Su YouTube: Seleron (monte) - ALTRE ESCURSIONI IN VAL TARTANO - GOOGLE MAP - GALLERIA DI IMMAGINI


Clicca qui per aprire una panoramica dalla cime del monte Seleron

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Strada Val Lunga-Baite del Gerlo-Baita Matarone-Bocchetta di Cogola-Monte Seleron
4 h
1220
E
SINTESI. Percorrendo la ss 38, dopo il viadotto sul Tartano la lasciamo per prendere a destra (per chi proviene da Milano) e poco dopo ancora a destra, imboccando la strada che dopo 12 tornanti raggiunge Campo Tartano. Proseguiamo fino a Tartano e qui imbocchiamo la strada asfaltata e poi la pista che percorre la Val Lunga, fino ad una galleria paravalanghe. Lasciamo l’automobile appena prima della galleria e cerchiamo sul lato sinistro della strada, verso monte, ad una quota approssimativa di 1300 metri, la partenza del sentierino che sale all’alpeggio del Gerlo, proponendo una prima diagonale verso sinistra. Dopo un tratto verso destra ed un tratto zigzagante, il sentiero si porta al centro della Valle del Gerlo e ne supera da sinistra a destra il torrentello. Dopo un tratto zigzagante, il sentiero raggiunge un bosco di conifere e si porta sul limite di sinistra di una prima fascia di prati (baita di quota 1735). Sale seguendo il bordo sinistro, poi volge a sinistra ed attraversa una fascia di radi larici, prima di raggiungere il limite inferiore dello splendido anfiteatro dell’alpe del Gerlo, dove ci accoglie la singolarissima formazione delle baite del Gerlo (m. 1897), disposte in una doppia file di tre, con le tre superiori leggermente sfalsate sulla destra. Riprendiamo la salita, su una traccia discontinua di sentiero che parte alle spalle delle baite, salendo il ripido versante dei pascoli, verso destra ed incontrando tre baite isolate, prima di raggiungere il modesto ripiano che ospita il recinto della baita Matarone (m. 2215), caratterizzata da tre grabdi ometti. Alla nostra destra (se guardiamo a monte, in direzione del crinale Val Tartano-Valmadre), vediamo un sentiero che raggiunge il dosso che separa l’alpe del Gerlo dall’alpe Canale. Seguendolo, raggiungiamo il filo del dosso, segnato da alcuni grandi ometti: qui si apre l’ampio scenario dell’alpe Canale. Proseguiamo sulla traccia di sentiero, che lascia il filo del dosso ed effettua una diagonale sopra una fascia di roccette. La traversata ci porta alla parte alta dell’alpe Canale; qui, dopo essere passati qualche decina di metri a monte di una baita (Baita Növa), ricominciamo a salire, piegando leggermente a sinistra e seguendo una traccia dapprima ben marcata, poi meno evidente. Non è comunque possibile sbagliare: si tratta di risalire l'ampio canalone erboso, per poi piegare verso destra, giungendo, alla fine, al canalone che ci porta alla bocchetta di Cògola (m. 2410), che si affaccia sull'omonima valle in Valmadre. La salita sfrutta il crinale meridionale che scende dalla cima alla bocchetta (quello a sinistra di chi guarda alla Valmadre), abbastanza largo ed erboso, percorso da una debole traccia di sentiero, che, nel primo tratto, sale ripida fino ad una selletta. Qui il crinale piega a sinistra e, percorrendolo, superiamo una fascia di facili roccette (attenzione al versante di destra, sulla Valmadre, perché precipita in un ripido canalone). Attraversata la sella, ci troviamo sotto l’ultimo salto che precede la cima: non lo affrontiamo direttamente, ma effettuiamo una traversata al versante che scende dalla cima verso nord-ovest, in direzione di un paletto che vediamo davanti a noi, tagliando la parte alta di un canalone che scende all’alpe Gerlo. Ci muoviamo su un terreno di massi mobili e terriccio, per cui dobbiamo prestare un po’ di attenzione. La traccia, però, non porta direttamente al paletto, ma, descrivendo un arco in senso orario, raggiunge il crinale di nord-ovest più a monte rispetto a questo. A questo punto basta seguire il crinale verso destra per giungere, dopo un brevissimo tratto, alla cima erbosa. Appena prima della cima, però, il crinale si restringe e propone un passaggio (solo pochi passi) esposto su entrambi i lati: basta fare un po’ di attenzione e siamo alla cima del monte Seleron (m. 2519).


