La più piccola e meno conosciuta fra le laterali di destra della Val di Mello

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Parcheggio Val di Mello-Val Qualido-Alpe Qualido-Passo dell'Averta
5 h
1480 m.
E
Parcheggio Val di Mello-Val Qualido-Alpe Qualido-Passo dell'Averta-Valle di Zocca-Rifugio Allievi-Parcheggio di Val di Mello
8/9 h
1640 m.
EE
Parcheggio Val di Mello-Val Qualido-Alpe Qualido-Sentiero Roma-Passo Qualido-Valle del Ferro-Bivacco Molteni-Valsecchi-Casera del Ferro- Parcheggio di Val di Mello
7/8 h
1580 m.
EE


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La val Qualìdo (val do qualì) è una delle meno note laterali della pur celebre Val di Mello (val da mèl). E', dunque, densa di mistero, oltre che di fascino. A partire dal nome. Se è corretto l'etimo da "aqualis", "canale", si tratta della valle che precipita sul fondovalle come ripido canale. Ma l'origine del suo nome potrebbe essere l'aggettivo "gualìf" (latino "aequalis"), che significa "di pari livello", "eguale", con riferimento ai due corsi d'acqua gemelli che la attraversano e che scendono al piano solcando i due rami paralleli nei quali la valle si divide al di sotto dei 2000 metri. L'etimo potrebbe anche riferirsi al suo aspetto solitario, un po' malinconico, desolato, dunque "squallido" (anche se nel dialetto di Val Masino questo concetto si esprime nell'aggettivo "solénch"). Una quarta ipotesi è legata alla locuzione avverbiale "qua int", usata dagli abitanti di Mello (i pascoli della valle erano di proprietà di privati di Mello) per designare la Val di Mello.
Una valle poco nota, ma non del tutto ignorata da coloro che amano l'escursionismo in Val Màsino, in quanto la sua parte alta (intorno alla quota 2500 metri) viene percorsa da quanti effettuano la tappa Gianetti-Allievi del Sentiero Roma (senté róma). C'è poi una categoria molto particolare che ben conosce questa valle, ed è quella degli arrampicatori, che trovano nella celeberrima parete del Qualido una delle palestre migliori per mettere alla propria la propria tecnica ed il proprio virtuosismo. La valle può, tuttavia, essere considerata anche in una terza prospettiva, quella dell'escursionismo di una sola giornata, alla scoperta degli immortali spalti di granito della Val di Mello, ma anche dei suo aspetti meno noti, ma non meno affascinanti. La sua conformazione riproduce una "Y" rovesciata, perché nella sua parte bassa, come già detto, si biforca nella "val dò qualì da la fò" (il ramo occidentale, che si utilizza per salire all'alta valle) e nella "val dò qualì da la inch" (il ramo orientale, assai più difficile da salire).

Chi avesse una sola giornata a disposizione e volesse respirare fino in fondo le atmosfere della Val di Mello, avendo già effettuato la classicissima escursione alla capanna Allievi in Valle di Zocca ("val da zòca"), potrebbe scegliere di esplorare proprio la val Qualido, che regala scorci davvero singolari, difficili da trovare nelle valli più conosciute. Se poi fosse un buon camminatore, potrebbe puntare al passo dell'Averta (pàs de la vèrta, dal dialettale "avèrt", cioè aperto), che offre uno dei panorami più belli dell'intero Sentiero Roma. Se, infine, fosse un ottimo camminatore, dal passo dell'Averta potrebbe scendere al rifugio Allievi, osare magari anche il Passo di Val Torrone (pas dò turùn) e tornare, scendendo la val Torrone ("val do turùn"), alla piana della Val di Mello dopo aver effettuato un anello di gran classe (in circa undici ore di marcia si può fare).
