ALTRE ESCURSIONI IN VAL TARTANO - GOOGLE MAP - GALLERIA DI IMMAGINI - CARTA DEL PERCORSO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Parcheggio di Val Corta
4 h
1110
EE
SINTESI. Percorrendo la ss 38, dopo il viadotto sul Tartano la lasciamo per prendere a destra (per chi proviene da Milano) e poco dopo ancora a destra, imboccando la strada che dopo 12 tornanti raggiunge Campo Tartano. Proseguiamo fino a Tartano e qui imbocchiamo la strada che scende verso destra alla Biorca (m. 1140), dove parcheggiamo. Percorriamo un breve tratto sulla pista sterrata della Val Corta per poi lasciarla ed imboccare la sterrata che sale verso destra (indicazioni per il sentiero Alfredo), ai ripidi prati del versante occidentale della valle. Andando a destra ci portiamo alle baite di Fognini (m. 1298). Subito dopo queste baite non prendiamo a destra, ma a sinistra, salendo in direzione dei prati a monte della contrada. Troviamo, ben presto, un bivio, al quale ignoriamo il sentiero di destra, proseguendo verso una baita che si trova sulla fascia mediana dei prati. Raggiunta la baita, seguiamo il sentierino che passa alla sua sinistra e sale, ripido e scalinato, verso la baita più alta, seminascosta, sul limite del bosco, a 1420 metri circa. Passando a sinistra anche di questa baita, la traccia si immerge nel bosco e si fa più marcata, salendo nella splendida cornice di una pecceta. A quota 1530 metri circa troviamo anche un muretto a secco ed una panca. Procedendo, raggiungiamo il punto nel quale la mulattiera supera, procedendo verso sinistra, un salto roccioso, con un tratto sostenuto da un elegante muretto a secco. Superata una prima modesta radura a quota 1610, siamo ai prati ed alle baite dell’alpeggio della Paglia di sotto (m. 1694). Proseguiamo imboccando il sentiero che parte dall’ultima e più alta baita verso destra, ma prima che questo entri nel bosco lo lasciamo prendendo a sinistra e seguendo la traccia meno marcata, segnalata da un cartello in legno, che risale diritta, a zig-zag, i ripidi prati a monte delle baite, raggiungendo le baite della Paglia di sopra (m. 1834). Da queste baite parte solo, sulla destra, un sentiero che si addentra nella valle. Noi, invece, dobbiamo proseguire a vista (o su debolissima traccia di sentiero), diritti, a monte delle baite, in direzione del bosco di larici e betulle. Prediamo come riferimento un grande abete alle spalle delle baite e saliamo diritti alle sue spalle, cercando la via meno faticosa su un versante piuttosto ripido. Una debole traccia piega leggermente a sinistra, portandosi quasi sul ciglio di un versante scosceso e piega, però, quasi subito a destra, allontanandosi dal ciglio e portando ad un ripido canalino erboso, delimitato da modeste roccette. Cercando la via meno ripida lo risaliamo, con una certa fatica, aiutandoci, in alcuni punti, anche con le mani, per approdare, finalmente, al modesto ripiano superiore dove, a quota 1950, è posta la croce (“crus”). Oltre la croce si trova una bella radura a forma di conca, dalla quale si intravede la cima. Oltre la radura, una breve salita ci porta ad una conca più piccola (m. 1970 circa). Oltre la conca, prendendo a destra, attraversiamo una brevissima fascia di ontani, affrontando, poi, un ripido strappo (anche qui dobbiamo aiutarci con le mani) e superando una nuova macchia di ontani. Usciti di nuovo in terreno aperto, ci troviamo di fronte ad un ulteriore strappo, con erba, però, meglio scalinata. Lo risaliamo prendendo a sinistra, fino ad un larice gemino, raggiunto il quale ritroviamo la traccia che prende  destra, in direzione di una coppia di scheletri di larice colpiti da fulmine. Volgiamo, quindi, ancora leggermente a sinistra, rimanendo vicini al limite sinistro del dossetto che stiamo risalendo ed aggirando a sinistra una fascia di roccette, per puntare ad un nuovo scheletro di larice colpito da un fulmine, sulla nostra destra (m. 2040 circa). Il crinale si fa più stretto e, percorrendolo, dobbiamo aggirare, sulla sinistra, con un passaggio un po’ esposto, una fascia di roccette, prima di approdare ad una pianetta, oltre la quale la salita ricomincia. Abbiamo, alla nostra sinistra, un ripido versante erboso; il versante di destra è anch’esso ripido, ma è colonizzato da una fascia di ontani (quindi, in caso di scivolata, qui i danni si riducono di molto). Superiamo il nuovo strappo facendo attenzione a rimanere sulla salinatura della traccia, al centro del crinale, fino a raggiungere una nuova piana, ad una quota di 2070 metri circa. Ci attendono, nella successiva salita, alcuni noiosi ontani, per aggirare i quali dobbiamo passare sulla sinistra: il sentiero è abbastanza largo, ma esposto sul ripido versante erboso. Oltrepassati gli ontani, per un tratto il crinale si fa più largo, poi, di nuovo, si restringe e sale ad una selletta che precede il non difficile strappo finale che ci porta ai 2176 metri della cima della Paglia.


