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La terza grande valle sul versante orobico della bassa Valtellina, dopo la Val Lesina e le Valli del Bitto di Gerola ed Albaredo, è la Val di Tàrtano (o Val Tartano), che si congiunge con il fondovalle all’altezza del grande ed impressionante conoide del Tartano, all’altezza di Talamona (impressionante perché mostra l’enorme massa di detriti alluvionali che il torrente Tartano ha scaricato, nella sua millenaria opera di erosione).
Ha la forma di una Y, in quanto è costituita, nella parte medio-bassa, da un profondo ed orrido solco, che, all’altezza di Tàrtano (m. 1200), si apre e biforca, nel due rami della Val Lunga, ad est, e della Val Corta, ad Ovest. Quest’ultima, a sua volta, si biforca, all’altezza delle contrade Bagini e Barbera (termine derivato da “barba”, cioè “zio”), nella Val di Lemma, ad est, e nella Val Bùdria, ad ovest. La denominazione delle due valli non si riferisce all'estensione, quanto piuttosto all'antichità storica degli insediamenti: i "Lunghi" furono i primi colonizzatori della valle, venuti dal versante orobico della bergamasca, mentre i "Corti" vennero successivamente.
Tributaria di destra della Val Tartano, fra Campo e Tartano, è la Val Vicima (comune di Forcola), la cui testata è compresa fra il pizzo di Presio (m. 2391), a nord, ed il pizzo del Gerlo (m. 2470), a sud; in fondo alla valle il passo di Vicima (m. 2234) permette un facile passaggio dalla Val Tartano all'alpe Bernasca, in Val Madre.
Il pizzo del Gerlo, a nord, e, procedendo verso sud, il monte Seleron (m. 2519, il punto più alto del territorio del comune di Tartano), la cima Vallocci (m. 2510) ed il monte o cima delle Cadelle (m. 2483) costituiscono le cime più significative del versante orientale della Val Lunga. Su questo versante la bocchetta di Cogola (m. 2410), l'agevole passo di Dordonella (m. 2320) e la bocchetta o passo dei Lupi (m. 2316) costituiscono altre tre porte che si aprono fra Val Tartano e Valmadre.
La cima delle Cadelle e, procedendo verso ovest, il monte Valegino (m. 2415) e la cima di Lemma stanno sulla testata della Val Lunga, dove si trovano anche il passo di Porcile (m. 2290), che si affaccia su Fòppolo, in Val Brembana, ed il passo di Tartano (m. 2108), dal quale si scende a Branzi, sempre in Val Brembana. La dorsale che separa la Val Lunga dalla Val Corta propone, da sud a nord, il pizzo della Scala (m. 2427), il monte Moro (m. 2277) ed il monte Gavet (m. 2098).
Il pizzo Vallone (m. 2249) ed il monte Tartano (m. 2292) stanno, rispettivamente, al centro e nell'angolo sud-occidentale della Val di Lemma, sulla cui testata si colloca anche il passo di Lemma (m. 2137). Monte Tartano e monte Azzarini (m. 2431) stanno sui due angoli meridionali, orientale ed occidentale, della Val Budria. Fra Monte Azzarini e, più a nord, monte Pedena (m. 2399) si apre l'ampia sella del passo di Pedena (m. 2234), l'unico ed importante valico fra Val Tartano e Valle del Bitto di Albaredo. Sul crinale che separa le due valli, poi, procedendo verso nord, si trovano il monte Lago (m. 2253), il monte Culino (m. 2322) ed il monte Pisello (m. 2272). Cima della Paglia (m. 2174), monte Piscino (m. 2091) e pizzo della Pruna (m. 1801) stanno, da sud a nord, sul crinale che separa la Val Tartano dal versante orobico che si affaccia sulla bassa Valtellina (Talamona).

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Per salire in Val di Tartano bisogna lasciare la ss. 38 dello Stelvio, imboccando lo svincolo a sinistra (per chi viaggia da Sondrio a Morbegno) appena prima del viadotto sul torrente Tartano. Percorso, quindi, un tratto sulla provinciale Pedemontana Orobica, la si lascia per imboccare, a destra, la strada per Tartano (ora provinciale n. 11), che si inerpica, con dieci tornanti, sul fianco occidentale dell’impervio Crap del Mezzodì. Si tratta della strada costruita fra il 1956 ed il 1957, che ha consentito, per la prima volta, l’accesso alla valle di autoveicoli. Dopo aver superato una breve e caratteristica galleria scavata nella viva roccia, la strada si affaccia alla valle e, dopo altri due tornanti conclusivi, raggiunge, dopo 10 km., Campo Tartano (m. 1049), il primo dei due più significativi centri della valle (l’altro è Tartano), posto in una splendida posizione panoramica, dalla quale si domina la bassa Valtellina fino al lago di Como. In corrispondenza di Campo, è stato costruito, sul torrente Tartano, uno sbarramento artificiale, la diga di Colombera, che serve una centrale ai piedi del versante occidentale del Crap del Mezzodì.
Oltre Campo, la strada prosegue, sul versante orientale della valle, supera la frazione di Ronco e, dopo l’ardito ponte (ben noto agli amanti del bungee jumping) che scavalca l’impressionante forra terminale della Val Vicima, raggiunge Tartano (m. 1200, a 5 km da Campo), il centro amministrativo della valle (la maggior parte della Val Tartano rientra, infatti, nei confini del comune di Tartano; il suo angolo nord-orientale, invece, con le frazioni di Ca’ e Somvalle, l’alpe d’Assola e la Val Vicima, appartiene al comune di Fòrcola, così come la Val Fabiolo, per la quale, in epoche remote, scorreva il torrente Tartano, prima che il suo corso mutasse, volgendo ad ovest).
Un discorso particolare merita la realizzazione del collegamento carrozzabile fra Tartano ed il fondovalle. Prima di questa data (1956-57), era possibile salire in valle solo attraverso le storiche mulattiere della Val Fabiolo (la più frequentata, con partenza da Sirta) e del dosso della Croce. Paradossalmente, una valle tanto vitale da dover ospitare, ancora negli anni Cinquanta, tre scuole elementari (a Campo, a Tartanto ed alla Piana, in Val Lunga), era raggiungibile solo con diverse ore di faticoso cammino! Per porre fine a questo paradosso decisivo fu l'interessamento del famoso ministro di nascita morbegnese Ezio Vanoni, il quale, proprio nell'ultimo discorso pronunciato in Senato il 16 febbraio 1956, poco prima della morte, così presentò l'inaccettabile situazione di Tartano e della sua valle nell'Italia che, dopo la riscostruzione del secondo dopoguerra, si avviava al boom economico:
"Non posso dimenticare che vi è nella mia provincia un piccolo comune di 1200 abitanti, il quale ancora oggi è collegato con la pianura per mezzo di una mulattiera, sicché occorrono cinque ore di cammino a piedi per raggiungerlo e quando si sale, come io qualche volta ho fatto prima e dopo la mia vocazione politica, e ci si accosta al palazzo municipale e si vede il ricordo dei caduti nelle due guerre e si nota che questo piccolo villaggio di montagna ha avuto nelle due guerre il maggior rapporto tra popolazione residente e caduti, si orienta necessariamente la propria opera, come credo di avere sempre fatto nella mia vita politica, affinché questi 1200 contadini montanari abbiano una tranquillità economica ed una speranza in un avvenire per sé e per i propri figli."
Queste parole sono ora scolpite in una lastra di granito posta, nel 1966, con l'intitolazione "La popolazione della Val Tartano a Ezio Vanoni, Ministro della Repubblica", sul fianco roccioso della montagna, appena prima dell'imbocco del ponte sulla Val Vicima. Parole che suscitano, sicuramente, più di una riflessione, oltre che il desiderio di andare a verificare se davvero il numero dei "contadini montanari" caduti nelle due guerre mondiali sia qui così elevato. Niente di più facile. Basta sostare presso il monumento ai caduti di Campo Tartano e Tartano e leggere l'elenco delle vittime.
A Campo troveremo menzionati, per la prima guerra mondiale, il sergente maggiore Bianchini Giuliano, il caporal maggiore Bianchini Luigi, il caporale Speziale Luigi, i soldati Speziale Roberto, Spini Damiano, Bianchini Giuseppe, Bianchini Evaristo, Barlascini Giovanni, Speziale Egidio, Bianchini Giacomo ed il carabiniere Speziale Ronaldo, oltre al soldato Speziale Onorato, caduto nel 1895 in Africa; per la seconda guerra mondiale, fra caduti e dispersi, leggeremo i nomi del caporal maggiore Bianchini Amedeo, del caporale Bianchini Aldo, dei soldati Barlascini Luigi, Bertolini Marco, Bertolini Giuseppe, Bertolini Dino, Bertolini Vittorino, Bianchini Pierino, degli alpini Balascini Pio, Bertolini Eugenio, Bianchini Agostino, Bianchini Giuliano, Bianchini Giuseppe, Borla Marco, Fabani Cipriano, Fabani Luigi, Poletti Giuseppe, Spini Damiano, Spini Giuseppe, Spini Dionigi, Spini Giovanni, degli artiglieri Bianchini Gelmino e Bertolini Pio, del bersagliere Spini Giuseppe e del geniere Mafezzini Giuseppe.
Se poi saliamo a Tartano, leggeremo, fra i caduti ed i dispersi della prima guerra mondiale, i soldati Angelini Alessandro, Angelini Giuseppe, Barbera Angelo, Barbera Luigi, Bulanti Giovanni, Fognini Pietro, Fognini Attilio, Fognini Domenico, Fondrini Ferdinando, Gusmeroli Giovanni, Gusmeroli Giovanni, Gusmeroli Giovanni, Gusmeroli Luigi, Gusmeroli Daniele, Gusmeroli Giuseppe, Gusmeroli Celestino, Gusmeroli Alessandro, Gusmeroli Ernesto, Gusmeroli Giovanni, Gusmeroli Giovanni, Gusmeroli Luigi, Gusmeroli Alessandro, Gusmeroli Giuseppe, Gusmeroli Enrico, Mainetti Domenico e Spini Giacomino; per la seconda guerra mondiale, fra caduti e dispersi, leggeremo i nomi dei soldati Bulanti Ernesto, Bulanti Cirillo, Bulanti Attilio, Bulanti Giovanni, Bulanti Gottardo, Fognini Paolo, Fognini Cirillo, Fondrini Beniamino, Fondrini Carlo, Gusmeroli Tarcisio, Gusmeroli Dino, Gusmeroli Celeste e Gusmeroli Lino. A occhio, possiamo ben dire che Vanoni non esagerasse nella sua affermazione.
Grazie alla sua perorazione, dunque, la carrozzabile venne realizzata strappando spazio alla viva roccia (è sicuramente una delle più impressionanti strade di montagna dell'intera provincia) e vincendo l'orrido terminale della Val Vicima. Poi venne anche la strada di Val Lunga. Da Tartano parte, infine, una carrozzabile che si addentra in Val Lunga (mentre la Val Corta non è percorribile con mezzi motorizzati), toccando le frazioni di Valle (m. 1237), Rondelli (m. 1276), Piana (m. 1269), Pila (m. 1317), e passando a valle delle frazioni di Cost, Basìsc, Dosso dei Principi e S. Antonio (m.1443, anticamente denominata Sparavera). Poi la carrozzabile, il cui fondo si fa da asfaltato sterrato, termina, nei pressi delle ultime frazioni della Val Lunga, Teggie, Prà di Ulès e Arale (m. 1485), dove si trova anche il rifugio Beniamino.
La Val Tartano rientra per buona parte nell'ambito amministrativo del comune di Tartano (47,41 kmq).

