio sulla poderosa costiera Remoluzza-Arcanzo, fra Valle di Preda Rossa e Val di Mello ("val da mèl"), sulla quale sono individuabili, da nord (cioè da destra) la Bocchetta Roma ("pas da ciöda"), il pizzo della Remoluzza (sciöma da remolöza, m. 2814), il pizzo di Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto, m. 2853), il pizzo Vicima (sciöma da veciöma, m. 2687), la cima degli Alli (sciöma dei äl, o Ali, m. 2725) e la cima di Arcanzo (m. 2715). La discesa termina sul greto del secondo torrente che scende dal ghiacciaio e che deve essere attraversato. Il sentiero è a tratti ben visibile, ma talora ci si deve affidare alle segnalazioni.
Fra massi rosseggianti sempre più numerosi e con immagini sempre diverse del Monte Disgrazia ("desgràzia", m. 3678, alla cui sinistra si individua bene la sella di Pioda, a sua volta a destra del monte Pioda - "sciöma da piöda"-), il percorso prosegue, passando a monte della seconda morena della valle, quella orientale, e giungendo ad un grande masso, su cui un’indicazione indirizza ad un nevaio che è presente anche a stagione avanzata e che deve essere risalito. E' già visibile, in alto, la piccola depressione del passo (m. 2836), posto a sud della cima di Corna Rossa (m. 3180); il Monte Disgrazia, intanto, si defila sempre più dietro la dorsale della punta di Corna Rossa.
Il nevaio va tagliato verso sinistra, o aggirato a monte, con cautela, perché, nella parte alta, è abbastanza ripido, per cui val la pena di calzare i ramponi. Raggiunta la fascia di rocce sul suo limite superiore, si inizia la salita su un fondo costituito da terriccio, sassi mobili e massi talora scivolosi. Per questo va affrontata con cautela: in un paio di punti corde fisse la rendono più sicura. Sono pochi i punti esposti, ma conviene ugualmente salire senza fretta. Poco oltre il secondo punto attrezzato con corde fisse, si raggiunge finalmente il passo, annunciato dalla punta del parafulmine posto nei suoi pressi (e tutt’altro che superfluo: la zona, per la presenza di rocce con alto contenuto ferroso, è particolarmente bersagliata dai fulmini; lo si tenga presente e si eviti, di conseguenza, di affrontare la salita al passo in condizioni di tempo incerto).
La prima immagine che lo sguardo incontra, oltre il passo di Corna Rossa, è quella del versante destro della Val Torreggio. Volgendo lo sguardo a sinistra si vede il versante sinistro della Val Airale, prosecuzione della Val Torreggio. Più a sinistra ancora, ecco il rifugio Desio (m. 2830), chiuso perché pericolante, a seguito delle eccezionali nevicate dell’inverno 2000-2001: esso rimane oltre il crinale, per cui non è visibile per chi sale. Volgendosi ancora a sinistra si ammirano la morena centrale di Preda Rossa, parte della costiera Remoluzza-Arcanzo e, sul fondo, alcune fra le più famose cime della Val di Mello ("val da mèl"), che, durante le precedenti giornate, abbiamo imparato a conoscere bene: i pizzi del Ferro ("sciöme do fèr"), la cima di Zocca ed i pizzi Torrone, fra i quali spicca, per la forma a punta di lancia, il pizzo Torrone orientale. Visto da qui, il rifugio Ponti non è che un piccolo punto perso fra le gande.
Dal passo di Corna Rossa, attraverso la Val Airale, si deve, ora, scendere in Val Torreggio, il cui fondo è dominato dai Corni Bruciati. Per farlo si seguono gli abbondanti segnavia rosso-bianco-rossi, che dettano il percorso più razionale fra un mare di massi rossi di tutte le dimensioni, in direzione sud-sud-est. Si presti attenzione a non seguire la deviazione a sinistra, anch’essa segnalata, per i laghetti di Cassandra. La discesa termina al rifugio Bosio.
In realtà potrebbe essere un’interessante variante visitare questo splendido sistema di laghetti di Cassandra, disseminati in un vallone nascosto ai piedi del pizzo di Cassandra. In tal caso seguiamo i segnavia che ci guidano nella traversata in direzione est, che ci porta a scendere da uno sperone roccioso al più alto dei laghetti (m. 2746), nelle cui splendide acque di un blu intenso si specchia il nevaio che scende dal ghiacciaio della Cassandra. Proseguiamo, seguendo le rade indicazioni, descrivendo un arco verso destra sud-est ed ignorando, sulla sinistra, la deviazione per il passo Cassandra (m. 3097), che permette di accedere alla Vedretta della Ventina (védrècia de la venténa), in alta Valmalenco (val del màler).
L’arco descritto ci permette di giungere in vista dei due laghetti inferiori di Cassandra (m. 2464). Prendendo ancora a destra scendiamo al più grande, passando a sinistra di un pronunciato torrione, quotato 2710 metri, ed a destra di una enorme ganda. In prossimità del laghetto dobbiamo superare, con una certa fatica, una fascia di grandi massi rossi (seguiamo i segnavia, per non complicarci inutilmente la vita). Poi, piegando ancora a destra, superiamo una breve porta e, sfruttando un facile canalino, raggiungiamo il pianoro quotato 2391 metri. Volgendo a sinistra e seguendo i segnavia bianco-rossi, superiamo, con cautela, un sistema di roccette e, dopo un’ultima discesa, intercettiamo il sentiero principale che dal passo di Corna Rossa scende alla piana della Val Torreggio.
Ma torniamo a questo sentiero principale. Con una discesa piuttosto monotona, questo, a quota 2560 circa, piega a sinistra, passando dalla direzione sud alla direzione sud-est.


