Il lago Grande

DA ISOLA AL PASSO DI BALDISCIO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Isola-Ca' Raseri-Borghetto di Sotto e di Sopra-Passo di Baldiscio
3 h e 30 min.
1100
E
SINTESI. Saliamo sulla ss 36 verso il passo dello Spluga. In uscita da Campodolcino, la lasciamo per prendere a sinistra la strada per Isola. Dopo aver parcheggiato qui l’automobile, invece di seguire la strada asfaltata, imbocchiamo il sentierino che parte poco oltre la quattrocentesca chiesa dei Santi Martino e Giorgio, risalendo, ripido, alcuni prati, prima di assumere un andamento più dolce. Siamo sul lato sinistro (per noi) della valle, cioè su quello meridionale. La salita termina nei pressi del ponte sul torrente Febbraro (m. 1487), Non passiamo sul lato opposto della valle, ma proseguiamo diritti su una pista che fiancheggia il torrente (indicazioni per la cascata di Val Febbraro, Borghetto ed il passo di Baldiscio), ignorando la pista che se ne stacca sulla sinistra. La pista, dopo aver oltrepassato due ponti in legno, termina in corrispondenza di un terzo ponte, poco prima che il solco della valle volga leggermente a sinistra. Dobbiamo, ora, valicare il ponte (m. 1596) ed imboccare un sentiero che sale, ripido, nel cuore di una splendida pineta, vincendo il gradino che ci separa dal circo più alto della valle. Alla fine usciamo dal bosco sul limite inferiore dei prati dell’alpeggio di Borghetto di Sotto (m. 1897), dove scende terminando una pista sterrata. La seguiamo in salita fino alle baite di Borghetto di Sopra, a 1980 metri, poi la lasciamo e proseguiamo sul sentiero che se ne stacca sulla sinistra, segnalato dalle bandierine rosso-bianco-rosse, per il passo di Baldiscio. Superato un valloncello, il sentiero taglia alcuni dossi erbosi, correndo verso ovest sul filo di un ultimo dosso (il Mot del lago Grande), che precede l’ampia conca nella quale è posto il lago, annunciato dalle acque del torrente che alimenta. Ci ritroviamo, alla fine, sul lato destro (per noi) del lago Grande, posto a 2302 metri. Oltrepassato il lago, un’ultima breve salita conduce ad una conca superiore, quella del passo di Baldiscio (m. 2350), preceduto da un laghetto più piccolo, il laghetto del Mot.


Apri qui una fotomappa del sentiero che risale la Val Febbraro fino al passo di Baldiscio

Il gran pubblico dei consumatori della televisione, anche in provincia di Sondrio, probabilmente non aveva mai sentito parlare della Val Febbraro prima della tragica notte fra il 6 ed il 7 agosto 1999. In quella notte si scatenò un temporale di grande violenza (e a tal proposito c’è da osservare che nella tradizione popolare valtellinese e valchiavennasca è viva la credenza che a San Lorenzo o nei giorni ad esso prossimi si scateni una burrasca, detta, appunto, burrasca di San Lorenzo), che fu la causa di una tragedia che costò la vita a tre giovanissime scout, Martina, di 11 anni, Anna, di 12 anni e Giulia, di 13 anni, le quali partecipavano ad un campo scout proprio in Val Febbraro.
Tutti i telegiornali, il 7 agosto, diedero notizia del tragico evento: il temporale notturno aveva provocato un improvviso ingrossamento del torrente Febbraro, che aveva travolto le palafitte sulle quali le tre ragazze avevano posto la tenda nella quale pernottare. Le acque tumultuose non avevano lasciato loro scampo. Il fatto suscitò grande sensazione ed emozione in tutta Italia, e da allora una delle più amene e dolci valli della Valchiavenna fu segnata da una fama sinistra. Fama immeritata, perché questa valle è uno dei luoghi più interessanti dell’intera provincia, ed un’escursione che la percorra ad anello è legata a più di un motivo di interesse, di natura non solo naturalistica, ma anche storica e culturale.