Partiamo, dunque, dal parcheggio della Val di Mello, cui si può giungere, nel periodo fine luglio-fine agosto, solo
acquistando i permessi di accesso rilasciati in numero limitato (ricordo però che il periodo migliore per effettuare questa escursione è quello compreso fra la metà di settembre e la metà di ottobre, quando la transizione dei colori dalla tavolozza estiva a quella autunnale regala le policromie più suggestive). Lasciato alle spalle il parcheggio, incamminiamoci sulla pista che si inoltra nella piana della valle. Volgendo gli occhi a sinistra, potremo ammirare il profilo imponente ed arrotondato del Precipizio degli Asteroidi. In breve arriviamo al punto nel quale il sentiero è stato interrotto da materiale alluvionale che è sceso proprio dalla Val Qualido, in conseguenza del distacco di una grande placca dalla famosa parete del Qualido. Alla nostra destra vediamo la grande pozza che si è originata proprio per l'effetto-sbarramento creato da questo materiale. Pochi passi più avanti passiamo a destra di un caratteristico "càmer" (sasso sotto cui viene ricavato un riparo) e siamo ad una salitella, al termine della quale, prima della località Ca' di Carna, sulla sinistra, vediamo, ad una quota di circa 1080 metri, il punto di partenza del sentiero per la valle (non c'è alcuna segnalazione, ma il sentiero è ben visibile e segnalato da segnavia bianco-rossi.
Nel primo tratto il sentiero ci fa guadagnare rapidamente quota rimanendo all'ombra (quanto mai gradita
nella stagione estiva) del bosco. Quando la presenza dei faggi comincia a farsi preponderante, intorno a quota 1190, ci troviamo di fronte un roccione: qui è necessaria un po' di attenzione, per evitare di seguire una falsa traccia verso destra: i segnavia ci fan
no restare sul lato sinistro rispetto alla roccia. Il sentiero, quindi, si fa più ripido: cominciamo a sentire, alla nostra sinistra, il rumore del torrente Qualido, al quale ci stiamo avvicinando. Il sentiero, però, piega di nuovo a destra e se ne allontana, portandoci ad un tratto inciso nella roccia e scalinato. Il bosco si apre un po' e possiamo vedere, ad ovest, la Valle della Merdarola.
Seguono alcuni tornantini ed una nuova scalinata. Siamo, poi, ad un punto panoramico, dal quale vediamo San Martino, l'imbocco della Val di Mello ma anche le impressionanti e lisce muraglie granitiche che rinserrano la valle nel suo lato occidentale. Dopo qualche ulteriore serpentina, il sentiero ci porta ad una fascia di grandio faggi secolari, che in Val Masino trovano un ambiente elettivo. Poco oltre, siamo ad un punto che richiede di nuovo attenzione: non dobbiamo seguire la traccia di destra, ma quella che sta sulla sinistra (segnavia), e che porta ad una splendida scalinata sostenuta da muro a secco, ad una quota approssimativa di 1360 metri. In cima alla scalinatura da una finestra del bosco vediamo la cima d'Arcanzo, sulla costiera che separa la Val di Mello dalla Valle di Sasso Bisolo.
Il sentiero, che non si perde mai in fronzoli ma sale on andamento sempre deciso, ci porta ad una grande placca, che superiamo senza problemi.
Il bosco, qui, si apre un po' e sulla sinistra possiamo ammirare l'enorme parete del Qualido (alta mediamente 500 metri e sormontata dalla curiosa e caratteristica formazione detta "martello del Qualido"), una parete quasi liscia, quasi una gigantesca lavagna sulla quale la fantasia fatica a disegnare percorsi. Il sentiero piega, ora, a sinistra e ci porta nel cuore della valle, fin nei pressi del torrente, ad una quota di circa 1400 metri. Guardando verso sud, possiamo vedere, lontana, la testata della Val Gerola, con tutte le sue cime più note, il pizzo di Trona, il pizzo dei Tre Signori ed il pizzo Varrone.