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Ma vediamo qual è stato il suo volto nei secoli passati. Difficile ricostruire gli scenari più antichi.
Ci aiuta il prof. Luciano Angelini, in un articolo su “Comunità”, bollettino delle parrocchie di Tartano, Campo e Sirta (n. 36, ottobre 2009), che tratteggia così le più antiche radici storiche della comunità di Tartano, partendo dall’etimo del nome:
Il nome di Tarten viene dal celtico TAR(AN), tuonare e TEN, dignità; per cui il suo significato potrebbe essere "colui che tuona o tuonante". Forte è anche la sua somiglianza con la parola inglese thunder, tuono; non solo per il significato, ma anche per la grafia e la pronuncia. Ed ancor oggi, in gallese, taranu significa tuonare.
Nella mitologia celtica Taranis era il dio del tuono venerato in Gallia e in antica Britannia. In epoca romana Taranis fu associato in diversi modi a Giove. Il nome al nominativo o al genitivo, Taranis, è conosciuto solo grazie a Marco Anneo Lucano, citato dal poeta romano nel suo poema Pharsalia come una divinità celtica alla quale venivano tributati sacrifici umani. Il culto era diffuso in tutto l'antico mondo celtico. Simbolo di Taranis è la ruota raggiata, allegoria del fulmine e richiama il rombo di tuono. A Taranis era consacrata la quercia (dru) da cui prendono il nome i Druidi, gli antichi sacerdoti celtici.
Alla fine del V secolo a.C. i Celti, signori dei metalli e buoni allevatori di bovini e suini, attraversate le Alpi, scesero in Italia (Plinio il Vecchio). Alcune testimonianze storiche affermano che i Celti, tra V e III secolo a.C., dalla Val Brembana giunsero anche in alta Val Tartano, intorno ai trii làac de' Purscil o "della purezza", per sfruttare le vene ricche di ferro de li Cadèli, la montagna dai cui fianchi sgorgano le sorgenti del Brembo, del Tartano e del Madre. ...
L'ingente taglio di boschi che si perpetrò nella zona per alimentare i forni fusori delle varie cave di ferro, continuato poi anche dai Romani ed ancora nel XIV-XV secolo sotto i Visconti di Milano, fu la premessa, grazie anche ai pascoli che così si formarono, al sorgere d'una comunità di pastori-contadini, che poi cresciuta di numero si sparpagliò viepiù in famiglie nelle contigue valli. Così lungo il corso del fiume Tarten, sui pianori solivi dei pendii della valle ricavati a prato, fiorirono le storiche contrade e, in fondo alla consorella valle di Lema, sorse il comune autonomo della Sciucàda. Era un'usanza dei Celti quella di chiamare le sorgenti d'acqua, che consideravano un passaggio della vita, con un attributo adeguato all'uopo e secondo la peculiarità di ciascuna. L'eredità dei Celti non si coglie solo nella toponimia: Bitto da bitu, perenne, (Storia di Morbegno, Orsini); Brembo da brem, impetuoso, (Storia della Valbrembana, in Internet) e Tartano da tarten, tuonante; ma anche nelle tecniche artigianali ed agricole: il bàrek, recinto di sassi per le bestie, (Storia di Morbegno, Orsini); nella mentalità e nei costumi: esporre i teschi o le corna d'animali morti sulla baita o la ruota raggiata sulla casa; nelle feste di Halloween o dei morti, del primo maggio e nella tradizione del vischio a Natale.”

