CARTE DEL PERCORSO; ALTRE ESCURSIONI IN VAL TARTANO; GOOGLE MAP; GALLERIA DI IMMAGINI


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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Arale-Val Cuminello-Bratta-Casera Cuminello-Passo Cuminello-Val Dordonella-Baita della Cima-Baitone- Casera-Arale
4 h e 30 min
840
EE
Arale-Val Cuminello-Bratta-Casera Cuminello-Passo Cuminello-Val Dordonella-Baita della Cima-Baitone- Bocchettina-Lago Grande-Alpe Porcile-Arale
6 h
870
EE
SINTESI. Percorrendo la ss 38, dopo il viadotto sul Tartano la lasciamo per prendere a destra (per chi proviene da Milano) e poco dopo ancora a destra, imboccando la strada che dopo 12 tornanti raggiunge Campo Tartano. Proseguiamo fino a Tartano e qui imbocchiamo la strada asfaltata e poi la pista che percorre la Val Lunga, fino al suo termine, in località Arale. Parcheggiata, dunque, l’automobile ad una quota di circa 1490 metri, lasciamo alla nostra destra un ponte sul torrente Tartano, e proseguiamo sulla pista che, volgendo a sinistra, ritorna verso la località Arale (dove si trova il rifugio omonimo), fino a trovare, sulla nostra destra, un muretto a secco che delimita una valletta. Lasciamo la pista e saliamo sul ripido prato, rimanendo appena a sinistra del muretto, fino ad intercettare, dentro il bosco, un sentiero che proviene da destra e prosegue salendo verso sinistra e confluendo quasi subito in un più largo sentiero che proviene anch’esso da destra. Procediamo verso sinistra (nord), in un’ombrosa pecceta, passando sulla verticale del rifugio Beniamino ed attraversando un paio di piccoli corso d’acqua. Dopo due brevi tornantini dx-sx, usciamo dalla pecceta, superiamo uno smottamento e procediamo verso il centro della valle, dove scorre il torrente Cuminello. Usciti all’aperto, abbiamo l’impressione di doverci portare al guado del torrente. In realtà qui la traccia tende a perdersi, ma non dobbiamo portarci oltre il torrente, bensì cercare, un po’ prima del guado, sulla destra il punto nel quale il sentiero, appena visibile, rientra gradualmente nel bosco, riprendendo a salire. Una volta individuata la traccia che entra nel bosco, la seguiamo, fino ad un’amena radura, fra larici, betulle ed abeti. Raggiunta la parte alta dei prati, pieghiamo a sinistra, passando in mezzo a due grandi abeti, oltre i quali la traccia si perde; piegando leggermente a destra, raggiungiamo un ometto che è posto sul limite inferiore di una più ampia fascia di prati. Poco più in alto, la baita quotata 1790 metri (Baita de la Bràta). Siamo nella parte bassa dell’alpe Bratta. Da quest’alpeggio dobbiamo traversare a quello più ampio che si trova alla nostra sinistra, sul versante opposto della valle sfruttando un sentiero che parte poco sopra la baita di quota 1790, attraversa il torrente Cuminello e ci porta sul limite inferiore dell'alpe Cuminello, poco a valle rispetto alla casera Cuminello (Casèra), quotata 1873 metri. Saliamo, ora, a vista al ben visibile baitone (Baitùu de la Casèra, m. 1930), a nord-est delle baite. La salita prosegue su terreno un po’ più faticoso, in diagonale, passando un po’ più alti di un modesto rudere addossato ad un grande masso, e parecchio più bassi di una baita (Baita de la Corna, m. 2090) che intravediamo, alla nostra sinistra, sotto un ripido canalone erboso Oltre un dosso erboso, vediamo davanti a noi una nuova baita, alla quale ci portiamo (Baita de la Mülsüra, m. 2040). Oltre la baita pieghiamo leggermente a destra, fino a raggiungere un canalone erboso, attaccando, poi, il largo dosso erboso sul suo lato opposto. Siamo più o meno al centro della valle ed abbiamo l’impressione di vedere la parvenza di una traccia di sentiero che si porta sul lato di destra del dosso (delimitato da alcune roccette) e poi prosegue nella salita zigzagando. In ogni caso la salita è agevole: stiamo più o meno al centro, più a destra rispetto ad un grande ometto che vediamo, in alto, sul limite superiore del dosso. Giunti alla sommità del dosso, vediamo un’ultima baita, quotata 2167 (Baita di Laghèc' o de Scima). Portiamoci ora al passo Cuminello (m. 2290), non proseguendo diritti, ma prendendo, fra pietraie e magri pascoli, decisamente destra (sud) e puntando ad una larga sella sul crinale, nel cui centro è posto un sasso a punta di lancia piantato a mo’ di ometto. Si apre davanti a noi l'ampia e luminosa Val Dordonella, alla quale scendiamo su sentierino che nel primo tratto è esposto (attenzione!). La successiva discesa, su traccia discontinua e debole, ci porta alla Baita della Cima (m. 2175), la più alta della valle. Ad est vediamo l'ampia sella del passo di Dordonella (Pàs de Durdunèla, m. 2320), per il quale si scende in alta Val Madre ed al rifugio di Dordona. Per salire alla facile e panoramicissima cima Vallocci (Scima di Valöc', m. 2510), portiamoci al centro del circo terminale della valle e, procedendo verso sud-est, al piede della facile sella del passo, trovando un marcato sentiero che vi sale. All'ultimo tornante dx, lo lasciamo rendendo a sinistra, su sentierino, fino al crinale. La salita prosegue seguendo il crinale verso nord. Superati tre grandi ometti ed un passaggio un po' esposto, raggiungiamo infine la piccola croce dell'erbosa cima Vallocci. Torniamo alla Baita della Cima e proseguiamo il giro degli alpeggi, scendendo verso sud-ovest (leggermente a destra) fino alla piana dell’alta valle, dove troviamo un grande bàrek ed un sentiero che passa a sinistra di una gola, si porta ad un dosso erboso e si affaccia alla media valle. Poi scendiamo piegando a sinistra e puntando ad una baita solitaria quotata 2154 metri; di qui procediamo a scendere in diagonale, verso sinistra (sud-ovest), fino al baitone quotato 2083 metri. Il sentiero prosegue verso il fondo della Val Lunga, ma attraversa una fascia di ontani dove è facile smarrirlo. Noi però procediamo per altra via. Dal baitone andiamo verso sud, cioè in direzione del crinale che separa la Val Dordonella dall’anfiteatro terminale della Val Lunga. Un sentiero, non troppo marcato, procede in leggera salita, supera il solco del ramo settentrionale del torrente e porta fino al crinale, a quota 2100 circa, per poi scendere, verso sud (sinistra), al circo terminale della Val Lunga, in prossimità di un rudere di baita nel corridoio che introduce al piede della valle dei Lupi (m. 1975). Salendo verso sud, su sentiero, ci portiamo, in corrispondenza del rudere di baita quotato m. 2033, all'imbocco della Val dei Lupi, che sale, alla nostra sinistra (est), all'omonima bocchetta, anch'essa facile porta sull'alta Val Madre. Noi dobbiamo però procedere in direzione opposta, piegando a destra (sud-ovest) e procedendo quasi in piano, fino al maggiore dei tre laghi di Porcile, il Lago Grande (lach Gràant, m. 2040), dove troviamo abbondanza di segnalazioni per l’ulteriore discesa. Costeggiato il lago sulla destra, proseguiamo scendendo ad un bel pianoro erboso. Sulla nostra sinistra il lago Piccolo (lach Pinìi, m. 2005), il più basso e piccolo dei laghi di Porcile. Restando alquanto più bassi di una baita che vediamo a sinistra, scendiamo diritti e, ad un bivio, ignoriamo i segnavia e proseguiamo a destra, scendendo pressoché diritti fino alla Baita del Zapèl del Làres (m. 1900). Qui prendiamo a destra e scendiamo, seguendo i segnavia, fino alla conca dell’alpe Porcile (m. 1803). Restando a sinistra del muretto del bàrek, lasciamo la tre baite dell’alpe alla nostra destra e guadiamo il torrente Tartano sfruttando una passerella di massi. Il marcato sentiero che troviamo sul lato opposto ci riporta, senza problemi, al punto terminale della pista sterrata della Val Lunga, dalla quale scendiamo all’automobile dopo circa 6 ore di cammino (il dislivello approssimativo è di 870 metri). Se però mettiamo nel conto la salita alla cima Vallocci, calcoliamo 8 ore di cammino e 1200 metri circa di dislivello.

In Val Cuminello (Comunello sulla carta IGM) si trova uno dei più begli alpeggi della Val Lunga, che in passato assumeva un ruolo fondamentale nell'economia della valle. Per capirlo dobbiamo fare un salto indietro nel tempo. Ai tempi dei Longobardi l'intera Val Tartano (di cui la Val Lunga è il ramo alto orientale) apparteneva alla corte longobarda di Talamona, nella quale rientrava anche il primo nucleo di Morbegno. Successivamente, dopo il secolo XI, buona parte degli alpeggi della valle divenne possesso feudale del vescovo di Como, che ne infeudò parte ai Gaifassi, potente famiglia ghibellina di Morbegno. La maggior parte degli alpeggi della valle, però, fu, almeno in età moderna, possesso del comune di Talamona. Nel 1556, infatti, la Vallunga di Tartano e Talamona, con rogito notarile di Giovanni Battista Camozzi, unirono tutti i beni comunali, vicinali o sociali, compresi i Premestini, cioè l'uso comune dei pascoli delle alpi Porcile, Postareccio, Gavedo di dentro e metà di Gavedo di Fuori, Cuminello, Dordona e Scala. Questi alpeggi, però, furono gradualmente venduti nei secoli successivi; le alpi Dordona e Scala furono gli ultimi possessi ad essere vendute dal comune di Talamona, nel 1847.
