
Punti di partenza ed arrivo |
Tempo necessario |
Dislivello in altezza
in m. |
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti) |
Parcheggio di Arale-casere di Porcile-Passo di Tartano |
1 h e 45 min. |
608 |
E |
Parcheggio di Arale-casere di Porcile-Passo di Tartano-Cima di Lemma |
2 h e 45 min. |
850 |
E |
Mentre
d'estate la Val di Tàrtano è, fra le valli del versante orobico valtellinese,
quella che, insieme alla Val Geròla, offre il maggior numero di itinerari
escursionistici, d'inverno diventa una delle mete predilette dagli amanti dello sci-alpinismo, che vi possono ritrovare alcuni percorsi che sono
alla portata anche di quelli tecnicamente meno preparati. Il più praticato
percorso escursionistico e di sci-alpinismo è quello che ha come meta
il passo di Tartano e che può essere prolungato con l'ascensione alla
cima di Lemma.
Ecco come viene descritto il passo di Tartano dalla Guida alla Valtellina del CAI di Sondrio (1873):
"Continuando...dopo Tartano a risalire
per il versante orientale si entra nella Val Lunga, disseminata di casolari
e di alpi. In alto essa offre tre valichi. Il primo a occidente è
il passo di Tartano (2200 m.?), segnato da una croce di legno visibile
da molti puntin della vallata. E' frequentatissimo; si raggiunge in
circa tre ore da Tartano, e mette nell'ampia conca di Cambrembo".
Lasciamo dunque la statale 38 alla deviazione che,
nei pressi del ponte sul torrente Tartano, fra Talamona ed Ardenno,
costituisce il punto di partenza della pedemontana orobica, che giunge
fino a Sondrio. Percorse qualche centinaia di metri sulla pedemontana,
troviamo, a destra, la deviazione per la Val di Tartano. Si tratta della provinciale n. 11,
una strada che, con 10 tornanti, risale il dirupato versante occidentale
del Crap del Mezzodì, raggiungendo, dopo un brevissimo tratto in galleria ed altri due tornanti, il primo centro della valle,
Campo Tartano (m. 1049). Proseguiamo alla volta del centro principale, Tartano (m. 1210), posto proprio laddove la valle si biforca: verso
sud-est, infatti, si apre il solco della Val Lunga, verso sud-sud-ovest
quello della Val Corta, che a sua volta si divide nella valle di Lemma
e nella val Budria (dal termine bergamasco “büder”, che significa “vaso fatto di scorza di abete). Percorriamo la strada asfaltata che sale in Val
Lunga, superando le diverse località poste alla sua sinistra ed alla
sua destra (Valle, Rondelli, Piane, Pila, Le Tegge). Oltrepassata una
galleria paramassi, percorriamo un ulteriore tratto con fondo in terra
battuta, fino al parcheggio terminale, posto poco oltre la località Arale.
Parcheggiata, dunque, l’automobile ad una quota di circa 1490 metri, oltre il secondo ponte che, sulla nostra destra, scavalca il torrente Tartano, incamminiamoci sulla pista che, volgendo a sinistra, ritorna verso la località Arale (dove si trova il rifugio
omonimo), ma lasciandolo subito, sulla destra, per immetterci sul sentiero che, procedendo in direzione sud-sud-est, porta alla casera ed ai laghetti di Porcile (si tratta del "sentér de la Crus de Purscìl").
Dopo un primo tratto in un bosco di larici, il sentiero prosegue all’aperto, diritto, sul fianco orientale della valle: i segnavia sono pochi, e sono quelli “storici” rosso-giallo-rossi. Alla nostra destra il pannello del Parco delle Orobie Valtellinesi ed un tavolo in legno con panche per una sosta amena. Ci attende il primo di tre strappi piuttosto severi, al termine del quale un tratto quasi pianeggiante supera un modesto corso d'acqua. Al termine del secondo strappo troviamo, sulla nostra sinistra, una vasca di cemento per la raccolta dell'acqua. Nel successivo tratto con pendenza assai più dolce superiamo un secondo modesto corso d'acqua. Poi il terzo strappo, al termine del quale attraversiamo una brevissima macchia di larici, uscendo in vista della cascata del torrente Tartano, più in alto, di fronte a noi. Alla nostra sinistra, invece, una lunga e ripida fascia di prati con alcune baite, mentre sulla destra, più in basso, vediamo la baita chiamata Bianca.