Apri qui una panoramica del versante orientale della Val Tartano

La costiera che divide la Val Lunga (laterale orientale nella quale si divide l’alta Val di Tartano) dalla Valmadre è fra le più singolari delle Orobie valtellinesi. Per due motivi: propone cime più elevate rispetto a quelle della testata della Val Tartano (due di queste, la cima Vallocci ed il monte Seleron, superano i 2500 metri, mentre nessuna cima della testata li raggiunge) e, nel contempo, tre passi facilmente praticabili che consentono di passare dall’una all’altra valle (da sud, la bocchetta dei Lupi, il passo di Dordonella e la bocchetta di Cògola). 
Il monte Seleron (localmente piz Linèra, m. 2519) è posta su questa costiera e, per soli 9 metri, strappa alla cima Vallocci, sulla medesima costirera, ma più a sud, la palma di punto più alto del comune e della Valle di Tartano. La sua denominazione, come quella del monte Sèllero (cima delle Orobie orientali), deriva molto probabilente da "sella", cioè passo, e ciò si connette con altrettanta probabilità alla bocchetta sul crinale appena a sud del monte, la bocchetta di Cògola, che consente il passaggio dal versante alto sopra l'alpe Canale, in Val Lunga, alla Val Cògola, laterale della Valmadre. Il nome (non riportato su alcuna carta) deriva, probabilmente, dalla voce dialettale "cògul" (plur. "cògui"), che si riferisce alle piante degli spinaci selvatici, molto gustose ed apprezzate nella cucina locale.
Questa bocchetta è anche il punto di partenza per l'ultimo breve tratto di salita alla cima del monte, che richiede esperienza escursionistica, per cui vediamo come arrivarci.
Raggiunta Tartano, dobbiamo imboccare la strada si addentra, proseguendo a sinistra, in Val Lunga. Qualche centinaio di metri oltre la frazione di Pila, riconoscibile per l’evidentecampanile, il tracciato è protetto da una galleria paravalanghe. Lasciamo l’automobile appena prima della galleria, e cerchiamo sul lato sinistro della strada, verso monte, ad una quota approssimativa di 1300 metri, la partenza del sentierino che sale all’alpeggio del Gerlo. Una diagonale verso sinistra ci porta a dominare, con un bel colpo d’occhio, la frazione della Piana (m. 1282), riconoscibile per il campanile della chiesetta: salendo da Tartano in automobile, l’abbiamo oltrepassata, sulla nostra destra. Alle sue spalle, verso nord-ovest, l’orizzonte è chiuso dal versante che sovrasta l’imbocco della Val Corta: distinguiamo, da sinistra, il monte Pisello ed il passo omonimo, la cima della Paglia, il monte Piscino e la Forcella, a monte dell’alpe Postareccio.
Il sentiero, dopo un successivo tratto verso destra, si addentra nel solco della valle del Gerlo, cominciando a salire all’ombra di alcune singolari formazioni rocciose, che sembrano poste a guardia della soglia che separa il fondo della Val Lunga dalla splendida fascia di alpeggi che percorre il fianco più alto della sua costiera nord-orientale. Per un buon tratto il tracciato descrive una fitta serpentina, quasi giocando con un torrentello secondario che confluisce nella valle del Gerlo, e superandolo in più punti, da destra a sinistra e da sinistra a destra. Il sentiero è ancora in buono stato, e conserva, in alcuni punti, traccia dei muretti di sostegno che garantivano condizioni adeguate di transito alle mandrie che salivano, ad inizio estate, agli alpeggi.
