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CAMPANE DI S. NICOLO' E MADONNA DEI MONTI


S. Antonio Valfurva

Valle di ghiacciai, ampi pascoli, splendidi scenari alpini e vette dalla superba bellezza, la Valfurva, territorio del comune omonimo, rappresentò storicamente il fianco orientale della magnifica Terra della Contea di Bormio, confinante con la Val Camonica, in età moderna possesso della Serenissima Repubblica di Venezia, ed i territorio Asburgici del Tirolo.
Si tratta di una valle sospesa rispetto alla valle del fiume Adda, nel quale il suo torrente, il Frodolfo, confluisce dopo un percorso di 24 km per un dislivello di 1600 metri, superando un gradino di soglia glaciale (forra del Frodolfo). La Valfurva è costituita da un arco di quattro importanti valli, vale a dire, da ovest, la Val Zebrù, celebre per l’eccellenza del suo valore naturalistico, la Valle dei Forni e l’adiacente Val Cedeh (o Cedec), celebri per gli splendidi scenari del Gran Zebrù e del ghiacciaio dei Forni, la Valle del Gavia, porta sulla Val Camonica, e le minori ma affascinanti Valle dell’Alpe e Val Sobretta.


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Percorre l’intera Valfurva la statale 300 del Gavia, che parte da Bormio e ne tocca i nuclei di fondovalle, cioè Uzza (1307 m. s.l.m., a 2 km da Bormio), S. Nicolò Valfurva (1319 m. s.l.m., a 3 km), S. Antonio Valfurva (1347 m. s.l.m., a 4 km) e S. Caterina Valfurva (1734 km s.l.m., a 13 km). La strada sale poi al passo di Gavia (2618 m. s.l.m., a 26 km da Bormio), proseguendo nella discesa in Val Camonica. Un passo tanto storicamente importante quanto ambientalmente difficile: fin dalla preistoria favorì il passaggio di popolazioni dal bacino dell'Oglio a quello dell'Adda, e poi di merci e mercanti dai territorio della Serenissima a qwuelli dell'Europa germanica, ma aveva fama di essere pericoloso, per la minaccia di bufere e slavine che non di rado mietevano vittime. Venne per questo anche denominato "Testa di morto", dopo il ritrovamento di un cranio sotto una pietra.
Una carrozzabile sale poi da S. Antonio agli otto nuclei di Madonna dei Monti, principale fra i quali è Plàzzola, (m. 1560), con la chiesa parrocchiale della B. V. del Carmine. Una strada più stretta e disagevole, infine, parte da S. Caterina Valfurva e sale in Valle dei Forni (la valle del torrente Frodolfo), terminando, dopo 6 km, all’albergo-rifugio Ghiacciaio dei Forni (m. 2176), il cui nome è legato al celebre ghiacciaio dei Forni che, per quanto in rapida ritirata, rimane il più ampio ghiacciaio delle Alpi italiane e costituisce uno spettacolo di incomparabile bellezza.


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La valle è celebre anche per le sue vette, fra le più alte e regali della provincia di Sondrio, quali il monte Vioz (m. 3645), il Palon de la Mare (m. 3703), il monte Rosole (m. 3529), il monte Cevedale (m. 3769), il monte Pasquale (m. 3553), la punta S. Matteo (m. 3678), la cima Dosegù (m. 3560), il pizzo Tresero (m. 3594), il Gran Zebrù (m. 3851, massima elevazione del territorio comunale), il monte Zebrù (m. 3740) e la punta Thurweiser (m. 3652), che furono purtroppo anche gli scenari della guerra d’alta quota durante la prima guerra mondiale, con la battaglia del S. Matteo che rappresenta lo scontro armato più alto della storia.
Il comune di Valfurva, con i suoi 21525 ettari, è secondo, quanto ad estensione, in Provincia di Sondrio, solo al comune di Valdidentro. Si raggiunge la Valfurva percorrendo la ss 38 dello Stelvio fino a Bormio. All’ingresso di Bormio la si lascia prendendo a destra e proseguendo diritti sulla ss 300 del Gavia, che lascia il paese e sale in valle.
Ma vediamo più da vicino la storia di questa splendida valle nel contesto della storia dell'alta Valtellina.


La cresta della Reit da S. Antonio Valfurva

LA STORIA DELLA VALFURVA NEL CONTESTO DELLA STORIA DELLA MAGNIFICA TERRA DELLA CONTEA DI BORMIO

La presenza umana fra i monti di Valfurva è assai antica. Risale almeno alla venuta di tribù liguri e camune, che cominciarono a disegnare il territorio con la pratica dell’alpeggio in età preistorica. Il probabile modello organizzativo di questa prima economia vedeva una gestione collettiva del territorio da parte delle comunità organizzate in “vicinanze”. Baricentro di questi insediamenti fu sicuramente la conca di Bormio, alla quale la storia della Valfurva è indissolubilmente legata.
Furono, però, i Romani a fare entrare questo paese nella storia, dopo il 15 a.C., al tempo dell’imperatore Augusto, quando la zona montana retica fu conquistata con la campagna militare di Druso e divenne provincia romana. Tuttavia i Romani non attribuirono importanza primaria agli "juga raetica", cioè ai passi delle Alpi centrali, per cui la loro presenza non lasciò tracce marcate, anche se è congettura accreditata che i Romani conoscessero ed apprezzassero Bormio per le sue acque termali. Si cita, come prova, un passo del celebre naturalista comasco Plinio il Vecchio, il quale, nella sua “Historia naturalis” (I sec. d. C.), scrive: “Ma la natura è stupefacente per il calore di innumerevoli fonti, cosa che avviene anche tra i gioghi delle Alpi e pure all’interno del mare tra l’Italia e Ischia nel golfo di Baia e all’interno del fiume Liri e in molti altri" (trad. Anna Quadrio Curzio). Nel passo non vi è alcun riferimento preciso al luogo o ai luoghi alpini cui il naturalista si riferisce; si ipotizza che il riferimento riguardi Bormio a partire da due indizi: Plinio era di Como e non poteva non conoscere la Valtellina; solo a Bormio vi sono molteplici fonti (nove) di acqua termale.


La chiesetta della Madonnina di Uzza

Maggiore impatto ebbe il graduale processo di cristianizzazione, i cui effetti significativi si registravano già nel IV secolo d. C. G. B. Sartori, parroco di Valfurva dal 1775 e riordinatore del locale archivio, scrisse che l’evangelizzazione della valle fu iniziata da S. Ermagora, vescovo di Aquileia. Tale processo sradicò solo gradualmente credenze e miti di matrice pagana, la cui eco è giunta fino a tempi assai recenti, almeno in una esclamazione usata fino ad un paio di generazioni fa, "che Diana!".
Con la diffusione del Cristianesimo nella valle dell’Adda e furono gettate le basi della divisione di Valtellina e Valchiavenna in pievi. “La divisione delle pievi”, scrive Enrico Besta, “appare fatta per bacini… aventi da epoche remote propri nomi, come è infatti accertato per i Bergalei, i Clavennates, gli Aneuniates”. Esse, dopo il mille, erano San Lorenzo a Chiavenna, S. Fedele presso Samolaco, S. Lorenzo in Ardenno e Villa, S. Stefano in Olonio e Mazzo, S. Eufemia o S. Pietro in Teglio, dei martiri Gervasio e Protasio in Bormio e Sondrio e S. Pietro in Berbenno e Tresivio; costituirono i centri fondamentali dell'irradiazione della fede cristiana.
Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, subentrò, dal 493 d.C., la dominazione degli Ostrogoti ed una radicata tradizione popolare fa risalire al loro re Teodorico l'edificazione, proprio nel 493, della chiesetta dedicata alla SS. Trinità a Teregua.


La chiesetta della SS. Trinità a Teregua

Eco ben scarsa ebbero poi in Valfurva l’offensiva Bizantina, che riconquistò probabilmente alla “romanità” le valli della Mera e dell’Adda, e la successiva conquista dei Longobardi (568). Solo nell'VIII secolo, peraltro, con il re Liutprando il confine dei domini longobardi raggiunse il displuvio alpino. Con i successori Rachis ed Astolfo, nel medesimo VIII secolo, queste valli risultano donate alla chiesa di Como. Sconfitti, nel 774, i Longobardi da Carlo Magno, Valchiavenna e Valtellina rimasero parte del Regno d’Italia, sottoposto alla nuova dominazione franca.
Un'antica leggenda vuole che proprio Carlo Magno abbia attraversato la valle nel 777 e vi abbia fondato la prima chiesa di Uzza, intitolata a S. Remigio di Reims, consacrata poi da Papa Leone III. Tutto ciò non ha fondamento storico, ma testimonia del segno indelebile tracciato nell'immaginario popolare dal fondatore del Sacro Romano Impero.
In questo periodo la comunità forbasca dipendeva dalla chiesa plebana di Bormio (l'autonomia venne acquisita per gradi, ed interamente solo nel 1476). In un diploma di Carlo Magno dell'803, ed in un altro dell'Imperatore Lotario dell'824, la chiesa di Bormio si trova menzionata con il titolo di battesimale, insieme a quella di Mazzo e di Poschiavo.
La frammentazione dell’Impero di Carlo portò all’annessione del Regno d’Italia al sacro Romano Impero. Con Carlo Magno Bormio e la Valtellina vennero infeudate al lontano monastero parigino di S. Dionigi, dei cui diritti di proprietà nel bormiese vi sono tracce documentali. A questo periodo dovrebbe risalire la costituzione di Bormio e del suo territorio in contea.


