CARTA DEL PERCORSO

La Val Codera, una delle più suggestive ed amate in provincia di Sondrio, in quanto ancora preservata dall’accesso degli autoveicoli per la mancanza di una strada carrozzabile, è anche una delle più ricche di leggende legate ad ombre, presenze inquietanti e stregonerie. Del resto, la leggenda stessa che narra della sua origine non è luminosa: si dice che a Dio, dopo che ebbe fatto il mondo, avanzassero mucchio di pietre, che, sparse un po' alla rinfusa, crearono la valle, il cui nome, infatti, deriva da "cotaria" e quindi da "cote", cioè masso. Una variante di questa leggenda racconta che la valle fu la prima ad essere creata da Dio, il quale, ancora inesperto, la fece troppo selvaggia ed aspra. Questa la cornice di una serie di leggende accomunate da un alone di cupo mistero. Molti anziani raccontano ancora di aver udito, o aver vissuto di persona, incontri con uomini ed animali misteriosi, rivelatisi poi manifestazioni di anime malvagie o di streghe.
La figura più celebre è quella del Valfubia, su cui si narrano diverse storie. Costui era un uomo malvagio, che rubava anche a persone povere, fra le quali una povera vedova che aveva molti figli da mantenere, per cui, una volta morto, fu condannato a vagare, come un’anima in pena (cioè come un cunfinà), di notte, assumendo sembianze sempre diverse, ora di uccello rapace, ora di maiale (con un curioso taschino dal quale usciva tabacco!), ora di ombra inafferabile. Dicono che le sue urla lamentevoli fossero davvero impressionanti. Come spesso accade in questi casi, per risarcirsi della sua condizione infelice prendeva di mira quanti si trovassero a transitare da soli su sentieri della valle, o anche uscissero di casa la sera, nella zona compresa fra Codera e Bresciadega. Faceva, quindi, rotolare contro di loro sassi dalle gande, oppure, più spesso, si materializzava improvvisamente, fra le ombre della sera, terrorizzando i malcapitati con un forte soffio. L’unico modo per tenerlo alla larga era munirsi di un rosario: quel segno di devozione e preghiera, infatti, riusciva insopportabile alla sua anima malvagia.
Racconta una signora (testimonianza tratta dalla bella raccolta "C’era una volta”, raccolta di leggende valchiavennasche e valtellinesi edita nel 1994, con il contributo di varie scuole della Provincia di Sondrio, a cura del comune di Prata Camportaccio): "Era una sera di settembre e mi trovavo a Bresciadega, nella baita, con la Fiorina, mia figlia e il fidanzato, un finanziere. Stavo preparando il caffè e, mentre bolliva, sono uscita sul prato vicino per fare un bisogno. Non c'era anima viva, né uomini né animali. Mentre mi chinavo ho sentito un soffio molto forte che mi ha travolto, allora sono rientrata di corsa nella baita, molto spaventata. Il finanziere è corso fuori con un'arma, ma non c'era nessuno. Era uno scherzo del Valfubia che voleva farmi spaventare ... e c'era riuscito! Da allora, tutte le sere, dopo aver munto le mucche, andavo alla capanna e con me avevo sempre un bastone, una pila e un rosario in tasca. Solo quella sera il Valfubia mi ha fatto uno scherzo, però ha preso di mira quasi tutti."
Se vi capita di passare in questa straordinaria valle e di incontrare qualche valligiani, state bene attenti, però, a parlare di leggende: c'è ancora chi giura di aver visto il Valfubia, e si offenderebbe non poco se lo definissimo frutto dell'immaginazione popolare. Nel volume sopra citato, per esempio, viene riportata anche questa testimonianza, raccolta nella Scuola Elementare di Campo Mezzola:
"C'era una volta in Bresciadega (gruppo di case in Val Codera) un uomo di nome Valfubia. Invece di lavorare rubava. Allora fu condannato ad uscire di notte con vestiti strani e aveva sempre una faccia diversa. Un brutto giorno una signora, mentre il caffè bolliva nel focolare, andò fuori a fare i suoi bisogni. Il Valfubia le andò vicino e fece un soffio forte. La povera signora si spaventò tantissimo. Entrò in casa a chiamare suo marito. Lui uscì con il fucile per catturare quell'uomo cattivo, ma non riuscì. Il giorno dopo la signora andò alla stalla e prese il rosario ed un bastone per la paura. Il Valfubia ritornò anche quella sera, ma vedendo il rosario se ne andò a gambe levate perché lui era un diavolo. Non si avvicinò più a quella donna, ma continuò a fare scherzi alle altre persone. Questa storia me l'ha raccontata la mia nonna e lei dice che è proprio accaduta."
