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Oltre Bormio, piegando a sinistra, ci accoglie uno scenario alpino luminoso, aperto, dagli ampi orizzonti, con due valli fra le più belle della Provincia di Sondrio, la Valla di Fraele e la Val Viola Bormina. Una chiave storica di accesso alla Contea di Bormio e quindi alla Valtellina, difesa dalle due Torri di Fraele, sul ciglio sospeso della Valle di Fraele. Ci accoglie il comune di Valdidentro, il più ampio della Provincia di Sondrio, con i suoi 244,2 kmq, noto per le acque termali dei Bagni Vecchi e dei Bagni Nuovi, di solito associati a Bormio, a già in territorio di Valdidentro. Ci accoglie un intarsio di nuclei e frazioni (23), fra le quali spiccano Premadio, Isolaccia, Pedenosso e Semogo. Ci accolgono storia, arte, cultura, natura.

LA STORIA DELLA VALDIDENTRO NEL CONTESTO DELLA STORIA DELLA MAGNIFICA TERRA DELLA CONTEA DI BORMIO


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La presenza umana fra i monti di Valdidentro è assai antica. Risale almeno alla venuta di tribù liguri, che cominciarono a disegnare il territorio con la pratica dell’alpeggio in età preistorica. Il probabile modello organizzativo di questa prima economia vedeva una gestione collettiva del territorio da parte delle comunità organizzate in “vicinanze”. Baricentro di questi insediamenti fu sicuramente la conca di Bormio, alla quale la storia della Valdidentro è indissolubilmente legata.
Furono, però, i Romani a fare entrare questo paese nella storia, dopo il 15 a.C., al tempo dell’imperatore Augusto, quando la zona montana retica fu conquistata con la campagna militare di Druso e divenne provincia romana. Tuttavia i Romani non attribuirono importanza primaria agli "juga raetica", cioè ai passi delle Alpi centrali, per cui la loro presenza non lasciò tracce marcate, dal momento che privilegiarono i valichi alpini più ad occidente.
Con la diffusione del Cristianesimo nella valle dell’Adda e furono gettate le basi della divisione di Valtellina e Valchiavenna in pievi. “La divisione delle pievi”, scrive Enrico Besta, “appare fatta per bacini… aventi da epoche remote propri nomi, come è infatti accertato per i Bergalei, i Clavennates, gli Aneuniates”. Esse, dopo il mille, erano San Lorenzo a Chiavenna, S. Fedele presso Samolaco, S. Lorenzo in Ardenno e Villa, S. Stefano in Olonio e Mazzo, S. Eufemia o S. Pietro in Teglio, dei martiri Gervasio e Protasio in Bormio e Sondrio e S. Pietro in Berbenno e Tresivio; costituirono i centri fondamentali dell'irradiazione della fede cristiana.


Pedenosso e la Valdidentro

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, subentrò, dal 493 d.C., la dominazione degli Ostrogoti.
Eco ben scarsa ebbero poi in Valdidentro l’offensiva Bizantina, che riconquistò probabilmente alla “romanità” le valli della Mera e dell’Adda, e la successiva conquista dei Longobardi (568). Solo nell'VIII secolo, peraltro, con il re Liutprando il confine dei domini longobardi raggiunse il displuvio alpino, anche se pare ormai dimostrato che la presenza longobarda raggiunse Sondalo ma non si spinse mai oltre. Con i successori Rachis ed Astolfo, nel medesimo VIII secolo, queste valli risultano donate alla chiesa di Como. Sconfitti, nel 774, i Longobardi da Carlo Magno, Valchiavenna e Valtellina rimasero parte del Regno d’Italia, sottoposto alla nuova dominazione franca. Furono probabilmente i Franchi la prima popolazione germanica ad affacciarsi all'alta Valtellina, e comunque risale a loro la prima costruzione di strutture fortificate alla stretta di Serravalle, l'angusta porta di accesso al Bormiese. Del resto una leggenda (senza fondamento storico) vuole che per la vicina Valfurva sia passato l'imperatore in persona. E' invece storicamente documantato che in un diploma di Carlo Magno dell'803, ed in un altro dell'Imperatore Lotario dell'824, la chiesa di Bormio si trova menzionata con il titolo di battesimale, insieme a quella di Mazzo e di Poschiavo.
La frammentazione dell’Impero di Carlo portò all’annessione del Regno d’Italia al sacro Romano Impero. Con Carlo Magno il Bormiese e la Valtellina vennero infeudate al lontano monastero parigino di S. Dionigi, dei cui diritti di proprietà nel bormiese vi sono tracce documentali. A questo periodo dovrebbe risalire la costituzione di Bormio e del suo territorio in contea.


Valdidentro e piana di Isolaccia

La storia amministrativa della Valdidentro fu, dopo l'anno Mille, strettamente legata a quella di Bormio, da cui dipendeva.
Agli inizi del secondo millennio vennero poste le premesse per quegli sviluppi storici che separarono, sotto diversi aspetti, l’evoluzione storica del bormiese da quella della Valtellina. Nell'XI secolo la chiesa dedicata ai SS. Gervasio e Protasio era già arcipretale e collegiata. Il 3 settembre 1024 l’imperatore Corrado succedette ad Enrico II, inaugurando la dinastia di Franconia, e confermò al vescovo di Como i diritti feudali su Valtellina e Valchiavenna, già concessi nel 1006; nel medesimo periodo, però, un altro potente vescovo, quello di Coira, estendeva i suoi diritti feudali su Bormio e Poschiavo. Si trattava dei diritti di gastaldia (finanziario: tasse e pedaggi) e di curia (giurisdizione bassa: cause minori civili e penali), che venivano esercitati non direttamente, ma attraverso i Signori di Matsch, in Val Venosta. Como, tuttavia, non riconobbe mai i diritti di Coira, e rivendicò sempre i propri diritti feudali sul bormiese, ed in particolare la cosiddetta giurisdizione alta (le più importanti cause civili e penali). I Bormini, da parte loro, costituiti in comune, cercarono di resistere alle pressioni del Vescovo di Como, il quale, dunque, decise di imporsi con la forza delle armi, invadendo e devastando il loro territorio. Nel 1201 Bormio dovette cedere, accettando un gravoso trattato di pace con Como.
Il trattato di pace impose al comune un Podestà, che esercitava, a nome del Vescovo di Como, un controllo sulle autonomie comunali. Si trattava però, solo di una tregua. Nel 1238 il dominio di Coira su Bormio e sulle valli dipendenti (compresa, dunque, la Valdidentro) passò alla potente famiglia dei Venosta di Mazzo ed agli inizi del secolo successivo Bormio rimise in discussione il trattato del 1201, affidandosi alla protezione di Coira.


La chiesa dei santi Martino e Urbano a Pedenosso

Possiamo in sintesi dire che con il secolo XIII la Magnifica Terra della Contea di Bormio entra perentoriamente nella storia grazie alla sua posizione di crocevia strategico nei flussi commerciali dalla Vallle del Po all'Europa germanica.
In questo contesto anche la Valdidentro assunse in misura sempre maggiore il valore strategico per le due fondamentali vie di transito verso le terre di lingua tedesca a settentrione, cioè la Via Imperiale d'Allemanga, per la Val Fraele, o Via Lunga di Val Venosta, e la Via dell'Ombraglio (Umbrail), o Via Breve di Val Venosta, per la Valle del Braulio. Per queste vie passavano diverse merci, ma soprattutto il vino della Valtellina verso nord ed il sale delle saline di Hall, presso Innsbruck, in Tirolo, verso sud.
La prima via spiega quella che è una delle più note icone della Valdidentro, le superbe Torri di Fraele che sorvegliano l'ingresso alla Valle omonima. Queste torri sorvegliavano infatti gran parte della Magnifica Terra e permettevano di segnalare tempestivamente eventuali eserciti invasori. Riportiamo le notizie che ci vengono offerte dallo storico Guido Scaramellini nello studio “Le fortificazioni in Valtellina, Valchiavenna e Grigioni” (ottobre 2004), studio per il Museo Castello Masegra (www.castellomasegra.org):


Le Torri di Fraele

Le due torri vigilano, una per parte, l’antica “via imperiale di Alemagna” che, attraverso il passo di San Giacomo di Fraèle, giungeva in Val Monastero, dove, tra l’altro, era attiva l’estrazione del ferro. Contemporaneamente controllavano la Val Viola e il Livignasco. Era detta anche strada delle Scale, perché caratterizzata da una serie di scale in legno che servivano a superare il notevole pendio. Le torri erano anticamente protette da una “trinchiera fatta di muro” che scendeva alla strada, come si vede nel disegno steso dal maestro di campo Berretta (fondo Ferrari alla Biblioteca Ambrosiana di Milano). Nel 1357 la strada fu sistemata per consentire il transito dei cavalli e pare che nel 1395 le Scale siano state rifatte. Nel 1435 erano presidiate da guardie contro la peste che si temeva potesse venire dalla val Venosta e dalla val Monastero.


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Le due torri parallelepipede sono quelle poste a quota più alta (1930 metri) e le uniche in provincia di Sondrio costruite a controllo di un passo. La torre occidentale è più completa e misura circa m 6,50 per lato con un’altezza attuale di oltre 13 metri. Aveva l’ingresso originario al primo piano, come quasi tutte le torri, il cui accesso era possibile tramite scala retraibile. L’attuale apertura a pianterreno è successiva. La parete a nord mostra quattro feritoie.
La torre orientale ha pianta quadrata, con lato di metri 5,75 e spessore dei muri di 70/80 centimetri. Manca della parete occidentale e ha maggiormente sofferto mutilazioni, anche se un recente restauro ha salvato in entrambe le torri quanto era sopravvissuto con feritoie soprattutto nel fronte settentrionale. Oggi si eleva per una decina di metri.
Le torri, costituite da pietre appena squadrate, più accuratamente lavorate agli angoli, possono essere datate al XIII secolo e avevano un ruolo notevole ancora sul finire del XV secolo, quando il duca di Milano vi stabilì dieci soldati a presidio. Furono poi abbandonate e forse anche smantellate in seguito al capitolato di Milano del 1639.”


Valle della Forcola di Rims

Concludiamo l'inquadramento storico riportando un passo che chiarisce bene la posizione nodale della Valdidentro nel sistema di comunicazioni dei tempi passati, dallo studio “Sentieri e strade storiche in Valtellina e nei Grigioni - Dalla preistoria all’epoca austro-ungarica" di Cristina Pedrana (2004):
"In Alta valle i passi ed i percorsi più importanti verso l'Engadina e la Val Venosta, frequentati probabilmente anche in epoche preistoriche, ma comunque largamente utilizzati dal Medioevo fino agli inizi del XIX secolo furono il passo di Umbrail o Ombraglio denominato "via breve di Val Venosta" e il passo di Fraele o "via lunga di Val Venosta". Entrambi avevano come punto di partenza Bormio dove si giungeva attraverso il passo del Gavia o seguendo la Valtellina per Bolladore, Serravalle, Cepina…
Il primo itinerario all'uscita da Bormio, oltrepassato il torrente Campello e raggiunto il bivio da cui si divideva la strada per Fraele, proseguiva a destra per Molina, attraversava il bosco di Morena (l'attuale parco dei Bagni Nuovi) raggiungeva il difficile passaggio delle "scale dei Bagni" sotto la chiesetta, costruita probabilmente in epoca carolingia, di San Martino dei Bagni; con un altro pericoloso tratto si portava sotto la torre detta Serra frontis, oggi scomparsa, che faceva parte di un sistema di fortificazioni citato per la prima volta in un documento del 1201, ma sistemato e reso sicuro nel 1391 per volontà di Gian Galeazzo Visconti.