Val Airale dal passo di Corna Rossa

Lasciati alle spalle i grandi massi, proseguiamo la discesa su un terreno misto, fino a giungere in vista della splendida piana della Val Torreggio, dove, a 2086 metri di quota, troviamo il rifugio Bosio. La piana, nella quale il torrente Torreggio disegna qualche pigro meandro, è dominata, ad ovest, dai Corni Bruciati (settentrionale, m. 3097, e meridionale, m. 3114), che, alla fine, risultano le cime che più risaltano nell’intero Sentiero Roma: li possiamo vedere, sotto diverse angolatura, infatti, dalla Val Ligoncio (val dò ligùnc') e dal passo del Barbacan nord fino alla Val Torreggio, cioè durante tutte le giornate della traversata, esclusa la prima.
Dal rifugio Bosio, infine, inizia l’ultima parte della discesa. Possiamo scegliere di scendere a Torre S. Maria o a Chiesa Valmalenco. Nel primo caso abbiamo due possibilità. Seguendo il sentiero che dal rifugio comincia a scendere verso destra (est-sud-est), raggiungiamo l’alpe Palù (toponimo assai diffuso, che deriva da "palude", m. 1971), dalla quale iniziamo una lunga traversata sul fianco meridionale della Val Torreggio, che termina allo splendido terrazzo dell’alpe Piasci, dove si trova anche il rifugio Cometti (m. 1720). Qui giunge una carrozzabile sterrata (chiusa al transito dei veicoli non autorizzati), che scende fino a Torre.
La seconda possibilità prevede di seguire per un tratto il sentiero, segnalato, che, in direzione est, scende all’alpe Lago di Chiesa, effettuando una traversata sul fianco settentrionale della Val Torreggio. Dobbiamo prestare attenzione alla nostra destra: dopo circa mezzora di cammino troviamo, in una radura, un cartello (indicazione per Torre), posto un po’ più in basso rispetto al sentiero principale, che indica la partenza di un sentiero secondario che scende in una splendida pineta (direzione sud), raggiungendo una radura e, poco oltre, il limite settentrionale dell’alpe Acquabianca (m. 1568), nel cuore della Val Torreggio, sul suo versante settentrionale. Il sentiero piega, poi, a sinistra: seguendo i segnavia scendiamo, quindi, all’alpe Son (m. 1364), dominata, sulla sinistra, dalla dirupata rocca di Castellaccio (m. 1777).
La successiva discesa tocca le baite di quota 1284 e termina a Ciappanìco (m. 1034), graziosa frazione di Torre S. Maria. Qui troviamo, sulla parete di un’antica casa, la scritta “Benvenuti a Ciappanico alto”, e, su un pannello arrugginito, l’indicazione “Sentiero Roma”, che serve come indicazione per coloro che intendano effettuare la traversata da est verso ovest (cosa, evidentemente, perfettamente legittima e, in diversi punti, come il Passo Camerozzo, perfino più agevole, anche se la direttrice più tradizionale è quella che abbiamo raccontato, da ovest ad est). Una strada asfaltata porta, dopo 2,7 km, a Torre S. Maria.
Raccontiamo, infine, la discesa a Chiesa Valmalenco. Per effettuarla, torniamo al rifugio Bosio: imbocchiamo il sentiero per l’alpe Lago di Chiesa, che raggiungiamo dopo una lunga traversata sul fianco settentrionale della Val Torreggio. L’alpe Lago è posta in una splendida conca a quota 1614, che anticamente ospitava effettivamente un lago. Sul limite orientale dell’alpe troviamo una carrozzabile che scende fino ad intercettare la strada Chiesa-Prìmolo (etimologicamente, terreno "primus", di prima scelta).
 
Meglio, però, seguire l’antica mulattiera, che troviamo nel primo tratto della carrozzabile (se ne stacca sulla destra). Dopo una discesa nello splendido scenario di un bosco di larici, giungiamo ad intercettare la già citata carozzabile Chiesa-Prìmolo, in corrispondenza di un tornante destrorso. Seguendo la strada, concludiamo la lunga discesa a Chiesa in Valmalenco (m. 960).