Qui, però, il sentiero svolta decisamente a destra e si allontana dal torrente. Un tratto scalinato ci porta al punto
più caratteristico di questa salita. Un'enorme placca, sopra di noi, sbarra l'accesso alla valle, e viene superata con un'ardita scalinatura, che ricava la sede del sentiero sfruttandone le cengette. Di questa mirabile opera di ingegneria alpina furono artefici i componenti della famiglia Della Mina, di Mello, che caricavano l'alpe. Ma di ciò diremo più avanti.
Pochi tornanti, percorsi con la sensazione di essere sospesi sopra un immane salto, e
d anche questa placca è vinta. Eppure di qui passavano le mucche salendo dall'alpeggio e scendendone a fine stagione. Era il momento più temuto dai Della Mina: uno scarto era sufficiente a far precipitare l'animale nel vuoto, con un danno enorme.

Dopo questa piccola vittoria sulla verticalità possiamo tornare ad osservare quel trionfo di verticalità costituito dalla parete del Qualido, che pure non ha retto ai pazienti assalti dei sassisti. Potremo riconoscere una ferita dal colore più chiaro: è la superficie di distacco del lastrone che, nell'estate del 2009, ha provocato la discesa a valle del materiale alluvionale, di cui abbiamo detto.

Ci ritroviamo in una piazzola erbosa, che precede una piccola pineta, attraversata dal sentiero con una ripida impennata. Ci stiamo avvicinando al segmento mediano della valle: ora torniamo allo scoperto ed iniziamo una diagonale in leggera salita. La traccia qui è molto incerta, e dobbiamo prestare attenzione a non scendere verso il solco del torrente. Passiamo fra due ali di giovani abeti e vediamo, davanti a noi, il salto che precede la parte alta della valle. Proseguendo nel traverso, approdiamo ad un'ampia conca, dove la traccia si perde su un terremo spesso acquitrinoso. In passato i segnavia puntavano verso nord, in direzione delle roccette che si frappongono fra la conca ed il pendio erboso della media valle. Non si tratta, però, di roccette del tutto sicure, perché in alcuni punti sono esposte e, soprattutto se è piovuto di recente, sono percorse da rigagnoli d'acqua che le rendono scivolose e quindi infide (soprattutto per chi scende), senza che vi sia alcuno strumento di assicurazione. Per questo, cancellati i vecchi segnavia, si è scelto di segnalare il percorso dell'antico sentiero delle mucche, un po' più lungo, ma decisamente più sicuro.
Invece di dirigerci verso le roccette, pieghiamo a sinistra, cercando l'esile sentierino che
scende ad un ben visibile guado, il quale ci permette di attraversare il torrente della valle, chiamato “fiöm do qualì da la fò” (operazione che però, se è piovuto di recente, risulta molto problematica, quando non impossibile). Non si tratta, peraltro, di un guado banale: nei mesi di maggio-giugno o dopo forti precipitazioni l'impeto delle acque può renderlo problematico, perché se si scivola si finisce per precipitare in un salto che difficilmente lascia scampo. Teniamolo presente.
Sul lato opposto potremo trovare, seminascosta nella boscaglia, una traccia di sentiero che sale per pochi metri verso sinistra, piegando, poi, a destra per breve tratto. Una nuova svolta a sinistra ci porta in una bella pineta. Qui pieghiamo di nuovo a destra, usciamo ad una modesta radura (masso con ometto), dove il sentiero continua a salire diritto, piegando poi leggermente a sinistra. Il bosco si apre e vediamo, diritto sopra di noi, il punto culminante della parete del Qualido, la formazione del Martello, che però, da qui, appare come una punta di lancia. Passiamo sotto un modesto ricovero ricavato sfruttando un grande masso, una delle cifre più tipiche delle misere condizioni di vita dei pastori in passato, piegando, quindi, a destra e portandoci a riattraverasare (in un punto, però, decisamente più tranquillo) il torrente Qualido, da ovest ad est. Dopo un breve tratto in piano, troviamo un masso con segnavia: qui la traccia, molto debole, comincia a risalire, in diagonale, il versante erboso, con radi pini, avvicinandosi al grande sperone granitico che divide il ramo occidentale della valle (quello che stiamo sfruttando nella salita) da quello orientale. Giunti presso le sue pareti, la traccia comincia una serie di tornantini, allontanandosene, finché, poco più in alto, con un ultimo traverso verso destra si porta proprio alla sella erbosa posta sul limite dello sperone.