Punto di partenza per la salita in valle è Isola, nel cuore della valle del Liro. La raggiungiamo facilmente partendo da Chiavenna e proseguendo sulla ss. 36 in direzione del passo dello Spluga. Dopo 14 km la Valle del Liro, da aspra ed incombente che era dopo Chiavenna, si fa più dolce ed aperta, offrendo uno scenario riposante e suggestivo: siamo a Campodolcino, nota e frequentatissima stazione di villeggiatura estiva. Da Campodolcino, ignorando la strada a destra per Pianazzo e Medesimo, imbocchiamo la strada a sinistra, per Isola, che raggiungiamo dopo 4 km. Il piccolo paese, la cui denominazione deriva dal fatto che un tempo sorgeva su un terreno circondato da zone paludose, è preceduto da uno sbarramento artificiale, ed è posto a 1268 metri, allo sbocco delle gole che chiudono la Valle del Liro prima del ripiano terminale sul quale è posto Montespluga. Alla sua sinistra, cioè ad ovest, si apre, invece, proprio la Val Febbraro.
La salita nella valle inizia proprio da qui, perché la carrozzabile che vi si addentra per un tratto è chiusa al traffico dei veicoli non autorizzati. Dopo aver parcheggiato l’automobile, invece di seguire la strada asfaltata, imbocchiamo il sentierino che parte poco oltre la quattrocentesca chiesa dei Santi Martino e Giorgio, risalendo, ripido, alcuni prati, prima di assumere un andamento più dolce. Siamo sul lato sinistro (per noi) della valle, cioè su quello meridionale. La salita termina nei pressi del ponte sul torrente Febbraro (m. 1487), che mette in comunicazione i due versanti della valle. Sul versante opposto al nostro una strada asfaltata, poi sterrata sale ai maggenghi che coprono il fianco settentrionale della valle, costituito da un’ampia distesa di prati. Sul nostro versante, quello meridionale, troviamo, invece, un bivio: una strada prosegue inoltrandosi sul fondovalle e rimanendo a sinistra (per chi sale) del torrente, mentre una seconda se ne stacca sulla sinistra e sale, con ampi tornanti, sul fianco meridionale della valle, verso l’alpe Frondaglio (m. 1760), dalla quale si può proseguire, in direzione sud, raggiungendo l’alpe Zocana (m. 2006), ai piedi del Pian dei Cavalli ed a monte di San Sisto.
Noi dobbiamo percorrere la strada che fiancheggia il torrente, seguendo le indicazioni per la cascata di Val Febbraro, Borghetto ed il passo di Baldiscio (termine che deriva da “balteus”, cioè balza, zona scoscesa e ripida). Prima però di incamminarci sulla pista, varchiamo il ponte per visitare il nucleo di Ca’ Raseri (Ca’ d’I’aser), che si trova poco distante. Troviamo, qui, infatti, uno dei grandi motivi di interesse della valle, quello architettonico, Si possono ancora osservare le baite costruire con la tecnica del “carden”. Si tratta di una tecnica costruttiva che caratterizza le popolazioni walser, ed è denominata anche “block-bau”: vi ha un’importanza decisiva il legno, in quanto le pareti sono, in parte o totalmente, costituite da travi che si intrecciano e si incastrano negli angoli. Se, poi, scendiamo un po’ più in basso, lungo la strada asfaltata, troviamo la Baita Paggi di Canto (m. 1435), studiata in un capitolo del libro sulle dimore rurali di Valtellina e Valchiavenna scritto da Aurelio e Dario Benetti. Si tratta, infatti, di un esempio paradigmatico di abitazione nella quale sono nettamente distinti due settori, quello nel quale si soggiorna e si dorme e quello in cui si cucina (negli alpeggi questi due elementi sono talora anche fisicamente separati, per cui si ha la “cassina”, edificio in cui si cucina, e il sulée”, edificio in cui si soggiorna e si dorme).


Apri qui una panoramica su Pian dei Cavalli e Val Febbraro

Vi è da osservare, in conclusione, che queste dimore erano, fino a metà circa del Novecento, abitate permanentemente, in quanto la valle ha avuto un notevole rilievo storico ed economico. Essa fu, fino alla costruzione della strada dello Spluga, nell’Ottocento, una delle vie di comunicazione più importanti fra la Valle del Liro e la Mesolcina. Il passo di Baldiscio, infatti, permette un’agevole transito fra le due valli, sembra fosse assai frequentato addirittura in età preistoriche.
