Bassa Val Bodengo

La Val Bodengo (val budénch) è fra le meno conosciute, in rapporto alla sua ampiezza ed importanza, della provincia di Sondrio. Solo di recente ha assunto un certa notorietà, per il suo fascino aspro ed un po’ scontroso, la sua bellezza selvaggia ed appartata. Si raccomanda agli amanti di una natura che fa pochi complimenti, e lascia un retrogusto un po’ amaro, come quelle bevande che un tempo si somministravano per rafforzare le persone con qualche problema di salute. L’illustre storico Fortunato Sprecher, infatti, citandola con la denominazione di “Vallis de Bodegno” (1633) la definisce “montes de summa ruina”, a sottolinearne gli scoscendimenti e le slavine, legate anche all'eccezionale media di precipitazioni annue (3000 mm circa), dovuta alla presenza delle correnti umide che salgono dal lago di Como. È la prima tributaria importante, da sud-ovest, della bassa valle del Mera, che si sviluppa per una decina di chilometri dallo spartiacque che divide la Mesolcina dalla Valchiavenna fino a Gordona. Sfocia, infatti, all'altezza di Gordona (gurdùna) con una stretta gola dalla quale cadono le bianche acque del torrente Boggia (bögia), in una cascata suggestiva ed in passato assai nota per il suo fascino pittoresco e quindi attrazione turistica allo stesso livello delle cascate dell’Acquafraggia allo sbocco della Val Bregaglia (il 16 settembre del 1816 furono visitate, per esempio, dal vicerè Ranieri, futuro santo e fratello dell’imperatore d’Austria Francesco I).
Nel volume “Terra di Gordona”, curato da Guido Scaramellini ed edito dal Comune di Gordona, troviamo questo inquadramento toponomastico e storico della valle: “Il nome di Bodengo compare, almeno stando ai documenti conosciuti, a metà del Quattrocento insieme alla chiesetta. Quanto alla sua etimologia, chi lo fece derivare dalla voceceltica Bod o da base mediterranea bheudh­e suffisso ligure -inko (fondo) o -in (senza), cioè fiume o valle senza fondo, profonda; chi da un nome personale germanico Boda con ilsuffisso -ing; chi dal tedesco Boden, cioè suolo, terra; chi infine dalla divinità alpina Budenicus. Altri non ritengono nemmeno fortuito l'incontro con il nome ligure del Po, che era Bodincus. In proposito Ottavio Lurati miscrive: "Non si deve mai (errore frequente espesso fuorviante) studiare un nome di luogo da solo, isolato, ma vedere, con estensione geografica, quali paralleli sussistono. Allora si avvertono spazi ampi. È quanto vale pure per Bodengo, per il quale si deve pensare al tema bod, che veniva usato dalla gente di Lombardia, Piemonte, Trentino ecc. a indicare una parete che frana, che smotta e anche un avvallamento (che l'uomo sfruttava per far scorrere a valle i tronchi). Quanto a -engo, -ingo, esso è stato applicato anche a voci non germaniche, come in casalingo (che sta in casa), ramengo, ramingo (uccello che vola sul ramo, che va di ramo in ramo). Certo è che la val Bodengo fu l'alpeggio per eccellenza dei Gordonesi, lunga una decina di chilometri, con diramazioni - a sud - della val Garzelli lunga quasi 5 chilometri e, sul versante opposto, della val Pilotera con gli alpeggi di Valle di sotto e di sopra, Lavorerio e Piodella; infine, all'altezza di Bodengo, esce la val Soée lunga circa 4 chilometri. Verso la metà del XV secolo, con il popolarsi delle terre alte, la valle cominciò ad essere abitata, non tutto l'anno come altri alpeggi, ma per metà di esso. Pur essendo nel Comune di Gordona, molti alpeggi erano proprietà di gente di Domaso e di Peglio… Una relazione, inviata nel 1813 dal medico Camillo Pestalozzi a Melchiorre Gioia, evidenzia che a Bodengo, "lungi dal miasma delle acque stagnanti" e dalle paludi del piano, la gente viveva più a lungo rispetto a Gordona, e aggiunge che "due robuste donne di Bodengo [...] furono prolifiche al di là de' cinquant'anni, quando normalmente la donna era sterile a 30 e l'uomo a 35. Inoltre – prosegue – a Bodengo, come a Paiedo, raggiungere i 60 anni d'età "non è miracoloso siccome al piano, e sono parecchi gli uomini che sostengono colla più ridente salute la decrepita età di settanta e più anni".
Dopo l'abbandono delle terre alte, nel 1968 è stato costituito il Consorzio Val Bodengo per costruire la strada Gordona-Bodengo, migliorare pascoli, maggenghi, prati e boschi, ammodernare le strutture agricole, costruire strade e acquedotti nei nuclei rurali. Negli ultimi decenni sono state realizzate molte opere di urbanizzazione in montagna: strade, acquedotti, sentieri.”
Quando l’autunno inoltrato ha spento le vampe dell’estate ed acceso i colori più vividi dei boschi, una salita a piedi fino al centro più importante di questa valle, Bodengo, è esperienza della mente e del cuore, prima che esercizio di salutistica camminata. Vediamo come si può fare.