La sua anima pare si aggiri ancora proprio in quella valle che porta il suo nome, la Valfubia (o Val Fobbia), una laterale minore della Val Codera. La attraversano, spesso senza saperlo, tutti quelli che salgono a Codera sulla storica mulattiera che parte dalla località Castello (Mezzolpiano) di Novate Mezzola: quando questa, infatti, dopo Avedée, si abbassa per qualche decina di metri, dopo una galleria paramassi oltrepassa proprio il solco della Valfubia, che scende dal versante alla sinistra del viandante che procede verso Codera.
Più inquietante ancora del Valfubia è la figura di un uomo misterioso che terrorizzava, sempre nottetempo, i viandanti sui sentieri nei dintorni di Cola (voce dialettale che significa colle, vetta) e di San Giorgio di Cola. La sua dimora era in una grotta nascosta, da qualche parte nei pressi del sentiero che unisce i due paesi scendendo nel cuore oscuro dell’impressionante vallone di Revelaso (o Revelasco: da "rava", dirupo). Chi lo aveva visto lo descriveva come un individuo vestito in modo bizzarro, ben diverso da quello semplice ed essenziale dei contadini: portava una giacca nera su pantaloni e stivali marroni. Talvolta di lui si udivano solo rumori, il fruscio dei rami degli alberi che scuoteva per far paura alla gente, oppure si intuiva la presenza, dietro qualche anfratto o qualche fronda, quando i lupi, suoi amici, ululavano nelle notti di luna piena, perché, si dice, se ne stava sempre nascosto a spiare le persone che passavano. Ma non si limitava a questo: altre volte scatenava la sua malvagità giungendo ad uccidere i viandanti, tanto che si era creato un terrore tale che la gente, al calar delle prime ombre della sera, non solo non usciva più di casa, ma vi si chiudeva proprio dentro a chiave, sussultando ad ogni rumore nella soffitta o alla porta di casa.
Non si poteva più andare avanti così, ed allora venne decisa una vera e propria battuta di caccia, cui parteciparono tutti gli uomini dei due paesi, ed anche qualche donna coraggiosa. Guidati dal lume della luna e delle lanterne e muniti di robusti bastoni di castagno, costoro setacciarono i boschi della zona. Alla fine la loro tenacia fu premiata, perché apparve, fra gli alberi, l’ombra dell’uomo malvagio, che fu riempito di energiche bastonate e scaraventato nel cuore del vallone, dal quale non riemerse più. Rimasero, di lui, solo i flebili lamenti che, durante i temporali, salivano dalla Caurga. Ma nessuno ebbe più nulla di cui temere, da allora.
Torniamo, ora, verso Codera, e fermiamoci al maggengo di Cii, posto su un bellissimo terrazzo panoramico che guarda al lago di Novate. Qui ci accoglie una delle più classiche storie di stregonerie, quella delle streghe di Cii. Protagonista un giovane di Codera, fidanzato ad una ragazza di Cii. Un giorno, mentre si recava a trovarla, si imbattè in una volpe misteriosa e, seguendola, si accorse che entrava proprio nella casa della fidanzata. Sbirciando, vide che questa e la madre, vestite della festa, ungevano tempie, polsi e caviglie, pronunciando poi la formula “Tre ur andà, tre ur a sta e tre ur a venì” e volando via attraverso la cappa del camino. Preso dalla curiosità, pronunciò anche lui la formula, ma, essendo furbo, apportò qualche modifica e disse “Un ur andà, un ur a sta e un ur a venì”. Si ritrovò, così, in un grande salone, nel quale erano riunite molte persone, anche morte, mentre un misterioso individuo, dalle gambe caprine, scriveva su un librone il nome dei presenti. Lui tracciò sul librone una croce, perché non sapeva scrivere, ed allora accadde qualcosa di ancora più incredibile: forse perché era un segno che con quel posto non si conciliava troppo, forse per qualche altro motivo, il giovane si ritrovò, nudo e con il librone nero in mano, in cima al pizzo d’Arnasca, proprio sul ciglio dell’impressionante parete liscia che precipita nella valle omonima. Siccome conosceva bene quelle montagne, riuscì a scendere a valle, dove incontrò due donne che gli offrirono una camicia ed un paio di calze, purché gli consentisse di cancellare il loro nome dal libro. Allora capì tutto: la sala misteriosa era un ritrovo di streghe e stregoni, presieduto dal diavolo, ed allora corse dal Vescovo di Como per denunciare i malefici della valle. Questi, nella cattedrale, lesse pubblicamente i nomi segnati sul libro. Ogni volta che un nome veniva pronunciato, la persona corrispondente appariva prodigiosamente. Streghe e stregoni vennero così catturati e mandati al rogo.
