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Piatta e la Valdisotto

Oltre i confini del Terziere superiore di Valtellina la valle si stringe fin quasi a chiudersi. Segue uno stretto corridoio rinserrato fra due aspri versanti montuosi, quasi verticali, densi di boschi di splendide conifere ma avari di alpeggi. È, questo, il primo volto che l’antica Contea di Bormio mostra.
Poi si ingentilisce, si allarga e culmina in una piana sul cui fondo si stende con regale signorilità il baricentro della Magnifica Terra, Bormio, circondato da due poggi gentili che ospitano, come ancelle fedeli, i nuclei di Oga e Piatta. Questa ouverture, questo annunciarsi fra contrasti e colori forti della magnificenza di una terra che ebbe sempre alto concetto di sé eredita dalla storia il nome di Valdisotto, pur non essendo valle a sé stante. E fu una delle cinque vicinanze, diciamo uno dei cinque comuni ancillari rispetto alla ricca Bormio.
Non si pensi ad un borgo compatto, ma piuttosto ad una costellazione o ad un intarsio di piccole comunità, tutte storicamente assai legate a Bormio (tanto che la costituzione di parrocchie autonome rispetto alla Collegiata di Bormio fui assai più tardiva – secolo XVIII, XIX ed anche XX) rispetto ad analoghi processi nella medesima Contea di Bormio e più in generale in Valtellina).
Oggi che “Valtellina” è diventato un brand non ci si fa più così caso, ma in un passato non lontano sarebbe suonata nota stonata l’affermazione: qui è Valtellina. La Valtellina stava più giù, con gli interessi suoi e la sua necessità di venire a patti con potenti i signori che la storia alternava, da Como a Milano. Qui si poteva coltivare il sogno di essere signori di sé stessi, di poter vivere un’autonomia sostanziale ritagliata su una sapiente politica di equilibri e sulla felice posizione geografia all’intersezione di grandi vie commerciali. Il sogno di replicare il miracolo storico delle repubbliche elvetiche indipendenti e federate.


Apri qui una panoramica sulla Valdisotto vista dalla frazione Mont sopra S. Maria Maddalena

Questo era lo spirito di questa terra, al di là delle distinzioni e delle fiere rivalità delle diverse vicinanze. Spirito asciutto ed orgoglioso, alimentato dalla dura fatica di vivere fra monti che non regalano nulla, quando il business del turismo era cosa che neppure si poteva immaginare.
Per respirare quanto di questo spirito sia rimasto, almeno negli scenari che la natura offre ancora, compresa l’orribile ferita di una delle più catastrofiche frane nella storia dell’arco alpino, ci conviene percorrere la ss 38 dello Stelvio fino a Sondalo e poi a Le Prese, per poi lasciarla all’uscita a destra, appunto per Le Prese. Attraversato il ponte sull’Adda sulla vecchia strada statale, passiamo davanti alla chiesa di San Gottardo e lasciamo alle spalle il nucleo, e con esso la Valtellina, per salire sul mostruoso corpo dei milioni di metri cubi di materiale franoso e procedere fino alla piana di Aquilone, sul cui fondo sta il sacrario della memoria delle vittime del 28 luglio 1987. E poi proseguire toccando il nucleo di Tola, per poi passare su un ponte a sinistra dell’Adda ed attraversare il centro di Cepina, sede amministrativa del comune. Seguendo, sermpre verso nord, una stradina a ridosso del monte ci affacciamo poi a Santa Lucia, già in vista di Bormio. Qui possiamo innestarci sulla strada che percorsa in salita verso sinistra (ignorata a metà strada la deviazione a destra per Isolaccia) porta al poggio di Oga. Sul lato opposto della valle, infine, sta Piatta, altro significativo nucleo del comune. E questo per citare solo i principali.
Ma vediamo più da vicino la storia della Valdisotto nel contesto della storia dell'alta Valtellina.


La Madonnina di Oga

LA STORIA DELLA VALDISOTTO NEL CONTESTO DELLA STORIA DELLA MAGNIFICA TERRA DELLA CONTEA DI BORMIO

La presenza umana fra i monti di Valdisotto è assai antica. Risale almeno alla venuta di tribù liguri e camune, che cominciarono a disegnare il territorio con la pratica dell’alpeggio in età preistorica. I massi coppellati sulle falde del monte Vallecetta (la "Crus") lo provano. Il probabile modello organizzativo di questa prima economia vedeva una gestione collettiva del territorio da parte delle comunità organizzate in “vicinanze”. Baricentro di questi insediamenti fu sicuramente la conca di Bormio, alla quale la storia della Valdisotto è indissolubilmente legata.
Furono, però, i Romani a fare entrare questo paese nella storia, dopo il 15 a.C., al tempo dell’imperatore Augusto, quando la zona montana retica fu conquistata con la campagna militare di Druso e divenne provincia romana. Tuttavia i Romani non attribuirono importanza primaria agli "juga raetica", cioè ai passi delle Alpi centrali, per cui la loro presenza non lasciò tracce marcate, anche se è congettura accreditata che i Romani conoscessero ed apprezzassero Bormio per le sue acque termali. Si cita, come prova, un passo del celebre naturalista comasco Plinio il Vecchio, il quale, nella sua “Historia naturalis” (I sec. d. C.), scrive: “Ma la natura è stupefacente per il calore di innumerevoli fonti, cosa che avviene anche tra i gioghi delle Alpi e pure all’interno del mare tra l’Italia e Ischia nel golfo di Baia e all’interno del fiume Liri e in molti altri" (trad. Anna Quadrio Curzio). Nel passo non vi è alcun riferimento preciso al luogo o ai luoghi alpini cui il naturalista si riferisce; si ipotizza che il riferimento riguardi Bormio a partire da due indizi: Plinio era di Como e non poteva non conoscere la Valtellina; solo a Bormio vi sono molteplici fonti (nove) di acqua termale.


La chiesa della B. V. Assunta a Cepina

Con la diffusione del Cristianesimo nella valle dell’Adda e furono gettate le basi della divisione di Valtellina e Valchiavenna in pievi. “La divisione delle pievi”, scrive Enrico Besta, “appare fatta per bacini… aventi da epoche remote propri nomi, come è infatti accertato per i Bergalei, i Clavennates, gli Aneuniates”. Esse, dopo il mille, erano San Lorenzo a Chiavenna, S. Fedele presso Samolaco, S. Lorenzo in Ardenno e Villa, S. Stefano in Olonio e Mazzo, S. Eufemia o S. Pietro in Teglio, dei martiri Gervasio e Protasio in Bormio e Sondrio e S. Pietro in Berbenno e Tresivio; costituirono i centri fondamentali dell'irradiazione della fede cristiana.
Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, subentrò, dal 493 d.C., la dominazione degli Ostrogoti.
Eco ben scarsa ebbero poi in Valdisotto l’offensiva Bizantina, che riconquistò probabilmente alla “romanità” le valli della Mera e dell’Adda, e la successiva conquista dei Longobardi (568). Solo nell'VIII secolo, peraltro, con il re Liutprando il confine dei domini longobardi raggiunse il displuvio alpino, anche se pare ormai dimostrato che la presenza longobarda raggiunse Sondalo ma non si spinse mai oltre. Con i successori Rachis ed Astolfo, nel medesimo VIII secolo, queste valli risultano donate alla chiesa di Como. Sconfitti, nel 774, i Longobardi da Carlo Magno, Valchiavenna e Valtellina rimasero parte del Regno d’Italia, sottoposto alla nuova dominazione franca. Furono probabilmente i Franchi la prima popolazione germanica ad affacciarsi all'alta Valtellina, e comunque risale a loro la prima costruzione di strutture fortificate alla stretta di Serravalle, l'angusta porta di accesso al Bormiese.


Apri qui una panoramica da Oga sulla Reit e su Bormio

Del resto una leggenda (senza fondamento storico) vuole che per la vicina Valfurva e quindi anche per la Valdisotto sia passato l'imperatore in persona. E' invece storicamente documantato che in un diploma di Carlo Magno dell'803, ed in un altro dell'Imperatore Lotario dell'824, la chiesa di Bormio si trova menzionata con il titolo di battesimale, insieme a quella di Mazzo e di Poschiavo.
La frammentazione dell’Impero di Carlo portò all’annessione del Regno d’Italia al sacro Romano Impero. Con Carlo Magno il Bormiese e la Valtellina vennero infeudate al lontano monastero parigino di S. Dionigi, dei cui diritti di proprietà nel bormiese vi sono tracce documentali. A questo periodo dovrebbe risalire la costituzione di Bormio e del suo territorio in contea.


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La Valdisotto assunse in misura sempre maggiore il valore strategico di porta di accesso a questa contea. Due le vie per cui si poteva passare.
La più importante e frequentata da mercanti ed eserciti era quella che passava sul lato orientale della valle, toccando le due antichissime chiese di S. Martino di Serravalle (distrutta dall'immane frana della Val Pola nel 1987) e San Bartolomeo, rimasta miracolosamente intatta sul promontorio ai cui piedi si trovava S. Antonio Morignone, anch'essa cancellata dalla frana. San Martino di Serravalle (San Martìn, m. 1198) è una delle più antiche chiese della Valtellina, risalente al secolo X e dedicata a San Martino di Tours. Alcuni scavi degli anni ottanta hanno inoltre provato la presenza umana in questi luoghi in epoca protostorica. Accanto alla chiesa vi era anche un ricovero (xenodochio). Sicura è la presenza di monaci, di cui però non conosciamo l'ordine. Purtroppo non ne è rimasto nulla: il materiale franoso in risalita l'ha raggiunta e sepolta.
San Bartolomeo di Castelàz è uno dei luoghi più densi di fascino e suggestione nel territorio di Valdisotto. Ha origini medievali, sicuramente anteriori al 1393, ed era annessa ad un castello di cui ora non resta quasi traccia. Il già citato reverendo Tuana scrive, nel “De Rebus Vallistellinae”: “Sulle rupi che sovrastano la frazione di Morignone si scorge pure una chiesa dedicata a S. Bartolomeo, dove si ergono anche i ruderi di una torre abbattuta”. La fortificazione, parte integrante del sistema difensivo di Serravalle, aveva anche la funzione di segnalazione, in quanto sfruttava l'eccellente posizione: da qui si domina lo sviluppo della valle a nord e a sud. Lo sperone era inoltre posto proprio a monte del punto più stretto della valle, la Serra, o fortificazione di Serravalle. Da San Bartolomeo passava la via di comunicazione che univa Sondalo a Bormio, come testimoniano i ritrovamenti di monete di epoca medievale ma anche tardo antica, frutto di diverse campagne di scavi (la moneta più antica fu coniata a Costantinopoli nel IV sec. d. C. e reca l'effigie dell'imperatore Giuliano II).


Panoramica di Oga

Vi era anche un percorso che tagliava il fianco occidentale della valle, chiamato Via dei Monti, un percorso più alto, appannaggio di pastori ed armenti, che tagliava gli alpeggi ai piedi delle alte cime che separano la Valdisotto dalla Val Grosina. Questa via partiva da Sondalo e scendeva a Tiolo o più avanti, a S. Maria Maddalena e Cepina. Così viene descritta nella Guida alla Valtellina curata da Fabio Besta per il CAI di Sondrio (II ed., 1884): “Una comoda via da Sondalo s’innalza lungo le pendici del monte fin sopra i primi promontori di esso, e poi procede lungo i suoi fianchi nella direzione di Bormio. Attraversa dapprima la rocciosa Val di Corno, la quale termina in alto in una convalle attorniata da alte pareti fra il Redasco e il monte Rosso. … Dopo la Valle di Corno vengono i burroni di Vezze, Pola e Zandila. L’alpestre via corre sotto le cime del piz Redasco, del sasso Torraccio, del pi di Zandila e del monte de’ Piazzi e da essa guardando al basso vedonsi verdi spianate e tratti di foreste. … Dalle cascine di Zandila per selvose pendici si giunge al villaggio di Tiolo frammezzo ai prati, sotto del quale sonvi abbondanti cave d’argilla. Da Tiolo si può visitare la Valle Campaccio, la quale, mentre offre al geologo larga materia di studio, e al botanico ricca messe di belle piante alpine, è interessante eziandio per colui che senza prefiggersi uno scopo puramente scientifico, va in cerca di ameni paesaggi da osservare … Dopo Tiolo viene S. Maria Maddalena, da cui si può discendere a Ceppina … Continuando a nord lungo una pendice ricca di belle vedute e di vegetazione, si arriva alla Valle di Cadelaria e ad Oga, donde di può scendere a S. Lucia e a Bormio, oppure a Premadio e ai Bagni.”


