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Pizzo Badile e rifugio Gianetti

Il rifugio Gianetti è posto quasi al centro dell'amplissimo anfiteatro dell'alta Val Porcellizzo, in Val Masino, E' uno dei più noti, classica meta di una classicissima escursione. Sulla facciata si trovano una meridiana ed una targa su cui è scritto: "A Luigi Gianetti questo rifugio eretto per suo munifico collegato la Sezione di Milano del Club Alpino Italiano riconoscente dedica - MCMXIII". La capanna venne, infatti, costruita, per iniziativa del C.A.I. di Milano, nel 1913, nei pressi della precedente capanna Badile, la seconda, in ordine di tempo, della Val Masino (era stata costruita nel 1887 e ricostruita nel 192 dopo una valanga), che restò come sua dipendenza (restaurata nel 1960, divenne bivacco, intitolato all’alpinista Attilio Piacco). L’intitolazione rendeva omaggio all’ingegnere Luigi Gianetti, che aveva contribuito finanziariamente in misura decisiva all’edificazione. Durante la prima guerra mondiale fu presidiato da reparti alpini, come punto di appoggio prezioso nel sistema difensivo voluto dal generale Cadorna, che temeva un’invasione austro-ungarica dal territorio svizzero. Durante il secondo conflitto mondiale, invece, venne utilizzato come struttura di appoggio da formazioni partigiane; per questo, durante il sistematico rastrellamento del 1944, venne bruciato dalle forze nazifasciste. Riedificato nel 1949 ed ammodernato nel 1994, è una delle più classiche mete escursionistiche della Val Masino. Alle spalle del rifugio, nel luogo in cui sorgeva il vecchio rifugio Badile costruito nel 1887, è collocato il bivacco Attilio Piacco, costruito nel 1961 e dedicato alla memoria dell'alpinista caduto nella scalata della Punta Torelli nel 1958.


Monte Boris e cime d'Averta

È interessante leggere il resoconto della salita in Val Porcellizzo effettuata il 8 settembre 1906 da Bruno Galli Valerio, alpinista e naturalista che molto amò queste montagne: “Giungendo al mattino ai Bagni di Masino, io e il Signor Graglia, non vi troviamo che tre o quattro persone. Tutto è così tranquillo, così calmo, che saremmo tentati di fermarci là per riposarci qualche giorno. Invece, partiamo per la capanna Badile, dopo una breve fermata. Il tempo è splendido, il sole cocente e, carichi come siamo, la salita è poco divertente. Le belle cime granitiche che vanno dal Porcellizzo alla Bondasca sembrano vicinissime, e invece non si arriva mai ai loro piedi. Alle quattro e mezzo finalmente, ecco la capanna. E' stata ricostruita piccola e scomoda come la precedente eppure è probabilmente una delle capanne più frequentate delle Alpi della Valtellina. Due cacciatori vi si trovano già e poco dopo arriva dal Cengalo un loro compagno colla guida Bonazzola. Poi, dopo un piccolo giro alla ricerca di pernici bianche, troviamo alla capanna cinque nuovi ospiti: quattro giovani milanesi e un portatore. I milanesi hanno la specialità dei grandi pranzi nelle capanne. Siamo già a letto che, sulla tavola, circolano ancora vino, dolci e cose simili. La notte, un uragano indiavolato ci sveglia; la pioggia cade a rovesci.” (Bruno Galli Valerio, “Punte e passi”, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998).


Sentiero per il rifugio Gianetti
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BAGNI MASINO-RIFUGIO GIANETTI

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Bagni di Masino-Corte Vecchia-Pianone di Porcellizzo-Rifugio Gianetti
3 h e 30 min.
1370 m.
E
SINTESI. All'altezza di Ardenno, dopo il ponte degli archi, ci stacchiamo dalla ss 38 sulla sinistra (per chi proviene da Milano) e saliamo in Val Masino. Superate Cataeggio, Filorera e S. Martino, saliamo fino al termine della provinciale, raggiungendo i Bagni di Masino (m. 1172). Dopo aver parcheggiato nel parcheggio interno, a pagamento, ci incamminiamo lungo il sentiero che parte nei pressi dell’edificio dei Bagni di Masino;passando a sinistra di un ampio prato, imbocchiamo la deviazione a destra, segnalata, per la Gianetti, attraversiamo il prato (croce) e saliamo sulla bella mulattiera che dopo diversi tornanti porta alla Corte Vecchia (m. 1405). Il sentiero passa accanto alle baite ed in mezzo a due enormi blocchi (Termopili), proseguendo verso nord sul lato destro (per chi sale) della valle. Dopo un breve tratto nella boscaglia, usciamo all'aperto e saliamo fra i pascoli, per poi piegare a destra (nord-est) e risalire, con diversi tornanti, i pascoli della "rösa", passando accanto alla baita chiamata "bèita da rösa". Raggiunta la parte alta dei pascoli, in un tratto scalinato denominato "scäl de rösa", il sentiero piega a destra (sud-est) e poi decisamente a sinistra (nord) e si porta, con percorso pianeggiante al punto di guado del corso d’acqua che scende val Sione (dopo abbondanti precipitazioni è difficile passarlo senza bagnarsi i piedi, ed in bassa stagione si può trovare ancora neve residua). Oltre il torrente, vediamo, sul lato destro della mulattiera, una seconda fonte, segnalata da una scritta in caratteri rossi ("FONTE"), prima di affrontare una serie di tornantini in una macchia di radi larici. Usciti dalla macchia, pieghiamo leggermente a sinistra ed attraversiamo un ramo minore del torrente che scende dalla val Sione. Pieghiamo, poi, a destra, salendo diritti, su placche affioranti nel cuore del pascolo; piegando quindi a sinistra, proseguiamo verso il poggio di quota 1849, con un grande ometto (l'omèt). La mulattiera prende ora a sinistra (ovest) e di nuovo a destra (nord) e si porta ad una sorta di corridoio nel quale è stretta fra il torrente, alla nostra sinistra, ed alcune formazioni rocciose. Ci affacciamo così all’ampio pianoro detto “Zocùn”, cioè grande conca, sul cui ingresso si trova il pianoro acquitrinoso detto "pianadél". Alla nostra destra, la casera Porcellizzo (m. 1899). Attraversata la porzione di pascolo chiamata "zòca", superati su due ponticelli altrettanti punti acquitrinosi, sormontata una facile placca, ci avviciniamo al ponte sul torrente, prima e dopo il quale troviamo (ed ignoriamo), alla nostra destra ed alla nostra sinistra, le indicazioni del Sentiero Life delle Alpi Retiche, che proviene da sinistra, dall'alpe Sceroia. Noi, invece, proseguiamo diritti e cominciamo a salire, prendendo prima a sinistra, poi a destra e raggiungendo, in breve, un terrazzo di pascolo con rudere, chiamato möia. Ad un bivio lasciamo a destra il Sentiero LIFE e saliamo verso sinistra, poi volgiamo a destra e subito di nuovo a sinistra, salendo in direzione di un larice solitario. Segue una nuova svolta a destra, segnalata da una freccia e da un segnavia, ed un'ultima sequenza di tornanti sx-dx, dopo la quale la mulattiera si interrompe: siamo al mür, cioè ad un muricciolo a quota 2200 circa. Dobbiamo, ora, seguire una traccia di sentiero, spesso debole (attenzione a segnavia ed ometti) che di districa fra le balze dei pascoli ed i lastroni, puntando verso nord. Per ora della capanna non v'è traccia. Salendo, incontriamo un lungo e piacevole corridoio di granito, oltre il quale pieghiamo leggermente a sinistra (riferimenti: segnavia e grande ometto). Dopo breve tratto, pieghiamo leggermente a destra e continuiamo nella salita, lasciando alla nostra destra una grande balconata rocciosa. Diritto davanti a noi, in alto, il pizzo Badile. Volgendo leggermente a destra ci ritroviamo sulla cima erbosa della balconata di roccia (attenzione, qui, nella discesa, a non procedere diritti, ma a piegare a destra). Prendiamo ancora leggermente a sinistra; ora vediamo, all'omèt, grande ometto sul sentiero, in alto, appena a destra, la caratteristica formazione rocciosa denominata Dente della Vecchia e, alla sua destra, vediamo finalmente il rifugio. Salendo, volgiamo a sinistra, seguendo una freccia, poi superiamo da sinistra a destra un torrentello, e la capanna scompare dietro le balze di pascoli e rocce. Seguono un tratto diritto (sulla nostra verticale il severo pizzo Badile) e due brevi traversi a sinistra ed a destra; l'andamento volge, poi, a sinistra (sulla nostra verticale il tozzo pizzo Porcellizzo). Risaliamo, quindi, una lunga e gradevole placca di granito, dalla pendenza modesta, per poi volgere leggermente a destra, superando da sinistra a destra un torrentello che scorre nascosto dai massi e procedendo in direzione di due tubi metallici. Raggiunti i tubi, vediamo un secondo grande ometto ed in breve raggiungiamo la vicina capanna Gianetti (m. 2534).