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RIFUGIO PONTI-ALPE SCERMENDONE-RIFUGIO MARINELLA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Ponti-Piana di Preda Rossa-Scermendone basso-Scermendone alto-Rifugio Marinella al Prato Maslino
4 h
120
E
SINTESI. Scendiamo dal rifugio Ponti, sul sentiero classico, alla piana di Preda Rossa, raggiungendone il parcheggio (m. 1950) sul limite dove è posta uno sbarramento idroelettrico. Qui prendiamo a sinistra, cioè verso sud-est, (indicazioni per Scermendone), superando il torrente su un ponticello in legno ed imboccando il largo sentiero che scende ad un avvallamento e risale, tagliando il fianco occidentale del Sasso Arso. Volgendo a nord, porta ad un ponticello oltre il quale ci portiamo all'alpe di Scermendone basso, a sinistra della casera. Procediamo tagliando l'alpe e tendendo leggermente a sinistra, fino a trovare un marcato sentiero che dopo pochi tornanti sale al limite nord-orientale dell'alpe di Scermendone, presso la chiesetta di san Quirico (san Cères, m. 2131). Pochi metri oltre la chiesetta si trova il bivacco Scermendone. Procediamo verso est, passando a destra del bivacco e seguendo le segnalazioni del Sentiero Italia. Ignoriamo due tracce che si staccano l'una in salita, verso la Croce dell'Olmo, l'altra in discesa, verso il dosso di Oligna. Numerosi e preziosi paletti permettono di seguire una traccia che si mantiene per un buon tratto sulla quota 2100, superando alcuni valloni che confluiscono nella valle della Laresa. Questo è uno dei punti più delicati del sentiero, perché la sua traccia è poco evidente e, soprattutto, in diversi punti esposta e priva di protezioni. Poi, finalmente, si cala in un bel bosco, raggiungendo luoghi più tranquilli e scendendo alle baite dell'alpe Vignone. Dal limite inferiore dell'alpe, poco sopra i 1800 metri, parte una bella mulattiera che permette di scendere comodamente al prato Maslino (m. 1650), sul cui limite meridionale troviamo il rifugio Marinella (m. 1650).


Rifugio Ponti

Dal rifugio Ponti è possibile anche effettuare, passando per gli alpeggi di Scermendone basso ed alto, una bella traversata a Prato Maslino ed al rifugio Marinella, che si innesta sul Sentiero Italia. Per farla dobbiamo però ridiscendere alla piana di Preda Rossa, fino al suo limite meridionale (spianata dove vengono parcheggiate le automobili). Qui troviamo, sulla sinistra, lo sbarramento che chiude il corso del torrente di Preda Rossa. Poco a monte, segnalato da un cartello, si trova un ponticello che consente di scavalcare il torrente e di imboccare il sentiero per gli alpeggi di Scermendone. Superata una valletta, cominciamo, così, la traversata, che taglia il tormentato fianco occidentale del Sasso Arso, serpeggiando fra i blocchi scaricati dal versante. Procediamo, così, verso sud, poi volgiamo a sinistra (est), affacciandoci alla parte terminale della Val Terzana e salendo al limite dell'alpeggio di Scermendone basso (m. 2032). Qui, superato il torrente su un nuovo ponticello, lasciamo a destra la baita dell'alpe e puntiamo a sud, cioè direttamente al versante del monte, dove troviamo una larga mulattiera che ci porta, in breve, alla chiesetta di San Quirico, sul limite orientale dell'alpe di Scermendone, dopo poco più di un’ora di cammino da Preda Rossa e 230 metri di dislivello superati.


Corni Bruciati

La chiesetta di san Quirico (san Cères, m. 2131) è legata ad una devozione molto antica. Chi passasse di qui la seconda domenica di luglio troverebbe l'alpe costellata delle tende degli escursionisti che qui convengono per celebrare la festa del santo, nella quale la chiesetta viene aperta per la celebrazione della S. Messa. Pochi metri oltre la chiesetta si trova il bivacco Scermendone, ricavato nel 1999 da una baita riadattata, come punto d'appoggio prezioso sul sentiero Italia. Abbiamo, infatti, intercettato il percorso del Sentiero Italia, che sale all'alpe Scermendone da Cataeggio, passando per l'alpe Granda. Qui si può pernottare liberamente (nella parte cui si ha libero accesso, sempre aperta, ci sono quattro posti letto, con la possibilità di ricavarne altri collocando brandine sul pavimento), oppure ci si può riparare in caso di cattivo tempo (in caso di temporale il rischio di essere colpiti da fulmini è, in questa zona, piuttosto elevato).
Il rifugio offre, quindi, la possibilità di articolare con una certa libertà la cadenza delle tappe: si può scegliere, infatti, di effettuare un'unica tappa da Cataeggio al rifugio, o dall'alpe Granda al rifugio, con la possibilità, in questo secondo caso, di disporre del tempo necessario per scendere facilmente all'alpe di Scermendone basso e di qui all'incantevole piana di Preda Rossa, oppure per raggiungere il laghetto di Scermendone. Si può anche scegliere un'interessante variante del sentiero Italia: nei pressi del rifugio parte, infatti, un'evidente sentiero che percorre, verso nord-est, tutta la val Terzana, oltrepassando il già citato laghetto di Scermendone e salendo al passo omonimo, dal quale si scende in alta val Caldenno, per poi attraversarla e raggiungere il passo omonimo, intercettando il sentiero Italia che sale dalla valle di Caldenno. Oppure, sempre dal rifugio, si può facilmente risalire il crinale, che prosegue in direzione nord-est, conduce alla Croce dell'Olmo e termina con la cima di Vignone, alla quale si sale facilmente (m. 2608). Dalla cima si può, poi, di nuovo scendere fino ad incontrare un grande ometto che segnala un sentiero il quale, puntando verso est, porta alle baite del Baric, in alta val Vignone, per raggiungere infine, di qui, la parte bassa dell'alpe Vignone, dove si riprende il sentiero Italia.
Se però si vuol rimanere sempre nel solco del sentiero vero e proprio, si procede, dal rifugio, verso est, seguendo le segnalazioni ed ignorando due tracce che si staccano l'una in salita, verso la Croce dell'Olmo, l'altra in discesa, verso il dosso di Oligna. Numerosi e preziosi paletti permettono di seguire una traccia che si mantiene per un buon tratto sulla quota 2100, superando alcuni valloni che confluiscono nella valle della Laresa. Questo è uno dei punti più delicati del sentiero, perché la sua traccia è poco evidente e, soprattutto, in diversi punti esposta e priva di protezioni. Poi, finalmente, si cala in un bel bosco, raggiungendo luoghi più tranquilli e scendendo alle baite dell'alpe Vignone. Dal limite inferiore dell'alpe, poco sopra i 1800 metri, parte una bella mulattiera che permette di scendere comodamente al prato Maslino (m. 1650), dove una graziosa chiesetta sembra fronteggiare la cima del Desenigo e gli ormai noti passi di Primalpia e Talamucca.
Il rifugio Marinella (m. 1650), presso il limite sud-orientale del prato, permette di concludere qui questa tappa, che comporta un dislivello in salita di circa 500 metri ed un tempo complessivo che si aggira intorno alle 4 ore.

