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La Val dei Ratti

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La misteriosa e splendida valle alle spalle di Verceia

APRI QUI UNA MAPPA DEI PERCORSI ELABORATA SULLA BASE DI GOOGLE MAP
CARTE DEI PERCORSI: VAL DEI RATTI, BASSA VAL DEI RATTI, MEDIA VAL DEI RATTI, ALTA VAL DEI RATTI, CARTA GENERALE, SENTIERO WALTER BONATTI 1, 2, 3

Apri qui una galleria di immagini - Accendi le casse se vuoi ascoltare l'angelus della chiesetta di Frasnedo e un mio brano ispirato a questa valle (clicca qui se non parte in automatico) ; Su YouTube: Val dei Ratti 1, 2
AGGIORNAMENTO

Il testo che segue è "datato", fotografa la situazione di qualche anno fa. Oggi (novembre 2011) le cose sono un po' cambiate, per la presenza di due piste agro-silvo-pastorali. La prima raggiunge la Foppaccia. La seconda sale verso Frasnedo, ed ha raggiunto al momento la Motta (m. 850 circa). Le piste sono chiuse al traffico dei veicoli non autorizzati, ma è possibile acquistare il permesso di transito giornaliero nei bar Val di Ratt, Pinki, Milky, Circolo "Al Sert"; presso gli uffici Comunali (tel. 0343 44137; www.comune.verceia.so.it) è possibile anche acquistare un permesso annuale. Senza tale permesso, la salita in valle parte dalla quota piuttosto bassa di Vico (poco meno di 400 metri), dove, peraltro, si trova solo uno slargo che consente il parcheggio a circa 4 autoveicoli.
Inoltre a Frasnedo è stato aperto, il 10 maggio 2010, un graziosissimo rifugio, posto proprio all'uscita dal paese (per chi sale verso la media valle), il rifugio Frasnedo (per informazioni: Elda 3336266504; Martin 331 9714350, Livio 338 4469448; Ufficio Verceia tel./fax. 0343 39503; Contatti: info@rifugiofrasnedo.it ; sito web: www.rifugiofrasnedo.it ). Ho comunque preferito conservare il testo "dadato", forse perché sono affezionato ad esso. In coda alle relazioni escursionistiche, ho inserito una galleria di immagini, che riporta colori della valle nelle diverse stagioni.

Infine: la nevicata del 29 ottobre 2012 ha fatto cadere numerose piante rendendo oltremodo difficoltosa la traversata Moledana-Foppaccia.

PRESENTAZIONE

La Val dei Ratti (o Valle dei Ratti), in rapporto alla sua ampiezza ed alle possibilità escursionistiche offerte, è molto probabilmente la meno nota ed apprezzata fra le valli non solo della Valchiavenna, ma dell’intera provincia. Non senza motivo. È, insieme alla Val Codera (che però gode di una ben maggiore notorietà, anche per essere attraversata dalla prima tappa del celeberrimo Sentiero Roma), l’ultima valle di una certa ampiezza (il torrente Ratti la percorre per 11 km) che non è servita da una carrozzabile e che quindi si lascia visitare solo con grande fatica e dispendio di sudore. La valle, che si apre alle spalle di Verceia (anche se appartiene nella sua quasi totalità amministrativamente, al comune di Novate Mezzola), resta quindi, per i più, un enigma, emblema di una montagna che, pur non avendo nulla da invidiare alle mete più frequentate, è stata risparmiata dalle peregrinazioni di massa delle frotte di turisti alla ricerca di frescure a portata di motore. Resta là, nascosta, alle spalle della solare Costiera dei Cech, resta il regno degli abitanti di Verceia che, d’estate, animano il nucleo di Frasnedo, il suo baricentro, guardando gli sporadici turisti “forestieri” senza diffidenza, ma con l’orgoglio di chi si sente sovrano di un lembo alpino non privo di storia e di importanza anche economica (i suoi pregiati alpeggi furono, un tempo, in gran parte posseduti dalla nobile famiglia comasca dei Ratti, che hanno donato alla valle il nome).


La valle, prima laterale orientale per chi entra da sud in Valchiavenna, scende ripida, con andamento ovest, fino alle rive del lago di Mezzola, dalle belle vette granitiche del cosiddetto nodo del Ligoncio, che ha come vetta principale il pizzo omonimo (m. 3038), sul quale si incontrano Val Spazza o Arnasca (Val Codera), Valle dell’Oro (val Masino) e Valle dei Ratti. Sul suo versante orientale, dal monte Bassetta, a sud (m. 2143) al monte Spluga, o cima del Calvo (m. 2967), sull’angolo di nord-est della valle, passando per il monte Sciesa (m. 2487), la cima di Malvedello (m. 2640) e la cima del Desenigo (m. 2845), domina la qualità di granito denominata serizzo. Su quest’ampia dorsale si trovano alcuni importanti passi, da quelli della Piana (m. 2052), di Visogno (m. 2574) e del Colino (m. 2630), che congiungono la Costiera dei Cech alla Valle dei Ratti, ai passi gemelli di Primalpia (m. 2476) e bocchetta di Spluga (o Talamucca, m. 2526), che congiungono l’alta Valle dei Ratti alla Valle di Spluga (Val Masino). Il resto della testata della valle, che propone, da est ad ovest, il pizzo Ratti (m. 2907), il pizzo della Vedretta (m. 2925), il pizzo Ligoncio (m. 3038), le cime di Gavazzo (m. 2920), la punta Magnaghi (m. 2871) ed il Sasso Manduino (m. 2888) sono, invece, il regno della qualità di granito denominata ghiandone. Qui troviamo il passo della Vedretta Meridionale (m. 2840), che consente di traversare in Valle dell’Oro (Val Masino) ed il più difficile passo della Porta o bocchetta di Spassato (m. 2820), che permette di traversare in alta Val Ladrogno (Val Codera).

Questa sintetica presentazione giustifica la presenza nella valle di due strutture importanti, il rifugio Volta, dedicato all’illustre scienziato comasco (m. 2212) ed il bivacco Primalpia (m. 1980). Sintesi delle possibilità escursionistiche della valle è offerta anche da Ercole Bassi ne “La Valtellina – Guida illustrata”, del 1928 (V edizione): “Sbocca a Vercéja la scoscesa Valle dei Ratti o del Ratto, che sale a mattina. In alto vi sono alcuni alpeggi, goduti in comunione dai proprietari, che vi confezionano d'estate ottimi formaggi grassi, simili a quelli molto apprezzati di Val del Bitto e di Val di Lesina. Rimontando la Val dei Ratti si giunge alla capanna Volta del C.A.I. sez. di Como, e pel passo Primàggia (m. 2457) si scende in Valle Spluga, dalla quale per diversi sentieri si può calare in Val del Masino. La capanna Volta agevola le ascensioni al pizzo Ligoncio (m  3033), alla cima del Calvo (m. 2955), al monte Spluga (rn. 2845) che offre un panorama estesissimo; alla punta Como (m. 2900), al Colle Magnaghi (m. 2700) e ad altre vette interessanti.”
Dall’opera “La Valtellina (Provincia di Sondrio)”, di Ercole Bassi (Milano, Tipografia degli Operai, 1890), ricaviamo, poi, interessanti notizie sugli alpeggi (tutti di proprietà privata) di Val Codera e Valle dei Ratti, la prima interamente, la seconda in gran parte territorio del comune di Novate Mezzola  (i dati si riferiscono rispettivamente al numero di vacche sostenute ed al reddito in lire per ciascun capo):

Molteplici sono le possibilità escursionistiche offerte dalla valle. Vediamole.

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SALITA A FRASNEDO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Verceia (parcheggio sopra Vico)-San Sciucc-Tracciolino-Casten-Frasnedo
2 h
690
E
Verceia (Via Molino)-Moledana-Frasnedo
3 h
1020
E


Portiamoci, con l’automobile, alla parte alta di Verceia, sul lato sinistro, cercando le indicazioni per la Valle dei Ratti. Una stradina che passa per la frazione di Vico termina, dopo un ultimo tratto sterrato, ad una quota approssimativa di 600 metri, dove troviamo un ampio slargo per parcheggiare, negli spazi consentiti. Imbocchiamo, dunque, la segnalata (segnavia bianco-rossi e rosso-bianco-rossi) mulattiera per la Valle dei Ratti e per Frasnedo. Il primo tratto, scalinato, risale il fianco di una sorta di promontorio, e ci porta alla soglia di un versante boscoso, dominato dai castagni, sul quale la mulattiera, sempre assai larga, comincia a guadagnare quota, con direzione est, passando nei pressi di una prima cappelletta (m. 664, con un dipinto in avanzato stato di degrado) e raggiungendo, dopo una quarantina di minuti o poco più di cammino, l’ampia radura della località denominata San Sciucc (m. 860). Non sapremmo dire a quale figura di santo si riferisca questa denominazione; tenendo presente, però, che “sciucc” significa “grande tronco d’albero”, essa si attaglia assai bene al luogo, caratterizzato dalla presenza di castagni secolari. Uno di questi, infatti, è stato inserito fra gli alberi monumentali della Provincia di Sondrio (Censimento del 1999): dal suo tronco, il cui diametro ragguardevole misura 524 cm, si elevano, però, ormai solo pochi esili rami, che  non superano l’altezza di 10 metri. Eppure questa memoria vivente dei secoli passati non soffre della presenza di più giovani e baldanzosi esemplari, e mostra una rara dignità anche nell’evidente declino e senescenza. La radura ospita una struttura utilizzata dagli Alpini di Verceia per le loro feste estive. Una seconda cappelletta ci riserva una sorpresa più unica che rara: il dipinto al suo interno mostra una Madonna, biondissima, con Bambino, altrettanto biondo, con in mano un rosario e circonfusa dalle nubi del cielo. Fin qui niente di originale. L’originalità sta nel piede della vergine, che sbuca dalla nube, rivestito di un vistoso ed improbabilissimo scarpone da montanaro, non sapremmo quanto utile in quel della Terra Santa o dell’alto dei Cieli, ma sicuramente intonato con lo spirito di questi luoghi. Difficile, però, che la versione originale del dipinto contemplasse questo dettaglio: una scritta ci informa che la cappella fu fatta edificare per sua devozione da Giova Batista Berino nel 1734. Sul lato della cappelletta possiamo leggere la preghiera dell’alpino: “Su le nude rocce, sui perenni ghiacciai, su ogni balza delle Alpi ove la Provvidenza ci ha posto a baluardo fedele delle nostre contrade, noi, purificati dal dovere pericolosamente compiuto, eleviamo l’animo a Te, o Signore, che proteggi le nostre mamme, le nostre spose, i nostri figli e fratelli lontani, e ci aiuti ad esser degni de le glorie dei nostri avi. Dio onnipotente, che governi tutti gli elementi, salva noi, armati come siamo di fede e di amore. Salvaci dal gelo implacabile, dai vortici della tormenta, dall’impeto della valanga, fa che il nostro piede posi sicuro su le creste vertiginose, su le diritte pareti, oltre i crepacci insidiosi, rendi forti le nostre armi contro chiunque minacci la nostra patria, la nostra bandiera, la nostra millenaria civiltà cristiana. E tu Madre di Dio, candida più della neve, tu che hai conosciuto e accolto ogni sofferenza e ogni sacrificio di tutti gli alpini caduti, tu che conosci e raccogli ogni anelito e ogni speranza di tutti gli alpini vivi ed in armi, tu benedici e sorridi ai nostri battaglioni e ai nostri gruppi. Così sia.” Nei pressi della cappelletta udiamo anche il rallegrante scroscio di un rivolo d’acqua, che una graditissima fontanella ci offre. Una rinfrescata non nuoce prima di riprendere il cammino.
La mulattiera sale ancora, fra grandi tronchi di castagno e qualche snella betulla, intercettando, dopo pochi minuti, a quota 910 metri, i binari del Tracciolino, la straordinaria decauville che congiunge il bacino di carico della Val Codera, che serve la centrale di Campo di Novate, con la diga di Moledana, in Valle dei Ratti. Uno straordinario tracciato, che corre, con andamento assolutamente pianeggiante, per circa dodici chilometri, tagliando valloni fra i più orridi e verticali si possano immaginare. Venne tracciata negli anni trenta del secolo scorso, per portare dalla Valle dei Ratti il materiale necessario a costruire la diga in Val Codera. Prendendo a sinistra, troviamo, dopo breve tratto, la casa dei guardiani, poi inizia la lunga traversata verso la Val Codera; prendendo a destra ci portiamo, invece, alla diga di Moledana, impressionante muraglia eretta all’imbocco dell’orrida forra nella quale precipita la bassa Valle dei Ratti. Noi, però, salutiamo il Tracciolino e proseguiamo sulla mulattiera per Frasnedo, che continua a salire con andamento est. Dopo breve salita, alcuni cartelli ci segnalano la presenza, poco a monte della mulattiera, del piccolo nucleo di Casten (così è chiamato sulle carte, ma un cartello lo chiama Casctan ed è citato anche come Castàn, con evidente derivazione da “castagno”). Di nuovo un riferimento al castagno, l’albero che regna incontrastato su questo segmento della valle. Saremmo inclini a pensare che da sempre esso abbia abitato le valli alpine, integrato perfettamente com’è nella magra economia di sussistenza delle sue popolazioni, data la versatilità degli usi alimentari della castagna; così, però, non è: fu introdotto, dai boschi appenninici dell’Italia centrale, in epoca romana e cominciò a soppiantare l’incontrastato dominio del faggio in età medievale. Qui a Casten si respira, però, un’aria quasi cosmopolita: un simpatico cartello indica la direzione per Chiavenna e St. Motitz ed un altro definisce il gruppo di baite frazione d’Europa. Un terzo cartello, infine, posto dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, commemora la traversata della 55sima brigata Fratelli Rosselli, che, nel novembre del 1944, incalzata da un rastrellamento delle forze nazi-fasciste, passò di qui scendendo dall’alta Valle dei Ratti per effettuare la traversata in Val Codera sul Tracciolino ed espatriare in territorio elvetico per la bocchetta della Teggiola.  Poco più avanti, a sinistra della mulattiera, un grande masso cavo raccoglie l’acqua di una sorgente, ed una scritta indica che si tratta di un “böi” (trogolo) di origine forse cinquecentesca.
Salendo ancora, ci affacciamo alla soglia della media valle, che comincia a regalarci qualche scorcio dal quale possiamo già apprezzarne, per quanto parzialmente, l’ampiezza. La soglia è presidiata da una terza cappelletta, a 1171 m., quella della Val d’Inferno (così si chiama il vallone laterale che precipita da nord nel solco principale della valle). Vi è raffigurata una Madonna con Bambino. Mentre Gesù, con volto singolarmente “adulto”, le cui fattezze richiamano quelle dei montanari di queste valli, addita con l’indice il cielo e volge lo sguardo, serio e compreso, lateralmente, la Madonna, con espressione dolcemente malinconica, guarda direttamente il viandante. Niente scarponi, questa volta. Le valli alpine sovrabbondano di questi segni della devozione popolare, che assumevano diverse funzioni: erano luoghi di sosta nella faticosa salita degli alpigiani al monte, sempre con un carico di molti chilogrammi, ed erano, insieme, invito alla preghiera ed a pensieri edificanti; spesso presidiavano luoghi pericolosi, soprattutto per l’esposizione, e quindi fungevano anche da segno della divina protezione; talvolta servivano anche da riparo in caso di intemperie. Su un lato di questa cappelletta dobbiamo alla penna ed alla vena poetica di un tal Andreino (classe 1947) una simpatica poesiola che ne celebra il restauro: “Vegia capela de la Val d’Infern. Al me par er che andevi in Talamüchä, pasevi via quaivolt sempar de fughà e te vidivi ilò, in ör a sctreda, a fe la guardia a tüta la valeda. Te ne paset denenz de tüti ‘l nöt: tudesch, cuntrabandier e partigiani, ma te te mai tremeet, chära capela, driza ilò, impee a fe da sentinela. Pasevan i nos vec cul zainu in scpala, chilò i se fermevan a quintala; un fiuu, un pater, e dopu via debot, andevan a pusee cuntent ai crot. Adess i pasan via sempar de presa, se ferman piö ninch a cambiat i fiuu! La nef, al suu, vürün maledücheet töc i tö sant t’an quasi cancelet. “Quanta fadighä i nos vecc a fala sö” i disaran un dè i nos fiö, cun i falò d’ascteet, al frec d’invern, vegia capela de la Val d’Infern! An te farè növa, bela cumè prüma, senza scpecee chè i vegnin sö da Roma e quei che i pasarè cun gran riscpet i pensaran: “Parò ‘l 47”  Peccato doverla tradurre, magari pedestremente: “Vecchia cappella della Val d’Inferno. Mi pare ieri quando andavo in Talamucca, passavo via qualche volta di fretta e ti vedevo qui, sul ciglio della strada, a far la guardia a tutta la vallata. Te ne sono passati davanti di tutti i generi: tedeschi, contrabbandieri, partigiani, ma tu non hai mai tremato, cara cappella, dritta, qui, in piedi a fare la sentinella. Passavano i nostri vecchi con lo zaino in spalla e si fermavano qui per chiacchierare; un fiore, un pater e dopo via ancora, andavano anche più contenti ai crotti. Adesso passano via sempre di fretta, non si fermano più neppure a cambiarti i fiori! La neve, il sole e qualche maleducato hanno quasi cancellato tutti i tuoi santi. “Quanta fatica i nostri vecchi a costruirla”, diranno un giorno i nostri figli, con i falò d’estate, il freddo d’inverno, vecchia cappella della Val d’Inferno! Ti faremo nuova, bella come prima, senza aspettare che vengano su da Roma e quelli che passeranno con gran rispetto penseranno: “però, il ‘47”. I riferimenti storici nella poesia testimoniano di come questa valle non fu in passato avulsa dalle vicende più generali di Valchiavenna e Valtellina. Già abbiamo visto come di qui passò, nel novembre 1944. la 55sima brigata partigiana Fratelli Rosselli, che aveva iniziato un lungo ripiego dalla Valsassina, per la Val Gerola, alla Costiera dei Cech, dalla quale era appunto scesa fin qui per passare in Val Codera sfruttando il Trecciolino e di qui guadagnare la Svizzera varcando la bocchetta della Teggiola. Di qui passarono, nel secolo scorso, anche molti contrabbandieri, che scendevano dalla Val Codera. Meno chiaro è il riferimento ai tedeschi. Potremmo pensare a truppe naziste, perché nel novembre del 1944 truppe nazifasciste salirono in valle per cercare di intercettare la citata ritirata della 55sima Rosselli. Ma forse c'è un'allusione anche al celebre colonnello tedesco Pappenheim che, al serbvizio degli Spagnoli, combattè con successo, nel settembbre del 1625, contro gli avversari, Francesi e Grigioni, nel contesto delle guerre per la Valtellina successive alla rivolta dei cattolici del 1620. Per suo ordine 700 soldati, guidati dal Perucci, compirono un’ardita traversata dalla Val Codera per il vallone di Revelaso e la forcella di Frasnedo, scendendo poi dalla Valle dei Ratti per sorprendere alle spalle le truppe franco-grigione di stanza a Verceia. La manovra riuscì in pieno e fu il preludio della ritirata di Francesi e Grigioni, che, presi alle spalle, lasciarono Verceia, che tenevano da qualche mese, e sgomberarono la bassa Valtellina fino a Traona. La manovra voluta dal Pappenheim, che poi regalò un quadro celebrativo della sua vittoria alla chiesa di S. Fedele di Verceia, è così descritta nella “Storia della Valtellina” del Romegialli 1836): “All’impresa adunque di Campo e Verceja pose egli [Pappenheim] ordine, e dati settecento al cavaliere Perucci, questi, con alcuni di Valle Codera, prese le aclività di quel monte, e superandone l’altezza, non che la costa di quelli che dividono dall’altra Valle detta dei Ratti, d’onde uscivasi sopra Verceja, dopo due giorni e tre notti di periglioso arrampicarsi e marciare, prendevano alle spalle e ai fianchi gli alleati, senza che le scolte od alcun avamposto se ne accorgesse…” Con uno sforzo di immaginazione possiamo figurarci i fanti agli ordini del Perucci scivolare silenziosi giù per il sentiero, fino ad affacciarsi agli ultimi pendii sopra Verceia.

Non abbiamo, invece, bisogno di immaginazione alcuna per figurarci Frasnedo, che vediamo, in alto, sulla sinistra. C’è ancora un po’ da camminare: la mulattiera ci porta ad un bivio, segnalato da un cartello, che indica il ramo di sinistra come direzione per Frasnedo (la sigla S.I., che abbiamo già incontrato al Traccolino, sta per Sentiero Italia, di cui ora percorriamo un tratto della tappa Codera-Frasnedo), mentre quello di destra porta a Moledana e Corveggia. Dopo un tratto scalinato e qualche tornantino, incontriamo una nuova fresca fontanella, sempre gradita se camminiamo nella calura estiva. Poi la selva si dirada progressivamente e superiamo un tratto nel quale la mulattiera incide alcune formazioni rocciose affioranti, volgendo in direzione nord-nord-est. Qualche ultimo sforzo ci porta al limite dell’ampia fascia di prati che ospita Frasnedo, il paese dei molti frassini (questo è il significato etimologico del nome).

Ci accoglie una piccola croce in ferro dedicata alla memoria di Oregioni Teresa (Oregioni e Penone sono i più diffusi cognomi nella valle ed a Verceia) ed una quarta cappelletta, circondata da alcuni grandi aceri, dove è dipinta, non ce ne stupiamo, una Madonna con Bambino (ma questo dipinto è di fattura assai più recente rispetto ai precedenti). Ci viene incontro, poi, la prima baita, sulla quale si legge ancora la scritta “Frasnedo comune di Verceia”. Le baite, ben curate e ristrutturate, regalano qualche dettaglio che ne testimonia l’antichità, come uno stipite in legno datato 1721. Attraversiamo il primo e più consistente nucleo di baite, notando anche una piccola targa in legno che invoca sulla valle la protezione di Santa Barbara. Se abbiamo un po’ di spirito di osservazione, noteremo anche che alcune di queste baite sfruttano la presenza di una vicina piccola roggia, che serve a fornire acqua fresca per conservare alimenti e bevande nella parte più calda della stagione. Paese simpatico davvero, Frasnedo, che si anima di vita nella stagione estiva, nonostante i villeggianti debbano salire fin quassù da Verceia con un’ora e mezza buona di cammino, in quanto la strada carrozzabile non accede alla valle, ma si ferma ad una quota approssimativa di 600 metri. È questo, come già detto, il motivo principale che ha conservato alla valle un volto antico, pressoché intatto: per giungere fin qui occorrono circa un’ora e tre quarti di cammino.

D’estate non patiremo certamente la malinconia: la vivace e cordiale presenza della gente di Verceia riempirà di suoni, umori e colori la vita del paese. Ecco quel che scrive, al proposito, Giuseppe Miotti in “A piedi in Valtellina” (Istituto geografico De Agostani, 1991):
Il villaggio sorge a 1287 metri, poco sotto il selvaggio crestone che separa la Val dei Ratti dal Vallone di Revelaso. Come Codera anche Frasnedo fino a pochi anni or sono era abitato tutto l’anno; oggi i suoi paesani vengono quassù solo d’estate, alcuni per passarvi le ferie, altri per falciare il fieno e portarvi le mucche. È gente rustica quella di Frasnedo, gente che mi par vada fiera del fatto che la valle sia rimasta immune dal progresso e dal clamore. Una strada che da Verceia conducesse al paese sarebbe molto comoda, ma quelli con cui ho parlato sembrano poco propensi… Finora i rifornimenti giungono al paese tramite la teleferica, che è gestita da un consorzio formato dagli stessi abitanti di Frasnedo e della quale tutti sono giustamente fieri. Nel mese di agosto il piccolo villaggio è animato da numerose feste e vale certo la pena di passare una giornata in loco per dividere con gli abitanti la gioia e le sensazioni antiche che questi “riti” evocano. Forse la festa più importante è quella della seconda domenica del mese: quella della Madonna delle Nevi. Dalla piccola e graziosa chiesa, dedicata appunto alla Vergine, parte la processione che esce dal paese addentrandosi per un breve tratto nella valle e facendo ritorno dalla parte opposta di quella donde si è mossa. Mentre la processione si allontana e per tutta la sua durata, le campane vengono suonate a martello da due esperti percussionisti locali. Tutto il villaggio è parato a festa e, soprattutto la sera, l’allegria si scatena con mangiate, bevute e fuochi d’artificio.”

