Leggende della Val di Rezzalo: il Kuertur, il diavolo bormino
Leggende della Val di Rezzalo: storie di streghe, il calcaröl, il bimbo misterioso
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La Val di Rezzalo vista dal Corno di Boero

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Fontanaccia-Passo dell'Alpe
3h e 30 min
1000
E
SINTESI. Salendo verso Bormio, dopo Sondalo lasciamo la ss 38 dello Stelvio allo svincolo a destra per Le Prese. Da Le Prese saliamo in automobile a Frontale ed a Fumero (m. 1461), all'imbocco della Val di Rezzalo. Proseguiamo fino a Fontanaccia (fontanàscia), a 1498 metri, dove termina il percorso aperto a tutti i veicoli. Proseguiamo a piedi sulla pista che si sviluppa su diversi tornanti, nella fresca cornice di splendidi boschi di abeti rossi: il torrente Rezzalasco corre a poca distanza, sulla destra. La pendenza è abbastanza marcata, per cui guadagniamo quota con una certa rapidità, raggiungendo la località Le Gande, a 1733 metri. Usciti dal bosco, approdiamo alla conca verde che ospita le baite di Macoggia (m. 1853, sul lato opposto della valle rispetto a quello che percorriamo, cioè sul lato di destra per chi sale) e di San Bernardo (m. 1851). Nel cuore del pianoro spicca la chiesetta dedicata a S. Bernardo di Chiaravalle. La pista, con andamento pianeggiante, attraversa i prati, passando per le baite di Gnera, di Mainivo, di Ronzon e del Merlo, dove si trova anche un’area attrezzata per il pic-nic. Giungiamo così al punto nel quale la valle piega leggermente a destra, cioè passa da un orientamento verso nord-est ad un orientamento verso est-nord-est ed infine verso est. Attraversando la piana, abbiamo l’impressione che essa sia chiusa da un versante coperto di ontani, solcato da una profonda forra, il Sassello. In realtà si tratta di una soglia che ci introduce ad un pianoro superiore. La strada, oltrepassato il Merlo, supera su un ponticello il Rezzalasco e si porta sul lato destro (per chi sale) della valle, risalendo, con qualche tornante, il versante e portandoci ad un punto dal quale possiamo dominare la profonda spaccatura che il torrente ha scavato nella roccia. La valle mostra, qui, una nuova e meno ampia conca, chiusa da una nuova ed ultima curva del suo andamento, questa volta a sinistra, cioè dall’orientamento verso est a quello verso nord-est. Sui suoi fianchi i boschi non ci sono più. Si vedono, invece, alla nostra sinistra (nord) le baite della località Tegiacce (m. 2218, in posizione rialzata rispetto al piano della valle), mentre a destra troviamo quelle della località di Clevio (m. 2153), dove un cartello segnala il bivio fra la pista, che prosegue verso il passo dell’Alpe ed il sentiero che sale verso Bertolda. Proseguiamo verso il passo. Attraversando la conca, troviamo un ponticello che ci riporta sul lato sinistro (per noi) della valle. La pista lascia il posto ad una comoda mulattiera, che risale un piccolo sistema di dossi erbosi, effettuando prima un’ampia curva a destra, poi una a sinistra, ed infine un’ultima curva a destra, che conduce all’ampio corridoio del passo dell’Alpe (m. 2461), al quale saliamo in pochi minuti.