Raggiungiamo, così, dopo una semicurva a sinistra, il ponticello in cemento che scavalca il torrente che scende dalla val Dordonella. Il sentiero volge, quindi, a destra (sud) ed entra in un nuovo bosco di larici, proponendo una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dx-sx-dx, dopo l'ultimo dei quali, vinto il primo gradino glaciale che ci introduce all'alta Val Lunga, usciamo in vista dell’ampia conca dell’alpe di Porcile (m. 1800). Dopo un tratto diritto, raggiungiamo il punto di guado del torrente Tartano, agevolato da una sequenza di massi opportunamente disposti. Siamo sul limite della piana: alla nostra sinistra tre baite, con la casera di Porcile.
Non possiamo, però, proseguire nel racconto dell’escursione senza prima presentare gli elementi di base per capire cos’è e come funziona un alpeggio. Ci aiuta Dario Benetti, nell’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta
quota” (in “Sondrio e il suo territorio”, edito da IntesaBci nel 2001), nel quale descrive la struttura e l’organizzazione tipica degli alpeggi orobici nell’area del Bitto (dalla Val Lesina, ad ovest, alla valle del Livrio, ad est): “ Gli alpeggi di questa zona, anche quelli comunali, erano prevalentemente dati in affitto a comunità di pastori. A tale tipo di gestione corrisponde una struttura architettonica ben precisa: il pascolo d’alpeggio è suddiviso in bàrech, un reticolo di muretti a secco, più o meno regolare, che delimita “il pasto” di una giornata di malga. Questa suddivisione permette di sfruttare razionalmente il pascolo. Il pascolo non è infatti ricco e, se il bestiame fosse lasciato libero, finirebbe con l’esaurirsi anzitempo. In ogni alpeggio il bestiame si sposta dunque quotidianamente da un bàrech all’altro, restando prevalentemente all’aperto (in pochi alpeggi sono previsti stalloni – baitùu – o tettoie aperte per il ricovero notturno o in caso di brutto tempo). Numerose baite sono collocate sull’alpeggio in corrispondenza dei principali spostamenti. Al centro dell’alpeggio c’è la caséra, la costruzione dove si depositano i formaggi e le ricotte per la salatura e la conservazione temporanea… La necessità di sorvegliare il bestiame durante il pascolo di notte, lontano dalla baita dei pastori, era risolta con una particolare forma di ricovero temporaneo, il bàit. Si tratta di un rifugio trasportabile in legno con copertura inclinata rivestita, negli esempi più recenti, in uso fino a qualche anno or sono, in lamiera. Il bàit era diffuso in val Tartano e nelle valli del Bitto e del Lesina; a volte era a
due posti. Nella parete laterale è ricavata una apertura trapezoidale per l’accesso con sportellino in legno, mentre in testata sono ricavati due fori per l’aria e per infilarvi due lunghi bastoni per il trasporto a spalla da una sede all’altra. Caratteristico delle valli del Bitto e Lesina, ma presente in passato anche in val Tartano, è il caléc. Esso era utilizzato nel caso in cui la permanenza dei pastori in una certa parte dell’alpeggio superava i 5-6 giorni. Questa struttura consiste essenzialmente nei quattro muri perimetrali e in una apertura a valle per l’accesso. La copertura veniva realizzata di volta in volta con elementi provvisori, per esempio una struttura in legno e un telo. La distribuzione interna degli spazi è simile a quella della baita in muratura, con il paiér (il focolare), il supporto girevole in legno per la culdèra e un ripiano sul quale si poggiavano i formaggi ad asciugare. In alcuni alpeggi, infine, è presente il baituu, una grande stalla per il ricovero delle mucche in caso di maltempo. Si tratta di una costruzione molto allungata (20-30 metri) a un solo piano, con muratura in pietrame a secco e tetto a due falde con manto di copertura in piode selvatiche (se il fronte verso valle è aperto la costruzione prende il nome di tecia)… I baituu ospitavano fino a 90 capi di bestiame. All’interno, in un soppalco ricavato nelle capriate del tetto alloggiavano due pastori.”