L'imbocco della Valle della Forcola di Rims

Da lì la strada scendeva al ponte sul torrente Braulio, poi, senza tornanti ma con una ampia curva, risaliva il versante opposto per raggiungere l'imbocco della valle della Forcola di Rims, superato il passo omonimo, affacciato sulla valle del Braulio, attraverso il passo di Umbrail e la valle Muranza scendeva a Santa Maria in Val Monastero. Nei pressi del passo, poco prima dell'inizio della discesa c'era una "hostaria", storicamente documentata dal 1496, che costituiva un sicuro ricovero per i viandanti soprattutto in inverno. Essa venne distrutta e successivamente ricostruita due volte nel corso del '600.
Lungo questo itinerario passò Bianca Maria Sforza per andare incontro al suo sposo Massimiliano I d'Asburgo nel 1493, ancora vi passò Ludovico il Moro nel 1496, quando si recò a Mals per incontrare l'imperatore Massimiliano, probabilmente accompagnato da Leonardo da Vinci. Invece di scendere in Val Monastero, vi era la possibilità di salire fino al passo dello Stelvio e, con un percorso piuttosto accidentato, raggiungere Malles lungo la valle di Trafoi. Questo itinerario, percorribile solitamente solo alcuni mesi in estate, fu aperto nell'inverno del 1485, quando si scatenarono forti dissidi con gli abitanti della Val Monastero per ragioni commerciali. Fu utilizzato anche dal Duca di Feria nel 1633, quando, non volendo passare sul territorio dei Grigioni, con imponenti truppe raggiunse il Tirolo… Tra le merci trasportate era soprattutto il vino della Valtellina ad avere il posto d'onore nell'esportazione verso oltralpe, mentre veniva importato dal Tirolo il sale di Halstatt, considerato merce preziosissima, perché permetteva di conservare gli alimenti. Solo negli ultimi anni del XVIII secolo, anche a causa del clima più crudo, era infatti in atto la cosiddetta piccola glaciazione napoleonica, fu decretato ufficialmente l'abbandono della via di Umbrail a favore di quella di Fraele più comoda e sicura....


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La via lunga di Fraele… passava nei pressi della chiesa di San Gallo, raggiungeva Premadio, saliva lungo le difficili "scale di Fraele" fino alle torri, da lì lungo la dolce valle di San Giacomo, oltrepassata l'osteria "hospitalis", di cui si parla in una pergamena del 1287 situata nei pressi della stagione invernale, l'unico punto pericoloso, ai piedi delle torri di Fraele, era superato da una via artificiale costruita con tronchi e assi di legno, perciò poteva essere percorsa anche da cavalli con la soma.
Il primo accenno a questa strada si trova in un documento del 1334; l'ospizio di San Giacomo, però, è citato in documenti molto più antichi. Come attestano alcune fonti, dal 1357 in avanti risultò per molto tempo la via preferita dai cavallanti anche grazie alle continue migliorie apportate. Così la via di Umbrail perse man mano importanza, anche se continuava ad essere percorsa da molti per la brevità del suo tracciato.

Tra le merci trasportate era soprattutto il vino della Valtellina ad avere il posto d'onore nell'esportazione verso oltralpe, mentre veniva importato dal Tirolo il sale di Halstatt, considerato merce preziosissima, perché permetteva di conservare gli alimenti. Solo negli ultimi anni del XVIII secolo, anche a causa del clima più crudo, era infatti in atto la cosiddetta piccola glaciazione napoleonica, fu decretato ufficialmente l'abbandono della via di Umbrail a favore di quella di Fraele più comoda e sicura.
Nei pressi del passo, poco prima dell'inizio della discesa c'era una "hostaria", storicamente documentata dal 1496, che costituiva un sicuro ricovero per i viandanti soprattutto in inverno. Essa venne distrutta e successivamente ricostruita due volte nel corso del '600."


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Al di là delle vie commerciali, però, l'economia della Valdidentro era centrata sulla pratica dell'alpeggio, favorita dagli ampi e ricchi pascoli, oggetto di frequenti aspre contese, che vennero composte con solenne atto notarile nel 1619 (divisione Sermondi).
Accanto alla pastorizia aveva rilievo anche l'attività estrattiva, attestata fin dal secolo XIII (il forno di Semogo è descritto in un documento del 1272), in Val di Fraele ed ai piani di Pedenolo e Pedenoletto. Sui piani di Pedenolo ed, in particolare, l’attività di estrazione del ferro cui furono interessati in passato, leggiamo, nel bel volumetto di Isella Bernardini e Giovanni Peretti "Itinerari storici e culturali in alta Valtellina", (Alpinia Editrice): “Una delle aree dove più intensa fu l'estrazione è proprio quella dei Piani di Pedenòlo e Pedenolètto, dove ancor oggi sono correnti toponimi che si rifanno a quei periodi, quale il Trój de la Véna, aereo sentiero pianeggiante che costeggia gli aggettanti strapiombi che dominano la val del Bràulio e la conca bormiria, o il Trój de Strósc per il quale, data la pendenza, era facile trascinare i carichi di minerale estratto (ir a strósc=trascinare). Oltre al ferro, vanno citati anche i tentativi di sfruttare estrazioni di argento…”
Si legge nella “Descrizione della Valtellina e delle grandiose strade di Stelvio e di Spluga (1823): “Quasi fosse per compensarlo di altri beneficj di che gli fu avara, la natura ha conceduto al territorio di Bormio una ricchissima miniera di ferro che si coltiva in Valle di Fraele”; e negli “Annali universali di statistica, economia pubblica, storia. Viaggi e commercio”, pubblicati nel 1834: “Le viscere dei monti non sono meno ricche della superficie dei medesimi; e frequenti vi sono e marmi e minerali di varia natura ed anche di molto pregio e valore. Il ferro vi abbonda e cavasi ora più di tutto nella ricca miniera del Fraele (la quale dà perfino il 60 per cento di metallo, che poi viene fuso al Fraele e lavorato a Premadio vicino a Bormio) e in valle d'Ambria  ove per l'addietro fondevansi i progettili ad uso di guerra), dalla qual valle ora si trasporta a fondere in val del Lirio, non molto lungi da Sondrio. Non mancano altre miniere consimili e in val del Bitto e al Masino e in Malenco, ove trovasi pure del ferro magnetico”Il forno più importante fu quello costruito nel 1548 in località Presuraccia (Val Fraele), dall'imprenditore Vasino Muggi.


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Nel secolo XIV prendono forma le forme statutarie ed amministrative che fanno della comunità di Valdidentro, una delle cinque "vicinanze" o "comuni" che costituiscono la Magnifica Terra della Contea di Bormio, vale a dire Bormio (non prima fra pari, ma egemone), Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno (i medesimi comuni del presente).
La vicinanza della Valdidentro era costituita dalle vicinanze di Premadio con Molina e Torripiano, da Pedenosso con Isolaccia, e da Semogo, comprendenti le terre di Semogo, Frolania, Valle di Fraele, con la contrada Praspadino, e le frazioni di Trepalle e Malasca, il paese di Isolaccia e il villaggio di Pedenosso. Francesco Stefano Quadrio, storico settecentesco, divide il territorio di Valdidentro nelle valli di Premaglia (Premadio) e Pedenosso, la prima con San Gallo, Premaglia, Terrapiana e Molina, la seconda con Pedenosso, Semogo, Isolaccia, Tripallo, Vallaccia. A capo di ciascuna vicinanza c’erano due anziani che amministravano le attività e passività, curavano la gestione di boschi e pascoli, la manutenzione delle strade, la gestione delle acque e delle spese comuni o "taglie"; alla fine di ogni anno rendevano i conti della loro amministrazione ai vicini, che poi procedevano alla nomina dei successori.
La Valdidentro aveva diritto all’elezione di due consiglieri nel consiglio ordinario del comune di Bormio, e partecipava con la stessa quota proporzionale di rappresentanti della Valdisotto e della Valfurva nel Consiglio di Popolo (20 rappresentanto in un consiglio complessivo di 120), che deteneva non solo il potere legislativo, ma anche la facoltà di adottare provvedimenti straordinari. Nella ripartizione della cariche della milizia del comune di Bormio alla vicinanza della Valdidentro toccava un tenente capitano, carica vitalizia e di nomina del consiglio del popolo di Bormio, veniva affidata ad uomini alternativamente scelti tra la parte alta e bassa della valle.


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Il Trecento vede anche un sostanziale mutamento degli scenari politici complessivi della Valtellina: nel 1335 Como, e con essa Valtellina e Valchiavenna, vennero inglobate nella signoria milanese di Azzone Visconti. Una potenza di ben maggiore capacità militare si sostituiva, dunque, a quella del Vescovo di Como. Nel 1350 l’avvocato Ulrico di Matsch scese alla piana di Bormio attraverso il passo di S. Maria di Monastero e la via detta dell’Ombraglio (oggi Umbrail), percorrendo l’alta valle del Braulio e la valle della Forcola. Bormio si trovò, dunque, al centro di uno scontro per l’egemonia sull’alta valle dell’Adda e decise di allearsi con quelli che riteneva i più forti, cioè i Visconti. Ulrico, infatti, fu sconfitto ed i Visconti poterono rendere effettiva la propria signoria sul Bormiese. Una signoria che parve all’inizio gravosa e negatrice delle aspirazioni di autonomia dei Bormini, i quali, dunque, approfittarono della sollevazione dei comuni guelfi valtellinesi  del 1370 per ritornare ad essere libero comune.
Ma la rivolta venne ben presto sedata e Galeazzo Visconti, deciso a riaffermare la propria signoria su Bormio, allestì una spedizione guidata dal capitano di ventura Giovanni Cane. Questi, invece di cercare di forzare le difese bormine alle torri di Serravalle, erette nella naturale strettoia al confine meridionale della contea con la Valtellina, le aggirò. Approfittò, infatti, dell’appoggio di Grosio e, il 30 novembre 1376, risalì l’intera Val Grosina, scendendo quindi per la Val Verva e la Val Viola, per piombare, infine, sulla piana di Bormio. Si narra che la corda della Bajona, storica campana di Bormio di quasi tre tonnellate, si spezzò mentre questa batteva i pesanti rintocchi per chiamare tutti alla difesa: era un segno del destino. Bormio fu messa a ferro e fuoco, ed il suo castello di S. Pietro smantellato. Furono anche distrutte, e mai più ricostruite, le difese di Serravalle. Era anche questo un segno dell’impossibilità di separare la storia della Magnifica Terra della Contea di Bormio da quella della Valtellina. I rapporti di Bormio con Milano furono, da allora, sempre buoni.