Un pannello che troviamo appena al di là del ponte (cioè presso Ca’ Raseri), ci ricorda questo secondo motivo di grande interesse, informandoci che la Val Febbraro, vallone pensile delimitato dal pizzo dei Piani, a nord, e dal Pian dei Cavalli, a sud, fu frequentata da gruppi di cacciatori fin dall’epoca in cui i ghiacci, dopo l’ultima glaciazione, cominciarono a ritirarsi, cioè circa 10.000 anni fa, in età Mesolitica. A riprova di ciò recenti ricerche archeologiche hanno, infatti, trovato tracce degli attendamenti di questi antichissimi cacciatori, tracce che sono le più antiche della Valchiavenna e fra le più antiche in assoluto nelle Alpi centrali. Ma di questo avremo modo di parlare soprattutto descrivendo il Pian dei Cavalli.
Torniamo, ora, sul lato meridionale della valle e cominciamo a percorrere la pista, che sale con leggera pendenza, correndo poco distante dal torrente Febbraro. Incontriamo, sulla destra, anche una radura nella quale un’edicola ricorda, nel luogo della tragedia, le tre ragazze travolte dalla furia del torrente nell’agosto del 1999. Sempre guardando a destra, ma sul lato opposto della valle, vedremo la famosa cascata annunciata dal cartello, che scende, impetuosa, dall’aspro gradino roccioso che caratterizza il fianco della valle.
La pista, dopo aver oltrepassato due ponti in legno, termina in corrispondenza di un terzo ponte, poco prima che il solco della valle volga leggermente a sinistra. Dobbiamo, ora, valicare il ponte (m. 1596) ed imboccare un sentiero che sale, ripido, nel cuore di una splendida pineta, vincendo il gradino che ci separa dal circo più alto della valle. La salita è piuttosto faticosa, ma la bellezza del bosco ne attenua l’asprezza. Alla fine usciamo dal bosco sul limite inferiore dei prati dell’alpeggio di Borghetto di Sotto (m. 1897), dove scende terminando una pista sterrata.
In passato questo centro era fra i più vivaci dell’intera Valchiavenna e la presenza degli uomini in questi luoghi risale a circa 10.000 anni fa (com’è testimoniato, fra l’altro, dal ritrovamento di oggetti in pietra scheggiata), anche se, a quell’epoca, essi non allevavano animali. I primi “alpigiani”, cioè i primi uomini che conducevano animali al pascolo, comparvero qui almeno 3000 anni fa, nel periodo di transizione tra Età del Bronzo ed Età del Ferro, anche se solo nel Medio Evo l’allevamento animale assunse forme simili a quelle moderne. Anche oggi, d’estate, l’alpeggio non manca di una sua vita, e gli alpigiani si intrattengono volentieri con gli escursionisti, spiegando soprattutto ai “cittadini” come qui la vita sia priva di comodità, ma più semplice e sana, e come gli echi delle grandi vicende mondiali giungano qui lontani, attenuati, quasi irreali. È la sera il momento più difficile, spiega una contadina, perché è alla sera che ti prende la malinconia, mentre durante il giorno la vita scorre tranquilla e serena, come tranquillo e sereno è lo sguardo delle mucche al pascolo.
Ma è tempo di por fine alla conversazione, perché l’anello completo della Val Febbraro è piuttosto lungo: riprendendo a salire sulla pista sterrata, superiamo anche le baite di Borghetto di Sopra, a 1980 metri, e, lasciata la pista sterrata, proseguiamo sul sentiero, segnalato dalle bandierine rosso-bianco-rosse, per il passo di Baldiscio, che se ne stacca sulla sinistra. Per la verità i contadini lo chiamano il sentiero per “il Lac”, cioè per il lago Grande di Baldiscio, posto appena sotto il passo. Superato un valloncello, il sentiero taglia alcuni dossi erbosi, correndo sul filo di un ultimo dosso (il Mot del lago Grande), che precede l’ampia conca nella quale è posto il lago, annunciato dalle acque del torrente che è alimentato da esso.