Questa, però, non è lunica storia di stregoneria ambientata nel piccolo nucleo di Cii; una seconda storia, raccolta dalla Scuola Media di Novate Mezzola, viene così riportata nella citata raccolta "C'era una volta":

"A Codera viveva una vedova con sua figlia; allora c'erano molte vedove. Un giovanotto si era innamorato di quella ragazza e voleva sposarla, lo aveva confidato anche al prete, ma egli gli aveva detto che non era la ragazza che faceva per lui. Il giovanotto insisteva dicendo che la ragazza sapeva custodire le capre, raccogliere la legna, lavorare la maglia e che andava sempre in chiesa. Il prete continuava a dirgli di non sposarla. Allora il giovanotto gli chiese come faceva a giustificare quella affermazione e quindi il prete lo aveva invitato a casa di giovedì (il giovedì era il giorno in cui le streghe lavoravano) per dargli delle spiegazioni.
Il prete allora aveva mandato il giovane sulla grande "lobia" di casa sua, gli aveva detto di mettere il piede sopra il suo e di guardare verso Cii. Stavano arrivando la ragazza e sua madre che erano andate a prendere della legna che avevano messo in una fascina infilata sulle corna. Il povero ragazzo stava per svenire e dovette bere dell'acqua. Dovette ricredersi, e il prete gli suggerì di fare finta di niente e di fare fagotto (a quel tempo non esistevano le valigie, neanche di cartone); quindi era sceso a valle per richiedere i documenti ed era partito per l'America senza fare più ritorno.
"
Non c'è due senza tre: ecco la storia dell'anziana strega di Cii, che completa il sinistro trittico di Cii (raccolta citata, contributo della Scuola Media di Novate):
"C'erano due donne piuttosto anziane e una disse all'altra che era un po' di tempo che non ne faceva una delle sue; l'altra le rispose che ci stava pensando. La mattina seguente il figlio sarebbe dovuto andare a prendere una gerla di fieno e lei si sarebbe trasformata in un rovo per farlo cadere, perché si voleva sposare e lei sarebbe rimasta sola. Per combinazione la futura nuora aveva sentito e alla mattina impedì al fidanzato di andare, offrendosi al suo posto. Prese un falcetto e riempì di fieno la gerla. Mentre scendeva vide un rovo, lo tagliò a pezzetti e lo buttò nella valle. Quando arrivò a Cii trovò la suocera che stava per morire e le disse che il rovo che aveva tagliato era lei. Allora la donna le disse che se era così era meglio che morisse."
Altre storie si raccontano sulle stregonerie della Val Codera. Una di queste parla di un gatto nero che tenta di aggredire un giovane che saliva a Codera per trovare la fidanzata: il giovane gli taglia una zampa, che si trasforma prodigiosamente in una mano con una fede al dito. Appena giunto in paese, si reca poi da una donna che cerca di lui: entrato in casa, ode il suo lamento, vede un moncone al posto della mano sinistra e capisce che il gatto era lei, e che si trattava di una strega. Ed allora se ne esce con una frase lapidaria: “Se eravate voi e non siete morta, morirete”.
Assai simile alla precedente questa seconda storia, che ha sempre come protagonista la metamorfosi di una strega in gatto nero:
"Un uomo stava scendendo a Codera dall'alta valle. Arrivato al lavatoio vecchio, dopo "Prà Mulinat", gli si fece incontro un gatto nero che cominciò a giragli tra le gambe. L'uomo tentò di cacciarlo via, ma il gatto non ne voleva sapere. Al colmo della sopportazione, l'uomo prese la roncola che portava appesa alla cintola e gli tagliò una zampa; immediatamente si fermò impietrito: la zampa appena tagliata si era trasformata in una mano di donna con una fede al dito! Arrivato a Codera gli dissero che una donna lo cercava. Andò a trovarla e questa gli disse che doveva punirlo perché le aveva fatto del male. L'uomo allora capì che quella donna non era altro che una strega e riuscì così a smascherarla. ("C'era una volta", cit.).

La gente della valle sapeva che spiriti ed esseri malefici potevano scatenare il loro potere dal suono dell’Ave Maria, alle sei di sera, fino ai primi rintocchi del mattino (è un detto diffuso, in provincia di Sondrio, “suna l’Ave Maria, gira la stria”, cioè al suono dell’Ave Maria la strega si mette a girare). Ma il suono di questa campana, la Bàrbula, poteva anche salvare dagli spiriti, quando riecheggiava alle sei di mattina, termine oltre il quale ad essi non era più concesso girare per insidiare i viandanti. Una volta, infatti, salvò una donna costretta a tornare a notte fonda a Codera dopo avere acquistato una medicina a Novate. Incontrò ad Avedèe, località dalla quale si comincia a vedere la valle, quattro uomini con una lanterna, proprio mentre udiva il rintocco dell’Ave Maria mattutina. Erano spiriti, e le dissero che se non fosse suonata la campana, l’avrebbero portata via con sé.