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Caduti i Visconti e terminata la breve esperienza della repubblica milanese (1447), i Milanesi accolsero come loro signore Francesco Sforza. Questi, con il diploma del 28 marzo 1450, concesse a Bormio condizioni assai favorevoli, in quanto poteva imporre liberamente dazi, pedaggi, decretare e modificare statuti a proprio beneficio ed esercitare l'alta giurisdizione con il potere di decretare la pena di morte. Era, infine, concesso il monopolio nel commercio di vino attraverso i valichi di Fraele e dell'Umbrail.
A metà del Quattrocento si concretizza l'autonomia religiosa delle vicinanze di Valdidentro, che si staccano dalla matrice, la collegiata di Bormio: nel 1453 le vicinanze di dentro, cioè Semogo, Isolaccia e Pedenosso, costituiscono la cura di San Martino e Urbano, e nel 1467 le vicinanze di fuori, cioè Turripiano, Premadio e Molina, costituiscono la cura di San Gallo. Dalla cura di San Martino e Urbano si staccheranno nel 1624 la parrocchia di S. Abbondio a Semogo, nel 1734, nonostante molti contrasti, quella di Santa Maria Nascende ad Isolaccia ed infine nel 1771 la parrocchia di Trepalle.
Sul finire del secolo si affacciarono alla storia dell'alta valle quelli che sarebbero stati, dal 1512, i nuovi signori delle valli dell’Adda e della Mera, le Tre Leghe Grigie (Lega Grigia, Lega Caddea e Lega delle Dieci Giurisdizioni, che si erano unite nel 1471 a Vazerol), che miravano ad inglobarle nei loro territori per avere pieno controllo dei traffici commerciali che di lì passavano, assicurandosi lauti profitti.
Nel febbraio del 1487 Bormio, reduce da due severe epidemie di peste (1468 e 1476), vide affacciarsi le facce ferrigne dei soldati retici. Questi, fra il febbraio ed il marzo del 1487, saccheggiarono sistematicamente i paesi della valle da Bormio a Sondrio.


L'antica chiesa di Premadio

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Era solo il preludio dell'inizio della dominazione effettiva delle Tre Leghe Grigie (1512) sui Terzieri di Valtellina e sulle contee di Chiavenna e Bormio, su cui molto si è scritto e discusso. Le contee di Bormio e di Chiavenna si videro peraltro riconosciuta una condizione migliore rispetto a quella dei tre Terzieri di Valtellina: non ebbero governatore, ma lo status di protettorato, con propri codici e statuti.
Un quadro della situazione di Bormio a cavallo fra Cinquecento e Seicento ci viene offerto dalla celebre opera di Giovanni Guler von Weineck (governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel biennio 1587-88), “Raetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616 (e tradotta in italiano dal tedesco da Giustino Renato Orsini):
Nell'alta Valtellina abbiamo il distretto di Bormio. Esso per ogni parte è circondato da alte vette nevose non altrimenti che una città dalle sue mura; tuttavia esiste un'apertura, attraverso la quale l'Adda trascorre in Valtellina: ivi i monti si accostano l'uno all'altro così strettamente, che nell'intervallo fra le due altissime catene l'acqua si acre uno stretto e profondo varco: la via poi corre sul lato sinistro della valle, lungo la falda del monte. ... I passi più notevoli sono poi provveduti di antichi e robusti sbarramenti, così che non si potrebbe trovare altro paese, il quale per difese naturali ed artificiali presenti tanta sicurezza. Il distretto di Bormio confina a levante colla Val Mora, con la Val d'Adige, con la Val di Sole. e con la Val Camonica e con la Valtellina; a ponente colla valle di Poschiavo, col Bernina e con l'Engadina: a settentrione col monte Boffalora e con la parte posteriore della Valle di Monastero.Nel Bormiese il clima è buono e salubre, sebbene d’inverno alquanto rigido; ma d'estate è così mite che molti, dalle regioni circostanti più calde, salgono lassù per qualche tempo a cercarvi ristoro.Gli abitanti sono sani e d'indole riflessiva, d'ingegno acuto e di complessione robusta; si distinguono nelle lettere e nelle arti liberali, come anche nella milizia; nessuna fatica, così al freddo come al caldo, riesce per loro insopportabile.Nel territorio bormiese non allignano le viti, nè gli alberi da frutta; si produce però del grano in abbondanza, così che non solo basta al consumo, ma ne rimane pure qualche eccedenza da esportare.


La chiesa di Isolaccia

Il bestiame grande e piccolo è moltissimo, perciò anche il latte e i latticini sovrabbondano. I monti possono accogliere per l'alpeggio estivo dalle seicento alle settecento mucche, non compresi gli ovini ed i vitelli. Una parte dei pascoli alpini viene affittata per un canone annuo; ma la parte maggiore viene sfuttata dai terrieri stessi. Nel Bormiese si ottiene inoltre molto miele, il quale è così squisito e salubre che non se ne trova in altri paesi di migliore. Fra i monti esistono qua e là vene d'oro, di argento, ferro, rame, allume, piombo e zolfo; però sono particolarmente sfruttate.
Gli abitanti di questo territorio hanno un reggimento distinto da quello della Valtellina. Essi infatti, come gente di confine e come padroni di passi importanti, ottennero in ogni epoca dai loro principi molti privilegi ed immunità, che ancora oggi sono in vigore. Possono eleggersi da sè il podestà, i giudici e il consiglio, non che tutti gli altri funzionari del territorio; ma li nominano per sorteggio, scansando così ogni competizione ed assicurando nel miglior modo la pace comune…
In questo modo ogni quattro mesi vengono eletti due consoli come capi, sedici consiglieri e tredici giudici: questi poi, dalle vallate adiacenti e dai villaggi dove abitano, si raccolgono insieme nel capoluogo di Bormio dove sorge il palazzo del Governo; giudicano in cause civili e penali, ma alla presenza e con la collaborazione del podestà, che presiede il consiglio, alla presenza del suo cancelliere e di due uscieri, incaricati di tutte le procedure giudiziarie. Il podestà viene ora inviato ai Bormiesi, ed a loro spese, dalle Eccelse dominanti Tre Leghe: ed ogni due anni all'incirca si sostituisce.


La chiesa di Semogo

Il Bormiese ha una costituzione locale scritta, detta statuto, e con essa si governa: per altro, in caso di controversia si può appellarsi al potere supremo, tanto in assemblea straordinaria, come in quella generale ordinaria, oppure ai commissari e funzionari a ciò deputati, ovvero anche alle onorevoli comunità del territorio. In guerra i Bormiesi si scelgono da sè il loro capitano e da sè fanno le leve di milizie, che costituiscono una bella ordinanza, ben provveduta di tutto il necessario.
Tutto il territorio di Bormio, nel quale l'anno 1608 io annoverai quattordicimila anime, è diviso in cinque comuni o vicinanze: il primo e più noto è quello di Bormio, che comprende il capoluogo con le sue adiacenze; il secondo è la Valfurva, che da Bormio risale a monte, lungo il corso del torrente Frodolfo; il terzo è la Val di dentro, che da Bormio si estende verso occidente: il quarto la Valle di sotto che giace lungo il corso dell'Adda, scendendo verso la Valtellina; il quinto ed ultimo è la Valle di Livigno, che si prolunga dalla Val di dentro sino al monte Fustani verso l'Engadina. ...
[La Val Fraele] si apre bella e selvaggia fra la Valdidentro e la strada principale che mena al giogo; offre gradita dimora l'estate, ha un numero discreto di case e una chiesa dedicata a S Giacomo; ricca di bei pascoli e abbondante di fieno, possiede inoltre due laghi, non troppo grandi sebbene ricchi di pesce. Nella valle è assai sviluppata l'industria del ferro: infatti ha copiose miniere, potenti fonderie e magone, dove annualmente vienefuso molto minerale e lavorato soprattutto del buon ferro. Questa regione montuosa ha un terreno pianeggiante, detto Campoluco, il quale è abbastanza esteso e non produce né erba né fiori; ivi vengono scavate di quando in quando meravigliose spade di ferro, pugnali di bronzo di varia forma e grossi e lunghi femori, quasi giganteschi; la leggenda narrache ai tempi di Sant'Ambrogio un gran numero di eretici Ariani venne lassù ucciso e che molti di questi venissero pure catturati sui monti Giufplan, Boffalora ed altrove…


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Alquanto a monte dei bagni, si addentra fra scoscese giogaie la via imperiale. che poi insieme con la valle, si divide: la parte di sinistra prosegue verso il passo di Fraele e la diramazione di destra sale all'alto valico di S. Maria; ivi poi per l'assistenza dei viandanti, sorge un ospizio, sul versante di S. Maria in Val Monastero: ed esso ai giorni nostri è più che mai fiorente, essendo frequentato non solo dagli abitatori dei due versanti della catena alpina, ma anche da coloro che dall'Italia, da Milano e dal ducato vanno nel Tirolo, nella Baviera, nell'Austria, nell'Ungheria, o ad altri paesi sul Danubio, come parimenti dai viandanti che di là ritornano… Tornando al nostro argomento, la via imperiale, sin dai tempi antichi, dopo Premadio sale ad una cappella, presso cui sta Terrapiana; di qui, mediante un secondo tronco, sospeso alle rupi con travi, e detto la Scala, si giunge in Val di Fraele; donde si prosegue o per l'Engadina o per la Valle di Monastero, o per altri paesi.”


Diga di Cancano

Sempre sul finire del Cinquecento, le Tre Leghe Grigie concessero al vescovo di Como Feliciano Ninguarda, per la sua origine morbegnese, il permesso di effettuare una celebre visita pastorale, nel 1589, di cui diede un ampio resoconto, pubblicato nella traduzione di don Lino Varischetti e Nando Cecini. Vi leggiamo:
“Bormio ... giace in un'ampia pianura tra due fiumi, l'Adda a sinistra e il Frodolfo a destra. ... Benché Bormio sia famoso è tuttavia isolato con alcuni paesi e contrade a lui soggetti; la sua giurisdizione si estende in linea retta per circa dieci miglia e in larghezza per circa un quarto, eccetto vicino a Bormio dove si allarga per due miglia...
A sinistra del paese di Bormio vicino alle Terme, ma oltre la riva dell'Adda, c'è la frazione di Premadio, distante da Bormio un miglio e mezzo, con la chiesa curata di S. Gallo dove presta servizio come vicecurato il sacerdote Giovanni di Molina. A pochi passi dalla chiesa di S. Gallo c'è la chiesa dedicata a S. Cristoforo.
A sei miglia e mezzo dalla frazione di Premadio c'è quella di Fraele con la chiesa dedicata a S. Giacomo, sottomessa al predetto vicecurato di Premadio; lassù c'è anche il monte di Fraele. A un miglio al di qua, verso la frazione di Premadio, c'è la terza chiusa che si chiama Serra, attraverso la quale a destra si va' nella sopraddetta valle di S. Maria e a sinistra nella Bassa Engadina.
A sinistra, andando da Premadio a Fraele, c'è la valle detta di Pedenosso dal principale paese di quella valle, dove ci sono tre chiese. La chiesa curata di S. Martino vescovo, sita nel paese di Pedenosso, distante tre miglia da Bormio, in cui presta servizio come vicecurato il sacerdote Robustello de Robustelli di Grossotto, a cui sono sottomesse tutte le chiese e gli abitanti della stessa valle. La chiesa di Santa Maria a Isolacela, distante quattro miglia da Bormio. La chiesa di S. Abondio a Semogo, lontana cinque miglia dal paese di Bormio,dove finisce la valle di Pedenosso.
"


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Nel 1617, a Basilea, viene pubblicata l'opera "Pallas Rhaetica, armata et togata" di Fortunat Sprecher von Bernegg, podestà grigione di Teglio nel 1583 e commissario a Chiavenna nel 1617 e nel 1625; vi si legge (trad. di Cecilia Giacomelli, in Bollettino del Centro Studi Storici dell’Alta Valtellina, anno 2000):
"Dapprima ci recheremo nel territorio di Bormio, che si trova nella parte alta ed è circondata tutt'intorno da alte montagne, come pure da una cinta di mura. Bormio è collegata alla Valtellina solo da uno stretto passaggio, attraverso cui scorre il fiume; in questo luogo in tempi antichi si trovava una fortificazione per la difesa del territorio. Il territorio del Bormiese si divide in cinque Vicinanze, che possiamo anche definire cinque piccoli comuni.
I Il primo è il territorio principale di Bormio, che dà il nome all'intera zona. La ridente località, fortificata da alte torri, ha subito notevoli danni a causa dei numerosi incendi. A Bormio hanno la loro sede l'arciprete, i canonici e le autorità. Al territorio appartengono i paesi di Piazza, Piatta, Oga e Fumarogo. Fumarogo significa fumans rogus, ossia pira fumante e deve il suo nome ad una triste circostanza. Infatti, quando al tempo di Filippo Maria Visconti i Veneziani rasero al suolo la Valtellina e penetrarono nel Bormiese, gli abitanti del luogo li attaccarono e li cacciarono. Per non infestare l'aria, i loro cadaveri vennero arsi. Nel 1503, nel giorno di Santa Lucia, questa zona fu funestata da un incendio.