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All’ingresso della Val Corta, sul suo lato nord-occidentale, che divide la Val Tartano dal versante orobico che si affaccia su Talamona, si trova un primo sistema di alpeggi, chiamati “La Pàia”, su un versante che culmina nella cima omonima (Cima della Paglia, m. 2174). La salita agli alpeggi e, se si possiede esperienza escursionistica, alla cima è un’escursione breve che, però, consente di incontrare alcuni fra i più caratteristici nuclei rurali della Val Corta e, nel contempo, di visitare il più bel terrazzo panoramico sulla Val Tartano. Dalla cima, infine, il panorama si allarga ben oltre la valle, abbracciando l’intera bassa Valtellina, il gruppo del Masino-Disgrazia, la testata della Valmalenco, buona parte della catena orobica vista da una prospettiva insolita.
Il termine “pàia”, nel dialetto locale, significa “paglia”, “stelo della segale” o “stelo de frumento”, ma si riferisce anche a quell’erba filiforme che domina molti versanti di alta quota denominata anche “cèra”. Si tratta della festuca, erba sdrucciolevole ma resistente alla presa, che, in passato, veniva raccolta, anche sulle balze più difficili da raggiungere, in quanto forniva un’integrazione preziosa, nonostante il suo scarso valore nutritivo, per il foraggio delle bestie. La si lasciava essiccare sul posto, poi veniva portata nei fienili. Alla luce della fatica che tali operazioni comportavano (si partiva la mattina presto, si raggiungevano luoghi anche impervi), si può capire quanto fosse dura la vita legata all’economia di sussistenza alpina. Un motivo in più per visitare i luoghi legati a queste secolari fatiche.
Raggiunta Tartano, scendiamo sulla stradina asfaltata che, all’uscita dal paese verso la Val Lunga, si stacca, subito, dalla strada per questa valle, sulla destra, e scende, con qualche tornante, alla piana che si apre allo sbocco della Val Corta, dove si trova la frazione della Biorca (da “biork”, forca). Qui si trova un ampio parcheggio, dove è possibile lasciare l’automobile (se fosse interamente occupato, è possibile lasciarla anche in alcuni slarghi della sterrata che si inoltra, per un tratto, in Val Corta). Partiamo, dunque, da una quota approssimativa di 1160 metri, incamminandoci sulla sterrata della Val Corta, per breve tratto, fino al punto in cui se ne stacca sulla destra una sterrata che sale, con pochi tornanti, alle contrade alte poste all’ingresso della valle, sul suo lato occidentale.
Seguendola, raggiungiamo le baite della Foppa (“Via Fòpa”, m. 1298), dove troviamo uno splendido esempio di elegante ballatoio in legno ancora in ottimo stato. Qui la sterrata termina, ad uno slargo.
Questa contrada riveste un notevole interesse per gli studiosi della struttura degli insediamenti rurali in Valtellina. Scrive, al proposito, Dario Benetti, nell’articolo “Abitare la montagna.Tipologie abitative ed esempi di industria rurale”, (in AA.VV., “Sondrio e il suo territorio”, Silvana Editoriale, Milano, 1995):
"La val Corta è, insieme alla val Lunga, una delle due diramazioni terminali della val Tartano. Fino al 1987 questa valle era raggiungibile solo a piedi tramite una mulattiera che scendeva, con ripidi tornanti, dalla contrada Corsuolo. Per questo motivo e per il fatto che la stessa strada carrozzabile è giunta in val Tartano dopo gli anni Sessanta essa conserva un elevato numero di edifici in legno e pietra del secolo XVIII ed anche XVII, pressoché intatti. A mezza costa, sul versante sinistro della val Corta erano poste le frazioni abitate (nell'ordine verso l'interno della valle: Dosso dei Fognini, Poppa, Dosso di Bona, Bagini) fino all'ulteriore biforcazione della valle che sale verso la testata suddivisa in val di Lemma e in val Budria. Qui rimanevano solo altri due insediamenti permanenti verso la val di Lemma: Barbèra e, infine, Zoccada.