Il rifugio dispone di 27 posti letto, servizio di ristorante e servizi, ed è aperto da maggio ad ottobre (gestione: Botta Mino – Tel. cellulare: 348 3552002; telefono fisso del rifugio: 0342  563577).

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RIFUGIO PONTI-ALPE SCERMENDONE-VAL TERZANA-PASSI DI SCERMENDONE E CALDENNO-RIFUGIO BOSIO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Ponti-Piana di Preda Rossa-Scermendone-passi di Scermendone e Caldenno-Rif. Bosio
6 h
900
E
SINTESI. Scendiamo dal rifugio Ponti, sul sentiero classico, alla piana di Preda Rossa, raggiungendone il parcheggio (m. 1950) sul limite dove è posta uno sbarramento idroelettrico. Qui prendiamo a sinistra, cioè verso sud-est, (indicazioni per Scermendone), superando il torrente su un ponticello in legno ed imboccando il largo sentiero che scende ad un avvallamento e risale, tagliando il fianco occidentale del Sasso Arso. Volgendo a nord, porta ad un ponticello oltre il quale ci portiamo all'alpe di Scermendone basso, a sinistra della casera. Procediamo tagliando l'alpe e tendendo leggermente a sinistra, fino a trovare un marcato sentiero che dopo pochi tornanti sale al limite nord-orientale dell'alpe di Scermendone, presso la chiesetta di san Quirico (san Cères, m. 2131). Pochi metri oltre la chiesetta si trova il bivacco Scermendone. Non ci portiamo, però, al bivacco, ma imbocchiamo il tratturo sul lato opposto (lo vi trova alla sua sinistra, per chi rivolga lo sguardo alla facciata della chiesetta) che si inoltra a mezza costa, verso est-nord-est, in Val Terzana, sul suo lato destro (per noi, cioè meridionale), portando all'alpe Piano di Spini (m. 2198). Qui diventa sentiero e, dpo uno strappo, varca un corridoio oltre il quale raggiunge la conca del lago di Scermendone (m. 2339). Dal lago la salita prosegue prendendo a sinistra e passando sul lato opposto della valle. Il sentiero descrive un ampio arco, passando a destra di un castello di roccia, e punta alla già ben visibile sella del passo di Scermendone (m. 2595), riconoscibile anche per le due torri guardiane, che raggiungiamo dopo un ultimo tratto verso destra. Scendiamo ora dal passo su un ripido sentierino che dopo i primi tornanti piega a sinistra, procedendo su un dosso erboso, poi piega a destra e si avvicina ad un grande piana in gran parte occupata da blocchi rossastri. Seguendo i segnavia ci districhiamo fra i massi ed intercettiamo il sentiero che sale dalla media valle del Caldenno. Volgiamo a sinistra e ci allontaniamo dal torrente, per salire su un declivio erboso che ci porta ad una conca con una bella pozza, a destra di un enorme masso erratico. Un segnavia bianco-rosso ci indica la direzione nella quale procedere (destra). Pieghiamo poi a sinistra e ci portiamo al limite di un corridoio erboso, delimitato, a monte, da un dosso; qui troviamo una marcata traccia di sentiero, che sale tendendo leggermente a sinistra (su un masso c’è anche una freccia giallo-rossa). Ben presto, però, la traccia volge a destra, assumendo la definitiva direzione ovest, verso il passo. Dopo un tratto interessato da smottamento, siamo ai 2517 metri del passo di Caldenno. Su un grande masso si trova segnalata la direzione nella quale scendere al rifugio Bosio, in circa mezzora. Il sentiero procede all’inizio in direzione est, poi piega leggermente a destra e poco sotto a sinistra, assumendo l’andamento nord-est e passando, a quota 2375, da sinistra a destra di un valloncello, di cui poi segue per un buon tratto il lato orientale, piegando ancora a destra ed assumendo l’andamento est-nord-est. A quota 2225 se ne allontana e, piegando leggermente ancora a destra, raggiunge il lato occidentale di un nuovo valloncello. L’ultima parte della discesa avviene in un bel bosco di pini mughi, fino al rifugio Bosio (m. 2086).