La chiesa dei Santi Martino e Urbano a Pedenosso

II Il secondo comune è quello di Valfurva (Val Forba)... III Il terzo comune è Valdidentro (la valle interna) ... IV Il quarto comune è la Valdisotto (valle di sotto) ... V Il quinto comune, la valle di Livigno ...
Abitando nelle immediate vicinanze del confine, i valligiani godono da sempre di notevoli diritti e libertà. Per questo, al fine di evitare irregolarità e situazioni spiacevoli nelle votazioni, si procede per estrazione utilizzando fagioli neri e bianchi. All'inizio di maggio ci si riunisce per la distribuzione delle cariche pubbliche; per l'occasione presenziano nel grande consiglio di zona sessanta rappresentanti del popolo per la zona principale di Bormio, altrettanti per le tre valli, mentre Livigno partecipa solamente con tre. I rappresentanti del popolo eleggono due Ufficiali che ricoprono la carica più alta, e i Consiglieri. Sedici consiglieri giudicano in materia penale: dieci di essi sono di Bormio, mentre i rimanenti sei provengono dalle valli. La materia civile compete invece a tredici consiglieri o emettitori di sentenze, tutti provenienti da Bormio. La valle di Livigno dispone, per i casi più semplici, di un proprio balivo civile. Per l'emissione delle sentenze queste popolazioni seguono determinate leggi locali e adottano ordinamenti propri. Tutti i ricorsi pervengono ai consiglieri delle Tre Leghe nella dieta federale. Il territorio di Bormio ha il proprio capitano militare e i propri ufficiali che presiedono un drappello di 500 uomini.


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Molto interessante, per la situazione di Bormio nel primo quarto del Seicento, anche la testimonianza di Giovanni Tuana, nel “De rebus Vallistellinae” (“Fatti di Valtellina”, a cura di Tarcisio Salice, traduzione dal latino di Abramo Levi, Sondrio, Società Storica Valtellinese, 1998):
Bormio, estremo lembo della regione e dell'Italia, segna il confine con Reti e Germani tramite montagne scoscese e aspre poste a settentrione a mo' di baluardo; a oriente confina con le Venezie e il Trentino, a cui si giunge attraverso la Valfurva e il passo Gavia, sempre di difficile ascesa e coperti di nevi perenni; a occidente la via si apre verso i Reti dell'Engadina e i Sammariani, attraverso una valle buia per le [sue] gole, ma con numerosi villaggi; a sud si trova la Valtellina.
... Il resto del contado di Bormio si divide in valli: la Valfurva, ovvero quella orientale, quella occidentale ossia la Val di Dentro, quella meridionale ovvero Cepina e Oga, paese montano...
Tornando al nostro argomento, la via imperiale, sin dai tempi antichi, dopo Premadio sale ad una cappella, presso cui sta Terrapiana; di qui, mediante un secondo tronco, sospeso alle rupi con travi, e detto la Scala, si giunge in Val di Fraele; donde si prosegue o per l'Engadina. o per la Valle di Monastero, o per altri paesi. Ma oggi giorno è più frequentata l'altra via che teste menzionammo.
Sui monti che sorgono dietro ai Bagni
e ben addentro nella valle, scaturisce dal versante di mezzodì il celebre fiume che dai latini è detto Abdua, Abduas e Aduas, mentre gli italiani e i tedeschi lo chiamano Adda, Aada, od anche Ada. Due opinioni corrono sulle sue origini: alcuni infatti vogliono che abbia le sue sorgenti in un lago di Val Fraele, donde un notevole emissario esce nascostamente tra massi e dirupi, procedendo sino al luogo dove lo si vede riapparire da una risonante caverna e poi dall'orlo di questa, che si eleva come un muraglione, precipitarsi giù nella valle. Questa sorgente, a dir il vero, viene notata da chi si reca lassù; ma nessuno può sapere con sicurezza se essa provenga dal lago menzionato, ovvero da altri luoghi. Altri invece sostengono con miglior fondamento che diano origine all'Adda i piccoli ruscelli derivanti dalle nevi e dai ghiacci, insieme con le sorgive montane che vi confluiscono.


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L'Adda è alle sue origini un piccolo torrente; ma poi s'accresce, procedendo da paese a paese, perchè riceve da ambedue le rive grossi e piccoli corsi d'acqua per tuttoil percorso del Bormiese e della Valtellina, finchè sbocca nella parte settentrionale del Lario. dirigendosi da oriente verso la sua sponda sinistra e gettandosi non nella estremità superiore del lago ma, un buon miglio tedesco più sotto. poco lontano dalla terra vetusta di Olonio. L'affluente superiore del lago di Como, non è l'Adda, ma sono due fiumi provenienti dalle Alpi di Adula: cioè il Liri che attraversa la vallata di Campodolcino, e la Mera che percorre la Pregaglia: entrambisi riuniscono poco sotto Chiavenna. assumendo il nome comune di Mera; e questa poi entra nel Lario.
L'Adda forma nel lago una lunga
scia estesa tre, quattro od anche cinque miglia italiane; e in questo tratto, per tutta la sua lunghezza,quasi non si mescola colle acque del lago; alcuni anzi vogliono che l'Adda conservi tale particolarità per tutta le lunghezza del Lario. Attraversato il lago, l'Adda perviene a Lecco, dove essa, unica fra glialtri affluenti del Lario, conserva il nome suo e quindi prosegue toccando la città di Lodi, finchè a cinque miglia italiane sotto Pizzighettone e un buon miglio prima di Cremona entra nel Po; a questo punto perdeil suo nome, formando con infinite altre acque ilfiume Po, sino al Mar Adriatico. L'Adda al disopradel lago di Como, non è navigabile, perchè ha unletto disuguale e non privo di gorghi e di onde, acagione dei grossi macigni che in più luoghi neostruiscono la corrente; viene anche annoverata frai fiumi le cui sabbie portano oro.
PARROCCHIA DI PEDENOSSO. – Già abbiamo ragionato della parrocchia di S. Gallo. Ora segue quella di Pedenosso. che è la quarta: e comprende Semogo. Frolania ed altre terre anche della valle di Fraele: tutti questi villaggi, tranne Fraele stanno nella vallata percorsa dal fiume Isolaccia. Questo ha due sorgenti: l'una sul Davostè, varcato il quale si scende a Poschiavo, e l'altra nel monte Fustani, che si deve valicare per recarsi a Livigno. Sul secondo di questi monti sorgono due frazioni, l'una detta Trepalle e l'altra Malasca. I due affluenti menzionati percorrono nel loro corso superiore due valli distinte e si riuniscono poi presso Semogo, dove sorge la chiesa di S. Abbondio. A monte di questo fiume, sulla sua sponda sinistra sta il paese di Isolaccia; e buon tratto più in qua, non lungi dalla riva sinistra del fiume, ma sul pendio del monte, sorge il villaggio e la parrocchia di Pedenosso, il cui nome in tedesco significa piede del noce. Infatti al principio della salita verso la chiesa dei S.S. Urbano e Martino, sorge da tempi immemorabili un noce, che diede il nome a questo villaggio. Il fiume Isolaccia prosegue poi verso Terrapiana, finchè si getta nell'Adda vicino a Premadio; e così finisce la Valle di dentro.


Pedenosso ed Isolaccia

VALLE DI FRAELE. — Questa valle si apre bella e selvaggia fra la Valdidentro e la strada principale che mena al giogo; offre gradita dimora l'estate, ha un numero discreto di case e una chiesa dedicata a S Giacomo; ricca di bei pascoli e abbondante di fieno, possiede inoltre due laghi, non troppo grandi sebbene ricchi di pesce. Nella valle è assai sviluppata l'industria del ferro: infatti ha copiose miniere, potenti fonderie e magone, dove annualmente vienefuso molto minerale e lavorato soprattutto del buonferro. Questa regione montuosa ha un terreno pianeggiante, dettoCampoluco, il quale è abbastanzaesteso e non produce nè erba nè fiori; ivi vengono scavate di quando in quando meravigliose spade di ferro, pugnali di bronzo di varia forma e grossie lunghi femori, quasi giganteschi; la leggenda narrache ai tempi di Sant'Ambrogio un gran numero díeretici Ariani venne lassù ucciso e che molti di questi venissero pure catturati sui monti Giufplan Boffalora ed altrove.

La visita pastorale del Ninguarda rappresenta un’eccezione: le autorità grigione, infatti, avevano promosso, nella seconda metà del cinquecento, una politica tesa a favorire la penetrazione della Riforma in Valtellina e nelle contee di Chiavenna e Bormio, il che aveva creato un clima di sempre maggiore tensione, essendo qui la popolazione pressoché interamente cattolica. Questa politica portò, in particolare, all’espulsione dei Padri della Compagnia di Gesù che erano a Bormio predicavano, confessavano e si dedicavano all’istruzione. La riforma non attecchì, però: a Bormio solo tre persone vi aderirono.
Il Seicento fu un secolo di ferro non solo per la Valtellina, ma anche per la Magnifica Terra, che risentì della fase di guerra nel contesto della Guerra dei Trent'Anni, ma anche del progressivo irrigidirsi del clima nel contesto della cosiddetta Piccola Età Glaciale, che si protrasse fino agli inizi dell'Ottocento.