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La maggior parte dei turisti che visitano, nella bella stagione, la Val Màsino elegge come meta dell’ineludibile escursione la Val Porcellizzo ("val do porscelécc", termine che deriva dalla voce dialettale "pörscéll", maiale), valle che, a dispetto dell'etimo, è la più ampia e solenne fra le valli del gruppo del Màsino. Il rifugio Gianetti, sudata meta di una classicissima camminata, è posto proprio nel cuore del circo più alto di questa valle, al cospetto delle sue celeberrime cime, i pizzi Badile (m. 3308) e Cengalo (dal latino "cingulum", da cui anche "seng" e "cengia", stretto risalto di roccia, m. 3367), ma anche i pizzi Gemelli (m. 3223 e m. 3262), Porcellizzo (m. 3075) e della Bondasca (o pizzo del Ferro occidentale, m. 3267). La conoscenza della Val Màsino, dunque, per chi non vi fosse mai salito, può ben cominciare da qui.
Lasciata, all’altezza di Ardenno, la ss. 38 dello Stelvio, imbocchiamo la statale della Val Màsino, risalendola interamente e superando i centri di Cataeggio ("cataöcc") e San Martino ("san martìn"), fino al termine della strada, ai Bagni di Màsino (m. 1172). Si tratta di una località che unisce al grande valore naturalistico e paesistico, un notevole interesse storico: la sua sorgente di acque termali, che sgorgano alla temperatura costante di 38 gradi, era conosciuta fin dall’antichità, e conservò, nei secoli successivi, una notevole fama. Si riteneva, infatti, che tali acque avessero notevolissimi poteri terapeutici, soprattutto contro le malattie reumatiche, intestinali ed uterine. Questi luoghi furono, perciò, denominati anche “Bagni delle Signore”, in quanto molte nobildonne si sobbarcavano viaggi anche lunghi e faticosi per cercare qui il rimedio che potesse curare la loro sterilità. Oggi quest’atmosfera romantica e un po’ surreale non esiste più: nella piena stagione quel che ci accoglie, salendo, dopo l’ultimo tornante, è una fitta teoria di automobili. Ci conviene, quindi, pagare la tariffa che consente di superare il varcare il punt dai bàgn e parcheggiare il nostro mezzo nell’ampio piazzale compreso fra il vecchio (bàgn véc) ed il nuovo edificio dei Bagni (albergo nöf dei bagn), piazzale cui si accede dopo aver superato uno stretto ponte sul torrente Masino (èl fiöm, chiamato qui fiöm dai bàgn).
Ammirate le imponenti conifere che regalano ombra preziosa al piazzale, e magari sorseggiata un po' della celebre acqua termale (confortati dalla scritta che campeggia sopra la fontanella alle spalle dell'edificio dei Bagni Vecchi: "l'egro che giunge a questa linfa e beve gioia salute vigor ognor riceve"), incamminiamoci verso nord-ovest, lungo il sentiero che tuttavia, prima di un ponticello sul torrente, dobbiamo ben presto abbandonare: dopo aver visto, su un enorme abete, una vecchia indicazione per i rifugi Omio e Gianetti (il primo è dato ad una quota di 2003 metri, sottostimata di un centinaio di metri), un cartello, infatti, segnala chiaramente che la prosecuzione del sentiero ci porta sull’itinerario per il rifugio Omio, mentre per la capanna Gianetti (data a 3 ore e 30 minuti; sentiero 21) dobbiamo deviare a destra ed attraversare un prato (il "cròt", sul cui limite è posta una croce con la targa: "rendimi sempre più degno dei nostri morti"), fino a trovare la partenza di una bella mulattiera. Prima di entrare nel bosco, gettiamo uno sguardo in alto: a destra il monte Boris appare come una torre slanciata e superba (illusioni della prospettiva: più in alto vedremo che non è che la parte terminale e più bassa della costiera del Barbacan), mentre a sinistra alcune cime della Val Ligoncio (il pizzo della Vedretta, il pizzo Ligoncio e la Sfinge) la coronano con elegante armonia di forme.

Nel primo tratto, in un bosco di faggi, abeti e rare betulle, il fondo appare davvero elegante, lastricato com’è da grandi blocchi di granito, tale, quindi, da giustificare la denominazione di "strèda dè porscelèc'; ben presto, però, si fa più irregolare. Dopo la prima sequenza dx-sx-dx-sx, la mulattiera attraversa una placca rocciosa, dalla quale cola quasi sempre acqua (attenzione a non scivolare); seguono otto sequenze dx-sx, prima di uscire alla radura della Corte Vecchia ("préma casèra de porscelécc", m. 1405, dove troviamo la casera ed una seconda baita). Qui, anche in conseguenza dello spostamento d’aria prodotto da una rovinosa frana scesa nel 1977 dalla val Ligoncio, la fresca protezione delle piante termina, e per il rimanente percorso il sole (se la giornata è bella) accompagna, come presenza ingombrante, nei mesi più caldi, i nostri passi. Interessante il panorama, che propone vecchie e nuove conoscenze. Alla nostra sinistra (ovest) si allarga la veduta della Val Ligoncio, che mostra tutte le sue cime, dal monte Spluga (o cima del Calvo) al pizzo dell'Oro meridionale (immediatamente a destra della Sfinge e del passo Ligoncio); a nord-ovest di nuovo il monte Boris, che rinnova il trucco con il quale si mostra picco fiero e slanciato, e poi le prime cime della testata della Val Porcellizzo, dalle cime dell'Averta al pizzo Porcellizzo, fino a raggiungere, a nord, una celebrità di prima grandezza, il pizzo Badile, bello sempre, senza trucchi, da qualunque prospettiva lo si guardi, ma ancora timido ed occhieggiante, visto da qui.


Pizzi Badile e Cengalo dal passo Barbacan

In cammino, di nuovo, diritti, lasciando alla nostra destra la deviazione, segnalata, del Sentiero Life delle Alpi Retiche (che traversa all'alpe Brasco e scende all'imbocco della Val di Mello). Ben presto incontriamo due enormi massi, entro la cui stretta fessura il sentiero è costretto a passare. Si tratta di una porta stretta che ad uno dei pionieri dell’alpinismo di altri tempi, il conte Lurani (una targa lo celebra sull'edificio dei Bagni Vecchi), richiamò le suggestioni della storia greca: dal 1878, quindi, ebbe il nome di Termopili, che si può ancora leggere su uno dei massi, in caratteri dell’alfabeto greco (“Termòpili” significa, in greco, “porte calde”, con riferimento al passo sul quale Leonida ed i suoi 300 Spartani fermarono l'immane fiumana dell'esercito del re dei Persiani Serse; l'accostamento non è del tutto arbitrario, se si tiene presente che i due luoghi, pur così diversi, sono accomunati dall'esser posti presso sorgenti d'acqua calda). Assai meno fascinosa la denominazione locale, "còrna büsa", cioè roccia cava, che serviva anche, occasionalmente, come ricovero per il bestiame. Sul pendio boscoso ad est delle Termopili si trova un'altra grotta naturale, formata da un grosso masso erratico strapiombante, denominata "càmer di guèrdi(e)", perché veniva usato per gli appostamenti dei Finanzieri che cercavano di sorprendere eventuali contrabbandieri. Il contrabbando, attivo per oltre un secolo in Val Masino (dalla seconda metà dell'ottocento agli anni sessante del novecento) passava, infatti, anche per la Val Porcellizzo: la Svizzera veniva raggiunta attraverso il valico alto di Bondo oppure passando dalla Val Codera (passo Porcellizzo e bocchetta della Teggiola). Anche questo, dunque, fu teatro di battaglia, non però fra Grecia e Persia, ma, meno epicamente, fra contraddandieri e finanzieri.
Superata una fascia di boscaglia disordinata, vediamo, alla nostra destra, una piccola pozza ed una lettera "F" con due puntini rossi, che segnala una sorgente. Cominciamo, quindi, a risalire faticosamente il fianco orientale della valle (si mostra, per un tratto, dopo essersi annunciato con imperioso fragore, il torrente Porcellizzo -fiöm dò porsceléc' -, gonfio d'acqua e d'orgoglio), fino a giungere nei pressi del solco della val Sione (siùn): davanti ai nostri occhi, dal gradino che introduce alla parte alta della valle (e che ne nasconde la testata, sottraendoci di nuovo la vista del pizzo Badile) scende la bella cascata del torrente (si tratta della caschèda dò fiöm dò porsceléc'). A sinistra di nuovo il monte Boris, che però comincia a perdere la sua boria e la perentorietà dello slancio verticale. A destra, infine, la curiosa e solitaria val Sione, che mostra una singolare formazione rocciosa massiccia e squadrata, a forma di parallelepipedo e, più a destra, il cannone del Cavalcorto.
Qui il sentiero prende a destra (nord-nord-est) e risale, con diversi tornanti, i pascoli della "rösa", passando accanto alla baita chiamata appunto "bèita da rösa". Alla nostra sinistra, una grande placca di granito, un lungo scivolo di roccia levigata che rappresenta una delle cifre più caratteristiche della Val Masino. Raggiunta la parte alta dei pascoli, in un tratto scalinato denominato "scäl de rösa", piega a destra (sud-est) e poi decisamente a sinistra (nord; a destra si stacca il sentiero che sale in val Sione, ma è ormai impresa ardua riconoscerlo) e si porta, con percorso pianeggiante (che ci permette di gustare di nuovo la sezione occidentale della testata della valle, dal monte Boris al pizzo Badile) al punto di guado del corso d’acqua che scende val Sione, il "fiöm de siùn". Dopo abbondanti precipitazioni è difficile passarlo senza bagnarsi i piedi, ed in bassa stagione si può trovare ancora neve residua.


Costiera Camerozzo-Cavalcorto

Oltre il torrente, vediamo, sul lato destro della mulattiera, una seconda fonte, segnalata da una scritta in caratteri rossi ("FONTE"), prima di affrontare una serie di tornantini in una macchia di radi larici. Usciti dalla macchia, pieghiamo leggermente a sinistra ed attraversiamo un ramo minore del torrente che scende dalla val Sione. Pieghiamo, poi, a destra, salendo diritti, su placche affioranti nel cuore del pascolo; piegandop quindi a sinistra, proseguiamo verso il poggio di quota 1849, con un grande ometto (l'omèt). Alla nostra destra si aprono i pascoli dell'òlgia, che costituiscono la parte più bassa del sistema dei pascoli del Porcellizzo, con la baita chiamata préma casèra dè porscelèc'.

La mulattiera prende ora a sinistra (ovest) e poi a destra (nord) e si porta ad una sorta di corridoio nel quale è stretta fra il torrente, sempre inquieto e rabbioso, alla nostra sinistra, ed alcune formazioni rocciose. Qui la mulattiera, con elegante scalinatura (la scalóta), ci introduce ad un intrigante gioco a rimpiattino: prima si mostra, infatti, oltre i radi larici, il pizzo Porcellizzo, poi si nasconde per lasciare il posto al pizzo Cengalo, ed infine pizzo Porcellizzo, Badile e Cengalo si mostrano tutti insieme, regalando il primo dei molti scorsi impagabili di cui potremo godere. La mulattiera ci introduce all’ampio e bellissimo pianoro detto “Zocùn”, cioè grande conca, sul cui ingresso si trova il pianoro acquitrinoso detto "pianadél". Alla nostra destra, la casera Porcellizzo (segùnda casèra do porsceléc'), quotata 1899 sulla carta IGM, accompagnata dalla baita dei pastori.