La contrada Foppa è, in assoluto, quella meglio conservatasi, con esempi di dimore permanenti e di edifici rurali di origine medievale con ampliamenti settecenteschi. Nell'archivio parrocchiale della chiesa di S. Barnaba di Tartano, è citata l'esistenza di una «masone lignea coperta di Piode con la corte davanti, sita ubi dicitur in Foppa» in una pergamena del 1519. L'insediamento è costituito da una schiera di edifici di abitazione permanente (suddivisi in tre unità abitative) posti sotto un'unica grande copertura con andamento parallelo alle linee di livello del terreno e da due edifici minori ad uso rurale. La parte residenziale ha tetto a due falde con manto di copertura in «piode selvatiche» e si sviluppa su tre piani. Al piano terreno sono ricavati gli spazi per le cucine, le stile rivestite di legno con pigna in muratura, i locali per la lavorazione del formaggio e, contro terra, per la conservazione dei prodotti alimentari (cantine). Al piano superiore, tramite scala interna, si raggiungono le camere, sopra ancora il sottotetto. Il rilievo architettonico ha rivelato l'esistenza di una parte più antica, medievale, a cui successivamente venne aggiunto un muro più a valle. Caratteristici sono i balconi del primo plano con parapetto a cassetta. Il dislivello del terreno è tale che a monte non ci sono aperture, non emergendo il volume del corpo del fabbricato dal terreno. Gli edifici rurali hanno la parte al piano terreno destinata a stalla e quella al piano superiore a fienile; quest'ultima ha struttura in legno a travi incastrate."

Riprendiamo il cammino ed imbocchiamo il sentiero verso destra (nord), che porta alle case della contrada Fognini (termine che deriva dalla voce lombarda “fogn”, “fognìn”, che significa “oggetto nascosto”). Superata una fontana, troviamo sulla nostra sinistra due grandi esempi di costruzione con la tecnica del “carden” o “cardana”. Si tratta di una tecnica costruttiva che caratterizza le popolazioni Walser, denominata anche “blockhaus” o “blockbau”, centrata sull’utilizzazione del legno, in quanto le pareti sono, in parte o totalmente, costituite da travi che si intrecciano e si incastrano negli angoli. L’incastro dei tronchi di legno sull’angolo era detto “scepàda” o “incucadüra”. Con tale tecnica venivano costruite, in genere, le pareti del piano superiore degli edifici adibiti a stalla e fienile, mentre quello inferiore era in muratura. Esempi di questa architettura rurale sono, in Val Tartano, frequenti.
Subito dopo queste baite non prendiamo a destra, ma a sinistra, salendo in direzione dei prati a monte della contrada. Troviamo, ben presto, un bivio, al quale ignoriamo il sentiero di destra, che va ad attraversare la valle e sale all’alpeggio del Piscino, proseguendo verso una baita che si trova sulla fascia mediana dei prati. Raggiunta la baita, seguiamo il sentierino che passa alla sua sinistra e sale, ripido e scalinato, verso la baita più alta, seminascosta, sul limite del bosco, a 1420 metri circa. Passando a sinistra anche di questa baita, la traccia si immerge nel bosco e si fa più marcata, salendo nella splendida cornice di una pecceta. A quota 1530 metri circa troviamo anche un muretto a secco ed una panca graditissima per una sosta riposante. Poco oltre, in un punto leggermente esposto, un corrimano in legno protegge la mulattiera. Un successivo tratto scalinato passa accanto ad una piccola edicola dedicata alla Madonna. Procedendo, raggiungiamo il punto nel quale la mulattiera supera, procedendo verso sinistra, un salto roccioso, con un tratto sostenuto da un elegante muretto a secco. Superata una prima modesta radura a quota 1610, ci attende un ultimo sforzo, prima che il bosco ceda il posto ai prati dell’alpeggio della Paglia di sotto (m. 1694).