Dalla chiesetta di San Quirico all'alpe Scermendone, raggiunta nel modo sopra illustrato, ci si può anche inoltrare nella suggestiva e solitaria Val Terzana, fino al suo fondo, dove il passo di Scermendone ci permette di scendere all'alta Valle di Postalesio, traversando al passo di Caldenno e scendendo infine al rifugio Bosio. Si tratta di una traversata lunga ma davvero splendida. Prima di incamminarci, però, s Sostando presso la chiesetta, leggiamo quanto scrive don Domenico Songini, nel bel volume “Storie di Traona – Terra Buona – II” (Sondrio, 2004): “Scermendone, toponimo inesplorato fino alle indagini di don Ezio Presazzi - prevosto di Baglio - che asserisce derivato dai primitivi pastori di Cermenate, che già nel 1308 caricavano l'alpe con l'impegno di consegnare il latte d'una giornata (una cagliata) alla parrocchia di san Fedele.
Scermendone rappresenta la tipica altura, a dossi e a pianori, a 2000 rn. sulla dorsale tra la Valtellina e la Valmasino, di proprietà della comunità di Buglio, che v'invia il bestiame per l'alpeggio estivo e che vi si dà convegno per una sagra popolare di gran prestigio: nel solito mese di luglio, dopo la metà, tempo delle feste dei nostri SS. Sette Fratelli.
Il Santo venerato lassù, alla stessa altitudine di Sant'Esfrà (m 2010) è San Ceres, ritenuto uno dei Sette Fratelli. Realmente l'Oratorio è dedicato a San Quirico, il figlioletto di Santa Giuditta, ambedue martiri del IV secolo. Questa attribuzione sembra poco convincente: il martirologio infatti assegnava la festa al 9 dicembre, tempo in cui il monte è quasi inaccessibile. Allora perché San Ceres ?
Qualcuno vede un'affinità linguistica con "Siro", il santo evangelizzatore di Pavia, vescovo del IV secolo: le chiese di Pavia possedevano vasti feudi in Valtellina; non manca anche qualche allusione al Saint Cyr di franca memoria. A confondere le acque, interviene anche la mitologia pagana, cui non sembra vero richiamarsi a Cerere, la dea-madre. Tutto lascia supporre trattarsi d'un Santo dei Pastori: San Siro si festeggia il 16 giugno, nel colmo della stagione degli alpeggi; San Ceres, la II domenica di luglio, nel momento della "pesa del latte". La tradizione locale indica nell'incavo di un roccione prospiciente il "Pian di Spin" la grotta del Santo Eremita. È uno dei Sette Fratelli? ...”

A poche decine di metri da San Quirico parte una pista che si addentra in Val Terzana, tagliandone il fianco meridionale, fino alla già citata alpe Piano di Spini (m. 2198, cattiva traslitterazione del pian di spìn, letteralmente piano delle spine).
Sulla nostra destra il facile crinale è percorso da un sentiero che sale ad un'ampia sella che si affaccia sulla Valtellina: proseguendo verso destra possiamo ridiscendere a San Quirico passando per un bellissimo microlaghetto e per la Croce dell'Olmo (più avanti, prendiamo a destra e scendiamo un largo canalone erboso che scende ad un sentiero che, percorso verso destra, ci riporta al limite orientale dell'alpe). Se, invece, dalla sella proseguiamo verso sinistra troveremo un cartello che indica il punto nel quale parte un sentiero che scende all'alpe Baric; di qui si prosegue scendendo all'alpe Vignone ed a Prato Maslino. Se, infine, proseguiamo salendo lungo il crinale saliamo facilmente all'arrotondata, erbosa e panoramica cima di Vignone (m. 2609).