Ci ritroviamo, alla fine, sul lato destro (per noi) del bel lago Grande, posto a 2302 metri e frequentato anche da alcuni pescatori. La conca è chiusa, alla nostra sinistra, dal monte Baldiscio (m. 2851) e, alla nostra destra, dalle propaggini meridionali del pizzo Bianco (m. 3036). Il carotaggio dei sedimenti (spessi circa 5 metri) sul fondo del lago ha permesso di scoprire che dopo l’ultimo ritiro dei ghiacci, avvenuto circa 11.500 anni fa, il clima mutò tanto profondamente che la fascia del bosco raggiunse la quota del lago, cioè i 2300 metri, per poi tornare a scendere successivamente, fino agli attuali 1900 metri circa.
Oltrepassato il lago, un’ultima breve salita conduce ad una conca superiore, quella del passo di Baldiscio (m. 2350), preceduto da un laghetto più piccolo, il laghetto del Mot. Si colloca qui lo spartiacque fra Valchiavenna e Val Mesolcina, ma non il confine fra Italia e Svizzera, che è spostato leggermente più ad ovest, cosicché anche l’ampia conca oltre il passo, detta Serraglia, è in territorio italiano. Ciò fu deciso nel contesto del Congresso di Vienna, all’inizio dell’Ottocento, ma suscitò, ancora agli inizi del Novecento, le proteste del governo elvetico.
Facciamo due conti: siamo in cammino da circa tre ore e mezza, ed abbiamo superato un dislivello di circa 1100 metri. Possiamo tornare, ovviamente, per la medesima via di salita, ma se abbiamo ancora energie da spendere nelle gambe possiamo scegliere una via alternativa, che passa per il lato opposto dell’alta Val Febbraro, o meglio per il Pian dei Cavalli, il lungo altipiano che la chiude a sud. Questa soluzione allunga sensibilmente i tempi del ritorno, ma ha il pregio di permetterci di incontrare uno dei luoghi più affascinanti delle montagne valchiavennasche.

 

ANELLO DELLA VAL FEBBRARO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Isola-Ca' Raseri-Borghetto di Sotto e di Sopra-Passodi Baldiscio-Lago Bianco di Pian dei Cavalli-Pian dei Cavalli-Alpe Toiana-Alpe Frondaglio-Isola
7 h
1300
E
SINTESI. Saliamo sulla ss 36 verso il passo dello Spluga. In uscita da Campodolcino, la lasciamo per prendere a sinistra la strada per Isola. Dopo aver parcheggiato qui l’automobile, invece di seguire la strada asfaltata, imbocchiamo il sentierino che parte poco oltre la quattrocentesca chiesa dei Santi Martino e Giorgio, risalendo, ripido, alcuni prati, prima di assumere un andamento più dolce. Siamo sul lato sinistro (per noi) della valle, cioè su quello meridionale. La salita termina nei pressi del ponte sul torrente Febbraro (m. 1487), Non passiamo sul lato opposto della valle, ma proseguiamo diritti su una pista che fiancheggia il torrente (indicazioni per la cascata di Val Febbraro, Borghetto ed il passo di Baldiscio), ignorando la pista che se ne stacca sulla sinistra. La pista, dopo aver oltrepassato due ponti in legno, termina in corrispondenza di un terzo ponte, poco prima che il solco della valle volga leggermente a sinistra. Dobbiamo, ora, valicare il ponte (m. 1596) ed imboccare un sentiero che sale, ripido, nel cuore di una splendida pineta, vincendo il gradino che ci separa dal circo più alto della valle. Alla fine usciamo dal bosco sul limite inferiore dei prati dell’alpeggio di Borghetto di Sotto (m. 1897). Raggiungiamo e superiamo anche le baite di Borghetto di Sopra, a 1980 metri, e proseguiamo sul sentiero, segnalato dalle bandierine rosso-bianco-rosse, per il passo di Baldiscio. Superato un valloncello, il sentiero taglia alcuni dossi erbosi, correndo verso ovest sul filo di un ultimo dosso (il Mot del lago Grande), che precede l’ampia conca nella quale è posto il lago, annunciato dalle acque del torrente che alimenta. Ci ritroviamo, alla fine, sul lato destro (per noi) del lago Grande, posto a 2302 metri. Oltrepassato il lago, un’ultima breve salita conduce ad una conca superiore, quella del passo di Baldiscio (m. 2350), preceduto da un laghetto più piccolo, il laghetto del Mot. Ridiscesi al limite inferiore del lago Grande di Baldiscio, invece di rimanere alla sua sinistra (per noi che scendiamo), portiamoci, superando il torrentello alimentato dal lago, sul lato opposto (cioè a sud), affacciandoci su un sistema di grandi dossi arrotondati. Possiamo ora tranquillamente scendere sul filo di questi dossi, con direttrice sud-sud-est, tenendoci sempre sulla destra, cioè quasi a ridosso del fianco montuoso, fino a raggiungere una bocchettina che ci introduce ad una conca dove intercettiamo un sentiero che attraversa un torrentello. Lo seguiamo mentre effettua un traverso lungo il fianco nord-orientale che scende dalla cima di Barna (m. 2857), rimanendo più basso rispetto ad un sistema di roccette che impedisce una traversata al Pian dei Cavalli senza perdere quota. Dopo un tratto quasi pianeggiante, il sentiero comincia a guadagnare quota, effettuando, ad un certo punto, una svolta a destra, cioè assumendo l’andamento sud-sud-ovest. La traccia si fa debole, i segnavia non aiutano molto, ma possiamo anche salire a vista, cercando il varco che ci permette di raggiungere, a quota 2350 metri circa, il punto terminale dell’altipiano del Pian dei Cavalli. Procedendo diritti, visitiamo il lago Bianco, poi torniamo sul limie settentrionale e cominciamo a scendere seguendolo, verso est-nord-est, passando per il sito Cavalli I ed incontrando cinque pannelli. Dopo il quarto, ci dirigiamo a destra, cioè verso il limite orientale dell’altipiano, dove troviamo un quinto ed ultimo pannello. L’orlo orientale si affaccia sul pendio che guarda alle alpi Zocana e Toiana, a loro volte poste a monte della piana di San Sisto. Una breve discesa ci porta all’alpe Zocana (m. 2006). In corrispondenza delle baite più alte, dopo l’ultimo tratto di discesa, troviamo un masso sul quale è segnata l’indicazione per Isola: volgendo, quindi, a sinistra e seguendo il sentiero indicato proseguiamo la discesa, verso nord, raggiungendo l’alpe Frondaglio, a 1763 metri di quota, posta sul fianco boscoso nel quale l’altipiano degrada a nord-est. L’ultimo facile tratto della discesa, sempre in direzione nord, ci riporta nei pressi del ponte di Ca’ Raseri, dove, sfruttando il sentierino già utilizzato nella prima parte della salita da Isola, possiamo chiudere lo splendido anello tornando al parcheggio dove abbiamo lasciato l’automobile.


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Se optiamo per essa, possiamo seguire le indicazioni cartografiche, ripercorrere per un buon tratto il sentiero di salita, fino ad intercettare, sulla nostra destra, a quota 2150 circa, sul filo dell’ultimo dosso (il Mot del Lago), il sentiero che proviene dal Pian dei Cavalli (sentiero segnalato da segnavia biancorossi, per la verità poco numerosi, tanto che non è facile trovarlo).
È, tuttavia, preferibile scegliere una seconda soluzione, che ci permette di guadagnare 20-30 minuti di cammino: una volta ridiscesi al limite inferiore del lago Grande di Baldiscio, invece di rimanere alla sua sinistra (per noi che scendiamo), portiamoci, superando il torrentello alimentato dal lago, sul lato opposto (cioè a sud), affacciandoci su un sistema di grandi dossi arrotondati. Possiamo ora tranquillamente scendere sul filo di questi dossi, con direttrice sud-sud-est, tenendoci sempre sulla destra, cioè quasi a ridosso del fianco montuoso, fino a raggiungere una bocchettina che ci introduce ad una conca: qui intercettiamo il sentiero sopra menzionato, proprio mentre questo attraversa un torrentello. Possiamo, ora, seguirlo con una certa facilità mentre effettua un traverso lungo il fianco nord-orientale che scende dalla cima di Barna (m. 2857), rimanendo più basso rispetto ad un sistema di roccette che, purtroppo, impedisce una traversata al Pian dei Cavalli senza perdere quota.