Nelle prime attestazioni storiche, il nome della valle suona "Tarteno" (sec. XII). Procedendo all'indietro nel tempo, possiamo congetturare che esso risalga ad una radice celtica (come sostiene il prof. Angelini), veneta, oppure etrusca (come sostiene Renzo Sertoli Salis nel suo volumetto sui toponimi valtellinesi), la stessa che avrebbe dato origine ai nomi personali "Tartius e "Tartonius".
Scrive, a questo proposito, l'Orsini, nella "Storia di Morbegno" (Sondrio, 1959): "Qualche nota somatica e psichica dei nobilissimi etruschi restò impressa nelle genti valtellinesi. Dopo la calata dei Galli, che forse furono numerosi, ma s'appagarono di possedere l'agevole fondo valle e la zona solatia, gli Etruschi superstiti si rifugiarono, inselvatichendosi, nelle convalli laterali più impervie: valle del Bitto, del Tartano, del Masino, Valmalenco, Valmadre, Val d'Ambria, Val Codera. Lassù possiamo ancora trovare tracce dell'antichissima stirpe etrusca: la testa rotonda mesaticefala, i capelli spesso corvini, gli occhi tondi ed assorti, il carattere pio e superstizioso, il senso rigoroso dell'ordine e della legge ci richiamano stranamente alle figure dipinte entro le camere sepolcrali, o scolpite sui sarcofagi etruschi".
Tornando al Medio-evo, sappiamo che ai tempi dei Longobardi la valle apparteneva alla corte longobarda di Talamona, nella quale rientrava anche il primo nucleo di Morbegno. Successivamente, dopo il secolo XI, buona parte degli alpeggi della valle divenne possesso feudale del vescovo di Como, che ne infeudò parte ai Gaifassi, potente famiglia ghibellina di Morbegno. La maggior parte degli alpeggi della valle, però, fu, almeno in età moderna, possesso del comune di Talamona (alpi Porcile, Postareccio, Gavedo di dentro e metà di Gavedo di Fuori, Cuminello, Dordona e Scala; queste due furono le ultime ad essere vendute dal comune di Talamona, nel 1847).
Può darsi che al tempo delle lotte fra guelfi e ghibellini, come ipotizza l'Orsini, famiglie di origine toscana e marchigiana si siano rifugiate in Val di Tartano, per sfuggire ai nemici: "Una parte ben maggiore andò a rifugiarsi nelle Valli del Bitto e del Tartano... Questa mia ipotesi è suffragata da alcune considerazioni linguistiche: nella Val di Tartano, come a Bormio, permane la "u" toscana e non si usa la "u" lombarda" (op. cit.). Nella valle vi furono anche, già dai secoli precedenti, emigrazioni dal versante orobico bergamasco.
Interessante è, infine, osservare, in quei secoli, apporti insospettati, come quello di piccoli gruppi della comunità Walser, che, emigrati dal Vallese fra il 1200 ed il 1500, vi portarono la tecnica costruttiva del block-bau o cardana, cioè della connessione, ad incastro, negli angoli, di grossi tronchi (detta nel dialetto della valle "scepàda" o "incucadüra". Di qui l’aspetto caratteristico di molte baite della valle, con un piano-terra in muratura (destinato alla cucina) ed un primo piano in legno (destinato a dormitorio).

E' interessante leggere quanto scrive, al proposito, Dario Benetti nel suo articolo “Abitare la montagna.Tipologie abitative ed esempi di industria rurale”, (in AA.VV., “Sondrio e il suo territorio”, Silvana Editoriale, Milano, 1995): "La val Tartano si distingue dal resto della media Valtellina per una serie di caratteristiche peculiari. Tra i 1200 e i 1600 m s.l.m. sono diffuse numerose abitazioni, in origine plurifamiliari, poste sui versanti, sia della val Lunga che della val Corta, dalle rilevanti caratteristiche tipologiche. Spesso attraversate da una galleria ad uso pubblico, tali dimore sono realizzate in pietrame e malta con parti in legno a travi incastrate tipo «block-bau». La parte residenziale è posta a fianco della parte rurale. Si ritrovano anche fienili e stalle isolate. Soprattutto in val Corta è diffuso (al contrario di altre zone della media Valtellina) il sistema cucina-stüa."
Nel medesimo articolo la considerazione dello studioso si allarga ad una considerazione più ampia della valle: "La val Tartano è particolarmente significativa per lo studio delle dimore rurali per una serie di fattori. Questa valle è rimasta isolata fino agli anni Sessanta di questo secolo conservando l'antica economia pastorale. Si tratta di una vallata laterale della valle dell'Adda, che si incunea nella catena delle Alpi Orobie all'altezza del comune di Talamona, con uno sbocco alto, a circa 800 metri di quota. Le comunicazioni con il fondovalle erano garantite solo da sentieri pedonali (dalle tre alle cinque ore di cammino) e nei mesi estivi era più facile superare il versante verso la provincia di Bergamo che non tenere i contatti con la Valtellina. La valle è sempre stata nettamente divisa in due (se non in tre) parti. Dall'inizio della valle fino al torrente Vicima si susseguono le contrade di Campo (parrocchia di S. Agostino), poi iniziano quelle di Tartano (parrocchia di S. Barnaba).

Le contrade che fanno riferimento alla chiesa di S. Agostino a Campo sono: Cosaggio, Ronco, Costa, Somvalle, Case, Dosso, Bormini, Spini, Rul, Cantone, disperse nella valle fin quasi verso Tartano, ma anche le più vicine alla chiesa parrocchiale (Cantone, Costa, Spini) conservano una loro identità frazionale e una discreta consistenza edilizia. I terreni sfruttati a campo e a prato erano prevalentemente dislocati in modo tale da rendere necessaria una dislocazione «a rete» delle frazioni; non sarebbe stato infatti razionale rendere troppo lungo il cammino dalla residenza ai prati e ai campi, considerata anche la difficile condizione ambientale e la acclività del terreno.
In questo graduale modellarsi dell'insediamento umano alle necessità della valle, possiamo accomunare anche alcune contrade di Tartano (Biorca, Gavedo, Fracia, Càneva, Gavazzi, Corsuolo), ma progressivamente, inoltrandosi nelle due diramazioni terminali della valle, la val Lunga e la val Corta, lo schema insediativo muta nuovamente. Si giunge infatti (soprattutto in val Lunga) alla progressiva evoluzione della contrada in «grande casolare», a volte abitato solo da uno o da due nuclei familiari (seppure spesso numerosi). Ricorrono alcune caratteristiche similari in alcune contrade (per esempio al Costo, ai Basisc, al Dosso dei Principi): il sentiero, lastricato di piccole lastre di pietra, unisce i vari dossi prativi, su cui sono posti gli edifici e li attraversa con gallerie dove a fatica si intravede il confine tra proprietà pubblica e proprietà privata. La dimora è qui unitaria, sotto l'unico tetto stanno la residenza e la stalla con il fienile (frequentemente in legno). Si giunge quindi ad una situazione completamente diversa da quella del nucleo di Sostüa. Al villaggio compatto con case a schiera, posto al centro della valle, corrispondono qui frazioni isolate, ridotte anche a singoli casolari, distanziate e autonome le une dalle altre. Del resto mutano anche le risorse: da una parte l'anello di campi coltivati di proprietà privata, dall'altra l'insieme delle proprietà indivise, prevalentemente a bosco e a pascolo gestite da un Consorzio; alla comunità del villaggio si sostituisce la comunità di valle.
"
Genti diverse, dunque, confluirono nel crogiuolo di un microcosmo alpino dalla fisionomia nettamente marcata e per certi aspetti unica.