Apri qui una panoramica della Val di Rezzalo

La Val di Rèzzalo (val di Rézel) è, dal punto di vista naturalistico e paesaggistico, una delle più interessanti, anche se non una delle più frequentate, dell’Alta Valtellina. Essa offre opportunità diverse: dalla semplice passeggiata in uno scenario aperto, luminoso e tipicamente alpestre, alla più impegnativa escursione al Passo dell’Alpe, dal percorso in mountain-bike, reso possibile da un tracciato quasi interamente ciclabile per la presenza di una strada militare, a quello sci-alpinistico, che offre una lunga ed indimenticabile opportunità di scivolare dal punto di arrivo degli impianti di risalita di Valfurva fino a Fumero, nella bassa Val di Rezzalo. Il tutto in una sinfonia di colori e luci che ricorda valli ùfamose, ma non per questo più belle.
Il suo nome deriva da "rez", che significa sentiero scosceso o pista per lo strascico del legname. Essa, in territorio del comune di Sondalo (Sóndel), si presenta come una diramazione laterale ad oriente della Valdisotto, e confina ad est con la Valle del Gavia, in territorio della Provincia di Brescia. Si tratta anche di un ambiente protetto, in quanto rientra nel Parco nazionale dello Stelvio.
La valle è così descritta nella “Guida alla Valtellina” del CAI di Sondrio, edita nel 1884: “La Valle di Rezzo — Questa valle, ricca di pascoli, è popolata di casolari e di malghe. In poco più di un'ora si sale dal piano a Frontale, allegro villaggio fra campi circondati di boschi, dal quale si gode ampia veduta sulla vallo dell'Adda. Dopo Frontale la valle si fa angusta: il torrente scorro in un profondo burrone e in rivelato cascate precipita al basso, con fragore. Il sentiero, sospeso a rupi verticali, discende il monte verso Fumero, altro casolare presse cui appaiono gli faggi e gli ultimi abeti, poi prosegue sulla destra del Rezzalasco fino a Faccia, dove passa sulla sponda sinistra. Da qui un sentiero faticoso sale a destra il vallone, e guida a un passo che mette in Val Grande, e per essa in Vezza in Valcamonica. La stradicciuola continua sulla sinistra del torrente fino a Drazze e a S. Bernardo, chiesuola non lontana dal giogo. I monti che fiancheggiano la Val di Rezzo sono alti e non di rado elevansi a foggia di pareti: in alto sono sormontati da ghiacciai. La parte superiore della valle è melanconica: un lungo e monotono altipiano, appena curvo a sufficienza per determinare i due versanti, l’unisce alla Valle del Piano o dell'Alpe che metta in Val Gavia e per essa in breve a S. Catterina.
Per salirvi bisogna raggiungere Le Prese ("li Présa", termine da connettere a "presa", cioè terreno comunale o terreno bonificato), lasciando la ss. 38 dello Stelvio, dopo Sondalo, allo svincolo relativo (oppure anche lasciandola allo svincolo per Sondalo e percorrendo un breve tratto sul vecchio tracciato, in direzione nord, cioè verso Mondadizza (Mondadìcia) e Le Prese (termine da connettere a "presa", cioè terreno comunale o terreno bonificato). Raggiunte Le Prese (termine da connettere a "presa", cioè terreno comunale o terreno bonificato, m. 949), dobbiamo portarci sul lato orientale della valle (cioè a destra per chi sale), dove, guidati dai cartelli, imbocchiamo la strada che sale verso Frontale (Frontàal, m. 1166), che raggiungiamo dopo circa un chilometro e mezzo di salita. Stiamo salendo sul fianco settentrionale della valle, che si presenta piuttosto ripido; lo è ancor più il versante opposto, occupato da pinete che sembrano precipitare nella forra terminale della valle, denominata “Calderone di Fumero” (Calderóon), perché con il loro impeto le acque del torrente Rezzalasco (Rezalàs'c), che si precipita sul fondovalle dopo una corsa di 9 km, sembrano ribollire come in un grande calderone.
La strada passa a monte della cinquecentesca chiesa parrocchiale di S. Lorenzo martire (g(h)égia de Frontàal) e, dopo altri 4,5 km circa, nei quali supera un versante in diversi punti scosceso (com’è testimoniato dalla presenza di una galleria paramassi), conduce a Fumero (Fumèer), piccolo nucleo di case e baite posto a 1464 metri e quasi sospeso sul ciglio di prati assai ripidi, che precipitano nel solco profondo della valle. La strada asfaltata, che passa a destra della cinquecentesca chiesetta di S. Antonio Abate (g(h)égia de Fuméer). La chiesetta fu consacrata, il 31 agosto del 1506, a S. Antonio Abate, ma dedicata anche alla scoperta della Vera Croce, cioè della croce alla quale fu crocifisso Gesù Cristo. Questa devozione è legata ad una leggenda, secondo la quale un ramoscello dell’albero della conoscenza del bene e del male, del cui frutto avevano mangiato Adamo ed Eva, aveva germogliato e prodotto un albero cresciuto proprio sopra la tomba di Adamo. La regina di Saba aveva profetizzato al saggio Salomone che a quell’albero sarebbe stato sospeso colui che avrebbe segnato la fine del regno dei Giudei; allora Salomone, per scongiurarla, aveva fatto seppellire l’albero sotto la piscina sacra posta nei pressi del Tempio di Gerusalemme. Ma, proprio pochi giorni prima della Passione, i suoi rami riaffiorarono, e furono recisi per costruire la croce cui venne, appunto, appeso Gesù. Questa croce era per i medievali oggetto di una straordinaria devozione, per cui ad essa vennero dedicate diverse chiese. Questa, in particolare, deve molto anche alla devozione degli abitanti che furono costretti, nei secoli scorsi, ad emigrare a Venezia, lavorando come facchini.
