CARTA DEL PERCORSO - GOOGLE MAP; GALLERIA DI IMMAGINI


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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rondelli-Gàvet-Gavidìi-Gavedùu-Pista di Val Lunga-Rondelli (giro dei Gavet)
5 h
640
E
Rondelli-Gàvet-Gavidìi-Gavedùu-Monte Moro
3 h e 30 min.
1000
E
SINTESI. Percorrendo la ss 38, dopo il viadotto sul Tartano la lasciamo per prendere a destra (per chi proviene da Milano) e poco dopo ancora a destra, imboccando la strada che dopo 12 tornanti raggiunge Campo Tartano. Proseguiamo fino a Tartano e qui imbocchiamo la strada asfaltata e poi la pista che percorre la Val Lunga, passando per le frazioni di Valle e della Piana (riconoscibile per la chiesetta sul lato opposto della valle, alla nostra destra). Torniamo, però, indietro per un breve tratto e prestiamo attenzione ad un cartello posto in corrispondenza della località Rondelli (m. 1276): da qui parte un sentierino che si stacca dalla strada e scende al torrente. Parcheggiamo ad un vicino slargo e scendiamo fino ad un ponte seminascosto su una piccola forra del torrente Tartano. Oltre il ponte, parte una mulattiera ben tracciata e segnalata con segnavia rosso-bianco-rossi, che sale, con rapidi tornanti, in un bel bosco di abeti, fino a raggiungere, intorno ai 1500 metri, il limite inferiore del sistema di alpeggi Gavet-Gavedin. Dall'alpe Gavet, all'altezza della casera di quota 1724, il sentiero segnalato prosegue piegando decisamente a sinistra (sud), ed iniziando la traversata del lato sud-occidentale della val Lunga. Attraversiamo una breve fascia di larici e l'ampia conca dell'alpe Gavidìi passando per il baitone di quota 1897, dove arriva una teleferica. Se vogliamo chiudere il giro dei Gavet possiamo ridiscendere a valle piegando a sinistra poco oltre il baitone, scendendo ai tre ammassi di sassi e seguendo il sentiero descritto per il ritorno (cfr. sotto). Se vogliamo salire invece proseguire verso il monte Moro procediamo così. Qui il sentiero piega a destra e sale ad un dosso dal quale si affaccia agli alpeggi del Gavedùu. Passiamo per una baita dal tetto rosso ruggine e saliamo verso destra (in direzione del pizzo della Scala). Possiamo proseguire diritti, passare per la Baita Fregia e proseguire diritti fino al laghetto di Gavedùu. Oppure dalla baita con tetto rosso possiamo procedere per breve tratto, per poi guardare destra, individuando un ripido canalino (il primo da destra) che conduce ad una bocchetta che si apre, a quota 2180, sul crinale, fra il monte Gavet, a nord (sulla nostra destra), ed il monte Moro, a sud (sulla nostra sinistra). Saliamo in quella direzione su debole traccia. L'ultimo tratto del canalino, nel quale la pendenza si accentua, richiede attenzione. Alla fine ci affacciamo sulla Val di Lemma (Val Corta). Prendiamo ora a sud (sinistra), e, seguendo il crinale erboso saliamo alla poco pronunciata cima del monte Moro (Mur Mor, m. 2277). Proseguiamo verso sud, passiamo a destra di una modesta elevazione e scendiamo ad una larga sella. Di qui prendiamo a sinistra ridiscendendo su ripido versante (stando un po' a destra) alla conca del Gavedùù. Procedendo diritti, ci portiamo al laghetto di Gavedùu (m. 2018). Prendiamo ora a sinistra e passiamo a sinistra di un pianoro acquitrinoso, raggiunendo la baita Fregia (m. 2013) e ridiscendendo alla baita dal tetto rosso ruggine. Ci riaffacciamo al Gavidìi e procediamo in direzione del baitone del Gavidii. Qualche decina di metri prima del baitone pieghiamo a destra. A qualche decina di metri di distanza dal baitone scendiamo verso sinistra, portandoci al limite dei pascoli. Vediamo tre curiosi ammassi di pietre a forma di parallelepipedo. Procediamo verso destra e ci affacciamo ad una valletta. Scendiamo in diagonale per breve tratto ed intercettiamo un sentierino che percorriamo verso destra, fino allo zapèl (varco fra due muretti a secco) che ci introduce alla parte alta di una lunga fascia di prati, sul quale vediamo, distanziate, due baite. Scendiamo diritti alla baita più alta e da questa alla Baita Növa (m. 1703). Proseguiamo nella discesa verso il limite del bosco, verso destra, e raggiungiamo quasi subito la partenza di una marcata mulattiera, che scende in un bosco di alti abeti. Dopo una lunga sequenza di tornanti, attraversiamo il torrentello della Val Gavedùu e procediamo per un tratto quasi in piano, prima dell'ultima ripida e diretta discesa che ci fa uscire dal bosco sul fondovalle della Val Lunga, a poca distanza dal torrente Tartano. Procediamo a destra per qualche decina di metri, fino ad un ponte che ci fa passare sul versante orientale della Val Lunga. Qui intercettiamo la pista di Val Lunga, appena a valle rispetto alla località Arale (dove si trovano i due rifugio Beniamino e Il Pirata). La percorriamo scendendo verso nord-ovest, restando bassi rispetto ai nuclei di S. Antonio, del Dosso e della Costa, alla nostra destra. Al fondo ghiaioso del primo tratto si sostituisce quello in cemento ed infine quello in asfalto. Dopo circa mezzora torniamo così all'automobile a Rondelli.