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La situazione andava precipitando. Nel 1618 in Europa ebbe inizio la Guerra dei Trent’Anni, nella quale Valtellina e Valchiavenna furono coinvolti come nodi strategici fra Italia e mondo germanico.
A Sondrio, al colmo delle tensioni fra cattolici e governanti grigioni, che favorivano i riformati in valle, venne rapito l’arciprete Niccolò Rusca, condotto a Thusis per il passo del Muretto e fatto morire sotto le torture. Due anni dopo, il 19 luglio del 1620, si scatenò la rabbia della nobiltà cattolica, guidata da Gian Giacomo Robustelli, con la sollevazione anti-grigione e la caccia al protestante, nota con l’infelice denominazione di “Sacro macello valtellinese”, che fece quasi quattrocento vittime fra i riformati. Fu l’inizio di un periodo quasi ventennale di campagne militari e battaglie, che videro nei due schieramenti contrapporsi Grigioni e Francesi, da una parte, Imperiali e Spagnoli, dall’altra.
Bormio si trovò di nuovo in mezzo ad un conflitto fra potenze contrapposte: la scelta fu quella di persuadere il Podestà grigione e riformato Christel Floris di Partenz lasciare il Contado, con una scorta di armati che gli garantisse l’incolumità. I Bormini non erano entusiasti di quello che era accaduto, ma temevano possibili atti di forza dei Valtellinesi, per cui conclusero con loro, il 24 luglio del 1620, un patto di alleanza tra Bormini e Valtellinesi. I Grigioni tentarono di riportare Bormio dalla propria parte offrendo 30000 zecchini veneti per avere libertà di passaggio nella campagna che stavano organizzando per riprendere la Valtellina. I Bormini, per tutta risposta, uccisero al ponte di Turripiano il loro ambasciatore e cancelliere di Zug, Giovanni Zuccaio, col suo segretario. Frattanto i Grigioni, calando dalla Valmalenco, occuparono Sondrio e ricevettero aiuti da Berna e Zurigo, oltre che dai Veneziani. I Valtellinesi ottennero, invece, protezione dalla Spagna ed il Duca di Feria, governatore di Milano, dichiarò la guerra ai Grigioni. Bormio era di nuovo minacciata, perché le milizie bernesi e zurighesi, al comando del colonnello Müller, e quelle delle Tre Leghe, al comando del colonnello Güler, attraverso Livigno, il passo d'Eira e la Val Viola, marciarono sulla città, vincendo ogni resistenza.
Una Bormio spopolata per la fuga di buona parte della popolazione sui monti, fu per 12 giorni sottoposta ad un saccheggio (il terzo nella sua storia) profanatore dai soldati avidi di vendetta e di bottino.


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Le milizie proseguirono passando per la Valdisotto e saccheggiando Sondalo, Tiolo, Grosio e parte di Grosotto. A Tirano avvenne la battaglia decisiva: l'11 settembre del 1620 le truppe dei ribelli cattolici, aiutate da contingenti spagnoli, sconfissero quelle riformate. Queste il 14 settembre abbandonarono Bormio ripiegarono in Engadina, lasciando dietro di sé una situazione di desolante devastazione che riportava alla memoria lo scempio operato dalle truppe viscontee nel 1376. Ci si misero, infatti, anche gli Spagnoli che inseguivano le truppe retiche ad aggravare lo scempio. Scrive, nella sua cronaca, Giasone Fogliani che questi, anziché aiutare la popolazione provata, "incominciarono anche essi a rubbare, aggravare et a farsi contribuire dal povero paese [...] et duemilla guastadori incominciando un forte reale dentro in mezzo della campagna, qual occupava seimilla pertiche di terreno dei migliori, senza pagar cosa niuna, così per niente, e essi occuporno la maggior parte delli nostri campi nel forte et in strade." Un anonimo scrittore del Seicento ci informa che morirono i due terzi dei Bormini "per paure et mali diportamenti de Spagnoli et male di mangiare, che è compassion a narrare di queste cosa".
Mentre si costituiva la Repubblica di Valtellina, Bormio chiese agli Spagnoli di conservare le tradizionali autonomie. Questi accondiscesero, a patto i poter edificare a poche centinaia di metri dal borgo il forte Dos de Lugo.
La pesante intrusione della Spagna in Valtellina e nel Bormiese suscitò in Europa una pronta reazione:  nel febbraio 1624 si costituì una lega antispagnola, fra Francia, Venezia, Leghe Grigie e Savoia. Avvampò di nuovo la guerra, ed il marchese di Coeuvres, a capo delle truppe della lega, assediò e prese Tirano e Sondrio. Le truppe della lega ripresero anche Bormio, che il 3 dicembre 1624 accettò di tornare sotto la protezione delle Tre Leghe Grigie. Il 5 marzo 1626, il Trattato di Monzon riportò la Valtellina ed i Contadi di Bormio e di Chiavenna alla situazione antecedente al 1620, con la garanzia, però, che l’unica religione ammesse era quella cattolica.


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Ma la Valtellina godette solo per breve periodo della riguadagnata pace: il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo.
La contea di Bormio riuscì ad evitare il flagello nel 1630, grazie ad un cordone sanitario alla storica stretta di Serravalle. Ugualmente, però, la peste si affacciò nel 1635. Ne fu colpita anche la Valdidentro, ad eccezione di Semogo. A tale flagello è connesso quello della caccia alle streghe: fra il 1631 ed il 1633 vennero decapitate e bruciate trentaquattro persone fra uomini e donne. Tale caccia era però giè iniziata nei secoli precedenti: secondo uno scrittore tedesco in Valtellina e nei contadi ne vennero uccise 300 fra il 1512 ed il 1531. Procerssi e condanne a morte, poi, proseguirono per tutto il Seicento ed il Settecento. Nel Bormiese l'ultima strega condannata a morte fu Elisabetta Rocca, di Oga, nel 1715.


L'antica chiesa di Semogo

L’iniziativa della Francia riportò la guerra in Valtellina, con le campagne del francese duca di Rohan, alleato delle Tre Leghe Grigie, contro Spagnoli ed Imperiali. Il duca, penetrato d'improvviso in Valtellina nella primavera del 1635, con in una serie di battaglie, a Livigno, Mazzo, S. Giacomo di Fraele e Morbegno, sconfisse spagnoli e imperiali venuti a contrastargli il passo. Prima della vittoria francese, però, Bormio dovette subire, per tre settimane, un quarto catastrofico saccheggio, il peggiore, ad opera degli Imperiali del Fernamont, alleati della Spagna: le cronache narrano che in una sola giornata questi fecero 142 vittime. Poi, nel 1637, la svolta, determinata da un inatteso rovesciamento delle allenze: i Grigioni, che pretendevano la restituzione di Valtellina e Valchiavenna (mentre i Francesi miravano a farne una base per future operazioni contro il Ducato di Milano), si allearono segretamente con la Spagna e l'Impero e cacciarono il Duca di Rohan dal loro paese. Le premesse per la pace erano create e due anni dopo venne sottoscritto il trattato che pose fine al conflitto per la Valtellina: con il Capitolato di Milano del 1639 i Grigioni tornarono in possesso di Valtellina e Valchiavenna, dove, però l’unica religione ammessa era la cattolica. I Grigioni restaurarono l'antica struttura amministrativa, con un commissario a Chiavenna, un podestà a Morbegno, Traona, Teglio, Piuro, Tirano e Bormio, ed infine un governatore ed un vicario a Sondrio.
Terminava il periodo più nero della storia della contea di Bormio e della Valtellina. Si stima che la popolazione complessiva della Magnifica Terra sia scesa da circa 15.000 a circa 10.000 anime. Ne risentì fortemente l'economia.


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Il Settecento fu, nel complesso, in Valtellina e Valchiavenna, secolo di ripresa economica, non priva, però, di arresti e momenti difficili, legati soprattutto ad alcuni inverni eccezionalmente rigidi, primo fra tutti quello memorabile del 1709 (passato alla storia come “l’invernone”, “l’inverno del grande freddo”), quando, ad una serie di abbondanti nevicate ad inizio d’anno, seguì, dal giorno dell’Epifania, un massiccio afflusso di aria polare dall’est, che in una notte gelò il Mallero e parte dell’Adda. Ed ancora, nel 1738 si registrò una nevicata il 2 maggio, nel 1739 nevicò il 27 ed il 30 marzo con freddo intenso, nel 1740 nevicò il 3 maggio, con freddo intenso e nel 1741 nevicò a fine aprile, sempre con clima molto rigido e conseguenze disastrose per le colture e le viti.
Alla metà del settecento risalgono queste note dello storico Francesco Saverio Quadrio, nelle “Dissertazioni storico-critiche sulla Rezia…” (1757):“Il Contado di Bormio è il Confine, e il Termine della Valtellina ugualmente, che dell'Italia, il quale dal Settentrione, mediante i Retici Gioghi, da' Germani e da' Reti l'una e l'altra divide. Dall'Oriente ha i Veneziani, e i Tirolesi, a' quali per la Val Furva, e per il Monte Gavio si passa, Strada in oggi scoscesa, e per le nevi difficile; ma da' Romani ab antico assai frequentata. Dall'Occidente per una Valle, oscura veramente, ed angusta, ma pur di Terre, e di Borghi assai zeppa, confina con gli Engaddini: e fa via altresì a Poschiavo; e dal Mezzogiorno si continua colla Valtellina, di cui è Parte: nè cominciò a far Governo da sè, che quando smembrato da essa, ne furono i Venosta dagl'Imperadori investiti: e fu tal Porzione per ciò da loro eretta in Contado. Esso è diviso in cinque Comunità, che sono Bormio, la Val Furva, la Valle di Pedenosso, la Valle di Cepina, e la Valle di Luvino: le quali cinque Comunità comprese erano dagli Antichi sotto il nome di Breoni o Breuni: e tali cinque Comunità sono da alte Montagne all'intorno circondate per modo, che non lasciano che una sola apertura, chiamata la Serra, per dove l'Adda nel rimanente della Valtellina trapassa, con a lato contigua sul Piè del Monte la Via....


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La terza Comunità è la Valle Interiore, che è di due non mediocri Valli composta. La Prima è detta di Premaglia (Primadium) Dove sono, San Gallo Parrocchia, Premaglia, Terrapiana, e Molina. Doveva Premaglia particolarmente essere per lo suo Sito ab antico Terra assai bene guarnita, e forte: e Molina era già, in tempo del Passaggio delle Mercanzie, Luogo assai popolato, e dovizioso. Sopra quest'ultimo Luogo presso il real Cammino, che in Germania conduce, vi sono i celebri Bagni caldi, che gli Abitanti chiamano i Bagni di San Martino a cagione d'una Chiesiuola a questo Santo intitolata; della maravigliosa Virtù de' quali molti Medici ne hanno scritto, tra quali il primo fu il celebre Pietro di Tossignano, Bolognese, che con una sua particolar Opera nel 1336 li celebrò, impressa, tralle altre, nella Raccolta, che ci ha di tali Scrittori: e molti Storici altresì ne han fatta menzione, tra' quali trovo Giovanni Guller essersi amplamente nelle lodi di essi diffuso. Quivi ha principio quel Monte, che Braulio è detto, in Tedesco Wormser Joch; e che col nome di Giogo Retico (Iuga Rhaetica) veniva dagli Antichi compreso. Nè molto sopra ai suddetti Bagni verso il Monte marciando, vi ha uno strettissino Passo da altissime rupi da un lato, e da profondissimo precipizio dall'altro angustiato, e richiuso, chiamato oggi Serraglio, dove aveva già un tempo una ben forte Torre, con ben forte Muraglia, che lo guardava; e in mezzo a cui conveniva passare a chi andava, o veniva. Seguendo poi il cammino per lo medesimo Monte due vie s'incontrano in esso, l'una, che per la Valle di Stelvio conduce al Tirolo, non molto però praticata in oggi; e l'altra, che alla Valle di Monistero detta Munsterthal, dominio de' Grigioni, conduce.