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DA GORDONA A BODENGO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Gordona-Donadivo-Bedolina-Bodengo
2 h e 20 min.
920
E
SINTESI. Lasciamo la ss 36 dello Spluga prima di Chiavenna, alla rotonda con svincolo segnalato per Gordona (sinistra). Giunti all'ingresso di Gordona passiamo a destra della chiesa di San Martino, superando le scuole elementari. La strada piega a sinistra; salendo, vediamo alla nostra destra la Latteria Sociale. Poi la strada volge a destra ed imbocchiamo via degli Emigranti.  Proseguendo diritti ci troviamo, poi, in via Cimavilla.  Passiamo, quindi, a destra di una cappelletta e lasciamo via Cimavilla alla nostra destra; proseguendo sulla via principale, ci dirigiamo al parcheggio che precede l’inizio della strada chiusa al traffico dei veicoli non autorizzati. Parcheggiamo qui e proseguiamo su questa strada per un buon tratto, prestando attenzione al margine del bosco alla nostra destra: vedremo così la partenza della mulattiera del benefattore (strèda de scèrman), che effettua un traverso nel bosco, passando anche a sinistra di una cappelletta, prima di intercettare di nuovo la strada asfaltata che, dopo un tornante dx, sale ora da sinistra a destra. Sul lato opposto della strada la mulattiera riprende, salendo in senso opposto rispetto a questa. Il fondo della mulattiera è davvero ben curato, con scalinatura regolare. Qualche segnavia rosso-bianco-rosso e bianco-rosso accompagna la salita. Dopo una prima coppia di tornanti dx-sx, segue un lungo traverso. La pendenza è abbastanza impegnativa e la mulattiera è a tratti sostenuta da un elegante muro a secco. Dopo una semicurva a destra, siamo ad una piazzola con un paio di sedili in pietra. Segue un tornante dx, e quasi subito uno sx, che ci introduce ad un nuovo traverso, nel quale passiamo sotto un roccione strapiombante. Segue una sequenza dx-sx, dove la mulattiera è quasi costruita sulla viva roccia, con alti muri di contenimento a secco. Dopo una nuova sequenza dx-sx, siamo alla radura che ospita il Tempetto degli Alpini, costruito dal Gruppo di Gordona  nel 1996, in località Donadivo (m. 737). Un paio di brevissimi tornantini ci riportano alla strada asfaltata, che seguiamo verso sinistra, superando una semicurva a destra ed una cappelletta e raggiungendo uno slargo sulla sinistra della strada, dove troviamo un cartello che segnala la mulattiera per Bodengo: lasciamo, quindi, la strada asfaltata ed imbocchiamo quest’ultima, scendendo a sinistra. Dopo una doppia sequenza di tornanti dx-sx, nei quali la mulattiera è protetta anche da corrimano metallici, ci troviamo di fronte il ponte in pietra a tre arcate sul torrente Boggia, sul quale ci portiamo sul lato opposto della valle. Ricominciamo qui a salire sulla mulattiera che, protetta in alcuni punti da corrimano metallici, inanella, sul versante meridionale della valle, una serie serrata di tornantini. Dopo il settimo tornante dx passiamo accanto ad una cappelletta. Dopo l’ottavo tornante dx, ci infiliamo in un ombroso corridoio nel cuore del bosco. Dopo 4 serie di tornanti dx-sx siamo alle prime case di Bedolina (m. 946). Sul lato opposto ci immettiamo sulla strada asfaltata e scendiamo seguendola; dopo un paio di tornanti, ci porta ad un ponte sul torrente Boggia, superato il quale ci ricongiungiamo alla strada asfaltata di Val Bodengo, in località Pra Pincée (m. 947). Lasciamo anche questo nucleo alle nostre spalle, salendo verso Bodengo. Alla nostra destra vediamo, in successione, due cappellette; dopo un km siamo a Bodengo (m. 1030).

Portiamoci a Gordona e parcheggiamo l’automobile nei pressi della chiesa parrocchiale di S. Martino (gésa de gurdùna, m. 283). Cominciamo, quindi, a salire passando alla sua destra e superando le scuole elementari. La strada piega a sinistra; salendo, vediamo alla nostra destra la Latteria Sociale. Poi la strada volge a destra ed imbocchiamo via degli Emigranti.  Proseguendo diritti ci troviamo, poi, in via Cimavilla.  Passiamo, quindi, a destra di una cappelletta e lasciamo via Cimavilla alla nostra destra; proseguendo sulla via principale, ci dirigiamo al parcheggio che precede l’inizio della strada chiusa al traffico dei veicoli non autorizzati. Ricordiamo, per chi volesse salire a Bodengo in automobile, che è possibile acquistare il permesso di transito, giornaliero o stagionale. La strada della Val Bodengo, infatti, è gestita da un consorzio e, per questo motivo, è necessario munirsi di un apposito permesso di transito, acquistabile in diversi punti vendita di Gordona quali il ristorante "Al Crot" (via ponte, 64 tel. 0343-42463), il bar "La Fuss" (via Roma, 8 - tel. 0343-42303) o presso il supermercato "Comprabene" (via ponte, 1 - tel. 0343-42325).


Gordona

Proseguiamo su questa strada per un buon tratto, prestando attenzione al margine del bosco alla nostra destra: vedremo così la partenza della mulattiera del benefattore (strèda de scèrman). Il suo nome rimanda ad una delle figure più amate a Gordona.
La lunga mulattiera che da Gordona sale all'alpe Cermine è fra le più belle in Valchiavenna. Si tratta della cosiddetta mulattiera del benefattore (la denominazione locale è "strèda de scèrman", cioè strada di Cermine), uno splendido manufatto, realizzato a regola d'arte, che si sviluppa da Gordona a Cermine per circa 4 km e 1000 metri di dislivello. Prima degli anni settanta del Novecento, quando venne realizzata l'attuale carrozzabile che da Gordona raggiunge Bodengo, essa rappresentava la via principale di accesso agli alpeggi sopra Gordona ed alla Val Bodengo stessa. Fu finanziata dal benefattore Giovan Battista Mazzina ("Pin Mazzina") e realizzata, grazie al lavoro di molti Gordonesi, nel 1928-29. Il Mazzina, nato nel 1884, dopo un'infanzia da pastore sugli alpeggi sopra Gordona cercò e trovò fortuna nel settore alberghiero in Sud America, in particolare a Buenos Aires, dove lavorarono diversi gordonesi.

La Mulattiera del Benefattore (tratto Gordona-Donadivo)