Poi un traverso verso destra, nel quale la traccia si fa più debole, ci porta nel cuore del solco principale della valle, dove il torrente del Gerlo sembra scaturire, in un vivace gioco di riflessi, da una fascia di rocce nascoste, poco a monte del sentiero, dalla bassa vegetazione. Lo attraversiamo verso destra, e riprendiamo a salire. Il sentiero torna a farsi marcato, e serpeggia fra la bassa vegetazione, fino a raggiungere la fascia più bassa di un bel bosco di conifere. È come entrare in un mondo diverso. Ben presto ci ritroviamo a valle di un lungo dosso di prati, di cui scorgiamo appena, sulla nostra destra, il filo. Scorgiamo anche la baita di quota 1735. Alle sue spalle, appare un bello spaccato della costiera che divide la Val Lunga dalla Val Corta: si distinguono, da destra, l’affilata cima del pizzo della Scala, che sovrasta la conca dell’alpe omonima, la sella del passo del monte Moro, il poco pronunciato monte Moro, il monte Gavet ed il dosso Tacher.
Il sentiero resta sempre sotto il margine dei prati, poi volge a sinistra ed attraversa una bella fascia di radi larici, prima di raggiungere il limite inferiore dello splendido anfiteatro dell’alpe del Gerlo, dove ci accoglie la singolarissima formazione delle baite del Gerlo (la Casèra, m. 1897), disposte in una doppia file di tre, con le tre superiori leggermente sfalsate sulla destra. A monte delle sei baite, l’ampia distesa dell’alpeggio, che raggiunte il piede della costiera che separa la Val Lunga dalla Val Vicima (la prima laterale sud-orientale della Val di Tartano).
Non possiamo, però, proseguire nel racconto dell’escursione senza prima presentare gli elementi di base per capire cos’è e come funziona un alpeggio. Ci aiuta Dario Benetti, nell’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota” (in “Sondrio e il suo territorio”, edito da IntesaBci nel 2001), nel quale descrive la struttura e l’organizzazione tipica degli alpeggi orobici nell’area del Bitto (dalla Val Lesina, ad ovest, alla valle del Livrio, ad est): “ Gli alpeggi di questa zona, anche quelli comunali, erano prevalentemente dati in affitto a comunità di pastori. A tale tipo di gestione corrisponde una struttura architettonica ben precisa: il pascolo d’alpeggio è suddiviso in bàrech, un reticolo di muretti a secco, più o meno regolare, che delimita “il pasto” di una giornata di malga. Questa suddivisione permette di sfruttare razionalmente il pascolo. Il pascolo non è infatti ricco e, se il bestiame fosse lasciato libero, finirebbe con l’esaurirsi anzitempo. In ogni alpeggio il bestiame si sposta dunque quotidianamente da un bàrech all’altro, restando prevalentemente all’aperto (in pochi alpeggi sono previsti stalloni – baitùu – o tettoie aperte per il ricovero notturno o in caso di brutto tempo). Numerose baite sono collocate sull’alpeggio in corrispondenza dei principali spostamenti. Al centro dell’alpeggio c’è la caséra, la costruzione dove si depositano i formaggi e le ricotte per la salatura e la conservazione temporanea… La necessità di sorvegliare il bestiame durante il pascolo di notte, lontano dalla baita dei pastori, era risolta con una particolare forma di ricovero temporaneo, il bàit. Si tratta di un rifugio trasportabile in legno con copertura inclinata rivestita, negli esempi più recenti, in uso fino a qualche anno or sono, in lamiera. Il bàit era diffuso in val Tartano e nelle valli del Bitto e del Lesina; a volte era a due posti. Nella parete laterale è ricavata una apertura trapezoidale per l’accesso con sportellino in legno, mentre in testata sono ricavati due fori per l’aria e per infilarvi due lunghi bastoni per il trasporto a spalla da una sede all’altra. Caratteristico delle valli del Bitto e Lesina, ma presente in passato anche in val Tartano, è il caléc. Esso era utilizzato nel caso in cui la permanenza dei pastori in una certa parte dell’alpeggio superava i 5-6 giorni. Questa struttura consiste essenzialmente nei quattro muri perimetrali e in una apertura a valle per l’accesso. La copertura veniva realizzata di volta in volta con elementi provvisori, per esempio una struttura in legno e un telo. La distribuzione interna degli spazi è simile a quella della baita in muratura, con il paiér (il focolare), il supporto girevole in legno per la culdèra e un ripiano sul quale si poggiavano i formaggi ad asciugare. In alcuni alpeggi, infine, è presente il baituu, una grande stalla per il ricovero delle mucche in caso di maltempo. Si tratta di una costruzione molto allungata (20-30 metri) a un solo piano, con muratura in pietrame a secco e tetto a due falde con manto di copertura in piode selvatiche (se il fronte verso valle è aperto la costruzione prende il nome di tecia)… I baituu ospitavano fino a 90 capi di bestiame. All’interno, in un soppalco ricavato nelle capriate del tetto alloggiavano due pastori.