Proseguendo sulla mulattiera, ci portiamo, in breve, al sagrato della chiesetta della Madonna delle Nevi (m. 1287), dedicata anche a S. Anna, sulla cui facciata, fra i santi Rocco ed Antonio, si legge una dedicazione in latino, dalla quale ricaviamo che il popolo di Frasnedo la fece erigere nel 1686 a perpetua memoria dell’apparizione di fiori fra le nevi (il campanile, però, venne eretto più tardi, nel 1844). Ci regala la sua preziosa ombra un grande olmo montano, fiero di essere stato inserito fra gli alberi monumentali della Provincia di Sondrio (censimento del 1999) per il suo portamento, la sua eleganza ed anche la sua rarità botanica (a questa quota): la circonferenza del suo tronco misura 270 cm ed è alto 10 metri. Ma se glielo chiedete, sicuramente vi fornirà dati approssimati per eccesso. La vanità non è solo animale. La chiesetta è posta in posizione rialzata, rispetto al corpo centrale del paese. La sua collocazione ci permette di vivere la sensazione di una curiosa sospensione: guardando oltre la soglia della bassa valle scorgiamo uno spicchio del lago di Mezzola, mentre volgendo lo sguardo alla testata della valle vediamo il monte Spluga o cima del Calvo (m. 2967), dove si incontrano Valle di Ratti, Valle dell’Oro e Valle di Spluga. Noi siamo in una sorta di dimensione intermedia fra le placide sponde lacustri ed i contrafforti graniti delle cime del gruppo del Masino, di cui scorgiamo, da qui, il monte Spluga o cima del Calvo. Una dimensione intrisa di suggestione ma anche di mistero. In questo, come in tanti altri luoghi remoti della montagna alpina, sono fiorite le leggende, perlopiù a fondo oscuro.

La più famosa ha come cornice una delle fredde e brevi giornate invernali a Frasnedo, quando il paesino era ancora abitato per l’intero arco dell’anno: una sera un umile contadino di Verceia, rimasto a Frasnedo per custodire il gregge di capre, udì bussare alla sua porta, e, colmo di stupore, come ebbe aperto si ritrovò di fronte questo elegante signore. Gli venne spontaneo chiedere cosa facesse lì ad un’ora così tarda, e se non si fosse perso. La risposta fu enigmatica: da cinquecento anni dimoro in questa valle, disse l’uomo misterioso, che poi si sedette su una panca, vicino al focolare, togliendosi le scarpe per scaldarsi i piedi. Fu allora che il contadino ebbe modo di comprendere di chi si trattasse: al posto dei piedi, infatti, comparvero due zampe caprine. Gli si raggelò il sangue nelle vene, perché non ci voleva molto a capire che si trattava del diavolo in persona. Fu, però, in quell’occasione almeno, un buon diavolo, perché non fece alcun male al contadino, ma si limitò a riscaldarsi, a ringraziare e ad andarsene. Il contadino, nondimeno, non perse tempo, e, congedato l’ospite inquietante, scese precipitosamente alla casa di Verceia. Lo spavento fu tanto che cadde anche in una lunga malattia. Non sappiamo se si riebbe; noi, sperimentato il balsamo di questo luogo magico, dalle fatiche per salire fin qui ci sentiamo interamente ristorati.

Prima di prendere congedo da Frasnedo, però, raccontiamo una diversa via per raggiungerla, via che, snodandosi per buona parte sul versante opposto della valle (quello meridionale, o di sinistra idrografica), può servire anche per tornare a Verceia con diverso percorso.
Lasciamo la ss. 36 dello Spluga al secondo svincolo sulla destra (per chi proviene dalla Valtellina) di Verceia (il primo porta alla chiesa di S. Fedele) e saliamo fino ad un parcheggio di via Molino (quota approssimativa: 260 metri), dove troviamo un cartello escursionistico della Comunità Montana di Chiavenna che dà la Foppaccia a due ore, il monte Bassetta a 4 ore ed il passo del Culmine a 4 ore e 15 minuti. Seguendo la direzione indicata dal cartello, prendiamo a destra, seguendo una breve stradina asfaltata ma, prima di raggiungere l’argine del torrente Ratti, prendiamo a destra, raggiungendo l’imbocco della mulattiera che comincia a salire verso destra. Ignorata una deviazione a sinistra, incontriamo il primo segnavia rosso-bianco-rosso su un sasso alla nostra sinistra, appena prima un tornante sx. Alle nostre spalle si apre un bel colpo d’occhio sul lago di Novate Mezzola e sul monte Berlinghera che lo sovrasta. Dopo un paio di tornantini troviamo un nuovo bivio: ignorato il sentiero che prende a sinistra, stiamo sulla destra, seguendo i segnavia. Proseguiamo, poi, verso sinistra, fino ad un bivio: qui ignoriamo la mulattiera più marcata, che prosegue a sinistra; dovremmo seguirla, ma possiamo anche effettuare un breve “fuoriprogramma” prendendo a destra ed intercettando una stradina asfaltata ad un tornante dx, in corrispondenza delle baite del nucleo delle Zocche (m. 425).

Visitato il nucleo, osserviamo, alle sue spalle, un bivio: il sentiero di sinistra (segnavia bianco-rosso) è segnalato da un cartello che indica “Val dei Ratti via Castelletto-Moledana”, mentre quello di destra, ben più marcato, prosegue per la Foppaccia (segnavia rosso-bianco-rossi). Noi prendiamo il sentierino di sinistra che, dopo un tratto pianeggiante, si congiunge con la mulattiera che abbiamo lasciato poco più in basso. Dopo un breve tratto di salita, incontriamo la cappelletta di quota 444, dove viene dipinta una Madonna con Bambino ed alcuni santi, S. Giovanni, S. Guglielmo, S. Lorenzo, S. Antonio e S. Fedele, patrono di Verceia.  Da qui si vede molto bene l’impressionante orrido terminale della Valle dei Ratti, un luogo che sembra evocare la presenza del male e quindi giustificare il sacello che simboleggia la presenza di quelle del bene. San Fedele, dunque: in queste zone è davvero di casa. È dedicato a questo padre della fede comasca il tempietto che si trova di fronte a Novate Mezzola, detto appunto di San Fedelino, e da lui prende il nome il pregiato granito che si cava nella vicina Val Codera. Questo soldato romano, avendo rifiutato di rinnegare la fede cristiana, fu decapitato, in località Torretta, nel 286 d.C., presso l’attuale tempietto di San Fedelino. Ecco quel che scrive, in proposito, Giovanni Guler von Weineck, che fu governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel 1587-88, nella sua opera "Raetia", pubblicata a Zurigo nel 1616:
"Restano...sul posto dell'antica Samolaco, i ruderi di alcune torri ed una parte della chiesa che era stata eretta in onore di S. Giovanni. In quel luogo fu martirizzato S. Fedele dai sicari di Massimiano, che allora insieme con Diocleziano governava l'Impero Romano, perseguitando il Cristianesimo. Il corpo del Santo fu in seguito, nell'anno 1437, trasferito di lì con solenni cerimonie a Como, essendo Vescovo Ubaldo; ed a S. Fedele venne dedicata la basilica che prima era stata eretta in onore di S. Eufemia". Fedele venne, dunque, proclamato santo e, per celebrare la sua memoria, nel luogo del suo martirio fu eretto un primo tempietto che custodiva la sua tomba, ricordato già fra la fine del V secolo e gli inizi del VI dal vescovo di Pavia e scrittore Ennodio. Il tempietto andò in rovina, e, fu sostituito, qualche secolo dopo, nel 964, dall’attuale tempietto in stile romanico, mentre le sue spoglie vennero trasportate a Como. La sua devozione si estese all’intera zona dell’imbocco della Valchiavenna, e Verceia lo scelse come protettore celeste.
Raggiungiamo, quindi, una zona più aspra: il sentiero corre sul ciglio di un ripido versante (in alcuni tratti un corrimano ci offre maggiore sicurezza), è protetto per breve tratto da una galleria paramassi e, restringendosi, corre poco a monte del letto del torrente. Proseguendo, troviamo un tratto protetto con parapetto, che ci introduce al solco della selvaggia ed ombrosa Val Priasca, legata a paurose leggende di streghe che l’avrebbero scelta come dimora dalla quale calare, sul far della sera, ad insidiare i cristiani; sul lato opposto entriamo nel territorio del comune di Dubino, ed il primo tratto è agevolato da parapetto e corde fisse. Segue un tratto che regala un bel colpo d’occhio sulla bassa Valchiavenna e sul suo versante occidentale, sul quale distinguiamo il marcato intaglio del passo della Forcola. A quota 660 metri circa ci lascia, sulla sinistra, un sentierino; la mulattiera prosegue superando un tratto intagliato nella nuda roccia che, spesso umida, può riservare qualche insidia se non stiamo attenti. Dopo un tratto diritto, troviamo una svolta a destra, che precede un nuovo bivio; la mulattiera prosegue a sinistra (segnavia rosso-bianco-rosso), mentre il sentiero di destra porta, come leggiamo su un masso, al “Monte Drogo”, congiungendosi con il sentiero che termina al già citato maggengo della Foppaccia. Passiamo, poi, a sinistra di uno spuntone di roccia e sotto il cavo della teleferica; dopo un tratto un po’ esposto, raggiungiamo il filo di uno stretto dosso, che il sentiero comincia a risalire, zigzagando. Passiamo, quindi, di nuovo sotto il filo della teleferica e poi a monte di un baitello che resta alla nostra sinistra. Raggiungiamo, infine, il punto di arrivo della teleferica e continuiamo a salire, sul fianco meridionale della valle. Poco oltre, un incontro che non dimentichiamo: sulla nostra destra, appena a monte della mulattiera, ecco un faggio dalla forma bizzarra e vagamente mostruosa, con le radici abbarbicate ad un grosso masso erratico. È sicuramente il genius loci, lo spirito tutelare di questi luoghi, o forse è uno dei più illustri discendenti di quella stirpe che un tempo fu incontrastata sovrana dei boschi della valle, prima che, nei primi secoli dell’età cristiana, i Romani vi introducessero l’odiato rivale, il castagno. È, infine, uno degli alberi monumentali della Provincia di Sondrio (censimento del 1999): un’empia mano ha osato misurarne la circonferenza (444 cm) e l’altezza (8 metri). Poco oltre, una baita isolata.
Poi, proseguendo nella salita, vediamo, attraverso qualche spiraglio del bosco, Frasnedo, sul versante opposto della valle. Un nuovo tratto protetto da parapetto ci introduce alla Val Codogno, oltrepassata la quale rientriamo nel territorio di Verceia. Dopo una nuova salita, eccoci ad un quadrivio (quota 930 circa), segnalato da cartelli: procedendo diritti si va a Moledana, prendendo a destra ci si dirige alla Foppaccia mentre scendendo verso sinistra si scende alla diga di Moledana. Abbiamo, a questo punto, due possibilità. Possiamo, cioè, scendere alla diga, per osservare l’impressionante orrido della balla Valle dei Ratti, nel quale precipita il suo muraglione, seguendo, sul lato opposto, il tracciolino fino ad intercettare la mulattiera sul versante opposto della valle, poco sotto Casten, proseguendo nella salita come sopra descritto. Oppure possiamo proseguire diritti fino alle baite di Moledana, dove un simpaticissimo termometro a corda ci permette di controllare il tempo (funziona così: corda secca = bel tempo, corda bagnata = pioggia, corda rigida = freddo, corda mossa = vento, corda invisibile = nebbia o bere meno, no corda = ce l’hanno rubata). Poi, ignorando il cartello che segnala, sulla destra, il sentiero per l’alpe Nave, proseguiamo diritti, fino ad un ponte, sfruttando il quale torna sul lato sinistro (per chi sale) della valle, in corrispondenza di alcune baite. Di qui proseguiamo nella salita fino ad una deviazione, segnalata, per Frasnedo, che ci permette di salire al paese.
Se vogliamo scegliere questa direttrice per il ritorno, ci conviene ridiscendere al Traccolino, prendere a sinistra, portarci alla diga di Moledana, attraversarla e risalire sul lato opposto fino al quadrivio citato sopra: qui, prendendo a destra, iniziamo la discesa che ci riporta a Verceia.


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IL RIFUGIO VOLTA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Verceia-Frasnedo-Corveggia-Tabiate-Camera-Talamucca-Rif. Volta
5 h (3 h da Frasnedo)
1610 (920 da Frasnedo)
E

Il rifugio Volta è stato costruito dal CAI di Como (tel.: 031 264177) per celebrare la memoria dell’illustre scienziato comasco Alessandro Volta, inventore della pila, figura ebbe anche un qualche rilievo nella storia della Valtellina, in quanto nel 1777, rientrato da un viaggio in Svizzera ed Alsazia, introdusse nella zona del Lario e nella bassa Valchiavenna e Valtellina la coltura della patata, che costituì un’importante integrazione nell’alimentazione contadina, notoriamente esposta al rischio della sottonutrizione nei periodi di carestia. È posto a 2212 metri, nel grande anfiteatro che si apre nella parte terminale della Valle dei Ratti, come punto di appoggio per le ascensioni che interessano le cime del gruppo. Si tratta di uno dei rifugi più faticosi da raggiungere, in quanto dobbiamo salire dal parcheggio sopra Vico di Verceia e quindi superare un dislivello di oltre 1600 metri in altezza, cosa che richiede 4-5 ore di cammino. Teniamo, poi, presente che non è aperto né gestito nella stagione estiva, per cui se vogliamo sfruttarlo dobbiamo chiedere le chiavi a Verceia (famiglia Oregioni, Via S. Francesco 8, Verceia, 0343 39690) o a Frasnedo.

Abbiamo già visto come giungere a Frasnedo; vediamo, ora, come procedere verso il rifugio. Lasciamo, dunque, Frasnedo, in direzione dell’alta valle, sfruttando prima un tratturo in leggera discesa, poi un sentiero che, rimanendo sulla destra orografica della valle (sinistra, per chi sale), scende ai prati di Corveggia (m. 1221), dai quali si gode di un buon colpo d’occhio sull’alto Lario, ed ai quali giunge anche un sentiero più basso, che passa per Moledana. Addentrandoci ancor più nella valle, raggiungiamo, in breve, un bivio (anzi, trivio, considerando la direzione dalla quale veniamo: questo giustifica le tre frecce bianco-rosse in evidenza su un masso) con alcuni cartelli della Comunità Montana Val Chiavenna, che indicano sulla destra il sentiero A1, per l’alpeggio Nave (dato a 45 minuti), l’alpeggio Lavazzo (dato ad un’ora e 30 minuti) ed il passo del Culmine (dato a 2 ore e 15 minuti). I cartelli segnalano anche che il medesimo sentiero porta, in 2 ore e 25 minuti, al monte Bassetta (sul crinale fra Valle dei Ratti e Costiera dei Cech), dal quale si scende al maggengo di Foppaccia (dato a 3 ore e 25 minuti), per poi tornare, alla fine, a S. Fedele di Verceia (tempo complessivo: 4 ore e 30 minuti). Un ottimo circuito escursionistico, per chi parta da Verceia e sia ottimo camminatore.

Ma a noi, per ora, interessa l’altro sentiero, quello di sinistra, che porta, in 3 ore, al rifugio Volta. Troviamo, a questo bivio, un cartello dell'Associazione Nazionale Partigiani Italiani, che riassume l'itinerario percorso dalla già citata 55sima brigata Fratelli Rosselli nell'inverno del 1944 per passare da Introbio in Valsassina a Bondo in Svizzera, passando in alta Val Codera per la bocchetta della Teggiola. Essi passarono in Val Gerola, scesero a guadare l'Adda, risalirono per la Costiera dei Cech e passarono in Val dei Ratti e da qui in Val Codera. Un cartello con la scritta cancellata, sempre a questo bivio, sta ad indicare la direzione per la capanna Volta che coincide ancora con quella per il bivacco Primalpia. Di nuovo in cammino, dunque, prendendo a sinistra. Dopo aver superato una cappelletta, eccoci ai prati di Tabiate (m. 1253), dove, su una baita, troviamo una targhetta azzurra con il logo “Life” (stiamo, infatti, percorrendo un tratto della terza tappa, da Codera al bivacco Primalpia o al rifugio Volta, del Sentiero Life delle Alpi Retiche, recentemente ideato e segnalato; stiamo percorrendo anche un tratto del Sentiero Italia).

La valle comincia ora a mostrare un aspetto più marcatamente alpino: ecco le prime conifere solitarie, i primi fischi improvvisi ed acuti delle marmotte, che hanno imparato a riconoscere nell’uomo una possibile minaccia (la caccia alla marmotta fu, in passato, un elemento importante nell’integrazione alimentare dei pastori che dovevano trascorrere molti mesi dell’anno sugli alpeggi), il volo delle coturnici, l’incessante peregrinazione delle capre, che qui sono di casa. Purtroppo, data l’esposizione all’aria umida del lago, questo è, spesso, anche il regno delle nebbie e delle foschie, che sottraggono molto allo splendore selvaggio del paesaggio. Ci colpisce, proprio davanti a noi, il singolarissimo profilo del Sasso Zucco, modesta elevazione a forma di corno sul versante meridionale della valle (alla nostra destra), sul limite settentrionale dell'alpe Primalpia.

Addentrandoci ancor più nella media valle, incontriamo la prima pineta e giungiamo, intorno ai 1400 metri, ad un nuovo bivio, al quale bisogna prestare un po’ di attenzione. Dal sentiero si stacca, infatti, sulla destra, un secondo sentiero che scende ad un ponte sul torrente della valle. Su un masso una freccia indica il bivio; in direzione del sentiero principale è aggiunta la scritta, difficilmente leggibile, “Volta”: l’indicazione va intesa nel senso che proseguendo diritti su questo sentiero, cioè rimanendo ancora per un lungo tratto sul lato sinistro (per noi) della valle, saliamo verso il rifugio Volta del CAI di Como, posto, a 2212 metri, sul limite dell’alpe Talamucca, nella parte centrale dell’alta valle. Il sentiero che scende a destra, invece, porta al bivacco Primalpia, sul lato opposto della valle. Ignorata, dunque, la deviazione a destra, saliamo ad una prima baita posta a m. 1475.
Ci attende, poi, una lunga serie di ripidi tornanti, che ci consente di superare il primo impegnativo gradino della valle, raggiungendo il ripiano sul quale è posta l'alpe Camera (o Camerà, chiamata anche alpe Montini), a m. 1792. Il nome deriva dal toponimo “camer”, molto diffuso nel gruppo del Masino (i frequentori del Sentiero Roma ricorderanno i passi del Camerozzo e del Cameraccio), che indica un ricovero, in genere un grande masso. Qui la presenza di un romiceto segnala un punto nel quale le mandrie, prima di salire agli alpeggi più alti, sostavano per un certo periodo. Siamo ormai di fronte ai gradini rocciosi che introducono al circo terminale della valle, che, nella sua parte centrale, mostra imponenti ed impraticabili pareti, che precipitano con grandi salti, percorse da alcune cascatelle. Gli alpeggi del circo più alto vanno, dunque, raggiunti aggirandole sulla sinistra e sulla destra. Si offrono, dunque, due possibili percorsi. Il primo, non segnalato e più breve, si stacca, in corrispondenza di un evidente dosso sulla sinistra, da quello segnalato, e sale ripido, sfruttando anche un vallone, all'alpe Talamucca, raggiungendo il rifugio Volta da sud ovest. Il secondo, che fa parte del Sentiero Italia Lombardia Nord 3, prosegue verso il centro della valle, ne attraversa il torrente (attraversamento che, dopo abbondanti piogge o nella prima parte di giugno può comportare qualche problema per la sua portata) e risale gradualmente sul versante opposto, fino ad intercettare il sentiero che dal dosso del Mot scende all’ampio vallone che si apre sotto la bocchetta del Sereno, per poi risalire in direzione dell’ancor più ampio vallone che culmina nel passo di Primalpia, porta all’alta Valle di Spluga (Val Masino). Non si può sbagliare: seguendo questo secondo sentiero verso sinistra (nord ovest), si risale l'ampio dosso del Mot, fino a tornare nella piccola gola della valletta del Sereno (che la carta IGM non menziona), dalla quale si esce più in alto, guadagnando la sommità dell’ampio dosso del Mot. Si piega, ora, verso sinistra e si raggiunge il limite orientale dell'alpe Talamucca (IGM il Mot, m. 2074). Il curioso nome ha probabilmente la medesima origine di “Talamona”, ligure, etrusca o celtica: forse è da “tala”, cioè “terreno alluvionale”, da “talamo”, “monte” o “costa dirupata” o ancora dal celtico “talos”, “stella”. Di fronte a noi il Sasso Manduino (m. 2888), la più ambita delle vette del gruppo, che chiude ad ovest la testata dell’alta valle, si mostra come compatto blocco granitico; alla sua destra, la punta Magnaghi mostra un profilo decisamente più slanciato. Da qui inizia la traversata terminale verso il rifugio, in direzione nord e nord-ovest. Se la visibilità è buona, non ci sono problemi, ma in caso di foschia non è facile arrivarci, perché il terreno è uniforme, e si rischia di vagare alquanto senza raggiungere la meta. D’estate, peraltro, troveremo sempre qualcuno che ci offre preziose indicazioni. Alcune tracce, che poi diventano sentiero sempre più marcato, risalgono il dosso prativo, verso nord, dapprima leggermente verso sinistra, poi all’insù, fino ad attraversare il primo e più grosso torrente, quasi un centinaio di metri a monte dell’alpe. Subito dopo il largo sentiero cessa. Raggiunte le baite dell’alpe quotate 2176 metri, continuiamo in leggera salita trasversale verso sinistra (direzione nord-ovest), su greppi erbosi, oltrepassando quattro ruscelli e giungendo alla base del dosso erboso sul quale è posto il rifugio Volta. Passiamo, così, poco sotto un grande baitone; poco prima del rifugio, riconoscibile per le finestre bianco-rosse, vediamo, infine, due baite minori. Siamo a 2212 metri, il punto più alto raggiungo, finora, dal sentiero. Di qui si scorgono le cime della testata della valle, a partire dal Sasso Manduino, a sud ovest (m. 2888), seguito dalla punta Magnaghi (m. 2871), dalle Cime della Porta, a nord ovest, dal pizzo Ligoncio (m.3038), dal pizzo della Vedretta (m.2907), alla cui sinistra è collocato il passo che congiunge la nostra valle a quella dell'Oro, dal monte Spluga o Cima del Calvo (m.2967), verso nord est e, infine, dalla Cima del Desenigo (m. 2845). A sinistra del pizzo Ligoncio si può scorgere, in corrispondenza di una sorta di W, il passo della Porta, che permette di scendere in val Spassato e, di qui, in val Codera, al rifugio Brasca.
Tenete conto che da Frasnedo al rifugio Volta esiste un dislivello di circa 920 metri e che in circa tre ore il rifugio può essere raggiunto.