L'aspetto storicamente più interessante di questi alpeggi fu l'istituto dei Premestini: si trattava di un Consorzio degli Antichi Originari della Val Lunga di Tartano, che raccoglieva i capifamiglia effettivamente residenti nella Val Lunga e amministrava il patrimonio consortile ed i diritti di sfruttamento dei boschi e dei pascoli, espressione di antiche forme di uso collettivo del territorio, un tempo diffuse lungo tutto l'arco alpino e in altre zone d'Europa. Esso riguardava lo sfruttamento degli alpeggi, ma anche dei boschi, che comprendeva, oltre all'abbattimento di alberi destinati a fornire legname da costruzione e legna da ardere, la raccolta dei frutti spontanei (in particolare mirtilli), dello strame, della resina delle conifere e della trementina del larice, utilizzate per scopi medicinali.
Lo sfruttamento degli alpeggi si inseriva, poi, fin dal Medio-evo, in quella fitta trama di rapporti e legami fra la Val Tartano ed il versante orobico bergamasco (in particolare con Foppolo e Branzi), anche grazie alla presenza di agevoli valichi (passi di Porcile, Tartano e Lemma), che favorivano scambi e commerci. Vi era compreso innanzitutto il famoso e pregiatissimo formaggio Bitto, venduto nella fiera di Branzi. Gli alpigiani della Val Tartano erano assai rinomati per la loro bravura, tanto che si diceva che "èi nàs cùla bàla dèl càc' i màa", cioè "nascono con la pallina del caglio (quantità di caglio sufficiente per il latte che si vuol far quagliare in una volta) in mano", vale a dire sono ottimi casari.
Gli alpeggi di Val Lunga, dunque, furono nella storia un elemento essenziale dell'identità e della cultura stessa della Val di Tartano. Oggi sono quasi interamente abbandonati, caricati spesso solo da capre e pecore. Visitarli significa immergersi in uno scenario malinconico, ma fortemente suggestivo ed evocativo. L'alpe Cuminello, da questo punto di vista, si presta più di altre ad evocare gli scenari del passato, richiamati dal profondo silenzio che la domina. Essa si colloca sull'alto versante orientale della Val Lunga, appena prima (più a nord) della più ampia Val Dordonella. A differenza di quest'ultima, che propone sulla sua testata l'agevole passo di Dordonella, la più importante via di comunicazione percorsa in passato fra Val Tartano ed alta Val Madre, la prima è chiusa da versanti difficilmente valicabili.
Non possiamo, però, raccontare l’escursione senza prima presentare gli elementi di base per capire cos’è e come funziona un alpeggio. Ci aiuta Dario Benetti, nell’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota” (in “Sondrio e il suo territorio”, edito da IntesaBci nel 2001), nel quale descrive la struttura e l’organizzazione tipica degli alpeggi orobici nell’area del Bitto (dalla Val Lesina, ad ovest, alla valle del Livrio, ad est): “ Gli alpeggi di questa zona, anche quelli comunali, erano prevalentemente dati in affitto a comunità di pastori. A tale tipo di gestione corrisponde una struttura architettonica ben precisa: il pascolo d’alpeggio è suddiviso in bàrech, un reticolo di muretti a secco, più o meno regolare, che delimita “il pasto” di una giornata di malga. Questa suddivisione permette di sfruttare razionalmente il pascolo. Il pascolo non è infatti ricco e, se il bestiame fosse lasciato libero, finirebbe con l’esaurirsi anzitempo. In ogni alpeggio il bestiame si sposta dunque quotidianamente da un bàrech all’altro, restando prevalentemente all’aperto (in pochi alpeggi sono previsti stalloni – baitùu – o tettoie aperte per il ricovero notturno o in caso di brutto tempo).

Numerose baite sono collocate sull’alpeggio in corrispondenza dei principali spostamenti. Al centro dell’alpeggio c’è la caséra, la costruzione dove si depositano i formaggi e le ricotte per la salatura e la conservazione temporanea… La necessità di sorvegliare il bestiame durante il pascolo di notte, lontano dalla baita dei pastori, era risolta con una particolare forma di ricovero temporaneo, il bàit. Si tratta di un rifugio trasportabile in legno con copertura inclinata rivestita, negli esempi più recenti, in uso fino a qualche anno or sono, in lamiera. Il bàit era diffuso in val Tartano e nelle valli del Bitto e del Lesina; a volte era a due posti. Nella parete laterale è ricavata una apertura trapezoidale per l’accesso con sportellino in legno, mentre in testata sono ricavati due fori per l’aria e per infilarvi due lunghi bastoni per il trasporto a spalla da una sede all’altra. Caratteristico delle valli del Bitto e Lesina, ma presente in passato anche in val Tartano, è il caléc. Esso era utilizzato nel caso in cui la permanenza dei pastori in una certa parte dell’alpeggio superava i 5-6 giorni. Questa struttura consiste essenzialmente nei quattro muri perimetrali e in una apertura a valle per l’accesso. La copertura veniva realizzata di volta in volta con elementi provvisori, per esempio una struttura in legno e un telo. La distribuzione interna degli spazi è simile a quella della baita in muratura, con il paiér (il focolare), il supporto girevole in legno per la culdèra e un ripiano sul quale si poggiavano i formaggi ad asciugare. In alcuni alpeggi, infine, è presente il baituu, una grande stalla per il ricovero delle mucche in caso di maltempo. Si tratta di una costruzione molto allungata (20-30 metri) a un solo piano, con muratura in pietrame a secco e tetto a due falde con manto di copertura in piode selvatiche (se il fronte verso valle è aperto la costruzione prende il nome di tecia)… I baituu ospitavano fino a 90 capi di bestiame. All’interno, in un soppalco ricavato nelle capriate del tetto alloggiavano due pastori.