Lago di Scermendone in Val Terzana

Ma torniamo all'alpe Piano di Spini. Alle spalle della baita di sinistra dell’alpe comincia un sentiero (segnavia rosso-bianco-rossi), che sale per un tratto verso sinistra, sormonta un dosso e prosegue verso nord-est, fino ad un breve corridoio nella roccia, che ci porta qualche metro sopra il laghetto di Scermendone (m. 2339). Si tratta di uno specchio d’acqua non ampio, ma pur sempre considerevole, sia per la sua bellezza, sia per il fatto che, insieme ai laghetti della valle di Spluga e ad uno specchio ancor più modesto al centro della val Cameraccio, è ciò che resta di una presenza di laghi alpini che, in Val Masino, dovette essere, in tempi remoti, ben più consistente. Una sosta sulle sue rive permette di osservare il Sasso Arso ed i Corni Bruciati: viste da qui, queste formazioni montuose mostrano bene la ragione della loro denominazione.
Per illustrare meglio le caratteristiche di questo lago e dell'ambiente che lo ospita riportiamo le informazioni che ci vengono offerte dal bel volume "Laghi alpini di Valtellina e Valchiavenna", di Riccardo De Bernardi, Ivan Fassin, Rosario Mosello ed Enrico Pelucchi, edito dal CAI, sez. di Sondrio, nel 1993:


Val Terzana e passo di Scermendone

Dall'altra parte della Val Masino (verso oriente), poco più avanti si apre la Valle di Sasso Bisolo, dalla quale era possibile salire con facilità fino a qualche anno fa al pianoro di Preda Rossa (ora è stata interrotta da frane a più riprese). Si può salire comunque abbastanza agevolmente oggi anche dal versante valtellinese per strade che portano ad alti prati sotto il crinale di Scermendone (il toponimo allude probabilmente appunto  al «crinale»). Dietro questo, al di là di un sistema di ampi pascoli, una valletta si distende dal salto su Sasso Bisolo, fino al passo di Scermendone, parallela alla Valtellina. Il lago sta annidato in un anfratto tra le numerose balze e i dossi che articolano l'altopiano pascolivo. L'accesso più interessante però è probabilmente quello dal Piano di Preda Rossa, per un sentiero che con alcuni saliscendi s'inoltra in un bel lariceto, tra massi di frana caduti dal Sasso Arso (su un pietrone vi sono incisioni di sigle e date probabilmente opera di pastori) e quindi porta alla valletta (Val Terzana). Si passa per unpiccolo pascolo, poi il sentiero si fa meno evidente, ma resta ben più interessante di quelli che si scorgono dall'altra parte nei pascoli, in quanto attraversa vari microambienti naturali, corre sotto le morene sospese di antichi ghiacciaietti sulle falde dei Corni Bruciati, costeggia la forra del ruscello che a tratti si nasconde tra le rupi, passa vicino a strane lame di roccia (sulle destra salendo anziché le rosse rocce serpentinose che danno il nome alle cime già ricordate, compaiono scisti stratificati e friabili che si modellano in forme emergenti dalle morbide chine dei pascoli), e di pianoro in pianoro giunge al passo. Il lago, dalle acque cupe, se ne sta un po' in disparte in una buca dell'altopiano.”
Riprendiamo la salita al passo.

Il sentiero comincia, dal lago, a piegare gradualmente a sinistra: passiamo così a monte di un ampio pianoro erboso, che lasciamo alla nostra destra (ma, volendo, potremmo staccarci, qui, dal sentiero, attraversare il pianoro e risalire un largo e facile canalone che ci porta ad un bocchetta che si affaccia sul versante valtellinese; qui, prendendo a destra, per traccia di sentiero ripida ma non difficile, possiamo salire alla cima di Vignone, m. 2609, mentre prendendo a sinistra possiamo portarci ad una seconda bocchetta, con un cartello che ci indica che risalendo il crinale alla nostra sinistra in mezzora siamo alla cima del pizzo Bello, m. 2743).
Torniamo, però, ora al sentiero principale: superta qualche modesta roccetta, oltrepassiamo il torrentello della valle, portandoci alla sua sinistra. Il passo è sempre là, visibile quasi per l’intero percorso, e si fa, poco a poco, più grande. In questo tratto passiamo a destra di uno sperone di roccia, ovviamente dalla tonalità rossastra, non molto alto (m. 2621), che però, visto da qui, fa la sua bella figura.
Alle sue spalle i Corni Bruciati, di cui però è difficile distinguere la cima, perché, da questo angolo visuale, si mostrano assai meno pronunciati di quanto non appaiano dalla Valle di Preda Rossa. Lo scenario alla nostra destra è, invece, diverso: a sinistra della tondeggiante cima di Vignone, un largo canalone, quasi interamente occupato da sfasciumi, sale, con pendenza modesta, fino ad una depressione sul crinale. La salita parrebbe agevole, ma la discesa sull’opposto versante erboso, che guarda all’alpe Baric, è piuttosto difficoltosa nel primo tratto, ripido ed esposto. A sinistra del canalone, ecco, poi, la cima quotata 2643 metri, che una modesta sella separa dal pizzo Bello, di cento metri più alto. Per la verità quest’ultima cima si mostra, da qui, niente affatto bella: anzi, il suo versante di nord-ovest è costituito da una parete verticale di scura roccia, ben diversa dal ripido ma erboso versante opposto. Ancora più a sinistra, una serie di guglie rocciose segna il crinale fino al passo di Scermendone, sorvegliato da due torri guardiane.
Dai suoi 2595 metri ci affacciamo, alla fine, dopo un’ora e mezza circa di cammino da San Quirico (460 metri di dislivello in salita), all’alta Valle di
Postalesio, e vediamo subito il meno pronunciato passo gemello (quello di Caldenno), che permette di scendere al rifugio Bosio, in Val Torreggio (Valmalenco). Oltre il crinale orientale della valle, possiamo individuare alcune cime assai distanti fra di loro: i corni di Airale, in Val Torreggio, a sinistra, poi il lontano pizzo Varuna (o Verona), sulla testata della Valmalenco, ed ancora la cima Viola, fra Valle d’Avedo (val Grosina) e Valle Cantone di Dosdè, ed infine, sulla destra, il pizzo Scalino e la punta Painale. Volgendoci verso la Val Terzana, la dominiamo interamente, e scorgiamo il laghetto di Scermendone ed un bel tratto dell’omonima alpe, da cui siamo partiti.