Siamo ad una quota di poco inferiore ai 2000 metri, alla radura che costituisce il punto di congiunzione dei due rami della valle. Come già detto, la val Qualido, infatti, ha una conformazione che assomiglia ad una Y rovesciata: noi abbiamo risalito il ramo di sinistra (ovest), chiamato "val do qualì da la fò" , che qui si congiunge con quello di destra (est), chiamato "val do qualì da la inch". I due rami sono separati da un caratteristico sperone roccioso (cavalèt), che poi precipita sul fondovalle con la formazione rocciosa denominata "La mongolfiera", allargandosi, più in basso, nelle enormi placche del Brachiosauro, dell'Ittiosauro, del Brontosauro, dello Sperone degli Gnomi, del Tempio dell'Eden e del Sarcofago, tutti nomi ben noti agli amanti dell'arrampicata in aderenza. A destra del cavalèt una finestra apre un interessante scorcio che ci mostra l'intera testata della Val Gerola. Alla sua sinistra, invece, si vede, in primo piano, la massiccia costiera Remoluzza-Arcanzo.
Guardando
verso il ramo opposto della Val Qualido, cioè ad est, scorgiamo i resti della baita dell'alpe Qualido (el baitùn, al munt dò qualì, appena ad ovest del lavàz), quotata 2031 metri, ed una fascia di grandi massi sfruttati, con muretti a secco, per ricavare ricoveri per i pastori. La baita e l'alpe sono posti ai piedi di un corpo franoso, ai piedi della grande parete liscia che caratterizza la valle. Quel che non vediamo è un grande ricovero per le bestie (baitone) ricavato sotto un enorme roccione, la cosiddetta stalla ovale del Qualido. Non possiamo mancare di visitarla, anzi, di scovarla.
Mentre i segnavia proseguono risalendo il filo del dosso erboso a monte del cavalèt, noi prendiamo a destra, puntando all'alpe e seguendo una traccia di sentiero. Attraversato facilmente il ramo orientale del torrente Qualido, vediamo davanti a noi la baita, sul cui ingresso è posto una sorta di terrazzo che guarda a valle.
Senza procedere verso la baita, però, dobbiamo piegare a sinistra, salendo in diagonale, sempre sulla traccia di sentiero, in direzione di un enorme masso che emerge appena dai magri pascoli e dà poco nell'occhio, perché la sua sommità è interamente colonizzata da erba e massi. Dietro questo masso, quasi sulla sua verticale, vediamo, nella parte bassa dell'enorme placca liscia che delimita la valle, una incisione che assomiglia ad una porta socchiusa.
Raggiunto il masso, scopriamo, con grande sorpresa, che non è piantato a terra, ma ha un'apertura, sotto la quale è stata ricavala la stalla ovale del Qualido. Si tratta di un grande vano (con una parete parzialmente franata) nel quale venivano ospitate 50 mucche.