Pizzi Badile e Cengalo

Questa conca ospitò un lago ora scomparso, prodotto dall’immane glaciazione del Quaternario, che modellò le formazioni rocciose spesso ardite ed incredibili del gruppo del Masino. Ora resta un pianoro in parte acquitrinoso, un luogo comunque di grande bellezza, soprattutto perché ci si può soffermare a godere della frescura offerta dalle rapide acque del torrente, il fiöm da porscelèc', che qui riceve, da destra, le acque del fiöm da sceróia, che scende il versante dell'alpeggio di Sceroia, alla nostra sinistra. La casera ci ricorda l'importanza dell'alpe (munt dò porsceléc'), prima fra tutte le alpi della Val Masino per capacità di carico: il sistema Porcellizzo-Sione, di proprietà della famiglia della Torre e di altri privati di S. Martino, caricava, infatti, 320 capi di bestiame, una cifra davvero ragguardevole.
Ma quel che vale veramente la pena di vedere sta in alto, e lascia letteralmente senza fiato: all'ingresso della piana appare la testata della valle, armonica, ampia, maestosa, quasi perfetta, uno fra i gli spettacoli più belli e celebrati dell’intero arco alpino. L’effetto di massimo impatto visivo si realizza quando il tramonto regala giochi cromatici di rara suggestione sugli spalti di granito delle cime della valle. Ecco, da sinistra, le cime dell'Averta (meridionale, m. 2733, centrale, m. 2861 e settentrionale, m. 2947), alla cui destra si eleva il più massiccio pizzo Porcellizzo (il pèz, m. 3075), seguito dal riconoscibilissimo Dente della Vecchia, dietro cui si nasconde il passo Porcellizzo (m. 2950), che congiunge la valle omonima all’alta Val Codera. Ecco, poi, le più celebri cime della Val Porcellizzo: la punta Torelli (m. 3137) e la punta S. Anna (m. 3171) precedono il celeberrimo pizzo Badile (badì, m. 3308), cui fa da vassallo la punta Sertori (m. 3195). Segue il secondo signore della valle, il pizzo Cengalo (cìngol, m. 3367). Chiudono la testata i puntuti pizzi Gemelli (m. 3259 e 3221), il passo di Bondo (pas de bùnd, m. 3169), che dà sulla Val Bondasca, in territorio svizzero, ed il pizzo del Ferro occidentale o cima della Bondasca (m. 3267). E del monte Boris che ne è stato? Guardando a sinistra delle cime d'Averta vediamo la possente costiera del Barbacan, ma il monte Boris, sul suo lato di sinistra, non lo riconosciamo più.


Lo Zocùn

Di nuovo in cammino. Attraversata la porzione di pascolo chiamata "zòca", superati su due ponticelli altrettanti punti acquitrinosi, sormontata una facile placca, ci avviciniamo al ponte sul torrente, prima e dopo il quale troviamo (ed ignoriamo), alla nostra destra ed alla nostra sinistra, le indicazioni del Sentiero Life delle Alpi Retiche, che proviene da sinistra, dall'alpe Sceroia. Noi, invece, proseguiamo diritti e cominciamo a salire, prendendo prima a sinistra, poi a destra e raggiungendo, in breve, un terrazzo di pascolo con rudere, chiamato möia (cioè terreno paludoso). Alla nostra destra appaiono, sulla costiera che divide la valle dalla Valle del Ferro, il pizzo Camerozzo, la punta Moraschini e la punta Magnaghi, mentre torna a nascondersi il pizzo Badile. Siamo ormai prossimi al gradino di grandi placche interrotte da magri pascoli che ci separa dal circo più alto della valle, ed incontriamo un bivio. Prendendo a destra si segue il Sentiero Life delle Alpi Retiche, che procede in direzione di una seconda ampia conca, poco più alta dello zocùn: si tratta del casciadùn, dove convergono, dall'alto circo della valle, i torrentelli che lo solcano, cioè, da destra (est), fiöm do cameròz, val do cegnölìn, val dò dosùn, val dè passòc', val da córt da pìsa e val dè fenènza. La mulattiera per la Gianetti prende, invece, a sinistra, e noi con essa.
La mulattiera sale verso sinistra, poi volge a destra e subito di nuovo a sinistra, salendo in direzione di un larice solitario. Abbiamo di fronte la costiera del Barbacan, che si è letteralmente mangiata il monte Boris. Poi, una nuova svolta a destra, segnalata da una freccia e da un segnavia. Segue un'ultima sequenza di tornanti sx-dx, dopo la quale la mulattiera si interrompe: siamo al mür, cioè ad un muricciolo a quota 2200 circa. Stupisce questo colpo di scena, ma, a pensarci, neppure troppo: essa venne tracciata per servire i pascoli (siamo nei presis del confine fra le due grandi regioni del Porcellizzo, a nord-est, e della Sceroia, a sud-ovest), non per accompagnare gli escursionisti alla capanna.
Salutati i due pianoni del Porcellizzo (li vediamo molto bene, da qui, giù in basso), dobbiamo, ora, seguire una traccia di sentiero, spesso debole (attenzione a segnavia ed ometti) che di districa fra le balze dei pascoli ed i lastroni, puntando verso nord. Per ora della capanna non v'è traccia. Salendo, incontriamo un lungo e piacevole corridoio di granito, oltre il quale pieghiamo leggermente a sinistra (riferimenti: segnavia e grande ometto). Dopo breve tratto, pieghiamo leggermente a destra e continuiamo nella salita, lasciando alla nostra destra una grande balconata rocciosa. Diritto davanti a noi, in alto, il pizzo Badile. Volgendo leggermente a destra ci ritroviamo sulla cima erbosa della balconata di roccia (attenzione, qui, nella discesa, a non procedere diritti, ma a piegare a destra). Prendiamo ancora leggermente a sinistra; ora vediamo, all'omèt, grande ometto sul sentiero (un secondo grande omèt, detto del porsceléc', si trova più avanti) in alto, appena a destra, la caratteristica formazione rocciosa denominata Dente della Vecchia e, alla sua destra, finalmente, il rifugio.


Pizzi Badile, Cengalo, Gemelli e del Ferro occidentale

La capanna, meta agognata, sembra lì lì, a portata di mano, ma in realtà si fa beffe di noi: salendo, volgiamo a sinistra, seguendo una freccia, poi superiamo da sinistra a destra un torrentello, e la capanna scompare dietro le balze di pascoli e rocce. Seguono un tratto diritto (sulla nostra verticale il severo pizzo Badile) e due brevi traversi a sinistra ed a destra; l'andamento volge, poi, a sinistra (sulla nostra verticale il tozzo pizzo Porcellizzo, che pure, a dispetto del profilo non esaltante, può vantare, in virtù del nome, la signoria sull'intera valle).


Pizzo Badile e rifugio Gianetti

La fatica comincia a farsi sentire: non si vede la capanna, e ci si chiede quanto ancora possa mancare. Viene in mente quel motto latino "Per aspera ad astra", cioè per vie aspre alle stelle. Ma noi ci accontenteremmo di un meno siderale rifugio alpino.
Appena a sinistra del Dente della Vecchia vediamo, ora, un grande ometto che funge da punto di riferimento. Risaliamo, quindi, una lunga e gradevole placca di granito, dalla pendenza modesta, per poi volgere leggermente a destra, superando da sinistra a destra un torrentello che scorre nascosto dai massi e procedendo in direzione di due tubi metallici (il grande ometto è, intanto, temporaneamente scomparso). Raggiunti i tubi, finalmente una visione liberatoria: riappare il grande ometto (il secondo omèt) e, quel che più importa, la capanna ormai è lì, davvero a portata di mano, non può più giocare a rimpiattino; la sorveglia alle spalle il sempre arcigno pizzo Badile. mancano ormai poco più di dieci minuti, ed ecco che, alla fine, siamo ai suoi piedi, dopo circa tre ore e mezza di cammino e 1370 metri di dislivello superati. Nell'ultimo tratto passiamo a sinistra dell'interessante "córt da pìsa"; interessante perché, come dice il nome,
qui avveniva, 28 e 56 giorni dopo l'inizio della monticazione, la pesa del latte prodotto da ciascuna vacca, alla presenza dei proprietari del bestiame, al fine di determinare il compenso che andava corrisposto a fine stagione a ciascuno di loro.


Eccoci, dunque, al rifugio Gianetti (capàna gianètti o capàna dè porsceléc'), a gustare il meritato riposo. Nei pressi del bivacco due cartelli indicano le possibili direzioni di percorrenza del Sentiero Roma (la capanna Allievi è data a 6 ore e 30 minuti) e del Sentiero Risari (il rifugio Omio è dato a 3 ore e 30 minuti). Poco sopra, su un roccione, alcune targhe commemorano alpinisti caduti sulle cime vicine. La prima celebra Carlo Sioli, con questo testo: "Non voglio riposare sul legno che marcisce se io cadrò. Dove son salito lasciatemi giacere senza lamenti. Dove sorgon le cime e s'innalzano i monti non c'è timore. Lasciatemi lassù dove son salito questo volevo dirvi. (G. E. Schebera)" La seconda è dedicato dagli amici del CAI di Gallarate a Franco Praderio (11 luglio 1965), con la breve citazione dal salmo LX: "Su una roccia mi eleverai e mi darai pace...". Una terza è dedicata a Roland Flörchinger, morto sul Badile il 20 luglio 1972. Una quarta è dedicata a Bigi Renzo, Carugo Luciano, Fasana Sergio e Ferraro Angelo, caduti sul pizzo Cengalo il 26 aprile del 1959.
Già, il Cengalo. Da qui appare decisamente vicino il massiccio Pizzo Badile (badì), ma alla sua destra gli contende il primato nell'imponenza prioprio il Pizzo Cengalo (cìngol, caratterizzato dalla cima nevosa e tondeggiante - che giustifica l'antico nome di Mot de la Nìf - e dal prominente spigolo Vinci); a sinistra del Badile, invece, si distinguono la punta S. Anna, la punta Torelli e la già menzionata formazione chiamata Dente della Vecchia. Nel cuore della stagione estiva troveremo al rifugio un notevole affollamento. Consiglio, però, di venire qui ai primi di giugno, quando magari c’è ancora un po’ di neve: in un giorno feriale non vedremo, probabilmente, altro essere vivente nello sterminato arco della valle, ci sentiremo fasciati da una solitudine e da un silenzio che, forse, ci riconcilierà con noi stessi e con il mondo. Qui arriva e da qui riparte, traversando fino al passo del Camerozzo (pas dò cameròz, m. 2765) il celeberrimo Sentiero Roma (senté róma).