Molteplici le sue iniziative benefiche, a Gordona, Mese e Chiavenna. In particolare restaurò anche la cappella dedicata alla Madonna del Rosario lungo la mulattiera, oltre al Monumento ai Caduti, al Municipio ed all'Acquedotto di Gordona. A lui sono state intitolate la scuola primaria e la scuola media di Gordona, dove morì il 19 maggio 1931. Percorrere interamente questa mulattiera è un'esperienza faticosa ma suggestiva. Si può toccare... con piede la sapiente gestione delle pietre e dei dislivelli che agevola per quanto possibile la fatica della salita.
La mulattiera effettua un traverso nel bosco, passando anche a sinistra di una cappelletta, prima di intercettare di nuovo la strada asfaltata che, dopo un tornante dx, sale ora da sinistra a destra.  Sul lato opposto della strada la mulattiera riprende, salendo in senso opposto rispetto a questa. Il fondo della mulattiera è davvero ben curato, con scalinatura regolare. Qualche segnavia rosso-bianco-rosso e bianco-rosso accompagna la salita. Dopo una prima coppia di tornanti dx-sx, segue un lungo traverso. La pendenza è abbastanza impegnativa e la mulattiera è a tratti sostenuta da un elegante muro a secco. Dopo una semicurva a destra, siamo ad una piazzola con un paio di sedili in pietra che invitano alla sosta, una croce in ferro ed un’edicola in pietra con due quadretti nei quali vengono riprodotti la Sìndone ed il volto di Maria. Segue un tornante dx, e quasi subito uno sx, che ci introduce ad un nuovo traverso, nel quale passiamo sotto un roccione strapiombante, scuro, corrucciato. Nuova sequenza dx-sx: qui la mulattiera è quasi costruita sulla viva roccia, con alti muri di contenimento a secco che lasciano stupiti per la maestria del lavoro e testimoniano dell’importanza di questa antiche vie, che non erano solo strumenti per il passaggio di uomini e bestie, ma ricettacolo di storie, pensieri, ansie, fatiche. Le pietre hanno tutto raccolto e tutto serbano per sé, in un’apparente immobilità che è forse sobrio ritegno, più che morte. Dopo una nuova sequenza dx-sx, la vegetazione si dirada offrendoci ampi scorci panoramici, sull’abitato di Gordona. Ben presto siamo alla radura che ospita il Tempetto degli Alpini, costruito dal Gruppo di Gordona  nel 1996. Siamo alla località Donadivo (dunadìv o dunadìf, m. 737). Un tavolino con due panche in sasso offre una nuova occasione di riposo; ottimo è il panorama su Gordona e la piana della bassa Valchiavenna. Suggestivo, in particolare, il colpo d’occhio sull’imponente pizzo di Prata, il “pizzùn” o “pizzàsc”, che si eleva da poderosi contrafforti ad est. Un paio di brevissimi tornantini ci riportano alla strada asfaltata, nei pressi di una fontana in legno e di una cartina del Comune di Gordona. La mulattiera del benefattore riprende sul lato opposto, alla volta dell’alpe Orlo, per poi terminare all'alpe Cermine.
Noi, però, dobbiamo lasciarla e prendere a sinistra, seguendo la strada asfaltata per Bodengo, costruita nel 1987 dopo le tristemente note vicende alluvionali che interessarono anche questa valle. Nel primo tratto, pianeggiante, passiamo a monte di un rudere di baita ormai divorato dalla vegetazione. Dopo una semicurva a destra, cominciamo a vedere un primo scorcio della valle, notando, sul versante opposto, cioè alla nostra sinistra, l’abitato di Bedolina; raggiungiamo, quindi, una cappelletta dedicata alla B. V. Maria, posta a sinistra della strada: si tratta della capèla dal cost, in località scìma còsta (m. 757), che segna l’ingresso in Val Bodengo. Appena sotto la cappelletta, sempre sul lato sinistro, vediamo un sentiero che sale fin qui dal fondovalle. Noi proseguiamo sulla strada asfaltata, in leggera salita, superando un cartello che sancisce il divieto di transito in condizioni meteorologiche avverse: in effetti in questo tratto la strada è scavata negli scuri e scontrosi roccioni della valle, e sopra la nostra testa, a destra, vediamo salti impressionanti, dai quali, in caso di piogge violente, rischia di scaricarsi materiale alluvionale. Poco oltre uno slargo sulla nostra sinistra, troviamo un cartello che segnala, sempre alla nostra sinistra, la mulattiera per Bodengo: lasciamo, quindi, la strada asfaltata ed imbocchiamo quest’ultima, che però non sale, ma scende verso gli oscuri recessi del torrente Boggia, che nei millenni ha inciso profondamente il solco di questa valle, piegando al suo volere anche la roccia dura e ribelle. Nella loro lotta contro di essa, le acque del torrente hanno avuto dalla loro parte la risorsa dell’abbondanza: la piovosità media di questa valle è fra le più alte della provincia, perché qui sale e si condensa l’aria umida del lago di Como, alimentando abbondanti precipitazioni.
Dopo una doppia sequenza di tornanti dx-sx, nei quali la mulattiera è protetta anche da corrimano metallici, ci troviamo di fronte lo splendido ponte in pietra a tre arcate sul torrente Boggia (pónt de la vàl), mentre alita su di noi il freddo respiro della valle. Il ponte, orgoglioso di essere stato l'unico a resistere alla furia degli elementi nell'estate del 1983, scavalca le concave marmitte che le acque del torrente hanno scavato nella loro circolare corsa verso il basso. Le gole della bassa Val Bodengo sono famose fra i cultori di canyoning, che vi trovano un ambiente ideale per discese da brivido. I cultori della camminata non potranno forse capire mai come si possa sfidare la furia delle acque lasciando la solida ed atavica alleanza dell’uomo con la madre terra. Sul lato opposto del ponte, un cancelletto segna anche una sorta di passaggio rituale: oltrepassata la sua soglia, siamo alla parte più arcana e magica della valle, come testimonia un fiorire di leggende che suona anche come monito sulle insidie che i poteri arcani ed oscuri tendono ai viandanti che salgono a Bedolina. Come per rassicurarci che altri sono oggi i tempi, altre le forze della ragione, altro il potere dei lumi, rispetto ad un passato soggiogato dal potere della suggestione e della paura, guardiamo, da questo antico ponte, in alto, ad un altro ponte, ben diverso, costruito su poderosi pilastri in cemento. È il nuovo ponte che scavalca la Val Pilotera nel punto di confluenza con la Val Bodengo, il ponte della nuova strada successiva al 1987. I due ponti sembrano guardarsi, non lontani nello spazio, lontanissimi invece nello spirito del tempo.
Li lasciamo al loro muto confronto, per cominciare di nuovo a salire sulla mulattiera che, protetta in alcuni punti da corrimano metallici, inanella, sul versante meridionale della valle, una serie serrata di tornantini. Dopo il settimo tornante dx passiamo accanto ad una cappelletta, dalla quale, guardando al versante opposto della valle, immerso nella luce, vediamo che la nuova strada è letteralmente scavata nella roccia del versante che poi scende al precipizio denominato “paradìs di can” (perché neppure i cani, precipitando, potevano trovare scampo). Dopo l’ottavo tornante dx, ci infiliamo in un ombroso corridoio nel cuore del bosco. È, forse, questo il luogo più inquietante: le streghe di cui parlano diverse leggende legate alla modesta valle che stiamo attraversando (val Scaravella, scaravèla) sembrano lì lì per materializzarsi, con la loro insidiosa malìa. Invece niente. Nessun fruscio repentino, nessun balenare di occhiacci scuri e torvi, nessun ghigno sardonico. L’inquietudine, comunque, ci accompagna ancora per quattro tornanti dx, finché eccoci fuori dal bosco, alle prime case di Bedolina (bedulìna, m. 946), il paese delle betulle (così vuole il suo nome), uno dei più singolari e fascinosi maggenghi alpini. Oggi la carozzabile che lo raggiunge da Bodengo molto contribuisce a far sbiadire questo fascino, ma fra le antiche baite ancora si ascoltano sommessi echi antichi. Camminiamo da un paio d’ore ed abbiamo superato un dislivello di circa 800 metri. Attraversato il paese, saliamo alla graziosa chiesetta dedicata alla Madonna Incoronata e a San Gioacchino, suo padre (gésa de bedulìna). Leggiamo, di nuovo, dall’op. cit. di Guido Scaramellini: ““La località è nominata nei documenti del XV secolo e appartenne alla pieve dì Samòlaco fino al 1541 quando furono mutati i confini. Oggi la data più antica incisa su un architrave è il 1676. Originariamente era un maggengo intermedio, dove ci si fermava con il bestiame in primavera, prima di raggiungere, dopo il primo fieno, gli alpeggi più in alto. Di nuovo vi si sostava con il bestiame al ritorno, in settembre.
La prima pietra della chiesetta, dedicata alla Madonna incoronata e a san Gioacchino sottoil titolo della Madonna della consolazione, fu posta il 2 agosto 1762. La benedizione seguì il 19 agosto 1764, come è inciso sull'architrave della porta in facciata. In quell'occasione la popolazione si impegnò, com'era richiesto in simili situazioni, a farvi celebrare dodici Messe all'anno.
Alla costruzione parteciparono anche gli alpigiani di Garzelli, Brüsada, Pra Pincée e Barzena. Due tele rappresentanti santa Maria Maddalena e san Francesco Saverio furono dona e nel 1765 dai benefattori di Napoli, cosìcome l'anno seguente l'ancona dell'altare con la Madonna incoronata e i santi Gioacchinoe Donato. L'unica campana sull'arco sopra il tetto venne fusa presso la collegiata di Chiavenna il 22 maggio 1767 da Domenico Morella di Bergamo.”
Sulla facciata della chiesetta una targa ricorda i caduti delle società Edison e Salci nella costruzione, fra il 1940 ed il 1951, della galleria Garzelli-Bodengo-Mese, che serve la centrale di Mese. Impressiona il numero. Sono riportati i nomi di Barola Costantino, di Chiavenna, Capelli Bruno Edoardo, di Gordona, Carli Guglielmo, di Edolo, Cavenoni Attilio, di Samolaco, Chierici Massimo, di Samolaco, Comensoli Ottorino, di Edolo, Dell'Anna Giuseppe, di Gordona, Ferrari Delfina, di Gordona, Fontana Cristoforo Battista, di Mese, Fontana Felice, di Mese, Fontana Lino, di Prata Camportaccio, Geronimi Guglielmo, di San Giacomo Filippo, Gheza Bortolo, di Fusine, Ghezzi Alberto, di Mese, Giopvanettoni Alberto, di Chiavenna, Greppi Luigi, di Chiavenna, Gusmeroli Renato, di Delebio, Mazzina Andrea, di Prata Camportaccio, Pedrini Ernesto, di Villa di Chiavenna, Ravioli Enrico, di Chiavenna, Rotamartire Abele, di Grumello Monte, Scandolera Vittorio, di Mese, Trapletti Isidoro, di Mese.
A malincuore lasciamo questo angolo che lotta ancora per non farsi inghiottire dai gorghi dei tempi nuovi, scendendo lungo la strada asfaltata che, dopo un paio di tornanti, porta ad un ponte sul torrente Boggia (pónt nööv de bedulìna), superato il quale ci ricongiungiamo alla strada asfaltata di Val Bodengo, in località Pra Pincée (m. 947). Lasciamo anche questo nucleo alle nostre spalle, salendo verso Bodengo: alla nostra sinistra vediamo il solco della Val Garzelli, tributaria meridionale della Val Bodengo, alla cui cima si intravvedono gli affilati profili del pizzo Ledù e della punta Anna Maria. Alla nostra destra vediamo, in successione, due cappellette; manca ormai solo un km a Bodengo.
Ecco, infine, il caratteristico campanile della chiesa di San Bernardo: ci siamo. Un cartello annuncia “Bodengo m. 1030”. Camminiamo da poco più di due ore e mezza ed abbiamo superato un dislivello approssimativo in altezza di 920 metri. Alla nostra sinistra, al di là del torrente, una curiosa successione di piccoli crotti. A destra lisci roccioni che scendono sul fondovalle, non più così incombenti come nella parte più bassa della valle, ma sempre distanti, alteri, come a dire che solo a suo rischio l’uomo viene in quei luoghi che non per lui vennero scavati da acqua e vento. Il sole li carezza, senza però riuscire a strappare neppure un accenno di sorriso. Uno sguardo alle nostre spalle, infine, per ammirare la curiosa prospettiva del moto opposto della valle, che precipita lasciando una stretta finestra sull’orizzonte orientale, e del pizzo di Prata, che da quella finestra sale, svelto, a prendere possesso della sua porzione di cielo.
Bodengo (budénch). Centro in passato vivo, baricentro, anzi, di quell’economia che aveva nello sfruttamento degli alpeggi la sua forza. Ecco, di nuovo, lo Scaramellini:
Si vuole che la chiesa di Bodengo sia stata costruita intorno al 1450 a spese di mastro Antonio Basso sopra la tumulazione in una fossa comune di varie persone morte di peste. La data va un poco posticipata se ci si riferisce alla peste documentata tra il 1467 e il '68, che provocò morti anche a Chiavenna e che nel Bormiese mieté 1600 vittime.
Essendo aumentato "il numero de quelli che abitano et vano particolarmente nel tempo de l'estate in Bodengo et nelle alpi ivi circonvicini”, come si legge nell'atto del notaio Paolo Peverelli, nel 1604 la chiesa, dedicata a san Bernardo e a san Giovanni Battista, fu ricostruita più ampia sullo stesso luogo e benedetta il 20 agosto 1606, festa patronale, dall'arciprete di Chiavenna Giovan Pietro Parravicini.
Nel 1628 aveva il presbiterio a volta, con un dipinto della Madonna, san Bernardo e altri santi. La pala attuale settecentesca rappresenta la Madonna con il bambino e i santi Bernardo e Giovanni Battista. In un arco sopra il tetto suonava una campana. Quattro anni dopo veniva costruito il cimitero.
Sin dall'origine la gente del luogo si era assunto l'impegno di mantenere un cappellano dalla domenica successiva alla Pasqua fino alla festa dell'esaltazione della Croce il 14 settembre con 10 lire parpagliole per ogni giorno feriale e il doppio nelle feste, oltre a 192 parpagliole annuali, più la legna e il trasporto di mobili e vettovaglie. Una cappellania perpetua fu fondata il 9 febbraio 1628. Ancora nel 1648 il prete vi celebrava da maggio a settembre, quando c'era maggiore presenza di abitanti. Così risulta pure nel 1688, quando vi stavano 35 famiglie, e il cappellano era tenuto a insegnare ai bambini a leggere, scrivere e far di conto.
Nella seconda metà del '700 l'impegno dimantenere il cappellano fu assunto daí Fratelli benefattori napoletani, che avevano istituitola cassetta di San Bernardo nel 1658 (è documentata fino al 1868). Nel 1765 la prebenda annua per il vicario era di 32 filippi, ma non aveva più diritto alla legna e alle vettovaglie. Egli doveva risiedere a Bodengo finché lassù c'erano almeno quattro o cinque famiglie. Poteva allontanarsi in ottobre, tranne che nelle feste di precetto. Poteva svolgere ogni ufficio, salvo celebrare matrimoni, e doveva far scuola ai bambini in cambio di 8 lire parpagliole al mese versate dalla famiglia di ciascun alunno che voglia imparare a leggere, di 10 da chi voglia anche scrivere.
Quindi – come si è detto – a differenza di altri alpeggi della Valchiavenna, permanentemente abitati dal secondo Quattrocento o dal secolo successivo, Bodengo veniva abbandonato durante l'inverno.
La prima notizia di preti in servizio lassù è del 24 agosto 1598, quando salì a celebrare un frate benedettino dell'abbazia di Dona presso Prata, mentre l'elenco dei vicari cominciasolo nel 1680.”
Portiamoci presso la chiesa (gésa de budénch). Anche con occhio distratto, noteremo che qualcosa non funziona nell’allineamento delle sue mura con quello del campanile, alto 30 metri. E lo Scaramellini ci spiega questa sensazione: “Oggi il campanile di Bodengo, con quello di Sant’Abbondio di Piuro, è uno dei due pendenti in Valchiavenna. Era il 19 marzo 1866 quando i tre fabbricieri di lassù segnalarono al Comune che "forse aveva ceduto il fondamento di un cantone" e che la torre pendeva verso la chiesa. Il Comune si disse non tenuto a intervenire e la situazione è rimasta tale fino a oggi.”
Ed è di nuovo il pizzo di Prata, alle spalle del campanile, a voler dire la sua, e sembra dire: che ne sanno gli uomini di verticalità, a fronte dell’antica sapienza ed energia delle montagne più ardite?
Poco lontano dal campanile e dall’attiguo cimitero (segré), il corpo delle baite del centro del paese, a ridosso quasi l’una dell’altra, con quelle pietre che rimandano a durezze antiche oggi difficilmente immaginabili. Viene da domandarsi: che ne sappiamo, noi, oggi, di queste durezze?