La strada termina poco oltre, ad una piazzola che funge da parcheggio. Potremmo, per la verità, percorrere ancora un tratto sterrato, fino alla località di Fontanaccia (fontanàscia), a 1498 metri, dove termina il percorso aperto a tutti i veicoli: la pista che parte da qui, oltre che presentare un fondo irregolare, è chiusa al traffico dei veicoli non autorizzati.
Un cartello ci informa che parte da qui un lungo percorso (13 km), privo di difficoltà, che richiede 5 ore di cammino ed è contrassegnato dai numeri 22 e 19. Si tratta del percorso che, valicato il passo dell’Alpe (m. 2461), in fondo alla valle, scende nella valle dell’Alpe, laterale della valle del Gavia, fino al ponte dell’Alpe (m. 2293), sulla strada che da S. Caterina Valfurva sale al passo di Gavia, per poi proseguire, in Valle di Gavia, verso il passo (destra), fino al rifugio Berni (m. 2591). Avendo a disposizione due automobili, lo si può percorrere interamente; in caso contrario, è comunque assai gradevole ed affascinante una salita al passo con ritorno per il medesimo itinerario di andata.
L’itinerario sfrutta una pista tracciata durante la Prima Guerra Mondiale, nel quadro di un articolato sistema di opere difensive volte a prevenire gli effetti disastrosi di un eventuale sfondamento austriaco sul fronte dello Stelvio e dell’Adamello. Il presidio del passo dell’Alpe, in tale ottica, sarebbe stato di fondamentale importanza per un’eventuale controffensiva. La pista è stata successivamente allargata, ed ora è carrozzabile fino alla località di Tegiacce, ad una quota di 2218 metri. Questi 8 km di pista, da Fumero a Tegiacce, rappresentano, per la pendenza media non eccessiva, un ottimo percorso di mountain-bike. Ma di ciò diremo.
La prima parte della pista si sviluppa su diversi tornanti, nella fresca cornice di splendidi boschi di abeti rossi: il torrente Rezzalasco corre a poca distanza, sulla destra, ed in diversi punti, lasciando la strada, possiamo raggiungerne facilmente la riva ed ammirare il gioco di luci generato dalle acque che scendono impetuose. La pendenza è abbastanza marcata, per cui guadagniamo quota con una certa rapidità, raggiungendo la località Le Gande (li ghènda), a 1733 metri, dove sgorga una sorgente copiosa, le cui acque confluiscono nell’acquedotto di Sondalo, servendo anche l’ospedale regionale Morelli.
Poi usciamo dai chiaroscuri del bosco (il Bosco Scuro, appunto, legato ad una commovente storia di cui diremo nella seconda sezione), ed approdiamo alla splendida conca verde che ospita le baite di Macoggia (macög(h)ia, m. 1853, sul lato opposto della valle rispetto a quello che percorriamo, cioè sul lato di destra per chi sale) e di San Bernardo (san Bernàart, m. 1851). Nel cuore del pianoro, cui fanno corona, sul fianco montuoso, splendidi boschi di larici, con un ricco sottobosco di rododendri e mirtilli, spicca la chiesetta dedicata a S. Bernardo di Chiaravalle e consacrata nel 1672. La scelta della dedicazione appare quanto mai azzeccata: il grande monaco del XII secolo, infatti, fondatore dell’ordine dei Cistercensi, esortava a fuggire dalle città, per trovare la salvezza nelle foreste e nei luoghi solitari, fra alberi e pietre. E qui, forse, in una giornata lontana dal cuore della stagione estiva, si sarebbe sentito a casa sua, immerso nella profonda solitudine montana. Una targa, nei pressi della chiesa, ci riporta, invece, a tempi molto più vicini ai nostri, in quanto ricorda il contributo della valle alla lotta della Resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale.
La pista, con andamento pianeggiante, attraversa i prati, passando per le baite di Gnera (gnéra), di Mainivo (mainìo), di Ronzon (o Ronzone, "ronzóon") e del Merlo ("al mérlo", dove si trova anche un’area attrezzata per il pic-nic), raggiungendo il punto nel quale la valle piega leggermente a destra, cioè passa da un orientamento verso nord-est ad un orientamento verso est-nord-est ed infine verso est. Non possiamo mancare di ammirare la bellezza di queste baite, costruite in legno e pietra, spesso nell’Ottocento, con il tetto in piode di scisto, e talvolta anche in legno.
Attraversando la piana, abbiamo l’impressione che essa sia chiusa da un versante coperto di ontani, solcato da una profonda forra, il Sassello. In realtà si tratta di una soglia che ci introduce ad un pianoro superiore. La strada, oltrepassato il Merlo, supera su un ponticello il Rezzalasco e si porta sul lato destro (per chi sale) della valle, risalendo, con qualche tornante, il versante e portandoci ad un punto dal quale possiamo dominare la profonda spaccatura che il torrente ha scavato nella roccia con l’inesorabile pazienza di un lavoro millenario.