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L'importanza particolarissima della valle fin dal Medio-Evo è legata alla presenza di miniere di ferro. E qui è Camillo Gusmeroli, nella sua bella ed appassionata "La storia di Tartano" (Tecnostampa, Montagna in Valtellina, 1985), ad illuminarci:
"
L'epoca in cui iniziò la lavorazione del ferro in Val Tartano si è smarrita nella notte dei secoli; tuttavia possiamo ritenere che abbia seguito il corso della altre miniere delle Orobie.
La vena ferrosa, da Premana a Bormio, è più o meno ricca di materiale metallifero, ma quella della Valle deì Lupi (Vena de Caxirolo) dà una resa, in rapporto al pietrisco ferroso, superiore del 30 per cento.
Nella Valle dei Lupi — caposaldo di confine tra l'Alpe Dordona, Porcile di Tartano, Dordonella di Colorina e Cadelle di Foppolo — si possono tuttora osservare le cave abbandonate e le mulattiere, intagliate a tratti nella roccia e selciate nel terreno di natura molle, che si diramano per chilometri e chilometri: a sud-est per il valico di Tartano, portavano a Cambrembo, località Forno in provincia di Bergamo; ad est-ovest, per Corteselle, Dordona, strada Altar, Bratta di Cuminello, Torc di S. Antonio in Sparavera, all'omonima località (Forno) in provincia di Sondrio. Il pietrisco ferroso (la vena) raggiungeva, appunto, le due località cui si è accennato (Forno, Cambrembo e Forno di Tartano) tramite soende, menadi o torchiate, dove, nonostante le molteplici alluvioni, si possono ancora trovare le scorie nei luoghi dove il minerale veniva fuso-colato o cotto.
Vari riferimenti toponomastici dei luoghi, ci fanno ritenere che la colonizzazione della zona sia incominciata con gli Etruschi.
Abbiamo potuto rilevare che le strade seguivano un comodo dislivello, non superiore al 20 per cento, in modo che la cavalcatura potesse agevolmente trasportare un buon carico. Il forno era costruito vicino a valli o torrenti (l'acqua era indispensabile per la ventilazione delle fornaci) come pure per le fucine per azionare i mantici e i magli. I primi documenti sull'argomento risalgono a dopo il mille d.C. e riguardano investiture provenienti da Ordini religiosi che danno in enfiteusi, a propri sudditi correligionari, lo sfruttamento delle miniere e dei terreni. I Canonici di S. Ambrogio e di S. Dionigi in Milano avevano l'investitura o dominio su tutta la parte «puriva» della Valtellina, da Colico a Talamona, ma nell'anno 1123 il vescovo Ardizone affermò la sua autorità sulle pievi dell'Alto Lario. Cessate le lotte tra Como e Milano, il vescovo di Como, rientrato in possesso dei beni ecclesiastici valtellinesi, affida le miniere di S. Salvatore, Bernasca, Valmadre e Dordona alla giurisdizione dei Capitanei.
Il merito di aver riattivate le miniere della Val Tartano spetta forse agli immigrati di Val Fondra: Fondra (de Fondrino), Fontana d'Averara, Vallevi che, nel 1348, costituivano un consorzio per l'industria del ferro...


Dobbiamo presumere che la fusione del ferro fosse praticata il più vicino possibile alla miniera ma, via via che la legna si diradava, veniva attivato un altro forno nelle località viciniori. Attraverso lo sfruttamento delle miniere, Tartano aveva raggiunto un elevato grado di sviluppo amministrativo, religioso e giudiziario (in contrada Tegge era ubicata la Pretura; ai Rondelli la sede confinale). I fabbricati civili e religiosi di quell'epoca: S. Antonio, Valle, Predeules, Arale, Tegge, sono documenti tangibili del benessere raggiunto. Cambrembo, Foppolo, Valleve, Fondra, Bordogna ed Averara partecipavano a quell'industria man mano che i boschi del dipartimento si diradavano. pure notorio che Cambrembo, Foppolo e 'toccata portassero i loro morti nel cimitero dei SS. Giovanni e Antonio in Sparavcra e che le loro attività le svolgessero nel proprio territorio residenziale Molto ferro veniva certamente utilizzato per gli usi locali, anche se alcuni storici affermano che la maggior parte serviva per il rifornimento degli armieri di Milano e d'Austria. Si può ancora aggiungere, per concludere, che i maestri del ferro di Val Tartano sapevano lavorare anche l'acciaio, la cui qualità era garantita dalla bollatura.”
Secondo pilastro dell'economia valliva era il ricco sistema di alpeggi. Ecco, di nuovo, Camillo Gusmeroli (op. cit.):
"Le Alpi o alpeggi erano quasi tutte in gestione dei grandi feudatari e dei vescovi di Como. Nel 1300 il monte Torrenzuolo, Vicima, Bodrio e Sarodeno, Pisello, Pustareccio, Cominello appartenevano ai Gaifassi. L'alpe Lemma con tutta la valle, apparteneva al comune e nobili di Dubino ed ai Guiciardi di Morbegno che si trasferirono a Milano. La mensa vescovile di Como aveva poi dato alcune alpi in enfiteusi livellare ai pochi favoriti, ma nel 1773 era ancora proprietaria della Alpi Piazzo, Zocca, Vicima, Tarrenzuolo, Gerlo e Canale, però nel 1834 le rimase solo il Torrenzuolo.
Altre alpi erano rimaste in possesso del comune di Talamona, o da questo rivendicateed acquistate. Talamona infatti estendeva il suo possesso preterritoriale su tutta la sponda sinistra del fiume Tartano di Valcorta, compresa la contrada Biorca e possedeva l'alpe Porcile che era un'azienda unica con Dordona e Scala, Gavedo di dentro, Cominello, e metà Gavedo di fuori (rogito G. Battista Camozzi 1 gennaio 1562).
Le alpi Dordona e Scala vennero cedute dal comune di Talamona ai Simonetta solo nell'anno 1847 (rogito Ascanio Mariani, 16/6/1847)."

La chiesa di S. Agostino di Campo Tartano, la prima della valle, apparteneva alla pieve di Ardenno, da cui si staccò, insieme a Talamona, di cui faceva parte, nel 1375. Più complessa la situazione amministrativa. Scrive sempre l'Orsini (op. cit.): "Il villaggio di Campo fu un tempo ripartito fra tre comuni: Talamona, a cui appartenevano le contrade Costa, Dosso e Bormini; Forcola, con le contrade Motta, Del Ca' e Sumvalle; Ardenno, col capoluogo Campo. Anche la Val Lunga fece parte, in antico, del comune di Ardenno e la Val Corta del comune di Talamona; ma la parte più interna, verso mezzodì, costituì il comune della Sciocada, del tutto autonomo".
Nel gennaio 1388, comunque, Tartano figurava fra i comuni del terziere inferiore della Valtellina che promisero fedeltà a Galeazzo Visconti, ed era compreso nella squadra di Morbegno. I legami con il fondovalle, però, vennero in seguito riannodati: nel 1556, infatti, la Vallunga di Tartano e Talamona, con rogito notarile di Giovanni Battista Camozzi, unirono tutti i beni comunali, vicinali o sociali, compresi i Premestini, cioè l'uso comune dei pascoli.
L'istituto dei Premestini è una caratteristica assai interessante della storia della valle: si tratta di un Consorzio degli Antichi Originari della Val Lunga di Tartano, che raccoglieva i capifamiglia effettivamente residenti nella Val Lunga e amministrava il patrimonio consortile ed i diritti di sfruttamento dei boschi e dei pascoli, espressione di antiche forme di uso collettivo del territorio, un tempo diffuse lungo tutto l'arco alpino e in altre zone d'Europa. Esso riguardava lo sfruttamento degli alpeggi, ma anche dei boschi, che comprendeva, oltre all'abbattimento di alberi destinati a fornire legname da costruzione e legna da ardere, la raccolta dei frutti spontanei (in particolare mirtilli), dello strame, della resina delle conifere e della trementina del larice, utilizzate per scopi medicinali.

Molto significativi erano anche, nel Medio-evo e nell'età moderna, i legami fra la Val Tartano ed il versante orobico bergamasco (in particolare con Foppolo e Branzi), anche grazie alla presenza di agevoli valichi (passi di Porcile, Tartano e Lemma), che favorivano scambi e commerci. Vi era compreso innanzitutto il famoso e pregiatissimo formaggio Bitto, venduto nella fiera di Branzi. Gli alpigiani della Val Tartano erano assai rinomati per la loro bravura, tanto che si diceva che "èi nàs cùla bàla dèl càc' i màa", cioè "nascono con la pallina del caglio (quantità di caglio sufficiente per il latte che si vuol far quagliare in una volta) in mano", vale a dire sono ottimi casari. I commerci, come abbiamo visto, riguardavano anche il trasporto del ferro estratto nelle cave di siderite della testata della Val Lunga (documentate da atti di rogito notarile già nel secolo XIV e sfruttate fino alla fine del 1700, quando, anche per l'esaurirsi della legna per i forni, cessarono di essere redditizie), che subiva una prima lavorazione sul luogo e poi passava in val Brembana attraverso il "sentér del fèr" (cave di siderite-passo di Porcile-Foppolo). Infine i montanari della Val Tartano erano famosi come boscaioli: il taglio del bosco era divantato, per loro, una vera arte.
Agli inizi del quattrocento il territorio della valle passò dalla signoria dei Visconti di Milano alla Serenissima Repubblica di Venezia: "Con la pace conclusa tra Milano e Venezia il 30 dicembre 1427 e 19 aprile 1428, Milano cedette alla Serenissima il bergamasco, i passi.del Gavia, del Venerocolo, del Mortirolo, della Coronella, di Ariga, del Salto della Brinone, del Venina, di Valmadre, di Valtartano, di Dordona e, di S. Marco. La Serenissima fa costruire in punti strategici di dette località delle casermette, a stile veneto (porte e finestre a volta, blocchi simmetrici, chiave di volta con stemma del leone di S. Marco o croce, vedi Prasdeules, Sciocada, S. Antonio a Tartano, Casa Magenes a Cambrembo, Casas Berera a Foppolo)." (Camillo Gusmeroli, op. cit.).