La chiesetta di S. Colombano, a 2484 m. s.l.m.

Sul finire del secolo XII i Bormini fecero costruire (o forse completarono la costruzione de) il sistema di fortificazioni che sbarrava alla Serra l'accesso all'alta valle (la Serra è citata per la prima volta in un documento del 1201, il trattato di pace fra Como e Bormio), per preservare l'indipendenza della loro contea. Di questo luogo cruciale scrive il Vescovo Feliciano Ninguarda, nel resoconto della sua visita pastorale nel 1589: “Tra i due monti in un luogo stretto distante da Bormio sei miglia c'è un muro alto e stretto, tanto che per di lì nessuno può passare se non attraverso una porta costruita vicino al fiume; codesta posta in tempo di guerra o di pestilenza è ben custodita e per questo è chiamata Serra, cioè la chiusa di quei monti, e separa la comunità Bormiese dalla rimanente parte della valle che è chiamata Valtellina”. Il Tuana, qualche decennio più tardi (1630), nel “De rebus Vallistellinae”, a sua volta, riferisce: “A tre miglia dal paese di Cepina, verso mezzogiorno, presso gli estremi confini della Valtellina, all'incrocio quasi dei due versanti della montagna, una muraglia venne inserita nella muraglia delle montagne, e tutta la valle è così chiusa, non essendoci altra via per entrare nel Bormiese o per uscirne che una porta custodita, protetta da una torricella con fossati e cinte, sopra lo scrosciare dell'Adda”.
La storia amministrativa della Valdisotto fu, dopo l'anno Mille, strettamente legata a quella di Bormio, da cui dipendeva.
Agli inizi del secondo millennio vennero poste le premesse per quegli sviluppi storici che separarono, sotto diversi aspetti, l’evoluzione storica del bormiese da quella della Valtellina. Nell'XI secolo la chiesa dedicata ai SS. Gervasio e Protasio era già arcipretale e collegiata. Il 3 settembre 1024 l’imperatore Corrado succedette ad Enrico II, inaugurando la dinastia di Franconia, e confermò al vescovo di Como i diritti feudali su Valtellina e Valchiavenna, già concessi nel 1006; nel medesimo periodo, però, un altro potente vescovo, quello di Coira, estendeva i suoi diritti feudali su Bormio e Poschiavo. Si trattava dei diritti di gastaldia (finanziario: tasse e pedaggi) e di curia (giurisdizione bassa: cause minori civili e penali), che venivano esercitati non direttamente, ma attraverso i Signori di Matsch, in Val Venosta.


Apri qui una panoramica sulla frana della Val Pola dal monumento in memoria delle sue vittime

Como, tuttavia, non riconobbe mai i diritti di Coira, e rivendicò sempre i propri diritti feudali sul bormiese, ed in particolare la cosiddetta giurisdizione alta (le più importanti cause civili e penali). I Bormini, da parte loro, costituiti in comune, cercarono di resistere alle pressioni del Vescovo di Como, il quale, dunque, decise di imporsi con la forza delle armi, invadendo e devastando il loro territorio. Nel 1201 Bormio dovette cedere, accettando un gravoso trattato di pace con Como.
Il trattato di pace impose al comune un Podestà, che esercitava, a nome del Vescovo di Como, un controllo sulle autonomie comunali. Si trattava però, solo di una tregua. Nel 1238 il dominio di Coira su Bormio e sulle valli dipendenti (compresa, dunque, la Valdisotto) passò alla potente famiglia dei Venosta di Mazzo ed agli inizi del secolo successivo Bormio rimise in discussione il trattato del 1201, affidandosi alla protezione di Coira.


La chiesetta di San Pietro sopra Piatta

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Nel secolo XIV prendono forma le forme statutarie ed amministrative che fanno della comunità di Valdisotto, una delle cinque "vicinanze" o "comuni" che costituiscono la Magnifica Terra della Contea di Bormio, vale a dire Bormio (non prima fra pari, ma egemone), Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno (i medesimi comuni del presente).
La vicinanza della Valdisotto aveva diritto ad eleggere due consiglieri nel consiglio ordinario del comune di Bormio, uno nominato tra i vicini di Piatta, Oga e Fumarogo, l’altro tra gli abitanti di Cepina, Morignone, Santa Maria Maddalena, e partecipava con la stessa quota proporzionale di rappresentanti della Valdidentro e della Valfurva nel consiglio di popolo. Nella ripartizione delle cariche per la milizia del comune di Bormio, alla Valdisotto toccava un sottosergente, carica vitalizia e di nomina del consiglio del popolo di Bormio.
In successivi documenti settecenteschi si legge che la Valle di sotto, o di Cepina, era formata dalle vicinanze di Cepina, Morignone, Santa Maria Maddalena, Piatta, Piazza, Oga, Fumarogo. Secondo la settecentesca descrizione dello storico Francesco Saverio Quadrio (1755) la vicinanza di Valdisotto comprendeva le terre di Cepina, Tolla, Murignone, Santa Maria Maddalena, San Martino.
Il Trecento vede anche un sostanziale mutamento degli scenari politici complessivi della Valtellina: nel 1335 Como, e con essa Valtellina e Valchiavenna, vennero inglobate nella signoria milanese di Azzone Visconti. Una potenza di ben maggiore capacità militare si sostituiva, dunque, a quella del Vescovo di Como. Nel 1350 l’avvocato Ulrico di Matsch scese alla piana di Bormio attraverso il passo di S. Maria di Monastero e la via detta dell’Ombraglio (oggi Umbrail), percorrendo l’alta valle del Braulio e la valle della Forcola. Bormio si trovò, dunque, al centro di uno scontro per l’egemonia sull’alta valle dell’Adda e decise di allearsi con quelli che riteneva i più forti, cioè i Visconti. Ulrico, infatti, fu sconfitto ed i Visconti poterono rendere effettiva la propria signoria sul Bormiese. Una signoria che parve all’inizio gravosa e negatrice delle aspirazioni di autonomia dei Bormini, i quali, dunque, approfittarono della sollevazione dei comuni guelfi valtellinesi  del 1370 per ritornare ad essere libero comune.


Apri qui una panoramica della piana alle spalle della chiesa di San Bartolomeo di Castelaz

Ma la rivolta venne ben presto sedata e Galeazzo Visconti, deciso a riaffermare la propria signoria su Bormio, allestì una spedizione guidata dal capitano di ventura Giovanni Cane. Questi, invece di cercare di forzare le difese bormine alle torri di Serravalle, erette nella naturale strettoia al confine meridionale della contea con la Valtellina, le aggirò. Approfittò, infatti, dell’appoggio di Grosio e, il 30 novembre 1376, risalì l’intera Val Grosina, scendendo quindi per la Val Verva e la Val Viola, per piombare, infine, sulla piana di Bormio. Si narra che la corda della Bajona, storica campana di Bormio di quasi tre tonnellate, si spezzò mentre questa batteva i pesanti rintocchi per chiamare tutti alla difesa: era un segno del destino. Bormio fu messa a ferro e fuoco, ed il suo castello di S. Pietro smantellato. Furono anche distrutte, e mai più ricostruite, le difese di Serravalle. Era anche questo un segno dell’impossibilità di separare la storia della Magnifica Terra della Contea di Bormio da quella della Valtellina. I rapporti di Bormio con Milano furono, da allora, sempre buoni.


Cepina

Caduti i Visconti e terminata la breve esperienza della repubblica milanese (1447), i Milanesi accolsero come loro signore Francesco Sforza. Questi, con il diploma del 28 marzo 1450, concesse a Bormio condizioni assai favorevoli, in quanto poteva imporre liberamente dazi, pedaggi, decretare e modificare statuti a proprio beneficio ed esercitare l'alta giurisdizione con il potere di decretare la pena di morte. Era, infine, concesso il monopolio nel commercio di vino attraverso i valichi di Fraele e dell'Umbrail.
Sul finire del secolo si affacciarono alla storia dell'alta valle quelli che sarebbero stati, dal 1512, i nuovi signori delle valli dell’Adda e della Mera, le Tre Leghe Grigie (Lega Grigia, Lega Caddea e Lega delle Dieci Giurisdizioni, che si erano unite nel 1471 a Vazerol), che miravano ad inglobarle nei loro territori per avere pieno controllo dei traffici commerciali che di lì passavano, assicurandosi lauti profitti.
Nel febbraio del 1487 Bormio, reduce da due severe epidemie di peste (1468 e 1476), vide affacciarsi le facce ferrigne dei soldati retici. Questi, fra il febbraio ed il marzo del 1487, saccheggiarono sistematicamente i paesi della valle da Bormio a Sondrio.


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Era solo il preludio dell'inizio della dominazione effettiva delle Tre Leghe Grigie (1512) sui Terzieri di Valtellina e sulle contee di Chiavenna e Bormio, su cui molto si è scritto e discusso. Le contee di Bormio e di Chiavenna si videro peraltro riconosciuta una condizione migliore rispetto a quella dei tre Terzieri di Valtellina: non ebbero governatore, ma lo status di protettorato, con propri codici e statuti.
Un quadro della situazione di Bormio a cavallo fra Cinquecento e Seicento ci viene offerto dalla celebre opera di Giovanni Guler von Weineck (governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel biennio 1587-88), “Raetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616 (e tradotta in italiano dal tedesco da Giustino Renato Orsini):
Nell'alta Valtellina abbiamo il distretto di Bormio. Esso per ogni parte è circondato da alte vette nevose non altrimenti che una città dalle sue mura; tuttavia esiste un'apertura, attraverso la quale l'Adda trascorre in Valtellina: ivi i monti si accostano l'uno all'altro così strettamente, che nell'intervallo fra le due altissime catene l'acqua si acre uno stretto e profondo varco: la via poi corre sul lato sinistro della valle, lungo la falda del monte. ... I passi più notevoli sono poi provveduti di antichi e robusti sbarramenti, così che non si potrebbe trovare altro paese, il quale per difese naturali ed artificiali presenti tanta sicurezza. Il distretto di Bormio confina a levante colla Val Mora, con la Val d'Adige, con la Val di Sole. e con la Val Camonica e con la Valtellina; a ponente colla valle di Poschiavo, col Bernina e con l'Engadina: a settentrione col monte Boffalora e con la parte posteriore della Valle di Monastero.Nel Bormiese il clima è buono e salubre, sebbene d’inverno alquanto rigido; ma d'estate è così mite che molti, dalle regioni circostanti più calde, salgono lassù per qualche tempo a cercarvi ristoro.Gli abitanti sono sani e d'indole riflessiva, d'ingegno acuto e di complessione robusta; si distinguono nelle lettere e nelle arti liberali, come anche nella milizia; nessuna fatica, così al freddo come al caldo, riesce per loro insopportabile.Nel territorio bormiese non allignano le viti, nè gli alberi da frutta; si produce però del grano in abbondanza, così che non solo basta al consumo, ma ne rimane pure qualche eccedenza da esportare.