Alta Valle di Postalesio (o di Caldenno)

Cominciamo, ora, la discesa dal passo, sfruttando un sentierino che inanella veloci serpentine su un versante ripido, prima di piegare a sinistra ed affacciarsi ad un versante più tranquillo. Piegando leggermente a destra, ci porta al limite di una sterminata ganda di massi rossi, che la leggenda vuole luogo di segregazione dei cunfinàa che di notte danno di mazza disperatamente agli indifferenti sassi. Invece di proseguire verso destra (sentiero che scende in Valle di Postalesio), pieghiamo a sinistra, portandoci al limite di un corridoio erboso, delimitato, a monte, da un dosso; qui troviamo una marcata traccia di sentiero, che sale tendendo leggermente a sinistra (su un masso c’è anche una freccia giallo-rossa). Ben presto, però, la traccia volge a destra, assumendo la definitiva direzione ovest, verso il passo. Il sentiero, qui meno marcato, passa a destra di una nuova pozza e supera un ometto, oltre il quale troviamo un nuovo bollo rosso contornato di giallo. Colpisce, in questo ampio corridoio, la fascia di rocce di gneiss scoperte, con incisioni singolari, che danno l’impressione di essere opera di una mano umana. Ma di ciò diremo più avanti. Il sentiero lascia quindi alle spalle questo corridoio e sale gradualmente, tagliando il ripido fianco erboso dell’alta valle: in un tratto interessato da uno smottamento, poco prima del passo, dobbiamo stare un po’ attenti, perché la traccia è appena accennata.
Alla fine, eccoci ai 2517 metri del passo di Caldenno: sul lato opposto non un ripido versante, ma una sorta di piccolo altipiano, ideale per riposare. Straordinario il panorama che si apre davanti a noi, soprattutto per l’improvvisa comparsa del profilo regale del monte Disgrazia, che dall’alta valle non si vede. A nord si mostra, dunque, splendido, il monte Disgrazia (m. 3567), ed alla sua destra si distingue bene il pizzo Cassandra (m. 3226). Procedendo in senso orario, distinguiamo i due Corni di Airale, sul versante settentrionale della Val Torreggio. L’orizzonte, poi, si allarga alle cime del gruppo dello Scalino, con il pizzo Scalino, la punta Painale e la vetta di Ron. Ad est intuiamo appena il gruppo dell’Adamello, poi il panorama è chiuso dalla cima quotata 2610, che nasconde alla nostra vista il monte Caldenno (m. 2669). Alla sua destra, cioè a sud, dominiamo tutta l’alta Valle del Caldenno, mentre sul fondo si disegna una porzione delle Orobie centrali, con la Valle del Livrio, la Valcervia e la Valmadre, sul cui fondo si vede bene il passo di Dordona. A sud-ovest e ad ovest l’orizzonte è chiuso dalle cime che contornano l’alta Valle del Caldenno. Ad est, in particolare, possiamo individuare il passo di Scermendone (m. 2595), che congiunge Valle del Caldenno e Val Terzana: si tratta della più marcata depressione sul crinale. Alla sua destra il crinale sale fino alla torre quotata m. 2900, nel gruppo dei Corni Bruciati. A nord-ovest, infine, il crinale sale fino alla cima di Postalesio (m. 2995), quotata, ma non nominata sulle carte IGM.
Il pianoro che, sul versante della Val Torreggio si apre nei pressi del passo (ma anche il corridoio che abbiamo percorso iniziando l’ultimo traverso che conduce al passo) è ricco di rocce di gneiss, che riportano segni e cavità che danno l’impressione di costituire un segno dell’arte petroglifica preistorica. Ecco cosa ne scrive don Nicolò Zaccaria, prevosto di Sondalo ed esperto mineralista, il quale, nel 1902, dopo aver visitato questi luoghi, scrisse: “L’anno 1864 feci un’escursione sull’alpe Caldenno in comune di Berbenno. Appartiene al gruppo del Disgrazia, ed è un’alpe a circa 2600 metri sul mare. Alla sua sommità vi è un valico pel quale si entra nella Val Malenco sopra Torre. Or bene, proprio a questo passo la roccia gnesiaca è nuda e quasi piana ed in essa sono scalfite parecchie cavità d’una dimensione e d’una profondità poco su e poco giù come quella delle scodelle. Variano tuttavia nella forma, perché a prima vista hanno l’aspetto di un piede di cavallo. Quegli alpigiani mi condussero loro a vedere le orme impresse nella pietra dalle streghe che vi ballavano sopra con i piedi di cavallo”. In realtà, come poi fu appurato da Antonio Giussani, non ci sono di mezzo né uomini preistorici né streghe: si tratta di erosioni della roccia del tutto naturali. Nei pressi del passo troviamo anche, su un grande massicazioni di un sentiero che da esso taglia direttamente al passo di Corna Rossa (rifugio desio, ora chiuso perché pericolante): non si tratta, però, di una traversata agevole, ed una scritta raccomanda di seguire scrupolosamente i segnavia.
Sul medesimo masso si trova segnalata la direzione nella quale si scende, invece, più comodamente e brevemente, al rifugio Bosio, in circa mezzora. Il sentiero procede all’inizio in direzione est, poi piega leggermente a destra e poco sotto a sinistra, assumendo l’andamento nord-est e passando, a quota 2375, da sinistra a destra di un valloncello, di cui poi segue per un buon tratto il lato orientale, piegando ancora a destra ed assumendo l’andamento est-nord-est. A quota 2225 se ne allontana e, piegando leggermente ancora a destra, raggiunge il lato occidentale di un nuovo valloncello. L’ultima parte della discesa avviene in un bel bosco di pini mughi, fino al rifugio (m. 2086). La traversata dal rifugio Ponti al rifugio Bosio per questa via avviene in circa 6 ore di cammino, necessarie per superare un dislivello approssimativo in altezza di 900 metri.