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Nel 1512 nuovo mutamento: iniziarono i quasi tre secoli di dominio delle Tre Leghe Grigie sulla Valtellina. I nuovi signori sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese del 2001). Nel "communis Tartini" vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 47 lire (per avere un'idea comparativa, Forcola fece registrare un valore di 172 lire, Talamona 1050, Morbegno 3419); i prati hanno un'estensione complessiva di poco più di 1292 pertiche e sono valutati 522 lire; boschi e terreni comuni sono valutati 22 lire; gli alpeggi, che caricano 230 mucche, vengono valutati 46 lire; viene rilevata una segheria, per un valore di 2 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 642 lire (sempre a titolo comparativo, per Forcola è 2618, per Talamona 8530 e per Morbegno 12163).
Il Cinquecento è anche il secolo nel quale viene eretta a Tartano la chiesa di S. Barnaba (consacrata nel 1624, restaurata nel 1664 ed ampliata nel 1874), che apparteneva, come quella di S. Agostino a Campo, alla parrocchia di Talamona.

Questi sono i ragguagli che sulla Val di Tartano del medesimo periodo ci offre, nell'opera “Raetia” (Zurigo, 1616), il diplomatico e uomo d'armi Giovanni Guler von Weineck, governatore per la Lega Grigia della Valtellina nel 1587-88: “Prima di giungere… a Talamona, si può vedere dalla parte sinistra aprirsi, in alto fra i monti, una vallata, la quale si dice del Tartano, come il fiume che la percorre. Essa si spinge all’interno fra i monti di mezzogiorno per un miglio tedesco e mezzo, e là si divide poi in due con valli; per le quali, mediante i rispettivi valichi, d’estate si può accedere nel Bergamasco. Il torrente è assai impetuoso e con acque così gelide, che non vi si trovano pesci. Questa vallata è sparsa qua e là di frazioni; e fra esse primeggia un notevole villaggio, detto Campo, che sorge sulla riva destra del Tartano e donde si ammira una magnifica veduta della bassa Valtellina, verso il lago di Como. Tutta la vallata del Tartano è senza vigneti e produce soltanto segale, fieno ed erbaggi: ottimi sono i pascoli e gli alpeggi.”
Dal protestante von Weineck al cattolicissimo vescovo di Como Feliciano Ninguarda, che, nel medesimo periodo, offre, nel resoconto della sua visita pastorale in Valtellina del 1589, il seguente resoconto: "Su un altro monte a tre miglia sopra Talamona c'è Campo, con 90 famiglie tutte cattoliche. La chiesa vicecurata è dedicata a S. Agostino e viceparroco è il sac. Aurelio Insula de Campo dell'isola d'Elba, diocesi di massa e Populonia, giurisdizione di Siena, con il permesso dei suoi superiori. A due miglia oltre Campo c'è Tartano con 65 famiglie tutte cattoliche, la cui chiesa vicecurata è dedicata a S. Barnaba. Vicecurato è il minorita conventuale fra Cesare di Puteolo della diocesi di Milano, con licenza dei suoi superiori. A un miglio e mezzo oltre Tartano c'è Sparavera con poche famiglie. Qui c'è un'altra chiesa dedicata a S. Antonio Abate, con il battistero in disuso così che bisogna asportarlo. Al di là di questa chiesa c'è il monte che divide la regione dal territorio di Bergamo. Tutti i paesi ricordati appartengono sia spiritualmente che materialmente alla comunità di Talamona".
La valle, nonostante la sua posizione appartata, non fu immune dalle tragedie del nefasto Seicento: se le venne risparmiato il transito di eserciti, non sfuggì alla terribile epidemia di peste del 1630-31 nella quale perì quasi la metà della popolazione valtellinese (se non addirittura i due terzi, come stima l'Orsini, seguendo il Quadrio: la popolazione sarebbe scesa da 150.000 abitanti a meno di 40.000).

