Testata della Val Malgina

DA PAIOSA AL BIVACCO LA PETTA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Frazione Paiosa-Baite Campo-Bivacco Pian della Valle-Bivacco La Petta
2 h e 30 min.
790
E
SINTESI. In corrispondenza della stazione ferroviaria di Chiuro (rotonda) lasciamo la statale 38 a destra (per chi procede verso Tirano), attraversiamo il fiume Adda sul ponte Baghetto e saliamo, verso sinistra, al centro di Castello dell'Acqua, dove si trovano la Chiesa parrocchiale, il Municipio e, poco sopra la Chiesa, i resti di una torre medievale. Visitato il centro e la torre, ridiscendiamo al bivio che precede la salita al centro e qui imbocchiamo la stradina che conduce alla frazione Paiosa, dove, presso l'edicola del Parco delle Orobie, possiamo lasciare l'automobile (m. 667). Proseguiamo su un tratturo che risale il versante sinistro orografico della Val Malgina. Superate le baite Carro, Campo e Colombini, imbocchiamo un sentiero che, in breve, conduce alla bella radura del Pian della Valle, dove si trova il bivacco baita Pian della Valle, posto a 1176 metri. A questo punto bisogna stare attenti a non seguire il sentiero segnalato (segnavia bianco-rossi) quando questo conduce alla riva del torrente Malgina; bisogna invece rimanere sul versante sinistro idrografico della valle (destro per chi sale), proseguendo su un sentiero che conduce ad una radura, posta a circa 1200 metri, di fronte all'impressionante fronte nevoso e detritico scaricato dal canalone della Malgina. Nella radura il sentiero si perde, ma guardando con attenzione si scorgono, su alcuni grandi massi, i segnavia rosso-giallo-rossi, che conducono al margine alto di destra del dosso della radura. Qui si ritrova il sentiero che, raggiunta una pianetta sulla quale incombe una grande roccia, piega a sinistra ed effettua un lungo traverso, superando alcuni valgelli, anche con l'ausilio, in un punto, di corde fisse. Superato così un primo gradino roccioso, ci si ritrova in una seconda radura. Il sentiero prosegue verso sud-est e porta sopra il bivacco La Petta (sempre aperto), che si raggiunge dopo una breve discesa (m. 1452).


Il Pian della Valle

La Val Malgina è probabilmente la più selvaggia fra le valli orobiche valtellinesi. Quantomeno oggi, visto che le attività di alpeggio, che ancora negli anni cinquanta-sessanta del secolo scorso vi portavano 50-60 capi, sono ormai cessate e chi sale in valle trova ad attenderlo un forte senso di sospesa solitudine, alimentato dalla difficoltà degli accessi e dei percorsi su sentieri che hanno perso l'antica rassicurante chiarezza.
Un tempo non era così. La comunità valligiana la animava con le sue molteplici ed incessanti attività. Come accadeva per tutte le altre valli del versante nord-orobico, era una comunità molto più legata alle genti del versante orobico bergamasco che al fondovalle della media Valtellina. I commerci, innanzitutto, non trovavano un ostacolo nei severi e quasi repulsivi bastioni della sua testata, sotto lo sguardo inquietante del pizzo del Diavolo di Malgina (m. 2926), cima tutt'altro che rassicurante, almeno nel nome. Si ricorda, sul sentiero che sale al passo della Malgina (m. 2621), un Piazzo del Marcato (Ciàzz del Mercàt), luogo deputato all'incontro per lo scambio di merci fra mercanti dell'uno e dell'altro versante. Di qui passavano prodotti caseari, legname, carbone e minerale di ferro.
Ma ciò che oggi maggiormente sorprende è la tradizione radicatissima del pellegrinaggio annuale alla Madonna di Ardesio, sul versante orobico della bergamasca, per il poco agevole passo della Malgina. Il pellegrinaggio si articolava in un'intera settimana, anche per la lunghezza della traversata per l'andata ed il ritorno.