In passato su questi alpeggi, negli ottanta e più giorni di caricamento dell’alpe,  ferveva la vita di una piccola comunità, con una precisa organizzazione e gerarchia. Ecco come la descrive sempre il Benetti (op. cit.): “Nel caso della val Tartano il cap è la massima autorità e in cenere corrispondeva al caricatore dell'alpeggio; al cap spettano le principali decisioni strategiche. dallo spostamento da una baita all'altra, alla dislocazione dei pastori nell'alpeggio; subito dopo il cap c'è il casèr (il casaro), l'esperto che coordina le fasi di lavorazione dei prodotti caseari. Altre figure della comunità sono il cassinèr (che assiste il casaro), il caurèr (il capraio) e il manzulèr (incaricato di accudire alle manze quando pascolano separate dalle mucche), il pegurèr (il pecoraio). In fondo alla scala gerarchica, all'ultimo gradino, c'è la figura del cascìi (il pastorello). Quest'ultima figura merita un cenno particolare perché costituiva una specie di iniziazione per tutti i ragazzi della valle che entravano così nel mondo degli adulti e del lavoro, trascorrendo lontano dalla famiglia il periodo estivo.

Vediamo, ora, come effettuare l'escursione. La salita in Val Cuminello (o Comunello, come riportato su diverse carte escursionistiche) non è, però, semplicissima e sfrutta un sentiero non segnato sulle carte, senza alcun segnavia e non sempre ben visibile, per cui, soprattutto se si intende tornare per la medesima via di salita, occorre attenzione ed adeguata memorizzazione dei luoghi per i quali si passa. Le carte riportano, infatti, un sentiero che sale mantenendosi sul lato di sinistra (per chi sale, cioè sul lato settentrionale) della valle, mentre il sentiero effettivamente utilizzato sta sul versante opposto. Punto di partenza è il rifugio Beniamino, in località Fienili Arale (m. 1485).
Per raggiungerlo, ci portiamo con l’automobile fin quasi in fondo alla pista che da Tartano si addentra in Val Lunga, là dove si stacca, sulla sinistra, una pista secondaria che sale proprio ai Fienili Arale. Ci conviene lasciare l’automobile allo slargo che si trova poco prima dello svincolo e poi salire a piedi al rifugio. Proseguiamo, quindi, sulla pista sterrata che dal rifugio si dirige verso l’interno della valle (poco oltre piega a destra e scende sul fondovalle, congiungendosi a quella principale), per breve tratto, fino a trovare, sulla nostra sinistra, un muretto a secco che delimita una vallecola. Lasciamo la pista e saliamo sul ripido prato, rimanendo appena a sinistra del muretto, fino ad intercettare, dopo un ultimo strappo, appena dentro il bosco, un sentiero che proviene da destra e prosegue salendo verso sinistra e confluendo quasi subito in un più largo sentiero che proviene anch’esso da destra. Procediamo verso sinistra (nord), in un’ombrosa pecceta, passando sulla verticale del rifugio Beniamino ed attraversando un paio di piccoli corso d’acqua. Dopo due brevi tornantini dx-sx, usciamo dalla pecceta attraversando una macchia di noccioli, fino a giungere in vista di un casello dell’acqua, dove troviamo una sgradita sorpresa: un piccolo smottamento si è mangiato un tratto del sentiero e per superarlo ci conviene addentrarci, non senza fatica, nella macchia, aggirandolo a monte.
Tornati sul sentiero, procediamo verso il centro della valle, dove scorre il torrente Cuminello. Usciti all’aperto, abbiamo l’impressione di doverci portare al guado del torrente. In realtà qui la traccia tende a perdersi, ma non dobbiamo portarci oltre il torrente, bensì cercare, un po’ prima del guado, sulla destra il punto nel quale il sentiero, appena visibile, rientra gradualmente nel bosco, riprendendo a salire. Teniamo presente che è possibile arrivare fin qui anche seguendo un sentierino che sale sul lato opposto della valle: alle spalle delle baite della località Prà di Ulès, che sta di fronte ai Fienili Arale, e che propone la gentile e simpatica Villa Attilia sta un facile dosso erboso, in cima al quale si vede un curioso ponticello in legno che non scavalca alcun corso d’acqua. Saliti al ponticello, troviamo una traccia di sentiero che prosegue salendo a zig-zag, appena visibile, fino ad una baita che vediamo alla nostra sinistra, per poi piegare a destra e passare appena sotto una baita più grande. Qui, al momento (agosto 2008), il transito è vietato, per lavori di canalizzazione sull’alveo del torrente Cuminello, che comunque è poco distante e facilmente attraversabile (se non è piovuto parecchio di recente). Oltre il guado, siamo ai prati colonizzati da vegetazione disordinata cui giunge anche il sentiero sopra descritto.