Ma la leggenda più misteriosa, che ha come protagonisti non più streghe, ma stregoni, è ambientata all'alpe d'Arnasca, che si stende, nella valle omonima, ai piedi dello splendido scenario delle pareti, liscie e verticali, della Singe e del pizzo Ligoncio. Ecco, di nuovo, quanto riporta la raccolta citata (di nuovo, si tratta di un contributo della Scuola Media di Novate):
"C'era la credenza che prima del Concilio di Trento, quando si scendeva dalle Alpi, il territorio veniva occupato da vari stregoni. Quando si tornava su a primavera questi, nel lasciare quello che era il loro territorio, provocavano un terribile temporale o qualcosa peggio.
Capitò che caricarono l'Alpe d'Arnasca e alla sera lasciarono lì un ragazzotto solo. Tutto intorno c'erano solo le mucche. Lassù le baite sono fatte a secco, si può guardare fuori dalle fessure presenti tra le pietre. Il ragazzo, ad un certo punto, sentì un gran rumore intorno, guardò fuori e vide cinque o sei uomini di statura smisurata. Questi piantarono nel terreno due pali, poi ne misero uno per traverso al qual appesero un gran calderone. In quest'ultimo misero a bollire un mucca intera e quando fu cotta ne presero un pezzo ciascuno. Intanto il ragazzo stava a guardare. Quando ebbero finito di mangiare, misero insieme le ossa e si accorsero che mancava la coscia. Allora uno disse: "Vai sù a Negar Fur a prendere un pezzo di sanbuco". Il sambuco, che ha una specie di midollo dentro, poteva servire per sostituire la coscia. Allora uno si diresse verso Negar Fur per prendere un pezzo di sambuco. Con una scure lo tagliarono a forma di gamba, poi lo misero sotto le altre ossa che ricoprirono con la pelle. Ad un loro cenno saltò in piedi la mucca. Si dice che per diversi anni la mucca è andata in Arnasca con la gamba di legno."
Non si può menzionare la valle d'Arnasca senza accennare allo stupendo e misterioso monolite piantato proprio al suo centro, il Sas Carlasc', sotto cui sta appollaiato il bivacco Valli. Lo Scrittore Giovanni Galli, nel romanzo storico "L'Isola. L'enigmatica storia del Santo Graal sul Lario" (Ed. Actac, Como, 1996), immagina che lì vicino sia stato sepolto, nel lontano 603 d. C., la più famosa, misteriosa ed ambita delle reliquie, il Santo Graal, la coppa dell'ultima Cena di Gesù, nella quale vennero raccolte gocce del suo sangue dopo la deposizione dalla crocve. Narra lo scrittore che venne portata fin qui da un tal Còdero (da cui valle di Codero e quindi val Codera), per sottrarlo dalle mire della regina longobarda Teodolinda. Una frana avrebbe reso poi il luogo introvabile. Ed allora il Graal, cercato per secoli in tutto il mondo, sarebbe ancora lì!
Chiudiamo questo rapido viaggio nell'immaginario della Val Codera con una storia che ha il pregio di dissipare un po' il clima fosco che finora è parso sempre più addensarsi fra le severe pareti di quest'antica valle. Si tratta di una storia dal tono decisamente edificante che ha come scenario, l'aspra Val Ladrogno, la quale precipita sul fondo della Val Codera quasi di fronte all'abitato di Codera, sul versante opposto della valle. Ce la racconta don Domenico Songini in “Storie di Traona - Terra buona” (Sondrio, 2004: il prosieguo della scheda è largamente debitore a questa opera di gradevolissima lettura). La storia ha inizio a Traona, dove viveva, molti secoli fa, un individuo che, accecato dall’avidità di denaro, si macchiò di un misfatto orribile. Gli capitò di incrociare, su un sentiero che si inerpicava nel folto bosco sopra il paese, un tizio che tornava dalla fiera di Traona. Intuì che doveva avere con sé molti soldi, il probabile ricavato di qualche vendita. Erano soli, fu un attimo: non si diede l’incomodo neppure di intimare “o la borsa o la vita”, gli balzò addosso e si prese entrambe, pugnalando senza pietà il malcapitato, che non ebbe neanche il tempo di invocarla. Poi fuggì via, tornando alla propria dimora. Il suo pensiero era tutto per il denaro che avrebbe trovato nella borsa della povera vittima: a questa non pensava affatto.
Tornò difilato alla propria casa, fece per aprire ma, quando guardò la chiave che aveva in mano, si accorse che questa era macchiata di sangue.  C’era, lì vicino, una roggia, e vi immerse le mani, senza però risultato acuno: l’acqua non lavava via il sangue. Provò in un torrentello che scorreva poco distante, ma anche questa volta senza esito. Neppure le acque tumultuose del torrente Vallone poterono lavar via il sangue. L’assassino, allora, fu preso dal panico: la prova che smascherava il suo crimine sembrava indelebilmente impressa sulle sue mani. Scappò, dunque, dal paese, gettò il denaro nell’Adda e, senza farsi vedere da nessuno, attraversò l’intera Costiera, verso ovest. Giunto all’imbocco della Val Codera, la risalì fino all’omonimo paese. Ma aveva paura a fermarsi in un posto abitato da Cristiani, ed allora, attraversato il torrente, cominciò ad inerpicarsi lungo un erto sentiero, che risaliva una selvaggia e solitaria laterale della Val Codera. Era, appunto, la Val Ladrogno, che ancora non aveva quel nome (le venne dato poi, in ricordo del ladrone che vi aveva trovato rifugio).