La chiesa dei santi Nicolò e Giorgio a S. Nicolò Valfurva

Alla svolta dell'anno mille esistevano in Valfurva le chiese di Uza (Uzza), Tregua (Teregua), Fodrigallio (San Nicolò) e Forba Piana (S. Antonio). La storia amministrativa della Valfurva fu, nei secoli successivi, strettamente legata a quella di Bormio, da cui dipendeva.
Agli inizi del secondo millennio vennero poste le premesse per quegli sviluppi storici che separarono, sotto diversi aspetti, l’evoluzione storica del bormiese da quella della Valtellina. Nell'XI secolo la chiesa dedicata ai SS. Gervasio e Protasio era già arcipretale e collegiata. Il 3 settembre 1024 l’imperatore Corrado succedette ad Enrico II, inaugurando la dinastia di Franconia, e confermò al vescovo di Como i diritti feudali su Valtellina e Valchiavenna, già concessi nel 1006; nel medesimo periodo, però, un altro potente vescovo, quello di Coira, estendeva i suoi diritti feudali su Bormio e Poschiavo. Si trattava dei diritti di gastaldia (finanziario: tasse e pedaggi) e di curia (giurisdizione bassa: cause minori civili e penali), che venivano esercitati non direttamente, ma attraverso i Signori di Matsch, in Val Venosta. Como, tuttavia, non riconobbe mai i diritti di Coira, e rivendicò sempre i propri diritti feudali sul bormiese, ed in particolare la cosiddetta giurisdizione alta (le più importanti cause civili e penali). I Bormini, da parte loro, costituiti in comune, cercarono di resistere alle pressioni del Vescovo di Como, il quale, dunque, decise di imporsi con la forza delle armi, invadendo e devastando il loro territorio. Nel 1201 Bormio dovette cedere, accettando un gravoso trattato di pace con Como.
Il trattato di pace impose al comune un Podestà, che esercitava, a nome del Vescovo di Como, un controllo sulle autonomie comunali. Si trattava però, solo di una tregua. Nel 1238 il dominio di Coira su Bormio e sulle valli dipendenti (compresa, dunque, la Valfurva) passò alla potente famiglia dei Venosta di Mazzo ed agli inizi del secolo successivo Bormio rimise in discussione il trattato del 1201, affidandosi alla protezione di Coira.


S. Antonio Valfurva

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Nel secolo XIV l'articolazione istituzionale della vicinanza di Valfurva appare ormai ben delineata. La Val Furva, o Forba, era composta da sei contrade, le cui denominazioni compaiono con varianti nelle fonti, e cioè San Nicolò, Sant’Antonio, Teregua, San Gottardo, San Rocco e Magnavacca o Santa Caterina, secondo Giovanni Guler von Weineck, oppure Flodrallio, Uza, Teregua, Furba, Zordo e Magliavacca, secondo Stefano Quadrio, o, infine, Furva Piana o Sant’Antonio, Madonna dei Monti, San Gottardo o Zordo, Teregua, Uzza e San Nicolò, secondo Metodo.
La rivalità fra queste contrade, come accade all'ombra dei campanili, era e sarebbe stata sempre accesa. Ne resta l'eco in antiche filastrocche che condensavano in senso dispregiativo l'immagine che ciascuna voleva rimarcare delle rimanenti. Così "Uza spuzza" (quelli di Uzza hanno scarsa cura dell'igiene personale), "Teregua delegua" (quelli di Teregua si sciolgono come neve al sole), "San Nicolò na fan un po'" (quelli di S. Nicolo hanno poca voglia di lavorare), "Sant'Antoni plén da demòni" (quelli di Sant'Antonio sono dei demoni), "San Gotard pesta lard" (quelli di San Gottardo pestano il lardo). E, tutte insieme, le contrade del piano apostrofavano sprezzantemente quelli del Monte come "grép", cani, e ne ricevevano in campo il titolo di "platafèrza", cioè gente che è talmente rammollita da aver bisogno di scaldare il letto con pietre calde.
Ma, al di là di litigi ed insofferenze, quando c'era da amministrare la comunità cariche ed attribuzioni erano chiare e non venivano messe in discussione. L'assetto istituzionale che tratteggiava i limiti dell'autonomia della valle nel contesto dell'autonomia bormina, cui era pur sempre subordinata, non fu esperienza di breve periodo, ma durò ben cinque secoli.
A capo di ciascuna contrada c’erano due anziani, eletti ogni anno dai vicini delle rispettive contrade. Tutti gli abitanti della Valfurva eleggevano i due amministratori, chiamati massari della valle, che amministravano le attività e passività della valle, facevano osservare gli ordini relativi strade, boschi e campagna, ed alla fine di ogni anno rendevano i loro conti agli abitanti dell’intera valle. La Valfurva eleggeva anche due consiglieri nel consiglio ordinario del comune di Bormio e partecipava con la stessa quota proporzionale di rappresentanti della Valdisotto e della Valdidentro nel consiglio di popolo. Nella ripartizione delle cariche della milizia del comune di Bormio alla Valfurva toccava un sottoalfiere, carica vitalizia e di nomina del consiglio del popolo di Bormio.
L'economia di quel secolo vede affiancarsi, alle tradizionali attività di pastorizia, l'estrazione del ferro dalle cave della Val Zebrù (già citate nel 1272), per la quale Niblongo e Plazzenico sono citati negli Statuti bormini.


Scorcio della Val Zebrù

Il Trecento vede anche un sostanziale mutamento degli scenari politici complessivi della Valtellina: nel 1335 Como, e con essa Valtellina e Valchiavenna, vennero inglobate nella signoria milanese di Azzone Visconti. Una potenza di ben maggiore capacità militare si sostituiva, dunque, a quella del Vescovo di Como. Nel 1350 l’avvocato Ulrico di Matsch scese alla piana di Bormio attraverso il passo di S. Maria di Monastero e la via detta dell’Ombraglio (oggi Umbrail), percorrendo l’alta valle del Braulio e la valle della Forcola. Bormio si trovò, dunque, al centro di uno scontro per l’egemonia sull’alta valle dell’Adda e decise di allearsi con quelli che riteneva i più forti, cioè i Visconti. Ulrico, infatti, fu sconfitto ed i Visconti poterono rendere effettiva la propria signoria sul Bormiese. Una signoria che parve all’inizio gravosa e negatrice delle aspirazioni di autonomia dei Bormini, i quali, dunque, approfittarono della sollevazione dei comuni guelfi valtellinesi  del 1370 per ritornare ad essere libero comune.
Ma la rivolta venne ben presto sedata e Galeazzo Visconti, deciso a riaffermare la propria signoria su Bormio, allestì una spedizione guidata dal capitano di ventura Giovanni Cane. Questi, invece di cercare di forzare le difese bormine alle torri di Serravalle, erette nella naturale strettoia al confine meridionale della contea con la Valtellina, le aggirò. Approfittò, infatti, dell’appoggio di Grosio e, il 30 novembre 1376, risalì l’intera Val Grosina, scendendo quindi per la Val Verva e la Val Viola, per piombare, infine, sulla piana di Bormio. Si narra che la corda della Bajona, storica campana di Bormio di quasi tre tonnellate, si spezzò mentre questa batteva i pesanti rintocchi per chiamare tutti alla difesa: era un segno del destino. Bormio fu messa a ferro e fuoco, ed il suo castello di S. Pietro smantellato. Furono anche distrutte, e mai più ricostruite, le difese di Serravalle. Era anche questo un segno dell’impossibilità di separare la storia della Magnifica Terra della Contea di Bormio da quella della Valtellina. I rapporti di Bormio con Milano furono, da allora, sempre buoni.


S. Nicolò Valfurva

Caduti i Visconti e terminata la breve esperienza della repubblica milanese (1447), i Milanesi accolsero come loro signore Francesco Sforza. Questi, con il diploma del 28 marzo 1450, concesse a Bormio condizioni assai favorevoli, in quanto poteva imporre liberamente dazi, pedaggi, decretare e modificare statuti a proprio beneficio ed esercitare l'alta giurisdizione con il potere di decretare la pena di morte. Era, infine, concesso il monopolio nel commercio di vino attraverso i valichi di Fraele e dell'Umbrail.
I lucrosi traffici che in età medievale e moderna connettono la Repubblica di Venezia ai territorio di lingua tedesca al nord attraverso Valfurva e Bormiese sono alla radice della fortuna economica di Bormio, ma non incidono significativamente sull'economia forbasca, che resta un'economia di sussistenza legata alla pastorizia.
Il quattrocento è anche il secolo nel quale si concretizzano le aspirazioni all'autonomia religiosa delle diverse comunità del Bormiese La Valfurva fu la prima a percorrere tale strada, nell'arco di oltre due secoli. Il primo documento notarile è infatti un atto di vendita del 1228, che attesta l'esistenza della chiesa dedicata ai santi Nicolò e Giorgio, dipendente da Bormio, ma già con un proprio sacerdote mantenuto da prebenda. Tale chiesa si era di fatto separata dalla Pieve di Bormio nel 1373, data alla quale risale la concessione ai "vicini" di Forba della facoltà di eleggere il prete che officiava a S. Nicolò scegliendolo fra quelli del Capitolo di Bormio. L'autonomia religiosa della comunità forbasca venne ampliata nel 1404 e pienamente sancita nel 1476.
Sul finire del secolo si affacciarono alla storia dell'alta valle quelli che sarebbero stati, dal 1512, i nuovi signori delle valli dell’Adda e della Mera, le Tre Leghe Grigie (Lega Grigia, Lega Caddea e Lega delle Dieci Giurisdizioni, che si erano unite nel 1471 a Vazerol), che miravano ad inglobarle nei loro territori per avere pieno controllo dei traffici commerciali che di lì passavano, assicurandosi lauti profitti.
Nel febbraio del 1487 Bormio, reduce da due severe epidemie di peste (1468 e 1476), vide affacciarsi le facce ferrigne dei soldati retici. Questi, fra il febbraio ed il marzo del 1487, saccheggiarono sistematicamente i paesi della valle da Bormio a Sondrio.