Apri qui una fotomappa dell'alta Val di Rezzalo

La valle mostra, qui, una nuova e meno ampia conca, chiusa da una nuova ed ultima curva del suo andamento, questa volta a sinistra, cioè dall’orientamento verso est a quello verso nord-est. Sui suoi fianchi i boschi non ci sono più. Si vedono, invece, alla nostra sinistra (nord) le baite della località Tegiacce (li teg(h)iàscia, m. 2218, in posizione rialzata rispetto al piano della valle), mentre a destra troviamo quelle della località di Clevaccio (clevàsc', m. 2153), dove un cartello segnala il bivio fra la pista, che prosegue verso il passo dell’Alpe ed il sentiero che sale verso Bertolda. Sempre alla nostra destra, si mostrano, in primo piano, le cime della dorsale meridionale dell’alta valle, vale a dire, da destra, il Corno dei Becchi (m. 2822), la cima Savoretta o punta di Valmazza (m. 3096, riconoscibile per la lingua della vedretta di Savoretta che scende per un breve tratto alla sua destra e che alimenta il Rio di Savoretta) e la massiccia mole del monte Gavia (m. 3223; meno marcate e più dolci appaiono, invece, le cime della dorsale settentrionale, che scende verso ovest e sud-ovest dal monte Sobretta - sibréta -, cioè, dalla nostra sinistra, il corno di Boero (còrn di Boèer, m. 2878), la punta di Pollore (dal latino "pullus", terreno molle e paludoso, m. 2933) e il corno di Profa (m. 3078), alle spalle dei quali si nasconde uno splendido gruppo di laghetti di alta montagna (i laghi Brodeg, Stelu e delle Tre Mote, in alta valle di Presure).
Attraversando la conca, troviamo un ponticello che ci riporta sul lato sinistro (per noi) della valle. La pista lascia il posto ad una comoda mulattiera, che risale un piccolo sistema di dossi erbosi, effettuando prima un’ampia curva a destra, poi una a sinistra, ed infine un’ultima curva a destra, che conduce all’ampio corridoio del passo dell’Alpe (m. 2461). Nell’ultimo tratto di salita comincia a mostrarsi, sulla nostra destra, oltre il passo, la regolare piramide del monte Tresero (m. 3594). Mentre alla nostra destra si impone un ampio fianco montuoso occupato da sfasciumi, più dolce è lo scenario alla nostra sinistra, che mostra il profilo arrotondato di alcuni grandi dossi erbosi che scendono verso sud dal monte Sobretta (m. 3296), che dal passo non si vede.
Il passo dell'Alpe (pas de l'alp), ampio e luminoso, ispira un senso di serenità ed armonia, anche se sono ancora visibili i segni del sistema di fortificazioni che avrebbe dovuto farne un secondo fronte da tenere, in caso di sfondamento di quello dello Stelvio. Il panorama raggiunge, in direzione nord-est, il gruppo dell’Ortles-Cevedale, mentre, guardando alla Valle di Rezzalo, scorgiamo, sul fondo, in una piccola finestra a sud-ovest, le cime della Val Grosina Occidentale, ed in particolare il corno della cima Viola.
Sul passo troviamo un cartello che segnala che stiamo percorrendo un tratto dell’Alta Via della Magnifica Terra: scendendo la valle dell’Alpe possiamo raggiungere il ponte dell’Alpe in 30 minuti, per poi risalire al rifugio Berni, dato ad un’ora e 45 minuti dal passo; scendendo, invece, in Val di Rezzalo possiamo raggiungere la Fontanaccia sopra Fumero in 3 ore. In realtà un paio di ore bastano per la discesa con buon passo a Fumero, mentre la salita da Fumero al passo richiede circa tre ore o poco più, necessarie per superare un dislivello di 1000 metri.
La Val di Rezzalo, come già detto, offre l’opportunità di uno splendido percorso di mountain-bike, anche se i tratti più alti, in prossimità del passo, soprattutto sul versante della Valle dell’Alpe, non sono interamente ciclabili. Se non si hanno a disposizione due automobili, si metta, però, in conto la necessità di un lungo tratto su strada asfaltata in Valdisotto ed in Valfurva, dalle Prese a S. Caterina Valfurva e da qui, sulla strada per il Gavia, fino al ponte dell’Alpe. La quantificazione del tempo necessario per chiudere questo anello, che potrebbe essere chiamato anello del Sobretta, è difficile, in quanto legata a diversi fattori, e soprattutto all’allenamento ed alla resistenza fisica di chi lo effettua, ma potrebbe essere quantificato in circa 7 ore. Il dislivello è di circa 1350 metri.
Va, infine, segnalato che la Val di Rezzalo si presta anche ottimamente alla pratica dello sci-alpinismo. Sfruttando, infatti, gli impianto di risalita di S. Caterina Valfurva, sul monte Sobretta, si può effettuare una discesa, dal Dosso Sobretta, al passo dell’Alpe, e da qui lungo l’intera valle, fino a Fumero.