Alla fine raggiunse un luogo così remoto ed aspro che gli parve abbastanza sicuro per fermarsi e riordinare le idee. Probabilmente realizzò solo allora quel che aveva fatto, ed alla paura si aggiunse la vergogna, il disgusto, il profondo pentimento. Si fasciò le mani, sempre orribilmente macchiate di sangue, con due sacchetti, che non si tolse più. Visse per circa quattro mesi in una caverna, alimentandosi di bacche ed erbe. Poi decise di tornare fra gli uomini: non sapeva bene come, ma si rendeva conto di dover affrontare la responsabilità di quel che aveva fatto, perché anche nella più profonda solitudine i tristi pensieri sono un’insostenibile compagnia. Lasciò la sua caverna e la Val Codera, tornò alla Costiera, percorrendola sul sentiero di mezza costa fino alla Val Bombolasca (che scende sul lato opposto, occidentale, rispetto al Vallone, del poggio sul quale è arroccata la chiesa di S. Giovanni).
Era notte fonda, ma chiara, illuminata da una luna grande come il sorriso di un bambino nei giorni di festa. Si vedeva, più in basso, molta gente su strade e sentieri che scendevano all’imponente chiesa di S. Alessandro di Traona. Vinse il timore e scese anche lui. Udì, allora, i canti che per molti anni aveva sentito nella notte più amata dai bambini, quella di Natale. Ed allora il pentimento, fino a quel momento morso che procurava un dolore cieco e senza speranza, assunse un significato, fu illuminato da una prospettiva di salvezza. Si ricordò di aver ascoltato, qualche volta, molti anni fa, che non c’è colpa tanto grave da non ottenere il perdono divino a fronte di un sincero pentimento. Chiese perdono a Dio piangendo a dirotto, entrando in chiesa e togliendosi i sacchetti che fasciavano le mani: che vedesse, la gente, e capisse che era lui l’assassino di cui tutti parlavano da mesi, avrebbe avuto quel che si meritava.
Ma non incontrò nessuno sguardo sgomento, nessuno sguardo d’accusa, nessuno pareva notarlo: tutti, finita la funzione, si affettavano a tornare a casa, per preparare la gioiosa sorpresa dei regali che all’alba piccoli e grandi avrebbero trovato. Solo quando la chiesa fu quasi vuota si guardò le mani: non c’era più traccia di sangue. Un segno del cielo, pensò, un segno del perdono divino che attendeva solo il suggello sacramentale. Si precipitò, allora, dal parroco e confessò il suo peccato, dandogli poi la disposizione, come segno del suo pentimento, di vendere tutti i suoi beni e donare il ricavato alla famiglia della vittima. Ottenuta l’assoluzione, tornò ai monti più alti, in Val Ladrogno, ai magri pascoli sotto la cima di Gaiazzo (che, dicono, prese il nome proprio dalla sua incontenibile gioia), per trascorrere, come eremita, il resto della sua vita, nella preghiera e nella rinuncia.
La storia potrebbe finire qui, ma così non è: qualche anno dopo l’eremita del Gaiazzo, ormai assai noto in bassa Valtellina con il nome di “pentì”, ridiscese al piano ed entrò per alcuni anni nel monastero di S. Pietro in Vallate, dove gli venne dato il nome di Fra’ Paolo di Traona. Ricevuta l’ordinazione sacerdotale, lasciò la comunità monastica per tornare a Traona e fondare un cenobio, cioè una piccola comunità di monaci che condividevano la vita di lavoro, preghiera e contemplazione, in una modesta abitazione presso la cappella di S. Nicolao. Intorno a padre Paolo, priore del cenobio di S. Nicolao, si raccolsero, infatti, alcuni giovani che desideravano seguire l’esempio della sua vita santa, scandita dall’aurea massima benedettina dell’ “ora et labora”.
Se ci spostiamo dalla Val Ladrogno al vicino vallone di Revelaso, troviamo la cornice di una leggenda che getta finalmente un po' di luce sulla valle. Una luce importante, biblica. In cima al vallone sta una delle più celebri cime del comprensorio, il Sasso Manduino (m. 2888), massiccio ed ardito, soprattutto nella sua luminosa parete meridionale, ben nota a chi guarda in diorezione nord dal Pian di Spagna. Ora, si racconta da secoli, fra i contadini di San Giorgio di Cola e di Cola, che ai tempi del diluvio universale, quando Valtellina e Valchiavenna erano interamente sommerse dalle acque da cui emergevano solo le cime più alte, giunse fin qui l'Arca di Noè. Il Patriarca, constatato che la pioggia era cessata ed il livello delle acque cominciava a scemare, scelse di ancorare la sua Arca proprio al poderoso fianco del Sasso Manduino. Vi infisse un anello, a cui la legò. Ebbene, i contadini giurano che l'anello sia ancora là, inaccessibile ormai, ma solidissima prova del singolare privilegio concesso dal Patriarca a questi luoghi.