Una volta individuata la traccia che entra nel bosco, la seguiamo, incontrando una serie di serrati tornantini: la traccia si fa un po’ più chiara, e procede verso sud-est, in una macchia di abeti ed ontani. Poco più in alto, la traccia diventa marcato sentiero e, dopo un traverso a destra, approda ad un’amena radura, fra larici, betulle ed abeti. La traccia si fa più debole, ma sempre visibile, e risale la striscia di prati della radura, stando un po’ al centro, un po’ sul limite di destra (per chi sale), dove si trova un muretto e, più in alto, una modesta formazione rocciosa. Raggiunta la parte alta dei prati, pieghiamo a sinistra, passando in mezzo a due grandi abeti, oltre i quali la traccia si perde; piegando leggermente a destra, raggiungiamo un ometto che è posto sul limite inferiore di una più ampia fascia di prati. Poco più in alto, la baita quotata 1790 metri. Siamo nella parte bassa dell’alpe Bratta (toponimo che si trova anche in Val Corta, e che deriva, probabilmente, da una radice dialettale che ha il significato di “sporcizia”, “sterpaglia”); più in alto, non ancora visibile, la baita quotata 1872 metri. Da quest’alpeggio dobbiamo traversare a quello più ampio che si trova sul versante opposto della valle. Possiamo farlo sfruttando un sentiero che parte dal limite alto dei prati, sopra la baita quotata 1872 metri, oppure imboccando un sentiero più basso, che parte poco sopra la baita di quota 1790.

Per trovarlo, saliamo un po’, in diagonale, oltre la baita, fino al limite del bosco, cercando un sentiero che nel primo tratto sembra la parte superiore di un muretto. Dopo un primo tratto nel bosco, il sentierino attraversa lo Zapèl, cioè l’apertura di un muretto a secco e, dopo un brevissimo scarto a destra e poi a sinistra, si fa più visibile. Saliamo, gradualmente, in direzione del centro della valle, superando due modestissime vallecole, fino ad uscire all’aperto al facile guado dei due rami ravvicinati del torrente. Sul lato opposto, attraversati alcuni modesti ruscelletti, ritroviamo una debole traccia che, tagliato un versante erboso, ci porta sul limite inferiore dell'alpe Cuminello, poco a valle rispetto alla casera Cuminello, quotata 1873 metri.
Memorizzato il punto di arrivo del sentierino (nel caso intendessimo ridiscendere di qui), saliamo, diritti, fino allo zapèl di un bàrek (grande recinto delimitato da basso muro a secco per contenere il bestiame), puntando alla baita-casera (in realtà una coppia di baite) che vediamo un po’ più in alto. Davanti alle baite, una fascia di rigogliosi "lavàz", piante di romice o rabarbaro alpino, caratteristiche di molti alpeggi, perché prosperano nei terreni molto grassi, quindi concimati dalle mucche (intorno alle baite e nei "grass" dove alloggia la malga). La presenza delle piante testimonia che l'alpeggio era molto utilizzato, in passato; ora vi regna la solitudine. Un tempo le loro foglie erano molto apprezzate, perché il gambo è succoso e dolce, e con le foglie molto giovani e tenere si cucinava anche una minestra, la "menéstra cui lavazìi"; venivano, poi, utilizzate per avvolgere burro, mascarpa e stracchini. Possiamo ricordare un modo di dire riportato nel Dizionario dei dialetti della Val Tartano di Giovanni Bianchini: "diventà cumè na lavàza", cioè "diventare come una foglia di romice", in seguito ad uno spavento, vale a dire afflosciarsi, quasi, al limite dello svenimento.
Proseguiamo, ora, in direzione del ben visibile baitone, a nord-est delle baite, passando a sinistra del punto nel quale vediamo giungere dal versante opposto dell’alpe il sentiero sopra citato, e lo raggiungiamo senza difficoltà, salendo a vista (la traccia di sentiero è pressoché scomparsa sul limite dell’alpeggio). Dai 1930 metri del baitone (sul quale leggiamo ancora la scritta “rinnovato nel 1928”), il panorama è già molto suggestivo: guardando alle nostre spalle (sud-ovest), vediamo, oltre il dolce declivio dei prati della Bratta, il versante occidentale dell’alta Val Lunga, con la cima di Lemma (m. 2348), sul limite di sinistra, seguita dal più imponente pizzo della Scala (m. 2427), dal monte Moro (m. 2277) e dal monte Gavet (m. 2318). Più a destra, sul fondo, il versante occidentale della Val Corta, con il monte Lago, il monte Culino, il monte Pisello ed il monte Piscino. Se, invece, guardiamo in direzione del fondo della valle vediamo che questo è delimitato da due picchi: quello di sinistra è quotato m. 2487, ma non ha sulla carta IGM alcuna denominazione, mentre quello di destra è la cima Vallocci (m. 2510), la seconda elevazione, dopo il monte Seleron, della Val Tartano.