Bene: riprendiamo il cammino. Non proseguiamo in direzione delle baite dell’alpe, ma, guadato il torrente, proseguiamo diritti (direzione sud-ovest), su un versante erboso, seguendo, fino alla sommità di un dosso, il muretto del bàrek dell'alpe (cioè del recinto che veniva usato per tenere raccolte le mucche, soprattutto durante la notte. Alle nostre spalle buono è il colpo d'occhio sulla Val Lunga (spicca la chiesetta di Sant'Antonio, frazione sui ripidi prati a monte della pista che abbiamo percorso con l'automobile), mentre sul fondo, a nord, si apre un primo scorcio sul gruppo del Masino, che propone, da sinistra, le più alte cime della Costiera dei Cech (la cima di Malvedello e quella del Desenigo), il monte Spluga o cima del Calvo, elegante ed affilato, al centro, ed il monte Porcellizzo, a destra. Terminato il muretto del bàrek, pieghiamo leggermente a sinistra, poi a destra, fino ad un ometto su un cocuzzolo erboso; qui pieghiamo ancora leggermente a sinistra. Se ora ci volgiamo, possiamo notare che, sul fondo, a nord, a destra del monte Porcellizzo è comparso il più celebre pizzo Badile.

Proseguiamo fino ad un paletto di legno con segnavia bianco-rosso, oltre il quale ci attendono tre tornantini, in una macchia di radi larici; usciti all'aperto, avanziamo, diritti, in direzione della testata della valle. Proprio di fronte a noi, sul fondo della valle, vediamo la marcata sella del passo di Porcile (m. 2290), per il quale dovremo passare; alla sua sinistra un crinale frastagliato, che sale fino alle due cime maggiori, l'anticima e la cima delle Cadelle, nostra meta. A destra del passo, invece, il monte Valegino (m. 2415). Più a destra ancora, una sella erbosa che potrebbe essere confusa con il passo di Tartano, che, invece, è più ad ovest (non lo vediamo perché è nascosto da un dosso che scende dalla testata della valle verso nord). Segue un tratto quasi pianeggiante, nel quale pieghiamo leggermente a sinistra e passiamo per la porta (zapèl) che si apre nel muretto di un nuovo bàrek. Attraversato un prato, pieghiamo a destra e saliamo ad una baita, dove troviamo anche un secondo piolo con segnavia bianco-rosso. Si tratta della "Baita del Zapèl del Làres", cioè la baita dello zapèl (porta, passaggio stretto, intaglio) del larice, quotata 1900 metri sulla carta IGM. Se sostiamo a riposare e guardiamo a nord, vediamo che, a destra del pizzo Badile, sono apparsi anche i pizzi Cengalo e Gemelli.
Qui siamo ad un bivio. Il sentiero segnalato è quello di destra (per chi è rivolto verso la testata della valle, cioè verso sud), ma potremmo percorrere anche quello di sinistra (un po' più ripido, ma anche...rapido). Vediamo la prima soluzione. Saliamo verso est, rimanendo sul "sentér de la Crus de Purscìl" (il sentiero che porta alla Crus de Purscìl, cioè alla croce del passo di Tartano). Se, con breve sosta, ci voltiamo, possiamo riconoscere, alle nostre spalle, diritta davanti a noi, l'elegante cima Vallocci (m. 2510), che corona la val Dordonella, sulla verticale del ben visibile baitone dell'alpe omonina; alla sua destra, la cima di Val Lunga, riconoscibile per la rocciosa parete settentrionale; procedendo verso destra, la cima delle Cadelle, sulla quale intravediamo l'angelo, che ci attende. Possiamo avvertire il suo sguardo vigile e protettivo, che ci rassicura ed infonde forza per procedere.