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Leggende e storie di Val di Rezzalo

Ora che abbiamo conosciuto le bellezze naturalistiche e le possibilità escursionistiche della Val di Rezzalo, possiamo apprezzarla maggiormente anche sotto il profilo delle storie e delle leggende ad essa legate. C’è un filo conduttore che sembra legare le più note, il tema del confino, per volontà propria od altrui. Sembra, in particolare, che la valle, per la sua posizione in certo qual modo appartata, si prestasse bene ad ospitare spiriti e soggetti che altrove avrebbero fatto troppo danno. In particolare vi venne relegata l’anima di uno dei più famosi cunfinà, il Kuertur. I confinati erano anime che, per la loro malvagità in vita o per essersi macchiati di peccati particolari (qual è, nel nostro caso, l’eresia), non finiscono in paradiso, né in purgatorio, ma neppure all’inferno (perché il diavolo non li vuole), e sono quindi relegati nei luoghi più remoti e condannati in eterno (o, talora, fino all’espiazione delle loro colpe), a lavori gravosi e senza costrutto (classicamente, vibrare colpi di mazza contro le pietre in enormi gande, cavar oro che poi viene versato nei fiumi e si perde, spinger su per i più ripidi versanti grandi massi, che poi rotolano giù, e via di questo passo). Qualche volta la loro anima si unisce al corpo di un animale, che si manifesta particolarmente crudele ed ha un comportamento innaturale (può parlare e pronuncia le peggiori bestemmie e blasfemie).