Cepina

Il bestiame grande e piccolo è moltissimo, perciò anche il latte e i latticini sovrabbondano. I monti possono accogliere per l'alpeggio estivo dalle seicento alle settecento mucche, non compresi gli ovini ed i vitelli. Una parte dei pascoli alpini viene affittata per un canone annuo; ma la parte maggiore viene sfuttata dai terrieri stessi. Nel Bormiese si ottiene inoltre molto miele, il quale è così squisito e salubre che non se ne trova in altri paesi di migliore. Fra i monti esistono qua e là vene d'oro, di argento, ferro, rame, allume, piombo e zolfo; però sono particolarmente sfruttate.
Gli abitanti di questo territorio hanno un reggimento distinto da quello della Valtellina. Essi infatti, come gente di confine e come padroni di passi importanti, ottennero in ogni epoca dai loro principi molti privilegi ed immunità, che ancora oggi sono in vigore. Possono eleggersi da sè il podestà, i giudici e il consiglio, non che tutti gli altri funzionari del territorio; ma li nominano per sorteggio, scansando così ogni competizione ed assicurando nel miglior modo la pace comune…
In questo modo ogni quattro mesi vengono eletti due consoli come capi, sedici consiglieri e tredici giudici: questi poi, dalle vallate adiacenti e dai villaggi dove abitano, si raccolgono insieme nel capoluogo di Bormio dove sorge il palazzo del Governo; giudicano in cause civili e penali, ma alla presenza e con la collaborazione del podestà, che presiede il consiglio, alla presenza del suo cancelliere e di due uscieri, incaricati di tutte le procedure giudiziarie. Il podestà viene ora inviato ai Bormiesi, ed a loro spese, dalle Eccelse dominanti Tre Leghe: ed ogni due anni all'incirca si sostituisce.


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Il Bormiese ha una costituzione locale scritta, detta statuto, e con essa si governa: per altro, in caso di controversia si può appellarsi al potere supremo, tanto in assemblea straordinaria, come in quella generale ordinaria, oppure ai commissari e funzionari a ciò deputati, ovvero anche alle onorevoli comunità del territorio. In guerra i Bormiesi si scelgono da sè il loro capitano e da sè fanno le leve di milizie, che costituiscono una bella ordinanza, ben provveduta di tutto il necessario.
Tutto il territorio di Bormio, nel quale l'anno 1608 io annoverai quattordicimila anime, è diviso in cinque comuni o vicinanze: il primo e più noto è quello di Bormio, che comprende il capoluogo con le sue adiacenze; il secondo è la Valfurva, che da Bormio risale a monte, lungo il corso del torrente Frodolfo; il terzo è la Val di dentro, che da Bormio si estende verso occidente: il quarto la Valle di sotto che giace lungo il corso dell'Adda, scendendo verso la Valtellina; il quinto ed ultimo è la Valle di Livigno, che si prolunga dalla Val di dentro sino al monte Fustani verso l'Engadina
Fra gli altri villaggi che dipendono dalla parrocchia di Bormio, di fronte a questo, ma al di là del Frodolfo, sulla riva sinistra dell’Adda, giace Piatta ad una certa distanza; nel 1603, il giorno della festa di San Lucio, patì un terribile incendio; ma poi venne riedificato. Più lontano, a valle di Bormio e dalla stessa parte dell’Adda, sorge il villaggio di Piazza, l’ultimo che dipende dalla chiesa di Bormio. Dalla parte opposta dell’Adda, sovra un ripiano del monte, si vede il villaggio di Oga, che potrebbe essere chiamato Occhio, poiché a guisa di occhio da ponente guarda giù verso Bormio. .. La quinta parrocchia del territorio di Bormio è quella della Madonna, a Cepina; paese questo che giace nella Valle di sotto, scendendo da Bormio, lungo la riva destra dell’Adda. Da Cepina dipendono la frazione di Morignone, che si estende lungo le due rive dell’Adda, e le chiese di San Bartolomeo e di San Brizio."


Piatta

Sempre sul finire del Cinquecento, le Tre Leghe Grigie concessero al vescovo di Como Feliciano Ninguarda, per la sua origine morbegnese, il permesso di effettuare una celebre visita pastorale, nel 1589, di cui diede un ampio resoconto, pubblicato nella traduzione di don Lino Varischetti e Nando Cecini. Vi leggiamo:
“Bormio ... giace in un'ampia pianura tra due fiumi, l'Adda a sinistra e il Frodolfo a destra. ... Benché Bormio sia famoso è tuttavia isolato con alcuni paesi e contrade a lui soggetti; la sua giurisdizione si estende in linea retta per circa dieci miglia e in larghezza per circa un quarto, eccetto vicino a Bormio dove si allarga per due miglia...
La chiesa di Santa Maria di Piatta … dista un paio di miglia dalla matrice sullo stesso monte, ma più in basso. La chiesa di S. Maria e di S. Giovanni Battista e S. Giovanni Evangelista di Piazza dista due miglia dalla matrice. Sul monte di Oga appena fuori del paese vi è la chiesa curata, dedicata a San Lorenzo, distante più di due miglia da Bormio; officia in essa in veste di vicecurato il sacerdote Giovanni dei Fogliani, canonico. Sullo stesso monte di Oga vi è un’altra chiesa, dedicata a S. Colombano, incorporata alla predetta chiesa di S. Lorenzo, distante da Bormio sei miglia. …


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Sulla strada discendendo da Bormio verso la Valtellina oltre l’Adda vi è una frazione, Cepina, distante da Bormio due miglia, dove c’è una chiesa molto bella, recentemente riedificata e dedicata a S. Maria, sufficientemente provvista di calici e degli altri paramenti necessari. Serve in essa in qualità di vicecurato il sacerdote Bartolomeo Fracassolo di Bormio: sotto la sua cura sono poste anche le seguenti chiese con le relativa frazioni, tutte poste al di qua dell’Adda. La chiesa di S. Maria Maddalena con la frazione da cui prende il nome, distante da Bormio quattro miglia. Nella frazione di Morignone, distante da Bormio cinque miglia, c’è la chiesa dedicata a San Bartolomeo Apostolo. A mezzo miglio oltre la predetta frazione di Morignone e alquanto fuori strada, sulla sinistra, vi è un’altra chiesa dedicata a San Martino Vescovo, detta di Serravalle, che un tempo fu abbazia; ne sono testimonianza i resti del monastero che ancora oggi appaiono dove c’è ancora qualche casa rustica. A un altro mezzo miglio oltre la predetta chiesa di S. Martino vi è un’altra chiesa dedicata a S. Brizio, da cui prende nome la frazione, che è l’ultima della giurisdizione dei Bormiesi verso la Valtellina; infatti a un quarto di miglio dalla frazione di San Brizio c’è la ... Serra, dopo la quale incomincia immediatamente la Valtellina. ...
Tra i due monti in un luogo stretto distante da Bormio sei miglia c'è un muro alto e stretto, tanto che per di lì nessuno può passare se non attraverso una porta costruita vicino al fiume; codesta posta in tempo di guerra o di pestilenza è ben custodita e per questo è chiamata Serra, cioè la chiusa di quei monti, e separa la comunità Bormiese dalla rimanente parte della valle che è chiamata Valtellina


La chiesa della B. V. Assunta a Cepina

Nel 1617, a Basilea, viene pubblicata l'opera "Pallas Rhaetica, armata et togata" di Fortunat Sprecher von Bernegg, podestà grigione di Teglio nel 1583 e commissario a Chiavenna nel 1617 e nel 1625; vi si legge (trad. di Cecilia Giacomelli, in Bollettino del Centro Studi Storici dell’Alta Valtellina, anno 2000):
"Dapprima ci recheremo nel territorio di Bormio, che si trova nella parte alta ed è circondata tutt'intorno da alte montagne, come pure da una cinta di mura. Bormio è collegata alla Valtellina solo da uno stretto passaggio, attraverso cui scorre il fiume; in questo luogo in tempi antichi si trovava una fortificazione per la difesa del territorio. Il territorio del Bormiese si divide in cinque Vicinanze, che possiamo anche definire cinque piccoli comuni.
I Il primo è il territorio principale di Bormio, che dà il nome all'intera zona. La ridente località, fortificata da alte torri, ha subito notevoli danni a causa dei numerosi incendi. A Bormio hanno la loro sede l'arciprete, i canonici e le autorità. Al territorio appartengono i paesi di Piazza, Piatta, Oga e Fumarogo. Fumarogo significa fumans rogus, ossia pira fumante e deve il suo nome ad una triste circostanza. Infatti, quando al tempo di Filippo Maria Visconti i Veneziani rasero al suolo la Valtellina e penetrarono nel Bormiese, gli abitanti del luogo li attaccarono e li cacciarono. Per non infestare l'aria, i loro cadaveri vennero arsi. Nel 1503, nel giorno di Santa Lucia, questa zona fu funestata da un incendio.
II Il secondo comune è quello di Valfurva (Val Forba)... III Il terzo comune è Valdidentro (la valle interna) ... IV Il quarto comune è la Valdisotto (valle di sotto) ... V Il quinto comune, la valle di Livigno ...


La frana della Val Pola (ottobre 2018)

Abitando nelle immediate vicinanze del confine, i valligiani godono da sempre di notevoli diritti e libertà. Per questo, al fine di evitare irregolarità e situazioni spiacevoli nelle votazioni, si procede per estrazione utilizzando fagioli neri e bianchi. All'inizio di maggio ci si riunisce per la distribuzione delle cariche pubbliche; per l'occasione presenziano nel grande consiglio di zona sessanta rappresentanti del popolo per la zona principale di Bormio, altrettanti per le tre valli, mentre Livigno partecipa solamente con tre. I rappresentanti del popolo eleggono due Ufficiali che ricoprono la carica più alta, e i Consiglieri. Sedici consiglieri giudicano in materia penale: dieci di essi sono di Bormio, mentre i rimanenti sei provengono dalle valli. La materia civile compete invece a tredici consiglieri o emettitori di sentenze, tutti provenienti da Bormio. La valle di Livigno dispone, per i casi più semplici, di un proprio balivo civile. Per l'emissione delle sentenze queste popolazioni seguono determinate leggi locali e adottano ordinamenti propri. Tutti i ricorsi pervengono ai consiglieri delle Tre Leghe nella dieta federale. Il territorio di Bormio ha il proprio capitano militare e i propri ufficiali che presiedono un drappello di 500 uomini.


La frana della Val Pola e la cima Piazzi

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Molto interessante, per la situazione di Bormio nel primo quarto del Seicento, anche la testimonianza di Giovanni Tuana, nel “De rebus Vallistellinae” (“Fatti di Valtellina”, a cura di Tarcisio Salice, traduzione dal latino di Abramo Levi, Sondrio, Società Storica Valtellinese, 1998):
Bormio, estremo lembo della regione e dell'Italia, segna il confine con Reti e Germani tramite montagne scoscese e aspre poste a settentrione a mo' di baluardo; a oriente confina con le Venezie e il Trentino, a cui si giunge attraverso la Valfurva e il passo Gavia, sempre di difficile ascesa e coperti di nevi perenni; a occidente la via si apre verso i Reti dell'Engadina e i Sammariani, attraverso una valle buia per le [sue] gole, ma con numerosi villaggi; a sud si trova la Valtellina.
... Il resto del contado di Bormio si divide in valli: la Valfurva, ovvero quella orientale, quella occidentale ossia la Val di Dentro, quella meridionale ovvero Cepina e Oga, paese montano...
A tre miglia dal paese di Cepina, verso mezzogiorno, presso gli estremi confini della Valtellina, all'incrocio quasi dei due versanti della montagna, una muraglia venne inserita nella muraglia delle montagne, e tutta la valle è così chiusa, non essendoci altra via per entrare nel Bormiese o per uscirne che una porta custodita, protetta da una torricella con fossati e cinte, sopra lo scrosciare dell'Adda."
La visita pastorale del Ninguarda rappresenta un’eccezione: le autorità grigione, infatti, avevano promosso, nella seconda metà del cinquecento, una politica tesa a favorire la penetrazione della Riforma in Valtellina e nelle contee di Chiavenna e Bormio, il che aveva creato un clima di sempre maggiore tensione, essendo qui la popolazione pressoché interamente cattolica. Questa politica portò, in particolare, all’espulsione dei Padri della Compagnia di Gesù che erano a Bormio predicavano, confessavano e si dedicavano all’istruzione. La riforma non attecchì, però: a Bormio solo tre persone vi aderirono.
Il Seicento fu un secolo di ferro non solo per la Valtellina, ma anche per la Magnifica Terra, che risentì della fase di guerra nel contesto della Guerra dei Trent'Anni, ma anche del progressivo irrigidirsi del clima nel contesto della cosiddetta Piccola Età Glaciale, che si protrasse fino agli inizi dell'Ottocento.