Bene: riprendiamo la salita, su una traccia discontinua di sentiero che parte alle spalle delle baite, salendo il ripido versante dei pascoli. Alla nostra sinistra, sul lato opposto dell’alta valle del Gerlo, possiamo vedere bene il lungo baitone dell’alpe, a quota 2050. Incontriamo, nella salita, quattro baite isolate
(De la Còrna, di Müzech, Növa e De li Munsüri), prima di raggiungere il modesto ripiano che ospita il recinto delle baita Matarone (del Matarùu o de la Scìma, m. 2215). Il luogo è davvero suggestivo, soprattutto per la presenza dei tre grandi ometti che stanno sul muricciolo di fronte alle baite. Sicuramente la loro collocazione non è casuale, così come non è casuale che solo uno di essi è sormontato da una pietra a forma di tronco di piramide, ma il significato di tutto ciò resta un enigma. Mentre questo interrogativo si fa strada nelle nostre menti, possiamo osservare il panorama che si apre dalle baite. Possiamo di nuovo osservare la costiera che fronteggia la nostra, dal pizzo della Scala al dosso Tacher. Guardando in direzione opposta, verso est, possiamo distinguere il tormentato crinale che congiunge il pizzo Gerlo, a sinistra, al monte Seleron (m. 2519), a destra.
Alla nostra destra (se guardiamo a monte, in direzione del crinale Val Tartano-Valmadre), vediamo un sentiero che raggiunge il dosso che separa l’alpe del Gerlo dall’alpe Canale. Seguendolo, raggiungiamo il filo del dosso, segnato da alcuni grandi ometti: qui si apre l’ampio scenario dell’alpe Canale. Proseguiamo sulla traccia di sentiero, che lascia il filo del dosso ed effettua una diagonale sopra una fascia di roccette. La traversata ci porta alla parte alta dell’alpe Canale; qui, dopo essere passati qualche decina di metri a monte di una baita (Baita Növa), ricominciamo a salire, piegando leggermente a sinistra e seguendo una traccia dapprima ben marcata, poi meno evidente. Non è comunque possibile sbagliare: si tratta di risalire l'ampio canalone erboso, per poi piegare verso destra, giungendo, alla fine, in vista della meta, la bocchetta Cògola, a sinistra di una modesta cima senza nome (localmente è chiamata Scìma de la Sciùra, m. 2508). Neppure la bocchetta ha, sulle carte, un nome: utilizzo, per comodità, questa denominazione perché immette, sul versante della Valmadre, nella val di Cògola.