L'ANELLO DI SAN GIORGIO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Mezzolpiano-Codera-Cii-Tracciolino-Cola-San Giorgio-Mezzolpiano
5 h
900
E
SINTESI. Seguendo la ss 36 dello Spluga raggiungiamo l'imbocco della Valchiavenna e, dopo 2 gallerie, Novate Mezzola. Giunti in vista della chiesa della SS. Trinità, prendiamo a destra e saliamo alla parte alta del paese, parcheggiando al termine della strada, in località Mezzolpiano (m. 316). Qui parte (abbondanti segnalazioni del Sentiero Roma e del Sentiero Italia) una mulattiera ben scalinata, che sale al nucleo di Avedée (m. 790) e si addentra sul fianco occidentale della Val Codera, perdendo quota in un paio di punti, in corrispondenza di altrettante gallerie paramassi. Un'ultima salita porta al cimitero di Codera ed a Codera (m. 825), dove si trovano i rifugi Risorgimento ed Osteria Alpina. Passiamo in mezzo alle antiche baite e ad una serie di cartelli lasciamo il Sentiero Roma per scendere a destra al ponte sul torrente Codera. Sul lato opposto rvoaimo un sentiero che prende a destra ed in breve porta al ponte sul torrente Ladrogno, dopo il quale il sentiero sale a Cii (m. 851) e prosegue nel bosco fino ad intercettare il Tracciolino (m. 910), che seguiamo verso destra, superando la Val Grande. Troviamo poi una doppia deviazione: un sentiero sale a sinistra verso Cola, un secondo scende a destra verso San Giorgio. Dopo un'eventuale visita al nucleo di Cola, vale la pena di scendere a destra sul sentiero che si porta al vallone di Revelaso e riprende sul lato opposto con un passaggio esposto (attenzione), per poi traversare tranquillamente verso ovest-sud-ovest, fino a San Giorgio di Cola (m. 749). Scendiamo verso la chiesetta e proseguiamo passando sul lato settentrionale del paese (sulla destra, per chi scende), trovando la partenza della mulattiera che aggira, sulla destra, la cima dello sperone roccioso su cui poggia il paese, si porta sul lato opposto e scende sul suo fianco aspro e selvaggio, con una serie di 19 tornanti dx-sx. Anche qui la montagna incombe sul viandante, senza però farsi mai veramente minacciosa. Superato un ultimo tratto in un rado bosco, si giunge al termine della mulattiera, e si scende, per una strada sterrata, ad intercettare la via asfaltata che, percorsa verso destra, conduce al ponte sul torrente Codera, oltre il quale confluisce, in breve, nella via Castello; salendo verso destra, siamo, infine, al parcheggio di Mezzolpiano.

Difficile, a questo punto, resistere alla tentazione di andare a vedere direttamente i luoghi scenario di tanti misteri. Un ottimo modo per farlo è quello di effettuare un'escursione ad anello che tocca tutti i nuclei principali della Val Codera, che conservano ancora un fascino straordinario, sottratti, come sono, per la difficile accessibilità, agli assalti di un turismo facile e di massa.
Staccandoci dalla ss. 36 dello Spluga all'altezza di Via Ligoncio (Farmacia), la percorriamo interamente in salita fino al suo termine, cioè al parcheggio di Mezzolpiano (m. 326), frazione di Novate Mezzola, dove parte una mulattiera comoda e ben curata, che si inerpica sull’impressionante fianco sinistro (per chi sale) della forra della Val Codera. Questo sentiero è, insieme con quello gemello sul lato opposto della valle, l’unico accesso a questa importante valle, il che la rende pressoché unica fra le grandi valli della provincia di Sondrio. Il primo centro abitato che si incontra salendo è quello di Avedèe, a 790 metri. Poco oltre, la valle comincia a mostrarsi all’escursionista: appare anche Codera, il suo centro principale. Per raggiungere il paese bisogna però scendere di qualche decina di metri, lambendo, quasi, il fianco granitico della montagna e sfruttando anche due preziosissime gallerie paramassi (i massi sono, infatti, su tracciati come questo la più grande minaccia). Si risale, infine, ad una cappelletta che annuncia il paese, preceduto dal suo cimitero, posto quasi di fronte alla laterale val Ladrogno.