Baite sopra Fumero

Glicerio Longa, nel bel volume "Usi e Costumi del Bormiese”, (ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese 1912, ristampa integrale nel 1967 a Bormio e II ristampa nel 1998 a Bormio a cura di Alpinia Editrice), ci spiega chi era costui:
Kuertùr eretico di Mondadizza, si ammazzò precipitando in un burrone, mentre tagliava legna in un bosco. Quando alcuni andarono in cerca dello scomparso, incontrarono sul posto un terribile orso e se la dettero a gambe. Questo è avvenuto in Val de Rèz (Palù) dove Kuertùr, trasformato in orso, è confinato...”
Immaginate, dunque, la situazione: nella tranquilla Val di Rezzalo, un bel giorno, compare un orso minaccioso ed aggressivo: si scopre che in quell’animalaccio vive l’anima di un eretico confinato. Non penso che quelli della Val di Rezzalo l’abbiamo presa troppo bene: “Dobbiamo pagare noi per le colpe di quel pessimo soggetto di Mondadizza?” avranno, come minimo, pensato…
Una seconda versione, leggermente diversa, della medesima leggenda si legge nell’opera di Lina Rini-Lombardini, “In Valtellina – Colori di leggende e tradizioni” (Sondrio, 1961):  “…Il Quertur… in Piaz Merga, non lungi da Pineta di Sortenna, trasformandosi stranamente impauriva i pastorelli assumendo un aspetto di fauno con agreste volto coperto di muschio... Non parla, né lo potrebbe, il Quertur, che talvolta si aggira nei boschi di Sondalo, senza testa, ma quand’è scoperto, si butta nell’Adda con grande fragore.
Ma allora dove dove sta il verso Quertur (o Kuertur)? L’indicazione del Longa, infatti, non è univoca: Val di Rezzalo è, con voce dialettale, Val di Rézel e non di Rez, ma resta vero che l’aggiunta della località Palù riporta alla piana paludosa presso la chiesetta di San Bernardo, in Val di Rezzalo.


Baite sopra Fumero

Se, dunque, rimane il dubbio sui luoghi nei quali scorazzava l’orso malvagio, è sicuro dove venne confinato un secondo soggetto, ancor peggiore. La terra di Bormio era, un tempo, afflitta da un diavolo fra i più pestiferi, chiamato diavolo bormino. Pestifero perché aveva l’incredibile potere di seminar zizzania, di mettere le persone le une contro le altre, di fomentare liti, dissidi, contese senza fine. Figuratevi che, proprio per questo, era stato addirittura cacciato dall’inferno: i suoi colleghi diavoli non ne potevano più di continuare a litigare fra loro per causa sua. Una volta sbucato dalle viscere della terra, il diavolaccio si guardò un po’ in giro ed essendogli piaciuta la terra di Bormio (non a caso chiamata Magnifica Terrza), la scelse come sua dimora, soggiornando, in particolare, nella Valle di Uzza. I Bormini, dunque, sperimentarono a loro volta cosa vuol dire la discordia e quanta sofferenza possa arrecare. Corsero, quindi, ai ripari e riuscirono ad ottenere il suo allontanamento. Il diavolo bormino (diaol bormìn, o diaol de Uza) venne, allora, confinato, indovinate dove?, sì, anche quello in Val di Rezzalo.