Il pizzo della Scala

La val Lunga è uno dei due rami (quello orientale) nei quali la Val Tartano si divide all'altezza dell'omonimo paese. Essa offre diverse possibilità escursionistiche: la salita ai laghetti di Porcile ed al passo di Tartano o di Porcile, la traversata in Val Madre attraverso la bocchetta dei Lupi o il passo di Dordonella. Meno conosciute sono le escursioni che hanno come meta i begli alpeggi che si trovano su entrambi i versanti. Consideriamo il versante occidentale (di destra, per chi sale in valle), e raccontiamo un itinerario escursionistico assai interessanti e non molto conosciuto.


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Per salire in valle basta staccarsi dalla ss. 38 dello Stelvio, sulla destra (per chi procede da Morbegno verso Sondrio), dopo il viadotto sul grande conoide del torrente Tàrtano ed appena prima del successivo ponte sul fiume Adda. Percorso un breve tratto della Pedemontana orobica, la lasciamo, sempre sulla destra, per imboccare, seguendo la segnalazione, la strada che si inerpica sull’aspro fianco occidentale del Crap del Mezzodì, bastione roccioso che separa la parte terminale del corso del Tartano dalla val Fabiòlo. Dopo diversi tornanti e chilometri, una breve galleria scavata nella roccia ci introduce alla prima località della valle, Campo Tartano, adagiata in una bella e panoramica conca. Proseguendo, raggiungiamo, dopo altri 5 chilometri circa, il centro principale della valle, Tartano (m. 1210). La lunga costiera che separa le due valli parte, al suo limite meridionale, dalla Cima di Lemma (m. 2348), si articola nelle cime dell’elegante pizzo Scala (m. 2427), del monte Moro (m. 2277) e del monte Gàvet (m. 2318), e termina con il lungo dosso Tachèr che, dai 2093 metri della sommità, scende fino alla frazione Biorca (o Biolca, dal mantovano “biolca”, bue, oppure dal dialettale “biork”, forca), di Tartano.


Il Gavidìi

La salita agli alpeggi del sistema Gàvet-Gavidìi-Gavedùu (termini che si connettono probabilmente alla voce pre-latina "gab", "torrente", più che alla voce lombarda "gaba", "salice") rappresenta un'interessante soluzione escursionistica, che ha il pregio della grande panoramicità. Per effettuarla, dobbiamo inoltrarci nel primo tratto della Val Lunga, sfruttando una stradina asfaltata. Il primo centro che incontriamo, sulla nostra destra, è la frazione di Valle (m. 1237), riconoscibile anche per il ponte ben visibile sul torrente Tartano. Proseguendo, balza all’occhio, per il campanile della sua chiesa, la frazione della Piana (m. 1282), anch’essa sulla destra e con un ponte sul torrente. Torniamo, però, indietro per un breve tratto e prestiamo attenzione ad un cartello posto in corrispondenza della località Rondelli (m. 1276): da qui parte un sentierino che si stacca, sulla destra, dalla strada e scende al torrente, fino ad un ponte seminascosto su una piccola forra del torrente Tartano.
Oltre il ponte, parte una mulattiera ben tracciata e segnalata con segnavia rosso-bianco-rossi, che sale, con rapidi tornanti, in un bel bosco di abeti, fino a raggiungere, intorno ai 1500 metri, il limite inferiore del sistema di alpeggi Gàvet-Gavediì, uno dei luoghi legati alla fama ed al gusto del formaggio della Val di Tartano. Dobbiamo ora risalire i prati dell’alpeggio, che in inverno si trasformano in ottime piste per le scivolate sci-alpinistiche, con un sistema di diagonali che tocca le diverse baite, fino alla casera Gàvet, posta a 1724 metri. Da qui il panorama sul versante opposto (orientale) della valle è assai suggestivo, e mostra l'ampio sistema dei suoi alpeggi.