Un quadro sintetico della Val Tartano nella prima metà del Seicento è offerto dal prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Abramo Levi). Vi leggiamo: La Valle del Tarteno è parte della communità di Talamona ed è soggetta a questa prepositura. È situata verso mattina et ha il nome dal fiume Tarteno, qual nascendo nelli alti monti confinanti con Bergamaschi, tutto precipitoso scorre per quella valle et tutto
dannevole entra nell'Adda per mezzo il Pelasco. In questa vi son due chiese viceparochiali; la prima di S. Agostino, lontano cinque miglia dal piano, dove sono alcune contrate disperse chiamate Campo. Ha l'aria assai bona. V'è mediocre campagna di grano et abbondanza di feno et legna. Ma la strada per andargli è erta et fuor di modo sassosa. Il sito è erto sopra stante al Tarteno; v'è un'altra chiesa non molto lontana da Campo chiamata di S. Barnaba, la quale è soggetta a Talamona insieme con altre contrate disperse; è abbondante di tutte le cose come Campo. Queste due vice parochiali fanno cento fameglie. Si va facilmente da quivi in Bergamasca.”
Un quadro vivo e sentito della valle nella prima metà del seicento è tratteggiato nel breve racconto “Amore e devozione” di Dario Benetti, pubblicato nel volume “Le montagne in poesia e narrativa” (CAI, sez. Valtellinese di Sondrio, III concorso, 2009):
Mentre salgo a piedi verso Campo in questa stupenda giornata di primavera non posso oggi fare a meno di pensare a quante cose sono avvenute in questi ultimi venti anni. Mai avrei immaginato, mentre infuriava la peste e la guerra e la gente moriva come mosche, che ancora la vita sarebbe ricominciata a fiorire. Chi l'avrebbe mai detto che sarei ancora riuscito ad aprire una locanda nella piazza grande di Morbegno!
Devo proprio ringraziare mia moglie, la sua devozione per il Rosario, la sua partecipazione attiva alla confraternita dei padri domenicani di S. Antonio. Senza Giacomina e le sue preghiere non so come avrei fatto.
Finalmente vedo il Dosso e l'imbocco della valle. Il cammino è ancora lungo per arrivare alla Piana ma già da qui vedo il panorama stupendo dell'Adda fino a Colico. Talamona, Morbegno, Delebio, e laggiù il forte spagnolo di Fuentes sui Moncecchi. Si apre il respiro dopo la dura salita nei castagneti.
Oltre alle preghiere di mia moglie devo a questa valle, piena di gente come formiche, nelle contrade aggrappate ai ripidi versanti delle montagne, la mia nuova locanda della Corona. Anche questa mattina presto ho incontrato tre o quattro donne che portavano gli stracchini al mercato, avvolti nelle foglie. Nessuno direbbe che una valle così, con queste gole terrificanti, possa contenere tutta questa gente. Eppure non c'è un angolo che non sia abitato e più ci si inoltra più gli spazi mutano e si ampliano. In estate ci sono ben 33 alpi caricate di bestiame e tutte producono formaggio duro, di quello più pregiato! Vendendo bestiame sono riuscito a mettere da parte una cifra considerevole e, ringraziando Dio, posso accontentare mia moglie. Sono dieci anni, da quando, nel 1640, volle farsi ritrarre insieme a me in quel bel dipinto, che Giacomina insiste per costruire la chiesuola dedicata al Rosario ove vuole collocarlo e finalmente sono riuscito a comprare il prato e ad iniziare i lavori del presbiterio. Oggi devo concludere per acquistare un altro pezzo di terreno davanti, altrimenti i lavori si fermeranno. Ecco, finalmente la conca di Somvalle e delle Case: da qui si domina il mondo. Di fronte, al di là della valle, il Frasnino, un bellissimo maggese, con un bel prato davanti. Potrei farci un pensierino: andrebbe bene per far riposare le vacche che compro a Tartano...
Meglio che faccia una sosta anch'io, qui cambia il mondo, si entra nelle forre di una valle popolata di orsi in cui tutto è più difficile. Qui, il panorama sulla valle, i prati e i campi aprichi, danno ancora respiro, da qui in avanti gli elementi naturali sembrano inghiottirti e bisogna sempre stare attenti e raccomandarsi a Dio. Mi hanno detto che qualche mese fa una donna, alle Teggie, è stata uccisa da un'orsa. Stava camminando, la mattina presto, sui ripidi pendii a prato della val Lunga e lì si può passare solo su uno stretto sentiero di piccole lastre in pietra, uno per volta. Si è trovata davanti la bestia enorme, con i piccoli, e l'ha dovuta affrontare ma, con una zampata l'orsa l'ha colpita in volto, facendola precipitare decine di metri più in basso, lungo il prato. La povera donna, ferita mortalmente, è stata soccorsa ma non c'è stato nulla da fare e, purtroppo, il prete non è riuscito neppure a darle la Comunione perché aveva il volto devastato.
Dopo aver faticosamente attraversato la difficile valle della Vicima - bisogna attaccarsi agli arbusti e alle rocce per oltrepassarla con il rischio di precipitare nelle profonde forre del Tartano - arrivo finalmente alla chiesa di S. Barnaba, il centro di questa comunità. Come dicevo è un altro mondo, cambia completamente anche il modo di parlare. Tra le contrade di Campo e quelle di Tartano sono pochi anche i rapporti umani, ci si guarda di traverso ed anche i matrimoni tra Camparelli e Tartanoli sono rarissimi. Tartano guarda di più alla val Brembana e al mercato di Branzi, non ha bisogno di scendere in Valtellina. Dalla chiesa di S. Barnaba la valle si divide in due: verso sud ovest si apre la val Corta, verso sud est la val Lunga. Perché questi due nomi? Non sono legati alla lunghezza fisica delle valli ma all'antichità delle famiglie. La val Lunga è chiamata così perché chi vi abita pretende di essere il discendente degli "Antichi Originari" e, come tale, possiede, insieme agli altri, boschi, pascoli e altri beni indivisi. I Corti sono gli abitanti più recenti che non hanno diritto a queste proprietà.
Da Tartano ho ancora un'ora di cammino per arrivare alla Piana ma, a quanto pare, avrò compagnia. Come pensavo avrei incontrato, prima o poi, il caro amico notaio Niguarda. Ogni mese, lo stesso giorno, finché la strada è aperta, sale con il suo assistente e la sua attrezzatura.
"Olà Giovanni, oggi sono tra i tuoi clienti!"
"Bene, caro Brisa, almeno tutta questa fatica avrà qualche premio!"
Tutti sanno, dall'Arale al Cost, che oggi Giovanni Niguarda aprirà il suo tavolino portatile nel grande portico coperto della famiglia Bagini e molti scenderanno per le loro necessità: chi deve vendere un prato, chi deve stipulare una dote, chi deve acquistare una vacca. E' sempre un avvenimento per questa valle e io aspetterò il mio turno.
"Dovrai offrirmi più volte da bere nella tua nuova locanda per questo affare."
"Lo farò, lo farò. Del resto sai quanto io e mia moglie ci teniamo e l'opera è a buon punto!"
"Eh. sì, già se ne vedono le fattezze. Devo dire che tutti sono ammirati per la vostra devozione. Questa chiesa resterà nel tempo a ricordare la vostra fede profonda".
Parlando con Giovanni Niguarda non mi rendo conto del cammino, ormai più tranquillo e pianeggiante, e in breve tempo abbiamo superato la contrada Valle e il rumore del torrente, ora vicino, si è fatto più forte. Quest'acqua impetuosa alimenta mulini e folle grazie a canali deviati che attraversano le case. Le frazioni, in val Lunga sono tutte sui dossi, come il Dosso dei Turchi - dove anch'io sono nato - protette da frane, alluvioni e valanghe. Solo la Piana, Valle e La Pila sono sul fondovalle, a rischio di finire travolte dal torrente; troppo importante è l'uso di questa energia!
Le famiglie sono tutte numerose, con 7, 8, 10 e più figli e non si preoccupano dei bambini. Ogni tanto qualche bimbo cade nel canale adduttore dei mulini e annega. Nessuno si preoccupa più di tanto; è il destino. Un angelo in più e una bocca in meno da sfamare...
Le cime sono ancora innevate, il sole fa risplendere la neve e la luce rimbalza da un versante all'altro nel nitore di una giornata senza nubi. Improvvisamente, quando già vedo in lontananza il cantiere della chiesa, una figura appare tra i crochi bianchi e violetti: è Giacomina mia moglie che mi sta correndo incontro. Che la Madonna del Rosario ci protegga, conservi a lungo e alimenti il nostro povero amore umano, felice come oggi, tra queste dure montagne!"

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Il Settecento fu, invece, secolo ben più tranquillo, di ripresa economica e demografica. Per la Val Tartano fu anche secolo di riorganizzazione amministrativa: nel 1726, infatti, con rogito di Martino Mariani di Talamona, il comune di Talamona, su richiesta dei deputati di Tartano, divise giuridicamente e orograficamente il territorio in tre nuclei, Talamona, Campo, e Tartano, comprendente la Vallunga, Valcorta, Val di Lena (l'attuale Val di Lemma). La sede comunale era in contrada Rondelli.
Ecco, di nuovo, Camillo Gusmeroli (op. cit.): "Con rogito Martino Mariani, notaio di Talamona 1726, il Comune di Talamona, su richiesta dei Deputati di Tartano, divide giuridicamente ed orograficamente il territorio comunale nei tre nuclei seguenti:
TALAMONA si ritira nel proprio versante conservando una piccola striscia in Nimabia dove risiedevano 15 famiglie con la chiesa di S. Bernardo.
CAMPO dispone delle contrade, con terreni circostanti, Dosso d'Abia, Dosso di Campo di sotto e di sopra, Bormini, Campo, La Costa, Cantone, Spini, dove sistemerà la sede comunale, Ronco e Cosaccio - Forfolera.
TARTANO ora comprende anche tutta la Valcorta con Val di Lemma, La sede ritorna alla contrada Rondelli in casa Brisa: vi resterà fino all'anno 1816, rogito Mariani, allorchè il Sig. Brisa det. Papa, avendo dato in sposa la figlia M. Antonietta, al segretario comunale di Campo Sig. De Petri, gli consegna, oltre ad estesi alpeggi in Valcorta, anche i documenti comunali di Tartano, che lui stesso porterà in un - Cavagn - in sede contrada Spini e vi resteranno fino al 1895 anno in cuí, il giorno dell'M. Assunta andarono in fiamme, in compagnia del ritratto del re Umberto, in località Marcorta."

A metà del Settecento lo storico Francesco Saverio Quadrio, nelle sue “Dissertazioni storico critiche sulla... Valtellina” (vol. I), scrive: “Talamona, che un picciolo fiume, detto Roncajuola, bagna, ha nelle vicinanze Premiana, Dondona, Serterio, e la Valle del Tarteno, che tutte insieme concorrono a formarne la comunità. Il Tarteno minaccioso torrente, che dà il nome alla detta valle, è il terribil flagello di questa terra.”

Interessante è il quadro demografico sintetico del Terziere Inferiore nella seconda metà del settecento, che lo studioso e letterato bormino Ignazio Bardea ci offre nella raccolta epistolare “Lo spione chinese” (edizione fuori commercio a cura di Livio Dei Cas e Leo Schena, pubblicata nel 2009 con il contributo della Banca Popolare di Sondrio):

Piantedo è la prima terra che incontrasi nella inferior Valtellina nella parte meridionale dell'Adda non numera di anime che                                                 

 

190

Delebio

837

Cosio

780

Andalo

280

Rogolo

302

Bema

248

Sacco

762

Rasura

276

Pedesina nella Valle del Bitto

140

Girola

760

Campo della Valle di Tartano

557

Tartano

449

Albaredo

372

Talamona

1372

Dipendono tutte dalla giurisdizione di Morbegno la cui popolazione ascende al N.° di 2097."

