Fra i nuclei più antichi delle Orobie orientali Carona riveste il primo posto, per importanza economica e storica. Per questo merita assolutamente una visita, che si può prolungare in una bella escursione in Val Caronella, fino al passo omonimo. Per farlo, percorriamo la SS 38 in direzione di Tirano: dieci chilometri circa dopo il passaggio a livello in corrispondenza del quale termina la tangenziale di Sondrio, ci ritroviamo a San Giacomo di Teglio. Qui dobbiamo svoltare a destra (indicazione per Castello dell'Acqua e Carona), superando su un ponte il fiume Adda e proseguendo verso Carona, cioè a sinistra (a destra sale la strada per Castello dell'Acqua). Dopo una salita di circa 11 chilometri, ignorate diverse deviazioni, raggiungiamo il paese, oggi frazione di Teglio, un tempo importante centro agricolo nelle Orobie orientali, su un bel terrazzo, a 1135 metri.
I suoi abitanti venivano, un tempo, soprannominati "I Pezù de Carona", perché, vuoi per indigenza, vuoi per parsimonia, pare usassero portare spesso e volentieri abiti rattoppati.
Ma la storia del paese non sembra suggerire scenari di povertà: esso, infatti, rivestì in passato un'importanza ed un rilievo anche economico ben maggiore rispetto a quanto la sua condizione attuale farebbe supporre, tanto che già nel 1310 avanzò richiesta di costituirsi in parrocchia autonoma, cosa che avvenne nel secolo successivo (1425). Singolarissima è la dedicazione della chiesa di Carona a Sant'Omobono, patrono di Cremona: non vi è alcun'altra chiese dedicata a tale santo nell'intera Diocesi di Como. E' probabile che essa sia legata all'immigrazione, in età medievale, di famiglie di origine cremonese, durante il periodo più tormantato della lotta fra i comuni lombardi e Federico Barbarossa.
Il vescovo di Como, Feliciano Ninguarda, così scrive nella relazione della sua visita pastorale del 1589: "Sulla stessa costa della montagna, a due miglia dell'Aprica, in direzione della bassa Valtellina, vi è un altro paese chiamato Carona: vi è la chiesa parrocchiale dedicata a Sant'Omobono dove è parroco il sac. Giampietro Crotti del luogo, abbastanza zelante nella cura delle anime, ma si va dicendo che è assai dedito agli affari profani: conta circa duecento famiglie, comprese le altre frazioni dipendenti sotto elencate, e gli abitanti sono tutti cattolici. A un miglio e mezzo da Carona vi è il villaggio detto Caprinale dove vi è la chiesa di S. Giovanni Battista in cui si seppelliscono i morti del luogo. A due miglia della parrocchia vi è un altro villaggio, detto Bondone, dove sorge la chiesa di Santa Maria in cui vengono sepolti i morti del villaggio stesso.” Le duecento famiglia contate dal vescovo corrispondono a 1000-1200 abitanti! Le due terribili epidemie di peste del 1630 e 1635 colpirono duramente, ma nel secolo successivo il vescovo Torriani, nella sua visita del 1668, rilevò ancora 120 famiglie, quindi 600-700 abitanti, cifra del tutto ragguardevole. L'importanza e la prosperità del paese ha radici già medievali ed era basata sullo sfruttamento delle miniere di ferro, piombo ed argento della vicina Val Belviso: basti ricordare che la mensa vescovile milanese vi possedeva forni, fucine e l'alpe Caronella, che poi passarono, dal 1534, alla famiglia tellina dei Besta. La sua posizione strategica l'antica presenza di fortificazioni, di cui, fino alla metà del XX secolo si poteva vedere ancora una torre, poi crollata. Per la sua importanza Carona fu anche, per breve periodo, comune autonono, dal 1816 al 1823; fino agli inizi del Novecento vi risiedevano stabilmente più di mille abitanti, ridotti oggi a poche unità.