Ne è giunta l’eco perfino alla stampa, e se ne parla in un  articolo dell’ “Eco delle Valli” del 16 giugno 1955. La cosa è andata così. I Bormini, tenuto consulto sul da farsi, decisero di chiamare in soccorso San Bartolomeo apostolo, confidando che la sua grande potenza nella lotta contro il male potesse avere la meglio sul diavolo. Così accadde: San Bartolomeo riuscì a trascinarlo via e decise di seppellirlo in un terreno della contrada Dossi Alti, sopra Fumero. I suoi abitanti erano noti per la mitezza e bontà d’animo, per cui il santo, in perfetta buona fede, era convinto che, quand’anche il diavolo fosse riuscito a metter di nuovo fuori la testa dalla terra, non avrebbe avuto presa su quella brava gente. Ma, sapete come si dice, di buone intenzioni è lastricata la via che conduce all’inferno… Il diavolo rimise fuori le corna, e poi la testa, e poi tutto il resto, e ricominciò ad esercitare il suo mestiere. Risultato: gli abitanti della sfortunata contrada divennero i più litigiosi del mondo.
La presenza di un diavolo così diabolico attirò, poi, a Fumero anche tre streghe altrettanto perfide. Narra una leggenda che il covo delle streghe in quel di Sondalo era la piana della Scala: di qui, dopo i rintocchi dell’Ave Maria della sera, le perfide maliarde spiccavano il volo. Alcune si dirigevano verso le prese, altra verso Mondadizza e tre, appunto, a Fumero. L’alpeggio della Scala, sopra Frontale, aveva fama sinistra per via di una cupa storia di streghe. Si racconta che un giorno una bambina, che se ne in un prato con il padre intento a falciarlo, gli disse, forse per noia, forse per desiderio di suscitare la sua ammirazione: “Vuoi vedere che so far piovere?” Il padre dapprima la prese sul ridere, poi, vista la sua insistenza, la seguì alla vicina fontana, dove quella tracciò con il dito alcuni cerchi nell’acqua. Era una di quelle giornate in cui non si vede in cielo una nuvola, ma all’improvviso il cielo si rabbuiò, densi nuvolosi venuti fuori da chissà dove si addensarono in tutta la valle e scoppiò un violentissimo temporale. Il padre trascinò via la figlia nella loro baita, e le chiese, esterrefatto: “Ma chi ti ha insegnato questo?” La bimba, tutta orgogliosa, rispose: “La mamma”. Il contadino comprese allora di aver sposato una strega, ed averne generato un’altra. Aspettò che tornasse il sole e che la campagna si asciugasse, poi, con un pretesto, portò nei prati moglie e figlia, le legò entrambe, le avvolse in un covone e diede loro fuoco.
Oltre a diavolo e streghe, dobbiamo registrare una terza importante presenza del male in Val di Rezzalo. Per incontrarla, però, dobbiamo scendere da Fumero a Frontale, dove i poveri contadini vivevano, un tempo, una paura che letteralmente toglieva loro il sonno, quella del calcaröl. Come dice il termine stesso, il calcaröl è un essere che “calca”, cioè preme. Un essere diabolico che si introduceva, di notte, nelle case della gente, ponendosi sul loro petto e cominciando a premere, e premere, e premere. Ora, o il povero disgraziato riusciva a svegliarsi in tempo e cacciarlo, oppure moriva asfissiato. Per questo i contadini si premuravano di chiudere bene tutte le fessure delle baite, per impedire che entrasse. Ma non sempre bastava. Per essere più sicuri bisognava deporre sulla soglia di casa libri religiosi, come il libro dell’Ufficio delle preghiere o il Messale.
A proposito di esserini fantastici: anche in Val di Rezzalo è stata più volte segnalata la presenza del Gigiàt, piccolo folletto dispettoso che è di casa nella Costiera dei Cech ed in Val Masino. Nessuno può veramente dire di averlo mai visto, ma molti giurano di aver sentito la sua risata argentina e beffarda. Bizzarro e volubile, si diverte a far disperare la gente facendo sparire oggetti e mettendo fuori posto le cose. Solo qualche dono sull'uscio delle baite lo può indurre a non complicare oltremodo la già complicata vita dei contadini.