 

 

 

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IL BIVACCO PRIMALPIA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Verceia-Frasnedo-Corveggia-Tabiate-Alpe Primalpia-Bivacco Primalpia
4 h e 30 min (2 h e 30 min da Frasnedo)
1420 (730 da Frasnedo)
E


Il bivacco Primalpia, posto a 1980 all’alpe omonima, è una simpatica struttura in muratura sempre aperta, che costituisce, dunque, un importante punto di riferimento per escursioni ed ascensioni nella zona. Vediamo come raggiungerla da Frasnedo. Lasciamo, dunque, Frasnedo, in direzione dell’alta valle, sfruttando prima un tratturo, poi un sentiero che, rimanendo sulla destra orografica della valle (sinistra, per chi sale), scende ai prati di Corveggia (m. 1221), dai quali si gode di un buon colpo d’occhio sull’alto Lario, ed ai quali giunge anche un sentiero più basso, che passa per Moledana (dalla voce milanese "moeula", mola). Addentrandoci ancor più nella valle, raggiungiamo, in breve, un bivio (anzi, trivio, considerando la direzione dalla quale veniamo: questo giustifica le tre frecce bianco-rosse in evidenza su un masso) con alcuni cartelli della Comunità Montana Val Chiavenna, che indicano sulla destra il sentiero A1, per l’alpeggio Nave (dato a 45 minuti), l’alpeggio Lavazzo (dato ad un’ora e 30 minuti) ed il passo del Culmine (dato a 2 ore e 15 minuti). I cartelli segnalano anche che il medesimo sentiero porta, in 2 ore e 25 minuti, al monte Bassetta (sul crinale fra Valle dei Ratti e Costiera dei Cech), dal quale si scende al maggengo di Foppaccia (dato a 3 ore e 25 minuti), per poi tornare, alla fine, a S. Fedele di Verceia (tempo complessivo: 4 ore e 30 minuti). Un ottimo circuito escursionistico, per chi parta da Verceia e sia ottimo camminatore.
Ma a noi, per ora, interessa l’altro sentiero, quello di sinistra, che porta, in 3 ore, al rifugio Volta. Un cartello con la scritta cancellata, sempre a questo bivio, sta ad indicare che la direzione per la capanna Volta è, per ora, anche quella per il bivacco Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza).
Di nuovo in cammino, dunque, prendendo a sinistra. Dopo aver superato una cappelletta, eccoci ai prati di Tabiate (m. 1253), dove, su una baita, troviamo una targhetta azzurra con il logo “Life”. Addentrandoci ancor più nella media valle, intorno ai 1400 metri incontriamo un nuovo bivio, al quale bisogna prestare un po’ di attenzione. Dal sentiero si stacca, sulla destra, un secondo sentiero che scende ad un ponte sul torrente della valle. Su un masso una freccia indica il bivio; in direzione del sentiero principale è aggiunta la scritta, difficilmente leggibile, “Volta”: l’indicazione va intesa nel senso che proseguendo diritti su questo sentiero, cioè rimanendo ancora per un lungo tratto sul lato sinistro (per noi) della valle, saliamo verso il rifugio Volta del CAI di Como, posto, a 2212 metri, sul limite dell’alpe Talamucca, nella parte centrale dell’alta valle.

Noi, invece, dobbiamo scendere al ponte alla nostra destra, che ci porta sul lato opposto della valle, dove troviamo una fascia di prati con alcune baite. Un cartello che punta in direzione del ponte ha la scritta cancellata (vi si leggeva l’indicazione per il bivacco Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza). Probabilmente in futuro le indicazioni saranno più chiare. Intanto, raggiunti i prati, dobbiamo salire verso il limite superiore, più o meno sulla verticale rispetto al ponte, dove parte, segnalato dal cartello giallo del Sentiero Life posto su un masso, il sentiero segnalato che, dopo un primo traverso verso destra, piega a sinistra, superando alcuni torrentelli, nella cornice di un bel bosco di larici, e raggiunge l'alpe di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza) bassa, a m. 1678, caratterizzata da un grande larice solitario al centro del prato. Un cartello che reca scritto "Forza veci" ci esorta a chiamare a raccolta le ultime forze; mentre tiriamo il fiato, guardiamo al versante opposto della valle, dove la cima del Cavrè si mostra come un'imponente ed elegante piramide regolare. Approssimativamente sopra la verticale del larice, leggermente a sinistra, il sentiero riparte, e, dopo un breve tratto a destra, riprende la direttrice verso sinistra (est), sempre nella cornice del bosco di larici.
Attraversate alcune radure, incontriamo i primi ruderi delle baite dell’alpe di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza) alta. Incontriamo, quindi, un cartello che indica la deviazione per l’alpe Nave e l’alpe Piempo, deviazione che ignoriamo. Superato un ultimo torrentello, eccoci, infine, al simpatico edificio del bivacco Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza), recentemente edificato, a 1980 metri.
L’interno è accogliente: ci sono 18 brandine, disposte in letti a castello, c’è l’acqua corrente, c’è una stufa a gas ed un focolare, c’è la corrente generata da un pannello fotovoltaico. C’è anche un simpatico cartello, con una scritta che recita così: “Il pattume se si scende a valle portarlo con sé, perché il camion non passa! Grazie!” Qualora fossimo nella necessità di fermarci qui, ripaghiamo la generosa iniziativa di chi ha voluto questo prezioso punto di appoggio con il massimo rispetto per la struttura e magari con un contributo riconoscente.

Questo luogo così ampio e luminoso ha visto per secoli alternarsi vicende di uomini ed animali. Non ci poteva però, non mettere il suo zampino anche il diavolo. Eccolo, quindi, protagonista di una delle tante leggende che fino ad un paio di generazioni fa si raccontavano con aria serissima la sera per incutere in tutti, soprattutto nei più piccoli, un sano timore. Una volta, in autunno, un ragazzo, un aiutante dei contadini che caricavano l’alpe di Primalpia (un “bocia”), mentre risaliva l’alpe per cercare alcune capre che si erano perse, fu improvvisamente circondato da una nebbia misteriosa, dalla quale emerse un distinto signore (parente stretto, forse, di quello che abbiamo già visto nella leggenda di Frasnedo). Alla domanda se avesse visto delle capre, egli risposte che da trecento anni viveva nella valle, senza aver mai visto alcuna capra. Anche in questo caso il ragazzo intuì di chi si trattava, e tornò di corsa, spaventato, alle baite dei pastori.

Dove si trovano diavoli, si trovano anche anime dannate, e l’alpe Primalpia non fa eccezione. Si racconta, infatti, che qui fu relegata l’anima di un tal Scigulìn, che spesso passava il tempo a fischiare. Questo diede noia ad un pastore, che, un giorno, gli chiese in tono minaccioso di smettere. Quando questi, però, sceso a Verceia, fu di ritorno all’alpe, ebbe una sgradita sorpresa: Scigulin, che non aveva affatto preso bene la sgarbata richiesta, cominciò a fischiare sempre più forte, impedendogli di proseguire. Calarono così le tenebre, ed il pastore non fu più in grado di trovare la strada per la propria baita. Fu così costretto a vagare fino al sorgere dell’alba, quando la luce gli permise di riconoscere il sentiero per l’alpe. Questo ed altro può succedere quando non si rispettano le anime che già hanno la triste sorte di dimorare eternamente nelle solitudini montane.
Queste ed altre leggende si trovano raccolte nel bel volume di AA. VV. intitolato "C'era una volta", edito, a cura del Comune di Prata Camportaccio, nel 1992.
Appendice: possiamo portarci al bivacco Primalpia, per via più breve, anche salendo sul versante opposto della valle (meridionale), cioè seguendo l'itinerario sopra descritto come secondo possibile per la salita a Frasnedo. Una volta giunti, però, al quadrivio, invece di prendere a sinistra e scendere alla diga di Moledana, dobbiamo proseguire diritti, fino al nucleo di Moledana.

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TRAVERSATA PRIMALPIA-OMIO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Biv. Primalpia-Passo di Primalpia-Bocchetta di Spluga-Passo del Calvo-Rifugio Omio
4 h
740
EE


Il bivacco può essere punto di appoggio per una duplice interessante traversata: al rifugio Volta ed al rifugio Omio, passando per il passo di Primalpia e la bocchetta del Calvo. Il primo tratto del cammino è comune. Vediamo, dunque, come muoverci. Gettato un ultimo colpo d’occhio al circo terminale dell’alta Valle dei Ratti (il panorama è davvero superbo), dobbiamo rimetterci in marcia per raggiungere il passo di Primalpia, seguendo i segnavia bianco-rossi lungo il sentiero, abbastanza evidente, che punta ad una baita solitaria, sul lato opposto dell’alpe, a nord-est rispetto a noi. In realtà la solitudine dell’alpe è apparente più che reale: d’estate viene ancora caricata, per cui probabilmente ci sentirà di ascoltare il rallegrante scampanio delle mucche, e magari anche il meno rallegrante abbaiare del cane da pastore (chissà perché questi animali considerano gli escursionisti dei nemici mortali dei capi di bestiame che hanno imparato a sorvegliare: nel loro immaginario, probabilmente, costoro ritemprano le forze divorandosi innocenti vitelli rapiti alla loro mandria). In breve, eccoci alla baita, che ospita gli alpeggiatori, sempre disposti a scambiare qualche parola con questi curiosi umani itineranti, e ad offrire preziose indicazioni. Oltre la baita, il sentiero prosegue, salendo leggermente e puntando ad un crinale che separa l’alpe dal vallone che dovremo sfruttare per salire al passo di Primalpia.
Raggiunto il crinale erboso, in corrispondenza di un grande ometto, si apre, di fronte ai nostri occhi, di nuovo, più vicino, l’ampio scenario dei pascoli dell’alpe Talamucca. Riconosciamo anche, facilmente, il rifugio Volta, che è l’ultimo edificio, a sinistra, nel circo dell’alta valle. Purché la giornata di buona, o almeno discreta. Purtroppo la Valle di Ratti, per la sua vicinanza al lago di Como, è spesso percorsa da correnti umide, che generano nebbie anche dense, le quali ne velano la bellezza davvero unica. Se, quindi, potremo godere di una giornata limpida, consideriamoci fortunati. Scendiamo, ora, per un breve tratto sul crinale, fra erbe e qualche roccetta, fino ad un masso, sul quale il segnavia, accompagnato dalla targhetta azzurra con il logo “Life”, indica una svolta a destra. Dobbiamo, ora, prestare un po’ di attenzione, perché il sentiero, volgendo decisamente a destra, ci porta ad una breve cengia esposta, per la quale scendiamo al canalone che adduce al passo. Le corde fisse ci aiutano nella breve discesa, che sfrutta dapprima uno stretto corridoio nella roccia, poi una traccia di sentiero esposta. Con le dovute cautele, eccoci sul fondo del canalone, nel quale scorre il modesto torrentello alimentato dai laghetti superiori. Qui le due traversate si separano. Per raggiungere il rifugio Volta, dobbiamo portarci sul lato destro del largo vallone, dove troviamo un sentierino, scarsamente marcato, che discende un versante morenico fino ad intercettare il sentiero che sale dal lato opposto della Valle dei Ratti (cioè da Frasnedo). Qui prendiamo a destra e, procedendo come sopra descritto (presentazione dell’itinerario Frasnedo-Volta), raggiungiamo la sommità del Mot e traversiamo, infine, al rifugio. Se, invece, vogliamo effettuare la più lunga traversata al rifugio Omio (ricalcando la terza tappa del Sentiero Life delle Alpi Retiche), procediamo così. Giunti alla base del canalino attrezzato con corde fisse, attraversiamo il torrente e cominciamo a risalire, sul lato sinistro (per noi) del canalone, un ampio versante erboso disseminato di massi, ricongiungendoci con il Sentiero Italia Lombardia nord 3. Il passo sembra lì, a pochi minuti di cammino. Ma, come spesso accade in questi casi, quel che ci sembra un valico è in realtà solo la soglia di un gradino superiore. La delusione della scoperta, però, dura ben poco, perché, oltre la soglia, ci appare, piccola perla di immenso valore, il laghetto di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenzam. 2296), a monte della quale si trova la baita al Lago (m. 2351). Ecco uno di quegli angoli di montagna solitaria e silenziosa che, da soli, ripagano di ogni fatica. Passando a sinistra del laghetto, puntiamo alla selletta che ci sembra essere, finalmente, il passo agognato. Ed invece, per la seconda volta, raggiunta la selletta siamo alle soglie di un ultimo gradino, una conca di sfasciumi che ospita un secondo e più piccolo laghetto (m. 2389), con un nevaietto che rimane anche a stagioneinoltrata.
Il passo, questa volta, è davvero davanti a noi: qualche ultimo sforzo e, salendo sul fianco destro del canalino terminale, eccoci, finalmente, al passo di Primalpia (pàs de primàlpia, m. 2476). Un passo che regala un’emozione intensa, perché apre un nuovo, vasto ed inaspettato orizzonte: davanti a noi, in primo piano, l’alta Valle di Spluga, ma poi, oltre, un ampio scorcio della piana della media Valtellina, incorniciato, sulla sinistra, dai Corni Bruciati (protagonisti dell’ultima giornata del Sentiero Life), sul fondo dal gruppo dell’Adamello e, sulla destra, dalla catena orobica, che mostra le sue più alte vette della sezione mediana. Valeva davvero la pena di giungere, almeno una volta nella vita, fin qui: ecco un pensiero che non potremo trattenere. Qui, di nuovo, Sentiero Life e Sentiero Italia Lombardia nord 3 si separano: il secondo, infatti, effettua la lunga discesa della Valle di Spluga, passando per i suoi splendidi laghetti (dal passo si vedono solo quelli più piccoli, inferiori, mentre restanascosto il più grande lago superiore, il “läch gränt”).
Il Sentiero Life, invece, rimane in quota, effettuando una traversata dell’alta Valle di Spluga che, passando per il passo gemello della bocchetta di Spluga, sale al passo del Calvo. Dobbiamo, quindi, innanzitutto portarci alla bocchetta dello Spluga, prestando attenzione a non imboccare il sentiero che scende sul fianco destro della valle omonima, ma portandoci a sinistra del passo, dove un sentierino scende per un tratto sul fianco della testata della valle, per poi congiungersi con una traccia che effettua latraversata alla bocchetta. Qualora perdessimo il sentierino, scendiamo per un breve tratto lungo il Sentiero Italia: troveremo, in basso rispetto al sentiero, sulla sinistra, un masso, sul quale è segnalata la triplice direttrice per Frasnedo (cioè per il passo di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza), che abbiamo appena lasciato), per la Val Masino (Sentiero Italia) e per la capanna Volta (è la direttrice che ci interessa, a sinistra). Nella medesima direzione, troviamo, poi, un secondo masso, con una freccia nera, in campo bianco, e con la scritta “Cap. Volta”, affiancata da un segnavia bianco-rosso e dalla targhetta azzurra con il logo “Life”: è questa la direzione da prendere (a sinistra). Non possiamo, dunque, sbagliare.
Il sentierino taglia il fianco dello sperone montuoso che separa i due valichi. Superata una breve fascia di massi, guadagniamo una posizione dalla quale è possibile ammirare un ampio scorcio del lago superiore di Spluga, che, purtroppo, dobbiamo lasciare qualche centinaio di metri più in basso rispetto a noi (è a 2160 metri, mentre noi stiamo oltrepassando la quota 2500), ma che, anche da qui, ci regala qualcosa del fascino profondo e selvaggio delle sue scure acque. Si tratta di un lago che merita un’attenta considerazione, anche perché è il più grande dell’intera Val Masino (valle ricchissima di scenari alpini incomparabili, ma assai povera di laghi: menzionati il lago di Spluga, appunto, e quello, in Val Terzana, di Scermendone, li abbiamo praticamente menzionati tutti). Sullo sfondo, le più alte cime della catena orobica.
Oltrepassato un masso che segnala un bivio (a destra si scende alla baita Spluga, nei pressi del già citato lago, a sinistra si prosegue per la capanna Volta), al quale prendiamo a sinistra, eccoci, alla fine, alla bocchetta di Spluga (bochèta dè la möca, m. 2522), dove, su un masso, ritroviamo la targa gialla del Sentiero Life. Amplissimo il panorama, non solo in direzione della media Valtellina, maanche, sul lato, opposto, in direzione della media Valle dei Ratti e dell’alto Lario. Dobbiamo, ora, stare attenti (soprattutto nell’eventualità, non remota, di foschia e visibilità limitata) a non seguire le indicazioni per la capanna Volta, che ci portano a scendere alla bocchetta verso sinistra (tali indicazioni – segnavia rosso-bianco-rossi - si giustificano in riferimento ad un percorso che, dalla bocchetta, scende in alta Valle dei Ratti e di qui al rifugio Volta). Dobbiamo, invece, rimanere a destra: raggiunta, sul lato opposto della bocchetta, una grande placca di granito con un segnavia rosso-bianco-rosso sulla sinistra, in segnavia bianco-rosso affiancato dalla targhetta azzurra con il logo “Life” sulla destra, troviamo il punto nel quale le due vie si separano.
Noi prendiamo a destra, senza però perdere quota, ma cominciando a salire a ridosso delle grandi placche di granito che scendono dalla testata nord-occidentale dell’alta Valle di Spluga. Incontriamo alcuni segnavia rosso-bianco-rossi, poi un grande quadrato bianco, e, ancora, segnavia rosso-bianco-rossi sul fianco della testata. Il sentiero sale decisamente, snodandosi fra gli ultimi magri pascoli, per poi raggiungere la sterminata e caotica zona di sfasciumi che riempie interamente l’angolo nord-occidentale dell’alta valle. Ora possiamo, guardando in basso, alla nostra destra, vedere il lago superiore di Spluga nella sua interezza. Ancora più suggestiva ci appare, sullo sfondo, la fuga di quinte delle valli orobiche (sezione centro-orientale). Terminano i pascoli e si fa meno accentuata, ma non meno faticosa, la salita: dobbiamo, infatti, ora districarci fra massi di ogni dimensione, con pazienza e cautela, seguendo la direzione dettata dagli abbondanti segnavia. La cautela è d’obbligo: siamo ormai stanchi, e la possibilità diprocurarci una storta, o peggio, anche su un terreno apparentemente non pericoloso è dietro l’angolo. Alle nostre spalle, intanto, si rende ora ben visibile, sull’angolo sud-occidentale della valle, la cima del Desenigo (m. 2845).
Ma dove andremo a finire? Dov’è il passo del Calvo che ci porterà alle soglie della Val Ligoncio? Se guardiamo davanti a noi, vedremo una larga depressione, apparentemente accessibile, dietro la quale occhieggiano, furbi ed un po’ impertinenti, i Corni Bruciati. Non è quello il passo. Si trova più a sinistra, ed è costituito da un intaglio appena distinguibile su una più modesta depressione, riconoscibile per la grande e liscia placca giallastra sottostante. Se poi queste indicazioni non bastassero a capire qual è la meta, poco male: con un po’ di pazienza, seguendo i segnavia ed alcuni grandi ometti, ci si arriverà. Dietro la bocchetta dello Spluga appare, ad un certo punto, anche l’inconfondibile corno del monte Legnone: ce lo ricordiamo, ha dominato lo scenario della prima giornata del sentiero. Alla nostra sinistra, le formazioni gotiche e tormentate della testata nord-occidentale della Valle di Spluga. Un’avvertenza: se, per qualunque motivo, ci trovassimo nella necessità di scendere a valle, cioè di scendere dalla Valle diSpluga, non scegliamo di scendere, a vista, attraversando la fascia di sfasciumi in direzione del lago: la fascia è, infatti, chiusa dal salto di qualche centinaia di metri di rocce lisce, arrotondate e ripidissime.
Dopo quasi un’ora di traversata, eccoci, infine, alla base del passo: un grande cerchio bianco contornato di rosso ci segnala che inizia un tratto esposto e potenzialmente pericoloso. L’ultimo tratto della salita, infatti, sfrutta una cengia a ridosso del fianco roccioso di destra del versante (le corde fisse assistono questo passaggio), poi uno stretto e ripido corridoio erboso (anche qui le corde fisse sono di grande aiuto), ed infine un’ultima brevissima cengia (sempre corde fisse), che ci porta non direttamente all’intaglio del passo, ma ad uno stretto corridoio che lo precede. Ora vediamo l’intaglio, alla nostra sinistra (su una placca rocciosa sono assicurate la targa gialla del Sentiero Life ed una scatola metallica), ma dobbiamo prestare attenzione anche nell’ultimo passaggino, per evitare di cadere in un singolare buco che si spalanca, improvviso, alla nostra sinistra, sotto un grande masso.
Eccoci, infine, ai 2700 metri del passo del Calvo. Se il passo di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza) emoziona, quello del Calvo toglie addirittura il fiato, perché spalanca, improvvisa e sublime, di fronte a noi, l’intera compagine delle cime del gruppo del Masino e del Monte Disgrazia ("desgràzia"). Da sinistra, l’occhio esperto riconosce, da sinistra, i pizzi dell’Oro (m. 2695, 2703 e 2576), sulla testata della valle omonima, la cima del Barbacan (sciöma dò barbacàn, o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone", m. 2738), sulla costiera che separa la Valle dell’Oro dalla Val Porcellizzo ("val do porscelécc"), le cime d’Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto, m. 2778, 2861), il pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc', m. 3075), la punta Torelli (m. 3137), i pizzi Badile (m. 3308) e Cengalo (dal latino "cingulum", da cui anche "seng" e "cengia", stretto risalto di roccia, 3367), che spiccano, per mole ed altezza, sulla testata della Val Porcellizzo, i pizzi Gemelli (m. 3221 e 3259), i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr), occidentale (o cima della Bondasca, m. 3267), centrale (m. 3287) ed orientale (m. 3200), sulla testata della valle omonima, la cima di Zocca (m. 3175), la punta Allievi (m. 3123), la Cima di Castello ("castèl"m. 3386), la punta Rasica ("rèsga"m. 3305), le celeberrime cime della Valle di Zocca ("val da zòca"), ed ancora i pizzi Torrone occidentale (m. 3349), centrale (m. 3290) ed orientale (m. 3333, riconoscibile per il sottile ago alla sua sinistra), sulla testata della valle omonima, il Monte Sissone ("sisùn", in Val Masino, "còrgn de sisùm", in Valmalenco; m. 3331), le cime di Chiareggio (da "clarus", nel senso di spoglio di alberi;) m. 3203, 3107 e 3093) ed il monte Pioda (sciöma da piöda, m. 3431), sulla testata della val Cameraccio, ed infine il Monte Disgrazia ("desgràzia"m. 3678), che signoreggia per mole ed eleganza su tutte le altre cime, ed ancora loro, i Corni Bruciati (m. 3097 e 3114), sulla testata della Valle di Preda Rossa, lo scenario conclusivo del Sentiero Life.
È, questo, il punto più alto ed emotivamente più forte dell’intero sentiero. Resta l’ultima discesa, in Val Ligoncio e Valle dell’Oro, che ha come meta il rifugio Omio, dove si conclude questa terza giornata. Il rifugio venne edificato nel 1937 dalla Società Escursionisti Milanesi ed intitolato alla memoria di Antonio Omio, una delle sei vittime della tragica ascensione alla punta Rasica (in Valle di Zocca) del 1935. Incendiato dalle forze nazifasciste nel 1944, perché veniva utilizzato come punto di appoggio dalle forze partigiane, venne ricostruito nel 1948 e ristrutturato nel 1970 e nel 1997.
Siamo stanchi, una certa tendenza alla rilassatezza si può fare subdolamente strada, complice il pensiero ingannevole: “il più è fatto!” Invece dobbiamo rimanere concentrati ed attenti, perché il primo tratto della discesa sfrutta la lunga ed esposta cengia del Calvo (battuta da cacciatori, molto prima che da escursionisti),adeguatamente attrezzata ma pur sempre da affrontare con la debita cautela e da evitare in presenza di neve o dopo abbondanti precipitazioni (tanto per fare un paragone forse familiare a diversi lettori, assomiglia un po’ alla discesa dal passo del Barbacan (o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone") sud- est in Val Porcellizzo, lungo il Sentiero Risari, da molti utilizzato come prima trappa di un abbreviato Sentiero Roma). Ma dove ci troviamo esattamente? Ora, guardando una cartina ci accorgiamo che sul punto di incontro fra le valli di Spluga, Ligoncio e dei Ratti è posta la cima del Calvo (sciöma del munt Splüga), o monte Spluga (m. 2967), che resta, nascosto, alla nostra sinistra. In realtà le cime del Calvo sono due: la già citata è quella occidentale, e ve n’è una seconda, orientale (m. 2873). Ebbene, la cengia che sfrutteremo taglia, in diagonale, proprio in fianco nord-orientale di questa seconda cima, dalla base massiccia. Dopo questi chiarimenti geografici, cominciamo a scendere.
La traccia di sentiero segue la lunga cengia, in gran parte assistita da corde fisse, sempre molto utili. Scendiamo con calma, assicurandoci alle corde fisse. Sulla nostra destra si apre il selvaggio circo terminale della Val Ligoncio (la sezione meridionale di quella che genericamente viene denominata Valle dell’Oro), segnata dai repulsivi salti delle cime che la incorniciano. Distinguiamo anche, più a sinistra, la spaccatura della bocchetta di Medaccio (da "meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativa), a destra della punta omonima, per la quale si può passare dalla Val Ligoncio alla Valle della Merdarola ("val da merdaröla"). Dopo un ultimo canalino di terriccio scivoloso ed una brevissima risalita, eccoci, alla fine, alla base del passo. Alla nostra sinistra vediamo un nevaietto che rimane per l’intera stagione (può servire come punto di riferimento per chi voglia riconoscere la cengia del Calvo guardando dalla Omio). Proseguiamo al discesa, un po’ faticosamente e senza allentare l’attenzione, superando una fascia di grandi massi. Alle nostre spalle si fa più riconoscibile il poderoso fianco roccioso della cima del Calvo (sciöma del munt Splüga) orientale. Alla sua destra, dopo una curiosa sequenza di irti spuntoni, defilata, la cima del Calvo occidentale, sulla verticale del nevaietto.
La discesa prosegue, seguendo i segnavia rosso-bianco-rossi, fino ai primi pascoli. Dopo un masso che presenta anche una croce rossa, attraversiamo un torrentello che scende dal nevaietto e proseguiamo nella discesa, in diagonale, verso sinistra. Dopo un buon tratto di discesa, fermiamoci e volgiamo lo sguardo: le due cime del Calvo sono ancora più riconoscibili, e si distingue anche, sul fianco di quella orientale, la cengia che abbiamo sfruttato scendendo dal passo del Calvo. In direzione opposta, al centro della valle, si distingue il rifugio Omio.
Ed è lì che, alla fine, ci porta il sentiero, che si snoda fra i pascoli della Val Ligoncio (val dò ligùnc'), superando diversi torrentelli (àquè do ligùnc’, che confluiscono, più in basso, nel fiöm do ligunc’ o fiöm da caséna di lüsèrt) e balze. Nell’ultimo tratto il sentiero intercetta i due rami del sentiero Dario di Paolo, che salgono ai passi della Vedretta, per il quale si scende nell’alta Valle dei Ratti, e Ligoncio, per il quale si scende in valle d’Arnasca (uno dei più antichi toponimi valtellinesi, dalla radice ligure o celtica "arn", che significa "acqua").
Al rifugio Omio (m. 2100) ci godiamo, alla fine, il meritato riposo, dopo circa 4 ore di cammino.