Avanti, dunque, piegando a sinistra e puntando, per un tratto, in direzione della testata della valle; poi, però, il sentiero volge a destra e sale ad un paletto di legno con segnavia bianco-rosso, dove ci attende un nuovo bivio. Il "sentér de la Crus de Purscìl" prosegue verso destra (segnavia rosso-bianco-rosso), aggirando il dosso che nasconde al nostro sguardo il passo di Tartano. Proseguiamo in questa direzione e, in breve, eccoci in vista della sella
del passo di Tartano (m. 2108), riconoscibile anche dalla croce che
lo presidia (la Crus de Purscìl, appunto).
Al passo sono ben visibili le fortificazioni della linea difensiva allestita
durante la prima Guerra Mondiale. Si tratta della linea Cadorna, predisposta
nel timore che gli Austro-Ungarici violassero la neutralità svizzera
ed invadessero la Valtellina passando per la Valle di Poschiavo.
Il passo non riveste però solo questo motivo di interesse storico.
Da questo facile valico, per secoli, sono passati i valligiani della
Val Tartano per scendere in Val Brembana e vendere i propri prodotti
al mercato di Branzi. Ancora oggi la memoria di questa antica consuetudine
di frequentazione trans-orobica è mantenuta viva e celebrata
durante l'incontro estivo di valligiani dell'uno e dell'altro versante,
che si ritrovano proprio sul passo, dove viene celebrata, a luglio,
una S. Messa.
Esso merita qualche approfondimento storico.
Si tratta del più facile valico, dopo il passo di San Marco, fra Valtellina e Val Brembana. Nel Medio-Evo e probabilmente anche in epoche assai anteriori fu quindi valicato da quanti transitavano dalla Bergamasca alla Valtellina. Veniva chiamato in passato, più spesso, passo di Porcile (ora questa denominazione è assegnata, dalla carta IGM, al meno agevole valico posto più ad est).
Qualcuno ipotizza che di qui passò anche S. Barnaba, unico, fra i 12 apostoli, a predicare il Cristianesimo nelle terre dell’attuale Lombardia: a lui è infatti dedicata la chiesa patronale di Tartano. È però assai improbabile che ciò sia accaduto, così come è pura congettura che di qui sia passata la X legione Retica che al tempo della morte di Cristo in croce era di stanza in Palestina, e che quindi fu esecutrice della condanna a morte del Salvatore. È invece probabile che per questo passo siano passati gli sbandati militi al servizio della Serenissima, comandati da Giorgio Cornaro, dopo la disfatta nella battaglia di Delebio del 1432, subita ad opera delle truppe al servizio dei Visconti di Milano, con l’intervento decisivo del condottiero chiurasco Stefano Quadrio. Il passo era, allora, presidiato da una chiesetta (misurava 4,5 x 5,5, m.), la cui data di edificazione è ignota, dedicata a S. Salvatore, prima (il che farebbe supporre che risalisse ai primi secoli dell’età cristiana, come l’omonima in Valle del Livrio di Albosaggia), a S. Sisto, poi. Si tratta del Papa Sisto V, che condusse una lotta implacabile contro i briganti nello Stato della Chiesa; la dedicazione non fu casuale: anche qui il flagello dei briganti era una delle insidie più temute da mercanti e contrabbandieri che vi passavano con tabacco, vino, castagne secche, burro, ricotta fresca e salata, fasere, gerli, campac, formaggi quartiroli, formaggio del tipo Bitto, pecore, capre, mucche della pregiata razza bruna alpina, acquistate nelle fiere di Branzi.
La chiesetta andò in rovina; nel 1960 al suo posto venne eretta una grande croce in larice, con la partecipazione finanziaria dei comuni di Tartano, Valleve e Foppolo, che riportava la scritta “Passo di San
Sisto”; è stata poi sostituita dall’attuale grande croce in metallo. Sempre nel secondo dopoguerra venne addirittura ipotizzata la costruzione di una superstrada che da Milano, passando per Bergamo, Foppolo, Tartano, Sostala, Rodolo, scendesse a Sondrio, passando poi in Valle di Poschiavo e raggiungendo S. Moriz. Il progetto venne steso dagli ingegneri Filippo Orsatti di Sondrio, Aldo Colleoni, Giacomo Paganoni, Cristofaro Bietti e Claudio Mandelli di Bergamo. Venne costituito anche un Consorzio per sostenere il progetto, denominato "Frangar non flectar", cioè “Mi spezzerò ma non mi piegherò”, costituito in data 3 aprile 1953 con sede a Branzi. Il motto voleva esprimere la più ferma determinazione, ma, com’è ben noto, nessuna superstrada ha mai raggiunto e scavalcato il passo di Tartano.