Apri qui una panoramica dall'alpe di Profa Alta

La situazione andava precipitando. Nel 1618 in Europa ebbe inizio la Guerra dei Trent’Anni, nella quale Valtellina e Valchiavenna furono coinvolti come nodi strategici fra Italia e mondo germanico.
A Sondrio, al colmo delle tensioni fra cattolici e governanti grigioni, che favorivano i riformati in valle, venne rapito l’arciprete Niccolò Rusca, condotto a Thusis per il passo del Muretto e fatto morire sotto le torture. Due anni dopo, il 19 luglio del 1620, si scatenò la rabbia della nobiltà cattolica, guidata da Gian Giacomo Robustelli, con la sollevazione anti-grigione e la caccia al protestante, nota con l’infelice denominazione di “Sacro macello valtellinese”, che fece quasi quattrocento vittime fra i riformati. Fu l’inizio di un periodo quasi ventennale di campagne militari e battaglie, che videro nei due schieramenti contrapporsi Grigioni e Francesi, da una parte, Imperiali e Spagnoli, dall’altra.
Bormio si trovò di nuovo in mezzo ad un conflitto fra potenze contrapposte: la scelta fu quella di persuadere il Podestà grigione e riformato Christel Floris di Partenz lasciare il Contado, con una scorta di armati che gli garantisse l’incolumità. I Bormini non erano entusiasti di quello che era accaduto, ma temevano possibili atti di forza dei Valtellinesi, per cui conclusero con loro, il 24 luglio del 1620, un patto di alleanza tra Bormini e Valtellinesi. I Grigioni tentarono di riportare Bormio dalla propria parte offrendo 30000 zecchini veneti per avere libertà di passaggio nella campagna che stavano organizzando per riprendere la Valtellina. I Bormini, per tutta risposta, uccisero al ponte di Turripiano il loro ambasciatore e cancelliere di Zug, Giovanni Zuccaio, col suo segretario. Frattanto i Grigioni, calando dalla Valmalenco, occuparono Sondrio e ricevettero aiuti da Berna e Zurigo, oltre che dai Veneziani. I Valtellinesi ottennero, invece, protezione dalla Spagna ed il Duca di Feria, governatore di Milano, dichiarò la guerra ai Grigioni. Bormio era di nuovo minacciata, perché le milizie bernesi e zurighesi, al comando del colonnello Müller, e quelle delle Tre Leghe, al comando del colonnello Güler, attraverso Livigno, il passo d'Eira e la Val Viola, marciarono sulla città, vincendo ogni resistenza.
Una Bormio spopolata per la fuga di buona parte della popolazione sui monti, fu per 12 giorni sottoposta ad un saccheggio (il terzo nella sua storia) profanatore dai soldati avidi di vendetta e di bottino.


San Bartolomeo di Castelaz

Le milizie proseguirono passando per la Valdisotto e saccheggiando Sondalo, Tiolo, Grosio e parte di Grosotto. A Tirano avvenne la battaglia decisiva: l'11 settembre del 1620 le truppe dei ribelli cattolici, aiutate da contingenti spagnoli, sconfissero quelle riformate. Queste il 14 settembre abbandonarono Bormio ripiegarono in Engadina, lasciando dietro di sé una situazione di desolante devastazione che riportava alla memoria lo scempio operato dalle truppe viscontee nel 1376. Ci si misero, infatti, anche gli Spagnoli che inseguivano le truppe retiche ad aggravare lo scempio. Scrive, nella sua cronaca, Giasone Fogliani che questi, anziché aiutare la popolazione provata, "incominciarono anche essi a rubbare, aggravare et a farsi contribuire dal povero paese [...] et duemilla guastadori incominciando un forte reale dentro in mezzo della campagna, qual occupava seimilla pertiche di terreno dei migliori, senza pagar cosa niuna, così per niente, e essi occuporno la maggior parte delli nostri campi nel forte et in strade." Un anonimo scrittore del Seicento ci informa che morirono i due terzi dei Bormini "per paure et mali diportamenti de Spagnoli et male di mangiare, che è compassion a narrare di queste cosa".
Mentre si costituiva la Repubblica di Valtellina, Bormio chiese agli Spagnoli di conservare le tradizionali autonomie. Questi accondiscesero, a patto i poter edificare a poche centinaia di metri dal borgo il forte Dos de Lugo.
La pesante intrusione della Spagna in Valtellina e nel Bormiese suscitò in Europa una pronta reazione:  nel febbraio 1624 si costituì una lega antispagnola, fra Francia, Venezia, Leghe Grigie e Savoia. Avvampò di nuovo la guerra, ed il marchese di Coeuvres, a capo delle truppe della lega, assediò e prese Tirano e Sondrio. Le truppe della lega ripresero anche Bormio, che il 3 dicembre 1624 accettò di tornare sotto la protezione delle Tre Leghe Grigie. Il 5 marzo 1626, il Trattato di Monzon riportò la Valtellina ed i Contadi di Bormio e di Chiavenna alla situazione antecedente al 1620, con la garanzia, però, che l’unica religione ammesse era quella cattolica.


La crus sulla cima del monte Vallecetta

Ma la Valtellina godette solo per breve periodo della riguadagnata pace: il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo.
La contea di Bormio riuscì ad evitare il flagello nel 1630, grazie ad un cordone sanitario alla storica stretta di Serravalle. Ugualmente, però, la peste si affacciò nel 1635. A tale flagello è connesso quello della caccia alle streghe: fra il 1631 ed il 1633 vennero decapitate e bruciate trentaquattro persone fra uomini e donne. Tale caccia era però giè iniziata nei secoli precedenti: secondo uno scrittore tedesco in Valtellina e nei contadi ne vennero uccise 300 fra il 1512 ed il 1531. Procerssi e condanne a morte, poi, proseguirono per tutto il Seicento ed il Settecento. Nel Bormiese l'ultima strega condannata a morte fu Elisabetta Rocca, di Oga, nel 1715.


Apri qui una panoramica da Oga sulla Reit e Bormio

L’iniziativa della Francia riportò la guerra in Valtellina, con le campagne del francese duca di Rohan, alleato delle Tre Leghe Grigie, contro Spagnoli ed Imperiali. Il duca, penetrato d'improvviso in Valtellina nella primavera del 1635, con in una serie di battaglie, a Livigno, Mazzo, S. Giacomo di Fraele e Morbegno, sconfisse spagnoli e imperiali venuti a contrastargli il passo. Prima della vittoria francese, però, Bormio dovette subire, per tre settimane, un quarto catastrofico saccheggio, il peggiore, ad opera degli Imperiali del Fernamont, alleati della Spagna: le cronache narrano che in una sola giornata questi fecero 142 vittime. Poi, nel 1637, la svolta, determinata da un inatteso rovesciamento delle allenze: i Grigioni, che pretendevano la restituzione di Valtellina e Valchiavenna (mentre i Francesi miravano a farne una base per future operazioni contro il Ducato di Milano), si allearono segretamente con la Spagna e l'Impero e cacciarono il Duca di Rohan dal loro paese. Le premesse per la pace erano create e due anni dopo venne sottoscritto il trattato che pose fine al conflitto per la Valtellina: con il Capitolato di Milano del 1639 i Grigioni tornarono in possesso di Valtellina e Valchiavenna, dove, però l’unica religione ammessa era la cattolica. I Grigioni restaurarono l'antica struttura amministrativa, con un commissario a Chiavenna, un podestà a Morbegno, Traona, Teglio, Piuro, Tirano e Bormio, ed infine un governatore ed un vicario a Sondrio.
Terminava il periodo più nero della storia della contea di Bormio e della Valtellina. Si stima che la popolazione complessiva della Magnifica Terra sia scesa da circa 15.000 a circa 10.000 anime. Ne risentì fortemente l'economia.


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Il Settecento fu, nel complesso, in Valtellina e Valchiavenna, secolo di ripresa economica, non priva, però, di arresti e momenti difficili, legati soprattutto ad alcuni inverni eccezionalmente rigidi, primo fra tutti quello memorabile del 1709 (passato alla storia come “l’invernone”, “l’inverno del grande freddo”), quando, ad una serie di abbondanti nevicate ad inizio d’anno, seguì, dal giorno dell’Epifania, un massiccio afflusso di aria polare dall’est, che in una notte gelò il Mallero e parte dell’Adda. Ed ancora, nel 1738 si registrò una nevicata il 2 maggio, nel 1739 nevicò il 27 ed il 30 marzo con freddo intenso, nel 1740 nevicò il 3 maggio, con freddo intenso e nel 1741 nevicò a fine aprile, sempre con clima molto rigido e conseguenze disastrose per le colture e le viti.
Alla metà del settecento risalgono queste note dello storico Francesco Saverio Quadrio, nelle “Dissertazioni storico-critiche sulla Rezia…” (1757):
Il Contado di Bormio è il Confine, e il Termine della Valtellina ugualmente, che dell'Italia, il quale dal Settentrione, mediante i Retici Gioghi, da' Germani e da' Reti l'una e l'altra divide. Dall'Oriente ha i Veneziani, e i Tirolesi, a' quali per la Val Furva, e per il Monte Gavio si passa, Strada in oggi scoscesa, e per le nevi difficile; ma da' Romani ab antico assai frequentata. Dall'Occidente per una Valle, oscura veramente, ed angusta, ma pur di Terre, e di Borghi assai zeppa, confina con gli Engaddini: e fa via altresì a Poschiavo; e dal Mezzogiorno si continua colla Valtellina, di cui è Parte: nè cominciò a far Governo da sè, che quando smembrato da essa, ne furono i Venosta dagl'Imperadori investiti: e fu tal Porzione per ciò da loro eretta in Contado. Esso è diviso in cinque Comunità, che sono Bormio, la Val Furva, la Valle di Pedenosso, la Valle di Cepina, e la Valle di Luvino: le quali cinque Comunità comprese erano dagli Antichi sotto il nome di Breoni o Breuni: e tali cinque Comunità sono da alte Montagne all'intorno circondate per modo, che non lasciano che una sola apertura, chiamata la Serra, per dove l'Adda nel rimanente della Valtellina trapassa, con a lato contigua sul Piè del Monte la Via.
A Bormio s'aspettano anche i Villaggi, o Terre di Piazza, Piatta, Oga, e Fumarogo, che con esso una sola Comunità costituiscono....
La quarta Comunità è la Valle Inferiore, dove è Cepina, Tolla, Murignone, Santa Maria Maddalena, e San Martino. Sopra un Rialto, che a Murignone sovrasta, vi si veggono ancora i Rottami di una Torre assai vecchia. Chiudesi questa Valle, dove si dà mano colla Valtellina, con un Passo chiamato la Serra, ugualmente angusto, che il detto qui sopra, dove vi aveva e Castello, e forte Muro con Torre, per la cui Porta era mestieri passare a chi voleva entrare nel Contado, o uscirne."