La chiesa dei santi Nicolò e Giorgio a S. Nicolò Valfurva

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Era solo il preludio dell'inizio della dominazione effettiva delle Tre Leghe Grigie (1512) sui Terzieri di Valtellina e sulle contee di Chiavenna e Bormio, su cui molto si è scritto e discusso. Le contee di Bormio e di Chiavenna si videro peraltro riconosciuta una condizione migliore rispetto a quella dei tre Terzieri di Valtellina: non ebbero governatore, ma lo status di protettorato, con propri codici e statuti.
Un quadro della situazione di Bormio a cavallo fra Cinquecento e Seicento ci viene offerto dalla celebre opera di Giovanni Guler von Weineck (governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel biennio 1587-88), “Raetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616 (e tradotta in italiano dal tedesco da Giustino Renato Orsini):
Nell'alta Valtellina abbiamo il distretto di Bormio. Esso per ogni parte è circondato da alte vette nevose non altrimenti che una città dalle sue mura; tuttavia esiste un'apertura, attraverso la quale l'Adda trascorre in Valtellina: ivi i monti si accostano l'uno all'altro così strettamente, che nell'intervallo fra le due altissime catene l'acqua si acre uno stretto e profondo varco: la via poi corre sul lato sinistro della valle, lungo la falda del monte. ... I passi più notevoli sono poi provveduti di antichi e robusti sbarramenti, così che non si potrebbe trovare altro paese, il quale per difese naturali ed artificiali presenti tanta sicurezza. Il distretto di Bormio confina a levante colla Val Mora, con la Val d'Adige, con la Val di Sole. e con la Val Camonica e con la Valtellina; a ponente colla valle di Poschiavo, col Bernina e con l'Engadina: a settentrione col monte Boffalora e con la parte posteriore della Valle di Monastero.Nel Bormiese il clima è buono e salubre, sebbene d’inverno alquanto rigido; ma d'estate è così mite che molti, dalle regioni circostanti più calde, salgono lassù per qualche tempo a cercarvi ristoro.Gli abitanti sono sani e d'indole riflessiva, d'ingegno acuto e di complessione robusta; si distinguono nelle lettere e nelle arti liberali, come anche nella milizia; nessuna fatica, così al freddo come al caldo, riesce per loro insopportabile.Nel territorio bormiese non allignano le viti, nè gli alberi da frutta; si produce però del grano in abbondanza, così che non solo basta al consumo, ma ne rimane pure qualche eccedenza da esportare.


Piana di S. Caterina valfurva e Valle dei Forni

Il bestiame grande e piccolo è moltissimo, perciò anche il latte e i latticini sovrabbondano. I monti possono accogliere per l'alpeggio estivo dalle seicento alle settecento mucche, non compresi gli ovini ed i vitelli. Una parte dei pascoli alpini viene affittata per un canone annuo; ma la parte maggiore viene sfuttata dai terrieri stessi. Nel Bormiese si ottiene inoltre molto miele, il quale è così squisito e salubre che non se ne trova in altri paesi di migliore. Fra i monti esistono qua e là vene d'oro, di argento, ferro, rame, allume, piombo e zolfo; però sono particolarmente sfruttate.
Gli abitanti di questo territorio hanno un reggimento distinto da quello della Valtellina. Essi infatti, come gente di confine e come padroni di passi importanti, ottennero in ogni epoca dai loro principi molti privilegi ed immunità, che ancora oggi sono in vigore. Possono eleggersi da sè il podestà, i giudici e il consiglio, non che tutti gli altri funzionari del territorio; ma li nominano per sorteggio, scansando così ogni competizione ed assicurando nel miglior modo la pace comune…
In questo modo ogni quattro mesi vengono eletti due consoli come capi, sedici consiglieri e tredici giudici: questi poi, dalle vallate adiacenti e dai villaggi dove abitano, si raccolgono insieme nel capoluogo di Bormio dove sorge il palazzo del Governo; giudicano in cause civili e penali, ma alla presenza e con la collaborazione del podestà, che presiede il consiglio, alla presenza del suo cancelliere e di due uscieri, incaricati di tutte le procedure giudiziarie. Il podestà viene ora inviato ai Bormiesi, ed a loro spese, dalle Eccelse dominanti Tre Leghe: ed ogni due anni all'incirca si sostituisce.


Ghiacciaio dei Forni e pizzo Tresero

Il Bormiese ha una costituzione locale scritta, detta statuto, e con essa si governa: per altro, in caso di controversia si può appellarsi al potere supremo, tanto in assemblea straordinaria, come in quella generale ordinaria, oppure ai commissari e funzionari a ciò deputati, ovvero anche alle onorevoli comunità del territorio. In guerra i Bormiesi si scelgono da sè il loro capitano e da sè fanno le leve di milizie, che costituiscono una bella ordinanza, ben provveduta di tutto il necessario.
Tutto il territorio di Bormio, nel quale l'anno 1608 io annoverai quattordicimila anime, è diviso in cinque comuni o vicinanze: il primo e più noto è quello di Bormio, che comprende il capoluogo con le sue adiacenze; il secondo è la Valfurva, che da Bormio risale a monte, lungo il corso del torrente Frodolfo; il terzo è la Val di dentro, che da Bormio si estende verso occidente: il quarto la Valle di sotto che giace lungo il corso dell'Adda, scendendo verso la Valtellina; il quinto ed ultimo è la Valle di Livigno, che si prolunga dalla Val di dentro sino al monte Fustani verso l'Engadina…
Il torrente Frodolfo serve a trasportare molto legname, così per le fabbriche, come per gli usi domestici; viene anche adoperato per i mulini, le segherie, i magli ed altre industrie. Perciò le abitazioni sono comode e ben costruite.
...
L’altra parrocchia è detta di S. Nicola, in Valfurva. Le appartengono gli altri villaggi della Valle; quali S. Antonio, villaggio abbastanza grosso che sorge nel piano della valle; poi Tregua, un paese così chiamato dall’armistizio che fu conchiuso fra Bormiesi e Veneziani nella guerra menzionata; più addentro nella valle stanno i due villaggi di S. Gottardo e S. Rocco; infine vi è un ultimo paese detto Magnavacca, che significa “divora la vacca” per il fatto che per quei monti infatti talvolta precipitano, morendo, le vacche e vengono divorate. Ivi sorge pure la chiesa di S. Caterina. Il monte del Forno … sul versante di Bormio dà origine al torrente Frodolfo, che prima scorre nella Valfurva, e poi, per Bormio, confluisce nell’Adda, mescolando in esso le sue acque, un poco a valle di Bormio… Il fiume trascina delle pagliuzze d’oro che possono essere raccolte nel fango. Fra tutte le vallate Bormiesi la Valfurva è la più popolata; e da essa molti passi conducono all’estero. Uno di questi varca il monte presso le sorgenti del Wimlat, uscendo nella Val Merter, la quale sotto Glorenza entra in Val d’Adige; un secondo passo mena in Val di Sole, ossia nell’Isola; un terzo in Val Sarca; ed un quarto, attraverso il monte Gavia, passando per Ponte di Legno, conduce in Val Camonica. Sono però tutti passi difficili e inaccessibilissimi d’inverno."


L'alta Valfurva

Dunque la comunità Forbasca viene definita seconda vicinanza, dopo Bormio, e si sottolinea l'importanza economica del Frodolfo per il trasporto del legname e l'attività di mulini, segherie, magli ed altre industrie.
Sempre sul finire del Cinquecento, le Tre Leghe Grigie concessero al vescovo di Como Feliciano Ninguarda, per la sua origine morbegnese, il permesso di effettuare una celebre visita pastorale, nel 1589, di cui diede un ampio resoconto, pubblicato nella traduzione di don Lino Varischetti e Nando Cecini. Vi leggiamo:
“Bormio ... giace in un'ampia pianura tra due fiumi, l'Adda a sinistra e il Frodolfo a destra. ... Benché Bormio sia famoso è tuttavia isolato con alcuni paesi e contrade a lui soggetti; la sua giurisdizione si estende in linea retta per circa dieci miglia e in larghezza per circa un quarto, eccetto vicino a Bormio dove si allarga per due miglia. Comprende alcuni monti e due lunghe valli, quantunque strette; una a destra, chiamata valle Furva, di sette miglia fino a Vico Magnavacca e di altre sette, attraverso il monte Gavia, fino alla giurisdizione da una parte, a sinistra, in val di Sole, soggetta al serenissimo arciduca Ferdinando e dall'altra parte in Valcamonica, soggetta a Brescia....
A destra di Bormio, oltre il fiume Frodolfo, vi è la Val Furva (vallis de Furba), così chiamata dal nome del paese principale, distante da Bormio un miglio abbondante, dove ci sono alcuni paesi e frazioni con le seguenti chiese. All’inizio della valle c’è la frazione di Uzza, con la chiesa di SS. Rocco e Sebastiano. A mezzo miglio oltre la frazione di Uzza c’è un’altra frazione, Tregua, dove si trova la chiesa della SS. Trinità.
A un altro mezzo miglio dalla frazione di Tregua, vi è il paese principale, chiamato Furva, dal quale prende nome la valle dove c’è la chiesa curata dedicata a S. Nicolò Vescovo, distante due miglia dalla matrice e dove presta servizio come vicecurato il sacerdote Stefano Tuana di Grosotto, alla quale sono sottomesse tutte le altre chiese con gli abitanti di tutta la Valle Furva.
A mezzo miglio della predetta chiesa di S. Antonio e a tre dalla matrice, c’è la chiesa di San Gottardo con la frazione da cui prende nome. A quattro miglia da San Gottardo e a sette da Bormio, vi è la frazione di Magnavacca, dove c’è la chiesa dedicata a S. Caterina. Dopo la frazione di Magnavacca non si trovano più né chiese né frazioni; a sette miglia dalla stessa frazione si incontra il passo Gavia con alcune baite di pastori; qui finisce la giurisdizione di Bormio. Oltre il passo a destra incomincia il territorio dei Veneziani e a sinistra quello della serenissima casa d’Austria
. "