Il ricovero, uno dei più straordinari esempi di ingegneria alpina, è chiamato "camarùn", cioè "grande ricovero" ("càmer" significa, appunto, ricovero ricavato da un masso), ed anche "ovale del Qualido". E' stato costruito agli inizi del secolo scorso scavando il terrenosottostante ad un enorme masso. Lo sbancamento di 600 metri di terra e di massi ha fatto spazio ad un vano (salone ovale) lungo 20 metri, largo 7 e con altezza massima di 4 metri. L'opera è stata completata con la pavimentatura, un canale di scolo dei liquami ed una mangiatoia in larice con 50 fori per legare altrettante mucche, mentre i vitelli rimanevano liberi nella parte centrale del ricovero. Artefici della monumentale realizzazione sono stati i membri della famiglia mellese dei Della Mina (soprannominati "scüma" - "scöma" nel dialetto della Val masino -), che già possedevano la cà dò scöma, baita con stalla, fienile e vani di abitazione, che si incontra, appena al di là del torrente di Val di Mello, addentrandosi nella valle dopo il parcheggio del Gatto Rosso. La scelta di non procedere alla costruzione più classica e meno faticosa di un baitone è dettata dalla natura dei luoghi: l'alpe Qualido è esposta agli effetti rovinosi delle slavine, che avrebbero periodicamente danneggiato un siffatto edificio. Il ricovero dimostra che questo alpeggio, nonostante la difficoltà dell'accesso, non era fra i meno importanti della valle: di proprietà dei Della Mina di Mello, in passato caricava 60 capi di bestiame. Stupisce la tenacia di questi valligiani, che caricarono una valle considerata da tutti inaccessibile. Tenacia da melàt: non per niente la Val di Mello prende da loro il nome.
Torniamo a noi: sono trascorse circa due ore e mezza-tre dalla partenza, ed abbiamo superato un dislivello di poco più di mille metri. L'escursione potrebbe terminare qui, con una lunga sosta dedicata ad ammirare la bellezza del panorama: verso sud le cime della costiera Remoluzza-Arcanzo, fra la Val di Mello e le valli di Sasso Bisòlo (sas besö) e Preda Rossa (préda rósa); verso nord il solco quasi materno e protettivo della valle, che termina con la congiunzione delle due costiere che la separano dalle valli limitrofe, la costiera Ferro-Qualido, ad ovest, e la costiera Qualido-Zocca ad est (il punto di congiunzione è il colle Masino, poco ad est rispetto al defilato pizzo del Ferro orientale, m. 3199); verso nord-est la costiera che la separa dalla Valle di Zocca (val da zòca), caratterizzata dall'ampia ed inconfondibile placca liscia; verso nord-ovest, infine, la costiera che la separa dalla valle del Ferro (val do fèr), sulla quale emerge il torrione Qualido (m. 2647), a nord del quale è posto il passo omonimo.
Se però abbiamo ancora tempo ed energie a disposizione, proseguiamo nella risalita della valle.
Per tornare dalla stalla al percorso segnato dai segnavia, dobbiamo riprendere
la salita verso sinistra (per chi guarda all'ingresso nella stalla medesima), in diagonale. All'inizio ci accompagna la traccia di sentiero, che poi si perde. Senza eccessivi problemi, però, proseguiamo tagliando in diagonale il versante, fino ad un ponticello in pietra che ci permette di riattraversare, da destra a sinistra, il ramo orientale del torrente Qualido, portandoci, infine, sul filo del largo dosso erboso centrale, sul quale ritroviamo i segnavia. Siamo più alti rispetto ad un rudere di baita che occupa una piazzola. I segnavia si fanno più radi, ma non possiamo sbagliare: basta procedere tendendo sempre leggermente a destra e seguendo il filo di qualche facile dosso (èl rivùn).
Passiamo a
nche per due curiosissime costruzioni che sono una sorta di via di mezzo fra grandi ometti e minuscoli caselli. Ci portiamo, così, a ridosso della grande fascia di materiale franoso che ci introduce all'alta valle. La nostra meta è il passso dell'Averta, che non è costituito dal marcato intaglio che vediamo un po' a destra della nostra verticale, da da un più stretto intaglio che si rende visibile solo più avanti. Possiamo evitare la faticosa traversata dei massi proseguendo in diagonale sulla stretta lingua di erba, fino al punto nel quale, ad una quota di poco inferiore ai 2500 metri, intercettiamo il sentiero Roma, in corrispondenza di un cartello che segnala, nella direzione dalla quale saliamo, la Val Qualido.
