Punti di partenza ed arrivo |
Tempo necessario |
Dislivello in altezza
in m. |
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti) |
San Bernardo-Sant'Antonio-Diga del Truzzo-
Rif. Carlo Emilio |
3 h e 30 min |
1100 |
E |
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Il
versante occidentale della Valle di Spluga è, dal punto di vista
escursionistico e, più in generale, turistico, meno conosciuto
di quello orientale. Eppure offre molteplici occasioni per effettuare
camminate di grande soddisfazione ed interesse. La più bella,
probabilmente, è quella che si sviluppa nella valle del Drogo,
posta ad ovest di San Giacomo-Filippo, il primo paese che si incontra,
dopo Chiavenna, salendo verso il valico dello Spluga.
La denominazione non è tranquillizzante, in quanto il toponimo
“drogo” significa forra, orrido; tuttavia essa va riferita
non all’intera valle, ma solo alla parte terminale, dove il torrente
Drogo si guadagna faticosamente lo sbocco al Liro superando una gola
stretta ed incassata. Per il resto, invece, la valle non appare particolarmente
aspra, anzi, regala scorci gentili e, dal punto di vista botanico, assai
interessanti.
A San Giacomo-Filippo, dunque, lasciamo la ss. 36 dello Spluga, imboccando
la strada che se ne stacca sulla sinistra (indicazioni per Olmo e san
Bernardo), e che, superato su un ponte il Liro, comincia a salire, con
diversi tornanti, verso le due frazioni di mezza costa, circondata da
boschi fitti e verdissimi. Poi il bosco si apre e raggiungiamo i bei
prati di Olmo (m. 1056), ottimo terrazzo panoramico, verso est, sulla
testata della val Codera, dietro la quale è possibile scorgere
anche il pizzo Badile, nel gruppo del Màsino.
Proseguendo sulla strada asfaltata, ci addentriamo nel cuore della valle
del Drogo, fino alla centrale di san Bernardo, per poi passare sul versante
opposto della valle (quello settentrionale), dove la strada ci conduce
alle prime case di San Bernardo (m. 1099).
Salendo
ancora, oltre la chiesetta, incontriamo un cartello che avverte che
la strada è chiusa alla circolazione dei veicoli non autorizzati.
Lasciata qui l’automobile, quindi, utilizziamo una mulattiera
che sale diritta tagliando i prati, in direzione del nucleo di baite
di Scannabecco (m. 1242), dove troviamo i primi segnavia che ci guidano
nel cuore del paesino, fino alla chiesetta di san Rocco, posta alla
sua sommità.
Il sentiero che dobbiamo imboccare parte proprio sotto il sagrato della
chiesa, verso sinistra (ovest), ed all’inizio è poco marcato.
Attraversato un prato ed una prima selva, si fa più evidente
e comincia una lunga traversata sul fianco settentrionale della valle.
Valichiamo, così, su un ponticello le condutture della centrale,
cominciando, poi, a perdere quota di qualche decina di metri, all’ombra
di un fresco bosco, attraversando anche un corpo franoso. Entriamo,
così, nel cuore della valle, ed il versante alla nostra sinistra
si fa sempre meno scosceso.
Incontriamo i primi prati e le prime baite, fino al bel nucleo di Sant’Antonio (m. 1213), dove si trova anche una bella chiesetta, a lato della quale
passa il sentiero. Qui troviamo anche delle croci poste a ricordo dei
contrabbandieri caduti valicando il passo di Léndine (al confine
con il territorio svizzero, e precisamente con la Mesolcina, in Canton
Ticino), più impegnativo del passo della Forcola, e per questo
meno sorvegliato. L’alpe Lendine, sopra la quale si trova il lago
Caprara (m. 2288) ed il passo di Lendine (m. 2324) è una delle
due fondamentali mete escursionistiche praticabili da chi si addentra
in valle del Drogo (C26).
La seconda, che qui considereremo, è quella più frequentata
e panoramicamente più interessante: si tratta della salita all’ampio
terrazzo che ospita il bacino del Truzzo, fino al rifugio Carlo Emilio
(C25). Per
alcune centinaia di metri oltre S. Antonio i due sentieri
coincidono; poi, prima dell’alpe Caurga, presso un nucleo di baite
la mulattiera per il bacino del Truzzo si stacca dal sentiero sulla
destra, segnalata da un cartello (indicazione per la Capanna Carlo Emilio).
Ci
si può staccare anche un po’ prima, in corrispondenza di
un sentiero segnalato dalla scritta “Truzzo” su un grande
masso. Questo sentiero, disegnata una diagonale, intercetta la mulattiera
che comincia un’inesorabile sequenza di tornanti per vincere i
circa 800 metri di dislivello che separano i prati del fondovalle dal
bordo superiore del grande gradino roccioso ben visibile sul fianco
nord della valle.
La fatica della salita è però temperata da diversi elementi.