Apri qui una panoramica del lago della Manzina e del pizzo Tresero

Nel 1617, a Basilea, viene pubblicata l'opera "Pallas Rhaetica, armata et togata" di Fortunat Sprecher von Bernegg, podestà grigione di Teglio nel 1583 e commissario a Chiavenna nel 1617 e nel 1625; vi si legge (trad. di Cecilia Giacomelli, in Bollettino del Centro Studi Storici dell’Alta Valtellina, anno 2000):
"Dapprima ci recheremo nel territorio di Bormio, che si trova nella parte alta ed è circondata tutt'intorno da alte montagne, come pure da una cinta di mura. Bormio è collegata alla Valtellina solo da uno stretto passaggio, attraverso cui scorre il fiume; in questo luogo in tempi antichi si trovava una fortificazione per la difesa del territorio. Il territorio del Bormiese si divide in cinque Vicinanze, che possiamo anche definire cinque piccoli comuni.
I Il primo è il territorio principale di Bormio, che dà il nome all'intera zona. La ridente località, fortificata da alte torri, ha subito notevoli danni a causa dei numerosi incendi. A Bormio hanno la loro sede l'arciprete, i canonici e le autorità. Al territorio appartengono i paesi di Piazza, Piatta, Oga e Fumarogo. Fumarogo significa fumans rogus, ossia pira fumante e deve il suo nome ad una triste circostanza. Infatti, quando al tempo di Filippo Maria Visconti i Veneziani rasero al suolo la Valtellina e penetrarono nel Bormiese, gli abitanti del luogo li attaccarono e li cacciarono. Per non infestare l'aria, i loro cadaveri vennero arsi. Nel 1503, nel giorno di Santa Lucia, questa zona fu funestata da un incendio.
II Il secondo comune è quello di Valfurva (Val Forba)... III Il terzo comune è Valdidentro (la valle interna) ... IV Il quarto comune è la Valdisotto (valle di sotto) ... V Il quinto comune, la valle di Livigno ...
Abitando nelle immediate vicinanze del confine, i valligiani godono da sempre di notevoli diritti e libertà. Per questo, al fine di evitare irregolarità e situazioni spiacevoli nelle votazioni, si procede per estrazione utilizzando fagioli neri e bianchi. All'inizio di maggio ci si riunisce per la distribuzione delle cariche pubbliche; per l'occasione presenziano nel grande consiglio di zona sessanta rappresentanti del popolo per la zona principale di Bormio, altrettanti per le tre valli, mentre Livigno partecipa solamente con tre. I rappresentanti del popolo eleggono due Ufficiali che ricoprono la carica più alta, e i Consiglieri. Sedici consiglieri giudicano in materia penale: dieci di essi sono di Bormio, mentre i rimanenti sei provengono dalle valli. La materia civile compete invece a tredici consiglieri o emettitori di sentenze, tutti provenienti da Bormio. La valle di Livigno dispone, per i casi più semplici, di un proprio balivo civile. Per l'emissione delle sentenze queste popolazioni seguono determinate leggi locali e adottano ordinamenti propri. Tutti i ricorsi pervengono ai consiglieri delle Tre Leghe nella dieta federale. Il territorio di Bormio ha il proprio capitano militare e i propri ufficiali che presiedono un drappello di 500 uomini.


Gran Zebrù in Val Cedeh

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Molto interessante, per la situazione di Bormio nel primo quarto del Seicento, anche la testimonianza di Giovanni Tuana, nel “De rebus Vallistellinae” (“Fatti di Valtellina”, a cura di Tarcisio Salice, traduzione dal latino di Abramo Levi, Sondrio, Società Storica Valtellinese, 1998):
Bormio, estremo lembo della regione e dell'Italia, segna il confine con Reti e Germani tramite montagne scoscese e aspre poste a settentrione a mo' di baluardo; a oriente confina con le Venezie e il Trentino, a cui si giunge attraverso la Valfurva e il passo Gavia, sempre di difficile ascesa e coperti di nevi perenni; a occidente la via si apre verso i Reti dell'Engadina e i Sammariani, attraverso una valle buia per le [sue] gole, ma con numerosi villaggi; a sud si trova la Valtellina.
... Il resto del contado di Bormio si divide in valli: la Valfurva, ovvero quella orientale, quella occidentale ossia la Val di Dentro, quella meridionale ovvero Cepina e Oga, paese montano...
La Valfurva, aperta verso il Veneto e il Trentino, si estende verso orienta per dieci miglia; è densamente popolata, poiché offre da vivere a duecento famiglie di gente popolana, le quali sono sperse in cinque piccoli paesi e villaggi montani. Il principale centro della valle è Furva (Flodrallium), ove sorge la chiesa dedicata ai santi vescovi Nicola e Miro e a San Giorgio Martire, parrocchiale dell’intera valle che, istituita da Callisto III, decaduta per negligenza dei sacerdoti e la dissolutezza dei paesani, fu riportata all’antico decoro dall’impegno di Eusebio Robustelli. Gli altri paesi hanno propri oratori; a Uzza (Uxa) quello di San Rocco, in prossimità del territorio di Bormio, a Teregua (Tregua) quello della SS. Trinità, il cui nome deriva da un armistizio lì concluso dai Bormini con i Veneti che li premevano; a Furva (Furba) S. Antonio Abate, a Fodro (Fordum) San Gottardo.
Quest’ultimo si trova sul monte, come pure Teregua. Anche il monte a settentrione è coltivato. Al centro dei piccoli insediamenti c’è la chiesetta della Madonna, detta appunto del monte, alla quale affluiscono numerosi i montanari. Il fondovalle ha un suolo non inadatto alla cerealicoltura e la montagna più bassa, che è a settentrione, se lo si lavora intensamente; l’estremità della valle, a sud, è coperta di vastissime foreste da taglio, abetaie, pinete, lariceti: la parte ad oriente è più adatta alla fienagione.
Bagna la valle il Frodolfo (Frigulfus), corso d’acqua di origine glaciale originato da due torrenti che, sgorgati rispettivamente dal passo del Gavia e dai ghiacciai eterni dei Forni, confluiscono non lontano dal sacello di Caterina Migliavacca (Catharina Migliavaccensis): Furva dista cinque miglia. Nulla è più ghiacciato, nulla è più irto di questi monti! Sono i monti che separano dal Trentino a oriente, dai Veneti Camuni a sud, dai Germani Vennoni (per noi Venostini): meglio sarebbe chiamarli Iperborei o Rifei. Da lì vengono cristalli in grande quantità. Dal versante opposto a quello di Furva, che guarda il Trentino, nasce il Mincio, il quale, attraversato il Benaco, si getta infine nel Po.”