Il limite meridionale del Gàvet

È questo il primo del sistema degli alpeggi Gàvet-Gavidìi-Gavedùu, che si stende sul versante occidentale della Val Lunga e che ancora oggi (2016) viene caricato. All'inizio del '900 la loro estensione complessiva era di 409 ettari. Il Gàvet, chiamato Gavedo di Fuori, caricava 70 vacche lattifere, 30 manzi e 20 vitelli. Negli anni ottanta del Novecento 42 vacche e 32 fra manze e vitelli; venivano censite 9 baite.
In questo scenario vale la pena, prima di proseguire nel cammino, scoprire qualcosa di più sulla struttura di un alpeggio. Ci aiuta Dario Benetti, nell’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota” (in “Sondrio e il suo territorio”, edito da IntesaBci nel 2001), nel quale descrive la struttura e l’organizzazione tipica degli alpeggi orobici nell’area del Bitto (dalla Val Lesina, ad ovest, alla valle del Livrio, ad est): “Gli alpeggi di questa zona, anche quelli comunali, erano prevalentemente dati in affitto a comunità di pastori. A tale tipo di gestione corrisponde una struttura architettonica ben precisa: il pascolo d’alpeggio è suddiviso in bàrech, un reticolo di muretti a secco, più o meno regolare, che delimita “il pasto” di una giornata di malga. Questa suddivisione permette di sfruttare razionalmente il pascolo. Il pascolo non è infatti ricco e, se il bestiame fosse lasciato libero, finirebbe con l’esaurirsi anzitempo. In ogni alpeggio il bestiame si sposta dunque quotidianamente da un bàrech all’altro, restando prevalentemente all’aperto (in pochi alpeggi sono previsti stalloni – baitùu – o tettoie aperte per il ricovero notturno o in caso di brutto tempo). Numerose baite sono collocate sull’alpeggio in corrispondenza dei principali spostamenti. Al centro dell’alpeggio c’è la caséra, la costruzione dove si depositano i formaggi e le ricotte per la salatura e la conservazione temporanea… La necessità di sorvegliare il bestiame durante il pascolo di notte, lontano dalla baita dei pastori, era risolta con una particolare forma di ricovero temporaneo, il bàit. Si tratta di un rifugio trasportabile in legno con copertura inclinata rivestita, negli esempi più recenti, in uso fino a qualche anno or sono, in lamiera. Il bàit era diffuso in val Tartano e nelle valli del Bitto e del Lesina; a volte era a due posti. Nella parete laterale è ricavata una apertura trapezoidale per l’accesso con sportellino in legno, mentre in testata sono ricavati due fori per l’aria e per infilarvi due lunghi bastoni per il trasporto a spalla da una sede all’altra. Caratteristico delle valli del Bitto e Lesina, ma presente in passato anche in val Tartano, è il caléc.


Il Gavedùu

Esso era utilizzato nel caso in cui la permanenza dei pastori in una certa parte dell’alpeggio superava i 5-6 giorni. Questa struttura consiste essenzialmente nei quattro muri perimetrali e in una apertura a valle per l’accesso. La copertura veniva realizzata di volta in volta con elementi provvisori, per esempio una struttura in legno e un telo. La distribuzione interna degli spazi è simile a quella della baita in muratura, con il paiér (il focolare), il supporto girevole in legno per la culdèra e un ripiano sul quale si poggiavano i formaggi ad asciugare. In alcuni alpeggi, infine, è presente il baituu, una grande stalla per il ricovero delle mucche in caso di maltempo. Si tratta di una costruzione molto allungata (20-30 metri) a un solo piano, con muratura in pietrame a secco e tetto a due falde con manto di copertura in piode selvatiche (se il fronte verso valle è aperto la costruzione prende il nome di tecia)… I baituu ospitavano fino a 90 capi di bestiame. All’interno, in un soppalco ricavato nelle capriate del tetto alloggiavano due pastori.
Dall'alpe Gàvet, all'altezza della casera di quota 1724, il sentiero segnalato prosegue piegando decisamente a sinistra (sud), ed iniziando la traversata del lato sud-occidentale della val Lunga. Superata una fascia di abeti, ci affacciamo all'ampia e luminosa conca dell'alpe Gavidìi.
All'inizio del '900 il Gavedino caricava 20 vacche lattifere, 5 manzi e 5 vitelli. Il canone di affitto era di 400 Lire. Negli anni ottanta del Novecento 20 vacche e 6 fra manze e vitelli; venivano censite 8 baite (da qui non le vediamo, ma sono distribuite nei prati a quota più bassa).