Zocun di Val Porcellizzo

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RIFUGIO GIANETTI-PASSO DEL BARBACAN-SUD-EST-RIFUGIO OMIO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Bagni di Masino-Corte Vecchia-Pianone di Porcellizzo-Rifugio Gianetti-Sentiero Risari-Passo Barbacan sud-est-Rifugio Omio
6 h
1450 m.
EE
SINTESI. Dal rifugio Gianetti (m. 2534) ci incamminiamo sul Sentiero Roma verso sud-est, in direzione della costiera del Barbacan. Il sentiero procede quasi in piano, con diversi saliscendi, e ci porta ad un grande masso sul quale è segnalata la deviazione a destra per il rifugio Brasca. La ignoriamo (lasciando quindi il Sentiero Roma e procedendo sul Sentiero Risari) e proseguiamo diritti, tagliando uno sperone e scendendo alla base di un canalone che sale diritto, alla nostra destra, al passo del Barbacan nord-ovest. Proseguiamo diritti e ci portiamo all'attacco della costiera del Barbacan. Il sentiero, ben marcato, inizia a salire e porta ad una lunga cengia esposta, servita da corde fisse (evitare in caso di ghiacico o neve) che, salendo verso sud e sud-est, porta all'intaglio del passo Barbacan sud-est (m. 2620). La discesa in Valle dell'Oro sfrutta un ripido versante erboso. Il sentiero prende prima a sinistra, poi a destra e dopo qualche tornantino si affaccia ad un canalone. Qui dobbiamo superare alcune placche con attenzione (code fisse), prima di raggiungere i pascoli dell'alpe dell'Oro, proseguendo su sentiero segnalato che traversa l'alta valle in direzione sud, con qualche saliscendi. Ignoriamo la deviazione segnalata sulla destra per il rifugio Brasca (passo dell'Oro) e superiamo due valloni principali prima di raggiungere il rifugio Omio (m. 2100).


Testata della Val Porcellizzo

Diverse sono le possibilità di prosecuzione dell’escursione, se non vogliamo tornare per la via di salita. In una sola giornata si può puntare al passo del Barbacan sud-est (pas dèl barbacàn), che veniva chiamato in passato anche passo del Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone" (bisogna però ricordare che nel dialetto di Novate Mezzola "barbacàn" significa muro obliquo di rinforzo ad una struttura muraria, con particolare riferimento, per antonomasia, ad uno degli angoli dell'antico Albergo dell'Angelo di Novate, sulla piazza della chiesa, luogo di ritrovo degli uomini del paese). Dal passo si può scendere in valle dell’Oro e raggiungere il rifugio Omio, dal quale scendere, per comodo sentiero, di nuovo ai Bagni. Si tratta di una traversata classicissima, di grande soddisfazione, anche se comporta una fatica considerevole: il dislivello complessivo, infatti, sale a 1450 metri, e le ore necessarie per completare l’anello sono circa 7-8 (ma possiamo sempre fermarci a dormire in uno dei due rifugi).
Il primo tratto della traversata avviene su un segmento del Sentiero Roma, che, dal rifugio Gianetti, attraversa, verso sud-ovest, il lato occidentale della valle, al cospetto del pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc') e delle meno pronunciate cime dell’Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto). Poi, in corrispondenza di un grande masso, il Sentiero Roma ci lascia per salire al passo del Barbacan settentrionale, mentre noi proseguiamo sul sentiero Risari (bolli giallo-rossi), che ci porta ben presto ad uno stretto canalino, che dobbiamo risalire per superare uno sperone roccioso.

Dopo un ultimo tratto che attraversa il piede di un canalone che scende dal crinale che separa la Val Porcellizzo dalla val Codera (si tratta del canalone sfruttato dalla maggior parte degli escursionisti che, percorrendo il Sentiero Roma, scendono in Val Porcellizzo; attenzione, quindi, perché questi spesso, incautamente, mettono in movimento sassi mobili che si trasformano in pericolosi proiettili), eccoci all’attacco della costiera del Barbacan, su un intaglio della quale è posto il passo che dobbiamo valicare. Sfruttando cenge esposte ed aiutandoci con le corde fisse (attenzione, soprattutto in presenza di qualche residuo nevaio che, dopo inverni di abbondanti nevicate, può annidarsi qui anche a stagione avanzata), raggiungiamo, alla fine, i 2620 metri del passo del Barbacan, dove ci attende una piccola targa che reca incisa l’immagine di una Madonnina. Grandioso è il duplice panorama di cui possiamo godere da qui: alle nostre spalle la visuale dell’intera Val Porcellizzo, immensa, bellissima; davanti a noi le valli dell’Oro e Ligoncio, unite in un unico e maestoso anfiteatro, che gareggia, in bellezza, con quello che stiamo per lasciare.
La discesa dal passo verso la Valle dell’Oro avviene su un sentiero che punta dapprima a sinistra, poi piega a destra, fino ad un ultimo canalino che richiede ancora attenzione (anche qui le corde fisse ci aiutano parecchio). Poi, l’ultima e tranquilla traversata, verso sud, in direzione del piccolo ma già ben visibile rifugio Omio (m. 2100), osservando la testata della valle, meno imponente ma non meno interessante di quella della Val Porcellizzo.
Al termine di una giornata limpida potremo tornare ai Bagni di Masino, spossati, ma segnati indelebilmente da immagini che ci accompagneranno come una consolazione di grande valore nelle giornate meno luminose della nostra esistenza.


Apri qui una fotomappa della Valle dell'Oro dal passo Barbacan sud-est

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RIFUGIO GIANETTI-RIFUGIO ALLIEVI (SENTIERO ROMA)

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Gianetti-Passo Camerozzo-Passo Qualido-Passo Averta- Rif. Allievi
5 h
550
EE
SINTESI. Seguendo le indicazioni ci incamminiamo dal rifugio Gianetti (m. 2534) verso nord-est, su traccia di sentiero che passa alla base di grandi placche di granito, supera un primo vallone e volge leggermente a destra (est), procedendo quasi in piano e superando alcuni torrentelli. Guidati dai segnavia pieghiamo ancora a destra (sud-est), perdendo leggermente quota e tagliando uno sperone con passaggio scalinato (m. 2469), per poi approssimarci alla costiera del Camerozzo. Il sentiero risale con diversi tornantini un pendio di gande e sfasciumi, attraversa verso destra una fascia rocciosa e, su china erbosa, continua a guadagnare quota. Piega, quindi, di nuovo a destra, e si districa a fatica fra gli enormi blocchi di granito che precedono l’attacco terminale della costiera. Procediamo ora fra nevaietti e gradi blocchi e dopo un ultimo tratto assistito da corda fissa e staffa, siamo al passo del Camerozzo (m. 2763), che si afaccia sulla Valle del Ferro. Scendiamo con un primo traverso a destra (sud-est), fra lastroni e strisce erbose, poi prendiamo a sinistra (nord-est), affrontando il tratto più delicato ed esposto (massima attenzione): il percorso si infila in una spaccatura nella roccia e poi segue una cengia esposta che taglia il versante verticale, portando ai primi lembi dell'alta Valle del Ferro. Seguendo i segnavia traversiamo verso nord-est e est-nord-est, quasi in piano, raggiungendo un cartello (m. 2525) posto più o meno al centro della valle, che segnala che poco più in basso di trova il bivacco Molteni-Valsecchi (m. 2510). Proseguiamo verso est, tagliando grandi placche di granito percorse da numerosi rivoli, in direzione della costiera del Qualido. Piegando a destra ragigungiamo il piede di un facile canalino che il sentiero risale zigzagando, portandoci al passo del Qualido settentrionale (m. 2647), appena a nord dell'omonimo torrione. La discesa dal passo in Val Qualido è meno ardua rispetto a quella dal Camerozzo, ma richiede ugualmente una certa attenzione. Avviene nella prima parte verso destra (sud), su un sentierino all’inizio esposto, poi più tranquillo. Il sentiero volge quindi a sinistra (attenzione a non proseguire sulla traccia che continua a destra, salendo al ben più impegnativo Passo Qualido meridionale) e scende, sfruttando una cengia esposta, nel cuore di un angusto canalino: le corde fisse sono di grande aiuto. Il percorso risale, quindi, di qualche metro, supera una sorta di porta nella roccia e lascia alle spalle il canalino. L’ultimo tratto di discesa verso sinistra taglia il fianco esposto della bassa costiera, prima di condurci ai pascoli della Val Qualido. Il primo tratto del Sentiero Roma nella valle attraversa le propaggini del lungo canalone che scende dal pizzo del Ferro orientale, salendo fino alla quota approssimativa di 2570 metri e superando con attenzione una placca quasi sempre bagnata; poi, raggiunta la sommità di un dosso, il sentiero inizia a scendere, portando, ad una quota approssimativa di 2450 metri, ai piedi del canalino che sale al passo dell’Averta. La traccia serpeggia verso l'intaglio nella roccia, nell'ultimo tratto si appoggia al versante di destra e traversa, con passaggio esposto agevolato da staffa e corde fisse, a sinistra, dove troviamo la stretta porta del passo dell'Averta (m. 2540). La discesa in Valle di Zocca non è difficile, ma anche qui l’attenzione non deve mancare. Il percorso prosegue su un sentierino che scende verso sinistra e raggiunge un canalino che si supera con l’ausilio di corde fisse. Anche a stagione avanzata qui possiamo trovare un nevaietto residuo, che impone ulteriore attenzione. Dopo un ultimo tratto su cengia esposta (corde fisse ed una staffa risultano essenziali), sempre sulla sinistra, la discesa, che non è lunga, termina in corrispondenza di un piccolo nevaio residuo. Il Sentiero Roma, ad una quota approssimativa di 2450 metri, percorre quindi un pianoro disseminato di grandi massi e sempre dominato dalla mole della cima di Zocca. I massi cedono poi il posto ad un fondo erboso più riposante, finché, superato un torrentello, si scende fino all'estrema propaggine dello spigolo di sud-est della cima di Zocca. Per superare questo sperone roccioso il sentiero affronta un tratto un po' esposto su entrambi i lati e protetto da corde fisse. Si piega poi a sinistra, scendendo ulteriormente fino ad una quota approssimativa di 2300 metri, nel cuore di un vallone che precipita nel pianone della Valle di Zocca. Poi, quando la stanchezza moltiplica ormai la fatica, riguadagniamo gradualmente quota, fino ai 2420 metri del punto nel quale il sentiero supera un torrentello, piegando a destra e raggiungendo, in leggera discesa, i rifugi Allievi e Bonacossa (2385).