Dopo un tratto quasi pianeggiante, il sentiero ricomincia a guadagnare quota, effettuando, ad un certo punto, una svolta a destra, cioè assumendo l’andamento sud-sud-ovest. La traccia si fa debole, i segnavia non aiutano molto, ma possiamo anche salire a vista, cercando il varco che ci permette di raggiungere, a quota 2350 metri circa, il punto terminale dell’altipiano. Questa via ci impone una salita supplementare di circa 200 metri di quota, fatica, tuttavia, ampiamente ripagata dal fascino dei luoghi che ora andiamo ad attraversare.
La più breve via di discesa prevede, ora, un cammino che tiene il lato sinistro dell’altipiano (nord), su traccia debole e discontinua di sentiero. Prima di intraprenderla, però, vale la pena di effettuare un fuori-programma di una ventina di minuti per visitare il bel lago Bianco, che si trova più a sud rispetto al punto che abbiamo raggiunto. Seguendo i segnavia, se li abbiamo ritrovati, o procedendo a vista e tagliando la parte più alta dell’altipiano portiamoci, allora, ad una lunga recinzione costituita da un muretto piuttosto basso, scavalcato il quale ci ritroviamo appena sopra il lago (m. 2322), che raggiungiamo con una breve discesa. Lo scenario è sempre bellissimo: di fronte a noi, verso sud, danno da cornice al lago la punta Dale (m. 2611) mentre fa capolino, sulla testata della valle più a sud, la valle di Starleggia, lo svelto profilo del pizzo della Sancia (m. 2718).
Torniamo, ora, sul lato opposto dell’altipiano, cioè su quello settentrionale, e cominciamo a percorrerne, verso est-nord-est, le tranquille ondulazioni, perdendo lentamente quota. Incontreremo, in successione, cinque pannelli che ci illustrano i diversi aspetti di interesse di questo incomparabile luogo. Ma prima di occuparci di essi, ammiriamo lo scenario superbo che si apre di fronte ai nostri occhi. Guardando ad est, cioè proprio di fronte a noi, possiamo riconoscere quattro grandi cime che scandiscono il fianco orientale della valle del Liro, vale a dire, da destra, il pizzo Stella (m. 3163), il pizzo Groppera (m. 2968), dove sono ben visibili gli impianti di risalita di Medesimo, il monte Mater (3023), dal profilo proco pronunciato, ed il pizzo Emet (m. 3208). Proseguendo verso sinistra, cioè verso nord-est, ci si presenta la compatta compagine che va dal pizzo Spadolazzo (m. 2722) al pizzo Suretta (m. 3027). A nord si impone l’elegante profilo delle cime gemelle del pizzo dei Piani (m. 3148 e m. 3158), il cui ghiacciaietto alimenta la cascata che abbiamo osservato dal fondo della Val Febbraro, salendo. Alle sue spalle, sulla destra, è ben visibile anche il pizzo Ferrè (m. 3103). Sulla sua sinistra, invece, si riconosce la meno pronunciata vetta del pizzo Bianco (m. 3026), che domina, a nord, il passo di Baldiscio. Una cornice di cime davvero superba, che accompagna i nostri passi.
Scendendo, incontriamo innanzitutto uno dei siti archeologici più interessanti, recintato ed illustrato da un pannello. Si tratta del sito denominato Cavalli I, dove sono state ritrovate numerose tracce (reperti di punte di frecce, coltelli ed utensili ricavati dalla pietra scheggiata ed addirittura residui dei fuochi di bivacco) della presenza di nuclei di cacciatori nel Mesolitico, cioè circa 10.000 anni fa. Questi cacciatori salivano al Pian dei Cavalli partendo da campi-base posti sul fondovalle, accendendo fuochi e collocando tende. Questo luogo consentiva loro di dominare la valle sottostante, avvistando le prede più ambite, i cervi. Si trattava di cacciatori nomadi, che passavano con facilità sul versante opposto dello spartiacque, in territorio svizzero. Non si può evitare di lasciar correre la fantasia, cercando di immaginare cosa pensassero, cosa provassero osservando la splendida teoria di cime che si apre ora, a istanza di tanto tempo, immutata di fronte ai nostri occhi.