Sul finire del secolo (1797) terminò anche la dominazione delle Tre Leghe Grigie, che durava dal 1512. Nel riassetto amministrativo del successivo periodo napoleonico Tartano non figura fra i comuni della Valtellina,
essendo ricompreso nel comune di Talamona. Caduto Napoleone, iniziò il periodo della dominazione asburgica e, nel 1816, l'organizzazione della provincia di Sondrio contemplava il comune di Campo e Tartano, inserito nel IV distretto IV di Morbegno. Nel 1853 Campo e Tartano fu confermato come comune con convocato generale; contava una popolazione di 1.218 abitanti ed era inserito nel III distretto di Morbegno. Nel 1886 venne anche l'autonomia religiosa: Campo e Tartano furono erette parrocchie indipendenti, staccandosi sempre da Talamona.
Ecco come la Guida della Valtellina del CAI di Sondrio, pubblicata nel 1873, presenta la valle: “Una stradicciola partendo da Talamona passa il torrente Tartano a S. Bernardo e di là inoltrandosi nella valle giunge al villaggio di Campo, donde si apre una bella vista sul lago di Como; quindi, proseguendo, entra in una stretta gola, finchè a Tartano (800 m.), la vallata s’apre e si diparte in due valli minori. Da Talamona a Tartano due ore e mezzo circa… La Valle di Tartano è ricca di boschi, di prati e di pascoli; ha 1367 abitanti che vi dimorano tutto l’anno. Essi traggono il loro sostentamento quasi unicamente dalla pastorizia; per mantenere durante il lungo inverno il numeroso bestiame, essi nella estate raccolgono, con incredibili stenti, ogni fil d’erba che la natura fa crescere sui ripiani delle scoscese balze, né passa anno senza che qualche infelice trovi prematura morte fra quei dirupi. A Tartano e a Campo vi hanno modeste osterie.
All'unità d'Italia (1861) il comune di Tartano, che si estendeva su una superficie di 47,41 kmq, contava una popolazione di 1277 abitanti, che aumentò costantemente fino alla vigilia della prima guerra mondiale: 1374 abitanti nel 1871, 1367 nel 1881, 1410 nel 1901 e 1482, massimo storico, nel 1911.
Così, nel 1885 il futuro Beato Luigi Guanella descrisse la sua salita in Val Tartano e le impressioni che ricavò dei luoghi e della gente (brano tratto dal già citato bel volume di Camillo Gusmeroli “La storia di Tartano”, Tecnostampa, Montagna in Valtellina, 1985):
Una creaturella, brutta e deforme, reca perlo più certo candore di semplicità in volto, che conforta ed edifica. lo non posso dire che sia bella la valle di Tartano. Una cavità di monte entro una corona di pizzi di montagne, spesso coperte di ghiacciai: eccola, scorta da lungi, la valle di Tartano. Per salirvi poi, all'imboccatura di essa è una mulattiera, che s'aderge a chiocciola e perpendicolare al fiume Tartano, il quale orrendo e maestoso rumoreggia nel fondo dell'abisso. Di qua e di là due sponde, che si guardano come due pareti, sono sparse di qualche pianta di larice e di pino che accrescono maestà e terrore: il resto è terreno mobile, screpolato, ghiaie nude e ceppi.
A ridosso della salita, in un ovale di monte coperto di praterie, appare Campo, villaggio popoloso. E da Campo l'occhio penetra per un canale lungo lungo, scosceso scosceso, in cui non si sa dove posare l'occhio perchè ad ogni tratto sono valli e rialzamenti di terra a mo' di piramide, e poi gobbe sporgenti di montagne rocciose, e dall'alto al fondo delle valli alberi sparsi, pascoli, prati, ghiaie interminabili.
La valle si attraversa lungo una via sempre mulattiera, che accompagna in declivio dolcee poi giù e su per un orrido di convalle, sotto cuiil Tartano rugge profondo fra le bolge di più pareti di monte.
Dopo qualche tratto e dalla spianata di un cono di terra - un piccolo monte di terra che si squaglia è la vista della chiesa parrocchiale di San Barnaba, con facciata in stile palladiano.

Al fianco è il cimitero, mesto campo seminato di croci, cui circondano muri coperti di modeste lapidi di marmo. La chiesa parrocchiale è a tre navate; ed è ricca di pitture del chiaro Pedrazzi, artista grigionese, assai ricca di stucchi e di dorature, fatte di recente compire dal parroco Don Martello Magoni che con alacre zelo provvide testé all’ampliamento ed al maggior decoro del sacro tempio. La chiesa è adagiata sopra un piccolo piano di scoglio, sotto il quale il Tartano s’aggira in vorticose spume. Da questo picco di monte si stendono, a destra del riguardante, la Val Corta verso mezzodì, la Val Lunga a levante e la Val Lemma da tramontana.
Al di là di Val Lunga sono le valli Brembana e di Mezzoldo bergamasco. I vertici di monte, che guardansi di fronte in queste valli del Tartano, sono il Gavedo, il Lemma, il Bodrio, il Sona, la Scala, il Porcile, il Dordona, il Gerla, il Canale, il Torrenzuolo ed altri, che si innalzano quasi giganti a segnare più alta all’infinito la potenza e la grandezza del Creatore.
A sublime altezza di Val Lunga, è con ossario la chiesa di S. Giovanni e Antonio, che fu il primo tempio parrocchiale un dì in Tartano, perché è tradizione che i Bergamaschi venissero i primi a scavare fra questi monti il ferro e a fissarvi poi residenza benevola.
La valle di Tartano non è bella; ma nel suo orrido ha certa qual vaghezza di varietà, che fa degno riscontro con gli abitanti del luogo. Sono novecento di numero; e vi sono rustici, ma tanto intrepidi, semplici e cari.
Buoni Tartanesi, voi sotto la ruvida scorza di un portamento boschereccio, nascondete cuori ben fatti. Il Cielo vi benedica! Io vi saluto, buoni Tartanesi!”.

La valle, in questo periodo, si presenta, dunque, come una comunità alpina estremamente vitale, disseminata in 40 nuclei abitativi, 13 nel territorio di Campo Tartano e 27 in quello di Tartano.
Una comunità, ma insieme, anche, molte comunità: ogni centro conservava gelosamente la propria identità, tanto che i suoi abitanti erano conosciuti attraverso soprannomi caratteristici, che sono anche piccoli affreschi e spaccati di una civiltà di cui, purtroppo, restano solo brandelli. Nella zona di Campo, al Dosso di Sotto vivevano gli "scudescèer", al Dosso di Sopra i "tabacùu" (grandi consumatori di tabacco), ai Bormini i "papùu" (grandi divoratori di pappa), alla località Spini i "consìgliu" (dispensatori di consigli a tutti), ai Piubellini i "furtèza" (dal forte carattere), alla località Cantone i "sciènsa" (sapientoni), alla Costa i "lüganeghèer" (grandi appassionati di salsicce), alla frazione Case (Ca') del comune di Forcola i "pietàa" (pietosi) ed alla frazione Somvalle, sempre del comune di Forcola, i "pook timùur di Diu" (poco timorati di Dio), o "lütèer" (Luterani, con riferimento ai nuclei di Riformati qua e là sparsi in valtellina dalla seconda metà del Cinquecento). E ancora: a Ronco stavano i "garlüsèer" ed a Cosaggio i "balarìi" (grandi amanti del ballo).
Se poi ci spostiamo a Tartano, ecco a Castino i " cavìc' " (rametti di legna per accendere il fuoco), alla Rivina i " rac' " (topi), alla Vià i "belüsc" (rododendri), a Gavazzi i " garoc' " (recipienti di legno per fabbricare stracchini), al Corsuolo i "cumudìi" (comodi, perché stanno in centro al paese, vicino alla chiesa ed ai negozi), alla Fracia i "ganivèi" (sparvieri) ed a Caneva i "lüganeghèer" (grandi divoratori di salsicce). Addentriamoci, ora, in Val Lunga: a Valle vivevano gli "scutùu" o "bar" (persone caparbie e testarde), ai Rondelli i "brusàfer" (fabbri), alla Piana i "mecànek" (meccanici), alla Piana di Gavedo i "cadèni" (catene), alla Pila i "càa" (cani), al Costo i "ghirghinghèli", al Basisc i " prevec' " (preti), al Dosso dei Principi i "tetùu" (poppatori, cioè furbi adulatori dei potenti), a Sant'Antonio i "manzöi" (manze) ed alle Tegge i "ragn" (ragni).
Manca all'appello la Val Corta, con i "palutùu" della Biorca, i "cadenùu" della Biorca di Gavedo, i "lüsèerti" (lucertole) di Fognini, i "crevàa" (malconci e spossati) della Foppa, i "cavài" di Buna, i " lavec' " (laveggi) di Barbera, gli "asègn" (asini) di Bratta, i "bàgiul" di Bagini e gli "strepasciók" (strappa-ceppi di pianta già tagliata) della Zoccata.
La molteplicità delle identità è testimoniata anche dalla molteplicità dei dialetti, come emerge dall'ottima opera di Giovanni Bianchini "Vocabolario dei dialetti della Val di Tartano" (Fondazione Pro Valtellina, Sondrio, 1994; da esso, preziosissimo documento di una lingua e di una civiltà, sono tratti i soprannomi sopra riportati).