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La seconda Valle è Pedenosso (Pedenossum, Pes Nucis) dove sono Pedenosso, Samogo (Semaucum) e Isolaccia, che dà il nome anche ad un non picciolo Fiume, il quale in capo di detta Valle si va coll'Adda ad unire. Seguita indi il Monte Foscanno, dove sono Tripallo, e Vallaccia: indi a Fraello si viene, Monte, che alcuni vogliono così nominato, quasi Ferrea Valle, per le miniere di Ferro, delle quali abbonda, e che infatti si scavano tuttavia; ed altri lo vogliono così detto, quasi Fera Valle, per esservi nella lunga Pianura della sua sommità uno spazio, detto Campo di Lacco dal vicino bosco, che Lucus da' Latini si nominava, nel qual Campo non vi si vede giammai verun fiore, dove fioritissimi ne sono i Contorni: il che ascrivono le pie Persone all'esser quivi le ossa degli Arriani sepolte, che furon ivi al tempo di S. Ambrogio battuti. Ma nel vero Fraello non è che corruzione, come altrove si è detto, formata dal diminutivo del Monte Falari, di cui è una porzione, quasi Falarello. La Via, che conduce alla sommità di tal Monte, chiamata le Scale di Fraello, è un maraviglioso Spettacolo da vedere: poichè una gran parte di essa è in aria, sostenuta per traverso da grossi Travi incastrati dentro al Dirupo: e tuttavia così fortemente, e bene lavorata, che Cavalli carichi, e Carra vi camminano con sicurezza. Alla metà poi della salita di esso, fralle angustie di certi Burroni, e Rupi, si veggono ancora le rovine d'un antica Fortezza; e due Torri vi restano pure, come che dimezzate, le quali stimano alcuni, che fatte fosser da' Galli. Sulla sommità poi di esso, che per alquante Migliaia con bella Pianura si stende, due Laghi vi sono di delicatissimi Pesci abbondanti, oltre alle Miniere del Ferro, delle quali già si è parlato."


La chiesa di San Gallo

Il Settecento è secolo di generale per quanto timida ripresa economica.
Nel quadro più ampio della storia della Magnifica Terra e della Valtellina il Settecento vede crescere il malcontento contro il dominio delle Tre Leghe Grigie nei tre terzieri di Valtellina, ma anche in Valchiavenna, soprattutto per la loro pratica delle di mettere in vendita le cariche pubbliche. Tale vendita spettava a turno all'una o all'altra delle Leghe e chi desiderava una nomina doveva pagare una cospicua somma di denaro, di cui si sarebbe rifatto con gli interessi una volta insediato nella propria funzione, esercitandola spesso più per amore di lucro che di giustizia. Per meglio comprendere l’insofferenza di valtellinesi e valchiavennaschi, si tenga presente che la popolazione delleTre Leghe, come risulta dal memoriale 1789 al conte di Cobeltzen per la Corte di Vienna, contava circa 75.000 abitanti, mentre la Valtellina, con le contee, superava i 100.000. I Bormini, però, non si associarono al coro delle lamentele: per loro la sudditanza alle Tre Leghe era molto più formale che sostanziale. Da altri versanti, cioè dalla Valtellina, poteva venire un’autentica minaccia alla loro autonomia. Fu, comunque, la bufera napoleonica a tagliare il nodo di Gordio, con il congedo dei funzionari Grigioni e la fine del loro dominio, nel 1797. I Bormini, in verità, temendo di perdere la loro plurisecolare autonomia, erano oltremodo riluttanti a separare la propria sorte da quella delle Tre Leghe, ma si indussero ad aderire alle istanze dei Valtellinesi per paura di ritorsioni.
Napoleone intendeva inizialmente associare Valtellina e contadi, su un piano di parità, alle Tre Leghe Grigie; queste, però, dopo un referendum, rifiutarono, cosicché egli, il 22 ottobre 1797, decise di annettere queste terre alla Repubblica Cisalpina. Bormio aveva tentato, invano, il 17 ottobre 1797 di essere dichiarato provincia separata dalla Valtellina.


Isolaccia

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Il 1797 segna la fine definitiva del Contado di Bormio e dei suoi autonomi statuti. Invano, fra il 1814 ed il 1815, dopo la caduta di Napoleone, Bormio tentò di riconquistare l’autonomia aggregandosi ai Cantoni Svizzeri: il Congresso di Vienna sancì la sua definitiva inclusione nel Regno Lombardo-Veneto, dominio degli Asburgo d’Austria. La severa amministrazione asbuargica, peraltro, non era scevra di iniziative volte a migliorare la situazione infrastrutturale dei suoi domini: così, nel 1825, su progetto dell’ingegner Donegani, venne tracciata quella strada dello Stelvio che costituì un autentico capolavoro di ingegneria.
L'andamento della popolazione di Valdidentro dall'Unità d'Italia alla prima guerra mondiale vede 1448 nel 1861, 1645 nel 1871, 1761 nel 1881, 1896 nel 1901 e 1996 nel 1911.
La Valdidentro della seconda netà dell'Ottocento viene così descritta nella II edizione della Guida alla Valtellina curata da Enrico Besta ed edita dal CAI di Sondrio nel 1884:
"Dal casolare di Raspadino, dove alla strada che viene dalle Scale si congiunge quella che sale dalla Valle del Braulio, la via prosegue piana fra boschi e prati ridenti, e giunge in meno di mezz'ora allo sbocco della Valle Pettini e dopo altri cinque alla chiesa e al villaggio di S. Giacomo di Fraele (1953 m.). E' un gruppo di case, fra le quali vi ha una modestissima osteria, che sorge in mezzo a vasta e fertile prateria circondata attorno attorno da boschi di conifere proprio là dove insensibilmente si separano i due versanti dell'Adda e dell'Inn o quindi dell'Adriatico e del Mar Nero. Il villaggio ha avuto i suoi giorni di floridezza quando ora stazione attiva del commercio che dalla Lombardia o dalla Venezia per le Scale di Rade e questa solitaria e amena valle si dirigeva all'Alemagna.


Il lago delle Scale in Val Fraele

Da S. Giacomo un buon sentiero, che ascende a sinistra la sponda verso mezzodì, conduce fra i boschi all'Alpe Pettini, o di là in un'ora risale la valle fin dove si dirama io tre altre vallette minori. Continuando per quella più a destra, detta Val Lunga, si può passare nella Val Trela, e per essa scendere nella Valle di Trepalle e proseguire verso Livigno il sentiero non è cattivo ma è lungo. Se, inoltratisi nella Val Lunga, si piega poi a sinistra e si risale la valletta di mezzo, si può arrivare in breve alle belle cascine dell'Alpe Trela o scendere in due ore per Vezzòla a Semogo, o in due core e mezzo, per Platorr e Sciano, a Isolaccia o a Pedenosso. In fine risalendo la valletta a sinistra detta Valle dell'Acqua o Val Corta, la quale va facendosi sempre più angusta, profonda ed orrida, si giunge alla Plata, dove è d'uopo per tre o quattro metri strisciare, sopra una non larga sporgenza, lungo la roccia a picco mentre dall'alto, scende sul capo un ruscello in tal modo che non si può schivare una bagnatura: dalla Plata in un quarto d'ora si arriva allo Cascine di Trela sopraddette.
Parallela alla Valle Pallini scende a S. Giacomo la Val Pisella percorsa in fondo dall'Adda che qui è umile ruscello. La si risale facilmente in un'ora circa seguendo la sponda sinistra del torrente, o si giunge a un lungo e monotono altipiano, dove trovarsi vari piccoli laghetti, che sono le vere fonti dell'Adda (2330 m.). Poi si torna a discendere lungo la Valle Alpisella, che sbocca insieme alla Val di Trepalle in quella di Livigno. Il versante alla sinistra del torrente appare tutto coperto di boschi, l' altro è dirupato e irto di ripidissime frane. Con tutto ciò il sentiero che scende fino al fondo della valle segue questo versante e passa per le frane e i dirupi; pure, specialmente a stagione inoltrata, quando è più battuta, non presenta nessuna difficoltà a chi non soffre vertigini. Anche luogo l'altro versante la discesa è facile, ma il sentiero cessa a metà del bosco; e poi, giunti al basso, non vi ha ponte per passare il torrente spesso difficile a guadarsi. Questo dell'Alpisella è il passo più diretto e più breve tra la Valle di Fraele e quella di Livigno…


Apri qui una panoramica sulla Val Fraele

A S. Giacomo comincia la Val Bruna, che manda le sue acque allo Spöl e quindi all'Inn. Per essa scende la strada quasi carreggiabile di Fraele fino allo sbocco di Val Mora, lontano non più di mezz'ora di cammino; poi essa strada, che era l'antica via commerciale, risale questa valle e in un'ora conduce alla bell'Alpe Monastero (Münster); quindi, girando il Dosso Rotondo (Dossrotund), dove è lo spartiacque, scende per l'Alp Kloster a S. Maria non piccolo villaggio nel Münster Thal. Le parti superiori della Val Mora e dell'altra che scende a S. Maria, prendono insieme il nome di Val di Fraele. Dall'Alpe Monastero superando la costa a sinistra, si giunge in un'ora e mezzo attraverso Giusplan , per commetti sentieri, all'Alpe Boffalora, e di là alla strada carrozzabile che va da Cernezzo a S. Maria. Da S. Giacomo di Fraele poi si può giungere all'Alpe Monastero, ascendendo per l'erto vallone di Poelècc, ai piedi del Pizzo Murterol (3117 m.), e discendendo per la Valle del Mescents. Se in luogo di entrare nella Val Mora si continua a discendere per la Val Bruna lungo la sponda sinistra del torrente, si entra nella Valle del Gallo, e si giunge in due ore e mezzo sulla via carreggiabile che da Livigno scende a Cernezzo nell'Engadina; ma il sentiero, non buono, è appena discernibile e non è neanche continuo.
La selvaggia solitudine della Val Bruna e Val Mora sparse di macerie dolomitiche forma un vivo contrasto coll’amenità della Valle di Fraele....
Sono antichi i ricordi di Fraele. Vuolsi che ivi, nel campo che si diceva di Luco, ai tempi di S. Ambrogio, sia avvenuta una grande battaglia contro gli Arlani. La tradizione di una pugna colà combattuta molti secoli innanzi era, come narra l’Alberti, viva ancora ai tempi suoi fra i contadini del luogo. Ivi si erano trovate armi e ossa gigantesche. Della chiesa di S. Giacomo si hanno memorie a cominciare dall'anno 1287. Il 13 giugno 1635 le Torri e il Paese di Fraele furono occupate a forza dalle truppe del Fernamonte provenienti da S. Maria. Una squadra, guidata da un cacciatore di camosci, girando in alto il monte arrivò a colpire di fianco i difensori, che erano truppe del Du Landé e li obbligò a ritirarsi. Il passo, abbandonato e poi rioccupato dalle truppe del Fernamonte, fu preso d'assalto da duecento moschettieri mandati dal Colonnello Canisi, i quali partendo dal Bosco d’Arsizio, per un sentiero non guardato, sorpresero alle spalle la scorta che lo difendeva.