Panorama dall'alta Val Porcellizzo

Dal rifugio Gianetti possiamo anche effettuare una splendida traversata al rifugio Allievi, in Valle di Zocca (Val di Mello), che corrisponde alla terza tappa del celeberrimo Sentiero Roma.
Il primo nucleo del sentiero è interamente compreso fra gli alti circhi delle montagne di Val Masino. Dobbiamo retrocedere di quasi un secolo, e rievocare lo scenario della prima guerra mondiale, nella quale il generale Cadorna, che diffidava della neutralità svizzera e temeva che l'esercito austro-ungarico potesse approfittare del territorio elvetico per dilagare nell'Italia del Nord, promosse la costruzione di un organico reticolo di sentieri sul versante orobico e retico, per contenere l'eventuale invasione da nord. In Val Masino, in particolare, si temeva uno sfondamento dai passi di Zocca e di Bondo e dal monte Sissone, per cui vennero approntati sentieri che consentivano di salire facilmente a sorvegliarli. Dieci anni dopo la conclusione del conflitto, quindi nel 1928, nacque l'idea di migliorare la primitiva rete di sentieri, tracciando un percorso continuo che collegasse i rifugi in alta Val Porcellizzo, di Zocca e di Preda Rossa (gli attuali rifugi Gianetti, Allievi e Ponti). Nacque, così, grazie all'iniziativa del CAI di Milano (che attrezzò i passaggi più impegnativi) l'attuale tracciato Gianetti-Ponti (qualche traccia è ancora visibile in quei pochi fasci color amaranto che l'occhio attento nota nella salita al passo del Camerozzo), che venne, poi, ampliato, per consentire una grandiosa traversata dalle rive del lago di Mezzola al cuore delle alpi retiche in Valmalenco. Si era nel ventennio fascista: di qui la denominazione di "Sentiero Roma", a celebrare anche sulle alte vette i fasti di quella che si pensava dovesse tornare una capitale imperiale. Ma, al di là di ogni retorica di regime, vale la pena riportare ciò che di questa straordinaria cavalcata in alta quota scrisse Silvio Saglio, alpinista e compilatore di guide, nel 1954: "La traversata dei monti del Masino, attraverso i contrafforti meridionali, costituiti da grandiose bancate di granito, è fra le più spettacolari delle Alpi, senza richiedere all'alpinista prestazioni eccessive".
Lasciamo il
rifugio Gianetti, per cominciare l’entusiasmante traversata della valli Porcellizzo, del Ferro, Qualido e Zocca, che ci porterà al rifugio Allievi.
Uno sguardo allo scenario che lasciamo alle nostre spalle, prima di iniziare il cammino: guardando ad ovest, vedremo in primo piano, da destra, il pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc', alla cui destra si intravede il canalino che conduce al passo omonimo, a 2950 metri, dal quale si scende, con un tratto su un ripido ghiacciaietto, quindi insidioso, in alta Val Codera, effettuando una bella traversata al bivacco Pedroni-Dal Prà), le tre cime dell’Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto), lo stretto intaglio del passo Barbacan (o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone") nord, seminascosto, la cima del Barbacan e la compatta costiera del Barbacan , che separa la Val Porcellizzo ("val do porscelécc") dalla Valle dell’Oro.
In secondo piano, a sinistra della cima del Barbacan (sciöma dò barbacàn), si distingue facilmente il pizzo Ligoncio (ligùnc', m. 3033). Proseguendo verso sinistra, si distingue l’intaglio del passo della Vedretta, che congiunge la Val Ligoncio alla Val dei Ratti, il pizzo della Vedretta, il pizzo Ratti e il monte Spluga, o cima del Calvo (sciöma del munt Splügam. 2967), dove si incontrano gli spartiacque delle tre valli Ligoncio, dei Ratti e della Merdarola.
Il cammino riprende proseguendo sul sentiero Roma verso nord-est. Sulla testata della valle, la fisionomia del Pizzo Badile (badì) gradualmente cambia e, sotto la punta Sertori, compare una curiosa e quasi buffa formazione rocciosa che sembra qualcosa come un dente di gigante. Più avanti incontriamo un’enorme placca di granito, percorsa da rivoli d’acqua, che ci nasconde quasi interamente, per un tratto, la visuale dei pizzi Badile e Cengalo ("cìngol", dal latino "cingulum", da cui anche "seng" e "cengia", stretto risalto di roccia; è interessante ricordare che l'antico nome della vetta era Mot de la Nìf, per il cocuzzolo nevoso che la sormonta). Più avanti, attraversiamo il pascolo più alto denominato "zót al cìngol", passando molto più bassi rispetto allo spuntone roccioso nel quale termina il crestone SSO che scende dal pizzo Cengalo. Incontriamo, quindi, un masso davvero singolare: non è possibile non notarlo, perché è spaccato in due con geometrica precisione, come se qualche divinità, nel vivo di una discussione animata, vi avesse battuto sopra il suo pugno furente, oppure un fulmine lo avesse colpito nel cuore di una notte da tregenda.
Del resto, inizia qui la terra del più misterioso dei misteri, quello del mitico gigiàt, animale singolarissimo e gigantesco, dalle sembianze multiformi, mezzo caprone e mezzo stambecco, capace di varcare un’intera valle con pochi balzi, e qualche volta, dicono (ma forse è solo una maldicenza), di far un sol boccone degli escursionisti che si perdono in questo oceano di granito.
Se guardiamo, invece, questi luoghi con l’occhio della passione alpinistica, piuttosto che con quello della fantasia, non potremo non notare, a monte del masso, lo sperone roccioso che scende dallo spigolo posto a sud del Pizzo Cengalo, il famoso (per gli alpinisti) spigolo Vinci. Peccato non poter vedere l'immane parete settentrionale del pizzo che, con il suo vertiginoso salto di 1300 metri, è la più alta delle alpi Retiche. Consoliamoci con il resto dello scenario a nord del sentiero, che si imprime indelebilmente nella memoria: non ci si stancherebbe mai di ammirare la bellezza dei pizzi Gemelli e della cima di Bondasca. Il panorama verso sud è altrettanto suggestivo: si vedono bene la piana dello Zoccone (zocùn, in tempi assai remoti occupato da un lago che, certo, non stonerebbe in questo splendido scenario) e, sul fondo, le valli della Merdarola e dell’Oro.
Stiamo ora attraversando una fascia occupata prevalentemente da gande e da vallecole, alla base delle morene del ghiacciaio sud-occidentale del Cengalo (di cui ora restano solo una ben modesta traccia). Finora il percorso ci ha proposto alcuni saliscendi: dai 2534 metri del rifugio Gianetti siamo scesi una prima volta a quota 2500, per poi risalire a quota 2550 circa e ridiscendere ai 2500. Ora cominciamo a salire in direzione della massiccia costiera che separa la Val Porcellizzo da quella del Ferro. Nella parte alta essa è costituita dal massiccio spigolo che scende verso sud dal pizzo del Ferro occidentale, o cima della Bondasca, fino all’intaglio del passo del Camerozzo (m. 2765), cui dovremo salire.
La costiera prosegue verso sud proponendo la punta Camerozzo (m. 2876), riconoscibile per il suo agile profilo, le punte Paganini (m. 2815) e Moraschini (m. 2790), il monte Sione (sciöma da siùn, m. 2815), al vertice della valle omonima, e la cima del Cavalcorto ("sciöma da cavalcürt", m. 2763). Il sentiero supera alcune vallecole, mantenendosi, nel primo tratto, quasi pianeggiante. A nord prosegue, dietro due morene, l’imponente sinfonia del granito, che mostra, alle diverse ore del giorno, diversi colori e diverse sfumature.
Incontriamo in questo tratto, ad una quota approssimativa di 2500, quando ci troviamo più o meno sotto la verticale del grande sperone che scende verso sud-sud-ovest dai pizzi Gemelli, la deviazione, a sinistra, per il passo di Bondasca, o di Bondo (pas da bùnd, m. 3169), per il quale si accede all’omonima vedretta, scendendo, poi, al rifugio Sciora di val Bondasca, in territorio elvetico. Sul passo è posto anche il bivacco Titta Ronconi. Cominciamo, ora, la salita, seguendo un bel tracciato, fino ad uno sperone, con tratto un po’ esposto e protetto, cui si accede dopo aver salito una singolarissima scaletta costituita da grandi blocchi di granito.
I magri pascoli cedono il posto a grandi massi, fra i quali si può trovare annidato, anche a stagione avanzata, qualche nevaietto. Oltrepassato nella parte bassa lo sperone (m. 2469), il sentiero risale con diversi tornantini un pendio di gande e sfasciumi, attraversa verso destra una fascia rocciosa e, su china erbosa, riprende a guadagnare quota. Piega, quindi, di nuovo a destra, e si districa a fatica fra gli enormi blocchi di granito che precedono l’attacco terminale della costiera. Troviamo, qui, numerosi segnavia “storici”: si tratta delle croci di color amaranto, i primi segnavia ad essere posti qua e là, sui grandi massi, quando il sentiero, a partire dal 1928, in pieno regime fascista, venne tracciato; il riferimento storico spiega anche la sua denominazione, che rimanda ai fasti ed alle celebrazioni della grandezza di Roma.