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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DA BODENGO AL BIVACCO DEL NOTARO O AL PASSO DELLA CROCETTA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Bodengo-Corte Prima-Corte Seconda-Corte Terza-Bivacco del Notaro-Forcellino del Notaro
3 h e 30 min.
1060
E
Bodengo-Corte Prima-Corte Seconda-Corte Terza-Passo della Crocetta
4 h
1200
EE
SINTESI. Dal parcheggio di Bodengo (m. 1030) seguiamo la pista che si porta alla Corte Terza (m. 1190). Imbocchiamo il ponte alla nostra destra e sul lato opposto il sentiero che segue il torrente Boggia stando alla sua destra e si ricongiunge con la pista sterrata, che ora seguiamo fino al suo termine, passando per la Corte Seconda (m. 1398). La pista, che resta sempre a destra del torrente e nell'ultima parte assume fondo in erba, termina presso un casello dell'acqua a quota 1420 m. Imbocchiamo il sentiero segnalato che si allontana dal torrente, per poi riavvicinarsi al torrente e guadarlo, passando sotto le baite della Corte Prima (m. 1540). Proseguiamo nella salita a sinistra del torrente, verso sud-sud-ovest, fra pietraie e magri pascoli, fino al bivio segnalato da cartelli e da un masso a quota 1815. Se vogliamo salire al bivacco del Notaro prendiamo a destra, aggiriamo a destra un roccione, superiamo un corridoio con elegante scalinatura e, giunti in vista del bivacco (bandiera), non procediamo diritti nella sua direzione, ma scendiamo leggermente e poi risaliamo al bivacco del Notaro (m. 1882). Guardando sopra il rifugio, ad ovest, vediamo l'intaglio del forcellino del Notaro (m. 2095), al quale sale un sentierino segnalato che con qualche svolta lo raggiunge procedendo verso ovest. Se invece vogliamo raggiungere il passo della Crocetta (m. 2201) al bivio procediamo diritti, su sentiero discontinuo ma ben segnalato che sale diretto verso sud e lo raggiunge dopo un ultimo tratto ripido, ma non difficile (a meno della presenza di insidiosi nevai sotto il passo).