Apri qui una panoramica sulle valli di Fraele, della Forcola di Rims e del Braulio

Il 30 ottobre 1935 il Fernamonte si era accampato con circa settemila uomini nella Valle di Fraele facendo occupare un posto nella Val di Pedenosso, forse l’alpe Trela, per impedire da quel lato una sorpresa. Rohan, giunto in quel dì da Tirano a Bormio, dà ordine al Marchese di Vandy, che occupava i Bagni di Bormio, di attaccare all'alba del giorno seguente gli imperiali da quella parte, al Canisi, che aveva ai suoi ordini tre reggimenti, di sorprendere con lungo giro, forse per la Val di Trepalle, la Val Trela e la Val Lunga, dall'alto il posto degli Imperiali in Vai di Pedenosso, disponendosi a entrare quindi lui stesso col grosso delle truppe e la cavalleria da Pedenosso per la Vai Pettini in Val di Fraele. Aveva poi mandato ordine al Du Landé che si trovava in Engadina di mandare nel medesimo giorno a Fraele per l'Alpisella un reggimento di Grigioni e di dirigersi lui stesso a quella volta per la Val del Gallo e la Val Bruna, al fine di tagliare agli Imperiali la ritirata. Tutti, ad eccezione del Du Landé, furono il 31 mattina al posto loro assegnato. Anzi il Vandy aveva attaccato il nemico durante la notte e con sì gran vigore da attirare sopra di sè buona parte dell'esercito del Fernamonte. Gli Imperiali in Val di Pedenosso, poiché videro sull'alta montagna le troppe del Canisi, abbandonarono il posto che fa tosto occupato dal Rohan da una parte e dal Canisi stesso dall’altra. Così il Rohan potè scendere in Val Pettini appiedando la cavalleria. Lo truppe del Fernamonte, la cavalleria soprattutto, fecero nel piano di Fraele aspra resistenza, ma poi, respinte da tutte parti, e ricaccate dai trinceramenti, si ritirarono precipitosamente lungo la Val Bruna e la Val Mora, perdendo, a quanto afferma il Rohan, più di due mila uomini; nessuno forse si sarebbe salvato se il Du Landé fosse giunto in tempo al posto indicatogli. I cadaveri rimasero insepolti e furono poi coperti dalla neve. (Alberti e Campagne du Duc de Rohan).
Il Rohan, dovendo abbandonare l'alta Valtellina, fece abbruciare le case e i fienili che si trovavano in Fraele, settanta e più, dice l'Alberti, acciò non potessero servire di ricovero al nemici, e istante la stagione avanzata, lasciando bensì una scorta ai Bagni, non si curò di far guardare il posto di Val Pettini.
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Apri qui una panoramica sulla Val Fraele

Da S. Giacomo un buon sentiero, che ascende a sinistra la sponda verso mezzodì, conduce fra i boschi all' Alpe Pettini, e di là in un'ora risale la valle fin dove si dirama in tre altre vallette minori. Continuando per quella più a destra, detta Val Lunga, si può passare nella Val Trela, e per essa scendere nella Valle di Trepalle e proseguire verso Livigno: il sentiero non è cattivo ma è lungo. Se, innoltratisi nella Val Lunga, si piega poi a sinistra e si risale la valletta di mezzo, si può arrivare in breve alle belle cascine dell'Alpe Trela e scendere in due ore per Vezzòla a Semogo, o in due ore e mezzo, per Plator e Scianno, a Isolaccia o a Pedenosso. In fine risalendo la valletta a sinistra detta Valle dell'Acqua o Val Corta, la quale va facendosi sempre più angusta, profonda ed orrida, si giunge alla Plata, dove è d'uopo per tre o quattro metri strisciare, sopra una non larga sporgenza, lungo la roccia a picco mentre dall'alto scende sul capo un ruscello in tal modo che non si può schivare una bagnatura: dalla Plata in un quarto d'ora si arriva allo Cascine di Trela sopraddette. ...


La parete nord della cima Piazzi dall'alpe Vezzola

Parallela alla Valle Pettini scende a S. Giacomo la Val Pisella percorsa in fondo dall'Adda che qui è umile ruscello. La si risale facilmente in un'ora circa seguendo la sponda sinistra del torrente, e si giunge a un lungo e monotono altipiano, dove trovansi vari piccoli laghetti, che sono le vere fonti dell'Adda (2330 m.). Poi si torna a discendere lungo la Valle Alpisella, che sbocca insieme alla Val di Trepalle in quella di Livigno. Il versante alla sinistra del torrente appare tutto coperto di boschi, l'altro è dirupato e irto di ripidissime frane. Con tutto ciò il sentiero che scende fino al fondo della valle segue questo versante o passa per le frane e i dirupi; pure, specialmente a stagione innoltrata, quando è più ballato, non presenta nessuna difficoltà a chi non soffre vertigini. Anche lungo l' altro versante la discesa è facile, ma il sentiero cessa a metà del bosco; o poi, giunti al basso, non vi ha ponte per passare il torrente spesso difficile a guadarsi. Questo dell'Alpisella è il passo più diretto e più breve tra la Valle di Fraele e quella di Livigno...


Apri qui una panoramica dalla cima di lago Nero

“La Valle Viola.Fra Isolaccia e Semogo si apre a occidente la bella e alpestre Valle Viola, la quale si dirama in alto in quattro vallette minori, la Val Verva per cui si scende in Val Grosina, la Valle di Dosdè e la Val Viola Bormina che aprono il passo alla Valle di Campo e a Poschiavo, e la Valle di Misestra che mette alla Valle di Livigno. Da Semogo vedonsi, svolte in ampio cerchio, pressoché tutte le sue cime dirupate, e le pareti di ghiaccio scosceso e infranto che scendono da esse, le quali, alternate come sono da nere rupi frastagliate, offrono mirabili variazioni di colore. Sono cime o ghiacciai che gareggiano con quelli tanto più celebrati del vicino Bernina, e che sono tuttora assai di rado e da pochi visitati. Risalgono la Valle Viola due buoni sentieri lungo le due sponde del torrente, a mezza costa. A quello che segue la sponda destra si accede direttamente da Isolaccia. Esso girando i seni di Vai Elia (Lia) e di Cardonè, entra in Val Verva. A questa valle, che giace tra gli ampi fianchi e i dirupati speroni del Piz Dosdè o della Cima dei Piazzi, e che è percorsa da un torrente il quale con molto fragore si precipita in varie cascate tra angusti burroni, si può giungere seguendo un altro sentiero, più lungo ma assai più pittoresco. Esso sale da Isolaccia all'alta Val Elia, poi sormonta lo sperone ad occidente ed entra nel Vallone di Cardonè ricco di ghiacciai scoscesi, di morene d'ogni maniera, di rocce levigate e striate, di burroni e caverne, di laghetti e cadute d'acqua, quindi attraversa codesto vallone per ripide frane sotto orridi dirupi, e, raggiunta una bocchetta facile a discernersi, scende lungo altre frane l’erta costa di Val Verva. Dalle Cascine di Verva un comodo sentiero conduce in un'ora e mezzo al laghetto di Verva, e al vicino passo che metto in Val Grosina, lungo la quale in circa tre ore si può scendere a Grosio o Grosotto. Dal fondo di Val Verva, salendo la facile vedretta che si stende al sud della Cima dei Piazzi e poi scalando la cresta scoscesa, si può, per altri dirupi e vedrette, scendere in Valle Campaccio e quindi a Ceppina..


Apri qui una panoramica sulla Val Cantone di Dosdè

Scendendo da Semogo direttamente verso il torrente e varcandolo si va lungo una buona strada mulattiera, attraverso boschi, al casolare di S. Carlo, su una sporgenza del Monte Arnoga in mezzo ai prati ridenti, quindi allo Cascine di Permoglio, poi a quelle più lontane di Campo e di Crapena e al Ponte della Minestra sul torrente che scende di fronte a Val Verva. Da questo ponte, e precisamente lungo il sentiero che un po' più innanzi della croce sale a destra, si può in un'ora e mezzo giungere all' alpe Funera. Di là continuando la comoda salita lungo le falde delle Coste di Zembrasca e piegando un po' a sinistra, si arriva, dopo aver sormontato gandoni e alcune non difficili rupi, al giogo che è al nord del Monte Zembrasca; dal qual giogo, rasentando il lembo estremo d'un superbo ghiacciaio, si può scendere nella Valle delle Mine o di Tresenda, e per essa a quella di Livigno a un'ora di cammino sopra la borgata. Se invece dal Ponte della Minestra si continua a risalire la Val Viola per le Coste d'Altomera si giunge alla Val Viola Bormina, e per essa al colle che separa i due versanti, da cui si ha superba veduta sulle cime circostanti e sul Bernina. Da Semogo a questo colle occorrono circa quattro ore e mezzo di cammino. La discesa lungo la Val Viola Poschiavina può farsi per vari sentieri; il più comodo è quello che piega a destra seguendo la sponda sino alla parte superiore dell'Alpe Toson, e poi discendo alle cascina. Fra rialzi dovuti ad antiche morene stan qui vari laghetti tra cui quello bellissimo di Saosseo (2163 m.). In meno di cinque ore, per la Valle di Campo, si può discendere a Pisciadello sulla strada del Bernina e a Poschiavo.
Dalle Baite di Dosdè, a cui si può giungere salendo la Val Viola lungo l'una o l'altra sponda del torrente, seguendo un sentiero che s'addentra nella Val di Dosdé o poi ascendendo ripide frane e rupi scoscese è possibile arrivare a una bocchetta vicina alla punta più alta del Corno Dosdé, la punta a lama; di là scivolando lungo una spaccatura di roccia levigata o scalando rupi asprissime ed erte frane si può, con grande difficoltà e non senza pericoli, giungere egualmente all'Alpe Toson in Val Viola Poschiavina. Meno malagevole e pericolosa è la gita nel senso opposto per le minori difficoltà che presenta la salita della spaccatura di roccia levigata che non la sua discesa. Se si risale inveco dal fondo della Val di Dosdé la Vedretta di Val Viola, si può per la vedretta medesima che si prolunga verso la Valle Vermolera, scendere, senza molte difficoltà, in questa stessa vallo ricca di laghi montani, e per essa nella Val Grosina.


Apri qui una panoramica sul lago di Verva e sulla Val Verva

Rinserrano la Val Viola, a cominciare dal nord, il Monte Foscagno (3086 m.), il Monte Zembrasca, la Cima di Campo (3305 m.), il Corno Dosdé, la Cima di Lago Spalmo (3270 m.), il Sasso del Piano, il Piz Dosdé, la Cima dei Piazzi (3500 m.), la Cima di S. Colombano (3019 m) e altre cime minori. … Ci si disse che la Cima di Lago Spalmo è stata salita dal dott. Bartolomeo Sassella dal versante di Val Grosina. Il Corno Dosdé è punto trigonometrico della gran carta dello S. M. A.; su di esso, a quanto ci si assicura, appare ancora il tradizionale ometto di pietra che vi avrebbero eretto i compilatori di quella carta; ignoriamo se sia stato salito da alpinisti in tempi recenti. Quel suo comignolo estremo alto da quindici a venti metri, largo alla base non più di un campanile e collo pareti lisce pare proprio più arduo a salirsi che non il famoso Dent du Géant a cui tanto assomiglia.