Apri qui una panoramica dell'alta Val Cedeh con il Gran Zebrù

La visita pastorale del Ninguarda rappresenta un’eccezione: le autorità grigione, infatti, avevano promosso, nella seconda metà del cinquecento, una politica tesa a favorire la penetrazione della Riforma in Valtellina e nelle contee di Chiavenna e Bormio, il che aveva creato un clima di sempre maggiore tensione, essendo qui la popolazione pressoché interamente cattolica. Questa politica portò, in particolare, all’espulsione dei Padri della Compagnia di Gesù che erano a Bormio predicavano, confessavano e si dedicavano all’istruzione. La riforma non attecchì, però: a Bormio solo tre persone vi aderirono.
Il Seicento fu un secolo di ferro non solo per la Valtellina, ma anche per la Magnifica Terra, che risentì della fase di guerra nel contesto della Guerra dei Trent'Anni, ma anche del progressivo irrigidirsi del clima nel contesto della cosiddetta Piccola Età Glaciale, che si protrasse fino agli inizi dell'Ottocento.
La situazione andava precipitando. Nel 1618 in Europa ebbe inizio la Guerra dei Trent’Anni, nella quale Valtellina e Valchiavenna furono coinvolti come nodi strategici fra Italia e mondo germanico, anche se la Valfurva, per la sua poszione defilata, fu la valle che nel contesto dell'attuale provincia di Sondrio ebbe meno a risentirne e non dovette subire tutte le odiose conseguenze del passaggio o peggio ancora dello stazionamento di eserciti.
A Sondrio, al colmo delle tensioni fra cattolici e governanti grigioni, che favorivano i riformati in valle, venne rapito l’arciprete Niccolò Rusca, condotto a Thusis per il passo del Muretto e fatto morire sotto le torture. Due anni dopo, il 19 luglio del 1620, si scatenò la rabbia della nobiltà cattolica, guidata da Gian Giacomo Robustelli, con la sollevazione anti-grigione e la caccia al protestante, nota con l’infelice denominazione di “Sacro macello valtellinese”, che fece quasi quattrocento vittime fra i riformati. Fu l’inizio di un periodo quasi ventennale di campagne militari e battaglie, che videro nei due schieramenti contrapporsi Grigioni e Francesi, da una parte, Imperiali e Spagnoli, dall’altra.
Bormio si trovò di nuovo in mezzo ad un conflitto fra potenze contrapposte: la scelta fu quella di persuadere il Podestà grigione e riformato Christel Floris di Partenz lasciare il Contado, con una scorta di armati che gli garantisse l’incolumità. I Bormini non erano entusiasti di quello che era accaduto, ma temevano possibili atti di forza dei Valtellinesi, per cui conclusero con loro, il 24 luglio del 1620, un patto di alleanza tra Bormini e Valtellinesi. I Grigioni tentarono di riportare Bormio dalla propria parte offrendo 30000 zecchini veneti per avere libertà di passaggio nella campagna che stavano organizzando per riprendere la Valtellina. I Bormini, per tutta risposta, uccisero al ponte di Turripiano il loro ambasciatore e cancelliere di Zug, Giovanni Zuccaio, col suo segretario. Frattanto i Grigioni, calando dalla Valmalenco, occuparono Sondrio e ricevettero aiuti da Berna e Zurigo, oltre che dai Veneziani. I Valtellinesi ottennero, invece, protezione dalla Spagna ed il Duca di Feria, governatore di Milano, dichiarò la guerra ai Grigioni. Bormio era di nuovo minacciata, perché le milizie bernesi e zurighesi, al comando del colonnello Müller, e quelle delle Tre Leghe, al comando del colonnello Güler, attraverso Livigno, il passo d'Eira e la Val Viola, marciarono sulla città, vincendo ogni resistenza.
Una Bormio spopolata per la fuga di buona parte della popolazione sui monti, fu per 12 giorni sottoposta ad un saccheggio (il terzo nella sua storia) profanatore dai soldati avidi di vendetta e di bottino.


S. Antonio Valfurva

Le milizie proseguirono scendendo la valle e saccheggiando Sondalo, Tiolo, Grosio e parte di Grosotto. A Tirano avvenne la battaglia decisiva: l'11 settembre del 1620 le truppe dei ribelli cattolici, aiutate da contingenti spagnoli, sconfissero quelle riformate. Queste il 14 settembre abbandonarono Bormio ripiegarono in Engadina, lasciando dietro di sé una situazione di desolante devastazione che riportava alla memoria lo scempio operato dalle truppe viscontee nel 1376. Ci si misero, infatti, anche gli Spagnoli che inseguivano le truppe retiche ad aggravare lo scempio. Scrive, nella sua cronaca, Giasone Fogliani che questi, anziché aiutare la popolazione provata, "incominciarono anche essi a rubbare, aggravare et a farsi contribuire dal povero paese [...] et duemilla guastadori incominciando un forte reale dentro in mezzo della campagna, qual occupava seimilla pertiche di terreno dei migliori, senza pagar cosa niuna, così per niente, e essi occuporno la maggior parte delli nostri campi nel forte et in strade." Un anonimo scrittore del Seicento ci informa che morirono i due terzi dei Bormini "per paure et mali diportamenti de Spagnoli et male di mangiare, che è compassion a narrare di queste cosa". Ed aggiunge: "Ne vanno in Bresciana più di tremila all'anno quando concorre il passo", cioè quando è aperto il passo del Gavia, lasciando intravvedere un flusso migratorio da Bormio ma probabilmente anche dalla Valfurva come conseguenza della situazione estremamente difficile.
Mentre si costituiva la Repubblica di Valtellina, Bormio chiese agli Spagnoli di conservare le tradizionali autonomie. Questi accondiscesero, a patto i poter edificare a poche centinaia di metri dal borgo il forte Dos de Lugo.
La pesante intrusione della Spagna in Valtellina e nel Bormiese suscitò in Europa una pronta reazione:  nel febbraio 1624 si costituì una lega antispagnola, fra Francia, Venezia, Leghe Grigie e Savoia. Avvampò di nuovo la guerra, ed il marchese di Coeuvres, a capo delle truppe della lega, assediò e prese Tirano e Sondrio. Le truppe della lega ripresero anche Bormio, che il 3 dicembre 1624 accettò di tornare sotto la protezione delle Tre Leghe Grigie. Il 5 marzo 1626, il Trattato di Monzon riportò la Valtellina ed i Contadi di Bormio e di Chiavenna alla situazione antecedente al 1620, con la garanzia, però, che l’unica religione ammesse era quella cattolica.


Scorcio della Val Zebrù

Ma la Valtellina godette solo per breve periodo della riguadagnata pace: il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo.
La Valfurva aveva già conosciuto un focolaio di peste nel 1620, per sfuggire al quale molte famiglie si erano rifugiate a Pejo. La contea di Bormio riuscì ad evitare il flagello nel 1630, grazie ad un cordone sanitario alla storica stretta di Serravalle. Ugualmente, però, la peste si affacciò nel 1635. A tale flagello è connesso quello della caccia alle streghe: fra il 1631 ed il 1633 vennero decapitate e bruciate trentaquattro persone fra uomini e donne. Tale caccia era però giè iniziata nei secoli precedenti: secondo uno scrittore tedesco in Valtellina e nei contadi ne vennero uccise 300 fra il 1512 ed il 1531. Procerssi e condanne a morte, poi, proseguirono per tutto il Seicento ed il Settecento. Nel Bormiese l'ultima strega condannata a morte fu Elisabetta Rocca, di Oga, nel 1715.
L’iniziativa della Francia riportò la guerra in Valtellina, con le campagne del francese duca di Rohan, alleato delle Tre Leghe Grigie, contro Spagnoli ed Imperiali. Il duca, penetrato d'improvviso in Valtellina nella primavera del 1635, con in una serie di battaglie, a Livigno, Mazzo, S. Giacomo di Fraele e Morbegno, sconfisse spagnoli e imperiali venuti a contrastargli il passo. Prima della vittoria francese, però, Bormio dovette subire, per tre settimane, un quarto catastrofico saccheggio, il peggiore, ad opera degli Imperiali del Fernamont, alleati della Spagna: le cronache narrano che in una sola giornata questi fecero 142 vittime. Poi, nel 1637, la svolta, determinata da un inatteso rovesciamento delle allenze: i Grigioni, che pretendevano la restituzione di Valtellina e Valchiavenna (mentre i Francesi miravano a farne una base per future operazioni contro il Ducato di Milano), si allearono segretamente con la Spagna e l'Impero e cacciarono il Duca di Rohan dal loro paese. Le premesse per la pace erano create e due anni dopo venne sottoscritto il trattato che pose fine al conflitto per la Valtellina: con il Capitolato di Milano del 1639 i Grigioni tornarono in possesso di Valtellina e Valchiavenna, dove, però l’unica religione ammessa era la cattolica. I Grigioni restaurarono l'antica struttura amministrativa, con un commissario a Chiavenna, un podestà a Morbegno, Traona, Teglio, Piuro, Tirano e Bormio, ed infine un governatore ed un vicario a Sondrio.
Terminava il periodo più nero della storia della contea di Bormio e della Valtellina. Si stima che la popolazione complessiva della Magnifica Terra sia scesa da circa 15.000 a circa 10.000 anime. Ne risentì fortemente l'economia. In Valfurva iniziò un flusso migratorio che vide, per esempio, i ciabattini forbaschi scendere in Brescionza, cioè nella bassa bresciana, in cerca di lavoro. Li accompagnava un grande spirito di iniziativa, un senso mai sopito di appartenenza alla propria terra ed un vero e proprio gergo con il quale comunicavano fra di loro, il "plat di scióbar". Il Seicento è anche il secolo che vede un grande sforzo di intensificazione dello sfruttamento della terra, dei maggenghi e degli alpeggi, come reazione alle condizioni economiche decisamente peggiori rispetto ai secoli precedenti. Nel 1613 la Valfurva risulta possedere 1420 vacche e 5100 pecore. Il flusso migratorio proseguì anche nei secoli successivi, e dai registri parrocchiali del 1840 risulta che interessasse il 10% circa della popolazione.


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Il Settecento fu, nel complesso, in Valtellina e Valchiavenna, secolo di ripresa economica, non priva, però, di arresti e momenti difficili, legati soprattutto ad alcuni inverni eccezionalmente rigidi, primo fra tutti quello memorabile del 1709 (passato alla storia come “l’invernone”, “l’inverno del grande freddo”), quando, ad una serie di abbondanti nevicate ad inizio d’anno, seguì, dal giorno dell’Epifania, un massiccio afflusso di aria polare dall’est, che in una notte gelò il Mallero e parte dell’Adda. Ed ancora, nel 1738 si registrò una nevicata il 2 maggio, nel 1739 nevicò il 27 ed il 30 marzo con freddo intenso, nel 1740 nevicò il 3 maggio, con freddo intenso e nel 1741 nevicò a fine aprile, sempre con clima molto rigido e conseguenze disastrose per le colture e le viti.
Alla metà del settecento risalgono queste note dello storico Francesco Saverio Quadrio, nelle “Dissertazioni storico-critiche sulla Rezia…” (1757):
Il Contado di Bormio è il Confine, e il Termine della Valtellina ugualmente, che dell'Italia, il quale dal Settentrione, mediante i Retici Gioghi, da' Germani e da' Reti l'una e l'altra divide. Dall'Oriente ha i Veneziani, e i Tirolesi, a' quali per la Val Furva, e per il Monte Gavio si passa, Strada in oggi scoscesa, e per le nevi difficile; ma da' Romani ab antico assai frequentata. Dall'Occidente per una Valle, oscura veramente, ed angusta, ma pur di Terre, e di Borghi assai zeppa, confina con gli Engaddini: e fa via altresì a Poschiavo; e dal Mezzogiorno si continua colla Valtellina, di cui è Parte: nè cominciò a far Governo da sè, che quando smembrato da essa, ne furono i Venosta dagl'Imperadori investiti: e fu tal Porzione per ciò da loro eretta in Contado. Esso è diviso in cinque Comunità, che sono Bormio, la Val Furva, la Valle di Pedenosso, la Valle di Cepina, e la Valle di Luvino: le quali cinque Comunità comprese erano dagli Antichi sotto il nome di Breoni o Breuni: e tali cinque Comunità sono da alte Montagne all'intorno circondate per modo, che non lasciano che una sola apertura, chiamata la Serra, per dove l'Adda nel rimanente della Valtellina trapassa, con a lato contigua sul Piè del Monte la Via.