Un breve traverso a destra ci porta alle baite della Pàia, dalle quali il panorama è già assai interessante: la Val Lunga mostra la sequenza delle cime che disegnano il suo versante orientale, vale a dire, da sinistra, il pizzo Torrenzuolo, a monte degli alpeggi sopra Tartano, il pizzo del Gerlo, il monte Seleron, la cima Vallocci e, sulla testata della valle, la cima delle Cadelle. A destra di quest’ultima la testata della Val Lunga, con il monte Valegino ed il passo di Tartano, viene nascosta dal monte Gavet, sul crinale Val Lunga – Val Corta. Ecco, quindi, la Val di Lemma, ramo orientale dell’alta Val Corta, divisa a metà, in modo quasi simmetrico, dal pizzo del Vallone; ed ancora, il pizzo Foppone, che si innalza, puntuto, dietro il suo caratteristico avamposto boscoso, nascondendo il più illustre (stando, almeno, al nome) monte Tartano; alla sua destra, un ampio scorcio della Val Bùdria, ramo occidentale della Val Corta, con il minuscolo pizzo del Vento, la cima quotata 2319 e, appena visibile, sull’angolo di sud-ovest, il monte Azzarini (o monte Fioraro).
Qui potrebbe concludersi, dopo circa un’ora e mezza, una (relativamente) breve camminata dalla Biorca, con la riposante contemplazione di questo suggestivo scenario. Dalla Paglia di sotto partono due sentieri, entrambi segnalati dalla carta IGM, che traversano, su lati opposti, agli alpeggi gemelli. Un sentiero volge a destra (nord) e, attraversando una valle selvaggia e dirupata, conduce all’alpe Piscino (m. 1682), dalla quale, poi, si traversa facilmente all’alpe Postareccio (non ho avuto, però, modo di controllare lo stato del sentiero Paglia-Piscino: annoto solamente che, dopo un breve tratto, si trova un bivio, ed un segnavia invita a seguire il ramo di destra, che si abbassa rispetto a quello che prosegue salendo). Il secondo sentiero, invece, si dirige verso sud-ovest ed ovest, attraversa l’altrettanto selvaggia valle del Pisello e porta alla baita quotata 1850, all’alpe Pisello. Sconsiglio vivamente, però, di sfruttarlo per tentare la traversata: la traccia è molto discontinua, anche se, attraversato un primo vallone, si riesce, con molta attenzione, a seguirla finché si affaccia al solco principale della valle; poi sembra davvero perdersi (e, se non si sta molto attenti, si rischia di non riuscire neppure a tornare indietro alle baite della Paglia). Quand’anche, infine, si riuscisse ad approdare all’alpe Pisello, è assai difficile, da questa, ridiscendere sul fondovalle, se non si conoscono molto bene questi luoghi, ormai inselvatichiti dall’assenza dell’uomo.
La nostra escursione, comunque, ignora entrambe queste direttrici, e prosegue nella salita ai prati della Paglia di sopra. Questa avviene sfruttando un sentiero poco marcato, che si stacca, sulla sinistra, dal più marcato sentiero che parte dall’ultima e più alta baita, alla nostra destra (si tratta del già citato sentiero per l’alpe Piscino).

Prima che questo entri nel bosco, dunque, lo lasciamo, seguendo la traccia, segnalata da un cartello in legno, che risale, a zig-zag, i ripidi prati a monte delle baite, puntando alle baite della Paglia di Sopra, che già si intravedono, in alto. La fatica della salita è stemperata dal panorama che comincia ad aprirsi anche a nord e nord-est, ben oltre gli orizzonti della valle: alla nostra destra si vedono, infatti, il pizzo Disgrazia e, alla sua destra, il pizzo Cassandra; quindi i giganti della Valmalenco, i pizzi Roseg, Scerscen e Bernina (che si intravede appena), la Cresta Güzza, la coppia dei pizzi Argient e Zupò e le tre cime del Piz Palù.
Se tira vento, ci accadrà, poi, qualcosa che, di primo acchito, parrà un prodigio: sentiremo una musica quasi celestiale, come di celesta o xilofono, una vaga melodia che percorre con andamento indefinito il profondissimo silenzio di questi luoghi. Il mistero sarà sciolto solo quando avremo raggiunto la prima baita, il “Baitù de la Paia”, m. 1835: l’arcana melodia è prodotta da alcuni cilindri metallici, piccole campane tubolari che, percosse dal vento, si urtano producendo poche note, con accenti e ritmi, però, sempre diversi. Si tratta di quegli strumenti scaccia-spiriti che ravvivano, simpaticamente, alcune baite.