Qualche sforzo ancora e la bocchetta, a 2410 metri è raggiunta. Lo scenario che si apre è ampio e sorprendente: se la giornata è bella, è difficile dimenticare lo spettacolo delle cime orobiche che si offre allo sguardo. Un ripido sentierino permette di scendere, sul versante orientale, in val Cògola, laterale della Valmadre. A sinistra (nord) della bocchetta o sguardo incontra dapprima la cima del monte Seleron, quindi i pizzi Gerlo e Torrenzuolo, sul crinale che separa l’alpe Gerlo dalla val Vicima. Emozionante è il panorama che si apre ad oriente: una fuga di cime e costiere che offre al nostro sguardo le cime più importanti delle Orobie centrali. Molto ampio è anche il panorama verso sud ovest. La salita alla bocchetta (che comporta circa 3 ore e mezza di cammino, per superare oltre 1100 metri di dislivello) rappresenta un’escursione facile ed emozionante, in uno scenario luminoso e difficilmente dimenticabile.

Per completezza, racconto ora quel che può accadere se si decide di salire alla bocchetta seguendo il sentiero che da S. Antonio porta all’alpe Canale. Un sentiero segnato solo su alcune carte, e neppure in modo univoco, con traccia incerta, per cui richiede una buona esperienza escursionistica e, decisamente, non è da preferire a quello che sale dalla Pila, se si desidera una trekking tranquillo. A S. Antonio giunge una recente pista carrozzabile sterrata che si stacca sulla sinistra da quella del fondovalle di Val Lunga quasi all’altezza della località Arale, più vicina alla testata della valle, tornando poi indietro verso il suo imbocco. Lasciata qui l’automobile (o, anche, ad uno slargo della pista di fondovalle nei pressi del primo ponte sulla sinistra; sul lato destro si trova un bel sentiero che sale il ripido gradino di prati che ci separa dalla conca di S. Antonio, nascondendone alla vista le case e la bella chiesetta).
Da S. Antonio, dunque, (m. 1443) parte questa avventurosa salita. Prendiamo il sentierino che, alle spalle delle case, volge a destra (verso sud-est, cioè verso l’interno della valle), attraversa una valletta e si porta ad una baita isolata (c’è un cancello da aprire e richiudere per passare). Appena oltre la baita, troviamo uno “stalèt” in legno; qui non proseguiamo diritti, ma pieghiamo a sinistra, imboccando un sentiero poco marcato, che sale in direzione opposta, cioè ritorna verso S. Antonio. Giunti nei pressi della vallecola che abbiamo attraversato più in basso, però, non la riattraversiamo in senso contrario, ma pieghiamo a destra e cominciamo a salire, con tornantini, lungo il dosso alla sua destra. Qui la traccia è piuttosto sporca e, la mattina, i sassi, bagnati per l’umidità della notte, sono piuttosto scivolosi ed insidiosi. Sul lato opposto della valletta vediamo alcuni grandi paraslavine, collocati a protezione delle case di S. Antonio. Poco più in alto pieghiamo a sinistra ed attraversiamo la valletta, tornando sul suo lato sinistro e passando attraverso un varco fra i paraslavine. Ci ritroviamo, così, nella parte alta dei ripidi prati che sovrastano S. Antonio, passiamo sulla verticale della chiesa e superiamo una seconda valletta, prima che la traccia, volgendo a destra, riprenda a salire più ripida: anche qui il fondo è assai sporco e scivoloso.