Prendendo a destra, siamo quasi subito al
piede del canalino che adduce al passo dell'Averta (pàs de la vèrta, dal dialettale "avert", cioè aperto, m. 2540), dapprima nascosto ai nostri occhi, poi via via sempre più visibile come stretto intaglio nella roccia in alto, sinistra. La salita al passo non è difficile, anche se dobbiamo prestare attenzione dapprima ai sassi mobili del canalino, poi all'ultimo tratto nel quale, per superare un blocco di roccia, dobbiamo effettuare un qualche passo che richiede cautela, assistiti dalla corda fissa ed agevolati da due staffe.
Il passo è uno stretto intaglio nella roccia, oltre il quale si apre uno scenario che non si dimentica: l'imponente e corrugata punta di Zocca (m. 3174) sembra lì, a portata di mano, mentre più ad oriente sfilano, in una prospettiva maestosa, le più importanti cime del gruppo, dalla Cima di Castello (castèl) alla punta Rasica (rèsga), dai pizzi Torrone al Monte Disgrazia (desgràzia). Questo spettacolo vale, da solo, abbondantemente, le cinque ore circa necessarie per salire al passo.

A questo punto possiamo scegliere di tornare per la medesima via di salita, ma vale la pena di allungare di 2/3 ore l'escursione scendendo in Valle di Zocca al rifugio Allievi, e di qui in Val di Mello. La discesa segue il percorso del Sentiero Roma: ad un primo tratto esposto ma tranquillo verso sinistra segue la discesa in un canalino ripido, dove le corde fisse ci aiutando a sfruttare le scalinature del suo bordo di destra. Un'ultima cengia esposta (di nuovo corde fisse), con breve traverso a sinistra, ci porta a toccare il circo dell'alta valle. Segue una traversata fra grandi blocchi ed una repentina discesa che ci porta ad un aereo sperone (nuovo tratto esposto, nuove corde fisse), che scende dalla cima di Zocca. Il sentiero lo aggira, volgendo a sinistra e continuando a perdere quota. Alla fine, pur essendo partiti da una quota considerevolmente più alta rispetto al rifugio Allievi, dobbiamo risalire di circa 150 metri per raggiungerlo. La lunga discesa della Val di Zocca, su buon sentiero segnalato, comincia da qui e si conclude in Val di Mello, dove ritroviamo il sentiero che la percorre. Prendendo a destra, ci riportiamo al parcheggio, dove abbiamo lasciato l'automobile. Questo bell'anello richiede circa 8/9 ore di cammino e comporta il ragguardevole dislivello di 1620 metri.
La salita in Val Qualido consente però un secondo anello, anch'esso di grande interesse, quello che prevede la traversata in Valle del Ferro. In questo caso, una volta intercettato il Sentiero Roma, lo seguiamo verso sinistra, attraversando l'alto circo della Val Qualido da est ad ovest, fino al passo Qualido (m. 2647). Il sentiero Roma lo raggiunge sfruttando una cengia che scende, con trato esposto, in un vallone, per poi risalire (code fisse). La discesa in Valle del Ferro è, invece, del tutto tranquilla e sfutta un breve canalone. Segue la lunga traversata della valle, fino alla sua sezione mediana, dove ci troviamo poche decine di metri sopra il bivacco Molteni Valsecchi (non lo vediamo, ma un cartello lo segnala). Scesi al bivacco, cominciamo l'altrettanto lunga discesa, seguendo i segnavia (non c'è traccia di sentiero, ma procediamo su facili balze erbose). La discesa ci porta alla casera del Ferro: qui il sentiero piega a sinistra (attenzione a non scendere troppo, perdendo questa deviazione) e ci porta ad attraversare diversi rami del torrente. Poi non possiamo èpiù sbagliare: il sentiero si fa marcato, scavalca sulla sinistra il grande gradino glaciale, prende a destra, riattraversa da sinistra a destra il torrente della valle e, con ultimo tratto nel bosco, ci porta al fondovalle, in prossimità del parcheggio. Questo secondo anello richiede circa 7/8 ore di cammino e comporta il ragguardevole dislivello di 1580 metri.

 

 

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