La chiesa di Oga

Il Settecento è secolo di generale per quanto timida ripresa economica.
Nel quadro più ampio della storia della Magnifica Terra e della Valtellina il Settecento vede crescere il malcontento contro il dominio delle Tre Leghe Grigie nei tre terzieri di Valtellina, ma anche in Valchiavenna, soprattutto per la loro pratica delle di mettere in vendita le cariche pubbliche. Tale vendita spettava a turno all'una o all'altra delle Leghe e chi desiderava una nomina doveva pagare una cospicua somma di denaro, di cui si sarebbe rifatto con gli interessi una volta insediato nella propria funzione, esercitandola spesso più per amore di lucro che di giustizia. Per meglio comprendere l’insofferenza di valtellinesi e valchiavennaschi, si tenga presente che la popolazione delleTre Leghe, come risulta dal memoriale 1789 al conte di Cobeltzen per la Corte di Vienna, contava circa 75.000 abitanti, mentre la Valtellina, con le contee, superava i 100.000. I Bormini, però, non si associarono al coro delle lamentele: per loro la sudditanza alle Tre Leghe era molto più formale che sostanziale. Da altri versanti, cioè dalla Valtellina, poteva venire un’autentica minaccia alla loro autonomia. Fu, comunque, la bufera napoleonica a tagliare il nodo di Gordio, con il congedo dei funzionari Grigioni e la fine del loro dominio, nel 1797. I Bormini, in verità, temendo di perdere la loro plurisecolare autonomia, erano oltremodo riluttanti a separare la propria sorte da quella delle Tre Leghe, ma si indussero ad aderire alle istanze dei Valtellinesi per paura di ritorsioni.


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Napoleone intendeva inizialmente associare Valtellina e contadi, su un piano di parità, alle Tre Leghe Grigie; queste, però, dopo un referendum, rifiutarono, cosicché egli, il 22 ottobre 1797, decise di annettere queste terre alla Repubblica Cisalpina. Bormio aveva tentato, invano, il 17 ottobre 1797 di essere dichiarato provincia separata dalla Valtellina.
Si colloca in questo contesto l'esecuzione sommaria del conte Gaetano (o Galliano) Lechi, che godeva presso la popolazione locale della pessima fama di essere un fautore delle più radicali idee giacobine ed era in odore di empia complicità con il diavolo in persona (veniva chiamato "il conte-diavolo"). Venne gettato nell'Adda il 23 luglio del 1797 insieme ai suoi compagni Giambattista Silvestri e Vincenzo Zuccola. Così ne parla la Guida alla Valtellina (1884, II ed.) a cura di F. Besta per il CAI di Sondrio:
"Ceppina ricorda un triste episodio. Fu qui che a furor di popolo, e senza verun procedimento giudiziario, venne nel giugno 1797 barbaramente ucciso il conte Gaetano Lechi, esule bresciano d’illustre famiglia, ma di scellerati costumi e di torbide idee, il quale fu colto dal popolo sollevato al suono della campana a martello, mentre inseguiva la deputazione bormiese al generale Bonaparte. Il suo cadavere gettato nell’Adda fu trasportato dalla corrente, e se ne trovò dopo molti giorni un brano sulla riva del fiume a S. Giacomo nel comune di Teglio."


Apri qui una panoramica sul passo di San Colombano

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Il 1797 segna la fine definitiva del Contado di Bormio e dei suoi autonomi statuti. Invano, fra il 1814 ed il 1815, dopo la caduta di Napoleone, Bormio tentò di riconquistare l’autonomia aggregandosi ai Cantoni Svizzeri: il Congresso di Vienna sancì la sua definitiva inclusione nel Regno Lombardo-Veneto, dominio degli Asburgo d’Austria. La severa amministrazione asbuargica, peraltro, non era scevra di iniziative volte a migliorare la situazione infrastrutturale dei suoi domini: così, nel 1825, su progetto dell’ingegner Donegani, venne tracciata quella strada dello Stelvio che costituì un autentico capolavoro di ingegneria.
Durante le guerre risorgimentali la Valdisotto fu teatro di due importanti fatti d'armi, di cui parla la Guida alla Valtellina (II ed, 1884) curata da F. Besta per il CAI di Sondrio:
"Il ponte del Diavolo è un ponte di pietra ad un solo arco, che varca l’Adda ove la gola è ancora più stretta per un masso che si protende al sud. E il suo tristo nome più che alla sua altezza debbesi ai tetri suoi contorni, alle battaglie qui combattute, e alle tradizioni popolari che vi si riferiscono. Anche recentemente questa stretta gola fu teatro di accesi combattimenti. Il 26 giugno 1859 le truppe garibaldine vi batterono una colonna di Austriaci. E per un’ultima volta le scoscese pareti di questo burrone ripercuotevano il rombo del cannone l’11 luglio 1866, giorno che va annoverato fra i più onorevoli per la Valtellina. Qui principiò alle quattro ore del mattino un combattimento che ebbe fine la sera, quando già era scesa la notte, oltre venti chilometri più lontano, ai piedi della Sponda-lunga, fin dove furono costretti a ritirarsi gli Austriaci, abbandonando posizioni ritenute inespugnabili. Questo fatto d’armi è a ragione annoverato fra i più brillanti della campagna del 1866 e fu vinto da una legione di guardia nazionale guidata dal colonnello Enrico Guicciardi e raccolta pochi giorni prima."


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L'andamento della popolazione dall'Unità d'Italia alla prima guerra mondiale segna una crescita costante. Gli abitanti sono 1992 nel 1861, 2137 nel 1871, 2313 nel 1881, 2560 nel 1901 e 2643 nel 1911.
La Valdisotto della seconda netà dell'Ottocento viene così tratteggiata nella II edizione della Guida alla Valtellina curata da Enrico Besta ed edita dal CAI di Sondrio nel 1884:
Poco oltre il Ponte del Diavolo trovansi le rovine della Serra. Con questo nome solevansi indicare le rocche erette nelle strette gole a difesa delle frontiere, e qui erano appunto i confini tra l’antico Contado di Bormio e la Valtellina propriamente detta. Negli Statuti particolari del Contado vi era un articolo che vietava ai Bormiesi di far causa comune colla Valtellina. Fortunatamente la disparità degli interessi, e quindi la cagione di discordia, ora è scomparsa, e qui, come in altre parti d’Italia, gli avanzi abbandonati di antiche rocche valgono appunto a ricordare un’età e una condizione di cose per sempre passata, facendo riflettere quanto poco essa sia a rimpiangersi, e quanto migliori siano i tempi nostri.
La Rocca di Serravalle. Nelle lotte (secoli XII e XIII tra la curia di Como, che pretendeva avere un diritto eminente sulle terre dell’alta Valtellina, i Venosta, che esercitavano dei diritti feudali a nome dell’Impero, e i Bormiesi, che lottava
no per la loro indipendenza, troviamo nominato frequentemente questo castello sotto il nome di Rocca di Serravalle. Un trattato del 1201 fra Comaschi e Bormiesi e un secondo trattato giurato solennemente sulla piazza di Tirano il 3 luglio 1220 da Artuico Venosta e suoi militi, e dal podestà e ambasciatori di Como, stabiliscono, tra l’altre cose, che la Rocca di Serravalle sia consegnata definitivamente ai Comaschi. Bormio e la Rocca di Serravalle passavano sotto il dominio del ducato di Milano l’anno 1350. La rocca fu in parte smantellata dopo una sollevazione di Bormiesi, vonta da Giovanni Cane, capitano di galeazzo Visconti (1375). Fu poi distrutta completamente dagli Svizzeri comandati dal colonnello Muller nella guerra del 1620 tra i Valtellinesi insorti e i Grigioni.


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Un quarto d’ora più in alto, a destra, sul monte trovasi in mezzo ai prati la vecchia chiesuola di S. Martino. In un documento, citato dal Quadrio, dicesi che Alberico, vescovo di Como, fondata l’abbazia di S. Abondio nel 1073, donò a quei monaci benedettini la sopradetta chiesa di S. Martino; e il chiaro storico vuole che quivi i monaci di San Benedetto avessero prima un monastero. Nel 1205 papa Innocenzo III, ricevuto il monastero di S. Abbondio con tutte le sue rendite, sotto il patrocino della Santa Sede, enumera le chiese soggette a quell’Abadia … La strada corre serrata in angusta gola or sull’una or sull’altra sponda del fiume, per evitare le frane, fino a S. Antonio Morignone, ove la valle s’allarga alquanto e diventa meno aspra e sterile. In questo villaggio trovasi una fornace per cuocere mattoni e tegole.
In alto sopra una rupe sorge la chiesa di San Bartolomeo. In questa chiesuola trovansi pregevoli affreschi del Valorsa assai ben conservati. … Dopo S. Antonio di Morignone la valle diventa sempre più ampia, e cresce lo spazio di cielo che può comprendersi collo sguardo. Questo domina anche ad occaso le parti più elevate del monte disseminate di casali o cascine. Sui suoi fianchi più bassi vedesi Tiolo e S. Maddalena, e al di là il tetro burrone di Mezzaniga.


Piatta e la Valdisotto

A Tola di nuovo si ravvicinano i monti precludendo lo sguardo alla vallata di Bormio; ma giunti presso Ceppina, villaggio che trovasi sulla destra dell’Adda in un’altura, il paesaggio muta repentinamente e discopre allo sguardo un vasto, e vario, e bellissimo panorama. Un ampio e verde bacino di forma triangolare, piano per la maggior parte, ma qua e là interrotto da alture, ci annuncia che siamo giunti all’ultimo altipiano della Valtellina. A sinistra scorre l’Adda, nella quale si getta il torbido Frodolfo. Le falde dei monti, non erte, né scoscese, son verdi di foreste e prati; scorgesi a sinistra lo sbocco della Val Viola e di quella del Braulio, e tra l’una e l’altra il Monte delle Scale, a destra lo sbocco della Val Furva, dond’esce il Frodolfo. E al disopra di questi pendii s’innalzato, quantunque celate allo sguardo, da una parte le superbe piramidi del piz Colombano, del Rinalpi e della Cima de’ Piazzi; dall’altra la cima di Gobbetta e il suo non antico ghiacciaio. Solo al nord si elevano, ampiamente dominate dall’occhio, le frastagliate e rocciose creste della Reit, muro gigantesco con maestose pareti verticali, la cui forma e il colore accennano a roccia calcarea. …


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Dopo Ceppina la strada, mantenendosi sempre sulla sponda sinistra del fiume, corre tra prati e boschi fino al confluente del Frodolfo nell’Adda, ove sorge il villagigo di S. Lucia, poi passa il primo torrente, e, volgendo a destra, entra in Bormio. … La Madonna e il villaggio di Oga giaciono in mezzo a peati e campi, in posizione stupenda, sul dosso che sorge di fronte a Bormio. Di là si gode di una bella veduta sui bagni, su Bormio, sulle valli che convergono nel suo piano, e sulle creste e i ghiacciai che le sormontano. Lassù si sta erigendo un forte che difenderà gli sbocchi dello Stelvio, del Fraele e di Valle di Dentro. E si sta anche costruendo una strada carrozzabile che vi conduca da S. Lucia, e un ponte di ferro sull’Adda. Frattanto vi guida una strada mulattiera. La salita non esige più di tre quarti d’ora da Bormio. …”

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La prima guerra mondiale vide la comunità di Valdisotto collocata appena al di qua della linea di fuoco, dal momento che il fronte correva dal passo dello Stelvio alle cime del gruppo dell'Ortles-Cevedale, ed i bombardamenti austriaci cadevano nella conca di Bormio. In questo contesto giocò un ruolo importante una struttura posta a monte di Oga, il forte Venini.
Il forte, legato alla memoria del capitano valtellinese Venini, medaglia d'oro al valor militare, fu costruito grazie al lavoro di oltre 400 uomini dal 1908 al 1912, in un periodo nel quale l'Italia era ancora formalmente alleata dell'Impero Austro-Ungarico, il che lascia supporre che già si pensava ad un possibile ribaltamento delle alleanze. Era una struttura poderosa, progettata per essere pressoché inespugnabile. Furono infatti impiegati grossi blocchi di pietra ricoperti da uno spessissimo strato di cemento, oltre ad enormi quantità di ghiaia e sabbia della vicina val Cadolena (venne usata una decauville per trasportare il materiale), per renderne particolarmente robusta la struttura.