Ne “La storia di Tartano” Camillo Gusmeroli scrive:
“Su questo crinale, dal Pizzo Torrione al Canalino del Tufo sono ancora visibili i camminamenti, le trincee ed i muri di una casermetta della capienza di due compagnie di soldati in pieno assetto di guerra, collegata, da una buona rotabile al fortino, di PASSO TARTANO, intersecandosi al Piano dei Re, scendeva al Baitone dell'alpe Saline, attraversava dolcemente lo spondone e l'alpe Fontanini di Mattina e di Sera, dove si diramava: un tronco saliva al passo Camera e l'altro, seguito il dolce degrado dell'Alpe Sessi, si diramava nuovamente: uno per il passo S. Simone che dà sul comune di Mezzoldo e l'altro scendeva alla Chiesetta di Capobrembo, tracciato ripristinato per gli impianti sciistici attuali di S. Simone. Questi colossali lavori militari, non inferiori a quelli di Passo Dordona, di Foppolo, di passo Carriera o Lemma di
Valcorta, di S. Simone, Valleve-Mezzoldo, eseguiti durante la guerra 1915-1918 dal Tonale a Colico (Forte) erano stati preventivati per un eventuale rottura del Fronte italiano… Certo è che da quando il piede umano incominciò a posarsi in valle, quel passo è sempre stato punto d'incontro e passaggio di civiltà e credenze in evoluzione.”
A questo punto può iniziare la discesa, che di solito,
per chi pratica lo sci-alpinismo, avviene per via diversa (via che può
essere sfruttata anche per la salita), cioè puntando leggermente a sinistra,
attraversando due vallecole ed un tratto in un rado bosco e scendendo
alle baite di quota 1550, sulla sinistra idrografica della valle. Se
invece si torna alla piana delle baite Porcile, l'ulteriore discesa
avviene rimanendo a sinistra del corso d'acqua che dalla piana scende
al fondovalle, attraversando un rado bosco e scendendo direttamente
alle due baite citate. Dalle baite si raggiunge infine facilmente la
strada che porta al parcheggio. La discesa attraverso il bosco rappresenta
il tratto che richiede maggiore attenzione.
Il passo di Tartano può essere, però, punto di partenza
per un'ulteriore salita, sia escursionistica che sci-alpinistica, che
conduce alla cima di Lemma (m. 2348), ben visibile a destra del passo
(ovest). La salita sci-alpinistica non avviene, però, sfruttando
il crinale (come invece accade nelle escursioni, che seguono una traccia
di sentiero), ma effettuando una traversata che taglia, verso ovest.nord-ovest,
alcune vallecole, con qualche tratto ripido, sottostanti al crinale,
guadagnando la conca sotto il passo della Scala e da qui il passo, che
precede di poco la cima, cui si sale seguendo il tratto terminale del
crinale. Se non
si vuole tornare per la medesima via di salita, si può
effettuare un elegante anello Val Lunga-Val Corta: dalla cima, infatti,
si può scendere facilmente all'ampio anfiteatro dell'alta valle di Lemma,
portandosi, senza perdere troppo quota, verso il centro, per poi puntare
verso sud-ovest, in direzione della casera di Lemma alta (m. 1986),
dalla quale si scende, seguendo il tracciato del sentiero, al fondovalle,
portandosi sul so lato destro, raggiungendo la casera di Lemma bassa
(m. 1691; assicurarsi delle buone condizioni della neve) e proseguendo
lungo il sentiero fino alla congiunzione della Valle di Lemma con la
val Budria. Un ulteriore tratto, su una carrozzabile, porta alla Biorca (o Biolca, dal mantovano “biolca”, bue, oppure dal dialettale “biork”, forca),
frazione di Tartano. Saliti a Tartano, dobbiamo percorrere un buon tratto
della val Lunga per recuperare l'automobile.
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