Passo della Malgina e pizzo del Diavolo della Malgina

Un incontro con quella valle omborsa ed affascinante può seguire il principale sentiero di fondovalle e, restando sempre sul suo latod estro (per chi sale) raggiungere quello che in un certo senso è il suo baricentro, il bivacco La Petta (m. 1452) ai piedi dei ripidi versanti meridionale ed occidentale. Vediamo come procedere.

In corrispondenza della stazione ferroviaria di Chiuro (rotonda) lasciamo la statale 38 prendendo a destra (per chi procede verso Tirano), attraversiamo il fiume Adda sul ponte Baghetto e saliamo, verso sinistra, al centro di Castello dell'Acqua, dove si trovano la Chiesa parrocchiale, il Municipio e, poco sopra la Chiesa, i resti di una torre medievale. Visitato il centro e la torre, ridiscendiamo al bivio che precede la salita al centro e qui imbocchiamo la stradina che conduce alla frazione Paiosa, dove, presso l'edicola del Parco delle Orobie possiamo lasciare l'automobile (m. 667).
Proseguiamo su un tratturo che risale il versante sinistro orografico della val Malgina, forse, insieme alla val Fabìolo, la più selvaggia ed ombrosa delle Orobie Valtellinesi.
Solo gradualmente la sua testata si mostra ai nostri occhi. Vi si distinguono, da sinistra, il passo della Malgina (o dell'Omo di Malgina), a 2621 metri, il pizzo del Diavolo di Malgina (m.2926) e le cime del Druet (m.2913), dal cui selvaggio versante nord scendono numerosi valgelli.
Seguendo le indicazioni del sentiero 25 del CAI dell'Aprica (sentiero per il passo della Malgina), superiamo le baite Carro, Campo e Colombini ed imbocchiamo un sentiero che, in breve, conduce alla bella radura del Pian della Valle, dove si trova il bivacco baita Pian della Valle, posto a 1176 metri, di proprietà del comune di Castello dell'Acqua dove, durante il periodo dell'apertura estiva, si può trovare un punto d'appoggio per il pernottamento se si vuol salire al passo della Malgina, al pizzo del Diavolo di Malgina o al passo della Pesciöla (Gran Via delle Orobie).
A questo punto bisogna stare attenti a non seguire il sentiero segnalato (segnavia bianco-rossi) quando questo conduce alla riva del torrente Malgina; bisogna invece rimanere sul versante sinistro idrografico della valle, proseguendo su un sentiero che conduce ad una radura, posta a circa 1200 metri, di fronte all'impressionante fronte nevoso e detritico scaricato dal canalone della Malgina (m. 1400 di dislivello).
Nella radura il sentiero si perde, ma guardando con attenzione si scorgono, su alcuni grandi massi, i segnavia rosso-giallo-rossi, che conducono al margine alto di destra del dosso della radura. Qui si ritrova il sentiero che, raggiunta una pianetta sulla quale incombe una grande roccia, piega a sinistra ed effettua un lungo traverso, superando alcuni valgelli, anche con l'ausilio, in un punto, di corde fisse. Superato così un primo gradino roccioso, ci si ritrova in una seconda radura. Il sentiero prosegue verso sud-est e porta sopra il bivacco La Petta, che si raggiunge dopo una breve discesa (m. 1452). Il bivacco, sempre aperto, ha una dotazione piuttosto spartana, ma permette di pernottare.
Per salire
al rifugio Baita Pesciöla, per il valico della Pesciöla, invece di scendere al bivacco, si prosegue, prestando attenzione ai segnavia e puntando leggermente a destra, fino a raggiungere i piedi del bastione roccioso, che si risale verso destra, fino alla radura dove si trova la baita della Foppa di sotto (m. 1793), raggiunta piegando verso sinistra. Dalla baita si inizia un'ultima lunga diagonale verso destra (est, poi nord est), che porta ai 1965 metri del valico della Pesciöla, dal quale, volgendo di nuovo a sinistra, si raggiunge facilmente il rifugio Baita Pesciöla (m. 2004). La traversata richiede attenzione, anche perché è facile trovare rocce bagnate e quindi insidiose. Se invece si vuol salire al passo della Malgina, si scende alla prima radura, si attraversa con cautela il fronte detritico, facendo attenzione ai crepaccetti e ci si ritrova ai cartelli della Gran Via delle Orobie che segnalano il sentiero per il passo.