Sul limite del bosco, pieghiamo di nuovo a sinistra, passando appena a monte di un baitello diroccato, a quota 1550 circa. Qui si intravede appena una traccia secondaria che si stacca sulla destra e risale nel bosco; preferisco restare sulla traccia più marcata, e proseguo in direzione della valle che scende a nord-ovest di S. Antonio. Dopo una leggera discesa, il sentiero si riaffaccia sulla parte alta dei prati di S. Antonio e punta decisamente verso il solco della marcata valle, come se dovesse portarci sul lato opposto. Ma, quando già sentiamo lo scroscio del torrente, prende a destra e ricomincia a salire con tornantini il fianco del monte (è sempre sporca e debole: attenzione quindi a non perderla). Poi, di nuovo, il sentierino torna verso il solco della valle, portandosi ad una radura, come se dovesse attraversarla, ma, per la seconda volta, piega poi a destra e risale una fascia di prati, rientrando quindi nel bosco. Qui prende leggermente a sinistra e sale con rapide serpentine (attenzione, qui, a non perderlo, seguendo false tracce secondarie). Per breve tratto, la traccia si fa più marcata, ma poi l’erba torna a colonizzarla. Per la terza volta usciamo all’aperto in faccia ai roccioni severi del lato opposto della valle: qui vediamo anche una bella cascata del torrentello che scende dall’alpe Canale. Neppure questa volta, però, ci portiamo al torrentello (e qui, davvero, risulterebbe difficile immaginare dove si possa passare sul lato opposto): proseguiamo nella salita su rapidi tornantini (qui la traccia è sempre stretta, ma discretamente visibile). Rientrata nel bosco, la traccia prende a destra e ci fa passare sotto un grande roccione (la quota approssimativa è di 1690 metri). Dopo un tornantino a sinistra, riprende l’andamento verso destra.
Il bosco si apre gradualmente: ci stiamo approssimando all’approdo alla fascia di prati che ospita il gruppo di baite quotate 1805 metri (si tratta della parte bassa dell’alpeggio di Canale, loc. Canàal). Usciamo, quindi, definitivamente dalla boscaglia sul limite basso di nord-ovest di questa fascia di prati, ad una quota di circa 1760 metri, in corrispondenza di un ometto (se, per qualsiasi motivo, dovessimo scendere per questa via, teniamolo presente come punto di riferimento essenziale, perché non è facile ritrovare il punto in cui il sentierino riparte nella discesa). Ai prati la traccia si perde: puntiamo, quindi, a vista al gruppo di baite, un po’ più alte, alla nostra destra. Un triste senso di abbandono pervade questi luoghi, che un tempo, come testimonia il numero delle baite, erano un anello importante nell’ampio sistema degli alpeggi che disegna il versante nord-orientale della Val Lunga.
Dal gruppo di baite portiamoci, salendo a vista, diritti, alla parte alta dei prati (salendo, troviamo un secondo ometto), nei presso di un piccolo corpo franoso, stando alla sua sinistra. Da qui, guardando a sinistra, scorgiamo la ripresa del sentiero, che rientra nel bosco. Portiamoci, quindi, a sinistra, fino a trovare la traccia, qui, finalmente, ben marcata, che si dirige verso nord, superando un punto esposto, sulla sinistra, per un salto roccioso. Poi piega a destra e, purtroppo, delude: si fa più stretta ed inerbita, per cui l’attenzione non può venir meno. Ben presto raggiungiamo una radura, dalla quale, guardando in alto, leggermente a destra, vediamo la parte bassa dei prati dell’alpe Canale, cui dobbiamo giungere. Qui le carte divergono: l’IGM segnala che il sentiero non volge a destra, ma prosegue verso nord, fino a superare una valletta; un’altra carta, invece, segnala una decisa svolta a destra, con salita diretta al gruppo di baite dell’alpe Canale quotato 1994 metri. Per quanto osservi, però, non vedo svolte a destra, per cui proseguo sulla traccia che conserva la direzione nord, e che è ancora discretamente visibile.
Per poco, però: ad una radura si perde del tutto. L’impressione è che si debba risalire il prato verso destra, dal momento che di fronte si vede la fascia di rocce della valletta. Invece la radura va attraversata con andamento diritto: sul lato opposto si ritrova la debole traccia, che porta ad un canalino percorso da un ruscello. Proseguendo diritti, ci portiamo sul lato opposto, dove la traccia è molto debole, ma ancora visibile. Ci attendono altri due canalini simili, che attraversiamo faticosamente, districandoci fra gli ontani, prima di riportarci su terreno aperto, ad una radura, dove la traccia torna a farsi vedere e, salendo verso destra con un doppio tornantino, ci porta a monte del ciglio di un saltino roccioso. Ci troviamo sul largo dosso compreso fra due vallette (la prima, che abbiamo attraversato, e la seconda, più marcata, che si trova più avanti). La traccia prosegue diritta attraversando una radura a monte della quale si trova un piccolo smottamento, prima di rientrare nel bosco, facendosi ancora molto incerta e portando al solco della seconda valletta. A questo punto, però, conviene decisamente lasciarla e risalire a vista il facile ed aperto versante del bosco di larici a monte del piccolo smottamento (la quota approssimativa è di 1870 metri).