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L’ANELLO DEL CALVO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Omio-Passo della Vedretta meridionale-Rif. Volta
4 h
740
EE

 

La traversata Primalpia-Omio può essere la prima parte di un elegantissimo ed inedito anello escursionistico, articolato in due giorni, che potremmo chiamare “Anello del Calvo”, perché viene descritto intorno al monte Spluga o cima del Calvo (m. 2967). La seconda parte dell’anello prevede il rientro in Val dei Ratti attraverso il sentiero Dario di Paolo sud, attrezzato dal CAI di Como, che effettua una traversata dal rifugio Omio al rifugio Volta per il passo della Vedretta Meridionale. Dal rifugio Volta, poi, si torna facilmente al bivacco Primalpia o semplicemente si ridiscende a Verceia.
Il sentiero attrezzato dal CAI di Como e dedicato alla memoria di Dario Di Paolo è costituito da due rami: il primo congiunge il rifugio Omio al rifugio Brasca attraverso il passo Ligoncio, mentre il secondo congiunge il rifugio Omio al rifugio Volta attraverso il passo della Vedretta meridionale.
Entrambi iniziano, dunque (o terminano, a seconda del senso in cui li si percorre) alla capanna Omio (m. 2100). Pochi metri alla sua sinistra, infatti, i cartelli indicano la partenza del sentiero che porta alla valle Merdarola per la bocchetta di Medaccio (sentiero che parte con andamento pianeggiante) e del sentiero attrezzato Dario Di Paolo, che invece comincia subito a salire verso sinistra.
Dopo poche decine di metri i due rami del sentiero attrezzato si dividono: il primo sale con più decisione, mentre il secondo guadagna quota più gradualmente, valicando un dosso erboso ed alcuni torrentelli, denominati àquè do ligùnc’, che confluiscono, più in basso, nel fiöm do ligunc’ o fiöm da caséna di lüsèrt. Proseguiamo fiancheggiando il piede di un primo promontorio di granito, per poi tagliare gli ultimi magri pascoli della val Ligoncio lasciando a distanza, sulla propria destra, un secondo promontorio roccioso, che scende dalla Punta della Sfinge e dal quale precipitano alcune cascatelle. Fin qui possiamo ancora seguire una traccia di sentiero; nella rimanente salita si tratterà invece di seguire gli abbondanti segnavia rosso-bianco-rossi, che disegnano il tracciato su un terreno faticoso, per lo più costellato di massi di tutte le dimensioni.
Il tracciato si porta sul fianco di un terzo promontorio roccioso, risalendo poi il vallone alla sua destra, senza allontanarsi troppo dallo sperone. Superata una grande placca, pieghiamo a sinistra e sormontiamo il promontorio, con qualche semplice passo di arrampicata. Giungiamo così ad una sorta di pianoro, disseminato di una quantità enorme di massi, ed ignoriamo due indicazioni che segnalano la deviazione per salire al pizzo Ligoncio. Durante questa parte della salita non possiamo mancare di ammirare il profilo sempre diverso offerto dalla Punta della Sfinge ed il poderoso bastione di granito sul quale essa si erge. La punta ed il bastione sono mete classiche per gli scalatori, per cui non ci dovremo stupire se sentiremo le loro voci sulla parete. Il pizzo Ligoncio appare invece molto meno affascinante, con la sua mole tozza e la sua cima defilata.
Ci avviciniamo poi ad un'enorme placca di granito, solcata da rivoli d'acqua, aggirandola a monte. Puntiamo quindi ad un quarto ed ultimo promontorio, che risaliamo sul fianco, con qualche ulteriore semplice passo di arrampicata, raggiungendone il piccolo pianoro sommitale. Inizia l'ultimo tratto della salita al passo, che fin dalla partenza e per gran parte del percorso rimane ben visibile ai nostri occhi, con il suo profilo di larga V con alla destra una U più piccola, sulla costiera che separa la val Ligoncio dalla Val dei Ratti.
Ci troviamo ora davanti tre nevai più grandi, oltre a qualcun altro più piccolo. Il primo lo lasciamo alla nostra destra, mentre gli altri due li dobbiamo risalire (la pendenza è peraltro abbastanza modesta). L'attraversamento del secondo avviene in linea retta, non lontano dal suo margine sinistro. Eccoci così finalmente al canalino terminale: i segnavia ci guidano nell'ultima fatica in salita, e dobbiamo anche qui compiere qualche semplice arrampicata. Un grosso masso che presidia il solco del passo ci costringe ad una leggera diversione a sinistra, ma i 2840 metri del passo della Vedretta meridionale sono ben presto raggiunti. Una nota storica: la prima salita nota a questo passo dai Bagni del Masino risale al lontano 12 agosto 1880 e fu effettuata dal principe di Molfetta e da A. Baroni.
Possiamo finalmente vedere il versante opposto, e si apre davanti ai nostri occhi tutto il versante centro-occidentale dell'alta val dei Ratti, ma anche buona parte della media valle. Alle nostre spalle lasciamo un panorama superbo: abbiamo davanti agli occhi l'intero arco delle celeberrime vette del gruppo Masino-Disgrazia, dai Pizzi dell'Oro ai Corni Bruciati.
Sotto di noi, infine, si dispiega il pianoro terminale dell'alta val dei Ratti, ed è uno spettacolo sorprendente: uno spazio enorme disseminato caoticamente di massi grandi e piccoli. Basta scendere di poche decine di metri per raggiungerlo, ma, amara sorpresa, la discesa non è affatto semplice. Ci troviamo infatti subito di fronte ad un passaggio molto delicato, perchè dobbiamo superare una roccia esposta, che ci offre come appiglio uno stretto corridoio, ed un saltino che ci permette di posare i piedi sulla roccia sottostante. Ci sono le corde fisse, che assistono l'intera discesa, ma questo breve passaggio richiede assolutamente che ci assicuriamo alle corde con moschettoni e cordino. Se non disponiamo di questo equipaggiamento o della necessaria preparazione, rinunciamo alla discesa, e consideriamo la salita al passo come un'occasione rara per godere di uno spettacolo panoramico superbo, offerto da uno degli osservatori più suggestivi sul gruppo del Masino-Disgrazia. Ma, già che ci siamo, le raccomandazioni non finiscono qui: anche la salita può riservare insidie; il terreno erboso, per esempio, cela spesso buchi inattesi, e finirci dentro ci può provocare infortuni anche seri; i sassi non sempre sono immobili come pensiamo, per cui evitiamo di farci gravare sopra l'intero peso del corpo senza previa verifica.
Poniamo comunque di essere scesi al grane anfiteatro di sfasciumi, con inclinazione poco marcata ed aspetto un po' lunare: a questo punto non ci resta che seguire con attenzione i segnavia, che ci guidano nel suo attraversamento e nella successiva discesa, con qualche cambio di direzione, ma senza eccessive difficoltà, fino al rifugio Volta (m. 2212). Attenzione, però (e questo discorso vale anche per la salita sul versante opposto): se c'è molta foschia e scarsa visibilità, evitiamo questo sentiero, perché non possiamo appoggiarci ad alcun punto di riferimento e rischiamo di vagare a vuoto o, peggio ancora, di finire sul limite di qualche dirupo. Se veniamo investiti da un improvviso banco di foschia (cosa più facile sul versante della Val dei Ratti, che risente maggiormente delle correnti umide lariane), non procediamo, ma aspettiamo che si ripristinino condizioni buone di visibilità; se infatti perdiamo anche un solo segnavia, rischiamo di non ritrovarci più.
La traversata, dunque, va effettuata in condizioni atmosferiche buone, comporta un dislivello in salita di 740 metri (che si riducono a 638 se partiamo dal rifugio Volta) e richiede circa 5 ore.



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DA POIRA A FRASNEDO; DA FRASNEDO A CODERA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Poira di Civo-Pre Sücc-Alpe Visogno-Bivacco Bottani Cornaggia-
3 h e 30 min
1250
E
Bivacco Bottani Cornaggia-Passo di Visogno-Bivacco Primalpia-Corveggia-Frasnedo-Tracciolino-Cii-Codera
10 h
380
EE

Questa presentazione vuol essere un contributo che arricchisce quanto già riportato nel felice volumetto “Sui Sentieri della Guerra Partigiana in Valsassina – Il percorso della 55° Brigata F.lli Rosselli”, recentemente edito a cura di G. Fontana, E. Pirovano e M. Ripamonti, per iniziativa dell’A.N.P.I. di Lecco. Vi si racconta l’epopea (cui abbiamo fatto più volte cenno sopra) del ripiegamento della brigata, nel novembre 1944, per sfuggire al rastrellamento nazi-fascista, dalla Valsassina alla Val Bregaglia (Svizzera), passando per la Val Gerola, la Costiera dei Cech, la Valle dei Ratti e la Val Codera.
Il volumetto non si limita a raccontare vicende e vicissitudini della travagliata marcia, ma propone anche un’escursione in sei giorni che ne ricalca le orme, da Introbio a Bondo. La seconda tappa ipotizza una traversata da Poira di Civo (Costiera dei Cech) al bivacco Primalpia, nel cuore della Valle di Ratti, passando per il passo di Malvedello, un’esile striscia di pascolo che interrompe il frastagliano crinale roccioso sulla verticale del bivacco Bottani-Cornaggia. Un passaggio piuttosto difficile, forse effettivamente praticato da alcuni elementi della brigata. Qui si propone un’escursione in due giorni che prevede due direttrici alternative, l’una (quella bassa per il passo del Culmine o forse per quello della Piana) sicuramente seguita dalla maggior parte dei partigiani, l’altra (quella alta, per il passo di Visogno) probabilmente utilizzata da elementi che scelsero il passaggio più diretto e sicuro alla Valle dei Ratti. In entrambi i casi, dobbiamo dedicare la prima giornata a portarci in quota, ricalcando, comunque, le orme della 55sima che, valicato il fiume Adda in punti diversi, si ricompone a Poira di Civo e prosegue compatta alla volta dell’alpe Visogno.
È bene premettere, al racconto dell’escursione, una sintetica scheda storica. Nell’ottobre del 1944 le forze nazifasciste organizzano un rastrellamento in grande stile che interessa la Valsassina. Gli elementi della brigata partigiana 55sima Rosselli, per sfuggire all’accerchiamento, decidono di ripiegare in Svizzera, lasciando solo alcune unità sul territorio della valle orobica, nell’intento di non perdere il contatto con la popolazione locale. Il grosso della brigata sale, quindi, in Val Troggia e, valicata la bocchetta di Trona ("buchéta de Truna"), si affaccia sulla Val Gerola, di cui attraversa l’intero fianco occidentale, passando per gli alpeggi di alta quota, al fine di evitare il presidio di SS italiane che staziona a Pedesina.
Dalla Corte scende, quindi sul fondovalle, varcando, in punti diversi, con il favore delle tenebre, il fiume Adda. È il 3 novembre. Gran parte degli elementi, risalito il versante orientale della Costiera dei Cech, si ritrovano alla piana di Poira, sopra Civo, già sede, per alcuni mesi, del comando della 40sima Matteotti. Il racconto dei testimoni diventa, da qui, meno chiaro. Vengono scelte diverse direttrici per passare in Val dei Ratti. La direttrice bassa, più agevole ma pericolosa, comporta la traversata verso il limite occidentale della Costiera (con tappa all’Oratorio dei Sette Fratelli, allora ricovero provvisorio di elementi partigiani, e probabilmente anche alla Baracca dei Partigiani sopra i prati della Brusada, altro ricovero d’emergenza) ed il passaggio in Val dei Ratti per l’agevole passo del Culmine o per il più impegnativo ma sicuro passo della Piana (il primo ad ovest, il secondo ad est del monte Brusada).
La direttrice più alta, invece, passa per l’alpe Visogno, a monte di Poira e per un passo a nord dell’alpe: forse il malagevole passo di Malvedello (m. 2630), appena ad est della cima omonima, esigua striscia erbosa sul crinale, assai insidiosa con neve o ghiaccio; forse anche il passo di Visogno, ad est del primo, più agevole ed ampia depressione sul medesimo crinale. Entrambe le direttrici portano fuori dalla Costiera dei Cech e si affacciano alle montagne della Valchiavenna, congiungendosi all’alpe Codogno nella valle omonima, prima laterale importante di sud-est della Val dei Ratti.
Scese all’alpe di Lavazzo, a valle dell’alpe Codogno, le colonne procedono, anche qui in ordine sparso, verso Frasnedo, centro principale della Val dei Ratti, sul versante opposto rispetto alla Val Codogno. La Val dei Ratti, una delle più belle e meno conosciute della Val Chiavenna, non offre alcun accesso diretto al territorio svizzero: si deve, quindi, di passare in Val Codera. La traversata Val dei Ratti-Val Codera avviene sfruttando il Tracciolino, 12 km di ferrovia a scartamento ridotto, in gran parte intagliata nella viva roccia di un versante montuoso orrido e selvaggio, alla quota costante di 910 metri, per unire gli sbarramenti idroelettrici di Moledana e Saline (a monte di Codera). Si procede di notte, in condizioni meteorologiche avverse: l’insidia del sentiero, esposto su versanti dirupati, tradisce alcuni elementi, i cui corpi verranno ritrovati nella primavera successiva. Fra il 28 ed il 29 novembre, infine, Codera, centro della valle omonima, è raggiunta. Resta, però, l’ultima e più drammatica parte della traversata, la salita alla bocchetta della Teggiola, sulla testata della valle, e la discesa, ripida ed insidiosissima, sull’opposto versante della Val Bregaglia, che si conclude a Bondo, in Svizzera, nella giornata del primo dicembre.
Noi, però, ci premureremo di ripercorrere una parte della traversata in una stagione decisamente più clemente: in estate, forse, o anche nella prima parte dell’autunno, prima che nevichi.

 

 

 

 

 

 

 

 


Possiamo salire a Poira utilizzando i mezzi pubblici da Morbegno, oppure, se disponiamo di automobili, lasciando la ss. 38, sulla sinistra, all’ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano), seguendo le indicazioni per la Costiera dei Cech. Raggiunto il ponte sul fiume Adda, prendiamo a destra e saliamo fino alla conca di Dazio. Continuando la salita (indicazioni per Caspano e Poira), deviamo a sinistra quando troviamo le indicazioni per Roncaglia e Poira. Seguendo la strada fino alla sua conclusione, possiamo parcheggiare nell’ampio piazzale che sta di fronte ala chiesette di Poira (m. 1077).
Qui inizia il cammino: seguiamo le indicazioni relative al Sentiero dei Tre Cornini, identificato dal numero 23. Il punto di partenza è indicato da due cartelli, sulla sinistra, della Comunità Montana Valtellina di Morbegno, che indicano il Pre Soccio (italianizzazione del Pre Sücc) ed il bivacco Bottani Cornaggia (attenzione a non imboccare, invece, la pista sulla destra Sentiero n. 23, per l'alpeggio dei Pesc, la Croce di Roncaglia e l'alta Val Toate). Iniziamo, così, a percorrere per un breve tratto una pista fra alcune case di villeggiatura, e troviamo, alla nostra sinistra, anche il vecchio cartello del Sentiero dei Tre Cornini, che dà il Pra’ Succ ad un’ora, il bivacco Bottani Cornaggia a 3 ore, la croce GAM ed il passo di Vesogno (o Visogno) a 4 ore. Poco più avanti alcuni cartelli della Comunità Montana Valtellina di Morbegno indicano il Pre Soccio, il bivacco Bottani Cornaggia, l’Oratorio dei Sette Fratelli ed i Tre Cornini. Nel primo tratto il sentiero, largo, come una mulattiera, procede quasi diritto, in direzione del monte, ma con pendenza mite.
Poi, ad un cartello che ci ricorda come la pulizia del sentiero sia nelle nostre mani, piega a sinistra e, con traccia più stretta, ma sempre molto bella e riposante (il fondo è davvero buono), risale, con molti tornanti, il versante boscoso sul lato occidentale del vallone che si apre, più in basso, fra Poira e Roncaglia di Sopra. I segnavia rosso-bianco-rossi sono pochi, ma non c’è pericolo di perdersi. A quota 1450 circa il sentiero è interrotto, per pochi metri, dal una nuova pista tagliafuoco. Scavalcata la pista, riprendiamo la salita, sempre all’ombra di un bel bosco, fra betulle e pini. Ignorata una deviazione a destra (cartello “Sentiero per acqua”), prendiamo a sinistra ed affrontiamo un lungo tratto all’aperto, in direzione ovest.
Proseguiamo sul nostro sentiero fino ad una svolta a destra: due rapidi tornantini ci portano sul limite inferiore di sinistra (ovest) dell’alpe Pre Sücc (o Pre Soccio, cioè Prato Asciutto, m. 1650). Senza attraversare la valletta che precede le baite più basse, saliamo, su traccia di sentiero, diritti verso le baite più alte, sulla sinistra del prati. Nella parte alta dei prati troviamo la traccia di sentiero, che prende a destra, e poi svolta a sinistra, portandoci ad un vecchio cartello della Comunità Montana Valtellina di Morbegno che dà i Tre Cornini ad un’ora di cammino ed il bivacco Bottani Cornaggia ad un’ora e tre quarti. Superata, quindi, l’ultima e più alta baita (m. 1727), incontriamo, ad un bivio, i nuovi cartelli della Comunità Montana e prendiamo a destra (indicazione per i Tre Cornini ed il bivacco Bottani Cornaggia). Il sentiero prosegue, dunque, verso nord-nord-est, superando anche un modesto corso d’acqua. Lo scenario è, qui, piuttosto mesto: attraversiamo una sorta di cimitero di alberi, quel che resta dopo un incendio che ha sfregiato una pineta che doveva essere davvero molto bella. Oltrepassato il corso d’acqua, prestiamo un po’ di attenzione, perché il sentiero principale prosegue sulla nostra sinistra, mentre a destra è raggiunto da una traccia secondaria (che rischiamo di scambiare per quella principale). Dopo qualche tornante fra scheletri d’albero ed alberi ancora vivi e… vegeti, approdiamo, infine, ad una splendida radura, a 1850 metri di quota. Proseguiamo, verso destra (indicazione su un masso), entrando in una piccola selva che ci permette di aggirare, da destra, appunto, una faticosa fascia di massi. Il sentiero piega, quindi, a sinistra, esce dalla selva e taglia in diagonale, verso sinistra, massi e pascoli. Ci troviamo nel cuore di un ampio vallone che scende dal ramo orientale dell’alpe Visogno. Il sentiero, con qualche tornante, guadagna quota risalendo il fianco sinistro di questo vallone; seguendolo, tagliamo un ampio dosso, finché, improvviso ed emozionante, si apre di fronte ai nostri occhio lo splendido scenario dell’alpe Visogno, delimitato, a sinistra, dal lungo crinale sul cui limite inferiore sono riconoscibili i suoi guardiani di granito, i Tre Cornini.