La salita prosegue, ora, su terreno un po’ più faticoso (non perché sia particolarmente ripido, ma perché ingombro di antico materiale alluvionale ricoperto dai pascoli, per cui non si sa mai esattamente cosa si trovi sotto i piedi ed il senso dell’equilibrio è costantemente sollecitato). Saliamo gradualmente, in diagonale, passando un po’ più alti di un modesto rudere addossato ad un grande masso, e parecchio più bassi di una baita che intravediamo, alla nostra sinistra, sotto un ripido canalone erboso: si tratta della baita quotata 2090 metri, dalla quale parte, verso sinistra, un sentierino, non facile, che traversa la parte alta del selvaggio versante di nord-est della valle, tagliando il crinale, passando per la baita della Gerna (m. 2120) e scendendo alla casera dell’alpe Canale (m. 1994). Oltre un dosso erboso, vediamo davanti a noi una  nuova baita, alla quale ci portiamo (m. 2040). Oltre la baita pieghiamo leggermente a destra, fino a raggiungere un canalone erboso, attaccando, poi, il largo dosso erboso sul suo lato opposto. Siamo più o meno al centro della valle ed abbiamo l’impressione di vedere la parvenza di una traccia di sentiero che si porta sul lato di destra del dosso (delimitato da alcune roccette) e poi prosegue nella salita zigzagando. In ogni caso la salita è agevole: stiamo più o meno al centro, più a destra rispetto ad un grande ometto che vediamo, in alto, sul limite superiore del dosso. Alle nostre spalle il pizzo della Scala, sulla sinistra, tende a sparire, mentre a destra appaiono le cime della Costiera dei Cech e, sullo sfondo, le alpi Lepontine. A destra, cioè a sud, vediamo una sella sul crinale che separa la val Cuminello dalla Val Dordonella; sulle carte è segnato il passo di Cuminello, che congiunge le due valli, ma non è questo, bensì la sella un po’ più alta che si trova più ad est, cioè a sinistra di quella che vediamo.  
Giunti alla sommità del dosso, vediamo un’ultima baita, quotata 2167; alla nostra sinistra, il grande ometto che abbiamo visto dal basso e che in questo scenario sembra davvero il muto custode di un silenzio rotto solo dal fischio, improvviso, sferzante e stizzito, delle marmotte.  Guardando verso il fondo della valle, oltre un ultimo dosso, vediamo che questa è chiusa da due sellette cui salgono altrettanti canaloni erbosi. È quella di sinistra ad attirare lo sguardo, perché sul vertice si individua un curiosissimo ago di roccia, che richiama fortemente l’ago del Torrone, sulla testata della Val Torrone, familiare a quanti percorrono il sentiero Roma. Sul versante opposto, la valle della Matta, selvaggia laterale occidentale della Val Madre. Ora se abbiamo buona esperienza escursionistica e piede sicuro, e, soprattutto, se le condizioni del terreno sono ideali (del tutto asciutte), invece di tornare per la via di salita possiamo proseguire l’escursione puntando al già citato passo Cuminello e scendendo poi in Val Dordonella. Si tratta di un itinerario segnato su alcune carte, anche come itinerario sci-alpinistico, ma richiede molta cautela nel primo tratto di discesa in Val Dordonella. Vediamo come procedere.

Il passo, come già detto, è la sella di sinistra fra le due visibili, a sud, dalla baita. Ma non si riesce a capire, da qui, dove esattamente sia collocato, cioè se sul suo limite più alto ed erboso di sinistra o su quello più basso e roccioso di destra. Né sull’uno, né sull’altro, ma più o meno al centro, segnalato da un sasso a punta di lancia piantato a mo’ di ometto (da qui non si vede ancora, ma procedendo lo si distingue). Prendiamo, dunque, a sud, senza mancare di ammirare, a sinistra della sella, il severo salto roccioso che costituisce il versante nord-occidentale della cima Vallocci. C’è un sentiero, che un po’ si mostra ed un po’ si nasconde, che porta al passo: nel primo tratto punta verso il centro della sella, poi piega a sinistra e risale con qualche tornantino un dosso erboso, infine prende di nuovo a destra, sempre in direzione del centro della sella. Approssimandoci a questa, riconosciamo il sasso a forma di punta di lancia e, seguendo a zig-zag fra le roccette i facili corridoi erbosi, raggiungiamo alla fine, senza difficoltà, il passo Cuminello (m. 2290).