Oggetti della Grande Guerra al Forte Venini

Oggetti della Grande Guerra al Forte Venini

Oggetti della Grande Guerra al Forte Venini

Oggetti della Grande Guerra al Forte Venini

Oggetti della Grande Guerra al Forte Venini

Oggetti della Grande Guerra al Forte Venini

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale i suoi cannoni da 120 millimetri iniziarono a sparare oltre il passo dello Stelvio, in territorio austriaco, su Trafoi e Gomagèi, ma anche sulla prima linea austriaca in cima al monte Scorluzzo e presso il passo dello Stelvio. La loro gittata raggiungeva infatti i 13 chilometri. Il tiro era controllato da vedette sulla cima di Trafoi, che comunicavano con il forte mediante una linea telefonica. Il fuoco di sbarramento fu decisivo per bloccare nel luglio del 1918 una forte offensiva degli Austriaci. Il forte rimase operativo fino al 1958, quando venne chiuso (i cannoni furono venduti come ferraglia).
Oggi viene aperto al pubblico negli orari di visita (cfr. http://www.fortedioga.it/). Una visita interessantissima, che permette non solo di osservarne la struttura, compresa la polveriera dove venivano fabbricati i proiettili, ma anche di visitare un piccolo museo che raccoglie cimeli e reperti della Grande Guerra, con una forte valenza istruttiva e suggestiva.
Una targa sull'edificio del Municipio di Valdisotto, a Cepina, ricorda i caduti nella prima Guerra Mondiale: Bedognè Clemente fu Clemente, Bracchi Gaspare di Lorenzo, Bracchi Giuseppe fu Cesare, Colturi Giuseppe di Giovanni, De Gasperi Agostino fu Abramo, Donagrandi Elia fu Rocco, Pedranzini Felice di Silvestro, Pedranzini Giacomo di Rocco, Pedranzini Silo fu Modesto, Pedrini Andrea di Lorenzo, Troncana Virgilio di Vincenzo, Valzer Martino di Ferdinando e Bedognè Giuseppe di Geremia.


Chiesa di S. Maria Maddalena

Arte ed economia della Valdisotto fra le due guerre sono riassunte nella sintesi che ci offre, nel 1928, Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata” (V edizione):
A km. 2 oltre Le Prese il Ponte del Diavolo (metri 1002) porta sull’altra sponda della valle. Poco più avanti è la Serra, ove si scorgono gli avanzi della Torre che con un Castello ivi chiudeva il Contado di Bormio, rovinato nel 1375 dalle truppe dei Visconti e nel 1620 dagli Svizzeri. Più in là si vede sopra un’altura la Chiesa di San Martino di Serravalle con una Madonna del Marni e affreschi del 1494 nella piccola abside. Questa chiesa esisteva sino dal 1013 … e fu dal Vescovo di Como concessa ai Benedettini con le sue rendite.
A km. 2 oltre la Serra si raggiunge il villaggio di S. Antonio di Morignone (m. 1095), frazione del Comune di Val di Sotto (uff. post). I monti che fiancheggiano in questo tratto la valle sono ricchi di ottimi graniti. Visitando a destra la valletta di Presura, si arriva a degli ameni laghetti, e per una profonda spaccatura nel marmo bianco venato in azzurro, fra i monti Gobbetta e Sobretta, descritta e ammirata dallo Stoppani, si può scendere a S. Caterina.


Apri qui una panoramica di Santa Lucia

Nella chiesa di S. Bartolomeo (m. 1235), posta su un poggio sopra S. Antonio Morignone, alla quale si sale in 20 minuti, sono frescati dal Valorsa sotto l’arco e nei riparti della volta gli Apostoli e i Dottori della Chiesa Latina, sei Angeli con i simboli della Passione, S. Maria Maddalena, S. Agnese, S. Caterina e altri santi. Dietro l’altare, coperto dall’ancona, deve trovarsi dipinto, secondo don S. Monti, il Crocifisso. Ai lati si vedono i Santi Gervaso e Protaso, e una iscrizione latina illeggibile e il nome dell’autore. Le pareti laterali, e quella interna alla facciata, portano affreschi colla data del 1393 di stile bizantino, con disegno ed espressione ingenui e primitivi, furono tramezzati da una specie di cantoria. Dal poggio si gode un esteso panorama.
Proseguendo la strada, e lasciato dopo un paio di km. il villaggio di Tola (m. 1132), si giunge dopo un altro km. a un ponte sull’Adda che dà accesso al lato destro del fiume ed all’abitato di Cepina (m. 1139 – P. T. - auto e messagg. per Bormio e Tirano), sede del Comune di Val di Sotto (ab. 2558 – alb. Cepina di recente rinnovato e ingrandito – varie osterie – latt. turn. - mutua assicurazione bestiame – cooperativa di consumo ed agricola –
altra a Morignone, società elettrica a Piatta, Asilo infantile), villaggio molto pittoresco visto dalla riva sinistra dell’Adda.


Apri qui una panoramica sull'alpe di Profa di sopra

Nella Chiesa, dedicata a S. Maria Maddalena, e che rimonta al 1400, esistono due quadri del 1671 di C. Marni ed una Croce processionale in rame dorato del secolo XVI. Pregevoli gli affreschi della lunetta sopra la porta, del 1499, e del fianco. L’ossario, frescato da P. Ligari nel 1733 per cento fiorini, è chiuso da una bellissima cancellata di ferro battuto, monumento nazionale che, secondo il dott. Monti, è fra le più belle della Valle, e forse della Diocesi di Como. Occupa lo spazio di tre arcate a pieno centro, sostenute da eleganti e svelte colonnine di sienite. I cancelli laterali misurano m. 3X2,70. Correttissimo ed elegante il disegno, … una opera veramente di gran pregio. Fu eseguito in Cepina nel 1737 ed anni successivi, si vuole da un Carlo Colturi, in una fucina di cui tuttora s’indica la località, e costò L. 12.000.
Nell’oratorio, oltre a una tela assai bella di Vittorio Ligari, è degna di ammirazione un’ancona intagliata e dipinta, d’arte tedesca, della fine del 400. E’ munita di sportelli e divisa in tre nicchie: a sinistra vi è la statua di Santa Barbara; in mezzo la Madonna col Bambino; a destra altra statua di Santa (S. Maddalena?). Il basamento porta ai lati le statue di S. Antonio e di S. Rocco; in mezzo un grazioso altorilievo colla nascita di Gesù. Le figure hanno gli abiti finemente dorati, le carni colorite al naturale. Il fondo dorato delle nicchie è
ornato da arabeschi di effetto bellissimo. … Sulla facciata esterna degli sportelli vi sono dei dipinti di egregia fattura: i Re Magi in viaggio e i Re Magi che adorano il Redentore. Sulla facciata interna, bassorilievi di pregio considerevole: a sinistra la Presentazione di Maria al Tempio; a destra il sepolcro scoperchiato, Maria e, attorno, gli Apostoli in pose così naturali e belle che danno certa prova dell’abilità dell’artista. .. La tradizione narra che, col diffondersi della Riforma, le opere d’arte religiosa della Svizzera emigrarono in Italia: l’ancora sarebbe stata portata a Bormio sui primi del 500 da Santa Maria in Val di Monastero, ed acquistata dai Cepinaschi. Un affresco della B. V., il Bambino, S. Antonio e S. Sebastiano si vede sulla parete esterna di una vecchia casa verso Bormio.
A Cepina fu giustiziato a furore di popolo, sulla fine del 1700, Galeazzo Lechi, patrizio bresciano, che, fuggito per delitti dalla sua città, aveva posto residenza a Bormio e aveva stancheggiato col suo contegno prepotente e con la sua propaganda giacobina quella pur paziente popolazione.
A Cepina si apre la splendida conca di Bormio, ove si giunge dopo km. 6 passando il Frodolfo sopra un ponte a S. Lucia di Fumarogo. La chiesetta ha una cappella con altare parallelo all’altar maggiore, che formava l’antica chiesa, poi ampliata. Nell’abside dell’antica vi sono begli affreschi del 1540. Sulla volta vi è l’Assunzione con figure di Santi e Sante pure dipinte nell’arco. … Dietro l’altare un’Annunciazione colla data del 28 ottobre 1549; a sinistra dell’altare i Fatti ed il Martirio di S. Lucia. Su un’altra parete vi è pure un buon affresco attribuito a C. Valorsa con la data del 1574, colla Madonna, il Bambino, S. Rocco, S. Sebastiano e altri Santi. …

Sacrario dei caduti nella frana della Val Pola

Da Bormio una piccola rotabile di km. 2 conduce da Combo al villaggio di Piatta (m. 1324), che offre bellissimo panorama. Nella chiesa vi è un tabernacolo con statuette di legno e un discreto quadro. Da Piatta una stradetta discende all’abitato di Piazza, ove nella chiesa vi è una bella ancona del 600, che già era in S. Pietro al castello di Bormio, e una stampa del 700 con S. Benedetto e le sue opere. La stradetta discende in pochi minuti al piano, ove si congiunge alla nazionale a km. 4 da Bormio, mentre altra strada , tagliando il piano delle Lute, giunge più in breve a Combo.
Un’altra via sale il monte, e giunge in mezz’ora all’amena contrada di S. Pietro.
La chiesetta è del 400; il coro è coperto da affreschi del 500, che sembrano di mano del Valorsa, per la grazia e l’espressione dei volti. Sulla volta sono dipinti gli Evangelisti; sull’arco degli Angeli. Sull’altare una tela del 600 col crocefisso nasconde altri affreschi col Padre Eterno e Santi. Sulla parete contro la porta una Madonna col Bambino è pure del Valorsa.


San Bartolomeo di Castelaz e la frana della Val Pola

Una rotabile fu nel 1908 costrutta dal Genio Militare e conduce da S. Lucia ad Oga (latteria sociale), indi al Dossaccio, ove fu eretto un Forte. A Oga fu di recente costrutta, su disegno dell’architetto E. Vitali di Sondrio, una nuova parrocchiale in stile ogivale. L’oratorio possiede un’anconetta in legno intagliata del 1538, coll’Adorazione del Bambino nella parte centrale, e due santi ad altorilievo negli sportelli, a colori e oro. All’esterno degli sportelli è dipinta a tempera l’Annunciazione. Altra anconetta intagliata, della fine del 500, colla Vergine e il Bambino reggente il globo, ai due lati due santi e sugli sportelli S. Pietro e la Madonna, si trova sulla parete di contro. La chiesa della Madonna ha un’ancora barocca.”
L'anno in cui queste note venivano pubblicate (1928) è assai importante per la storia della Valdisotto perché la sorgente che sgorgava sul versante destro dell'Adda presso Cepina ebbe il riconoscimento di salubrità minerale. Anche Valdisotto, dopo Bormio e Valfurva, aveva la sua acqua termale, che fu sfruttata industrialmente dal dott. Gaspare Piccagnoni che ottennte l'autorizzazione al suo sfruttamento e fece costruire uno stabilimento per imbottigliarla. Nacque così uno dei più famosi brand di Valtellina, l'acqua Levissima.