Apri qui una panoramica dei Bei Laghetti in Val Sobretta

A Bormio s'aspettano anche i Villaggi, o Terre di Piazza, Piatta, Oga, e Fumarogo, che con esso una sola Comunità costituiscono. La seconda Comunità è la Val Furva, oggi detta corrottamente Val Forba, che non già dal color Furvo trasse il suo nome, come alcuni opinarono, ma sì dall'antica Famiglia de' Furvi, che vi dominava. In essa sono le Terre Flodrallio, Uza, Tregua, Furba, Zordo, e Magliavacca, appo cui sono le Acque Salubri di S. Caterina. Da' Monti, che chiudono questa Valle, restano divisi all'Oriente i Trentini, al Mezzodì i Camuni, e i Venosti: e ad essa il Monte stesso Alforno appartiene, dal cui lato, che Bormio riguarda, trae origine un Capo del già mentovato Fredolfo, tirandone l'altro dal Gavio: e dal lato, che guarda il Trentino, trae l'origine il Mincio, che dopo aver corso il Lago di Garda, va a perdersi in Pò. Questa Valle non manca di Miniere d'Oro, e d'Argento, quantunque il cavarle non sia opera di que' Popoli, per la molta spesa, che vi sarebbe mestieri


Il passo del Gavia

Il Settecento è secolo di generale per quanto timida ripresa economica. In quel di Valfurva, appena due anni prima (1698), un prete, Baldassarre Bellotti, scopre quell'acqua ferruginosa che sgorga da una certa sorgente di Santa Caterina e che si raccomanda per le sue proprietà salutari. E' solo un'anticipazione: sarà l'Ottocento a decretare la fama di quest'acqua e di Santa Caterina come località di soggiorno termale.
Nel quadro più ampio della storia della Magnifica Terra e della Valtellina il Settecento vede crescere il malcontento contro il dominio delle Tre Leghe Grigie nei tre terzieri di Valtellina, ma anche in Valchiavenna, soprattutto per la loro pratica delle di mettere in vendita le cariche pubbliche. Tale vendita spettava a turno all'una o all'altra delle Leghe e chi desiderava una nomina doveva pagare una cospicua somma di denaro, di cui si sarebbe rifatto con gli interessi una volta insediato nella propria funzione, esercitandola spesso più per amore di lucro che di giustizia. Per meglio comprendere l’insofferenza di valtellinesi e valchiavennaschi, si tenga presente che la popolazione delleTre Leghe, come risulta dal memoriale 1789 al conte di Cobeltzen per la Corte di Vienna, contava circa 75.000 abitanti, mentre la Valtellina, con le contee, superava i 100.000. I Bormini, però, non si associarono al coro delle lamentele: per loro la sudditanza alle Tre Leghe era molto più formale che sostanziale. Da altri versanti, cioè dalla Valtellina, poteva venire un’autentica minaccia alla loro autonomia. Fu, comunque, la bufera napoleonica a tagliare il nodo di Gordio, con il congedo dei funzionari Grigioni e la fine del loro dominio, nel 1797. I Bormini, in verità, temendo di perdere la loro plurisecolare autonomia, erano oltremodo riluttanti a separare la propria sorte da quella delle Tre Leghe, ma si indussero ad aderire alle istanze dei Valtellinesi per paura di ritorsioni.
Napoleone intendeva inizialmente associare Valtellina e contadi, su un piano di parità, alle Tre Leghe Grigie; queste, però, dopo un referendum, rifiutarono, cosicché egli, il 22 ottobre 1797, decise di annettere queste terre alla Repubblica Cisalpina. Bormio aveva tentato, invano, il 17 ottobre 1797 di essere dichiarato provincia separata dalla Valtellina.


Il ghiacciaio dei Forni

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Era la fine definitiva del Contado di Bormio e dei suoi autonomi statuti. Invano, fra il 1814 ed il 1815, dopo la caduta di Napoleone, Bormio tentò di riconquistare l’autonomia aggregandosi ai Cantoni Svizzeri: il Congresso di Vienna sancì la sua definitiva inclusione nel Regno Lombardo-Veneto, dominio degli Asburgo d’Austria. La severa amministrazione asbuargica, peraltro, non era scevra di iniziative volte a migliorare la situazione infrastrutturale dei suoi domini: così, nel 1825, su progetto dell’ingegner Donegani, venne tracciata quella strada dello Stelvio che costituì un autentico capolavoro di ingegneria.
Dopo l’unità d’Italia dalle statistiche raccolte dal Prefetto Scelsi apprendiamo che nel 1866 il comune di Valfurva era costituito dai nuclei di S. Antonio, dove abitavano 125 uomini e 225 donne (tot. 350), S. Nicolò, con 80 uomini e 107 donne (tot. 187), S. Gottardo, con 24 uomini e 46 donne (tot. 70), Teregua, con 46 uomini e 92 donne (tot. 138), Uzza, con 37 uomini e 48 donne (tot. 85), più le case sparse, con 138 uomini e 207 donne (tot. 345). In totale si contano 450 uomini e 725 donne, quindi 1175 anime. Popolazione destinata ad un discreto incremento nei decenni nsuccessivi: nel 1871 gli abitanti sono 1537, nel 1881 sono 1580, nel 1901 sono 1578 e nel 1911 salgono a 1742. Vennero censite anche le case, 235 in tutto, di cui 35 vuote. Le famiglie erano 279. Risulta ancora attiva in Val Zebrù una miniera di ferro condotta dalla ditta Corneliani Luigi. Viene infine menzionato il "Grandioso stabilimento" di "acqua acidula marziale" condotto da Corneliani Luigi, con queste annotazioni: "Un comodo e recente locale serve di alloggio ai bevitori d'acqua, ma essendo alle volte grandissimo il concorso a queste acque, non basta il locale stesso per fornire a tutti l'alloggio, e vengono interinalmente ricoverati nelle circostanti casupole di legno... Le acque acidulo-marziali si usano unicamente per bevanda, e sono le sole di questo genere in Lombardia. Sono efficacissime nelle malattie gastro-enteriche, dei reni, della vescica, dell'utero, del fegato, del sistema sanguigno e linfatico, ecc. ecc." Ed ancora: "E' della stessa natura ed efficacia di quella tanto rinomata di S. Maurizio nell'Engadina. ... Fino al 1836 la strada che vi conduceva non era praticabile che pei muli, né eravi che un informe fabbricato di legno; talché la rinomanza che pur si era già acquistata la doveva alla bontà intrinseca di quell'acqua come farmaco, dacché tutte le altre circostanze erano contrarie. ... L'ostacolo principale consistendo nella mancanza di strada, la Delegazione di Sondrio fece fare una perizia per una strada che doveva importare 25.000 lire. Ottenuta l'adesione dei Comuni, la strada fu fatta, costò circa 100.000, ed esige continue riparazioni. Un privato, certo Clementi di Bormio, eresse colà uno stabilimento, avendo avuto gratis tutto il legname occorrente dai Comuni. Il governo austriaco ottenuto il suo scopo non mancava ogni anno di far predicare da' suoi giornali la potenza di quei bagni e di quelle acque, la comodità dei locali ed amenità dei siti, e tutti gli uffici di polizia avevano l'incarico di spiegarle a chi chiedeva passaporto pei bagni."


Santa Caterina Valfurva

L'Ottocento, per la Valfurva, è dunque il secolo della scoperta della sua vocazione turistica, trainata dalla fama di quest'acqua. Dal 1836 la famosa acqua ferruginosa comincia ad essere conosciuta ed apprezzata, e conseguentemente imbottigliata e commercializzata. Cominciano ad arrivare i "sciori" che vogliono bere di quella "akua forta" ferruginosa così raccomandata contro tanti acciacchi e malanni e poi farsi portare su in Valle del Forno, al cospetto del ghiacciaio dei Forni, a godersi una bella giornata di villeggiatura, gustando gli apprezzati dolci dell'albergo dei Forni, costruito all'inizio del Novecento dalla famiglia sondriese Buzzi. Un albergo che acquisì in breve ampia fama, dotato com'era non solo di Ufficio Postale e sala di lettura, ma anche di gabinetto di sviluppo fotografico e di camere per la cura lattea.
All'albergo giungeva anche una diversa categoria di clienti, amanti non dei comodi bagni di sole o delle passeggiate che in un quarto d'ora (allora!) portavano alla fronte del ghiacciaio, ma di salite alle cime circostanti e traversate su ghiacciaio. La Valfurva era già entrata nel mirino degli scalatori nella seconda metà dell'Ottocento, soprattutto ignlesi e tedeschi: fra il 1864 ed il 1865 vengono salite le più note cime del gruppo Ortles-Cevedale, il Gran Zebrù ed il monte Cevedale. Ad inizio Novecento comparivano anche le prime fumosissime automobili, cui veniva rigorosamente imposto di non correre e di non superare il limite di 8 kmh. Aldo Bonacossa ebbe a scrivere, nel 1915, che i forbaschi vivevano di "pastorizia e industria del forestiero".