Molto bello, anche se non molto ampio, il panorama che si apre dal passo. Ad est, cioè alla nostra sinistra, esso è dominato dal crinale occidentale della cima Vallocci (m. 2510). Proseguendo in senso orario, vediamo l’alta Val Dordonella, con la dolce sella del passo di Dordonella (m. 2320),  l’appena accennata cima dei Lupi (m. 2415), dietro la quale occhieggia il monte Cadelle (m. 2483), e la più pronunciata cima gemina della rocciosa cima di Val Lunga (m. 2405). Poi, sulla testata della Val Lunga, il monte Valegino (m. 2415) e la cima di Lemma (m. 2348); fra le due cime ed alle loro spalle, alcune cime della Val Brembana, fra cui spiccano il monte Arere (m. 2227) ed il pizzo Rotondo (m. 2237). A destra della cima di Lemma, di nuovo il pizzo della Scala (m. 2427). La cima quotata 2313, quindi, sul crinale Val Cuminello-Val Dordonella, a poca distanza dal passo, chiude un po’ il panorama ad ovest; alla sua sinistra, dietro il versante occidentale della Val Corta, lo sguardo può, finalmente, migrare a più lontani orizzonti: vediamo le alpi Lepontine, intuiamo, più lontane, alcune cime dell’Oberland bernese. Segue la Costiera dei Cech, con la cima di Malvedello e la cima del Desenigo; alla sua destra, il monte Spluga, mentre dietro fanno capolino le altre cime della testata della Valle dei Ratti, compresa la più alta, l’arrotondato pizzo Ligoncio, m. 3038, appena a destra dell’affilato monte Spluga. Poi, dietro le cime della Merdarola, fa capolino una breve sezione della testata della Val Codera. Lo sguardo è, infine, ricondotto a viva forza ad un orizzonte assai più prossimo, perché a nord e a nord-est il versante settentrionale della val Cuminello e quello orientale della Val Lunga (sul quale si intravede il monte Seleron, m. 2519) impediscono di vedere il gruppo del Masino. Se, infine, volgiamo uno sguardo all'alpe Cuminello, possiamo apprezzare il complesso incastro dei numerosi bàrek, che ci fanno intuire la sua importanza passata, suscitando un profondo senso di tristezza per lo stato di abbandono nel quale versa.
Dopo aver gustato questa parata di scenari alpini, giunge il momento di affrontare la parte più delicata dell’escursione: il primo tratto della discesa in Val Dordonella, infatti (anche su questo versante troviamo un sasso-ometto a punta di lancia) è sì servito da traccia di sentiero, ma scende tagliando un versante molto ripido, che scende ad un salto roccioso, per cui una scivolata sarebbe pericolosissima. Scendiamo, dunque, con cautela, fino ad un primo balconcino erboso, e con altrettanta cautela nel successivo tratto, finché, per fortuna, in breve il crinale si addolcisce e l’ulteriore discesa si fa più tranquilla. Se questo passaggio dovesse spaventarci, teniamo presente questa possibile alternativa: dal passo possiamo seguire il crinale di roccette, salendo fino al punto nel quale, sulla destra, un largo canalone erboso, un po’ ripido, consente di scendere (anche qui con cautela, ma senza esposizione) in Val Dordonella. In entrambi i casi ci portiamo a ridosso di una conca di sfasciumi.
La successiva discesa avviene senza direzione obbligata (la traccia va e viene). Puntiamo, per un tratto, a sud, cioè diritti verso il versante opposto della valle, poi, ad un dosso, pieghiamo un po’ a destra, scendendo, infine, alla baita della Cima (m. 2175), che, come dice il nome stesso, è la più alta della Val Dordonella. Questa si mostra valle ampia e luminosa, chiusa ad est dal facile passo di Dordonella, per il quale si scende in alta Val Madre ed al rifugio di Dordona. Dalla baita della cima prendiamo, ora, a sud-ovest (leggermente a destra) e scendiamo alla piana dell’alta valle, dove troviamo un grande bàrek ed un sentiero che si affaccia alla soglia che separa l’alta valle dalla parte mediana ed inferiore della stessa. Se non troviamo il sentiero, possiamo anche procede a vista, perché la media Val Dordonella è un’aperta distesa di pascoli non troppo ripidi, che scende fino ad una fascia di ontani poco al di sopra dei 1900 metri.
Aggirato il dosso che ci nasconde alla vista la media valle, prendiamo subito a sinistra, puntando ad una baita solitaria quotata 2154 metri; di qui procediamo a scendere in diagonale, verso sinistra (sud-ovest), fino al baitone quotato 2083 metri. Ora dobbiamo scegliere come proseguire. Se il tempo e le energie scarseggiano, continuiamo nella discesa della valle, fino ad intercettare il sentiero che dai fienili Arale sale all’alpe Porcile. È anche possibile, però, traversare dal baitone al crinale che separa la valle dall’anfiteatro terminale della Val Lunga e di qui scendere ai piedi della valle dei Lupi ed al lago Grande (il secondo dei tre laghetti di Porcile), scendendo, infine, per il sentér di Lach all’alpe Porcile ed ai fienili Arale. La prima soluzione ha il vantaggio di farci risparmiare più di un’ora di cammino, ma ha due inconvenienti: ci priva dello splendido scenario dei laghetti di Porcile e ci costringe ad un esercizio di orientamento non elementare, dal momento che il sentiero della Val Dordonella, purtroppo, è in stato di abbandono e degrado, per cui, nel tratto appena sopra la fascia di ontani, è facile perderlo. Nell’attesa di una pulizia del sentiero, raccontiamo entrambe le possibilità, partendo dalla variante più breve.