In alto, a nord, quasi sulla verticale del baitone dell’alpe, la cima di Malvedello, elevazione poco pronunciata sulla severa e gotica costiera di granito che separa la Costiera dei Cech dalla Valle dei Ratti. Guardando, invece, a destra, cioè a nord-est, distinguiamo, su una elevazione della costiera che separa l’alpe Visogno dalla Val Toate, la Croce di Roncaglia, o Ledino (m. 2093). Se, infine, guardiamo alle nostre spalle, a sud, ottimo è lo scenario orobico, che propone, in primo piano, le Valli del Bitto di Albaredo e di Gerola.
L'alpe Visogno è costituita da un ampio pianoro, sorvegliato da due baite, a quota 2003. Prima di raggiungere queste baite, incontriamo un cartello che dà il bivacco Bottani-Cornaggia ad un’ora ed il rifugio Volta a 5 ore. Nei suoi pressi, una targa dell’ A.N.P.I. di Lecco ricorda che la 55sima Rosselli è passata di qui. E qui si è divisa: il gruppo principale ha optato per una traversata verso ovest, ma diversi elementi hanno preferito un passaggio diretto sulla verticale dell’alpe. Vedremo, nella seconda giornata, i due itinerari alternativi. Per ora vediamo di raggiungere il punto di appoggio per il pernottamento, il bivacco Bottani-Cornaggia, del G.A.M. di Morbegno, posto a 2327 metri di quota e dedicato alla memoria degli alpinisti Nino Bottani e Siro Cornaggia. Il bivacco dovrebbe essere sempre aperto, ma, per sicurezza, è bene assumere informazioni ed eventualmente chiedere le chiavi ad Oscar Scheffer del G.A.M. di Morbegno (tel.: 0342 611022), oppure agli alberghi Scaloni o Ville di Poira, a Poira di Civo, o, infine, ad Anselmo Tarca, all’alpe Visogno o al Pre’ Soccio. La salita dall’alpe al bivacco non è difficile. Attraversiamo, dunque, la piana, in diagonale, verso il limite sinistro, ritrovando, infine, il sentiero che, inizialmente, sale verso sinistra, poi piega a destra (ignoriamo la traccia che punta a sinistra, in direzione del cinale che scende ai Tre Cornini), effettuando una lunga diagonale che ci porta allo speroncino di roccia su cui è posto il bivacco Bottani-Cornaggia. Qui terminano le fatiche della prima giornata, che richiede, complessivamente, circa 3 ore e mezza di cammino, necessarie per superare un dislivello approssimativo di 1250 metri, in uno scenario di grande bellezza e suggestione, anche alcuni rovinosi incendi nel secondo dopoguerra ne hanno intaccato le splendide pinete.  
Ecco il racconto della seconda giornata, con le due direttrici possibili. Quella alta, innanzitutto, più agevole (nella stagione estiva, ma non ad autunno inoltrato!). Sul crinale a monte dell’alpe Visogno, verso destra, si trova un’ampia ed invitante depressione, il passo di Visogno. Difficile pensare che non sia stata notata dai partigiani che optarono per la traversata alta, più difficile ma anche più sicura. Oggi il percorso è segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi e bianco-rossi e parte nei pressi del bivacco, alle sue spalle. Su un grande masso, salendo, scorgiamo l'indicazione dei rifugi Volta ed Omio, che si giustifica tenendo presente che dal passo di Visogno si scende in alta Valle dei Ratti e quindi ci si può portare al rifugio Volta, dal quale, poi, la traversata può proseguire fino al rifugio Omio (per la via più diretta del passo della Vedretta o per quella indiretta del passo di Primalpia e del passo del Calvo). L’itinerario di salita al passo punta a nord-est, districandosi fra gli ultimi magri pascoli ed una fascia di massi che occupa il piede della depressione del passo (depressione che non è visibile dal bivacco, ma che cominciamo a vedere salendo).

Raggiunto, senza difficoltà, il passo (m. 2574), si apre lo stupendo scenario della testata della Valle dei Ratti, che propone, da sinistra, l’affilato profilo del sasso Manduino (m. 2888), la cima quotata m. 2846, la punta Magnaghi (m. 2871), le cime di Gaiazzo (m. 2920 e 2895), il pizzo Ligoncio, la maggiore elevazione di questa testata, con i suoi 3038 metri, i pizzi delle Vedretta (m. 2925) e Ratti (m. 2907) ed, infine, il monte Spluga o cima del Calvo (m. 2967), che, da qui, sembra la cima più alta. Valicato il passo, entriamo in terra di Valchiavenna ed iniziamo la discesa, sempre guidati dai segnavia, ai più alti pascoli dell'alpe Primalpia. La prima parte della discesa, con direttrice ovest-nord-ovest, avviene in un ampio vallone, fra sfasciumi; poi, raggiunta la parte alta dei pascoli dell’alpe, si piega leggermente a destra (nord-nord-ovest), descrivendo una diagonale che porta al ben visibile (colorato in bianco-rosso) e simpatico bivacco Primalpia (m. 1980), sempre aperto: volendo, possiamo pernottare qui.

 

 

 

 

 

 

 


Se, invece, vogliamo continuare nella traversata, dobbiamo proseguire nella discesa, dal bivacco, prendendo però, ora, a sinistra. Guidati dai segnavia, troviamo il marcato sentiero che scende, in direzione ovest, al limite del bosco (nel primo tratto si tratta di una debole traccia, poi si fa più marcato) e, dopo un tornante a destra, porta all’alpe di Primalpia bassa (m. 1678), Riprende, quindi, sul limite inferiore dei prati di quest’alpe, rientrando nel bosco e scendendo, con alcuni tornanti, al fondovalle (m. 1430), dove, sul limite inferiore di un ripido prato con qualche baita, troviamo il ponticello che scavalca il torrente della Val dei Ratti. Una breve risalita sul versante opposto ci porta ad intercettare il sentiero che da Frasnedo sale al rifugio Volta. Seguendolo verso sinistra passiamo per Tabiate (m. 1379) e raggiungiamo un trivio, dove è posta anche una targa dell’ANPI che ricorda la traversata della 55sima Rosselli.
Ci raggiunge qui, da sinistra, il sentiero A1, che scende da Lavazzo e dalla Nave (lo descriveremo, sotto, raccontando la variante bassa della traversata). Noi proseguiamo seguendo le indicazioni per Frasnedo e raggiungendo il maggengo di Corveggia (m. 1221), che propone un ottimo colpo d’occhio sull’alto Lario. Seguiamo, quindi, la traccia di destra e, attraversato un torrentello, incontriamo un tratturo che, con un ultimo tratto in salita, ci porta al limite orientale del grazioso paese di Frasnedo (m. 1287), che si anima, d’estate, per la presenza di villeggianti che godono della pace concessa dall’assenza di carrozzabili che salgano da Verceia (al paese si sale solo con un’ora e mezzo-due di cammino). È qui il cuore della Valle dei Ratti, che deve il suo nome non ai noti roditori, ma alla meno nota famiglia della nobiltà comasca che ne possedeva, un tempo, gran parte degli alpeggi.
Imboccata, quindi, la mulattiera per Verceia, proseguiamo la discesa passando appena a valle del nucleo di baite di Càsten, simpaticamente definita, su un cartello, frazione d’Europa (qui l’ANPI ha collocato anche una targa che ricorda la traversata della 55sima Rosselli), ed intercettando i binari del Tracciolino, a quota 910 metri.
Qui giunge anche la direttrice bassa, che ora illustriamo, partendo di nuovo dall'alpe Visogno.
La maggior parte degli elementi della 55sima optò per una traversata che dai Tre Cornini (tre grandi conglomerati di massi erratici che spiccano sul crinale occidentale dell’alpe Visogno, a m. 2021) conduce all’Oratorio dei Sette Fratelli (base partigiana) e prosegue in direzione dei passi più occidentali per la Valle dei Ratti (il passo del Culmine, forse, il più agevole, ma forse anche quello più impegnativo ma sicuro della Piana).

 

 

 

 

 

 

 

Se abbiamo una buona esperienza escursionistica, possiamo ripercorrere la traversata, che avviene in buona parte su traccia di sentiero discontinua e poco marcata. Siccome abbiamo pernottato al bivacco, non ci conviene tornare all’alpe Visogno, ma scendere solo per un tratto, verso ovest, ripercorrendo i passi della precedente giornata, fino ad un bivio, dove lasciamo il sentiero che piega a sinistra e prosegue verso l’alpe, per imboccare quello di destra, che sale al crinale occidentale, a monte dei Tre Cornini. Qui, a 2180 metri, troviamo un cartello che indica la direzione per la Croce G.A.M. (posta sulla quota 2583, con una visuale splendida sulla Valle dei Ratti) e quella per l’Oratorio dei Sette Fratelli. Seguendo questa seconda direzione nord-ovest), imbocchiamo un sentiero incerto, che si snoda nella parte alta dei brulli pascoli ai piedi del crinale Cech-Ratti. Il sentiero prosegue, con qualche saliscendi, tenendosi tendenzialmente ad una quota di poco inferiore ai 2200 metri e superando diversi dossi erbosi (attenzione ad alcuni passaggi un po’ esposti), fino a raggiungere il dosso più pronunciato, dove scende fino alla solitaria e ben visibile cappella settecentesca denominata Oratorio dei Sette Fratelli o Oratorio di S. Eufemia (m. 2010).

Era questa, nel 1944, un punto di appoggio dei partigiani della zona. Un secondo punto di appoggio venne costruito, nel luglio del 1944, dopo la battaglia di Buglio, più ad ovest, ad una quota leggermente inferiore (m. 1981): si tratta della Baracca dei Partigiani, a monte dei prati della Brusada, quasi alla stessa altezza dell’Oratorio dei Sette Fratelli, ma più ad ovest, nella parte alta del lungo dosso gemello rispetto a quello dell’Oratorio.
Proprio in direzione della baracca prosegue la traversata: dobbiamo scendere per un tratto sul largo dosso immediatamente ad ovest dell’Oratorio, passando a destra di una pineta scampata ai rovinosi incendi. Raggiunto, ad una quota di circa 1900 metri, una sorta di corridoio, alla nostra destra, dove la pendenza si fa più dolce, prendiamo a destra, lasciando la traccia di sentiero che continua a scendere. Effettuiamo, quindi, una traversata mantenendo più o meno la stessa quota, fino a raggiungere il solco dell’alta val Maronara. Raggiunto il fianco opposto della valle, scendiamo gradualmente, su traccia di sentiero che si intuisce più che vedere, puntando al limite superiore di una pineta che occupa il crinale del dosso gemello rispetto a quello dell’Oratorio dei Sette Fratelli.
Ora, se abbiamo tempo ed energie per un fuori-programma di circa 40 minuti, invece di scendere nella pineta, riprendiamo a salire sul filo del dosso, riguadagnando quota 2000 e piegando poi a sinistra: dopo una breve traversata in piano, raggiungiamo il rudere della citata baracca, appollaiata su una selle erbosa in posizione nascosta e strategica.
Ma torniamo alla pineta: qui troviamo un sentiero che scende fino ad una baita ad est dei prati Brusada, prendendo poi a destra, fino ad intercettare il sentiero per questo alpeggio (qui troviamo un cartello che segnala la Barac(h)ia di Partigian e la Cunvula – cioè la zona dell’Oratorio dei Sette Fratelli). Prendiamo, ora, a destra, fino a raggiungere la parte alta dei prati della Brusada (m. 1584), occupati normalmente dai partigiani della zona (che si ritiravano nella baracca più alta o nell’Oratorio dei Sette Fratelli quando giungeva notizia di un possibile rastrellamento). Probabilmente la 55sima giunse all’alpeggio, e proseguì verso ovest.
Senza scendere, portiamoci sul lato opposto dei prati, dove, presso una cappelletta, troviamo la ripartenza del sentiero, che si dirige all’alpe Bassetta, dove si trova il già citato passo del Culmine. Seguendolo, ci troviamo, in breve, ad attraversare un ampio ed evidente canalone: guardando in alto, vediamo che esso raggiunge il crinale, in un punto segnato da una facile sella erbosa. È, quello, il passo della Piana (m. 2052), che forse fu utilizzato per la traversata, nel timore che il passo principale fosse già presidiato da forze nazifasciste (che, di fatto, vi salirono, ma troppo tardi, dai Prati dell’O, sopra Cino).
Il passo della Piana è raggiunto, da est, da un sentierino secondario che rimane in quota: lo troviamo sul medesimo crinale del dosso prima citato, risalendo il quale possiamo giungere alla Baracca dei Partigiani: alla prima pianetta a monte del limite superiore della pineta, troviamo la traccia del sentiero, che prende a sinistra. Possiamo anche salire al passo della Piana, con un po’ di fatica ma senza reali difficoltà, risalendo, a vista (non troviamo segnavia), per circa 300 metri di dislivello, il canalone erboso, dal sentiero Brusada-Bassetta fino al crinale.
Dal passo ci affacciamo sulla Val Codogno, prima ampia laterale sud-orientale della Valle dei Ratti. Scendiamo, poi, sempre a vista e con un po’ di cautela (non troviamo segnavia), fra macereti, verso nord-nord-ovest, fino alla visibile baita dell’alpe Codogno (m. 1878). Ad una seconda baita, quotata 1804 metri, e distante circa 300 metri dalla precedente, termina, invece, la mulattiera che proviene dal passo del Culmine e taglia il fianco occidentale e settentrionale del monte Brusada.
Vediamo, quindi, come sfruttare il passo del Culmine. In questo caso dobbiamo percorrere interamente il sentiero che dai prati della Brusada procede verso l’alpe Bassetta. Raggiunto il canalone sopra menzionato, non lasciamo, quindi, il sentiero, ma continuiamo a seguirlo e, dopo un tratto nel bosco, usciamo all’aperto, effettuando una traversata che taglia il versante meridionale del monte Brusada. Con qualche saliscendi, su un sentiero stretto ma sempre ben visibile, ci portiamo, così, al limite orientale della splendida alpe Bassetta, estremamente panoramica. Il sentiero termina ad una sorta di pianetta delimitata, a valle, da un parapetto in filo spinato, per poi riprendere in direzione del baitone dell’alpe.
Invece di seguirlo, alla pianetta prendiamo a destra, salendo al crinale, dove, con un po’ di attenzione, in una radura, scorgiamo i segnavia bianco-rossi e la scritta “Culmine” che indicano il passo del Culmine (non ci si aspetti una vera e propria sella: si tratta del punto del crinale dal quale, a quota 1818 metri, parte la mulattiera per la Val Codogno, senza alcuna visibile depressione). Imbocchiamo la mulattiera che, prima nel bosco, poi all’aperto taglia il fianco occidentale e settentrionale del monte Brusada e porta alle baite dell’alpe Codogno.
Per una via o per l’altra, qui giunsero i partigiani della 55sima che scelsero la traversata bassa. Vediamo come scendere, ora, a Frasnedo. Dalla baita quotata 1878 un sentiero, segnalato da segnavia bianco-rossi, comincia, su terreno aperto, la discesa in direzione sud-ovest, guadagnando il filo del dosso posto in mezzo a due valloni che scendono dall’alpe. Il sentiero piega quindi a destra, assumendo l’andamento nord-ovest e, con diverse serpentine, scende sul filo del dosso, finché, nella sua parte bassa, piega di nuovo a destra, attraversa il torrentello di uno dei valloni laterali e scende tranquillo ai prati dell’alpe Lavazzo (Lavazz, m. 1560), dove troviamo diverse baite, fra le quali una spicca per la moderna ristrutturazione. Dalla conca dell’alpe possiamo godere di un ottimo colpo d’occhio sull’alto Lario e sul versante occidentale della bassa Valchiavenna.
Il sentiero, ben marcato e sempre segnalato da segnavia bianco-rossi, riprende, verso destra, dalle baite più basse di destra dell’alpe, con andamento pianeggiante, districandosi fra i massi di un antico corpo franoso. Ignorata una deviazione che scende alla nostra sinistra, procediamo in direzione nord-nord-est, all’ombra di un fresco bosco, cominciando la discesa che ci porta a sbucare sull’angolo di sud-est dei prati dell’alpe Nave (m. 1454), appena a monte di una grande baita (riconoscibile per la curiosa scalinata in sasso posta perpendicolarmente alla facciata) e di una fontana in cemento.
Ottimo è il colpo d’occhio che l’alpe ci offre sul versante opposto della valle, dove, a mezza costa, vediamo bene Frasnedo. Sul versante a monte di Frasnedo distinguiamo, da sinistra, la cima di Provinaccio (m. 1636), il monte di Frasnedo (m. 1993) e la massiccia cima del Cavrè (m. 2601). L’occhio è colpito, però, dalla superba mole del Sasso Manduino (m. 2888), che si erge alle sue spalle, appena a sinistra. A destra della cima del Cavré uno spaccato dell’alta Val dei Ratti ci mostra, invece, il monte Spluga o cima del Calvo (sciöma del munt Splügam. 2967, la maggiore elevazione vista da qui), alla cui destra si distingue bene la depressione sulla quale sono posti la bocchetta di Spluga ed il passo di Primalpia, per i quali si accede in valle di Spluga (laterale della Val Masino, sopra Cevo).
Dobbiamo, ora operare una scelta: ricalcare integralmente le orme della brigata, passando per Frasnedo, oppure optare per una versione più breve (diciamo di un’ora e mezza-due) della traversata, che scende direttamente alla diga di Moledana ed al Tracciolino, tagliando fuori il simpatico paese. 
Nel primo caso continuiamo a seguire i segnavia bianco-rossi, rimanendo sul sentiero che taglia l’alpe in direzione nord-est e poi comincia a scendere in direzione del fondovalle, dove troviamo il ponticello quotato 1259 metri. Una breve salita sul versante opposto della valle ci porta ad un nucleo di baite ed al sentiero che da Frasnedo conduce all’alta Valle dei Ratti (rifugio Volta).
Nel punto in cui intercettiamo il sentiero è segnalato il trivio su un masso (i cartelli indicatori della Comunità Montana della Valchiavenna ci dicono che abbiamo percorso il sentiero A1); qui si trova anche una targa dell’ANPI che ricorda la traversata della 55sima Rosselli. Prendendo a sinistra, scendiamo a Corveggia (m. 1221) e, seguendo le indicazioni (destra), proseguiamo verso Frasnedo, cui giungiamo dopo aver attraversato un torrentello ed aver effettuato un’ultima salita lungo un comodo tratturo.
Nel secondo caso (cioè se optiamo per una versione più breve – si fa per dire – dell’escursione) ci conviene procedere così. All’alpe Nave, lasciamo il sentiero segnalato e, poco oltre il baitone e la fontana, puntiamo alla prima baita isolata a sulla sinistra e da questa scendiamo, a vista, lungo il ripido prato, alle baite più basse di sinistra (riconoscibili anche per un recinto in legno). Appena a valle di queste baite, si riconosce una sorta di corridoio erboso, che procede verso sinistra (ovest) sul limite rado del bosco, facendosi, più avanti, sentiero ben visibile (anche se non segnalato, o meglio, segnalato solo da sporadici bolli rossi e frecce). Seguendolo, effettuiamo una traversata verso sinistra, giungendo al punto di svolta a destra (segnalato da frecce su un masso) in corrispondenza di una vallecola e di un casello dell’acqua sul suo lato opposto). Proseguiamo quindi nella discesa, su sentiero ben visibile, finché, dopo un’ultima svolta a sinistra, giungiamo in vista del limite superiore di una fascia di prati. Poco prima di accedere ai prati, prestiamo attenzione ad un sentiero che si stacca sulla destra ed imbocchiamolo: rientriamo, così, nel bosco e, dopo una serie di tornanti, raggiungiamo la parte alta dei prati di Moledana (m. 1042).
Da qui è ancora possibile, procedendo a destra, salire a Frasnedo; noi, però, prendiamo a sinistra, seguendo un sentiero marcato, fino ad un trivio: qui, mentre il sentiero principale prosegue la sua discesa fino a Verceia ed un ramo di sinistra inizia una difficile traversata al maggengo di Foppaccia, sopra Verceia, noi prendiamo a destra, portandoci, dopo una brevissima discesa, al camminamento della diga di Moledana (costruita sulla paurosa forra posta sul limite della parte inferiore della Valle dei Ratti).
Oltre il camminamento, troviamo l’inizio del Tracciolino: seguendolo. Intercettiamo, dopo un buon tratto, la mulattiera che da Frasnedo scende a Verceia: qui le due direttrici si congiungono, e da qui inizia l’ultima e più facile parte della traversata.
Si tratta, infatti, di seguire per circa 8 km il Tracciolino, ferrovia a scartamento ridotto costruita, negli anni Trenta, con arditi intagli nella viva roccia, per congiungere i bacini di Moledana e di Saline, sopra Codera. La percorriamo agevolmente, perché interamente pianeggiante, ma dobbiamo prestare un po’ di attenzione perché viene ancora utilizzata.
Non fu affato agevole, invece, la traversata per i partigiani della 55sima, cui si erano uniti elementi della 90sima Zampiero saliti da Verceia: la notte fra il 28 ed il 29 novembre dovettero infatti affrontarla in precarie condizioni di visibilità, superando tratti esposti che costarono la vita ad alcuni di loro. Oggi l’intero percorso è in sicurezza: l’unica cautela da adottare è quella di avere con sé una torcia, in quanto, dopo un primo tratto, molto panoramico (ottimo il colpo d’occhio sull’alto Lario), all’aperto si giunge ad un bivio, al quale si prende a destra, imboccando una galleria lunga circa 300 metri. Ne seguono altre, meno lunghe, che si dipanano nel cuore del tormentato versante che precipita ad ovest della cima di Provinaccio, una montagna selvaggia, incombente, impressionante, talora semplicemente orrida. La traversata è, per gli scenari che propone, un’esperienza che difficilmente si dimentica. Ma, vale la pena di ricordarlo di nuovo, se per noi oggi ha il sapore della suggestione, nell’autunno inoltrato del 1944 assunse anche le tinte della tragedia.
Terminate le galleria, troviamo, sulla sinistra, il sentiero che si stacca dal Tracciolino per scendere a S. Giorgio di Cola (m. 748), incantevole paesino adagiato in un’amena conca a monte di Novate Mezzola, che ci regala una splendida chiesetta interamente costruita in granito, un singolare cimitero raccolto sotto un enorme masso in granito ed un antichissimo avello celtico. Una breve visita richiede un fuori programma di circa 40 minuti. Poi attraversiamo il selvaggio vallone di Revelaso ed incontriamo, sulla destra, la deviazione che sale al paesino di Cola.
Poco più avanti, superata anche la val Grande, dobbiamo lasciare il Tracciolino (interrotto per una frana nell’ultimo tratto) per scendere, seguendo le indicazioni di un cartello, lungo il sentiero che se ne stacca sulla sinistra, verso Cii (m. 851), un pugno di baite che si affaccia, tranquillo e silenzioso, sull’alto Lario. Proseguendo sul sentiero, superiamo un trivio (seguiamo le indicazioni per Codera) e raggiungiamo lo splendido ponte a schiena d’asino sul torrente Ladrogno. Poco oltre, ci attende un nuovo ponte, che scavalca il solco del torrente Codera (che urla rabbioso circa 40 metri più in basso).
Un’ultima breve salita ci porta a Codera (m. 825), centro principale della valle omonima, abitato per tutto l’anno, nonostante sia raggiungibile solo con un paio d’ore di cammino dalla frazione di Mezzolpiano di Novate Mezzola. Qui termina la lunga traversata: i partigiani proseguirono risalendo l’intera valle, fino alla bocchetta della Teggiola; noi scenderemo, invece, a Novate sfruttando la splendida mulattiera (a meno che vogliamo approfittare dei due punti di appoggio costituiti dai rifugi Osteria Alpina e Risorgimento).
Due conti. La seconda giornata è davvero impegnativa, e richiede, se si passa da Frasnedo, circa 9-10 ore di cammino per entrambe le direttrici, anche se il dislivello in salita non è eccessivo (380 metri circa per la direttrice alta, 580 per quella bassa – in questo caso, però, se non si sale a Frasnedo, se ne calcolino 320 e si riduca il tempo di circa un’ora e mezza).