Eccoci, alla fine, con un po’ di fatica, all’attacco della costiera. Il tratto terminale è il più impegnativo, anche se risulta agevolato dalle corde fisse e da una provvidenziale staffa. Qui l’assicurazione alle corde fisse è di rigore, soprattutto nell’ultimissimo passaggio prima di raggiungere la bocca del passo. Bocca è proprio l'espressione giusta. Il passo Camerozzo ("pas dò cameròz", dove "cameròz" significa, probabilmente, grotta scomoda), ben distinguibile già dalla capanna Gianetti, si presenta, infatti, come uno stretto e marcato intaglio, a sinistra dell’agile punta del Camerozzo, un intaglio dalla forma singolare, che ricorda vagamente le fauci di qualche animale predatore, pronte a richiudersi sugli incauti escursionisti che osino violarlo. È soprattutto il suo lato di destra (meridionale), ricurvo, quasi ad uncino, a suscitare questa impressione.
Quando, però, alla fine lo raggiungiamo, scopriamo che le fauci non si richiudono, ma, anzi, sembrano aprirsi, o meglio, aprire uno scenario che lascia stupefatti per ampiezza e bellezza, lo scenario della
valle del Ferro ("val do fèr"), della costiera Remoluzza-Arcanzo, del Monte Disgrazia ("desgràzia") e dei Corni Bruciati. Ma andiamo con calma. In primo piano, sul fondo dell’ampia valle del Ferro, la costiera che la separa dalla val Qualido, sulla quale spicca l’arrotondato torrione Qualido (m. 2707), alla cui sinistra si trova il passo omonimo, il prossimo cui ci toccherà di salire, se sopravviveremo alla discesa dal Camerozzo. Sulla verticale del torrione, il re del Sentiero Roma, il Monte Disgrazia ("desgràzia"), che, con i suoi 3678 metri, sovrasta per mole ed altezza ogni altra cima. Alla sua destra, i vassalli, cioè i Corni Bruciati, sentinelle orientali della valle di Preda Rossa. I Corni Bruciati, con la caratteristica tonalità rossastra che giustifica anche la denominazione, si intravedono, però, appena, perché nascosti dalla massiccia costiera Remoluzza-Arcanzo, che propone invece le tonalità di grigio del granito e che separa la Val di Mello ("val da mèl") dalla Valle di Preda Rossa.
Sul limite sinistro della costiera distingueremo appena il monte Pioda (sciöma da piöda), che fa da spalla al Monte Disgrazia ("desgràzia"); alla sua destra la costiera prosegue con un tratto senza rilievi, sul quale è difficile individuare la Bocchetta Roma ("pas da ciöda"), il passo che ci attende nella quarta giornata (traversata Allievi-Ponti). Poi, inizia una serie di cime che termina con la piramide regolare ed elegante del monte Arcanzo (sciöma dè Narchènz, detta anche omèt). All’orizzonte, dietro la costiera, si intraveno le più alte cime della catena orobica. Sulla parete del breve corridoio del passo troviamo anche una targa di bronzo, che reca scritto: “Dauro Contini vive sul Sentiero Roma da lui amorevolmente curato”. Sopra la targa, a caratteri cubitali, nel caso si avesse qualche dubbio, la scritta “Passo Camerozzo”. Qui ci sentiamo, per un po’ ancora, al sicuro. Del resto il nome del passo deriva dal toponimo “càmer”, che significa luogo riparato, protetto. Per poco ancora, però.
Si deve pur scendere, e la discesa verso la
valle del Ferro si presenta difficile. Un’ultima occhiata, prima di scendere, alla Val Porcellizzo, che salutiamo: il Pizzo Badile (badì) mostra, da qui, un profilo più affilato, quasi smagrito. Stiamo entrando in un nuovo regno, perché passiamo dalla Valle dei Bagni di Masino ("val dei bagn") alla Val di Mello ("val da mèl"), di cui la valle del Ferro rappresenta la prima laterale settentrionale.
Bene, in cammino, ma senza fretta. La parete del pizzo Camerozzo incombe su un percorso che rappresenta il passaggio più ostico dell’intero sentiero Roma, da affrontare con cautela e calma, in assenza di neve e con attrezzatura adeguata, facendo particolare attenzione, fra l'altro, per evitare che lo zaino si incastri nei canalini più stretti. Per chi non avesse mai affrontato il passo, è consigliabile di varcarlo una prima volta in senso opposto, dalla
valle del Ferro alla Val Porcellizzo; farà meno impressione, poi, la discesa in valle del Ferro. Non commettiamo, infine, l’imprudenza di scendere da soli, oppure quando i nevai residui moltiplicano i rischi.
Il primo tratto è una lunga discesa in diagonale verso destra (sud), su ripidi e magri pascoli, placche di granito e strette cenge, con l’ausilio delle corde fisse. Raggiungiamo, così, il punto nel quale il sentiero volge a sinistra. Si tratta anche del punto più tranquillo della discesa, per cui possiamo sostare un po’, prima di affrontare i passaggi più impegnativi. Da qui si mostra tutta la
valle del Ferro, verde, ampia, coronata dai pizzi del Ferro ("sciöme do fèr": vediamo quello centrale e quello orientale). Di nuovo in piedi, per l’ultimo tratto.
La seconda parte, anch’essa in corda fissa, traccia una lunga diagonale verso sinistra, che segue una stretta cengia la quale, proprio in prossimità della parte terminale della discesa, si riduce ad un intaglio nella parete di granito che precipita a valle, dove ci si ritrova con lo zaino ballonzolante nel vuoto sopra un salto esposto di oltre cento metri. Diversi, dunque, sono i passaggi impegnativi ed esposti. Si rendono necessarie, quindi, la massima calma, attenzione e concentrazione.
A riprova di ciò, possiamo riportare le indicazioni della celebre Guida dei Monti d'Italia - Regione Masino-Bregaglia-Disgrazia, vol. I, a cura di Aldo Bonacossa e Giovanni Rossi: "Si scende nella Valle del Ferro, prima obliquando verso destra poi verso sinistra su cengette erbose correnti in una parete di roccia alta 150 m. c. sopra la base. Dato l'impressionante salto di lastroni sottostante, e poiché la cengia è talora costretta contro alcuni strapiombi della parete, malgrado i miglioramenti artificiali e le assicurazioni con corde di ferro, questa discesa, da ultimo espostissima, richiede attenzione, assenza di vertigini e non è consigliabile con neve fresca." Ovviamente chi percorre il Sentiero Roma in senso inverso trova il compito facilitato, perché la salita al passo dalla Valle del Ferro risulta meno impressionante e difficile.


Apri qui una fotomappa della Valle del Ferro

Grande è quindi la soddisfazione quando, toccati i primi sassi della Valle del Ferro, si può guardare dal basso l’impressionante parete che scende dal passo. Il primo contatto con la Valle del Ferro è quasi sempre, in verità, sulla neve, poiché anche a stagione avanzata si può trovare un nevaio alla base della costiera.
La testata della valle è costituita dai tre pizzi del Ferro, occidentale (m. 3267), centrale (m. 3289) ed orientale (m. 3199), uno dei più classici scenari della Val Masino, ben visibili anche dal fondovalle (da Cataeggio e dalla piana della Zocca che precede San Martino). La valle, come già detto, è molto ampia, anche se meno della Val Porcellizzo. Fin dal primo tratto del percorso che la attraversa si può però già riconoscere chiaramente il prossimo passo, cioè il Passo Qualido, a nord (sinistra) del torrione omonimo.


Panorama dalla Valle del Ferro

Il Sentiero Roma prende a salire gradualmente, da una quota approssimativa di 2470 metri, fra blocchi di granito di tutte le dimensioni e macchie di pascolo poste come radi isolotti in un mare di granito. Più o meno al centro della valle, abbiamo, come chiaro riferimento visivo, il bivacco Molteni-Valsecchi (el bivàch, m. 2510, dedicato alla memoria deli alpinisti Mario Molteni e Giuseppe Valsecchi, giunti allo stremo e morti scendendo dal pizzo Badile alla Gianetti, dopo averne salito la parete nord-est), posto a monte di una zona di pascolo curiosamente denominata "riva dai piöc’", con riferimento non chiaro ai pidocchi. Il sentiero Roma passa appena sopra, ad una quota di 2525 metri circa (ma, passando sulla sua verticale, non lo vediamo, perché è nascosto da un grande masso; qualora volessimo sfruttarlo, dobbiamo prendere come riferimento un cartello per scendere e trovarlo).
Dal bivacco, se lo si desidera, si può scendere, verso destra e su tracce di sentiero (o a vista, senza difficoltà), alla casera della Valle del Ferro e di qui, piegando a sinistra e seguendo con attenzione le segnalazioni (per evitare lunghi e faticosi giri), in Val di Mello (località Ca' de Rogni). C'è solo un punto nel quale si rischia di portarsi fuori strada: giunti alla casera, dobbiamo prendere a sinistra, senza perdere ulteriormente quota (per evitare di trovarsi sul ciglio dell'impressionante balconata rocciosa che separa l'alta valle dalla media), e cercare, con attenzione, il punto nel quale il sentiero scende ad attraversare un torrentello. Nel prosieguo della discesa non ci sono, poi, più problemi.
Se invece si vuol proseguire sul Sentiero Roma, si seguono le segnalazioni, attraversando la valle fra grandi placche granitiche, rare oasi erbose e grandi massi. Guardando alla testata della valle, riconosciamo, a destra, l’arrotondata cima del pizzo del Ferro orientale, al centro il caratteristico torrione del Ferro, alla sua sinistra la piccola punta del pizzo del Ferro centrale, ed infine, seminascosta sulla sinistra, la cima del pizzo del Ferro occidentale, o cima della Bondasca. Proprio sotto il pizzo del Ferro centrale si può notare una singolare formazione rocciosa, denominata, per la sua forma, “Pera del Ferro”. Si tratta, appunto, delle
"sciöma dò fèr", cime del Ferro, una delle immagini più caratteristiche della Val Masino, in quanto sono ben visibili anche da Cataeggio.


Valle del Ferro

Non a caso ricorrono in molti modi di dire; uno per tutti: "tè sè méga inch söl fèr", cioè "non sei sulle cime del Ferro", detto a chi è troppo freddoloso oppure esita ad affrontare un passaggio. E' interessante notare che l'espressione "sciöma dò fèr", nel dialetto della valle, si riferisce, più spesso, alla parte più alta dei pascoli della Valle del Ferro (presso il bivacco), perché un tempo le lontane cime, pensate cone inaccessibili, erano, per gli alpigiani, assai meno significative della ben più vicina ed essenziale erba per le bestie.
Se, invece, volgiamo lo sguardo in direzione opposta, cioè verso sud, potremo osservare uno scenario più morbido e verdeggiante. Al centro, in primo piano, il lungo crinale dell’alpe Granda, che separa la bassa Val Masino dalla Valtellina. Sul fondo, la catena orobica centro-occidentale, con la Val Tartano e, a destra, le Valli del Bitto di Albaredo e Gerola.