Codera (m. 850) ci accoglie con la chiesa, dal caratteristico campanile. Sul sagrato un possibile prezioso punto di appoggio, il rifugio La Locanda. Sul lato opposto del paese, abitato tutto l’anno, si può raggiungere un secondo prezioso punto di ristoro, l’Osteria Alpina. Torniamo, ora, indietro: poco oltre l'Osteria Alpina, proseguendo sulla destra, troviamo un bivio: prendendo a destra (segnalazioni per San Giorgio ed il Sentiero Life delle Alpi Retiche) scendiamo, con pochi tornanti, al ponte sul torrente Codera, piccolo capolavoro d’ingegneria, sospeso su quaranta metri di vuoto. Subito dopo il ponte si incontra un bivio e si prende a destra, raggiungendo ben presto l’impressionante forra terminale della val Ladrogno, valicata da un secondo e non meno ardito ponte. Poi si raggiunge un più tranquillo bosco di castagni: il sentiero, salendo, conduce alle case di Cii (m. 851).
Oltre Cii, il sentiero prosegue nella salita, con traccia meno evidente, ma non lo si può perdere: alla fine si congiunge con il Tracciolino, che, con un tracciato pungo più di dieci chilometri, spesso intagliato nella viva roccia, unisce la Val Codera alla Val dei Ratti, partendo dalla presa d’acqua della Sondel poco sopra Codera e raggiungendo la diga di Moledana, sotto Càsten.
Il tracciolino valica il vallone della val Grande, entrando poi in un bel bosco, sul grande dosso di Cola (voce dialettale che significa colle, vetta). Qui viene tagliato da un sentiero (segnalazione) che, percorso in salita (sulla sinistra), conduce a Cola (m. 1018). La salita all’abitato di Cola è uno sprofondare nel grembo del tempo. Qui il silenzio è rotto solo dallo scampanìo delle capre. Il dosso termina alle pendici rocciose che salgono alla punta Redescala (m. 2304), che nasconde il Sasso Manduino.
Se, tornati al tracciolino, lo si lascia subito per seguire il medesimo sentiero, ma in direzione opposta, cioè scendendo verso destra, si incontra, dopo diversi tornanti, una cappelletta, posta, come molte altre, a protezione del viandante che si accinge ad affrontare luoghi insidiosi. Bisogna, infatti, calarsi nel pauroso cuore del vallone di Revelaso, dove massi ciclopici sembrano dire che questo non è posto per uomini. Sul lato opposto, il sentiero supera un punto molto esposto (massima attenzione, anche se la sede è larga e ben scalinata!), prima di condurre a luoghi più tranquilli, fino alla splendida conca di prati che ospita San Giorgio di Cola (m. 748), paese di cavatori di granito, gentile e sorprendente isola bucolica in un mare di forre e precipizi. Dal belvedere ottima è la vista sul lago di Mezzola. Questi luoghi, come testimonia un avello celtico nei pressi del cimitero, hanno visto da tempo assai antico la mano operosa dell’uomo. Una leggenda vuole che questo avello, insieme ad un altro simile, abbia ospitato la salma di un comandante spagnolo, in servizio al Forte di Fuentes (edificato nel 1603), morti per la malaria che infestava il Pian di Spagna (la leggenda è riportata nel volume di Giambattista Gianoli "Dizionario storico delle valli dell'Adda e del Mera", Tipografia Commerciale Valtellinese, Sondrio, 1945, pg. 59). Un'altra leggende è legata alla denominazione del paese, che si dovrebbe, nientemeno, che ad una reale presenza di San Giorgio, il grande santo che sconfisse un terribile drago e che negli ultimi anni scelse di vivere proprio qui, con il suo fidatissimo cavallo. Lo proverebbe, fra l'altro, l'orma impressa da quest'ultimo su un masso, quando spiccò, con il santo in sella, un prodigioso balzo fin sul versante opposto della valle, ad Avedée, dove si fermò per abbeverarsi. Una variante vuole che il santo, subito dopo la faticosa uccisione del drago, sia venuto a dissetarsi all'acqua di uno dei due avelli di origine forse celtica che sono uno dei motivi che rendono famoso questo borgo. Dopo la sua morte, sarebbe, quindi, stato sepolto nel cimitero del borgo, luogo davvero unico, il cui spazio è ricavato sotto un enorme blocco di granito.
Ma torniamo a dare una direzione ai nostri passi. Se si sale alle spalle del paese e si supera il cimitero ci si ricongiunge, seguendo le indicazioni, al Tracciolino. Per chiudere l’anello, però, bisogna procedere in direzione opposta, passando sul lato settentrionale del paese (sulla destra, per chi scende), ed imboccando un’ardita mulattiera che aggira, sulla destra, la cima dello sperone roccioso su cui poggia il paese, si porta sul lato opposto e scende sul suo fianco aspro e selvaggio, con una serie di 19 tornanti dx-sx. Anche qui la montagna incombe sul viandante, senza però farsi mai veramente minacciosa. Superato un ultimo tratto in un rado bosco, si giunge al termine della mulattiera, e si scende, per una strada sterrata, ad intercettare la via asfaltata che, percorsa verso destra, conduce al ponte sul torrente Codera, oltre il quale confluisce, in breve, nella via Castello; salendo verso destra, siamo, infine, al parcheggio di Mezzolpiano, dopo circa 5 ore di cammino, necessarie per superare un dislivello approssimativo di 900 metri.