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L'ANELLO DELLA FORCELLA DI FRASNEDO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Verceia (parcheggio sopra Vico)-Tracciolino-Vallone Revelaso-Forcella di Frasnedo-Frasnedo-Verceia
6 h
1070
EE


Abbiamo raccontato, sopra, il percorso del Tracciolino dalla Valle dei Ratti alla Val Codera; questo percorso può essere inserito in un inedito anello escursionistico che, passando per la Forcella di Frasnedo, consente di scendere a Frasnedo e di qui tornare all'automobile parcheggiata a monte di verceia. Un anello impegnativo (oltre 1000 metri di dislivello) e lungo (circa 6 ore di cammino), ma di grande fascino e suggestione, anche storica, in quanto ripercorre le orme dei soldati agli ordini del Perucci che, per ordine del Pappenheim, a capo delle forze degli imperiali contro gli alleati franco-grigioni, nel 1625 " prese le aclività di quel monte, e superandone l’altezza, non che la costa di quelli che dividono dall’altra Valle detta dei Ratti, d’onde uscivasi sopra Verceja, dopo due giorni e tre notti di periglioso arrampicarsi e marciare, prendevano alle spalle e ai fianchi gli alleati, senza che le scolte od alcun avamposto se ne accorgesse…” (Giuseppe Romegialli, op. cit.).
Saliti dal parcheggio sopra Verceia al Tracciolino, lo seguiamo verso la Val Codera, come sopra descritto, fino a raggiungere la deviazione, segnalata, per il Vallone di Revelaso e la Forcella di Frasnedo (la segnalazione - segnavia bianco-rossi) è giustificata perché questo percorso si inserisce nella seconda tappa del Sentiero Life delle Alpi Retiche).
Lo percorriamo fino a trovate la deviazione, segnalata, sulla sinistra, per lo splendido paese di San Giorgio di Cola (varrebbe proprio la pena di scendere a visitarlo, allungando di circa un'ora l'anello); poco oltre troviamo, sulla destra, la segnalazione della partenza del sentiero che dovremo seguire per salire alla Forcella di Revelaso. Si tratta di una freccia bianca contornata di rosso, posta, insieme con la targa gialla del Sentiero Life, su un masso a lato del Tracciolino, nei pressi di un traliccio. Se abbiamo scelto di non effettuare il fuori-programma della discesa a S. Giorgio giungiamo, invece, fin qui più comodamente seguendo il tracciolino, che attraversa il vallone di Revelaso e propone un tratto nel quale dobbiamo prestare attenzione, perché esposto alla caduta di massi.
Dobbiamo, ora, lasciare il tracciolino ed iniziare a salire sul sentiero che, tagliando il fianco meridionale dell’aspro vallone di Revelaso (o Val Revelàs, che scende dalla parete meridionale del Sasso Manduino), ci porta alla forcella (o forcola) di Frasnedo, l’unica porta naturale fra Val Codera e Valle dei Ratti. Un sentiero davvero suggestivo, che non è segnato, se non nella prima parte, neppure sulla carta IGM. Cominciamo, dunque, a salire, in un bosco di betulle, sempre accompagnati dall’assidua e graditissima compagnia dei segnavia bianco-rossi, superando un valloncello e raggiungendo una prima baita solitaria (località Alla Valle, m. 1051). Procedendo in direzione est, il sentiero aggira una formazione rocciosa (il tratto è attrezzato da corde fisse ed allargato con dei tronchi), che precede un secondo e più marcato vallone. I tratti esposti della discesa nel vallone e della successiva risalita sono anch’essi protetti da corde fisse.
Raggiunti lidi più tranquilli, proseguiamo fino ad incontrare una radura con due nuove baite, quasi nascoste nel cuore del bosco (m. 1192). Attraversiamo, nella successiva salita, una bella pineta, con diversi tornanti, fino a raggiungere il limite inferiore dell’ultimo e più aspro tratto, dove la pendenza si fa più accentuata e la traccia più debole. Il sentiero, ora, serpeggia fra l’erba, che minaccia sempre di mangiarselo di nuovo (dico di nuovo perché è stato appena pulito nel luglio del 2006; se, però, non vi saranno interventi successivi, prima o poi sarà sommerso dall’erba). Cominciamo ad intuire ed intravedere la meta, costituita dalla sella posta sulla verticale della direttrice di salita. Alla nostra destra sta un aspro fianco roccioso, che mette paura solo a guardarlo. Qualche larice stroncato dai fulmini rende l’atmosfera ancora più inquietante. L’ultimo tratto della salita è anche il più faticoso, perché la pendenza si fa davvero notevole; qualche sosta si impone e, guardando alle spalle, riconosciamo le case di Cola (voce dialettale che significa colle, vetta), dominate dall’affilata punta Redescala (m. 2304). I radi larici sparsi lungo il pendio sembrano mostrarci tutta la loro solidarietà.
Alla fine, non senza aver pagato un copioso tributo di sudore al severo vallone, nelle due ore di salita di salita, siamo alla sospirata forcella di Frasnedo (m. 1662), dove il cartello giallo del Sentiero Life sembra sorriderci, congratulandosi con noi per la perseveranza. 760 metri circa di dislivello dividono il tracciolino dalla forcella, non uno scherzo! Ora il dado è tratto: col piede sinistro siamo ancora in Val Codera, con quello destro già in valle dei Ratti (o viceversa). Nessun roditore in vista: la valle, infatti, deve il suo nome alla nobile famiglia comasca dei Ratti, che, in passato, ne possedevano tutti gli alpeggi. Una valle che ci mostra il suo versante meridionale, ricco di boschi e di alpeggi. Una tranquilla discesa in scenari più gentili ci attende. Nel primo tratto effettuiamo un lungo traverso a destra, restando poco al di sotto del crinale, che propone, qui, lo spettacolo un po’ desolante di diversi scheletri di larice. Nel traverso attraversiamo un corpo franoso e, dopo aver gettato un’ultima occhiata al lago di Mezzola, entriamo in un bel bosco, intervallato da amene radure. Il sentiero comincia a scendere, rimanendo approssimativamente sul crinale fra Valle dei Ratti e Vallone di Revelaso, in direzione sud-ovest. Poi, appena prima di una bella radura panoramica, sul tronco di un grande faggio troviamo una ben visibile freccia che segnala il cambiamento di direzione, verso sinistra. Una seconda segnalazione di deviazione si trova, sempre in bella evidenza, su un masso. Inizia una discesa più decisa, che termina alla parte alta di Frasnedo.
Due i sentieri praticabili e segnalati dai segnavia bianco-rossi. Suggerisco quello che sta più a destra, leggermente più in basso: lo si trova scendendo per un tratto quasi in diagonale verso sinistra (qui la traccia di sentiero è piuttosto incerta), fino a trovare, aiutati dai segnavia, un sentiero marcato, che prosegue scendendo verso sinistra. Su un masso troviamo anche il rassicurante quadratino azzurro con il logo del progetto Life. Poco sotto, passiamo a valle di uno splendido bosco di radi larici, che lasciano filtrare abbondante la luce del sole che si stende, con un effetto di rara suggestione, su un tappeto di felci. Difficile trattenere la tentazione di fermarsi e guardare.
Poi, superata una piccola radura, affrontiamo l’ultimo tratto, che ci porta a monte delle case più alte di Frasnedo, appena sopra la chiesetta dedicata alla Madonna delle Nevi (m. 1287). Da qui ridiscendiamo, per la comoda mulattiera, all'automobile. L'intero anello comporta circa 1070 metri di dislivello e 6 ore di cammino.
Chi volesse ulteriori informazioni o aggiornamenti, può rivolgersi all’ERSAF, a Morbegno (SO), tel. 02 67404.581, fax 02 67404.599, oppure all’Infopoint ERSAF, tel. 02-67404451 o 02-67404580; può anche scrivere a oscar.buratta@ersaf.lombardia.it, oppure a life@ersaf.lombardia.it.
Risulta utile anche la consultazione del sito Internet www.lifereticnet.it/italiano/home.htm

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L’ANELLO DELLA FOPPACCIA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Verceia (parcheggio di via Molino)-Quadrivio di quota 930-Monte del Drogo-Foppaccia-Verceia
4 h
830
E


Chiudiamo quest’ampia (ma non esaustiva) presentazione delle ricche possibilità escursionistiche offerte dalla Val dei Ratti raccontando un anello che da Verceia ci porta a girovagare sul selvaggio e solitario versante meridionale della bassa Val dei Ratti, passando per il Monte del Drogo e la Foppaccia. La prima parte dell’anello coincide con il secondo itinerario sopra descritto per salire a Frasnedo, quello, cioè, che sfrutta, appunto, la meno nota mulattiera del versante meridionale della valle. Riepiloghiamolo.



Clicca qui per aprire una panoramica dalla Foppaccia

Lasciamo la ss. 36 dello Spluga al secondo svincolo sulla destra (per chi proviene dalla Valtellina) di Verceia (il primo porta alla chiesa di S. Fedele) e saliamo fino ad un parcheggio di via Molino (quota approssimativa: 260 metri), dove troviamo un cartello escursionistico della Comunità Montana di Chiavenna che dà la Foppaccia a due ore, il monte Bassetta a 4 ore ed il passo del Culmine a 4 ore e 15 minuti. Seguendo la direzione indicata dal cartello, prendiamo a destra, seguendo una breve stradina asfaltata ma, prima di raggiungere l’argine del torrente Ratti, prendiamo a destra, raggiungendo l’imbocco della mulattiera che comincia a salire verso destra. Ignorata una deviazione a sinistra, incontriamo il primo segnavia rosso-bianco-rosso su un sasso alla nostra sinistra, appena prima un tornante sx. Dopo un paio di tornantini troviamo un nuovo bivio: ignorato il sentiero che prende a sinistra, stiamo sulla destra, seguendo i segnavia. Proseguiamo, poi, verso sinistra, fino ad un bivio: qui proseguiamo sulla mulattiera più marcata, che prosegue a sinistra (anche se i segnavia ci portano a destra). Dopo un buon tratto di salita, incontriamo la cappelletta di quota 444, dove viene dipinta una Madonna con Bambino ed alcuni santi, S. Giovanni, S. Guglielmo, S. Lorenzo, S. Antonio e S. Fedele, patrono di Verceia. Raggiungiamo, quindi, una zona più aspra: il sentiero corre sul ciglio di un ripido versante (in alcuni tratti un corrimano ci offre maggiore sicurezza), è protetto per breve tratto da una galleria paramassi e, restringendosi, corre poco a monte del letto del torrente. Proseguendo, troviamo un tratto protetto con parapetto, che ci introduce al solco della selvaggia ed ombrosa Val Priasca, la valle delle streghe; sul lato opposto entriamo nel territorio del comune di Dubino, ed il primo tratto è agevolato da parapetto e corde fisse. A quota 660 metri circa ci lascia, sulla sinistra, un sentierino; la mulattiera prosegue superando un tratto intagliato nella nuda roccia che, spesso umida, può riservare qualche insidia se non stiamo attenti.
Dopo un tratto diritto, troviamo una svolta a destra, che precede un nuovo bivio; la mulattiera prosegue a sinistra (segnavia rosso-bianco-rosso), mentre il sentiero di destra porta, come leggiamo su un masso, al “Monte Drogo”, congiungendosi con il sentiero che termina al già citato maggengo della Foppaccia (possiamo anche imboccarlo, raggiungendo la località Monte del Drogo ed accorciando lo’anello; ne parleremo più avanti). Passiamo, quindi, a sinistra di uno spuntone di roccia e sotto il cavo della teleferica; dopo un tratto un po’ esposto, raggiungiamo il filo di uno stretto dosso, che il sentiero comincia a risalire, zigzagando. Ripassiamo sotto il filo della teleferica e poi a monte di un baitello che resta alla nostra sinistra. Raggiungiamo, infine, il punto di arrivo della teleferica e continuiamo a salire, sul fianco meridionale della valle. Poco oltre, passiamo sotto il faggio dalla forma bizzarra e vagamente mostruosa, con le radici abbarbicate ad un grosso masso erratico. Superata subito dopo, una baita solitaria, un nuovo tratto protetto da parapetto ci introduce alla Val Codogno, oltrepassata la quale rientriamo nel territorio di Verceia. Dopo una nuova salita, eccoci al quadrivio di quota 930, segnalato da cartelli: procedendo diritti si va a Moledana, prendendo a destra ci si dirige alla Foppaccia mentre scendendo verso sinistra si scende alla diga di Moledana.

Prendiamo, dunque, a destra, trovando subito un ponte in ferro che scavalca un valloncello. Il sentiero diventa poi più largo e procede in leggera salita; i segnavia sono bianco-rossi, ma anche bolli rossi. Poco oltre, dopo un tratto protetto da corrimano, troviamo un secondo ponte in ferro, che scavalca un nuovo vallone. Torniamo, poi, ad incontrare la Val Codogno, la prima laterale importante sul fianco meridionale della Val dei Ratti, in un punto nel quale una briglia in cemento raccoglie le acque del torrente che poi vengono incanalate in un tubo che le porta alla diga di Moledana. A monte del manufatto vediamo una bella cascata del torrente Codogno. Nel successivo tratto, in parte protetto da corrimano in legno, si aprono alcuni scorci interessanti sul lago di Mezzola e su Frasnedo. Poi un breve tratto in discesa ci porta ad attraversare un vallone. Raggiungiamo, quindi, il punto in cui ci intercetta, salendo da destra, un sentiero. Alcune scritte indicano che scendendo lungo questo sentiero si ritorna a Verceia (si tratta, infatti, del sentiero che abbiamo incontrato più in basso e che si stacca dalla mulattiera Verceia-Moledana, sulla destra - indicazione per Drogo -). Su un sasso troviamo l’indicazione che nella direzione da cui proveniamo si va in Valle dei Ratti, a Frasnedo ed a Moledana; nella direzione in cui stiamo procedendo, invece, si va alla Foppaccia. Andiamo, dunque, avanti diritti ed in breve siamo ai prati della località Monte del Drogo (“munt”, m. 942). Il nome deriva dalla voce “rovéd”, roveto, o, più probabilmente, da “drago” o “dargùn”, che significa “torrente rovinoso”. Ottimo, da qui, il panorama sulla bassa Valchiavenna, sul monte Berlinghera e sul lago di Mezzola. Le poche baite sono ancora discretamente conservate e solo lo scrosciare discreto di un filo d’acqua raccolta in una bacinella rompe il silenzio arcano di questo luogo intriso d’antico. Non possiamo non fermarci a gustarne la pace, profonda, assoluta. Un tempo questo maggengo pulsava di un’intensa vita: dalle belle piante le ciliegie venivano raccolte e vendute a Verceia. Un tempo.
Lasciamo alle nostre spalle quest’oasi di pace e riprendiamo a salire: dopo un breve strappo, siamo ad un bivio, al quale ignoriamo il sentiero di sinistra che sale deciso nel bosco e proseguiamo diritti (indicazione su un masso, alla nostra sinistra: “Fopascia”, con freccia bianca bordata di rosso). Poi un tratto con tornantini scalinati ci porta all’ultimo traverso che ci avvicina al solco della temibile Val Priasca, la valle delle streghe. Niente paura, però: la luce del giorno le tiene lontane, perché solo da suono a suono dell’Ave Maria (cioè dalle sei di sera alle sei di mattina) possono prendere il volo ed insidiare i viandanti. Prima di arrivarci, però, superiamo qualche saliscendi, in una splendida ed inquietante faggeta (un faggio secolare, in particolare, ha qualcosa di mostruoso ed orripilante che non manca di colpirci) poi saliamo per un tratto, fino a quota 1040, ed iniziamo una ripida discesa, protetta in più punti da corrimano metallici, fra roccioni incombenti alla nostra sinistra, discesa che, in un punto, propone un punto abbastanza delicato, perché ripido ed insidioso per le foglie scivolose. Eccoci, infine, nel cuore oscuro della valle: anche in pieno giorno l’alito freddo di una cascatella ci mette i brividi. Ci prende quella paura remota che forse fu il sale di giornate lontane, quando le favole raccontate o lette ci consegnavano ad un’angoscia dalla quale difficilmente venivamo strappati. Qui è un po’ come allora. Per rassicurarci, volgiamo lo sguardo al lato opposto, allo spicchio di Valchiavenna che lo sguardo può raggiungere, e là si staglia la mole massiccia del pizzo di Prata. Il pizzàsc, anch’esso di sinistra fama. Solo il riprendere della cadenza del passo ci riporta alla sicurezza del presente. Torniamo a salire, in un tratto ancora esposto, ma qui il fondo è pulito e non scivoloso. Dopo una breve discesa ed una nuova salita, passiamo accanto ad un enorme masso erratico, che precede di poco il limite orientale dei prati della Foppaccia (fopàscia). È un po’ un riemergere alla luce, e soprattutto al presente. Si intuisce, qui, la presenza, domenicale ed estiva, di un buon numero di abitanti di Verceia profondamente legati alla loro terra ed a questo maggengo, panoramicissimo e gentile.
Superato lo spiazzo dove una grande H segnala il punto di atterraggio per l’elicottero, eccoci alle baite della Foppaccia.
Si tratta di uno splendido maggengo costituito da un’ampia e panoramica fascia di prati che si stende, fra quota 1020 e quota 1090 circa, sopra Verceia. Da qui si gode di un panorama davvero suggestivo sul lago di Novate Mezzola, sulla piana di Chiavenna e sulla bassa Valle dei Ratti, il cui versante settentrionale è dominato, da sinistra, dalle eleganti cime della punta Redescala (m. 2304), del Sasso Manduino (m. 2888) e della punta Magnaghi (m. 2871). Oggi il maggengo è un ottimo centro di villeggiatura estiva, dove si può trovare anche un rifugio, il Chianova, sempre aperto e quindi in grado di fungere da ricovero di emergenza. C’è anche un comodissimo telefono (anche se oggi la sua utilità, dato il dilagare dei telefonini, è attenuata). Un tempo questi prati costituivano un pascolo preziosissimo nell’economia di sostentamento della popolazione di Verceia. Qui si portavano, a maggio, le mucche, che poi salivano, in estate, all’alpe del monte Bassetta (m. 1746), a sud-est del maggengo. La carenza d’acqua, che attanaglia cronicamente i versanti del monte Bassetta, indusse gli abitanti del maggengo a costruire all’interno delle case cisterne di cemento nelle quali confluisce l’acqua piovana, che viene così conservata. Questa carenza è, forse, all’origine del toponimo: Foppaccia è spregiativo di Foppa, che, a sua volta, è toponimo assai comune in Valtellina e Valchiavenna, dalla voce lombarda “foppa”, che significa “buca”, “fossa”. Qualche avvallamento del terreno nella parte alta dei prati è forse all’origine di tale nome.
L'angolo più caratteristico di questo splendido terrazzo panoramico è rappresentato dalla chiesetta dedicata ai santi Anna e Gioacchino, che se ne sta, solitaria, ad est del nucleo più alto di baite, vegliata da un caratteristico campanile dal profilo bombato. Sulla sua facciata è dipinto San Bernardo di Mentone, mentre trafigge il drago-demonio che, secondo quanto si racconta, infestava il passo alpino cui poi venne assegnato il nome del santo.
Dal maggengo partono tre sentieri: l’uno, nella parte alta, sulla sinistra (lo troviamo, salendo, oltre la baita più alta ed appema prima di un boschetto di betulle; sale per un tratto diritto, poi propone un bivio, al quale, ignorata la direzione di sinistra segnalata su un masso per Lavazz, prendiamo a destra), risale il versante boscoso a monte dello stesso (ma non è sempre chiaro ed è scarsamente segnalato) e, dopo aver toccato una sorgente, effettua un ultimo traverso a destra che lo porta a raggiugere il crinale a monte di Monastero di Dubino e San Giuliano, crinale che separa Valtellina e Valchiavenna. Sul crinale corre un sentiero che, percorso salendo porta all’alpe ed al monte Bassetta (m. 1746), sontuoso terrazzo panoramico su Valchiavenna, alto Lario e bassa Valtellina (con un bel colpo d’occhio, però, anche su parte della Val dei Ratti). Seguendo i segnavia bianco-rossi, possiamo da qui procedere appena sotto il crinale, superare la bella baita dell’alpe e salire in una rada pecceta fino al vicino passo del Culmine (m. 1818), che richiede un po’ di attenzione per essere individuato, perché non è affatto marcato; semplicemente si trova nel punto in cui il crinale comincia a farsi più impervio e sulla sinistra si stacca un sentiero che taglia, con lungo traverso, in qualche punto un po’ esposto, i fianchi occidentale e settentrionale del monte Brusada (m. 2143). Il sentiero porta all’alpe Codogno (m. 1878), dalla quale si può proseguire scendendo all’alpe Nave ed a Moledana nel modo sopra descritto (cfr. scheda relativa alla traversata Poira-Frasnedo). Il ritorno a Verceia sfruttando la mulattiera che corre sul lato settentrionale della valle chiuderebbe un impegnativo ma bellissimo doppio anello di circa 8 ore di cammino (dislivello in altezza: 1540 metri circa). Ma bisogna avere una grande gamba per cimentarsi in camminate di tale sviluppo.
Torniamo, allora, alla Foppaccia, per vedere come chiudere in modo assai meno faticoso l’anello. Prima, però, segnaliamo che sul lato orientale del maggengo, al quale ci si porta facilmente raggiungendo la chiesetta e proseguendo diritti in direzione della Valtellina, parte un sentierino che continua verso sud, attraversando un vallone e raggiungendo, dopo una decina di minuti, superata la baita isolata di quota 1040, i prati della Motta (m. 999), oasi di solitudine non paragonabile al Monte del Drogo, ma anch’essa appartata e con il prego ulteriore della grande panoramicità.
Vediamo, infine, come procedere per tornare direttamente dalla Foppaccia a Verceia. Prima, però, offriamo questa indicazione per chi volesse percorrere l’anello al contrario: il sentiero che dalla Foppaccia si addentra in Val dei Ratti (segnalazione per il Munt) si trova prendendo come riferimento una nuova baita isolata, sulla sinistra, nella parte alta dei prati, presso una grande conca; superata la conca, salendo leggermente, troviamo il sentiero che entra nel bosco e passa presso l’enorme masso erratico.
Bando agli indugi, iniziamo la discesa a Verceia. Dobbiamo prendere come riferimento la baita più bassa e raggiungerla; da qui parte, verso sinistra, presso una croce dedicata alla memoria dei Della Bitta Ferdinando, un sentiero che però ignoriamo, per puntare ad un gruppo di baite ancora più basso, sulla destra (i Tecc), che dalla parte alta del maggengo non potevamo vedere. Raggiunte questa baite, ci portiamo a quella più a destra (vediamo, peraltro, che ancora più a destra, cioè a nord, c’è un ulteriore nucleo, che però non ci interessa): appena sotto vediamo un bollo rosso, un segnavia rosso-bianco-rosso ed un nuovo bollo rosso; giunti al limite del bosco, a quota 970, sulla verticale della baita, vediamo una marcata mulattiera che scende decisa. È la nostra. Ci accoglie un cartello del comune di Verceia che, sacrosantamente, recita: “Aiutateci a tenere pulito il bosco. Non abbandonate i vostri rifiuti”. Già, gran segno di civiltà, questo, saper frequentare la natura senza lasciare altro segno che la propria labile orma, grati dell’orma, ben più profonda, che essa lascia in noi.
Così scendiamo, accompagnati dallo scoscio delle foglie di castagno che tappezzano la mulattiera. Poco sotto, a quota 880, un simpatico cartello recita: “A la posa in mez ai foo lèghia net come se al füdès to”, cioè nella sosta in mezzo ai faggi lascia pulito come se il luogo fosse di tua proprietà. Non fatichiamo a rispettare l’invito, data la bellezza dei luoghi. Dopo alcuni tornanti, un breve traverso a destra ci porta al nucleo di Pecendrè (m. 776), che ormai è assediato dal bosco; su una baita resta però un segno eloquente dell’antica vita e dell’antica fede, un dipinto di Madonna con Bambino. Appena sotto questa baita, ecco un bivio: entrambi i sentieri, di sinistra e di destra, scendono. Mentre il primo porta alla località Predello, sopra Verceia (m. 428), cui giunge una strada asfaltata, noi proseguiamo sulla mulattiera di destra. Dopo pochi tornanti, effettuiamo un traverso a destra, fino ad un cartello, a quota 750 metri, che recita “A la posa de la livera lèghia tϋt cume che l’èra”, cioè alla sosta della livera lascia tutto com’era: stessa filosofia di cui sopra (ma noi, scendendo, probabilmente non avvertiamo neppure il bisogno di sostare). Scendendo ancora, verso sinistra, lasciamo alla nostra destra una baita isolata ed incontriamo un secondo cartello che ci esorta a non abbandonare i rifiuti; qui dobbiamo stare un po’ attenti, perché non dobbiamo né prendere a sinistra, né a destra verso la baita, ma continuare diritti nella discesa, seguendo il segnavia rosso-bianco-rosso. Poco sotto, prendiamo a destra, passando a valle della baita, e ricominciamo ad inanellare tornanti. Poi, a quota 570, ecco il terzo cartello con rima didascalica: “A la pòsa del pusìn pòsa pϋr, ma porta a cà i tò latìn”, cioè alla sosta del pusìn riposa pure, ma porta a casa le tue lattine. Parole sante.
Poi prendiamo a sinistra, con qualche tornantino, e, dopo una svolta a destra, scendiamo alla cappelletta quotata 480 metri (con l’indicazione Giuseppe Montini f.f.); appena sotto, la strada asfaltata, che la mulattiera taglia da sinistra a destra, continuando a scendere.  Appena prima di toccare la strada troviamo l’indicazione, per chi sale “Foppaccia mulattiera 1”. Scendendo, oltre la strada, verso destra, dopo un breve tratto la intercettiamo di nuovo; potremmo proseguire sul suo lato opposto, ma qui la mulattiera è piuttosto sporca, per cui ci conviene seguire la strada stessa. Alla fine, eccoci di nuovo all’automobile; ci avviene da pensare che hanno ragione quelli che parlano dell’intelligenza delle macchine, anche perché dove le lasci, lì restano. Intanto facciamo due conti: abbiamo camminato per circa 4 ore, superando un dislivello in altezza di 830 metri o poco più. È tempo di riposare, anche per il cronista di molte camminate che, sicuramente, con la prolissità delle presentazioni avrà tradito l’amore per questa valle, per tanti aspetti unica.