San Bartolomeo di Castelaz

Il periodo fra le due guerre vede una flessione demografica: gli abitanti salgono dai 2526 del 1921 ai 2387 del 1931 per poi superare quota 2397 nel 1936. Incide parecchio il flusso migratorio, fenomeno già presente dai secoli XVI-XVII. Dalla Valdidentro ci si sposta, stagionalmente o definitivamente, per esercitare diversi mestieri, in Svizzera, in Germania, nella limitrofa provincia di Brescia, in Valtellina. Fra i migranti figurava anche un tal Massimo Dei Cas, nonno ed omonimo dell'estensore di questa pagina, che apparteneva ad una delle categorie più caratteristiche, i ciabattini, o sciòbar, famosi anche per il loro gergo che rendeva la comunicazione comprensibile solo entro il loro stretto circuito. Lasciò le balze di Piatta per scendere in quel di Ardenno.
Il tributo degli abitanti di Valdisotto alla seconda guerra mondiale fu pesante. Cadderro in questo conflitto:
1 Alpino BEDOGNE' PAOLINO FRANCESCO 1922 Cepina 1943 Russia
2 Alpino BONETTI GOTTARDO PIETRO 1919 S.Maria 1940 Albania
3 Artigliere BORASCHI PAOLO 1921 Oga 1943 Russia
4 Alpino BRACCHI ALFREDO 1911 Cepina 1943 Russia
5 Alpino BRACCHI ANASTASIO CRISTOFORO 1920 Piatta 1943 Russia
6 Genio BRACCHI EMILIO ALDO 1920 Pedemonte 1943 Russia
7 Alpino BRACCHI PRIMO MARIO 1921 Zola 1943 Russia
8 Alpino CANCLINI BENIAMINO LUIGI 1922 Piatta 1943 Russia
9 Alpino CANCLINI ETTORE 1922 Piazza 1943 Russia
10 Alpino CANCLINI ISODORO VITTORIO 1921 Piatta  1943 Russia
11 Alpino CANCLINI LAZZARO  1920 Piatta 1943 Russia
12 Alpino CANCLINI MICHELE 1916 Piatta 1943 Russia
13 Alpino CANCLINI STEFANO  1915 Piatta 1943 Albania
14 Alpino COLTURI ATTILIO VITTORIO 1919 Cepina 1943 Russia
15 Alpino COLTURI BATTISTA ANGELO 1911 S. Maria 1943 Russia
16 Alpino COLTURI CARLO ERNESTO 1921 S.Maria 1942 Russia
17 Alpino COLTURI EMILIO VIRIGILIO 1916 Cepina 1940 Albania
18 Finanziere COLTURI LORENZO 1909 Piatta 1943 Luserna
19 Fante COLTURI LUIGI LORENZO 1912 Tola 1943 Russia
20 Alpino COLTURI SERGIO GAUDENZIO 1916 Piatta 1943 Russia
21 Alpino COLTURI VALENTINO LUIGI 1917 S. Maria 1943 Russia
22 Alpino DEI CAS ALESSIO 1922 Piatta 1943 Russia
23 Alpino DEI CAS CRISTOFORO FULVIO 1922 Piazza 1943 Russia
24 Alpino DEI CAS GIUSEPPE 1922 Piatta 1943 Russia
25 Alpino DEMONTI VINCENZO GIUSEPPE 1915 Dosso 1943 Russia
26 Alpino FURLI BRUNONE 1921 Oga 1943 Russia
27 Alpino GIACOMELLI GIUSEPPE VALENTINO 1918 Morignone 1943 Russia
28 Alpino GIACOMELLI VALENTINO FELICE 1922 S.Bartolomeo 1943 Russia
29 Alpino GIULIANI FAUSTINO EUGENIO 1916 Oga 1943 Russia
30 Alpino GREINER MARIO AUGUSTO 1917 Cepina 1943 Russia
31 Alpino MAIOLANI ARCANGELO MARINO 1917 Oga 1943 Russia
32 Alpino PICCAGNONI ALBERTO BATTISTA 1913 S. Maria 1943 Russia
33 Alpino PIETROGIOVANNA ALBINO 1924 Piatta 1945 Germania
34 Partigiano POLATTI GIOVANNI 1909 Oga 1945 Stelvio
35 Alpino POZZI VINCENZO 1916 Piatta 1943 Russia
36 Alpino PRAOLINI GIUSEPPE BERNARDINO 1920 Piatta 1943 Russia
37 Alpino RODIGARI ACHILLE 1914 Piazza 1942 Russia
38 Alpino RODIGARI ROCCO FRANCESCO 1921 Morignone 1943 Russia
39 Fante RODIGARI VIRGILIO GIACOMO 1915 Morignone 1942 Russia
40 Alpino SALOMONI VITO NICOLA 1918 Fumarogo 1943 Russia
41 Alpino SECCHI CELESTE LUIGI 1917 Fumarogo 1943 Russia
42 Partigiano SULLI CARLO 1906 S. Antonio 1945 Solena
43 Artigliere TENCI LUIGI 1915 Piatta 1943 Russia
44 Carabiniere TRONCANA NATALINO VIRGILIO 1924 Cepina 1943 Grecia
45 Alpino VALCEPINA ATTILIO RICCARDO 1922 Cepina 1943 Germania


La frana della Val Pola

Nel secondo dopoguerra prosegue l'incremento demografico, fino agli anni novanta del secolo scorso. Gli abitanti sono 2705 nel 1951 e salgono a 2825 nel 1961, a 2825 nel 1971, a 3023 nel 1981 ed a 3043 nel 1991, 3217 nel 2011 e 3533 nel 2011. Nel 2018 sono 3581.
Economia e fisionomia della valle cambiano progressivamente, soprattutto a partire dagli anni settanta. Volàno economico è sempre il turismo, ma ora alla semplice villeggiatura si sostituisce o aggiunge una pratica sportiva che, da pratica elitaria qual era negli anni sessanta, diventa sempre più popolare, lo sci, praticato anche in valdisotto negli impianti di risalita di Oga ed in quelli più noti con il brand di Bormio 2000 e 3000, alle falde del monte Vallecetta.

La data che forse più di ogni altra ha segnato e segnerà la vita della comunità di Valdisotto è il 28 luglio 1987.
Alle 7.23 un fragore sordo, uno schiocco simile ad un colpo di frusta si sente fino a Bormio. Viene giù un intero pezzo di montagna, l’immane frana della Val Pola o del monte Zandila (nota anche, ma impropriamente, come frana del pizzo Coppetto), vengono giù, in circa mezzo minuto, 34 milioni di metri cubi di materiale, che riempiono il fondovalle, si incastrano, in basso, nella strozzatura della valle seppellendo il ponte del Diavolo, risalgono il versante opposto cancellando quattro abitati, S. Antonio, Morignone, Piazza (per fortuna evacuati) ed Aquilone (che non viene distrutta direttamente dalla massa franosa, ma dall’immane spostamento d’aria). Nuove vittima si aggiungono al bilancio di quella maledetta estate: i 7 operai al lavoro per ripristinare la ss. 38 e 28 abitanti di Aquilone, che non è stata evacuata perché non si immaginava che l’eventuale frana potesse avere dimensioni così apocalittiche.
Qualche dato può rendere l'idea delle dimensioni epocali di questo evento, causato da una paleofrana riattivata dall'eccezionalità delle precipitazioni successive al 18 luglio 1987. Il distacco della massa avviene in circa 8 secondi, la caduta in 23. La massa si stacca da una quota di circa 2300 s.l.m. e precipita come rock avalanche (frana di roccia) per un dislivello di 1250 metri, accumulando sul fondovalle una massa di 40 milioni di metri cubi (per effetto dei vuoti al suo interno). La sua velocità al momento dell'impatto con il fondovalle varia a seconda dei punti, da 275 a 390 km/h. L'accumulo di materiale franoso ha un'altezza che varia dai 30 ai 90 metri, ed interessa una orzione di 1,5 km a valle del punto d'impatto e di 1 km a monte. Il materiale risale anche il versante opposto per circa 300 m. L'area interessata dalla frana copre 2,4 km quadrati. La frana provoca un sisma stimato fra i 3,3 ed i 3,9 gradi della scala Richter (viene registrato in 8 stazioni in Italia ed in 7 stazioni in Svizzera, poste a distanza tra i 37 ed i 248 km dalla Val Pola). La massa precipitata solleva una vera e propria onda perché sul fondovalle i precedenti eventi aluvionali avevano generato un lago, detto di Morignone. L'onda all'origine è alta 95 m. e conserva un'altezza di 15-20 metri a circa 1,3 km dal punto di origine. La frana seppellisce Sant'Antonio Morignone e San martino di Serravalle, sul versante montuoso opposto. Lo spostamento d'aria distrugge Sant'Antonio, Poz, Tirindré (già evacuate) e buona parte di Aquilone (che non era stata evacuata). 28 le vittime di Aquilone. Testimoni oculari descrivono così la scena: la mattina è limpida, tersa; ad un certo punto il bosco della Val Pola (versante orientale del monte Zandila) si abbassa di colpo, si ripiega su se stesso, si rigonfia e si rovescia in avanti insieme a tutto il materiale che frana a valle (cfr. "Bollettino Storico Alta Valtellina", n. 14, anno 2011, articolo "La frana della Val Pola" di Simone Angeloni).


Apri qui una panoramica sulla frana della Val Pola dal monumento in memoria delle sue vittime

La tragedia si consuma in pochi secondi, il successivo incubo, invece, dura diverse settimane. Il corpo franoso, alto mediamente 50 metri, crea uno sbarramento artificiale che interrompe il deflusso dell’Adda verso Tirano. Per molti giorni l’Adda è come un’arteria spezzata: gli affluenti a valle della frana ne alimentano il corso, ma le acque dell’Alta Valtellina si accumulano in un nuovo e sinistro lago artificiale, le cui acque premono sempre di più sulle pareti della diga.
Per settimane i telegiornali si occupano di questo evento eccezionale ed imprevedibile negli sviluppi. Si parla di una possibile modificazione della geografia della valle, qualora le acque dovessero infiltrarsi nella muraglia del materiale scaricato dalla montagna, imbevendolo e facendolo scivolare rovinosamente, con un’onda di violenza inimmaginabile, verso Tirano e la media Valtellina. Che fare? Consolidare i bastioni che trattengono le acque del nuovo e sinistro lago? Prosciugarlo gradualmente? Si opera in entrambe le direzioni, nel mese di agosto, nella convinzione di poter disporre di tutto il tempo necessario (il livello delle acque del lago cresce di 2 cm circa ogni ora, e l'invaso, si calcola, non sarà pieno prima di 60 giorni; nel frattempo tutti i dispositivi di pompaggio e regimentazione saranno in piena funzione).
Ma se l’uomo pensa di poter disporre del tempo degli orologi, non potrà mai fare lo stesso del tempo del cielo e delle nubi. E di nuovo nubi, nere ed incombenti, si addensano e riversano precipitazioni di eccezionale intensità su tutta la valle, di nuovo lo zero termico raggiunge i 4000 metri. Siamo ad uno nuovo drammatico finesettimana, l’ultimo di agosto, il lago cresce con un ritmo allarmante, 20 centimetri ogni ora. Per fortuna le precipitazioni durano solo alcune ore. Ma la situazione è dichiarata grave: bisogna intervenire sul corpo della frana, svasarlo, creare un nuovo alveo per il fiume Adda e procedere alla tracimazione controllata. Espressione che fa il giro d’Italia, perché di nuovo i media hanno di che tenere incollati allo schermo milioni di Italiani, che di nuovo possono commuoversi per le migliaia di persone che vengono evacuate nel timore di un precipitare degli eventi.
Alle 22 di sabato 29 agosto i geologi Maione, Presbitero e Lunardi prendono una decisione drastica: tutti i centri abitati nei pressi del corso dell’Adda, da Grosotto a Sondrio, debbono essere evacuati. E viene la domenica, domenica 30 agosto 1987. Le prime luci rischiarano uno scenario letteralmente spettrale nei paesi deserti. È il giorno della tracimazione controllata. Arriva anche la RAI, a raccontare in diretta l’evento storico, con l’inviato Scaramucci ed il giornalista Santalmassi a seguire dallo studio. Non si sa cosa potrà accadere. Si prepara il nuovo alveo, si scava una breccia sul fronte della frana. L’acqua comincia di nuovo a defluire a valle. È come una rinascita. All’inizio c’è qualche timore: solo parte dell’acqua che esce dal lago raggiunge l’alveo a valle della frana, 7 metri cubi al secondo spariscono nel suo immane corpo. Poi anche questo allarme rientra: 40 metri cubi al secondo escono dal lago, altrettanti raggiungono Le Prese (termine da connettere a "presa", cioè terreno comunale o terreno bonificato).
Riecco l’Adda, quella vera, quella che nasce nel cuore della Magnifica Terra del Bormiese. Il fiume riacquista la sua antica vita e la geografia della valle non subisce ulteriori sconvolgimenti. Gli evacuati rientrano, gradualmente, nelle proprie case nei giorni successivi, il lago viene poco a poco svuotato.
Resta, nell’immaginario collettivo, l’immagine della Valtellina legata al concetto di alluvione e dissesto idrogeologico. Resta il compito di porre finalmente termine all’isolamento dell’alta valle. Restano discussioni, polemiche, paure. Resta, a distanza di vent’anni, la necessità di ricordare, per tanti motivi. Innanzitutto per onorare la memoria di chi ha perso la vita in quei maledetti 11 giorni dal 18 al 28 luglio del 1987.