Dalla Corte Terza al bivacco del Notaro o al passo della Crocetta

L’incontro con questa singolare e schiva valle può terminare qui. Ma se volessimo scoprirne un volto un po’ più aperto ed alpestre anche se mai sorridente, dovremmo tornarci, questa volta salendo in automobile fino a Bodengo, per proseguire a piedi verso il suo interno, toccando, in successione, i tre suoi più importanti alpeggi, nell’ordine, la corte terza, seconda e prima (parrebbe una numerazione per ordine di importanza, dall’alto; in realtà è un’invenzione arbitraria nata da una errata trascrizione del toponimo curt èrza, che in realtà non significa corte terza, ma corte arsa).


La Corte Terza

L’accesso alla Corte Terza (curt èrza, o semplicemente alp, m. 1190) è servito da una carrozzabile che è prolungamento della strada di Val Bodengo. La percorriamo portandoci subito sul lato sinistro (per chi sale) della valle ed attraversando un fresco bosco di faggi, con qualche rado larice, mentre alla nostra destra si mostra il severo “Precipizio di Strem”, dal quale le acque del torrente dell’omonima valle precipitano in una vertiginosa cascata.


Verso la Corte Seconda

Raggiunte le baite del nucleo, dove si trova anche una cappella, e ci portiamo, presso un ponte, al cartello che dà la Corte Seconda a 35 minuti, il bivacco del Notaro a 2 ore e 10 minuti ed il passo della Crocetta a 2 ore e 50 minuti. Non ci conviene restare sulla pista, che prosegue a sinistra del torrente, ma imboccare il ponte e sul lato opposto seguire il sentiero che procede a destra del torrente, supera un piccolo corso d'acqua spesso in secca e prosegue per un buon tratto fra la vegetazione disordinata. Il sentiero confluisce poi in una pista sterrata (che possiamo seguire dalla Corte Terza, a prezzo però di un guado di un torrente che ci impone di bagnare i piedi) e su questa pista quale procediamo verso l'interno della valle, verso sud-est, restando a destra del torrente Boggia. Attraversato un ripiano con grandi massi, la pista entra nel bosco (m. 1220). Superato un torrentello che scende dal versante destro della valle, proseguiamo in leggera salita. Gradualmente in bosco si apre rivelando la brulla testata terminale della valle, mentre alla nostra destra si impone un enorme masso erratico spaccato in due forse da un fulmine.


Verso la Corte Prima

La pista si inoltra nella valle fra radi larici e macereti e supera il letto di un secondo torrente. Passiamo a destra di un'area di sosta con tavolo, panche e fontana, prima di entrare in una bella pecceta. Superata una radura, rientriamo nel bosco e raggiungiamo un cancello in legno che segna l'ingresso all'alpe mediana della valle. Poco più avanti, infatti, raggiungiamo le baite della Corte Seconda (alp di nudée, m. 1398; la denominazione Corte Seconda è invenzione dei topografi senza riscontro nell’uso locale), a circa un’ora di cammino da Bodengo. Ad accoglierci è una prima baita, costruita sfruttando le pareti di un enorme masso. Qui i cartelli danno il bivacco del Notaro ad un'ora e 50 minuti, il Forcellino del Notaro a 2 ore ed il passo della Crocetta a 2 ore e mezza.
Proseguiamo sulla pista oltrepassando le baite e raggiungendo un ruscello, oltre il quale raggiungiamo un casello dell'acqua, dove la pista, che nell'ultima parte ha fondo in erba, a 1420 metri circa, termina.