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IL SENTIERO WALTER BONATTI: DA MONASTERO DI DUBINO AI BAGNI DI MASINO


Apri qui una panoramica della Val dei Ratti vista dalla Croce GAM di quota 2585

Carte del percorso 1, 2, 3

Sarebbe semplicemente irrispettoso voler riassumere in poche righe cosa abbia rappresentato Walter Bonatti per l'alpinismo italiano ed internazionale. In questo panorama la sua figura giganteggia per tempra, determinazione ed inesauribile spirito di avventura. Per molti anni, gli ultimi venti della sua vita, scelse come dimora, insieme alla compagna Rossana Podestà, Dubino.
Dopo la sua scomparsa, il 13 settembre 2011, la sezione Novate Mezzola-Verceia del CAI ha promosso l'allestimento e la segnalazione di un sentiero d'alta quota dedicato alla sua memoria, il sentiero Walter Bonatti, appunto, inaugurato il 9 agosto 2014 con una festa al bivacco Primalpia in Val dei Ratti.
Si tratta di una traversata da compiere nell'arco di due giorni, da Monastero di Dubino, e precisamente dalla casa di Bonatti, ai Bagni di Masino, risalendo il lungo crinale che separa la Costiera dei Cech dalla Val dei Ratti (quindi la Valtellina dalla Valchiavenna), fino al monte Bassetta, effettuando una splendida ed inedita via alta della Val dei Ratti, per il bivacco ed il passo di Primalpia, tagliando l'alto circo della Valle di Spluga e scendendo per il passo del Calvo in Valle dell'Oro, al rifugio Omio, e di qui, infine, ai Bagni di Masino.

Un sentiero non difficile, ma molto impegnativo per lo sviluppo (oltre 25 km) ed i dislivelli da affrontare, dunque dedicato agli escursionisti con buon allenamento, senso dell'orientamento ed esperienza. Un sentiero da percorrere nella buona stagione avanzata (per sfruttare le condizioni ideali di terreno) e che ha, fra gli altri, il pregio di avvicinare ad alcuni fra i più solitari e suggestivi angoli della Val dei Ratti, l’ultima valle di una certa ampiezza, insieme alla Val Codera (il torrente Ratti la percorre per 11 km), che non è servita da una carrozzabile e che quindi si lascia visitare solo con grande fatica e dispendio di sudore. La valle, che si apre alle spalle di Verceia (anche se appartiene nella sua quasi totalità amministrativamente, al comune di Novate Mezzola), resta quindi emblema di una montagna che, pur non avendo nulla da invidiare alle mete più frequentate, è stata risparmiata dalle peregrinazioni di massa delle frotte di turisti alla ricerca di frescure a portata di motore. Una valle senza motori e senza roditori: il nome le deriva infatti dalla nobile famiglia dei Ratti, che in passato erano proprietari dei suoi alpeggi.

PRIMA GIORNATA: DAL MONASTERO DI DUBINO AL BIVACCO PRIMALPIA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Monastero-Alpe Piazza-Monte Bassetta-Val Codogno-Valle di Piempo-Biv. Primalpia
8-10h
2350
EE
Variante: Monastero-Alpe Piazza-Monte Foffricio-Rif. Chianova alla Foppaccia
5-6 h
1300
E
Variante: Rif. Chianova alla Foppaccia-Monte Bassetta-Val Codogno-Valle di Piempo-Biv. Primalpia
5-6 h
1570
EE

La prima parte della lunga traversata si sviluppa sul lungo crinale che dai 2143 metri del monte Brusada, fra Costiera dei Cech e Valle dei Ratti, scende fino a Dubino, sul fondovalle, passando per il passo del Culmine (m. 1818), per i monti Bassetta (m. 1746) e Foffricio (m. 1258), per l’alpe Piazza (m. 980), sono posti, più in basso, anche i prati di San Giuliano (m. 760). Fra gli aspetti interessanti del trekking c'è, dunque, anche la scoperta di questa località, tanto affascinante quanto poco nota.
Punto di partenza del trekking è la casa di Walter Bonatti, presso la frazione Monastero di Dubino. Per raggiungere Dubino possiamo seguire diverse vie.Se proveniamo dalla Valchiavenna, all’altezza di Nuova Olonio dobbiamo imboccare, prendendo a sinistra, la strada provinciale Valeriana, che tocca tutti i paesi del piano della Costiera dei Cech. Dubino è il primo che si incontra dopo aver attraversato Nuova Olonio, che è una sua frazione. Se proveniamo da Milano ci conviene, invece, lasciare la ss. 38, sulla sinistra, all’altezza di Delebio, seguendo, appunto, le indicazioni per Dubino. Se, infine, veniamo da Sondrio possiamo sfruttare il medesimo svincolo a Delebio, oppure lasciare prima la ss. 38, sulla destra, all’ultimo semaforo in uscita da Morbegno, seguendo le indicazioni per la Costiera dei Cech; in questo caso, raggiunto e superato il ponte sull’Adda, dovremo prendere a sinistra, imboccando la già citata provinciale Valeriana, per poi attraversare Traona, Piussogno e Mantello, prima di raggiungere Dubino.
Bene, a Dubino siamo arrivati: ora dobbiamo salire alla frazione di Monastero, posta leggermente più a monte e ad ovest rispetto al centro del paese: la possiamo riconoscere per la presenza della ben visibile chiesa dedicata alla Beata Vergine Immacolata, riedificata alla fine del 1600 su un nucleo che risale al secolo XIII. Se proveniamo da Mantello, possiamo svoltare a destra subito dopo l’incrocio fra la provinciale Valeriana e la strada che proviene da Delebio; salitiper un tratto verso il centro del paese, prendiamo poi a sinistra, proseguendo nella salita fino ad intercettare la via che, percorsa verso sinistra, porta al parcheggio che si trova immediatamente a valle della chiesa.
Lasciamo qui l’automobile, ed incamminiamoci, da una quota di 265 metri, alla volta di San Giuliano, prima tappa della lunga salita. Ecco cosa riporta di questo itinerario la seconda edizione della “Guida della Valtellina” del C.A.I., edita nel 1886: “Da Monastero, per erto sentiero, si sale in un’ora e mezzo alla solitaria chiesuola di S. Giuliano. Sorge essa sopra un promontorio che si protende nella valle, e dal quale si gode una meravigliosa vista. Anzitutto lo sguardo si sofferma ad ammirare l’ampio bacino superiore del lago di Como colle sue borgate e colle sue ville, poi si eleva a considerare la pittoresca cerchia delle montagne che l’attornia; poi abbraccia tutto il tratto della Valtellina inferiore, la valle di Lesina e il Legnone, le valli del Bitto e di Tartano, il colmo di Dazio e più oltre i monti della Valtellina superiore; in fine volgendosi al nord s’interna in quel labirinto di monti, fra i quali stanno la valle Codera, la valle Pregallia e la valle di S. Giacomo”. Una presentazione che sottolinea i numerosi motivi di interesse legati all’escursione.
Mettiamoci, dunque, in cammino.
Saliamo alla parte alta di Monastero, dove troveremo una pista che piega a destra. Appena prima della svolta, stacchiamocene sulla sinistra, seguendo una pista più stretta, tracciata di recente.
Pochi passi oltre l’inizio di questa pista, però, troviamo la partenza di un sentiero, sulla destra, che sale nella selva, mentre la pista prosegue al suo limite, con andamento sostanzialmente pianeggiante. La via più breve per S. Giuliano passa per il sentiero, mentre il sentiero Walter Bonatti ne segue una più lunga ma un po’ meno faticosa, quella che segue la pista. Se imbocchiamo il sentiero, non segnalato, cominciamo una lunga salita in diagonale: la traccia è sempre abbastanza visibile, anche se in diversi punti piuttosto sporca, per cui non possiamo perderla.
Ad un certo punto troviamo, su un masso a lato del sentiero, una grande freccia color arancio, contornata da piccoli bolli del medesimo colore: è il punto in cui nel nostro sentiero si innesta un sentierino secondario, ma segnalato, che proviene dal bosco alla nostra sinistra. Da qui in poi perdersi è impossibile, tanta è l’abbondanza di segni, color arancio o color rosso, che costellano il percorso, tanto da suscitare, in alcuni punti, la singolare impressione che i tronchi degli alberi, che li ospitano, siano vittime di una qualche forma di reazione allergica (non agli escursionisti, direi: di gente, per questo sentiero, ne passa ben poca). Il sentiero piega a destra ed attraversa una vallecola, prima di assumere un andamento decisamente ripido, risalendo l’ampio crinale del monte, all’ombra di un bel bosco di castagni.
Qualche pausa si impone: laddove la vegetazione apre qualche finestra, possiamo osservare, sulla destra, la centrale idroelettrica Vanoni e, più a sinistra, le anse dell’Adda nella piana di fronte a Monastero, frutto dell’opera di canalizzazione promossa, a metà dell’Ottocento, dal governo austriaco, opera che permise di recuperare alle colture agricole ampie porzioni di terreno. Nella salita incontriamo anche quattro tralicci, prima di approdare al poggio panoramico che ospita la chiesetta di S. Giuliano, posta a 772 metri.

Del nucleo di S. Giuliano parla anche il vescovo di Como, di origine morbegnese, Feliciano Ninguarda, nel resoconto della sua visita pastorale del 1589: "A due miglia sopra il monte vi è un'altra famiglia di coloni del predetto monastero (sc. di Dubino). Sono venti famiglie tutte cattoliche. La chiesa è dedicata a S. Giuliano, da cui prende il nome la frazione, ma raramente vi si celebra la messa". S. Giuliano, poi, è, secondo un'antichissima tradizione, uno dei sette eremiti legati alla leggenda dei Sette Fratelli e disseminati in altrettanti punti della bassa Valtellina.
Ecco quel che scrive don Domenico Songini, in “Storie di Traona – II” (Sondrio, 2004), inserendo il santo nell’alone dei santi sette fratelli di cui narra un’antichissima leggenda assai diffusa fra i Cech: “Sullo sperone di roccia calcarea che divide la valle del Mera dalla valle dell'Adda sorge la chiesetta dedicata a san Giuliano, che già anticamente era segnalato nella cerchia dei Santi Sette Fratelli. Chi era san Giuliano? Probabilmente era un militare della legione delle Gallie, all'epoca dell'imperatore Decio (248-251). Questi, per rafforzare la religione pagana, impose ai militari ed ai funzionari pubblici di munirsi di un attestato d'aver sacrificato agli dei. Il tribuno Fereolo e vari suoi militari, tra i quali Giuliano di Bienne, rifiutarono il sacrificio e vennero pertanto decapitati. Il culto di san Giuliano si diffuse in Alvernia ed in Italia Settentrionale, portatovi forse dai messi del convento di san Dionigi di Parigi, proprietario del territorio che va dal lago di Como al fiume Masino. La festa si celebra il 28 agosto: significativa l'analogia con la vicenda dei militari della Legione Tebea: sant'Alessandro (Traona), san Fedele (Buglio e Mello), san Carpoforo (Delebio).”
La chiesetta di San Giuliano, abbiamo detto: non ci si attenda una di quelle graziose chiesette alpine, più o meno ben curate, meta, almeno una volta all’anno, del concorso di gente che sale per partecipare alla celebrazione liturgica nella ricorrenza del santo cui sono dedicate. Niente di tutto ciò: la chiesetta è un rudere, attorniato da un coacervo caotico di rovi e boscaglia, nel quale la preziosa opera di qualche mano santa ha aperto giusto la via per poterci passare attraverso. Una piccola chiesetta di cui è andato in rovina il tetto, con mura che hanno tutta la parvenza di essere pericolanti. Eppure, anche nella decadenza estrema, essa sembra conservare un residuo, seppur piccolo, del suo antico orgoglio, almeno per la posizione che occupa, il poggio, appunto, che domina i prati e le baite di S. Giuliano (ruderi anch’esse), posti più a monte, ma qualche metro più in basso rispetto alla sua sommità. Dal poggio scendiamo rapidamente ai prati, intercettando un sentiero che sale alla nostra sinistra. È, questa, la via del sentiero Bonatti per raggiungere S. Giuliano.
Per descriverla, torniamo alla pista sopra Monastero, e prendiamo a seguirla per un buon tratto, finché comincia decisamente a scendere. Lasciamola proprio in quel punto, seguendo il sentiero che se ne stacca sulla destra, proseguendo con andamento per lunghi tratti quasi pianeggiante. Ignorate diverse deviazioni a valle ed a monte, ci ritroviamo, ad una quota di 527 metri, di fronte ad un impressionante dirupo di rocce biancastre, a nord-ovest rispetto al punto che abbiamo raggiunto. Nei pressi del sentiero vediamo anche una casupola in mattoni e cemento, su cui è tracciata la scritta S.G., corredata di una freccia: è la segnalazione della partenza del sentiero che, piegando a destra rispetto alla direttrice che abbiamo finora tenuto, sale verso San Giuliano.

L'alpe Piazza. Foto di Massimo Dei Cas www.paesidivaltellina.it

In questo tratto, la nostra mitica Terra di Mezzo sembra avere la connotazione assai comune della fascia di castagneti di mezza montagna di cui sono ricche Valtellina e Valchiavenna. Ma resta il fascino dell’indeterminatezza: consultando la carta, non sapremmo stabilire con sicurezza quando abbiamo lasciato la terra di Valtellina ed a quale dei due regni appartenga quel sentiero che si inerpica con tanta risolutezza nel cuore del bosco. Anche questo sentiero ha un andamento piuttosto ripido, ed attraversa un bel bosco di castagni, fino a sbucare al limite interiore dei prati di S. Giuliano, più ad ovest (a sinistra) rispetto al poggio raggiunto dal sentiero più diretto. Del panorama che si apre da qui ha già detto la Guida del C.A.I.


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Dopo qualche tornante, eccoci al limite inferiore dell’ampia alpe Piazza, i cui prati si dispongono ad una quota compresa fra i 960 ed i 1000 metri. L’alpe offre un aspetto davvero gentile: le numerose baite, ben curate, le conferiscono un volto ancor più accogliente.Qui la nostra Terra di Mezzo dischiude al nostro sguardo il suo angolo sicuramente più ameno. Un angolo di grande valore anche panoramico: la visuale sull’alto Lario, dalla parte alta dei prati, è ampia e sorprendente. Qui potremmo anche concludere la nostra escursione: siamo in cammino da circa due ore, il dislivello superato in altezza è approssimativamente di 720 metri. Ma, così facendo, perderemmo altri angoli, altri scorci, altri segreti della Terra di Mezzo. Alzando gli occhi, incontriamo con lo sguardo il ben visibile ripetitore posto sulla cima boscosa del monte Foffricio: almeno fin lì potremmo arrivare.

Seguiamo, allora, i segnavia rosso-bianco-rossi (non numerosi, per la verità), che ci accompagnano lungo il sentiero che porta fin lì. Per imboccarlo dobbiamo portarci sul limite orientale dei prati, per poi piegare a sinistra (direzione nord), seguendo il limite dei prati, senza proseguire verso est, cioè in direzione della nuova pista sterrata che congiunge l’alpe Piazza agli alpeggi dei Prati dell’O, dei Prati Nestrelli e dei Prati di Bioggio (termine connesso con la voce dialettale “bedoia”, betulla, oppure con “Biogio”, soprannome personale). Il sentiero, che in questo tratto è largo, quasi una mulattiera, entra quindi in un bel bosco, cominciando a guadagnare quota, fino ad un bivio, al quale, guidati dai segnavia, dobbiamo prendere a sinistra, fino a raggiungere la radura a monte della poco pronunciata cima del monte Foffricio (m. 1258), presidiato dal già citato ripetitore.
Il sentiero piega qui a destra, e propone subito un secondo bivio: anche qui, seguendo i segnavia, dobbiamo prendere a sinistra, proseguendo sulla traccia meno marcata. Ora siamo veramente nel punto più delicato della Terra di Mezzo: dopo un breve traverso a sinistra, una nuova svolta a destra ci porta proprio sul filo del crinale, un filo in molti punti esiguo, delimitato, sulla nostra destra, da una fascia di boscaglie e vegetazione disordinata, e, sulla nostra sinistra, da un versante assai ripido, coperto da ombrose pinete. In qualche punto, soprattutto se c’è neve o ghiaccio, dovremo prestare attenzione, perché uno scivolone sulla nostra sinistra potrebbe avere conseguenze assai spiacevoli.

Le due grandi valli, Valtellina e Valchiavenna, qui paiono davvero toccarsi, separate, come sono, solo dall’esile striscia che il sentiero, sempre ben visibile, segue con diligenza. Qualche masso erratico conferisce un aspetto ancor più enigmatico a questi luoghi, che meritano davvero di essere visitati. Anche per le sorprese panoramiche che riservano: ad un certo punto, ecco, alla nostra sinistra, aprirsi uno splendido scorcio sulla piana di Chiavenna, con una visuale di impagabile bellezza sull’inconfondibileprofilo del Sasso Manduino (m. 2888), la stupenda parete rocciosa posta fra Valle dei Ratti e Val Codera.


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Poi, poco al di sotto di quota 1500, il crinale comincia ad allargarsi, il bosco a diradarsi, compare una lunga fascia di prati, che accompagna l’ultima parte della salita alla cima del monte Bassetta (m. 1746). La pendenza del sentiero è sempre piuttosto pronunciata, per cui qualche sosta ci scappa: volgendo lo sguardo, scopriremo che si tratta di una sosta quanto mai opportuna, perché il colpo d’occhio sul lago di Como lascia davvero senza fiato.
All’ingresso dell’alpe Bassetta oltrepassiamo il limite settentrionale e più alto del territorio del comune di Dubino, entrando in quello di Cino; troviamo, su un masso, un segnavia inclinato, che segnala, sulla nostra destra, il rudere della cosiddetta “Prima baita” (m. 1661), posto a valle di una vasca di cemento per la cattura dell’acqua piovana.
Teniamo presente questo luogo: appena sotto il rudere parte un sentiero che scende fino ai Prati dell’O (m. 1226), dove si trova la pista che riconduce all’alpe Piazza, il che ci offre una possibilità interessante per tornare all’alpe per una via diversa, lasciando la Terra di Mezzo per immergerci nella terra dei Cech.

Ma torniamo alla nostra salita: un monte si impone, perentorio, al nostro sguardo che segue la linea del crinale, ma non è il monte Bassetta, bensì il monte Brusada (m. 2143), dal profilo severo, quasi altero.

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la mappa on-line

Il monte Bassetta ha un profilo ben più modesto, ma, a suo modo, accattivante e simpatico: la sua cima altro non è se non l’arrotondato poggio erboso nel quale il crinale raggiunge la sua prima significativa elevazione (m. 1746), prima di cominciare a scendere leggermente. Se il monte è modesto, il panorama è amplissimo, in direzione della Valchiavenna, del lago di Como, della catena orobica. Guardando verso nord, in particolare, distinguiamo alcune fra le più importanti cime della Val Codera e della Valle dei Ratti: da sinistra, il monte Matra (m. 2206), il pizzo di Prata (m. 2727), l'affilata Punta Redescala (m. 2304), il Sasso Manduino (m. 2888), il pizzo Ligoncio (m. 3033).

Questo è, forse, il cuore rotondo della Terra di mezzo, il suo baricentro, il suo punto archetipico. Non siamo né di qua, né di là, ma nella rotonda sospensione di un luogo arcano. Poco oltre, e poco più in basso, due grandi baite ben ristrutturate sembrano rompere l’incanto, e ricordare che questo è anche un posto di uomini, con le loro vicissitudini, necessità ed occupazioni. A monte delle baite, un singolare e grande masso erratico, sospeso, come tutto, qui, nella Terra di Mezzo. Dalle baite parte un sentiero che punta verso est-nord-est, correndo poco al di sotto del crinale, che riprende a salire, alternando radi alberi, massi e piccole radure.
Dobbiamo ora raggiungere la porta, la più agevole ed importante fra le porte che congiungono i due mondi, le due grandi valli, il passo del Culmine (m. 1818).

Seguiamo il sentiero, fino ad un ampio spiazzo, delimitato anche, verso valle (destra) da un corrimano protettivo. Lasciamo, ora, il sentiero, che prosegue, effettuando una traversata verso est, fino ai prati della Brusada (m. 1580), ed effettuiamo una breve salita verso sinistra, fino a guadagnare il crinale. Seguiamo, poi, il crinale, salendo per un ulteriore breve tratto, guidati sa segnavia bianco-rossi e rosso-bianco-rossi, fino al punto in cui l’inclinazione dello stesso si fa un po’ più accentuata.
Siamo al poco evidente passo del Culmine e da qui parte, segnalato, alla nostra sinistra (seminascosto dal bosco) un sentiero che taglia, quasi in piano, il versante occidentale e settentrionale del monte Brusada. Dopo un tratto nel bosco, usciamo all'aperto, godendo di uno straordinario panorama sulla media e bassa Val dei Ratti, su un versante battuto dalle slavine.
Dopo un primo tratto verso nord, attraversiamo uin largo canalone, che scende ad ovest direttamente dalla cima del monte. Si tratta della parte alta della Val Priasca, tributaria della Val dei Ratti e nota localmente per essere covo di malefiche streghe. Attraversato un secondo canalone, pieghiamo a sinistra e tagliamo il filo di un ampio dosso, per poi volgere a destra, assumendo la direzione nord-est ed est. Procedendo su un versante di macereti e bassa vegetazione, ci affacciamo così alla Val Codogno, che si apre a valle del monte Sciesa (m. 2412) e confluisce da sud nella media Val dei Ratti.
A quota 1804 il sentiero confluisce in quello che sale da sinistra, e precisamente dall'alpeggio di Lavazzo (se per qualsiasi necessità dobbiamo scendere al fondovalle, possiamo sfruttarlo).

Proseguendo diritti, ci portiamo alla baita di Codogno (m. 1880), dove pieghiamo a destra, salendo su un versante di pascoli e pietrame fino a circa quota 1900. Qui pieghiamo ancora a sinistra (andamento nord-est), continuando a salire su un largo dosso erboso, in vista dell'evidente sella del passo della bocchetta di Val Bassa (m. 2370), nel circo terminale della valle. La solitudine regna sovrana su questi luoghi, che conservano intatto il fascino della montagna come luogo dello spirito. Senza difficoltà ci portiamo alla sella che si apre fra il già citato monte Sciesa, alla nostra destra (visto da qui è un modesto dosso di rocce brune), ed il monte Erbea (m. 2430), sul crinale roccioso alla nostra sinistra.