La salita al Passo Qualido ("pas dò qualì") è rapida e sfrutta un facile canalino. Anche in questo caso il lato destro della porta ha una forma sinistramente (scusate il gioco di parole) ricurva ed adunca, la l’impressione complessiva è decisamente più rassicurante. In breve il passo (m. 2647) è raggiunto, e si può gettare l’occhio su una nuova valle, la
val Qualido, dalla caratteristica placca liscia nella costiera orientale. Alle sue spalle, uno scenario assai simile a quello già osservato dal Passo Camerozzo, con la costiera Remoluzza-Arcanzo, il Monte Disgrazia ed i Corni Bruciati. Guardando più a sinistra, però, si mostrano nuove eleganti cime, oltre la val Qualido: a sinistra incontra la cima di Zocca, poi la Cima di Castello ("castèl") ed i tre pizzi Torrone. La lo scenario più affascinante è quello che si propone guardando a nord, dopo aver fatto qualche passo verso destra, sul sentierino che scende in Val Qualido: si mostrano infatti le guglie digradanti della poderosa costiera Ferro-Qualido, che scende dal pizzo del Ferro orientale.


Apri qui una fotomappa della Valle di Zocca

La discesa dal passo è meno ardua rispetto a quella dal Camerozzo, ma richiede ugualmente una certa attenzione. Avviene nella prima parte verso destra (sud), su un sentierino all’inizio esposto, poi più tranquillo. Il sentiero volge quindi a sinistra (attenzione a non proseguire sulla traccia che continua a destra, salendo al ben più impegnativo Passo Qualido meridionale, a sud del torrione) e scende, sfruttando una cengia esposta, nel cuore di un angusto canalino: le corde fisse sono di grande aiuto. Il percorso risale, quindi, di qualche metro, supera una sorta di porta nella roccia e lascia alle spalle il canalino. L’ultimo tratto di discesa verso sinistra taglia il fianco esposto della bassa costiera, prima di condurci ai pascoli della Val Qualido.
Il primo tratto del Sentiero Roma nella valle attraversa le propaggini del lungo canalone che scende dal pizzo del Ferro orientale, che vediamo al suo termine, lontano e defilato. Cominciamo a salire, fino alla quota approssimativa di 2570 metri, superando con attenzione una placca quasi sempre bagnata; poi, raggiunta la sommità di un dosso, il sentiero inizia a scendere. Si impone allo sguardo la grande placca liscia sulla costiera orientale della Val Qualido, la seconda laterale di destra della Val di Mello.
La traversata della Val Qualido è la più breve, per cui, al termine della discesa, si giunge in poco tempo aduna quota approssimativa di 2450 metri, ai piedi del canalino che sale al passo dell’Averta. Poco prima di imboccarlo, si incontrano le segnalazioni del sentiero che scende, verso destra, nella valle.
Se fossimo nella necessità di scendere a valle, potremmo sfruttarlo, ma con attenzione. Scendiamo portandoci gradualmente al centro della valle, fino a giungere in vista di un caratteristico ed inconfondibile sperone roccioso che ne divide la parte bassa in due rami. Giunto alla sella erbosa ai piedi dello sperone, proseguiamo a destra, cercando di seguire i segnavia, fino ad un sistema di roccette che presenta qualche insidia, soprattutto perché si presenta spesso bagnato. Superate con attenzione le roccette, approdiamo ad una conca erbosa, sul limite sinistro della quale troviamo il sentiero che, con un po’ ai attenzione, ci permette di scendere al fondovalle, superando anche una grande placca di granito nella quale il sentiero disegna alcuni tornanti.
Ma torniamo al racconto del Sentiero Roma. La salita del canalino che porta al passo dell’Averta ("pas de la vèrta"; dal dialettale "avert", cioè aperto) è piuttosto agevole, anche se si deve fare attenzione a non far cadere sulla testa di chi sta più in basso eventuali sassi. Solo l'ultimo passaggio, un traverso a sinistra quando si è ormai prossimi al passo, richiede una certa attenzione e l'ausilio di corde fisse.


Cima di Castello, punta Rasica e pizzo Torrone occidentale

Raggiunto il passo (m. 2540), stretto intaglio sulla costiera che divide la val Qualido dalla Valle di Zocca ("val da zòca"), si apre, improvvisa ed emozionante, la visione della monolitica ed imponente cima o punta di Zocca (m. 3174), alla cui sinistra si pone il torrione di Zocca (m. 3151). Difficile descrivere la sensazione di potenza suscitata da questo monte. Sembra una cattedrale, i cui poderosi pilastri di granito si protendono verso l’alto, nel trionfo terminale di guglie che giocano in un elegante ricamo terminale con la leggerezza del cielo. A destra della cima di Zocca, sfilano, altrettanto imponenti, la punta Allievi (m. 3121), la Cima di Castello ("castèl", m. 3392), la punta Rasica ("rèsga", m. 3305) e, in rapida successione, l’uno alle spalle dell’altro, i pizzi Torrone occidentale (m. 3351), centrale (m. 3290) ed orientale (m. 3333), cime legate indelebilmente alla storia dell'alpinismo. Più a destra ancora, di nuovo il Monte Disgrazia ed i Corni Bruciati. Interessantissimo è anche il colpo d’occhio sulle costiere Zocca-Torrone e Torrone-Cameraccio, un’esplosione vertiginosa di salti di granito, che toglie il fiato, come in un tripudio di verticalità.
La discesa in Valle di Zocca non è difficile, ma anche qui l’attenzione non deve mancare. Il percorso prosegue su un sentierino che scende verso sinistra e raggiunge un canalino che si supera con l’ausilio di corde fisse. Anche a stagione avanzata qui possiamo trovare un nevaietto residuo, che impone ulteriore attenzione. Dopo un ultimo tratto su cengia esposta (corde fisse ed una staffa risultano essenziali), sempre sulla sinistra, la discesa, che non è lunga, termina in corrispondenza di un piccolo nevaio residuo.
Il Sentiero Roma, ad una quota approssimativa di 2450 metri, percorre quindi un pianoro disseminato di grandi massi e sempre dominato dalla mole della cima di Zocca. I massi cedono poi il posto ad un fondo erboso più riposante, finché, superato un torrentello, si scende fino all'estrema propaggine dello spigolo di sud-est della cima di Zocca. Per superare questo sperone roccioso il sentiero affronta un tratto un po' esposto su entrambi i lati e protetto da corde fisse. Si piega poi sinistra, scendendo ulteriormente fino ad una quota approssimativa di 2300 metri, nel cuore di un vallone che precipita nel pianone della Valle di Zocca.
Poi, quando la stanchezza moltiplica ormai la fatica, riguadagniamo gradualmente quota, fino ai 2420 metri del punto nel quale il sentiero supera un torrentello, piegando a destra e raggiungendo, in leggera discesa, i rifugi Allievi e Bonacossa (2385), dopo circa 5 ore di cammino. Ed anche questa terza giornata, la più bella, probabilmente, dal punto di vista degli scenari e delle emozioni, si chiude. La notte ci sorprenderà nel cuore del rifugio.

 

La capanna Zocca, sua antenata, venne costruita nel 1897, a cura della sezione milanese del C.A.I. Rifatta nel 1905, venne successivamente distrutta da una valanga. Durante la prima guerra mondiale venne riedificata per ospitare un distaccamento di alpini per presidiare il passo di Zocca, che guarda alla Val Albigna, perché il generale Cadorna era convinto che lo stato maggiore svizzero avrebbe potuto concedere il permesso di passaggio alle truppe austro-ungariche, che avrebbero potuto quindi invadere la Valtellina dalla Valle di Poschiavo, dall'Engadina e dalla Val Bregaglia. Assunse, allora, la denominazione che onora Francesco Allievi, alpinista appassionato della Valle di Zocca. Durante la seconda guerra mondiale venne usata come punto di appoggio dalle formazioni partigiane e quindi danneggiata durante il rastrellamento nazifascista del 1944. Ricostruita nel 1950, è affiancata, dal 1988, dal rifugio Bonacossa. Nell'inverno del 2000 è stata seriamente danneggiato da una valanga, e successivamente ristrutturata.


Cima di Castello, punta Rasica e pizzo Torrone occicdentale

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RIFUGIO GIANETTI-PASSO BARBACAN NORD-OVEST-RIFUGIO BRASCA (SENTIERO ROMA)

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Gianetti-Passo Barbacan nord-ovest-Rif. Brasca
4 h
30
EE
SINTESI. Dal rifugio Gianetti (m. 2534) ci incamminiamo sul Sentiero Roma verso sud-est, in direzione della costiera del Barbacan. Il sentiero procede quasi in piano, con diversi saliscendi, e ci porta ad un grande masso sul quale è segnalata la deviazione a destra per il rifugio Brasca. La ignoriamo (lasciando quindi il Sentiero Roma e procedendo sul Sentiero Risari) e proseguiamo diritti, tagliando uno sperone e scendendo alla base di un canalone che sale diritto, alla nostra destra, al passo del Barbacan nord-ovest. Lasciamo ora il sentiero principale che si porta alla base della costiera del Barbacan e saliamo a sinistra, su traccia che serpeggia fra terriccio e sfasciumi (attenzione ad eventuali sassi mobili fatti cadere da chi scende). Con un po' di fatica raggiungiamo così lo stretto intaglio del passo Barbacan nord-ovest (m. 2598) e cominciamo a scendere in Valle d'Averta (Val Codera), vesro ovest, su ripida traccia che a quota 2140 intercetta la traccia che scende dal gemello passo dell'Oro. Continuiamo a scendere verso ovest, pooi pieghiamo leggermente a destra e ci portiamo alle baita dell'alpe d'Averta (m. 1957). Qui lasciamo le baite alla nostra destra e proseguiamo a sinistra (sud), seguendo con attenzione i segnavia. Entriamo nella boscaglia ed attraversiamo tre valloni, con andamento complessivo verso ovest, poi pieghiamo leggermente a destra e scendiamo su un dosso boscoso, dal quale usciamo all'alpe Coeder. Prendendo a sinistra siamo in breve al rifugio Brasca (m. 1301).