Apri qui una panoramica sulla Val Viola Bormina

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I monumenti ai caduti nelle diverse località della Valdidentro riportano i nomi dei caduti nella Prima Guerra Mondiale. Il Monumento ai caduti presso la chiesa parrocchiale di Semogo riporta nomi di Sosio Amadio (guerra di Libia), Dossi Giovanni di Gervaso, Dossi Remigio fu Giovanni, Franceschina Natale di Geremia, Gurini Giovanni di Stanislao, Gurini Edoardo di Valente, Lanfranchi Giuseppe di Stefano, Lanfranchi Arcangelo di Giuseppe, Lanfranchi Luigi di Giuseppe, Morcelli Giuseppe di Stefano, Sosio Antonio di Massimo, Sosio Miro fu Costante, Sosio Modesto di Giovanni, Sosio Remigio di Giuseppe, Trabucchi Tobia di Carlo, Trabucchi Valente fu Luigi, Urbani Enrico fu Celeste e Valgoi Gervaso di Rocco. Il Monumento ai caduti presso la chiesa parrocchiale di Isolaccia ridorda i caduti Ponti Primo, Motta Nepomuceno, Giacomelli Celeste, Trameri Isidoro, Trameri Francesco, Ponti Remigio, Martinelli Virgilio, Rocca Pietro, Martinelli Erminio, Gurini Gervasio, Bormetti Giuseppe e Ponti Ernesto. Il Monumento ai caduti presso la chiesa parrocchiale di Premadio commemora i caduti Giacomelli Felice, Martinelli Costante, Romani Enrico, Sosio Modesto, Zampatti Quirino, Prinster Carlo, Prinster Umberto, Prinster Enrico e Pietrogiovanna Enrico. Infine iIl Monumento ai caduti presso la chiesa parrocchiale di Pedenosso commemora i caduti Berbenni Gervasio, Baroni Antonio, Martinelli Modesto, Bradanini Attilio, Bradanini Gervasio, Bradanini Abbondio Paolo, Holzknecht Pierino, Urbani Luigi, Romani Ambrogio, Pienzi Arcangelo, Rini Giuseppe.


Apri qui una panoramica su Pedenosso

Fra le due guerre la Valle di Fraele comincia a cambiare il suo volto, per i lavori che portarono alla costruzione del primo dei due grandi sbarramenti idroelettrici per cui oggi è nota, quello di Cancano. Il primo manufatto venne messo in esercizio nel 1928 dall'AEM di Milano: si trattava della diga ad arco di gravità di Cancano, con una capienza di 25 milioni di metri cubi d'acqua. Nel 1950 venne terminata la diga di San Giacomo, più a monte, con una capacità di 64 milioni di metri cubi d'acqua, nel quale confluiscono, mediante un canale di gronda, le acque delle valli del Gavia, dei Forni e dello Zebrù, passando per la valle del Braulio. Infine, nel 1956 venne inaugurata la nuova e più grande diga di Cancano, che sommerse la precedente, e che può contenere 123 milioni di metri cubi d'acqua; essa serve la nuova centrale di Premadio.

Arte ed economia della Valdidentro fra le due guerre sono riassunte nella sintesi che ci offre, nel 1928, Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata” (V edizione):
Da Bormio una carrozzabile, lasciata a destra S. Gallo, penetra a sera in Val di Dentro dopo aver attraversato i villaggi di Molina e di Premadio (m. 1255 – albergo ristorante Premadio – latteria turn. -cooperativa di consumo e cooperativa l’Elettrica), ove sino dal 1876 si fondeva l’ottimo ferro della miniera di Pedenollo. La chiesa, conta di rozzo portico, possiede un ricco tabernacolo barocco all’altar maggiore, un ostensorio, due calici, una pisside e due navicelle del 600. Nel primo altare a destra di chi entra vi è un’ancona dello stesso tipo di quella di Cepina, più ricca nella decorazione arborea, ogitca, ma colle figure pesanti e grossolane. I fregi gotici della parte superiore e le sculture grossolane, a forte doratura, accennano ad arte tedesca. Sembra di poco posteriore al 1498, quando la chiesa di Premadio si separò da Bormio. Ha tre comparti con fregi e intagli veramente belli, discretamente conservati. … Sulla facciata della casa Parodi, presso la chiesa, vi è un affresco col Crocefisso e due santi della fine del Rinascimento. … La chiesetta della Madonna, sopra Premadio, possiede altari a ricche ancone intagliate. … Nacque a Premadio, nella seconda metà del 600, Giovanni Della Motta, che si acquistò buon nome e divenne canonico di Erfurt, ove allora molti Bormiesi emigravano. …


Laghetto al passo di Foscagno

Dopo Premadio di trovano Turripiano, con latteria tur., Pian del Vino, Isolaccia (m. 1345), sede del comune di Valle di Dentro (ab. 653 – 2002 – P. T. - osteria – ristorante – auto est. per Bormio e Livigno – società ass. bestiame – circolo maschile – società elettrica – cooperativa consumo – stazione climatica – lavorazione di sedie – 2 latterie turn.). La chiesa di Turripiano è del 1590, colla volta frescata da uno scolaro del Valorsa, del 1609. A Isolaccia la vecchia chiesa fu bruciata: la nuova non ha interesse artistico. Un paio di km. più avanti si trova Semogo (m. 1452 – albergo Franceschina – albergo Viola ad Arnoga – latteria turn. - cooperativa falegnameria – asilo infantile – banda civica – circolo maschile). È di Semogo Stefano Antonio Morcellim ritenuto il migliore degli epigrafisti moderni, nato nel 1737.
Da Semogo una mulattiera rimontando il fiume Viola conduce al passo di Val Viola (m. 2460) e a Poschiavo. Una recente rotabile, salendo il lato sinistro della valle, in circa due ore conduce al passo di Foscagno (m. 2200), da dove si ammira proprio di fronte la elegante cima di Piazzi (m. 3439) colla sua bella vedretta che scende dal lato nord. A Foscagno trovasi una pulita cantoniera e un bel laghetto. …
Da Turripiano una rotabile sale in mezzora a Pedenosso, frazione Val di Dentro (latteria turn.). la chiesa dedicata a San Martino, esisteva nel 1399; ha in giro un porticato dal quale si gode una bella vista. Possedeva un’ancona di pregio, che pare sia stata venduta da tempo. Vi sono le antine con dipinti S. Rocco e S. Sebastiano da una parte, l’Adorazione dei Magi dall’altra. Sono traforate da archibugiate sparate dagli Zurighesi nel 1620, e ricordano il primo Rinascimento. … La chiesa possiede inoltre un paliotto in marmo nero intarsiato; un vecchio stendardo; una croce processionale del 400.


L'imbocco della Valdidentro

Altra rotabile si dirama dalla precedente e porta al passo tra il Monte delle Scale (m. 2521) a est, e la cima di Plator (m. 2910) a ovest. Ivi si trovano le antichissime torri di Fraele, ritenute di origine romana. Di là si entra in Val Fraele e si scorge, dopo poco cammino, circondato da rododendri e da pini mughi, il prezioso lago delle Scale (m. 1931). Un barchetto, posseduto da una modesta osteria sulla sponda del lago, permette delle escursioni sulle quiete acque. Un sentiero dalla riva del lago, in qualche punto scosceso, gira intorno al Monte delle Scale e giunge in due orea Premadio e ai Bagni Nuovi. Risalendo la Val di Fraele in due ore si giunge a San Giacomo, chiesetta che esisteva sino dal 1287. Ivi si trova una modesta e antica cantoniera. Poco prima, a destra, un po’ in alto, circondato da resinose, vi è il grazioso lago delle Cornaggie (m. 1957), ricoc di trote.
In Val di Fraele, secondo qualche storico, sulla fine del sec. III dell’era volgare vi fu un eccidio di Ariani perseguitati da S. Ambrogio. Il 30 ottobre 1635 vi fu un combattimento tra Francesi e Imperiali, che furono sconfitti. Da Pedenosso un sentiero conduce, fiancheggiando il Plator e il Dosso Resaccio, al passo di Foscagno. Fra questi due monti si apre la Valle Vezzola che sale a nord-ovest. Due sentieri conducono alle Bocche di Trela (m. 2154) e di Trelina (m. 2277) più a ovest, scendendo entrambi in Val dei Pettini, che sbocca a nord a Presure (m. 1902) prima di S. Giacomo di Fraele. Un altro sentiero dell’alpe Trela (m. 2173), a nord della bocchetta di Trelina, sale a ovest alla bocchetta di Valle Lunga, discende in Val Trela e giunge a Trepalle e a Livigno.”


Laghetto al passo di Alpisella

L'andamento demografico fra le due guerre vede 1992 abitanti nel 1921, 2378 nel 1931 e 2295 nel 1936.
Il tributo degli abitanti di Valdidentro alla seconda guerra mondiale fu pesante. Cadderro in questo o furono dichiarati dispersi nella Seconda Guerra Mondiale i Semoghini Urbani Arturo, Trabucchi Antonio, Rocca Carluccio, Apollonio Raimondo, Bormetti Paolino, Trabucchi Patrizio e Pradella Edoardo. Fra gli abitanti di Premadio caddero Krapacner Stefano, Gaglia Alberto, Gurini Andrea, Lambrucchi Luigi, Martinelli Guido, Martinelli Ugo, Sosio Italo, Schivalocchi Erminio e Peccedi Umberto, mentre furono dichiarati dispersi Baroni Zeffirino, Bradanini Ulderico, De Gasperi Natale, Martinelli Bruno e Krapacner Alberto. Fra gli abitanti di Isolaccia caddero Viviani Tarcisio, Rocca Pietro, Bellotti Marsilio, Giacomelli Aurelio, Giacomelli Silo, Giacomelli Lorenzo, Illini Primo, Illini Erminio, Rocca Ugo, Urbani Dino, Giacomelli Aldo, Martinelli Fedele e Caloro Antonio. Infine fra gli abitanti di Pedenosso caddero o furono dichiarati dispersi Martinelli Elio, Pienzi Alberto, Baroni Zefferino, Berbenni Pietro, Bradanini Gervasio, Martinelli Andrea, Martinelli Cirillo, Martinelli Domenico, Martinelli Emilio, Rini Ottavio, Rini Ottorino.
L'andamento demografico dopo la Seconda Guerra Mondiale vede 2789 abitanti nel 1951, 3085 nel 1961, 3365 nel 1971, 3517 nel 1981, 3708 nel 1991, 3908 nel 2001 e 4045 nel 2011. Attualmente (2018) gli abitanti sono 4118.
Economia e fisionomia della valle cambiano progressivamente, soprattutto a partire dagli anni settanta. Volàno economico è sempre il turismo, ma ora alla semplice villeggiatura si sostituisce o aggiunge una pratica sportiva che, da pratica elitaria qual era negli anni sessanta, diventa sempre più popolare, lo sci, praticato anche in Valdidentro negli impianti di risalita di Isolaccia.


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e valle della Forcola di Rims

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CARTE DEL TERRITORIO COMUNALE sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Apri qui la carta on-line

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BIBLIOGRAFIA

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Zazzi, Stefano, "Origine e vicende della ferriera di Premadio nel contesto dell'attività mineraria in alta Valtellina" (in Bollettino del Centro di Studi Storici dell'Alta Valtellina, 2007)

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Silvestri, Ilario, "La strada di Fraele negli scritti di Ignazio Bardea" (in Bollettino del Centro di Studi Storici dell'Alta Valtellina, 2009)

Lanfranchi, Anna, "... Perché non resti il parroco svergognato... Breve cronaca di alcuni burrascosi rapporti tra parroco e parrocchiani a Premadio" (in Bollettino del Centro di Studi Storici dell'Alta Valtellina, 2009)

Canclini Marcello, “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – Le morte I ” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2010)

Canclini Marcello, “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – Le morte II - I riti ” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2010).

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