Dal baitone dobbiamo ora proseguire, sempre scendendo in diagonale verso sinistra, alla coppia di baite quotate 1989 metri. La partenza del sentiero non si vede: dobbiamo abbassarci, dal baitone, su un dosso erboso, fino al limite inferiore, al quale prendiamo decisamente a sinistra, trovando un marcato sentiero che scende a guadare, in un punto sostenuto da un alto muro a secco, il ramo meridionale del torrente della valle. Oltre il guado la traccia resta visibile per breve tratto (anche se si immerge in una brevissima quanto noiosa fascia di ontani, che la occultano interamente), poi è riconoscibile solo ad intermittenza. Comunque, senza eccessive difficoltà, scendiamo a vista alle due baite (casera Dordona sulla carta IGM, 1989 m.).
Qui, però, iniziano i problemi, perché della traccia non c’è più traccia, e più in basso non c’è terreno aperto, ma l’odiosa fascia di ontani. Attraversata la fascia di lavàzz davanti alle baite, scendiamo, quasi diritti, cercando un paio di ometti che segnalano la traccia di sentiero, quando mai labile e discontinua. Siamo sul lato sinistro della valle, non troppo lontani dal suo fianco roccioso. La traccia serpeggia fra gli ontani, con direzione complessiva ovest, perdendo quota e facendosi via via più chiara, anche se sporca; poi, quando sembra giunta quasi a ridosso del roccioso versante meridionale della valle, piega a destra ed inizia un lungo traverso, in direzione nord, avvicinandosi al ramo meridionale del torrente della valle. Possiamo intercettarla in questo punto, qualora dalla coppia di baite non riuscissimo a trovarla, anche portandoci un po’ a destra e scendendo con un po’ di pazienza lungo il versante di ontani, rimanendo a sinistra, ma non troppo lontani, da una macchia di larici. Superata una portina e giunti in vista del torrente, però, non ci portiamo al suo solco, ma, piegando a sinistra, iniziamo una lunga serie di brevi tornanti, scendendo diritti, finché, volgendo a destra, attraversiamo finalmente il torrente. Sul lato opposto tagliamo il limite alto di una radura e proseguiamo fino ad attraversare anche il ramo settentrionale del torrente.
Il sentiero sale, poi, leggermente fino a tagliare un dossetto, e conduce infine ad una coppia di baite della Corna (m. 1785), dove prende congedo da noi. Dobbiamo, ora, scendere diritti, dalle baite, a vista, per ripidi prati fino ad un boschetto, dove ci districhiamo alla meno peggio e continuiamo a scendere diritti, uscendo ad una nuova fascia di ripidi prati. L’ulteriore discesa ci porta ad intercettare un sentierino che, seguito verso destra, porta ad un’ultima coppia di baite, dalla quale, scendendo in diagonale verso destra, approdiamo, alla fine, al sentiero dei Laghi che ci riporta, senza problemi, al punto terminale della pista sterrata della Val Lunga, dalla quale scendiamo all’automobile, dopo circa 4 ore e mezza di cammino (il dislivello approssimativo è di 840 metri).
Vediamo la variante più lunga. Dal baitone di quota 2083, invece di scendere diritti, procediamo in piano, verso sud, cioè in direzione del crinale che separa la Val Dordonella dall’anfiteatro terminale della Val Lunga. Un sentiero, non troppo marcato, ma perlomeno su terreno aperto, supera il solco del ramo settentrionale del torrente e porta fino al crinale, a quota 2100 circa, per poi scendere, verso sud (sinistra), ad una baita nel corridoio che introduce al piede della valle dei Lupi. Di qui ci portiamo facilmente, piegando leggermente a destra (sud-ovest), al lach Gràant (m. 2040), dove troviamo abbondanza di segnalazioni per l’ulteriore discesa. Costeggiato il lago sulla destra, proseguiamo scendendo ad un bel pianoro erboso (sulla nostra sinistra il lach Pinìi, lago Piccolo (m. 2005), il più basso e piccolo dei laghetti di Porcile. Restando sulla destra ed alquanto più bassi di una baita che vediamo a sinistra, scendiamo diritti e, ad un bivio, ignoriamo i segnavia e proseguiamo a destra, scendendo pressoché diritti fino alla Baita del Zapèl del Làres (m. 1900). Qui prendiamo a destra e scendiamo, seguendo i segnavia, fino alla conce dell’alpe Porcile (m. 1803). Restando a sinistra del muretto del bàrek, lasciamo la tre baite dell’alpe alla nostra destra e guadiamo il torrente Tartano sfruttando una passerella di massi. Il marcato sentiero che troviamo sul lato opposto ci riporta, senza problemi, al punto terminale della pista sterrata della Val Lunga, dalla quale scendiamo all’automobile dopo circa 6 ore di cammino (il dislivello approssimativo è, in questo caso, di 870 metri).    

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