L'ultima importante traversata che ha come base il rifugio Gianetti è quella al rifugio Brasca in Val Codera, per il passo del Barbacan nord-ovest e la Valle d'Averta. Anche in questo caso si tratta del Sentiero Roma, e precisamente della sua seconda tappa, percorsa, però, a rovescio rispetto alla tradizionale direttrice Val Codera-Val Masino-Valmalenco. Il primo tratto della traversata coincide con il Sentiero Risari Gianetti-Omio. Giunti ad un grande masso, troviamo l'indicazione della deviazione, sulla destra, per il passo del Barbacan (scritta "Brasca"). I segnavia guidano ad un lungo traverso che, superando diversi ripiani, sale gradualmente al passo. Di fatto quasi nessuno, però, segue questo percorso, perché nell'ultimo tratto si debbono superare passaggi un po' esposti e non protetti, quindi insidiosi, soprattutto se la roccia è bagnata. Per questo quasi tutti preferiscono seguire il Sentiero Risari fin quasi all'attacco della Costiera del Barbacan, per poi prendere a destra e risalire il ripido canalino che adduce direttamente al passo. Lo svantaggio di questa scelta è che il canalino è costituito da sfasciumi ed è percorso in discesa da quanti effettuano la traversata Brasca-Gianetti, con il rischio della mobilizzazione di qualche masso che può diventare un proiettile pericoloso. Dobbiamo, quindi, assumere tutte le precauzioni del caso, per evitare di innescare la caduta di sasis mobili o di rimanerne vittime.
Il passo del Barbacan nord-ovest (m. 2598) è uno stretto intalgio nella roccia che apre una splendida visuale sulla media Val Codera. Un ripido canalino, spesso ingombro di neve anche a stagione avanzata, consente la discesa alla parte alta della Valle d'Averta, laterale della Val Codera. Anche qui la prudenza per evitare di smuovere massi è assolutamente necessaria. Il canalino si allarga e la pendenza si fa meno severa; raggiungiamo così un bel ripiano erboso, la Prada, con grandi massi ed una sorgente, a quota 2120 metri. Qui troviamo la deviazione a sinistra, segnalata su un masso, che sale al Passo dell'Oro (Pas dè l'Or o Caürga de l’Oor), che scende, poi, in Valle dell'Oro ed al rifugio Omio.

La successiva discesa, sempre dettata dai segnavia, avviene puntando le baite dell'alte dell'alpe Averta (vèrta, m. 1957). L'alpeggio è il più altodella valle e deve il suo nome alla posizione panoramica: è l'unico punto della valle dal quale si possono vedere i tre maggenghi di fondovalle, Saline, Piazzo e Beleniga. Venne caricato fino agli anni settanta del secolo scorso ed è costituito da tre nuclei, la Nàaf, per il quale passiamo, il Sot al Mut, alla nostra destra, più in basso, e Sur al Mut, più in alto, sopra un poggio, con una croce infissa in cima ad un masso.
Nella seconda parte della discesa è imperativo non perdere di vista i segnavia, per evitare di uscire dal sentiero e trovarsi in difficoltà su terreno insidioso ed impervio. Passiamo a sinistra delle baite, attraversiamo il principale corso d'acqua della valle e riprendiamo a scendere sul grande corpo franoso che si riversa nel profondo vallone d'Averta. Superato un caratteristico larice secolare dal tronco particolarmente ritorto, denominato Mucètt, attraversiamo da destra a sinistra un torrentello, uscendo ai prati dell'alpe Pisci (m. 1636), dove notiamo un ricovero ricavato da un grande masso. Grazie a due ponticelli in legno attraversiamo, poi, un canalino (località Punt del Valà), presso un salto roccioso.


Valle dell'Averta vista dal passo Barbacan


Passo dell'Oro (a destra) e del Barbacan (a sinistra)


Alpe Averta

Alpe Averta e passo Barbacan (a sinistra) e dell'Oro (a destra)

Alpe Averta

Sentiero per il rifugio Brasca

Sentiero per il rifugio Brasca

Sentiero per il rifugio Brasca

Sentiero per il rifugio Brasca

Dopo una sequenza di ripidi tornantini, siamo alla parte alta di un prato. Attraversata una pecceta, usciamo ad una radura battuta dalle slavine, dove troviamo un grande masso utilizzato in passato anche come ricovero. Sempre seguendo i segnavia, affrontiamo l'ultima parte della discesa, in un bosco di abeti, fino ad uscirne in corrispondenza del cartello che segnala la partenza del Sentiero Roma, all'alpe Coeder. Ci immettiamo così sul sentiero principale che risale la Val Codera; prendendo a sinistra siamo, in breve, al rifugio Luigi Brasca (m. 1304). Il rifugio, del CAI di Milano, è intitolato al prof. e Tenente Luigi Brasca, compilatore di una guida della Valle di S. Giacomo. Venne costruito vicino all’alpe Coeder nel 1934 e bruciato il primo dicembre del 1994, quando salirono fin qui soldati tedeschi e repubblichini per inseguire i partigiani della 55sima brigata Fratelli Rosselli che, dopo una lunga traversata dalla Val Sassina per la Val Gerola e la Valle dei Ratti, ripiegavano per espatriare in Svizzera attraverso la bocchetta della Teggiola. Uno di loro, Enrico Pomina, fu raggiunto ed ucciso proprio nei pressi dell’attuale rifugio (una targa dell'ANPI di Novate Mezzola lo ricorda). Il rifugio venne, infine, ricostruito fra il 1946 ed il 1948.

RIFUGIO GIANETTI-PASSO PORCELLIZZO-BIVACCO PEDRONI-DEL PRA'

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Gianetti-Passo Porcellizzo-Biv. Pedroni-Del Prà
2 h
380
EEA

Ad ovest del rifugio Gianetti è posto uno stretto intaglio che permette di traversare all'alta Val Codera. Si tratta del passo Porcellizzo settentrionale, posto immediatamente a nord del pizzo Porcellizzo. La salita al passo dal rifugio Gianetti, quando c'è poca neve, non è difficile, mentre impegnativa è la discesa in Val Codera, che richiede l'attraversamento di un piccolo ghiacciaio, con tutte le cautele del caso. Se non abbiamo esperienza alpinistica o siamo sprovvisti del necessario equipaggiamento, dobbiamo dunque limitarci a guadagnare il passo.
Per farlo, basta seguire le indicazioni che troviamo nei pressi del rifugio, alle sue spalle, sulla sinistra, vicino a quelle del sentiero Roma. Mentre quest'ultimo si dirige verso sud-ovest, il percorso per il passo Porcellizzo punta a nord-ovest. Dobbiamo prestare attenzione ai segnavia, che ci guidano nella salita fra grandi massi, con una pendenza che tende via via ad accentuarsi.
Il passo non è visibile, perché risulta nascosto dietro un fianco roccioso. Esso è collocato a destra del pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc') (m. 3075), al termine di un canalino che raggiunge il crinale compreso fra questo monte e la punta Torelli (m. 3137).
Nella salita passiamo proprio di fronte al caratteristico sperone roccioso che scende dalla punta ed è denominato, per la forma che mostra dal rifugio Gianetti, Dente della Vecchia. Lasciamo quindi lo sperone alla nostra destra, e scopriamo che la sua forma, vista da ovest, cambia sensibilmente. Capita non di rado, poi, di poter osservare le cordate che salgono vetta della punta Torelli.
Una traccia di sentiero, resa un po' insidiosa da qualche sasso mobile e dal terriccio scivoloso, ci porta poi ai piedi del canalino che conduce al passo e che risaliamo tenendoci sul lato destro. Qui si trova neve anche a stagione avanzata, e questo, se non siamo adeguatamente attrezzati, può rendere difficoltoso l'ultimo tratto della salita.
Alla fine, dopo poco più di un'ora dal rifugio, raggiungiamo i 2862 metri del passo Porcellizzo. Spesso il colpo d'occhio sull'alta Val Codera, anche nelle giornate in cui il cielo è solo parzialmente coperto dalla nuvolaglia, è impedita dalla densa foschia che risale il canalino sul versante di questa valle, e che limita la visuale a pochi metri. In Val Codera, infatti, le correnti umide che salgono dall'alto Lario si incontrano con l'aria più fresca che scende da nord, determinando densi banchi di foschia.
Dai Bagni di Masino al passo il dislivello complessivo è di quasi 1700 metri, e si supera in poco più di cinque ore di cammino (esclusa, ovviamente, l'eventuale sosta al rifugio Gianetti).

In appendice, diamo breve relazione della traversata al bivacco Pedroni-Dal Prà, in alta Val Codera, anche se questa presenta difficoltà, anche se modeste, di carattere alpinistico. Sul versante di Val Codera, infatti, si tratta di scendere per un ghiacciaietto abbastanza ripido. Si impongomo, quindi, ramponi e picozza.

 

 

Se le condizioni di terreno sono adeguate, si può scendere dal passo Porcellizzo tenendo più o meno il centro del canalone con il ghiacciaietto, fino alla crepaccia terminale. In caso contrario, ci si tiene sul lato destro, immediatamente a lato della neve e, dopo il primo tratto di discesa, si sfrutta una fascia di roccette (passaggi di II grado con corde fisse).


Discesa dal passo Porcellizzo

Discesa dal passo Porcellizzo

Discesa dal passo Porcellizzo

Alla fine si mette piede su un versante morenico, alla sinistra di quel che resta del ghiacciaio di Sivigna, che qui dominava sovrano solo fino a qualche decennio fa. Volgendo a destra (direzione nord) raggiungiamo il fondo di un'ampia conca di sfasciumi, a quota 2530 metri. Qui seguiamo i segnavia bianco-rossi, che ci fanno piegare leggermente a sinistra (nord-ovest) e ci fanno avvicinare allo sperone roccioso sul quale è posto il bivacco. Sormontato un balcone roccioso, torniamo a salire verso nord sul versante di roccette, fino a raggiungere il poggio erboso che orpita il bivacco Pedroni-Del Prà (m. 2577), al quale ci portiamo in breve volgendo a sinistra, dopo circa 2 ore di cammino (il dislivello approssimativo in salita è di 370 metri).

 

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CARTA DEI PERCORSI sulla base della Swisstopo (CNS, COME LE CARTE SOPRA RIPORTATE), che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri).
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Mappa del percorso - particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

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