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

APPENDICE: DALLA LEGGENDA ALLA REALTA' - LA VICENDA DEL PRETE SCOMPARSO IN ALTA VAL CODERA

Domenica 15 luglio 1934 ad Uschione, paesino adagiato su un bel poggio del versante montuoso ad est di Prata Camportaccio e Chiavenna, è atteso, per la funzione domenicale, don Giuseppe Buzzetti: ma la sua inconfondibile figura, austera, schiva, claudicante, non compare.
Il sacerdote, forte tempra di alpinista, era partito da Chiavenna il giovedì precedente e, compiuta una lunghissima traversata, aveva raggiunto la bocchetta di Sceroia, che, a 2714 metri, congiunge la valle Alpigia (laterale della Val Codera) alla
Val Porcellizzo, in Val Masino, per poi scendere al rifugio Gianetti. Questa sola notizia ci può far capire che tempra d’uomo fosse: una camminata del genere, che comporta ben più di 2000 metri di dislivello, richiede doti di resistenza a dir poco fuor del comune.
Dopo il pernottamento, il giorno seguente sale al pizzo Badile, in solitaria, come era uso fare: si trattava, infatti, anche di una figura di valente alpinista, che aveva legato il suo nome ad imprese destinate ad essere ignorate se non fossero state raccolte dal conte Bonacossa. La più importante era stata la prima ascensione del pizzo di Prata (il Pizzasc, o Pizzun, come lo chiamano a Chiavenna) per la temibilissima parete nord, che incombe con il suo impressionante strapiombo sulla val Schiesone.
Anche il successivo sabato è dedicato ad un’ascensione, nonostante il tempo volga al peggio. A nulla serve il tentativo di dissuasione del gestore del rifugio: don Giuseppe raggiunge la vetta della punta Torelli (m. 3137), e lì viene visto, dal rifugio, per l’ultima volta. Poi, più nulla. Il furioso temporale che si è scatenato sembra averlo inghiottito. Ad Uschione, come detto, lo attendono invano, e subito vengono organizzate le ricerche, senza esito.
Solo con notevole ritardo, circa un mese dopo (il 15 agosto), viene ritrovato, alla bocchetta Torelli, un biglietto che permette di azzardare qualche ipotesi su quanto accaduto. Il biglietto reca scritto: “Don Giuseppe Buzzetti C.A.I. sez. di Chiavenna, da Bresciadiga, passo Sceroia, capanna Gianetti, pizzo Torelli, bocchetto Torelli per Bresciadiga 14-VII-34” (o, secondo altri, “11-VII-34”).
Due ipotesi, a questo punto, si impongono: la bocchetta si trova sulla cresta che scende dalla punta Torelli, e da essa l’alpinista forse tentò una discesa diretta verso l’alta Val Codera, per un ripido canalone, oppure proseguì lungo la cresta fino al passo Porcellizzo, la più facile via di discesa in Val Codera. Sia accaduta l’una o l’altra cosa, quel che è molto probabile è che, forse colpito da un fulmine, forse scivolato, sia caduto in un crepaccio, probabilmente fra il ghiacciaio di Sivigia, in alta Val Codera, ed il fronte roccioso, per essere poi ricoperto dalla neve.
Quel che è certo è che il suo corpo non fu più ritrovato. E’ come se, ancora nel pieno del suo vigore (aveva 48 anni, essendo nato nel 1886), la montagna, quasi amante gelosa che vuole interamente per sé coloro che la amano, l’avesse nascosto per sempre agli uomini. Forse un giorno, complice il ritiro dei ghiacciai, la salma verrà ritrovata. Sicuramente quel che non si è mai perso, soprattutto nel chiavennasco, è il suo vivido ricordo.
Se ci capiterà di salire, da Prata Camportaccio o da Chiavenna, in Val Schiesone, osserviamone, dal rifugio Il Biondo, la testata: il lato destro è dominato dalla scura e minacciosa parete nord del pizzo di Prata, vinta dal solitario sacerdote. Appena a sinistra della parete, vedremo una modesta ed affilata punta, che reca il suo nome: egli fu il primo, infatti, a scalarla, così come fu il primo a raggiungere la punta Schiesone, alla sua sinistra.
Per saperne di più, si può consultare il recente (2002) volumetto intitolato "Il prete scomparso", curato da Guido Scaramellini, Guglielmo Scaramellini, Paolo De Pedrini ed Alberto Benini, ed edito dal CAI sezione di Chiavenna.

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