Frontale

Per chiudere questa breve carrellata sulle presenza malvagie in Val di Rezzalo, citiamo quella più divertente. Una volta all’alpeggio di Ronzòn una vecchia, che viveva sola in una baita, udì, sull’uscio, il pianto di un bambino. Aprì la porta e vide un bambino di pochi mesi, che piangeva a dirotto. Ne ebbe pietà e, senza chiedersi chi fosse o di chi fosse, lo fasciò e gli preparò una pappa con latte e farina, che allora si chiamava “pòlt”. Con molta pazienza e dolcezza prese, poi, ad imboccarlo. Il bambino non si fece pregare, mangiò tutto avidamente. “Avevi proprio fame, eh…”, gli disse allora, sorridendo. Girò un attimo lo sguardo per deporre sul tavolo il recipiente vuoto della pappa, e quando tornò a guardare il bambino non lo vide più. Sparito. Letteralmente sparito. Restavano solo le fasce, afflosciate su loro stesse. Corse, allora, all’uscio, per vedere se in qualche modo fosse sgattaiolato fuori. Fuori non c’era nessuno, ma più in là, ad una certa distanza, vide un omaccio enorme, brutto e deforme, che se ne andava via cantando, allegro: “U, u, u che sont plèn de pòlt!”. Altro che bambino! L’ingenua vecchietta aveva sfamato nientemeno che un orco!
Ma torniamo alla considerazione iniziale: sembra che la Val di Rezzalo abbia avuto in sorte di essere la valle degli esseri confinati. Per scelta altrui, come il diavolo bormino ed il Quertur. Ma anche per scelta propria. Ecco una leggenda ed una storia che mostrano questa seconda possibilità.
Gli abitanti di Frontale vengono scherzosamente apostrofati dai Sondalini con l’epiteto di “strölech”, zingari. Il motivo risiede nell’origine leggendaria del paese. Pare che in temi remoti una tribù di zingari risalisse la Valtellina, con l’intendo di passare nelle terre di lingua tedesca. Trovarono, però, la via sbarrata alla stretta di Serravalle, la storica porta d’accesso alla contea di Bormio, perché i Bormini non ne volevano sapere di farli passare, diffidando della loro onestà. Gli zingari decisero, allora, di eludere l’ostacolo passando per la Val di Rezzalo che, avevano sputo, terminava ad un passo per il quale agevole era la discesa in alta Valtellina. Si incamminarono, dunque, sui sentieri di accesso alla valle ma, sorpresi dalla prima neve, decisero di svernare sull’ampio poggio all’ingresso della valle. Venne, così, la primavera, ed il luogo assunse un volto così gentile ed ameno, da persuaderli a fermarsi lì, ponendo fine al loro vagabondare.
Una variante, sul medesimo tema del forestiero che decide di stanziarsi a Frontale, è sviluppato da questa leggenda. Una terribile pestilenza aveva fatto strage di tutti gli abitanti di Frontale, risparmiando solo, un anziano, chiamato il véc’ de la Val, e le sue tre belle figlie. Costui pensava, con angoscia, a cosa potesse fare, solo com’era, con le tre figlie. Un giorno bussarono alla sua porta tre giovani trentini, che erano ricercati per diserzione. Il vecchio li accolse benevolmente, ma, più che dalla benevolenza del vecchio, furono colpiti dalla bellezza delle tre figlie. Com’è facile intuire, la storia andò a finire in un bel matrimonio, anzi, in tre. Dalle tre nuove famigliole ebbero, poi, origine le tre contrade del paese, “al segondìn”, “i falculìn” e “i turch”.
Infine, una storia vera. La storia di una donna di Fumero, Maria, moglie di Stefano Mazzetta, che, colpita da un male che temeva incurabile, scelse volontariamente di relegare se stessa in un angolo remoto della valle. La sua vicenda è ricordata da un dipinto ex-voto, nella chiesetta della Madonna del Sassello, o della Pazienza, al quartiere Combo di Bormio, dipinto che ritrae una donna in mezzo alle rocce ed un uomo, più in basso, presso un ponte ed una baita.
Una nota, sotto, racconta la grazia che la donna ricevette dalla Vergine Maria: “Maria moglie di Stefano Mazzetta della Cura di Frontale e Fumero in Valle Tellina inferma et abbandonata di ogni aiuto e sostegno humano a caso portatasi li 31 Marzo a hora 14 1687 su l’alto e sassoso monte sopra il Bosco Scuro nella Valle di Rezzel sotto la pendenza d’un sasso a Ciel scoperto senza alimento fuor che di pura neve, giorno e notte fra intolerabili freddi, nevi e geli noti e sperimentati in quella stagione, ivi dimorò sino li 9 Aprile a hore 22 del anno suddetto dove fu ritrovata viva e ben stante e ricondotta alla casa di suo marito in Fumero con incredibil e generale stupore manifestò et oggidì li settembre 1687 ancor vivente manifesta esser stata ivi conservata in vita per gratia particolare della Madonna della Sassella hor detta della Pazienza situata in Bormio a cui fra quei sassosi dirupi si votò.” (cfr., sulla vicenda, l’articolo di Dario Cossi sul sito www.altavaltellinacultura.com)
Insomma: la poveretta, disperata per la sua malattia, alle due pomeridiane del 31 marzo 1687 lasciò la casa di Fumero e, vagando a caso, raggiunse un anfratto in cima al Bosco Scuro, dove venne ritrovata, fra la neve, alle 10 di sera del successivo 9 aprile. Dopo oltre nove giorni di permanenza all’addiaccio e di digiuno, era, miracolosamente, indenne, in buona salute, guarita. Un miracolo, della Madonna della Pazienza, cui la donna aveva fatto voto. La vicende suscitò enorme scalpore e commozione, di cui in valle non si è persa l’eco. Così come non si sono persi il Bosco Scuro (bos’c s’cur), che dalla Fontanaccia (fontanàscia, sulla strada che da Fumero sale in valle, m. 1575) sale fino al maggengo delle Gande (li ghènda, m. 1674), e la roccia sul suo limite superiore, dove la donna si portò, il sasc di planàsc. Percorrendo la pista della Val di Rezzalo, guardiamo alle ombre di questo bosco: potremo ancora sertirvi aleggiare la profonda angoscia della donna, e la luminosa gioia per la grazia ricevuta.

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri).

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