A Carona è ambientata anche una leggenda raccontata da Alfredo Martinelli nella sua raccolta "L'erba della memoria" (Bissoni, Sondrio, 1964). Si tratta della leggenda delle "trombe d'argento della Caronella". Carona viene così descritta. "Il villaggio si stende su un invitante terrazzo sostenuto dall'ampio e resinoso bosco della Margata e s'affaccia aereo agli aperti orizzonti di molta parte della valle dell'Adda... Il paesello, fasciato dal manto perenne delle pinete, conserva ancora i ruderi di un'avita torre: abitazione rustica militaresca d'antichi signori feudali scampati ai tribuli delle grandi contrade... Antichissime devono essere le orogini di quel groviglio di abituri, ché una leggenda di tempi assai remoti ricorda come apparvero su quella rupe, su quei dossi e spalti, foltissime schiere di spiriti dei primi dissodatori della Valle al suono di buccine ricurve e snelle, squillanti trombe di rame e d'argento per soccorrere un popolo fuggente nelle sue ore funeste." Correva il V secolo d.C. ed orde di barbari, racconta la leggenda, invadevano il cadente Impero Romano d'Occidente, dilagando anche in Valtellina e mettendone in fuga gli abitanti, in preda a tettore e panico. Ciascuno portava con sé quel poco che poteva, ed una pietosa colonna di profughi risaliva il fondovalle da oriente ad occidente, in cerca di luoghi sicuri.
Giunti all'altezza di Teglio, gli sventurati si accorse che il cammino era sbarrato da un "anello di miasmi e di acquitrini, dove i torrenti e il fiume confluivano". Si videro già persi, già sentivano il clamore selvaggio dei barbari che li incalzava, quando udirono "un fortissimo clangore di strumenti" che proveniva dal versante orobico, dall'imbocco della Val Caronella, come di un'orchestra di potenti trombe ed altri strumenti mai uditi. Il rimbombo era fragoroso, e tutti si fermarono, sbigottiti: qual mai poderosa orchestra poteva produrre un concerto di tale potenza? Anche i barbari udirono il potente risuonare di strumenti che parevano trombe, si arrestarono, furono presi da sbigottimento e panico: "C'è stata una magia, c'è stato un incantesimo dei cristiani! No, è Camillo, è Mario, è Cesare che rivengono con i loro terribili militi!" Convinti che un sortilegio avessere rievocato dal regno dei morti i più grandi condottieri romani, si arrestarono e volsero le spalle ai fuggiaschi, tornando precipitosamente verso le porte di Valtellina. Era la salvezza. Alcuni fra i fuggiaschi vollero, però, salire per verificare cosa avesse prodotto quel fragoroso concerto che li aveva salvati. Videro, allora, che Carona era stata cinta "da fitta e alta siepe fatta di canne da granoturco, legate a fasci, misti a rovi... Mosse dall'aria si urtavano con fragore simile a un rovinio di ghiaia." E le trombe? Niente trombe, in realtà, ma canne cave, ben disposte, le quali, in favore di vento, producevano un suono che, per il loro consistente numero, somigliava allo squillo poderoso di trombe. Chi non salì a vedere l'ingegnoso dispositivo allestito dagli abitanti di Carona, invece, credette ad un intervento divino, dell'Arcangelo Gabriele, della Madonna.
Questa storia mostra che ingegno e forza d'animo possono avere la meglio sulla forza bruta, anche quando questa pare inarrestabile. Meditando sull'antica forza d'animo dei Carunès (così venivano chiamati gli abitanti di Carona), mettiamoci in cammino per visitare la Val Caronella, salendo, se ne abbiamo la voglia e la forza, fino al passo omonimo, che si affaccia sulla Val Seriana.