Innanzitutto la bellezza e l’eleganza della mulattiera, un piccolo
gioiello di ingegneria alpina, costruita negli anni venti del secolo
scorso per servire il cantiere allestito per costruire lo sbarramento
artificiale del Truzzo. Nella parte più alta, dove supera una
fascia di grossi massi scesi dal selvaggio versante meridionale del
pizzo Camosciè (m. 2467), la mulattiera è interamente
lastricata con grossi blocchi di sasso con geometrie che, viste dall’alto,
si apprezzano con un vivo senso di ammirazione.
Il secondo elemento di interesse è botanico: osservando il lato
opposto della valle, possiamo notare, dal fondovalle fino alla conca
dell’alpe di Lendine, riconoscibile per il nutrito nucleo di baite,
bellissimi boschi di larici, con piante che superano i 20 metri di altezza.
L’intera valle, grazie alla sua posizione che le garantisce una
felice situazione climatica (clima umido e temperato), presenta una
vegetazione
rigogliosa. Sul versante che stiamo risalendo, infatti,
osserviamo, oltre ad un imponente monolito, che troviamo nella prima
parte della salita, una grande ricchezza di rododendri, ginestre, frassini,
abeti, larici.
Nel primo tratto il bosco accompagna con la sua fresca compagnia le
nostre fatiche (risalire questo versante d’estate ci espone, infatti,
ad una certa sofferenza da calura), poi si va sempre più diradando.
Ad un certo punto osserviamo, alla nostra sinistra, un selvaggio promontorio
roccioso, con un’inquietante cavità alla sua base, che
dà l’impressione che il costone della scroccare da un momento
all’altro. Poco
più avanti, a quota 1500, il sentiero piega decisamente a sinistra
e, dopo un breve traverso, supera un torrentello che in quel punto forma
una cascatella, per poi risalire proprio il costone, con qualche tratto
esposto (servito da corde fisse). Alla fine ci ritroviamo proprio alla
sua sommità, e ci viene spontaneo cercare di procedere con passo
leggero: non si sa mai…
Segue un traverso a destra ed una nuova serie di serrati tornanti. Lasciamo
alla nostra sinistra un primo nucleo di baite a quota 1664, prima di
raggiungere l’alpe Curt de Lavazz (m. 1751) e proseguire alla
volta dell’alpe Cornera (m. 1920).
Lo scenario è ormai
mutato: diversi massi si dispongono caoticamente sul declivio posto
ai piedi dell’aspra costiera della Camoscera, che va dal pizzo
Camoscera, a destra, alle gotiche Guglie dei Caurgh, che comprendono
il pizzo Camosciè, a sinistra.
Eccoci, infine, dopo aver lasciato sui bei lastroni della mulattiera
molto sudore, al piano dove sono collocate le abitazioni dei guardiani
della diga: ancora qualche sforzo, utilizzando anche alcune scalette,
prima di raggiungere il culmine del bastione roccioso che delimita il
terrazzo del Truzzo. Portiamoci, ora, sul limite del camminamento che
sovrasta la diga del Truzzo, ed ammiriamo l’ampio bacino (m. 2080,
18 milioni e mezzo di metri cubi d’acqua circa), nel quale si
riflettono i severi versanti rocciosi che lo circondano, con interessanti
effetti di specchio.
Qui
troviamo un bivio, segnalato da un cartello. Prendendo a destra proseguiamo
nella prima tappa del Trekking della Valle di Spluga (che abbiamo fin
qui percorso), e risaliamo il versante ad est del bacino, alla volta
del passo dell’Alpigia (m. 2370), dato a tre quarti d’ora
di cammino. Se, invece, scegliamo la seconda soluzione, per il rifugio
Carlo Emilio, dobbiamo percorrere il camminamento ed imboccare il sentiero
che parte dal suo lato opposto, descrivendo un arco che lo porta a superare
un torrentello che scende al bacino ed alcuni sistemi di roccette arrotondate.
Approdiamo, poi, ad un risalto leggermente più alto rispetto
alla quota del bacino, dove ci attende il lago Nero (m. 2150, anch’esso
sbarrato, dalla capienza di 200.000 metri cubi d’acqua circa),
dall’aspetto, però, tutt’altro che lugubre. Dal limite
orientale del laghetto possiamo già vedere la meta, il rifugio,
posto sull’angolo opposto. Per raggiungerlo dobbiamo superare
un passaggino un po’ esposto (attenzione a non scivolare).
Alla fine, eccoci al piccolo rifugio del CAI di Como, quotato 2153 metri,
ed eretto nel 1911. Da qui partono diverse possibilità di escursione
ed ascensione, ai laghi del Forato (a sud-ovest) e forato (ovest-sud-ovest),
ed ai pizzi Forato (o Pombi, m. 2967), Sevino (o Corbet, m. 3025) e
Quadro (m. 3013).
Guardando
a nord, vediamo le baite dell’alpe Truzzo (m. 2110), dalle quali
passa il sentiero C21, che sale al passo del Servizio (m. 2584), poco
oltre il quale, a quota 2550, si trova il bivacco del Passo del Servizio.
Dal passo, sempre seguendo il sentiero C21, si può scendere all’alpe
del Servizio e di qui a Campodolcino.
L’escursione da Scannabecco al rifugio Carlo Emilio richiede circa
tre ore e mezza, per superare circa 1100 metri di dislivello.
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Massimo
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