Panorama (monte Disgrazia e Val Torreggio) dal passo di Caldenno

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BRUNO GALLI VALERIO IN VAL TERZANA ED IN VALLE DI SASSO BISOLO

È interessante, infine, leggere il resoconto della discesa dal passo di Scermendone all’alpe Sasso Bisolo effettuata il 31 luglio 1908 da Bruno Galli Valerio, alpinista e naturalista che molto amò queste montagne :
La Bocchetta di Scermendone (2598 m.) è la quarta partendo dalla cresta dei Corni Bruciati e andando verso sud. Essa è la meno visibile, nascosta com'è da un gendarme, ma la si riconosce perchè vi risale una lingua di erba e, avvicinandoci, vi scorgiamo una traccia di sentiero. Sotto di noi, nel verde dei pascoli, appare il lago azzurro di Scermendone e, lontano, le belle cime del Calvo e del Ligoncio. Scendendo per coste erbose, arriviamo sulle rive del laghetto. Poichè non c'è sentiero, scendiamo obliquamente il fianco sinistro della valle, poi rientrando per un tratto in questa, passiamo sulla destra per raggiungere l'alpe di Pian di Spino. Scesi ad una piccola baita vicino ad un boschetto di rododendri in piena fioritura, ci portiamo di nuovo sulla sinistra e seguendo un sentiero a zig-zag, che si perde ad ogni istante e che non finisce mai, arriviamo nella valle di Sasso Bisolo, alle quattro e venti pomeridiane. Nella discesa il colpo d'occhio verso il Disgrazia è bellissimo. C'è nell'aria un gradevole odore di fieno. Sostiamo, un po', vicino a un bosco di conifere, poi riprendiamo la discesa e alle sette di sera, arriviamo all'osteria del Baffo, in Val Masino, accolti festosamente dai vecchi amici che ci preparano una cena eccellente dove figurano le trote del Masino.” (Bruno Galli Valerio, “Punte e passi”, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998)
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Val Tarzana

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Qualche ultima nota per un bellissimo anello di alpin-bike, da percorrere in due giorni, partendo da Ardenno. Il primo giorno ci permette di raggiungere, seguendo il percorso già indicato, il rifugio Scotti. Il secondo giorno saliamo a Preda Rossa, scendiamo dalla sella per raggiungere gli alpeggi di Scermendone basso (m. 2030) e Scermendone alto (m. 2131), dove potremo effettuare una sosta al bivacco Scermendone, non lontano dalla bellissima chiesetta di san Quirico (il sentiero che congiunge i due alpeggi è però percorribile, anche se con fatica, in bicicletta). Con la bicicletta possiamo percorrere il bellissimo e largo crinale dell’alpe, fino al limite occidentale. Superata la casera, ci ritroveremo presso il rudere dell’ultima baita. Scendiamo di nuovo di sella e, raggiunto il limite inferiore del prato sottostante, scendiamo per un breve tratto su un sentierino segnalato, fino ad intercettare una pista che ci permette di inforcare di nuovo la bicicletta e di scendere all’alpe Granda (m. 1680). Poco oltre una vasca di raccolta dell’acqua e nei pressi della baita più orientale, troveremo, verso sud, l’inizio del sentiero che scende al maggengo di Our di sopra (m. 1420). Da Our una strada con fondo in cemento ed in asfalto ci porta a Buglio in Monte. L’ulteriore discesa da Buglio ad Ardenno, passando da Villapinta, conclude questo inusuale ma bellissimo anello.



Monte Disgrazia

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CARTE DEI PERCORSI sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

VALLE DI SASSO BISOLO

VALLE DI PREDA ROSSA

Mappa del percorso - particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

GALLERIA DI IMMAGINI

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