Scendiamo ancora, fino a trovare il laghetto denominato Lago Basso (Lagh di fiòc): nei sedimenti del suo fondale sono state trovate altre tracce (particelle di carbone, polline, aghi di conifere e pigne) dei fuochi accesi dall’uomo già circa 10.500 anni fa, come illustra un secondo pannello posto nei pressi del laghetto. Un terzo pannello, più avanti, illustra le caratteristiche generali del Pian dei Cavalli, dove sono stati individuati trenta siti di interesse archeologico: si tratta di un altipiano costituito da rocce solubili, che hanno conferito ad esso caratteristiche carsiche, contribuendo a fargli assumere il tipico aspetto ondulato.
La sua natura carsica è testimoniata dal singolarissimo Buco del Nido (Böcc del nìi, m. 2157), che troviamo, con un quarto pannello, proseguendo nella discesa lungo il suo orlo settentrionale. Niente di che, in apparenza: solo un buco in una piccola conca, che sembra introdurre ad una modesta spelonca. In realtà esso introduce ad un complesso e ramificato sistema di gallerie carsiche (con uno sviluppo complessivo di 3.600 metri, una profondità massima di 32 metri ed un interessante sistema di torrenti e laghetti sotterranei), di grande interesse per gli amanti della speleologia. La cartina, che ne traccia il disegno e riporta le denominazioni curiose e simpatiche, rende l’idea della sua complessità. Immaginare questo regno delle ombre, che sembra il rovescio del trionfo della luce nella vasta prateria che stiamo percorrendo suscita sicuramente un’impressione singolare. È scontata, ma sempre opportuna l’avvertenza di evitare di avventurarsi in questo dedalo senza guida ed attrezzatura adeguate: sussiste infatti, fra gli altri, anche il rischio di essere travolti da piene improvvise dei torrenti sotterranei.
Riprendiamo a scendere, dirigendoci a destra, cioè verso il limite orientale dell’altipiano, dove troviamo un quinto ed ultimo pannello. L’orlo orientale si affaccia sul pendio che guarda alle alpi Zocana e Toiana, a loro volte poste a monte della piana di San Sisto. Una breve discesa, che ci permette anche di osservare, alla nostra destra, il curioso solco della modesta valle di Buoi, ci porta all’alpe Zocana (m. 2006). In corrispondenza delle baite più alte, dopo l’ultimo tratto di discesa, troviamo un masso sul quale è segnata l’indicazione per Isola: volgendo, quindi, a sinistra e seguendo il sentiero indicato proseguiamo la discesa, verso nord, raggiungendo l’alpe Frondaglio, a 1763 metri di quota, posta sul fianco boscoso nel quale l’altipiano degrada a nord-est.
L’ultimo facile tratto della discesa, sempre in direzione nord, ci riporta nei pressi del ponte di Ca’ Raseri, dove, sfruttando il sentierino già utilizzato nella prima parte della salita da Isola, possiamo chiudere lo splendido anello tornando al parcheggio dove abbiamo lasciato l’automobile. Sono trascorse circa 7 ore dal momento della partenza (al netto di eventuali soste), ed abbiamo superato circa 1300 metri di dislivello in salita, ma possiamo senza dubbio concludere che ne valeva ampiamente la pena.
Un’ultima indicazione: se abbiamo a disposizione due automobili, possiamo lasciarne una a Starleggia (paesino posto a 1565 metri, che si raggiunge lasciando la strada Campodolcino-Isola, poco dopo la sua partenza, sulla sinistra e salendo per circa 7 chilometri); raggiunta l’alpe Zocana, invece di prendere a sinistra possiamo proseguire nella discesa, che ci porta dapprima all’alpe Toiana e poi, dopo un breve tratto nel bosco, alle case di San Sisto, sul limite orientale dell’omonima bellissima piana (m. 1763), dominata dall’elegante pizzo della Sancia. Qui, in prossimità dell’isolato campanile, parte il ripido sentiero che scende a Starleggia. Questa seconda soluzione ci permette di risparmiare circa tre quarti d’ora di cammino.

 

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

Mappa del percorso - particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

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