Nello splendido scenario della valle possiamo, infine, apprezzare una delle storie che ne restituiscono il fascino selvaggio dei tempi passati, la storia dell'orsa della Malgina. C'è un modo di dire diffuso un po' in tutta la Valtellina: “mangiàt da l'urs”. Lo si dice di individui con deformità particolari nel viso, ma non è solo una metafora, perché il riferimento è ad episodi di aggressione e di gravi lesioni di cui la memoria popolare ha conservato a lungo il ricordo. Il più recente è probabilmente quello che ha avuto come scenario la Val Malgina orobica, che si apre alle spalle di Castello dell'Acqua, in media Valtellina.
Come racconta Luigi de Bernardi (citato in “Le valli orobiche telline” di Gianluigi Garbellini, nel volume “Alpi Orobie Valtellinesi montagne da conoscere”, ed. Fondazione Luigi Bombardieri, Sondrio, 2011), correva l'anno 1868 quando Piero Pietro di Castello dell'Acqua ebbe la sfortuna di imbattersi, in Val Malgina, con un'orsa che sorvegliava i suoi due piccoli, intenti a divorare la carcassa di una capretta. Situazione molto pericolosa, ed infatti lo sfortunato venne aggredito dall'orsa, senza riuscire a darsi alla fuga (e del resto l'orso è assai più veloce dell'uomo). Due cose lo salvarono: la prontezza di spirito e la scure che aveva con sé. La bestia gli fu addosso e lo ferì gravemente al viso. Lo avrebbe probabilmente ucciso, se l'uomo, con la forza della disperazione, non fosse riuscito ad infilarle una mano in bocca, afferrarle la lingua e bloccarla fra due file di denti, in modo che non potesse richiudere le fauci. Con l'altra mano le assestò alcuni decisi colpi di scure. L'orsa accusò i colpi e smorzò l'impeto aggressivo, quel tanto che gli permise di scappar via senza essere inseguito. Gli rimasero però, nonostante le cure del dottor Cesare Menatti di Chiuro, i segni deturpanti delle gravi ferite al volto, e gli rimase il soprannome di “Mangiàt de l'urs”. Rimase, infine, la memoria dell'evento, ravvivata ai giorni nostri dal “Malora”, che abitava in frazione Tizzone di Castello dell'Acqua.


Salendo in Val Malgina

BRUNO GALLI VALERIO NELLA DISCESA DELLA VAL MALGINA

Il 28 luglio del 1894 Bruno Galli Valerio, grande naturalista ed alpinista che raccontò in limpidi resoconti le sue numerose escursioni e scalate fra le montagne Valtellinesi, salì dalla Val Seriana al passo della Malgina e, insieme al grande alpinista Francois Freshfield, scese in Val Malgina. Così descrive la discesa (cfr. "Punte e passi", a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, ed. CAI Sez. Valtellinese, 1998):
"Rimontata la piccola vedretta coperta di neve, arrivammo al passo di Malgina, segnato da un enorme gendarme... Dinanzi a noi la Valtellina appariva colle sue belle montagne, le foreste, i suoi pascoli e le vigne... Sotto di noi precipitava un canaletto di neve ripidissimo. Ma era neve molto buona, assai indicata per una splendida scivolata... Freshfield, io e il Bonomi partimmo, scivolando ritti in piedi. Ma Francois, dolendosi ancora della sua gamba, decise di scivolare accovacciato, non senza prima aver acceso la pipa. Fu una splendida scivolata che ci condusse vicinissimo ai boschi di abeti secolari della Val Malgina. Sulla nostra sinistra ergevansi enormi rocce a picco, sotto le quali apparivano gli azzurri seracs della Vedretta del Cagamei. Traversammo una piana coperta da una frana ove vi era solo una baita in rovina. Una tavola ci permise di passare sulla riva sinistra del fiume, dove un sentiero serpeggiante nei boschi d'olmi, poi traverso dei boschi di castagni, ci condusse alle rive dell'Adda e a S. Giacomo di Teglio, sulla strada da Sondrio a Tirano."


Il versante occidentale della Val Malgina

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