Verso il bivacco del Notaro

Imbocchiamo ora il sentiero, segnalato da segnavia bianco-rossi, che, restando sempre a destra del torrente Boggia, sale verso sud, in direzione del fondo della valle, fra pietraie, macereti e magri pascoli. La pendenza si fa più marcata e ci allontaniamo dal solco del torrente. Alla nostra destra il fianco della valle mostra imponenti pareti dalle quali scendono due cascate. Il fondo della Val Bodengo restituisce un certo senso di angustia con una punta di desolazione. La presidiano i profili severi dei pizzi San Pio (m. 2304), a sinistra, e Campanile (m. 2408), a destra, mentre proprio al centro si riconosce facilmente l'intaglio del passo della Crocetta.
Dopo un paio di falsi bivi, il sentiero ci porta ad un prato, che attraversiamo stando sul lato di sinistra. La salita riprende fra pochi alberi e macereti, per poi piegare a sinistra e scendere verso il torrente Boggia. Dopo un tratto in piano ed una breve salita, siamo alla riva del torrente, che guadiamo con attenzione nel punto segnalato dai segnavia.


Tratto scalinato

Bivacco del Notaro

La debole traccia di sentiero sale ancora fra erba, rododendri e pochi larici. Alla nostra sinistra vediamo i magri pascoli della Corte Prima (stabi nööv, m. 1540; la denominazione Corte Prima è invenzione dei topografi senza riscontro nell’uso locale), ma il sentiero non si porta all'alpeggio, bensì prosegue nella salita verso sud. Superati due torrentelli, passiamo accanto a due piccoli ometti (m. 1600) e a due grandi massi erratici che sembrano sostenersi a vicenda (m. 1630). Più avanti una freccia ben visibile ci aiuta a conservare la giusta direzione, anche perché la traccia è discontinua.
A quota 1650 circa la pendenza si accentua ed ai macereti si frappongono le pietraie. La salita prosegue un po' monotona verso sud, con qualche svolta appena accennata e qualche cambio di pendenza, fino al bivio di quota 1815 m. segnalata su un masso. Proseguendo diritti (indicazione "Darengo") saliamo al passo della Crocetta, mentre piegando a destra (indicazione "Notaro") possiamo in un quarto d'ora circa raggiungere il bivacco Notaro. Presso il masso vediamo anche due cartelli, che danno, a destra, il bivacco Notaro a 20 minuti, il forcellino del Notaro a 50 minuti e Cama a 4 ore e 50 minuti. I cartelli segnalano, invece, a sinistra il sentiero che porta al passo della Crocetta in un'ora ed al lago Darengo in un'ora e 40 minuti. La prima meta può apparire più interessante, per cui vediamo come procedere.


Il vecchio baitone del Notaro da cui è stato ricavato il bivacco

Prendiamo a destra e proseguiamo la salita verso ovest. Attraversiamo subito il torrente Boggia, spesso in secca, portandoci sul lato occidentale della valle, e passiamo accanto ad un secondo masso con la scritta "Notaro". Raggiunto un roccione, lo aggiriamo sulla destra, seguendo l'indicazione di una freccia e, volte le spalle alla testata della valle, procediamo verso nord-nord-ovest, cioè quasi invertendo il senso di marcia rispetto a quello tenuto prima del guado del torrente.
La graduale salita propone alcuni tratti scalinati ed un corridoio fra roccette, prima di un canalino che risaliamo con andamento ripido, aiutati da una splendida scala chiamata "caürghia di vach", che testimonia quanta cura si avesse in passato per rendere sicuro il passo degli armenti, la cui salute era bene preziosissimo. Ne usciamo piegando a destra, per poi seguire, verso nord-nord-ovest, le indicazioni su una pietra. Giunti presso un salto roccioso, volgiamo a sinistra. Appaiono il tetto del bivacco e la bandiera italiana, ma il sentiero non procede diritto nella sua direzione, ma scende per poi risalire. Alla fine raggiungiamo la struttura, quasi addossata ad alcuni roccioni, dopo due brevi salite ed altrettanti tratti in piano.


Il bivacco del Notaro

Il pizzo Cavregasco dal bivacco del Notaro

L'accogliente e simpatica struttura, bivacco o "rifugio" Notaro (Nudée, m. 1882), è stata inaugurata il 31 agosto 2013 dopo i lavori di ristrutturazione del baitone dell'alpe Notaro, posta su uno splendido terrazzo panoramico dal quale si domina l'alta Val Bodengo, corredato da una fontana e da un grande tavolo rotondo in pietra. Lo sguardo raggiunge la media Val Bodengo, ma è attratto soprattutto, ad ovest, dal profilo elegante e slanciato dal pizzo Cavregasco (cavarg(h)iasc(h), m. 2535, chiamato Pizzo dei Zocconi nel secolo XIX), che su tutte le alte cime svetta per altezza ed imponenza. Siamo all'Avèert de l'alp di Nudée, l'Avèert per antonomasia. Si tratta di un termine abbastanza diffuso per indicare un'alpeggio aperto ed ampio sul fianco di una valle.
Quanto al termine "Nudée" ed alla sua italianizzazione "Notaro", richiama la figura del notaio, ed in effetti l'Avert fu in passato proprietà dei notai di Peglio, fra il secolo XVI e XVII. E' però anche possibile che derivi da "nodée", cioè colui che pratica la "nöda", taglio sull'orecchio degli agnelli appena nati per contrassegnarne la proprietà.
All'interno del rifugio-bivacco troviamo il regolamento, una cucina con fornello, bombola e lavandino, una dispensa con stoviglie, un tavolo con due panche, un tavolino con sgabello, una stufa, un simpatico divano, quattro posti letto al piano terra, una scala in legno che porta ad un soppalco con altri quattro posti letto. Nel bagno troviamo lavandino, water e doccia con acqua calda. 