Il Gavidìi

Proseguendo su traccia di sentiero ci portiamo alla casera di Gavidìi (m. 1897), recentemente ristrutturata, presso il punto di arrivo di una teleferica. Più in basso (ma da qui non si vede) scende l'ombrosa Val Quaresima, tributaria occidentale della Val Lunga. Sul lato opposto (ovest) l'alpeggio è chiuso dal versante che culmina nel monte Gàvet (la Piöda, m. 2318). I segnavia non ci aiutano molto, ma non ci sono problemi: proseguiamo salendo gradualmente in diagonale verso destra e seguendo approssimativamente, per un buon tratto, il lungo barek quasi al centro dei prati. I barek sono muri a secco di altezza modesta, che si trovano in gran parte degli alpeggi, costruiti sfruttando le pietre ricavate dalla pulizia dei pascoli. Servivano a delimitare un'area corrispondente al pasto quotidiano di una malga ed avevano una forma approssimativamente quadrata o rettangolare.
Mentre ci avviciniamo al limite del Gavidìi, fermiamoci un attimo a guardare alle nostre spalle: il gruppo del Masino, che già si mostrava dal Gàvet, si dispiega ora quasi interamente, dalla testata della Val Porcellizzo con i pizzi Badile e Cengalo, a sinistra, al monte Disgrazia che occhieggia a destra. Saliamo un po' più decisamente verso destra, passando accanto ad un piccolo rudere di baita, Passiamo vicino anche ad alcuni cumuli squadrati di pietre e, giunti alla sommità del dosso erboso, vediamo davanti a noi la costirera che divide l'alpeggio del Gavedùu da quello della Scala. Signoreggia, sul limite destro, il pizzo della Scala (piz Cavàl, m. 2427). Alla sua sinistra, quasi al centro della costiera, si nota una vetta dalla sommità curiosamente appiattita, chiamata per questo “Pülpet”, cioè “Pulpito”. La fantasia popolare vi ha sicuramente immaginato un carismatico prelato intento a pronunciare una solenne predica. E che non si dica: “da che pulpito viene la predica”, perché questo è un signor pulpito. Fantasie, ovviamente: la cima è di accesso assai difficile.


Il Gavedùu

Il sentiero comincia leggermente a scendere e davanti a noi vediamo una baita solitaria con tetto il lamiera rossa, la casera di Gavedùu. La raggiungiamo e ci affacciamo agli alpeggi del Gavedùu, che si aprono a monte della valle omonima. Ad inizio '900 erano chiamati Gavedo di Dentro, caricavano 70 vacche lattifere, 20 manzi, 12 vitelli e 50 capre. Il canone di affitto era di 1200 Lire. Negli anni ottanta del Novecento 71 vacche e 24 fra manze e vitelli; venivano censite 13 baite (da qui non le vediamo, ma sono distribuite nei prati a quota più bassa).


Apri qui una panoramica sulla Val di Lemma dal crinale del Monte Moro

Proseguendo verso sud, cioè leggermente in diagonale verso destra (più o meno in direzione del pizzo della Scala), ci avviciniamo alla baita Frégia (m. 2103). Non ci portiamo, però, alla baita, ma, dopo un breve ratto di salita, guardiamo alla nostra destra, individuando sul crinale che separa la Val Lunga dalla Val di Lemma uno stretto intaglio (è il primo, da destra), cui sale un ripido crinale di pascoli e macereti. Le poche bandierine rosso-bianco-rosse, assai sbiadite, ci indirizzano lì. Prendiamo dunque a destra ed iniziamo la salita, cercando la via meno impegnativa (una debole traccia di sentiero ci aiuta, perché in passato la bocchetta, chiamata della Piöda perché si trova appena a sud dalla cima omonima (monte Gavet), era un tempo assai sfruttata come passaggio dalla Val Lunga alla Val di Lemma. Nella seconda parte della salita la pendenza si accentua, ed in alcuni punti ci servono anche le mani. I segnavia ci suggeriscono di stare sul lato sinistro del ripido canalino terminale, a ridosso di alcune roccette. Poi la traccia si riporta al centro e passa per un sasso sul quale è disegnata una freccia rossa e sono scritte quattro lettere che è difficile decifrare.