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IN MEMORIAM: LE IMMAGINI DELLE VITTIME DELLA FRANA DELLA VAL POLA

All'uscita meridionale da Cepina, sul margine della vecchia pista bassa, quasi al cospetto dell'immane ferita che non si vuol chiudere sul versante montano un tempo occupato dalla Val Pola, è stato eretto un tempietto in memoria di quanti, abitanti di S. Antonio Morignone ed Aquilone ed operai, sono morti travolti dalla frana del 29 luglio 1987. Speriamo di non offendere la sensibilità di nessuno riportandone le immagini, che ancora ci guardano dal masso sul quale sono state poste a loro ricordo. Ciascuno indovinerà ciò che questi sguardi vogliono ancora dire.


Alma Sambrizzi

Anna Bonetti

Attilio Giacomelli

Bruno Piccagnoni

Bruno Schyns

Clemente Giacomelli

Dino Confortola

Flavio Bonetti

Giuseppe Lumina

Guido Facen

Lorenzino Giacomelli
Lorenzo Bonetti

Lorenzo Parravicini

Marco Bonetti

Norberto De Monti

Pia Giordani

Raffaella Bonetti

Rino Merazzi

Rita Bonetti

Roberto Schyns

Roberto Trotalli

Roland Schyns

Stefano Bonetti

Tiziana Bonetti

Umberto Compagnoni


La chiesetta in memoria dei caduti nell'alluvione del 1987

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TUTTE LE VITTIME DELL'ALLUVIONE DEL LUGLIO 1987

Persone decedute in Val Tartano ed in provincia di Sondrio

COGNOME E NOME

DATA DI NASCITA

RESIDENZA

 

Gusmeroli Marcellino

17.10.37

Tartano (SO)

deceduto

Fognini Ottavina

25.08.44

Tartano (SO)

disperso

Gusmeroli Marzia

12.08.70

Tartano (SO)

disperso

Gusmeroli Renata

27.06.74

Tartano (SO)

disperso

Fumerio Enrica.

17.04.41

Giussano (MI)

deceduto

Citterio Gabriele

26.01.74

Giussano (MI)

deceduto

Libera Anacleto

17.12.18

Roma

disperso

Gusmeroli Alessandra

05.02.24

Roma

disperso

Spinelli Marica.

05.12.51

Briosco (MI)

deceduto

Fontana Elisa       

27.02.30

Varese

deceduto

Libera Nillo          

17.12.26

Colorina (SO)

deceduto

Ferrario Cherubino 

07.06.10

Lurate (CO)

deceduto

De Bastiani Romano

04.08.36

S.G.Bellunese (BL)

deceduto

Bolis Maria Alessandrina    

02.06.31

Lentate sul Seveso (MI)

deceduto

Casati Alessandro 

02.05.75

Lentate sul Seveso (MI)

deceduto

Romanò Pio         

27.07.42

Novedrate (CO)

disperso

Bianchini Armida   

09.03.24

Varese

disperso

De Nardi Antonio   

05.09.40

Vittorio Veneto (TV)

disperso

Strappazzon Lino   

16.08.48

Seren del Grappa (BL)

disperso

Toccalli Virginio    

27.05.49

Albosaggia (SO)

disperso

Bancora Ausano    

01.02.24

Guansate (CO)

disperso

Gianoli Fabio   08.07.31 Albosaggia (SO) deceduto
Non identificato     deceduto
Crapella Diego      

25.10.21

Caiolo (SO)

deceduto

Persone decedute a causa della frana di Val Pola

Bonetti Raffaella
Bonetti Marco
Bonetti Lorenzo

26.11.66
22.06.64
07.12.75

Aquilone (SO)
Aquilone (SO)
Aquilone (SO)

deceduto
disperso
disperso

Schins Roland

08.11.51

Belgio

deceduto

Bonetti Annacristina

05.12.51

Belgio

deceduto

Schins Bruno

15.12.83

Belgio

disperso

Schins Roberto

03.06.82

Belgio

disperso

Sambrizzi Alma

27.02.54

Aquilone (SO)

deceduto

Bonetti Flavio G.

05.08.74

Aquilone (SO)

disperso

Bonetti Stefano A.

17.04.76

Aquilone (SO)

disperso

Bonetti Tiziana

06.12.83

Aquilone (SO)

disperso

Colturi Daniela Silvana

24.09.53

Aquilone (SO)

disperso

Bonetti Luca

19.01.80

Aquilone (SO)

disperso

Bonetti Silvia

05.03.83

Aquilone (SO)

disperso

Bonetti Laura

06.12.85

Aquilone (SO)

disperso

Confortola Bernardino

05.05.28

Aquilone (SO)

disperso

Bonetti Rita

17.02.34

Aquilone (SO)

deceduto

Giordani Pia.

10.06.31

Aquilone (SO)

deceduto

Giacomelli Clemente

23.11.17

S.Martino (SO)

disperso

Giacomelli Attilio

18.12.25

S.Martino (SO)

disperso

Trotalli Umberto

14.09.31

Morignone (SO)

deceduto

Piccagnoni Bruno

11.01.39

Aquilone (SO

disperso

Operai deceduti a causa della frana di Val Pola

Lumina iuseppe             

28.06.49

Cepina (SO)

disperso

Marazzi Rino                   

15.08.35

Bormio (SO)

disperso

Facen Guido                   

10.09.39

Tovo S.Agata (SO)

disperso

Parravicini Lorenzo           

04.06.63

Lovero (SO)

disperso

Giacomelli Lorenzo           

03.08.57

Bormio (SO)

disperso

De Monti Norberto           

08.01.56

Piazza (SO)

disperso

Compagnoni Umberto       

02.10.60

Valfurva (SO)

disperso

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APPENDICE: IL SANTUARIO DELLA MEMORIA

San Bartolomeo di Castelaz è l'unica contrada che si è salvata dall'immane frana della Val Pola, che è scesa proprio di fronte ad essa, sul versante opposto, per poi risalire lo sperone del piccolo nucleo. Le sue case, però, non sono state raggiunte, perché prima di guadagnarne la sommità il corpom della frana si è diviso in due tronconi, risparmiandole. A San Bartolomeo si trova un'antichissima chiesetta, edificata anteriormente al secolo XIV (gli affreschi più antichi risalgono al 1393). Dopo la tragedia del luglio 1987 è diventata una sorta di santuario della memoria, al quale salire per guardare, ricordare, meditare. Due pannelli riportano altrettante poesie tratte dai volumi che don Remo Bracchi, illustre dialettologo e cantore dei valori più profondi della terra di Valdisotto, ha dedicato a questi eventi.
Eccole, nel testo dialettale e nella traduzione italiana.

San Bortulamè

Emó, per breciàr i téi pè,
emó 'n vegnerà sul tè sas,
a st'òasi de vèrt, o San Bortulamè,
del font de 'n desèrt senza fin,
in cèrca de cara presénza che tas.
Ti, l'ùnik camini che 'l me vanza
de tuta la tèra perduda...
Oh, làga che 'n pòstia li nòsa speranza,
che 'ntant an te rèstia virgìn
e 'n tìria 'n pò 'l flè, prima d'ir cu la muda.
De tuta li nòsa fraziòn,
per sècul i pa i è vègní
chilò, vèrz al nin de la soa riligiòn,
per viver a l'òmbra di sant,
che sèmpre i crescèsa i sei picen iscí.
De tùta li val l'à ciamà
per sècul sta nòsa campana,
per fam una sòla famiglia che va,
guidàda vèrz l'title de quel cant,
del pòst de l'esilio ala pàtria lontàna.

San Bartolomeo

Di nuovo, per abbracciarci ai tuoi piedi,
di nuovotorneremo sopra la tua altura,
o San Bartolomeo, a qust'oasi di verde,
dal fondo di un deserto sconfinato, nel quale vaghiamo
cercando le care presenze che non rispondono più.
E' questo l'unico angolo che ci rimane intatto
dell'intera nostra terra perduta.
Oh, lascia che deponiamo sul tuo altare
le nostre speranze stanche,
che riposiamo un attimo accanto a te, mentre riprendiamo
il respiro, prima di essere sospinti sul cammino dell'esilio.
Da tutte le nostre frazioni,
i nostri padri sono saliti per secoli quassù, al nido caldo della loro religione,
per vivere all'ombra dei santi, e chiedere loro di far crescere
i propri piccoli, fin nel più lontano futuro, allo stesso modo.
Questa nostra campana ci ha chiamati
a raccolta per secoli da tutte le valli,
per fare di noi una sola famiglia in cammino,
guidata da quel suono,
dalla terra profonda del dolore verso la patria lontana.



La frana della Val Pola

Bruno (la poesia è dedicata a Bruno Piccagnoni, che, la mattina della tragedia, poco prima che la frana scendesse fu visto salire con il fuoristrada sulla via di Foliano, che sale dopo S. Bartolomeo; si presume che la frana, risalendo dal fondovalle, l'abbia investito; scomparve a 48 anni, lasciando la moglie Belotti Franca ed i figli Claudio e Lorena).

Cus' él che quél dí 'l te ciamàa,
che t'aes tànta smània de ir?
I t'à vedú su per i pra

un àmen avànt de sparìr.
Apéna per nò 'l ghé 'n morir,
apéna per nó che no 'n sa.
I spéita quél dì de vegnìr

incóntra tüc quénc i nös pa.
Incòntra i vegnìa. T'àes capí,
e no te volés che i speitésa
tròp témp su la pòrta del dì.

Te vàes su per l'èrba segùr,
al témp che i téi mòrt i rivésa.
E tut l'é stac' céir, pö tut skur.


Bruno

Che cosa è stato quel giorno a chiamarti,
che tu avevi tanta voglia di andare?
Ti hanno avvistato sui prati,

un attimo solo, prima che sparissi.
Per noi soltanto esiste un morire,
per noi che non conosciamo.

Tutti i nostri padri desiderano quel giorno
per venire ad accoglierci.

Essi ti scendevano incontro. Tu avevi compreso
e non volevi che attendessero troppo a lungo
lassù,
sulle soglie del giorno.
Salivi sicuro il sentiero d'erba,
il tempo sufficiente perché giungessero i tuoi morti.
E tutto fu luminoso. Poi tutto fu buio.

Per visitare questi luoghi della memoria basta seguire, magari in bike, il vecchio tracciato della ss. 38, oggi sostituito dalla nuova strada in galleria; un cartello indica lo svincolo che porta alla chiesetta.

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CARTE DEL TERRITORIO COMUNALE sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Apri qui la carta on-line

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BIBLIOGRAFIA

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