Il forcellino del Notaro

Val di Cama e Mesolcina dal forcellino del Notaro

Dall'alpe si può in mezzora o poco più salire al forcellino del Notaro, seguendo la traccia di sentiero che si inerpica sul ripido versante occidentale della valle. Dopo una coppia di tornanti dx-sx, percorriamo un buon tratto in diagonale verso sinistra, poi iniziamo a salire per via diretta, verso ovest, in direzione di un intaglio facilmente riconoscibile, fra le roccette del crinale. Senza troppa fatica giungiamo così al forcellino del Notaro (furscelign da l'alp di Nudée, o anche furscelign d'Urìa, m. 2095), a sud del pizzo di Urìa ed a nord del Sasso Bodengo. Il valico si affaccia sul ripido e selvaggio versante della Val di Cama, laterale della Val Mesolcina, in territorio elvetico (ci accoglie infatti un segnavia elvetico, bianco-rosso-bianco), e nell'Ottocento veniva chiamato anche passo di Val Cama. Un cartello dà il lago di Cama ad un'ora e 50 minuti e Cama a 4 ore. Una targa in bronzo ricorda, poi, l'inaugurazione, il 23 luglio 2005, della Via dei Grotti (Crotti), da Gordona a Cama. Appena sopra la targa, la marcatura del confine italo-svizzero tracciata nel 1930. Una scritta, infine, avverte gli escursionisti che la discesa in Val di Cama propone tratti più impegnativi rispetto alla salita, ed è quindi riservata ad escursionisti esperti.
Poco sotto si scorgono i resti di un baitello (baitèl dal furscelign da l'alp di Nudée), che sorprende per la collocazione. Non si trattava di un ricovero per pastori, ma di una struttura usata per gli appostamenti della Guardia di Finanza. Anche qui, infatti, come presso tutti gli altri passi sul confine italo-svizzero, si giocò, fino alla metà almeno del secolo scorso, l'estenuante partita a scacchi fra finanzieri e contrabbandieri, che ricavavano dall'importazione illegale di sigarette e caffè dalla Svizzera introiti ben maggiori rispetto a quelli legati al lavoro della terra.


L'interno del bivacco del Notaro

Il bivacco del Notaro

Vediamo, infine, la seconda opzione escursionistica, cioè la salita al passo della Crocetta. Riportiamoci al bivio di quota 1815 e procediamo diritti. Siamo, ora, al cospetto del circo terminale della valle, chiuso, proprio davanti a noi, a sud, dal passo della Crocetta (m. 2201, denominato bocchetta della Correggia sulla Carta Nazionale Svizzera), che si affaccia sulla Val Darengo, in provincia di Como. Il percorso, in condizioni di visibilità buone, non presenta problemi di orientamento, perché il passo è proprio là, diritto davanti al nostro naso. Procediamo dunque su traccia discontinua di sentiero, salendo diritti verso sud.


Alta Val Bodengo dal passo della Crocetta

La salita della parte terminale della valle è assai faticosa, per la pendenza accentuata. Anche a stagione avanzata possiamo trovare, proprio sotto l'ingaglio del passo, un nevaio che non facilita l'accesso ad esso. Raggiunte le roccette terminali, aiutandoci con le mani, siamo all’intaglio del passo della Crocetta (pas de la cruséta, m. 2201), che si apre sulla Val Darengo e sull’omonimo lago. Suggestivo il panorama sulla Mesolcina e sui monti lariani. Calcoliamo, da Bodengo al passo, circa 3 ore, necessarie per superare un dislivello in altezza di poco meno di 1200 metri. Segnaliamo per completezza che poco più ad ovest, cioè a destra del passo della Crocetta, si trova un intaglio analogo (l'unito segnalato dalla Carta Nazionale Svizzera), la bocchetta della Correggia (m. 2174). Anch'essa si affaccia sull'alta Val Darengo.


Passo della Crocetta

CARTE DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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LEGGENDE DI VAL BODENGO