Il panorama sulla Val di Tartano è analogo a quello che si apre dalle baite inferiori; solo, ora il monte Valegino si fa vedere.

Alle spalle della baita, guardando in alto, in direzione del bosco, scorgiamo una vicina croce di legno che sopravanza la linea dei larici: potrebbe essere la meta conclusiva della nostra escursione, se non ce la sentiamo di salire fino alla cima della Paglia. Dalle baite parte solo, sulla destra, un sentiero che si addentra nella valle (e che tende, però a perdersi; proseguendo, un po’ a vista, fra la fitta vegetazione, si arriva ad affacciarsi ad una bocchetta che guarda al fondovalle valtellinese, ma il percorso è sconsigliabile). Noi, invece, dobbiamo proseguire a vista (o su debolissima traccia di sentiero), diritti, a monte delle baite, in direzione del bosco di larici e betulle. Prediamo come riferimento un grande abete alle spalle delle baite e saliamo diritti alle sue spalle, cercando la via meno faticosa su un versante piuttosto ripido. Una debole traccia piega leggermente a sinistra, portandosi quasi sul ciglio di un versante scosceso, protetto da un muretto a secco: si tratta dell’ “ör” (da cui i toponimi valtellinesi “Oro”, come valle dell’Oro – Val Masino – ed alpe dell’Oro – Valmalenco -) letteralmente “orlo”, il limite dell’alpeggio che dà su un ripido pendio o su un precipizio, particolarmente pericoloso, quindi, per le mucche: questo giustifica la presenza del muretto protettivo e, quando gli alpeggi erano caricati, la vigilanza di un pastore che era incaricato di sorvegliare questo margine, facendo in modo che le mucche non vi si avvicinassero pericolosamente.
La debole traccia piega, però, quasi subito a destra, allontanandosi dall’ör e portando ad un ripido canalino erboso, delimitato da modeste roccette; cercando la via meno ripida lo risaliamo, con una certa fatica, aiutandoci, in alcuni punti, anche con le mani, per approdare, finalmente, al modesto ripiano superiore dove, a quota 1950, è posta la croce (“crus”), che, come indica una targa, è stata eretta nel 1986 dalla famiglia Gusmeroli, in sostituzione di una croce precedente, che vediamo ancora, divelta ed inclinata sul tronco di un larice. Il colpo d’occhio sulla Val Lunga è, da qui, davvero bello, ma ancora più interessante è quello sul monte Pisello e sul sistema di alpeggi alle sue falde nord-orientali: è ben visibile, da qui, lo stato di abbandono di questi alpeggi, assediati e quasi soffocati dalle macchie di ontani.
Se siamo riusciti a risalire il ripido canalino erboso, probabilmente siamo nella condizione di raggiungere anche la cima della Paglia, che è poco più di 200 metri più in alto rispetto alla Crus. Vediamo come procedere. Oltre la croce si trova una bella radura a forma di conca, dalla quale si intravede la cima. Oltre la radura, una breve salita ci porta ad una conca più piccola (m. 1970 circa). Oltre la conca, prendendo a destra, attraversiamo una brevissima fascia di ontani, affrontando, poi, un ripido strappo (anche qui dobbiamo aiutarci con le mani) e superando una nuova macchia di ontani. Usciti di nuovo in terreno aperto, ci troviamo di fronte ad un ulteriore strappo, con erba, però, meglio scalinata. Lo risaliamo prendendo a sinistra, fino ad un larice gemino, raggiunto il quale ritroviamo la traccia che prende  destra, in direzione di una coppia di scheletri di larice colpiti da fulmine. Volgiamo, quindi, ancora leggermente a sinistra, rimanendo vicini al limite sinistro del dossetto che stiamo risalendo ed aggirando a sinistra una fascia di roccette, per puntare ad un nuovo scheletro di larice colpito da un fulmine, sulla nostra destra (m. 2040 circa).