Pochi minuti di salita, infatti, ci portano, senza alcuna difficoltà, sul limite basso dell’ampia fascia dell’alpeggio di Canale, un po’ più in basso, a nord-ovest, del gruppo principale di baite di quota 1994. Niente più boscaglia, finalmente: si può procedere su terreno aperto. Saliamo prendendo leggermente a destra, fino ad intercettare una traccia che proviene da una baita isolata alla nostra sinistra e porta al gruppo principale di baite. In pochi minuti siamo, finalmente, alle baite di quota 1994. Guardando ad ovest, vediamo buona parte del versante occidentale della Val Lunga, dal pizzo della Scala, sulla sinistra, al sistema degli alpeggi del Gavet-Gavedìn-Gavedùn, ai piedi del monte Gavèt e del dosso Tacher. Sul lato opposto, cioè a monte dell’alpe, vediamo già, quasi sulla sua verticale, l’avvallamento del crinale sul quale è posta la bocchetta di Cigola e, alla sua sinistra, la cima, arrotondata e poco pronunciata, del monte Seleron.
Riprendiamo a salire, in diagonale, verso sinistra, raggiungendo un baitello posto su un dossetto: qui giunge una sentiero che proviene da sinistra e, percorso in questa direzione, porta ad una vasca di cemento per la raccolta dell’acqua. Il sentiero prosegue in direzione della baita quotata 2112 e, attraversato il crinale che separa i due alpeggi, porta al sistema di baite dell’alpe del Gerlo. Noi, però, non lo seguiamo, ma, prima della vasca di cemento, prendiamo a destra, risalendo un facile dosso, e puntiamo al largo canalone che sale in direzione della depressione della bocchetta di Cogola e del monte Seleron. Raggiunta una seconda traccia, la seguiamo per un breve tratto verso sinistra, fino ad una nuova vasca di cemento; qui la lasciamo piegando a destra e risalendo il largo canalone, che ci permette di guadagnare rapidamente quota. Il monte Seleron è proprio diritto davanti a noi, sulla verticale del nostro capo.
Più in alto ci raggiungono tracce di sentiero che provengono da sinistra, cioè dal crinale-dosso che separa la parte alta dell’alpe Canale da quella dell’alpe del Gerlo. Fra queste, la traccia sopra descritta come percorso più semplice, che dalla Pila sale alla bocchetta di Cogola. L’ultimo facile tratto di salita porta, senza difficoltà, come sopra descritto, ai 2410 metri della bocchetta. Come si potrà facilmente comprendere, questo secondo percorso è assai più complesso e faticoso del primo, ed è del tutto sconsigliabile soprattutto come opzione per la discesa, se non si conoscono bene i luoghi.
Vediamo, ora, come superare gli ultimi 110 metri circa che separano la bocchetta dalla cima del monte Seleron. La salita sfrutta il crinale meridionale che scende dalla cima alla bocchetta (quello alla nostra sinistra, secondo la direzione di salita alla bocchetta), abbastanza largo ed erboso, percorso da una debole traccia di sentiero, che, nel primo tratto, sale ripida fino ad una selletta, alla quale possiamo tirare per un attimo il fiato. Qui il crinale piega a sinistra e, percorrendolo, superiamo una fascia di facili roccette (attenzione al versante di destra, sulla Valmadre, perché precipita in un ripido canalone). Attraversata la sella, ci troviamo sotto l’ultimo salto che precede la cima: non lo affrontiamo direttamente, ma effettuiamo una traversata al versante che scende dalla cima verso nord-ovest, in direzione di un paletto che vediamo davanti a noi, tagliando la parte alta di un canalone che scende all’alpe Gerlo. Ci muoviamo su un terreno di massi mobili e terriccio, per cui dobbiamo prestare un po’ di attenzione. La traccia, però, non porta direttamente al paletto, ma, descrivendo un arco in senso orario, raggiunge il crinale di nord-ovest più a monte rispetto a questo.