La Val Bodengo è circonfusa di un denso alone di mistero. Un alone che incute paura ed insieme attrae. I misteri della valle iniziano dal suo sbocco, là dove, fino al 1983, c’era il famoso ponte in pietra settecentesco (ma nell’immaginario popolare romano) sul torrente Boggia, poi distrutto da un evento alluvionale.  Luogo sinistramente noto per convegni notturni di diavoli e streghe. Guai a passare di lì a notte fatta. Lo dovette imparare, a sua spese, quel giovane di cui parla Amleto Del Giorgio nel bel volume “Samolaco ieri e oggi” (Sondrio, 1965). Scendeva da Gordona, dove si era troppo attardato, a Samolaco. Le cupe ombre della notte avevano già preso possesso della piana di Chiavenna. Camminava in fretta, perché sapeva della fama sinistra del luogo. Giunse ad udire il potente fragore della cascata, salì sul ponte, stava per discendere fretto solo sul lato opposto, quando sentì una ventata d’aria calda investirlo. Proveniva proprio dalla cascata della Boggia: com’era possibile? Di lì, anche nei mesi più caldi, non venivano che aliti gelidi. Non potè fare a meno di rallentare il passo, pensando a quel che aveva avvertito. Fu un istante: dal fragore della cascata emerse, chiaro e ben scandito, un rumore di passi. Non umani, parevano, ma piuttosto di zoccolo che batteva sul sasso della strada. Il giovane ebbe la netta impressione di essere seguito. Preso dalla paura, accelerò il passo, fin quasi a mettersi a correre, per allontanarsi dal luogo maledetto. Giunto in località Caletto, si fermò un attimo, perché in cuore gli batteva forte, fin su in gola, ed il respiro si era fatto affannoso. Nulla. Non sentiva nulla, se non il pulsare del sangue fin dentro alle orecchie. Ringraziò Dio per lo scampato pericolo, perché sicuramente era il diavolo quello che lo aveva seguito sul ponte. Tornò a casa e si cacciò a letto, cercando il sonno che lo ristorasse dall’affanno e dallo spavento. Ma quando si svegliò, non provò lo sperato sollievo: stava male, la fronte calda e sudata. Aveva la febbre. La febbre quartana che gli aveva messo addosso il diavolo e che, dopo pochi giorni, lo portò alla tomba.
Da un componimento del 1959 di un alunno della scuola media di Chiavenna, Paolo Zoanni, apprendiamo anche il ponte sulla mulattiera della Val Bodengo, che abbiamo incontrato salendo a Bodengo (pónt de la vàl), ha fama oscura. Pare fosse frequentato da streghe, come quella che si presentò ad un contadino che saliva da Gordona e che raggiunse il ponte proprio alla mezzanotte. Le streghe sono imprevedibili, te le aspetti bruttissime, ed invece qualche volta si mostrano avvenenti signore. Tale era quella che si parò di fronte al nostro buon uomo, ammiccandogli e facendogli capire che non avrebbe disdegnato un incontro amoroso con lui. Ma questi, che aveva intuito di chi si trattava, invocò Dio, la Madonna e tutti i santi, costringendo la perfida maliarda a lasciargli il passo.
Anche Bedolina, il nucleo cui porta questa mulattiera, aveva fama di paese insidiato dalla presenza di streghe. Dionigi Battistessa raccontò il 3 aprile 1977, alla veneranda età di 91 anni, questa leggenda a Maria Pantano (che la raccolse nella tesi di laurea  “... e al strii veran fö cura l'é nocc - Ricerca sulle leggende di Valtellina e Valchiavenna”, dattiloscritto, Biblioteca della Valchiavenna, Chiavenna, febbraio 1980). Si scatenò un giorno, in Val Bodengo, un furibondo nubifragio. Veniva giù un’acqua che faceva paura, tuoni e fulmini squassavano l’aria e sembravano voler seppellire l’intera valle sotto le sue montagne. A Bedolina un prete della Confraternita della Cintura stava pregando proprio sulla piazza della chiesa, incurante del maltempo, per implorare da Dio che la furia degli elementi avesse termine. Quand’ecco che si vide venire incontro due donne le quali, incuranti del maltempo, sembravano ridere e scherzare come se nulla fosse. Si trattava di donne chiacchierate, in odore non certo di santità, ma piuttosto di stregoneria. Si rivolsero a lui con sguardi tentatori, cercando di vincere ritrosia e castità che sono propri di un servo di Dio. Il prete sentì vacillare la sua determinazione, e, per resistere, strinse forte la cintura che gli cingeva la vita. Così superò lo smarrimento, pregò con maggior forza il Signore ed ottenne che le due donne scomparissero, e con loro anche la furia degli elementi. Tutto si placò. Tutto tornò quieto.
Sarà per questa diffidenza nei confronti delle donne tentatrici che a Bodengo, come scrive Guido Scaramellini nel citato volume su Gordona, “una tradizione, come molte altre non esclusive… è quella di dividere in chiesa i posti delle donne da quelli degli uomini. Sullo schienale di un banco è ancor oggi leggibile la scritta "Fin qui le donne", resa con le capocchie di chiodi.”
Appena ad est di Bedolina c’è una valle detta Scaravella (scaravèla). Fin qui nulla di male. Il problema era che tutti erano convinti che quella valle fosse frequentata da streghe che venivano fin lì, di notte, da Samolaco. Prova ne era quel che accadde un giorno, come raccontò il 3 aprile 1977, sempre a Maria Pantano, Maria Battistessa (cfr. “... e al strii veran fö cura l'é nocc - Ricerca sulle leggende di Valtellina e Valchiavenna”, cit.).  Da Samolaco era giunta una donna, per portare, come diceva, le sue bestie al pascolo in quella valle. Ogni tanto si fermava in paese. Aveva un’aria un po’ strana, niente di più, ma ciò che accadde un volta diede a tutti la convinzione che fosse una strega. Si era fermata sul sagrato della chiesa, apparentemente per riposare. Più d’una persona, però, aveva notato certi suoi gesti, senza senso, come se stesse descrivendo chissà quali figure nell’aria. Nel volgere di pochi istanti s’era scatenata una furibonda tempesta, senza preavviso alcuno. C’era bisogno di altre prove?
Sempre in Val Bodengo, non lontano da Scaravella,  troviamo quella valle Scura (Vals’chiüra) che, come suggerisce il nome stesso, non era neppure essa luogo raccomandabile. Ma, del resto, non si poteva evitare di portarci gli animali al pascolo. È quel che fece, un giorno (lo raccontano Donata Buzzetti e Fulvio Cerletti, alunni di classe IV della scuola elementare di Mese, nella raccolta “C’era una volta… usanze, leggende, proverbi, filastrocche”, Biblioteca di Mese, 1975) una bambina chiamata Matulania. Mentre teneva d’occhio le poche capre che le erano state affidate, udì un fruscio provenire dal bosco, vide i rami muoversi, aprirsi, ed una vecchina venirne fuori. Una vecchina magrissima, scarmigliata, sporca, malvestita. Da far pietà. Guardò la piccola con occhio mite e le disse, con tono suadente: “Vieni con me, vieni con me, che ti porto in un bel posto”. Ora, questa Matulania, a dispetto del soprannome, sciocca davvero non era. Sapeva bene che non si doveva dar retta agli sconosciuti. E poi quella vecchina, così debole e dimessa in apparenza, non le ispirava alcuna fiducia. Le streghe, si sa, non catturano le loro vittime impaurendole, ma ingannandole con una falsa debolezza. Prontamente, dunque, la bambina si fece il segno di croce, come le avevano insegnato a fare di fronte ad ogni minaccia. Proprio in quell’istante si udirono i rintocchi dell’angelus della chiesa di Bodengo, che annunciava il mezzogiorno ed invitava alla preghiera. Non fece in tempo ad iniziare la recita dell’angelus Domini, che la vecchia era già scomparsa. Tornò, quindi, a casa, con le sue capre, e raccontò tutto ai suoi genitori, che la lodarono per la prudenza e non la mandarono più a pascolare le capre in quella valle.
Il già citato Dionigi Battistessa, infine, raccontò, sempre a Maria Pantano, questa leggenda, che ci porta al torrente Boggia, là dove questo scorre, nella piana di Bodengo, con acque relativamente tranquille. Su un grande masso in mezzo al torrente passava intere giornate un uomo che sembrava aver perso interamente il lume della ragione. Tutto era iniziato il giorno in cui aveva incontrato un’avvenente signora di Montespluga, di cui si era perdutamente innamorato. Dopo averla avvicinata, per fare colpo su di lei aveva cominciato a raccontare della sua vita, cercando ogni dettaglio, vero o inventato, che potesse far colpo su di lei. Passata in rassegna una gioventù piena di eventi memorabili, era giunto al momento in cui doveva dichiarare il suo stato civile. No, non ho ancora preso moglie, sto ancora cercando la donna per me: così aveva detto. Ma non era vero. La donna si era rabbuiata, aveva pronunciato a mezza voce frasi che suonavano come una maledizione e lo aveva piantato lì, su due piedi. Da quel giorno non era stato più lui. Era come spiritato: girava con gli occhi persi, quasi fuori dalle orbite, faceva cose strane, ed alla fine aveva eletto quel masso in mezzo al fiume come sua dimora. Sua moglie ed i suoi figli non sapevano più che fare. Su consiglio di amici, mandarono a chiamare un prete di Gordona, famoso per saper praticare esorcismi. Questi chiese che l’uomo fosse portato a viva forza in chiesa, per assistere alla celebrazione della S. Messa. Due chierichetti, due bambini innocenti, dovevano tenerlo ben saldo. Al momento più sacro, dell’elevazione, l’uomo, nonostante i bambini tirassero con tutta la forza che avevano, cominciò ad essere scosso da tremiti e si sollevò da terra. Non sappiamo come andò a finire. Certo, chi sale oggi a Bodengo sul masso in mezzo al torrente non ce lo trova più. Così come non ci trova più streghe. Ce ne sono ancora? Forse si sono tutte ritirate, sotto i colpi di maglio dell’universale disincantamento che le ha consegnate al business del brivido pianificato. Ritirate, livide di rabbia e di sdegno, alla bocchetta delle Streghe, un colle che separa uno dei luoghi più impervi e selvaggi della Val Bodengo, a sud-ovest del pizzo Cavregasco, dalla contigua Val Darengo. Si sono ritirate e bivaccano al sottostante lago delle Streghe, in alta Val Cavrig. In attesa di tempi migliori.


La bocchetta del Notaro in alta Val Bodengo

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Mappa del percorso - particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

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