Molto interessante è anche il prospetto riassuntivo dei ricchi alpeggi di Val Tartano nell'ultimo quarto dell'ottocento, riportato ne “La Valtellina (Provincia di Sondrio)”, di Ercole Bassi (Milano, Tipografia degli Operai, 1890). Eccolo:

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La comunità della valle si affaccia al Novecento e paga, come già visto, un altro tributo alla Grande Guerra. Fra le due guerre mondiali si ha la prima avvisaglia del declino demografico: dai 1400 abitanti del 1921 si passa, infatti, ai 1196 del 1931 ed ai 1189 del 1936.
Ecco come Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata”, nel 1928 (V ed.), presenta la valle: “Da Talamona si sale, con una recente rotabile, nella interessante Valle del Tàrtano. Si tocca il villaggio di Campo (m. 1019), che forma comune con Tartano (ab. 1405 - cooperativa di consumo - osterie - produzione di secchie e canestri), che presenta un ampio panorama e possiede nella chiesa, che rimonta al 300, dipinti del Gavazzeni. Da Campo, in un'ora e mezza, si giunge a Tartano (m. 1206). La parrocchiale, dedicata a S. Antonio in Sparavero, esisteva già nel 1589. Nella chiesa di S. Barnaba sono pregevoli le statue in marmo della M. del Carmine e di S. Barnaba. La volta è frescata con le gesta di Pio IX. A Tartano la valle si biforca: Val Lunga a est e Val Curta a ovest. A circa mezz'ora fra Campo e Tartano si apre a d. la valletta di Castino. Di qui scese, nel sett. 1885, una frana, che ingombrò per più ore il letto del fiume, finchè la forza dell'acqua la spinse fuori invadendo tutta la pianura allo sbocco della valle, rovinando la ferrovia e la provinciale, e riducendo a deserto una vasta estensione di prati e di campi faticosamente conquistati all'agricoltura. Anche in Valle Lunga, la contrada di Piana fu devastata nella notte del 28 settembre 1885 dal torrente ingrossato da una forte pioggia e da una frana, con vittime umane. In cima a Val Lunga vi sono tre laghetti, sopra i quali, a destra, si apre il passo Porcile o del Tartano (m. 2091), che mette a Fòppolo e ai Branzi in Val Brembana. La Val Curta si suddivide in Val Lemma e in Val Budria, salendo le quali, pei passi di Lemma (m. 2143) e di Pedena o Pedina, in fondo di Val Budria, si scende in Val Brembana, e dal passo di Corna in Val d'Albaredo. Fra i passi Pedena e Val di Lemma s'ergono le cime dei monti Azzarini (m. 2437) e Gavedo”.
Nel secondo dopoguerra lo spopolamento siaccentua: il boom economico offre occasioni di lavoro meno faticoso e più remunerativo sul fondovalle, inducendo gran parte della popolazione, anche per l’isolamento determinato dalla mancanza di una carrozzabile che servisse la valle, a lasciarla. Gli abitanti passano così dai 1211 del 1951 ai 1162 del 1961 ed ai 707 del 1971. Per tamponare l’emorragia della popolazione e ridare vita alla valle venne, nel 1956, la già citata costruzione della strada carrozzabile, voluta dal ministro Vanoni, ma i successivi anni Sessanta furono i più neri nel triste bilancio dell'abbandono della valle. Lo spopolamento proseguì anche nei decenni successivi: nel 1981 abbiamo 489 abitanti, nel 1991 398, nel 2001 262 e nel 2005 240.
La valle sembra, oggi, rivivere anche grazie all’interesse che assume agli occhi degli amanti dell’escursione (che trovano scenari incantevoli fra alpeggi e splendidi boschi di abeti rossi e bianchi, castagni, betulle, faggi, pini silvestri e larici), della riscoperta delle tradizioni antiche e dello sci-alpinismo. Così l’estate ma anche i finesettimana invernali restituiscono alla valle una vita degna della sua bellezza.

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Queste brevissime e parziali note storiche non possono non far menzione della maggiore tragedia che si è abbattuta sulla comunità della valle. E' il luglio del 1987. Dalle latitudini artiche una grande massa di aria fredda scende veloce verso l ’arco alpino, sul quale staziona una massa di aria molto calda ed umida. Risultato: il barometro precipita, ma, per una concatenazione assai rara di fattori, non precipita la temperatura (lo zero termico rimane inchiodato a 4000 metri). Dal pomeriggio di venerdì 17 luglio sulla Valtellina comincia a piovere a dirotto, in una rapida sequenza di temporali estivi. Piove con eccezionale intensità sul fondovalle, sui versanti montuosi, ma anche sui ghiacciai più alti: non è solo l’acqua del cielo a precipitarsi sul fondovalle con il rombo sordo di torrenti limacciosi ed impazziti, ma anche l’acqua che si libera dalla morsa di nevi e ghiacci: tutto ciò concorre ad imprimere una forza d’urto eccezionale anche a corsi d’acqua ritenuti inoffensivi. L’acqua vien giù a rotta di collo dai versanti, che non riescono più ad assorbirla o a drenarla.
E viene il sabato 18, un sabato preannunciato come tranquilla giornata di partenza per le vacanze programmate da molti. Non è così: dal pomeriggio si comincia a realizzare l’eccezionalità della situazione. Dopo i primi allarmi dall’alta valle, arriva una prima tragica notizia, c’è un grosso smottamento a Tartano, forse ci sono anche delle vittime, e poi le notizie più precise:  alle 17,30 un'enorme massa d'acqua, massi, alberi e fango è precipitata sul condominio "La Quiete”, all’ingresso di Tartano, si è portata via la strada sottostante e si è abbattuta sull'albergo "La Gran Baita", uccidendo dodici persone. Nove i dispersi (anche loro dovranno essere annoverati fra le vittime, ventuno in tutto). È solo l’inizio della tragica decade che dal 18 al 28 luglio mette in ginocchio la Valtellina. Non è la prima disastrosa alluvione che colpisce la Val Tartano: nel 1885 il Tartano aveva travolto, con la sua furia, una cascina della contrada Pila, in Val Lunga, uccidendo cinque donne e molti capi di bestiame e dando inizio alla distruzione della campagne nel conoide del Tartano, a Talamona; nel 1911 una seconda disastrosa alluvione aveva completato questa distruzione, conferendo al conoide l'aspetto di impressionante agglomerato di massi che colpisce ancora oggi. Ma l' "alüviùu" per antolomasia, purtroppo, è rimasta quella del 1987. I nomi delle vittime sono scolpiti su una lapide nella facciata meridionale della chiesa di S. Barnaba a Tartano.


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BIBLIOGRAFIA

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