Apri qui una panoramica della Valfurva

Entusiasta quasi è la descrizione della Valfurva nella II edizione della Guida alla Valtellina curata da Enrico Besta ed edita dal CAI di Sondrio nel 1884:
La Val Furva, ricca di foreste, s’apre a sud-est di Bormio. Essa, come la Val Viola, è rinserrata da montagne formate quasi interamente di scisti e di arenarie soventi a strutture semi-cristalline, e contenenti rocce calcaree. In fondo a questa valle in un ridente bacino trovansi le acque ferruginose di S. Caterina, a cui molti accorrono nella calda estate. Una comoda via carrozzabile, che si percorre a piedi e in vettura in poco più di due ore, sale da Bormio a Santa Caterina.
Lasciate le ultime case del borgo, la via corre stretta fra il Frodolfo, turgido sempre durante l’estate, e le ultime aride e ripide falde del Dosso di Reit, lascia a sinistra alcune fornaci e poi giunge al villaggio di Uzza, allo sbocco di un’era valle che da esso prende nome. Dal vallone di Uzza scendono al Frodolfo i numerosi massi o ciottoloni di calcare nero, che poi tramutansi in ottima calce, e che hanno importanza economica assai maggiore delle rare pagliuzze d’oro che trovansi sparse fra le sabbie del torbido torrente. Nella parte superiore del vallone corrono larghi filoni di gesso. Qui la Val Furva si allarga e si fa bella. In breve si giunge a S. Nicolò capoluogo del Comune (2313 ab.). …
Più oltre trovansi i villaggi di S. Antonio e S. Gottardo;e vedonsi sparsi sulle pendice dei monti, fertili e ben coltivate, altri casolari. La Valle Zebrù è un taglio molto profondo che divide la massa calcarea del monte Cristallo da quella schistosa del monte Confinale. Fertile e ridente là dove sbocca, diventa ben presto angusta e sassosa, poi s’allarga di nuovo: dall’una e dall’altra parte salgono erte e rocciose le pendici, e scendono frequenti, lungo i seni dei monti, torrenti di ghiaccio, piccole diramazioni di quel campo sconfinato, quasi continuo, che si dispiega sulle soprastanti vette. La Valle Zebrù termina col Gran Zebrù o K
önigspitze (cima del Re), vetta piena di fascino… Più a sinistra sorge maestoso l’Ortler Spitze; poi a nord il Cristallo, al sud il Confinale. … In questi giorni si sta ultimando la Capanna Milano (2842 m.) che la benemerita sezione di Milano del C.A.I. ha fatto costruire sui fianchi del Zebrù. …


Il lago Bianco al passo del Gavia

Un’ora e mezza di cammino dopo S. Gottardo la valle torna ad aprirsi in un grazioso bacino nel quale si avvicendano prati, pascoli e boschi. Le pendici dei monti, fatte meno erte assai, sono sparse di alpeggi o coperte di foreste. .. Di fronte si eleva la candida e svelta piramide del Tresero su larga base di nera roccia; ai piedi suoi si apre la Val Gavia; a sinistra sbocca la Valle del Forno; più vicino a destra e al di là del Frodolfo vedesi un vasto edificio; al di qua, sparse o per piano o sul pendio, case o capanne che s’aggruppano attorno ad una chiesuola, la chiesa di S. Caterina.
Qui siamo a 1768 sul livello del mare, in una regione alpestre per eccellenza, ove spira un aere sì puro che afforza la vita e solleva l’animo. Né manca la vita pastorale; attorno attorno, su pei ripiani del monte, e greggi e mandre avidamente strappano l’erba…
Nel brevissimo tempo durante cui dura la stagione delle acque questo pittoresco bacino è tutto vita, tutto allegria. S. Caterina (1768 m.) va rapidamente divenendo non umile borgata. Il Gran Stabilimento Clementi (Stazione del Club Alpino) va aumentandosi ogni anno più per nuovi fabbricati che vi aggiunge il solerte proprietario. Nulla vi manca mai di quanto può valere a rendere commodo e gradito il soggiorno alpestre. Ha servizio postale e telegrafico, ha sale di lettura, di bigliardo, ha gli ordigni necessari alla cura idroterapica, e servizio medico inappuntabile. In esso possono trovare alloggio commodo se non elegante quasi duecento persone.


La Val Zebrù

L'Albergo Tresero, modesto ma pulito, ha qualche dozzina di camere. Vi sono poi varie osterie per coloro che hanno scarsa fortuna; e vi sono anche Caffè, Restaurants, Trattorie ecc. Ma lo Stabilimento, per quanto vasto, e gli Alberghi non bastano a tutti coloro che durante le soffocanti giornate di luglio ed agosto , nella frescura di questa pittoresca valle, cercano divertire l’animo dagli uggiosi pensieri della vita. Laonde molti debbono talvolta chiamarsi fortunati se è loro concesso di passare la notte in una delle vicine capanne o baite, costrutte come tutte quelle del bormiese, quasi intieramente in legno. All’ora dei pasti però, che nello Stabilimento godono di antica e ben meritata riputazione, si unisce tutta la gaja e numerosa brigata composta quasi esclusivamente di lombardi e specialmente di milanesi, la cui spontanea e vivace allegria è proverbiale. Quivi, in quest’erma e leggiadra contrada, lungi dai rumori e dalle lotte del mondo, tutti sono cordialmente amici; fra tutti è libera e confidente la parola; gli allegri gruppi si disperdono fra gli intralciati meandri dei sentieri, serpeggianti nei boschetti …
La fonte di acque acidule ferruginose, scoperta e usufruita fino dal 1698, è vicinissima allo Stabilimento Clementi. Non è molto abbondante, ma le acque che dà vincono in efficacia tutte le altre consimili, eziandio quelle di Pejo, di Recoaro e di S. Maurizio, e hanno larghissimo spaccio in tutta Italia e all’estero. La fonte zampilla da un prato che doveva essere in altri tempi un fondo lacustre…

L’escursione che sogliono fare quasi tutti coloro che soggiornano anche per poco a S. Caterina è quella alla Valle del Forno e al suo ghiacciaio. La gita fino alle Baite del Forno (2102 m.) può farsi sugli asini o a piedi in circa quattro ore, due nell’andata e poco più di una e mezza nel ritorno. … Da queste baite, assai polite, in meno di due ore, per sentiero facile, si giunge in fondo alla Valle di Cedeh che si apre a nord-est e che è dominata in alto dall’incantevole Gran Zebrù o K
önigspitze. …


La Val Zebrù

La Val Gavia sbocca nel piano di Santa Caterina nella direzione da sud a nord. Un buon sentiero conduce da Santa Caterina ai prati di Rezzo, dai quali si ha accesso all’erma Valle dell’Alpi, tanto cara al botanico… Attraversato il Ponte della Vacca il sentiero passa sulla sponda destra del torrente Gavia. Poi giunge al Ponte di Preda (2304 m.), che sta a cavalcioni di una forra profonda dove spumeggiano cadendo le acque del ghiacciaio Dosegù, e entra nel Pian Bormino e nell’altipiano del Gavia, che finisce al Lago Bianco…. Dal lago Bianco si sale in cinque minuti al giogo (2580 m.) designato col brutto nome di Testa da Morto. È questo il celebrato Passo del Gavia attraverso il quale transitarono per tanto tempo e in tanta copia le merci provenienti da Venezia e che poi continuavano verso l’Allemagna per Bormio e le Scale di Fraele.”

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Purtroppo di lì a poco le cime della valle sarebbero diventate non più scenario della pratica alpinistica, ma di un duro confronto fra i due eserciti italiano ed austro-ungarico, in una guerra d'alta quota che vedeva i due contenenti confrontarsi molto più con le condizioni estreme del clima più che con i nemici, lungo un fronte che correva fra le cime del gruppo Ortles-Cevedale per circa 50 km.
Nel piccolo sacrario che si trova a San Nicolò Valfurva, presso la chiesa omonima, si leggono i seguenti nomi di caduti nella Prima Guerra Mondiale: Alberti Santo, Alessi Silvio, Andreola Angelo, Andreola Luigi, Antonioli Giacomo, Antonioli Giuseppe di Giuseppe, Antonioli Giuseppe di Pietro, Antonioli Luigi, Bertolina Santo, Cola Luigi, Compagnoni Battista, Compagnoni Bonifazio, Compagnoni Angelo, Compagnoni Felice, Compagnoni Gervasio, Compagnoni Luigi fu Pietro, Compagnoni Mario, Confortola Luigi, Da Pos Battista, Dei Cas Battista, Gurini Edoardo, Manciana Angelo, Mascherona Ignazio, Salvadori Celeste, Salvadori Giuseppe, Salvadori Valentino, Secchi Battista, Simianer Luigi, Testorelli Egidio, Toniatti Evaristo, Toniatti Massimo, Vitalini Angelo, Vitalini Battista, Vitalini Luigi, Vitalini Pietro, Zen Marino e Vitalini Guido.