Il crinale si fa più stretto e, percorrendolo, dobbiamo aggirare, sulla sinistra, con un passaggio un po’ esposto, una fascia di roccette, prima di approdare ad una pianetta, oltre la quale la salita ricomincia. Abbiamo, alla nostra sinistra, un ripido versante erboso; il versante di destra è anch’esso ripido, ma è colonizzato da una fascia di ontani (quindi, in caso di scivolata, qui i danni si riducono di molto). Superiamo il nuovo strappo facendo attenzione a rimanere sulla salinatura della traccia, al centro del crinale, fino a raggiungere una nuova piana, ad una quota di 2070 metri circa. Il panorama, da qui, è già molto bello: si vedono, integralmente, il gruppo del Masino-Disgrazia, la testata della Valmalenco ed il gruppo Scalino-Painale.
Ci attendono, nella successiva salita, alcuni noiosi ontani, per aggirare i quali dobbiamo passare sulla sinistra: il sentiero è abbastanza largo, ma esposto sul ripido versante di “pàia”, appunto. Oltrepassati gli ontani, vediamo di nuovo la cima, ora vicina, sovrastata da un segnale trigonometrico. Per un tratto il crinale si fa più largo, poi, di nuovo, si restringe e sale ad una selletta che precede il non difficile strappo finale.
Dai 2176 metri della cima della Paglia, che abbiamo raggiunto dopo circa 3 ore e mezza/4 di cammino, superando un dislivello in salita di 1110 metri, il panorama raggiunge finalmente la sua compiutezza, raggiungendo buona parte della bassa Valtellina e dell’alto Lario. A nord, da sinistra, si propongono le cime della Costiera dei Cech, seguite dal gruppo del Masino, che si propone nella sua integrale bellezza, con i pizzi Porcellizzo (m. 3075), Badile (m. 3308), Cengalo (m. 3367) e del Ferro (occ. m. 3267, centr. 3289 ed or. m. 3234), le cime di Zocca (m. 3174) e di Castello (m. 3386), la punta Rasica (m. 3305), i pizzi Torrone (occ. m. 3349, cent m. 3290, or. m. 3333), il monte Sissone (m. 3330) ed il monte Disgrazia (m. 3678), che si erge, maestoso, alle spalle del più modesto e vicino monte Piscino.
Segue la testata della Valmalenco, che propone, da sinistra, il pizzo Gluschaint (m. 3594), le gobbe gemelle della Sella (m. 3584 e 3564) e la punta di Sella (m. 3511), il pizzo Roseg (m. 3936), il pizzo Scerscen (m. 3971) il pizzo Bernina (m. 4049), i pizzi Argient (m. 3945) e pizzo Zupò (m. 3995), la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), ed il più modesto pizzo Varuna (m. 3453). Proseguendo verso destra, si scorge il gruppo dello Scalino, con il pizzo Scalino (m. 3323), la punta Painale (m. 3248) e la vetta di Ron (m. 3136). Più a destra, il pizzo Combolo (m. 2900) chiude la sequenza delle cime visibili: il fianco orientale della Val di Tartano, infatti, impedisce di vedere il gruppo dell’Adamello e di intravedere le cime delle Orobie centrali.
In compenso, il colpo d’occhio su buona parte della Val di Tartano, ad est e a sud, è fra i più completi e suggestivi.  A destra del monte Pisello, quindi ad ovest, vediamo, poi, buona parte del versante occidentale della Val Gerola, dietro al quale fa capolino l’inconfondibile corno del monte Legnone, che delimita, sulla sinistra, lo stupendo quadretto dell’alto Lario, che chiude questo giro d’orizzonte a 360 gradi.
Ci attende la discesa, per la medesima via di salita. Su alcune carte è segnata una traccia di sentiero che scende, lungo il crinale di sud-ovest, al passo del Pisello, ma, al proposito, ci sono diversi motivi che la rendono sconsigliabile: il versante ripido, innanzitutto; il rischio dell’ultimo tratto prima del passo, poi, dove il sentiero lascia il crinale e prende a destra, perché il crinale precipita alla sella del passo con un pericoloso salto roccioso; la difficoltà di muoversi, infine, dal passo del Pisello, sia sul versante valtellinese che su quello della Val di Tartano, se non si conoscono più che bene i luoghi.
Anche la discesa per la via di salita, comunque, non è priva di qualche insidia, perché, per certi aspetti, è più difficile della salita medesima: se non abbiamo memorizzato alcuni passaggi fondamentali, infatti, possiamo rischiare di uscire fuori sentiero; all’inizio, prima dell’ultima pianetta, il rischio è quello di scendere verso destra, invece di riguadagnare il crinale spostandosi a sinistra; poi, più in basso, il rischio può essere di portarsi troppo a sinistra: attenzione, quindi!

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