Alpe Canale

A questo punto basta seguire il crinale verso destra per giungere, dopo un brevissimo tratto, alla cima erbosa. Appena prima della cima, però, il crinale si restringe e propone un passaggio (solo pochi passi) esposto su entrambi i lati: basta fare un po’ di attenzione, ma chi soffre di vertigini potrà trovare psicologicamente difficile affrontarlo.
Eccoci, finalmente, ai 2519 metri della cima del monte Seleron, o Pìz Linèra, dalla quale il panorama è molto ampio e bello. A nord, da sinistra, si propongono le cime della Costiera dei Cech, seguite dal gruppo del Masino, che si propone nella sua integrale bellezza, con i pizzi Porcellizzo (m. 3075), Badile (m. 3308), Cengalo (m. 3367) e del Ferro (occ. m. 3267, centr. 3289 ed or. m. 3234), le cime di Zocca (m. 3174) e di Castello (m. 3386), la punta Rasica (m. 3305), i pizzi Torrone (occ. m. 3349, cent m. 3290, or. m. 3333), il monte Sissone (m. 3330) ed il monte Disgrazia (m. 3678). Segue la testata della Valmalenco, che propone, da sinistra, il pizzo Gluschaint (m. 3594), le gobbe gemelle della Sella (m. 3584 e 3564) e la punta di Sella (m. 3511), il pizzo Roseg (m. 3936), il pizzo Scerscen (m. 3971) il pizzo Bernina (m. 4049), i pizzi Argient (m. 3945) e pizzo Zupò (m. 3995), la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), ed il più modesto pizzo Varuna (m. 3453). Proseguendo verso destra, si scorge il gruppo dello Scalino, con il pizzo Scalino (m. 3323), la punta Painale (m. 3248) e la vetta di Ron (m. 3136). Più a destra, il pizzo Combolo (m. 2900) e, sul fondo, ad est, il gruppo dell’Adamello. Sempre a nord molto bella è la visuale dell'ampia conca di Bernasca, con il laghetto omonimo, che si stende ai piedi del versante settentrionale del monte Seleron.
A sud-est, sud e sud-ovest è tutto un susseguirsi di scenari, fuga di quinte, cime dei settori orobici centro-orientale, centrale ed occidentale. In primo piano, ovviamente, la parte alta di Valmadre e Val Lunga, separate dal crinale sul quale spicca la gemella cima Vallocci, che, forse, mal sopporta quei 9 metri in meno per i quali deve cedere al monte Seleron la palma di cima più alta della valle.  
Conti alla mano, per salire fin qui dalla Pila o da S. Antonio sono necessarie circa 4 di cammino, necessarie per superare un dislivello approssimativo 1220 metri, nel primo caso, di 1070 metri, nel secondo. Per la discesa è vivamente consigliabile il sentiero che porta alla Pila: guadagnato il crinale che porta alla parte alta degli alpeggi del Gerlo, si scende facilmente fino alle sei caratteristiche baite del Gerlo; qui si imbocca il sentiero che prosegue nella discesa in diagonale sulla sinistra (non è evidentissimo nel primo tratto), e si prosegue, senza problemi, fino al fondovalle.

GALLERIA DI IMMAGINI

ALTRE ESCURSIONI IN VAL TARTANO

Copyright © 2003 - 2017 Massimo Dei Cas La riproduzione della pagina o di sue parti è consentita previa indicazione della fonte e dell'autore (Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)

Copyright © 2003 - 2017 Massimo Dei Cas Designed by David Kohout