La Val Zebrù

Arte ed economia della Valfurva fra le due guerre sono riassunte nella sintesi che ci offre, nel 1928, Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata” (V edizione):
Da Bormio un carrozzabile percorsa da auto fino a S. Caterina volge ad est per Valfurva (ab. 1859 – corpo music. - mutua assic. best. -coop. di cons. ed agr. -coop. elettr.), comune diviso in varie frazioni. … La strada fino a S. Caterina è lunga km. 13. La valle è bagnata dal fiume Frodolfo, il cui letto è ricco di pietra calcare. A un chilometro da Bormio si trova la chiesetta della Natività del 700. Indi si giunge all’abitato di Uzza (m. 1307) ove nella chiesa di San Rocco trovasi all’esterno un San Cristoforo e una lunetta del 1500, colla Madonna, il Bambino e santi, dell’artista che frescò all’esterno di alcune case di Bormio e a Cepina. …
Poco oltre, sopra un poggio a sinistra, trovasi Terégua, che ricorda una tregua. È assai interessante la chiesetta, menzionata sino dal 1253 … Sopra la porta vedesi un bell’affresco (il Padre Eterno che sostiene il Crocefisso) e altro nel coro del Valorsa del 1546, in parte di recente guastati da un rifacimento.
È dello stesso autore l’affresco, quasi nascosto, dell’ancona …
Continuando la via, si giunge in breve a S. Nicolò (metri 1331), nel cui vecchio ossario trovasi un’interessante ancona in legno scolpito d’autore antico, con sculture e pitture di pregio e ornati splendidi. … Nell’interno vi è una Sacra Famiglia del 1869 di Felice Carbonera e un altro buon quadro del 1881. All’esterno della casa parrocchiale è dipinta una soave Madonna del Bambino, attribuita ad Antonio Canclini, con bella cornice di stucco.
Più avanti trovasi il villaggio di S. Antonio, sede del comune, distrutto dal fuoco nel 1899, rifabbricato con una chiesa di stile del 400. … Salendo a sinistra per la rotabile militare, si entra nella Val Zebrù, fino a Baita Pastore (m. 2200); da qui per sentiero alla Capanna Milano (m. 2877). … Dalla capanna Milano si ascende il Gran Zebrù (K
önigspitze, m. 3860), il Payer Joch (m. 3434), lo Zebrù (m. 3740), la Thurmwieserspitze (m. 3652), la Cima di Campo (m. 3469) ed il Monte Cristallo (m. 3451), tutte vette affascinanti, teatro di arditissime operazioni di guerra d’alta montagna, presidiate e difese anche durante i crudissimi inverni. Alcune posizioni erano rifornite anche a mezzo di gallerie nei ghiacciai! … In Val Zebrù si trovano, a quota 2700, delle miniere di ferro da tempo abbandonate e traccie d’oro. … Dal passo di Zebrù (m. 3025) si scende alla Capanna Gianni Casati costruita dal C. A. I. di Milano, essendo stata distrutta dalla guerra anche quella di Cedeh.


S. Antonio Valfurva

Dopo S. Antonio la via continua ad est, piegando alquanto a sud, seguendo la destra del Frodolfo. La valle sale dolcemente in mezzo agli abeti, e al rumoreggiar dello spumoso Frodolfo fino a Santa Caterina (m. 1798), ove si biforca ai piedi del Tresero. Santa Caterina (P. T., telef. - auto estivo per Bormio – alb.: Milano, Tresero, Compagnoni, Gran Hotel Clementi e C.), ha fama mondiale per la cura della sua acqua alcalina-ferruginosa. Il prof. Monti dell’Univers. di Pavia ritiene che quest’acqua sia la più ricca del mondo per la quantità di ferro assimilabile, ed è perciò ottimo costituente, mentre per la buona dose di litio che contiene è notevolmente antiurica. Vicino alla fonte fu eretto un padiglione con ristor. e caffè-concerto (offic. Idroelett.). Ivi fanno recapito le guide per le ascensioni nel gruppo Ortler-Cevedale-Tresero ecc.
Da S. Caterina una rotabile militare volge a sud e conduce in circa tre ore al passo di Gavia (m. 2580 – cap. del C.A.I., chiavi presso le guide, con ost. al Pian Bormino). Ivi trovasi il lago Bianco, dal quale scende il Frodolfo, e al di là si scorge il lago Nero, dal quale ha orogine il fiume Oglio. Dal passo di scende all’alpe Gaviola e a S. Apollonia (stabilim. di cura); indi a Ponte di Legno in Valcamonica. … Dal Tresero scende il bellissimo ghiaccio del Forno.
A destra si sale il monte Sobretta (m. 3296) o, per la valle e il passo dell’Alpe, si scende in val di Rezzo e a Le Prese. Una mulattiera da S. Caterina volge a est, rimontando il ramo destro del Frodolfo, e conduce in meno di due ore ai piedi del ghiacciaio del Forno (albergo del Forno – m. 2225)… Poco distante si trovano due belle marmitte dei giganti e le splendide guglie del ghiacciaio del Forno. Dal Forno, volgendo a nord per la valle Cédeh, si raggiunge la capanna Gianni Casati, dalla quale si può salire il monte Cevedale (m. 3764), o per la vedretta di Cédeh, il passo di Cevedale (m. 3271) e il ghiacciaio di Zufall Ferner, scendendo nella valle dell’Adige, o giungendo a Pejo per il passo Vioz...”


La Val Cedeh

Il periodo fra le due guerre vede proseguire l'incremento demografico: gli abitanti salgono dai 1860 del 1921 ai 1944 del 1931 per poi superare quota 2000 (2006) nel 1936.
Pesante fu il tributo dei Forbaschi anche alla seconda guerra mondiale, nella quale Alberti Paolo, Andreola Firmo, Andreola Guido, Andreola Giuseppe, Andreola Luigi, Antonioli Giuseppe di Bonaventura, Antonioli Giuseppe fu Luigi, Bertolina Giuseppe, Bonetti Luigi, Ceinini Gennaro, Compagnoni Alfonso, Compagnoni Fulvio, Compagnoni Primo di Luigi, Compagnoni Primo di Battista, Compagnoni Riccardo, Dei Cas Aldo, Manciana Ersilio, Noali Amerigo, Vitalini Ermanno, Vitalini Giuseppe, Vitalini Primo, Zen Pietro e Zen Felice. Furono dichiarati, infine, dispersi Andreola Benedetto, Anselmi Tomaso, Antonioli A. Valente, Antonioli Guido, Antonioli Luigi, Antonioli Primo, Bertolina Armando, Cola Fedorino, Compagnoni Arturo, Compagnoni Celeste Giovanni, Compagnoni Silvio, Girelli Raimondo, Manciana Marino, Meraldi Lorenzo, Mezzini Arrigo, Noali Giuseppe, Pedranzini Ugo, Rezzoli Angelo, Rezzoli Luigi, Salvadori Primo, Salvadori Quirino, Vitalini Attilio e Vitalini Mario.
Nel secondo dopoguerra prosegue l'incremento demografico, fino agli anni novanta del secolo scorso. Gli abitanti sono 2128 nel 1951 e salgono a 2343 nel 1961, a 2548 nel 1971, a 2768 nel 1981 ed a 2777 nel 1991, punta massima cui segue una leggera flessione (nel 2011 erano 2703). Economia e fisionomia della valle cambiano progressivamente, soprattutto a partire dagli anni settanta. Volàno economico è sempre il turismo, ma ora al fascino dell'acqua ferruginosa (oltretutto la sorgente si è nel frattempo esaurita) e della semplice villeggiatura si sostituisce o aggiunge quello di una pratica sportiva che, da pratica elitaria qual era negli anni sessanta, diventa sempre più popolare, lo sci. Santa Caterina acquisisce rinomanza internazionale per i suoi impianti di risalita e per le competizioni di Coppa del Mondo ospitate. Deborah Compagnori, campionessa di primo livello, ne diviene l'icona.


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Un presente che lascia sullo sfondo lontano della storia il passato o in qualche modo ancora lo conserva? Giudichi da sé il lettore, anche alla luce della nota di colore che ci propone Ercole Bassi, il quale, ne “La Valtellina (Provincia di Sondrio)” (Milano, Tipografia degli Operai, 1890), così tratteggia il carattere degli abitanti dell'alta Valtellina sul finire dell'Ottocento:
Gli abitanti del Chiavennasco e del Bormiese, memori di aver appartenuto a contadi indipendenti dal resto della Valtellina, non si consideravano come Valtellinesi, ed anzi il Bormiese riguardava il Valtellinese con certo dispregio e ripeteva il proprio proverbio: «Abbisognano tre Valtellinesi per fare un Bormino; tre Bormini per fare un Livignasco; tre Livignaschi per fare un Trepallino.» E cioè per eguagliare in accortezza e furberia. Ed in vero il Bormiese gode nel resto della Valtellina fama di molta scaltrezza. Sotto l'apparenza di molta bonomia, di un contegno molto ossequioso, sono assai guardinghi e diffidenti. Più ancora quelli di Livigno, di Valfurva e di Trepalle, frazione di Livigno. Questi, per la loro vita selvaggia ed isolata buona parte dell'anno, raggiungono una diffidenza esagerata oltre ogni misura. Il Livignasco invece, avvezzo a percorrere il mondo recandosi, per ragione di lavoro e di commercio, non solo in Lombardia, ma anche in maggior tatto ed avvedutezza, ed ostenta una certa superiorità d'intelligenza anche sul Bormiese.”


Il rifugio-albergo Ghiacciaio dei Forni

CARTA DELLA VALFURVA sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Apri qui la carta on-line

BIBLIOGRAFIA

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