 

DA CARONA AL PASSO DI CARONELLA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Carona - Pra' della Valle - Malga Caronella - Passo di Caronella
5 h
1470
E

Da Carona inizia una sterrata che sale in Val Caronella, raggiungendo, con qualche tornante, le baite di Pra' di Gianni (m. 1343) e infine di Pra' della Valle (m. 1363). Al termine del bel pianoro la strada si fa più stretta e diventa sentiero, risalendo dapprima un ripido prato, poi, con qualche tornante, l'evidente gradino roccioso che separa la media dall'alta valle. Prima di salire nel bosco, il sentiero ci conduce nei pressi delle caratteristiche cascate, il cui fragore ci accompagna per un buon tratto. Poi usciamo dal bosco e risaliamo un bel declivio, fino a varcare, su un comodo ponte, il torrente, lasciandolo alla nostra destra.
Davanti ai nostri occhi si presenta dapprima un edificio dell'A.E.M., poi la Malga Caronella (m. 1858), con i suoi baitoni, alle cui spalle, nascosta da piccole formazioni rocciose, si allarga un'ampia alpe, che viene ancora caricata d'estate. Il sentiero (sempre bel segnalato, con segnavia bianco-rossi) la attraversa, uscendone sul lato destro, per poi ricominciare a salire, seguendo, inzialmente, il filo di un evidente dosso erboso. In questo tratto camminiamo in prossimità di grandi tralicci, che dettano la direttrice fondamentale della salita al passo, in quanto lo varcano per portare una quantità considerevole di energia elettrica fino alla Pianura Padana. Poi ce ne allontaniamo un po', tagliando sulla sinistra il fianco del dosso e raggiungendo alcune formazioni rocciose dal profilo arrotondato, che risaliamo facilmente (attenzione però a non perdere i segnavia, per evitare inutili perdite di tempo). Alle rocce si sostituiscono poi massi e sfaciumi: stiamo imboccando il canalone terminale, che effettua un arco verso sinistra. Nella sua parte superiore esso ci impone, anche a stagione avanzata, il superamento di un nevaio (non difficile, ma attenzione alla neve gelata).
Ormai è fatta: raggiunto un grande traliccio, dobbiamo solo superare un ultimo piccolo gradino per giungere al passo di Caronella (m. 2612). Il dislivello superato, da Carona, è di 1470 metri circa, ed il tempo impiegato è di 4-5 ore.
Appena sotto il sentiero, che prosegue, vediamo, a 2605 metri, un edificio assai simile a quello già incontrato all'inizio della Malga Caronella: si tratta infatti di un altro edificio A.E.M. (noto come bivacco A.E.M.), dove viene sempre lasciato aperto un piccolo locale, come ricovero in caso di necessità. Vicino al rifugio c'è anche un caratteristico laghetto, il laghetto della Cima, che gode dell'invidiabile primato di essere il più alto in assoluto nell'intera catena orobica Oltre il passo c'è la val Seriana, in provincia di Bergamo: non sono molto distanti, infatti, le sorgenti del Serio.
Salendo al passo di Caronella dalla valle omonima, si incontra non solo il bivacco dell'A.E.M., ma anche, a poche decine di metri di distanza, un bivacco recentissimo, il bivacco A.E.S. Caronella. Sembra un gioco di parole, ma non lo è. Una targa collocata sulla sua porta spiega bene di che cosa si tratta: Questa polveriera, opera militare della Prima Guerra Mondiale, è stata recuperata a bivacco dal GRUPPO AMICI ESCUSIONISTI SFORZATICA - DALMINE, affinché il tempo e l'incuria non cancellino le tracce della nostra storia e con esse la memoria di quegli uomini che, tra gli stenti e le sofferenze di questi luoghi, resero possibile l'Unità e la Libertà dell'ITALIA. LUGLIO 2000.  Un'iniziativa veramente lodevole! I ruderi della polveriera servono ora da riparo per gli escursionisti che dovessero essere sorpresi dal maltempo o da un cattivo calcolo del tempo a disposizione.

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri).

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