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la mappa on-line

Dalla bocchetta ci portiamo ad un ampio canalone di pietrame, per il quale scendiamo in direzione nord-est, fino ad affacciarci alla parte alta del bacino di Piempo, uno degli alpeggi storici della Val dei Ratti. Qualche centinaio di metri sotto di noi vediamo la Casera Nuova (m. 1870). Scendiamo per un tratto, in direzione nord, fra pietrame e radi pascoli, piegando poi a destra (quota 2020 metri circa) ed aggirando il corno roccioso quotato 2297 metri. Piegando ancora a destra, riprendiamo a salire in direzione sud-est, sulle ripide chine erbose di un dosso (traccia di sentiero). A quota 2200 metri circa prendiamo gradualmente a sinistra, perdiamo leggermente quota e, procedendo verso est, puntiamo ad una sella erbosa intagliata fra la costiera Piempo-Primalpia, a sinistra, ed il crinale settentrionale della cima di Malvedello (la più alta della Costiera dei Cech, m. 2640) a destra.

Questo passo viene localmente chiamato Forcelletta (m. 2250) e ci introduce al circo alto dell'ampio e luminoso bacino di Primalpia, l'alpe che nel suo stesso nome tradisce l'importanza. Nella successiva discesa lasciamo alla nostra destra la traccia che punta al passo di Colino e prendiamo a sinistra (nord), lungo il ripido canale di pietrame (attenzione) fra la costiera Piempo-Primalpia e il corno roccioso quotato m. 2362.
In breve siamo alla parte alta dei pascoli di Primalpia e riconosciamo già, nonostante la distanza, il bivacco Primalpia (m. 1980), quasi al centro degli alpeggi, al quale puntiamo scollinando dolcemente in direzione nord-nord-est, fino ad intercettare il sentiero che lo raggiunge salendo dal fondovalle.

Eccoci, dunque, giunti all'edificio bianco-rosso del bivacco. Si tratta di una struttura in muratura, inaugurata nel 1995 dalla sezione del CAI di Novate-Mezzola-Verceia. L’interno è accogliente: ci sono 18 brandine, disposte in letti a castello, c’è l’acqua corrente, c’è una stufa a gas ed un focolare, c’è la corrente generata da un pannellofotovoltaico. C’è anche un simpatico cartello, con una scritta che recita così: “Il pattume se si scende a valle portarlo con sé, perché il camion non passa! Grazie!” Non manchiamo, dunque, di ripagare la generosa iniziativa di chi ha voluto questo prezioso punto di appoggio con il massimo rispetto per la struttura e magari con un contributo riconoscente.
Qui termina, di fronte allo splendido scenario della testata della Val dei Ratti, la prima giornata del sentiero Walter Bonatti, decisamente la più faticosa: il dislivello approssimativo in altezza è di 2350 metri ed il tempo di percorrenza oscilla fra le 8 e le 10 ore.

Può essere, dunque, un'idea spezzare questa tappa in due, dedicando la prima gionata alla traversata al rifugio Chianova alla Foppaccia (cfr. sopra) e la seconda alla traversata Chianova-Primalpia. In questo caso la prima giornata comporta un dislivello approssimativo di 1300 metri (diciamo 5-6 ore di percorrenza), la seconda un dislivello approssimativo di 1570 metri (diciamo altre 5-6 ore di cammino).
Se scegliamo questa variante, dobbiamo procedere così. Percorrendo il lungo crinale che dall'alpe Piazza sale al monte Bassetta, poco sotto quota 1500 noteremo un sentiero che si stacca sulla sinistra da quello del crinale stesso. Imboccandolo, traversiamo in una splendida pecceta ed iniziamo una lunga discesa (in basso la traccia si fa meno marcata) fino al limite alto dei prati del maggengo della Foppaccia (m. 1044), dove si trova il rifugio Ciìhianova. Il giorno successivo percorriamo in senso inverso questo itinerario, tornando sul crinale.

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SECONDA GIORNATA: DAL BIVACCO PRIMALPIA AI BAGNI DI MASINO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Bivacco Primalpia-passo di Primalpia-Passo del Calvo-Rifugio Omio-Bagni di Masino
7 h
750 (in discesa: 1570)
EE

Questa seconda giornata del sentiero Walter Bonatti coincide per buona parte con la terza giornata del Sentiero LIfe delle Alpi Retiche (per questo troveremo lungo il cammino il logo di questa traversata).
Gettato un ultimo colpo d’occhio al circo terminale dell’alta Valle dei Ratti (il panorama è davvero superbo), dobbiamo rimetterci in marcia dal bivacco Primalpia per raggiungere il passo di Primalpia, seguendo i segnavia bianco-rossi lungo il sentiero, abbastanza evidente, che punta ad una baita solitaria, sul lato opposto dell’alpe, a nord-est rispetto a noi. In realtà la solitudine dell’alpe è apparente più che reale: d’estate viene ancora caricata, per cui probabilmente ci sentirà di ascoltare il rallegrante scampanio delle mucche, e magari anche il meno rallegrante abbaiare del cane da pastore (chissà perché questi animali considerano gli escursionisti dei nemici mortali dei capi di bestiame che hanno imparato a sorvegliare: nel loro immaginario, probabilmente, costoro ritemprano le forze divorandosi innocenti vitelli rapiti alla loro mandria).

In breve, eccoci alla baita, che ospita gli alpeggiatori, sempre disposti a scambiare qualche parola con questi curiosi umani itineranti, e ad offrire preziose indicazioni. Oltre la baita, il sentiero prosegue, salendo leggermente e puntando ad un crinale che separa l’alpe dal vallone che dovremo sfruttare per salire al passo di Primalpia. Raggiunto il crinale erboso, in corrispondenza di un grande ometto, si apre, di fronte ai nostri occhi, di nuovo, piùvicino, l’ampio scenario dei pascoli dell’alpe Talamucca. Riconosciamo anche, facilmente, il rifugio Volta, che è l’ultimo edificio, a sinistra, nel circo dell’alta valle. Purché la giornata dibuona, o almeno discreta. Purtroppo la Valle di Ratti, per la sua vicinanza al lago di Como, è spesso percorsa da correnti umide, che generano nebbie anche dense, le quali ne velano la bellezza davvero unica. Se, quindi, potremo godere di una giornata limpida, consideriamoci fortunati.
Scendiamo, ora, per un breve tratto sul crinale, fra erbe e qualche roccetta, fino ad un masso, sul quale il segnavia, accompagnato dalla targhetta azzurra con il logo “Life”, indica una svolta a destra.

Dobbiamo, ora, prestare un po’ di attenzione, perché il sentiero, volgendo decisamente a destra, ci porta ad una breve cengia esposta, per la quale scendiamo al canalone che adduce al passo. Le corde fisse ci aiutano nella breve discesa, che sfrutta dapprima uno stretto corridoio nella roccia, poi una traccia di sentiero esposta. Con le dovute cautele, eccoci sul fondo del canalone, nel quale scorre il modesto torrentello alimentato dai laghetti superiori. Seguendo i segnavia, lo attraversiamo e cominciamo a risalire, sul lato sinistro (per noi) del canalone, un ampio versante erboso disseminato di massi, ricongiungendoci con il Sentiero Italia Lombardia nord 3. Il passo sembra lì, a pochi minuti di cammino.

Ma, come spesso accade in questi casi, quel che ci sembra un valico è in realtà solo la soglia di un gradino superiore. La delusione della scoperta, però, dura ben poco, perché, oltre la soglia, ci appare, piccola perla di immenso valore, il laghetto di Primalpia (m. 2296), a monte della quale si trova la baita al Lago (m. 2351). Ecco uno di quegli angoli di montagna solitaria e silenziosa che, da soli, ripagano di ogni fatica. Passando a sinistra del laghetto, puntiamo alla selletta che ci sembra essere, finalmente, il passo agognato. Ed invece, per la seconda volta, raggiunta la selletta siamo alle soglie di un ultimo gradino, una conca di sfasciumi che ospita un secondo e più piccolo laghetto (m. 2389), con un nevaietto che rimane anche a stagione inoltrata.

Il passo, questa volta, è davvero davanti a noi: qualche ultimo sforzo e, salendo sul fianco del canalino terminale, eccoci, finalmente, al passo di Primalpia (pàs de primàlpia, m. 2476). Un passo che regala un’emozione intensa, perché apre un nuovo, vasto ed inaspettato orizzonte: davanti a noi, in primo piano, l’alta Valle di Spluga, ma poi, oltre, un ampio scorcio della piana della media Valtellina, incorniciato, sulla sinistra, dai Corni Bruciati (protagonisti dell’ultima giornata del Sentiero Life), sul fondo dal gruppo dell’Adamello e, sulla destra, dalla catena orobica, che mostra le sue più alte vette della sezione mediana. Valeva davvero la pena di giungere, almeno una volta nella vita, fin qui: ecco un pensiero che non potremo trattenere. Qui, di nuovo, Sentiero Life e Sentiero Italia Lombardia nord 3 si separano: il secondo, infatti, effettua la lunga discesa della Valle di Spluga, passando per i suoi splendidi laghetti (dal passo si vedono solo quelli più piccoli, inferiori, mentre restanascosto il più grande lago superiore, il “läch gränt”).

Il Sentiero Bonatti, invece, rimane in quota, effettuando una traversata dell’alta Valle di Spluga che, passando per il passo gemello della bocchetta di Spluga, sale al passo del Calvo. Dobbiamo, quindi, innanzitutto portarci alla bocchetta dello Spluga, prestando attenzione a non imboccare il sentiero che scende sul fianco destro della valle omonima, ma portandoci a sinistra del passo, dove un sentierino scende per un tratto sul fianco della testata della valle, per poi congiungersi con una traccia che effettua latraversata alla bocchetta. Qualora perdessimo il sentierino, scendiamo per un breve tratto lungo il Sentiero Italia: troveremo, in basso rispetto al sentiero, sulla sinistra, un masso, sul quale è segnalata la triplice direttrice per Frasnedo (cioè per il passo di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza), che abbiamo appena lasciato), per la Val Masino (Sentiero Italia) e per la capanna Volta (è la direttrice che ci interessa, a sinistra). Nella medesima direzione, troviamo, poi, un secondo masso, con una freccia nera, in campo bianco, e con la scritta “Cap. Volta”, affiancata da un segnavia bianco-rosso e dalla targhetta azzurra con il logo “Life”: è questa la direzione da prendere (a sinistra). Non possiamo, dunque, sbagliare.

Il sentierino taglia il fianco dello sperone montuoso che separa i due valichi. Superata una breve fascia di massi, guadagniamo una posizione dalla quale è possibile ammirare un ampio scorcio del lago superiore di Spluga, che, purtroppo, dobbiamo lasciare qualche centinaio di metri più in basso rispetto a noi (è a 2160 metri, mentre noi stiamo oltrepassando la quota 2500), ma che, anche da qui, ci regala qualcosa del fascino profondo e selvaggio delle sue scure acque. Si tratta di un lago che merita un’attenta considerazione, anche perché è il più grande dell’intera Val Masino (valle ricchissima di scenari alpini incomparabili, ma assai povera di laghi: menzionati il lago di Spluga, appunto, e quello, in Val Terzana, di Scermendone, li abbiamo praticamente menzionati tutti). Sullo sfondo, le più alte cime della catena orobica.

Oltrepassato un masso che segnala un bivio (a destra si scende alla baita Spluga, nei pressi del già citato lago, a sinistra si prosegue per la capanna Volta), al quale prendiamo a sinistra, eccoci, alla fine, alla bocchetta di Spluga (bochèta dè la möca, m. 2522), dove, su un masso, ritroviamo la targa gialla del Sentiero Life.
Amplissimo il panorama, non solo in direzione della media Valtellina, ma anche, sul lato, opposto, in direzione della Valle dei Ratti e dell’alto Lario. In particolare, possiamo da qui vedere la traversata alta dalla Bocchetta di Val Bassa al bivacco Primalpia.
Dobbiamo, ora, stare attenti (soprattutto nell’eventualità, non remota, di foschia e visibilità limitata) a non seguire le indicazioni per la capanna Volta, che ci portano a scendere alla bocchetta verso sinistra (tali indicazioni – segnavia rosso-bianco-rossi - si giustificano in riferimento ad un percorso che, dalla bocchetta, scende in alta Valle dei Ratti e di qui al rifugio Volta). Dobbiamo, invece, rimanere a destra: raggiunta, sul lato opposto della bocchetta, una grande placca di granito con un segnavia rosso-bianco-rosso sulla sinistra, in segnavia bianco-rosso affiancato dalla targhetta azzurra con il logo “Life” sulla destra, troviamo il punto nel quale le due vie si separano.

Noi prendiamo a destra, senza però perdere quota, ma cominciando a salire a ridosso delle grandi placche di granito che scendono dalla testata nord-occidentale dell’alta Valle di Spluga. Incontriamo alcuni segnavia rosso-bianco-rossi, poi un grande quadrato bianco, e, ancora, segnavia rosso-bianco-rossi sul fianco della testata. Il sentiero sale decisamente, snodandosi fra gli ultimi magri pascoli, per poi raggiungere la sterminata e caotica zona di sfasciumi che riempie interamente l’angolo nord-occidentale dell’alta valle. Ora possiamo, guardando in basso, alla nostra destra, vedere il lago superiore di Spluga nella sua interezza. Ancora più suggestiva ci appare, sullo sfondo, la fuga di quinte delle valli orobiche (sezione centro-orientale). Terminano i pascoli e si fa meno accentuata, ma non meno faticosa, la salita: dobbiamo, infatti, ora districarci fra massi di ogni dimensione, con pazienza e cautela, seguendo la direzione dettata dagli abbondanti segnavia. La cautela è d’obbligo: siamo ormai stanchi, e la possibilità diprocurarci una storta, o peggio, anche su un terreno apparentemente non pericoloso è dietro l’angolo. Alle nostre spalle, intanto, si rende ora ben visibile, sull’angolo sud-occidentale della valle, la cima del Desenigo (m. 2845).

Ma dove andremo a finire? Dov’è il passo del Calvo che ci porterà alle soglie della Val Ligoncio? Se guardiamo davanti a noi, vedremo una larga depressione, apparentemente accessibile, dietro la quale occhieggiano, furbi ed un po’ impertinenti, i Corni Bruciati. Non è quello il passo. Si trova più a sinistra, ed è costituito da un intaglio appena distinguibile su una più modesta depressione, riconoscibile per la grande e liscia placca giallastra sottostante. Se poi queste indicazioni non bastassero a capire qual è la meta, poco male: con un po’ di pazienza, seguendo i segnavia ed alcuni grandi ometti, ci si arriverà. Dietro la bocchetta dello Spluga appare, ad un certo punto, anche l’inconfondibile corno del monte Legnone: ce lo ricordiamo, ha dominato lo scenario della prima giornata del sentiero. Alla nostra sinistra, le formazioni gotiche e tormentate della testata nord-occidentale della Valle di Spluga. Un’avvertenza: se, per qualunque motivo, ci trovassimo nella necessità di scendere a valle, cioè di scendere dalla Valle diSpluga, non scegliamo di scendere, a vista, attraversando la fascia di sfasciumi in direzione del lago: la fascia è, infatti, chiusa dal salto di qualche centinaia di metri di rocce lisce, arrotondate e ripidissime.
Dopo quasi un’ora di traversata, eccoci, infine, alla base del passo: un grande cerchio bianco contornato di rosso ci segnala che inizia un tratto esposto e potenzialmente pericoloso. L’ultimo tratto della salita, infatti, sfrutta una cengia a ridosso del fianco roccioso di destra del versante (le corde fisse assistono questo passaggio), poi uno stretto e ripido corridoio erboso (anche qui le corde fisse sono di grande aiuto), ed infine un’ultima brevissima cengia (sempre corde fisse), che ci porta non direttamente all’intaglio del passo, ma ad uno stretto corridoio che lo precede. Ora vediamo l’intaglio, alla nostra sinistra (su una placca rocciosa sono assicurate la targa gialla del Sentiero Life ed una scatola metallica), ma dobbiamo prestare attenzione anche nell’ultimo passaggino, per evitare di cadere in un singolare buco che si spalanca, improvviso, alla nostra sinistra, sotto un grande masso.

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la mappa on-line

Eccoci, infine, ai 2700 metri del passo del Calvo. Se il passo di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza) emoziona, quello del Calvo toglie addirittura il fiato, perché spalanca, improvvisa e sublime, di fronte a noi, l’intera compagine delle cime del gruppo del Masino e del Monte Disgrazia ("desgràzia"). Da sinistra, l’occhio esperto riconosce, da sinistra, i pizzi dell’Oro (m. 2695, 2703 e 2576), sulla testata della valle omonima, la cima del Barbacan (sciöma dò barbacàn, o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone", m. 2738), sulla costiera che separa la Valle dell’Oro dalla Val Porcellizzo ("val do porscelécc"), le cime d’Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto, m. 2778, 2861), il pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc', m. 3075), la punta Torelli (m. 3137), i pizzi Badile (m. 3308) e Cengalo (dal latino "cingulum", da cui anche "seng" e "cengia", stretto risalto di roccia, 3367), che spiccano, per mole ed altezza, sulla testata della Val Porcellizzo, i pizzi Gemelli (m. 3221 e 3259), i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr), occidentale (o cima della Bondasca, m. 3267), centrale (m. 3287) ed orientale (m. 3200), sulla testata della valle omonima, la cima di Zocca (m. 3175), la punta Allievi (m. 3123), la Cima di Castello ("castèl") (m. 3386), la punta Rasica ("rèsga"m. 3305), le celeberrime cime della Valle di Zocca ("val da zòca"), ed ancora i pizzi Torrone occidentale (m. 3349), centrale (m. 3290) ed orientale (m. 3333, riconoscibile per il sottile ago alla sua sinistra), sulla testata della valle omonima, il Monte Sissone ("sisùn", in Val Masino, "còrgn de sisùm", in Valmalenco; m. 3331), le cime di Chiareggio (da "clarus", nel senso di spoglio di alberi;) m. 3203, 3107 e 3093) ed il monte Pioda (sciöma da piöda, m. 3431), sulla testata della val Cameraccio, ed infine il Monte Disgrazia ("desgràzia") (m. 3678), che signoreggia per mole ed eleganza su tutte le altre cime, ed ancora loro, i Corni Bruciati (m. 3097 e 3114), sulla testata della Valle di Preda Rossa, lo scenario conclusivo del Sentiero Life.
È, questo, il punto più alto ed emotivamente più forte dell’intero sentiero Bonatti. Resta l’ultima discesa, in Val Ligoncio e Valle dell’Oro, che ha come meta il
rifugio Omio, dove si conclude questa terza giornata. Il rifugio venne edificato nel 1937 dalla Società Escursionisti Milanesi ed intitolato alla memoria di Antonio Omio, una delle sei vittime della tragica ascensione alla punta Rasica (in Valle di Zocca) del 1935. Incendiato dalle forze nazifasciste nel 1944, perché veniva utilizzato come punto di appoggio dalle forze partigiane, venne ricostruito nel 1948 e ristrutturato nel 1970 e nel 1997.
Siamo stanchi, una certa tendenza alla rilassatezza si può fare subdolamente strada, complice il pensiero ingannevole: “il più è fatto!” Invece dobbiamo rimanere concentrati ed attenti, perché il primo tratto della discesa sfrutta la lunga ed esposta cengia del Calvo (battuta da cacciatori, molto prima che da escursionisti),adeguatamente attrezzata ma pur sempre da affrontare con la debita cautela e da evitare in presenza di neve o dopo abbondanti precipitazioni (tanto per fare un paragone forse familiare a diversi lettori, assomiglia un po’ alla discesa dal passo del Barbacan (o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone") sud- est in
Val Porcellizzo, lungo il Sentiero Risari, da molti utilizzato come prima trappa di un abbreviato Sentiero Roma). Ma dove ci troviamo esattamente? Ora, guardando una cartina ci accorgiamo che sul punto di incontro fra le valli di Spluga, Ligoncio e dei Ratti è posta la cima del Calvo (sciöma del munt Splüga), o monte Spluga (m. 2967), che resta, nascosto, alla nostra sinistra. In realtà le cime del Calvo sono due: la già citata è quella occidentale, e ve n’è una seconda, orientale (m. 2873). Ebbene, la cengia che sfrutteremo taglia, in diagonale, proprio in fianco nord-orientale di questa seconda cima, dalla base massiccia. Dopo questi chiarimenti geografici, cominciamo a scendere.
La traccia di sentiero segue la lunga cengia, in gran parte assistita da corde fisse, sempre molto utili. Scendiamo con calma, assicurandoci alle corde fisse. Sulla nostra destra si apre il selvaggio circo terminale della Val Ligoncio (la sezione meridionale di quella che genericamente viene denominata Valle dell’Oro), segnata dai repulsivi salti delle cime che la incorniciano. Distinguiamo anche, più a sinistra, la spaccatura della bocchetta di Medaccio (da "meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativa), a destra della punta omonima, per la quale si può passare dalla Val Ligoncio alla Valle della Merdarola ("val da merdaröla"). Dopo un ultimo canalino di terriccio scivoloso ed una brevissima risalita, eccoci, alla fine, alla base del passo. Alla nostra sinistra vediamo un nevaietto che rimane per l’intera stagione (può servire come punto di riferimento per chi voglia riconoscere la cengia del Calvo guardando dalla Omio). Proseguiamo al discesa, un po’ faticosamente e senza allentare l’attenzione, superando una fascia di grandi massi. Alle nostre spalle si fa più riconoscibile il poderoso fianco roccioso della cima del Calvo (sciöma del munt Splüga) orientale. Alla sua destra, dopo una curiosa sequenza di irti spuntoni, defilata, la cima del Calvo occidentale, sulla verticale del nevaietto.
La discesa prosegue, seguendo i segnavia rosso-bianco-rossi, fino ai primi pascoli. Dopo un masso che presenta anche una croce rossa, attraversiamo un torrentello che scende dal nevaietto e proseguiamo nella discesa, in diagonale, verso sinistra. Dopo un buon tratto di discesa, fermiamoci e volgiamo lo sguardo: le due cime del Calvo sono ancora più riconoscibili, e si distingue anche, sul fianco di quella orientale, la cengia che abbiamo sfruttato scendendo dal passo del Calvo. In direzione opposta, al centro della valle, si distingue il
rifugio Omio.
Ed è lì che, alla fine, ci porta il sentiero, che si snoda fra i pascoli della Val Ligoncio (val dò ligùnc'), superando diversi torrentelli (àquè do ligùnc’, che confluiscono, più in basso, nel fiöm do ligunc’ o fiöm da caséna di lüsèrt) e balze. Nell’ultimo tratto il sentiero intercetta i due rami del sentiero Dario di Paolo, che salgono ai passi della Vedretta, per il quale si scende nell’alta Valle dei Ratti, e Ligoncio, per il quale si scende in valle d’Arnasca (uno dei più antichi toponimi valtellinesi, dalla radice ligure o celtica "arn", che significa "acqua"). Dal
rifugio Omio (m. 2100) inizia l'ultima parte del sentiero: seguendo il segnalato percorso scendiamo diretti fra grandi placche e zolle erbose, in direzione est, fino all'alpe dell'Oro, dove il sentiero, che si fa più marcato, piega a sinistra, si districa fra grandi blocchi ed entra in una splendida pineta, per uscirne al ripiano del Pian del Fango, splendido belvedere sui pizzi Badile e Cengalo. Tagliati i prati acquitrinosi, rientriamo nel bosco e, prestando attenzione ai segnavia per no perderci in sentieri secondari, perdiamo rapidamente quota in una splendida faggeta, e ne usciamo sul limite dei prati dei Bagni di Masino, dove termina l'emozionante cavalcata del sentiero Bonatti.
Questa seconda giornata comporta circa 7 ore di cammino, mentre il dislivello approssimativo in salita è di 750 metri (1570 metri circa, invece, il dislivello in discesa).

CARTE DEI PERCORSI sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line


BASSA VAL DEI RATTIMEDIA VAL DEI RATTI

ALTA VAL DEI RATTI

Mappa del percorso - elaborata su un particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

 

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