Il monte Moro

Gli ultimi sudatissimi passi ci portano alla sospirata sella che, ad una quota approssimativa di 2180 metri, si affaccia, sorvegliata da un larice solitario sul lato sinistro, sull'alto versante orientale della Val di Lemma, che si apre improvvisa e splendida davanti al nostro sguardo, mostrando il versante occidentale e la testata. Più in basso vediamo anche un ripiano che ospita un microlaghetto in avanzato stato di interramento. I segnavia proseguono verso destra, salendo il ripido versante che sale alla cima del monte Gàvet. Si tratta di una salita difficile, soprattutto nella seconda parte, con passaggi delicati ed esposti.
Noi invece andiamo nella direzione opposta, di sinistra (sud), restando presso il facile crinale (ci appoggiamo leggermente sul lato della Val di Lemma) che sale gradualmente alla cima del monte Moro (Mur Mor, m. 2277). Una manciata di minuti sono sufficienti per raggiungere la sua cima erbosa e panoramica. Si impone a sud l'elegante piramide del pizzo della Scala.


Il monte Gàvet

Alle sue spalle, procedendo in senso orario, uno scorcio sulle cime della Val Brembana precede il versante occidentale della Val di Lemma, dietro il quale occhieggiano il pizzo di Trona, in alta Val Gerola, ed il monte Legnone, estrema propaggine occidentale della catena orobica. Verso ovest il versante occidentale della Val Tartano nasconde buona parte delle Lepontine. Procedendo verso destra vediamo la testata della Costiera dei Cech ed il gruppo del Masino, solo in piccola parte coperto dal monte Gàvet, in primo piano a nord. Si distinguono, così, da sinistra a destra la punta Torelli (m. 3137) e la punta S. Anna (m. 3171) che precedono il celeberrimo pizzo Badile (badì, m. 3308), cui fa da vassallo la punta Sertori (m. 3195). Segue il secondo signore della Val Pocellizzo, il pizzo Cengalo (cìngol, m. 3367). Mancano invece all'appello i puntuti pizzi Gemelli (m. 3259 e 3221), il passo di Bondo (pas da bùnd, m. 3169), che dà sulla Val Bondasca, in territorio svizzero, ed ii pizzi del Ferro occidentale o cima della Bondasca (m. 3267), del Ferro centrale (m. 3287), e del Ferro orientale (m. 3200).


La Val di Lemma

Alla loro destra riappare la poderosa cima di Zocca (m. 3175), sulla testata della valle omonima, seguita dalla punta Allievi (m. 3121), dalla cima di Castello (la più alta del gruppo del Masino, con i suoi 3392 metri), e dalla punta Rasica (rèsga, m. 3305). I tre poderosi pizzi Torrone (turùn, occidentale, m. 3351, centrale, m. 3290, ed orientale, m. 3333) chiudono la valle omonima, che precede l’ampia Val Cameraccio, sulla cui testata si pongono il monte Sissone (sisùn, m. 3330), la punta Baroni, o cima di Chiareggio settentrionale (m. 3203), le cime di Chiareggio centrale (m. 3107 e 3093) ed il monte Pioda (m. 3431), posto immediatamente a sinistra dell’imponente ed inconfondibile monte Disgrazia (m. 3678). Il panorama propone poi, verso nord-est, un ampio spaccato della testata della Valmalenco, sulla quale spiccano i pizzi Roseg, Scerscen, Bernina, Argient e Zupò. Procedendo nel giro d'orizzonte, ad est vediamo un eccellente primo piano del versante orientale della Val Lunga, alle cui spalle occhieggiano alcune delle cime della sezione centrale delle Orobie. La carrellata è chiusa dalla puntuta cima delle Cadelle, prima che il pizzo della Scala torna a chiudere lo scenario.
La salita da Rondelli alla cima del monte comporta il superamento di circa 1000 metri di dislivello in altezza, e circa tre ore e mezza di cammino: un'escursione non molto conosciuta, ma, in una bella giornata, senza dubbio suggestiva e remunerativa.


Il laghetto di Gavedùu

Il ritorno può avvenire per la medesima via di salita, ma vale la pena scegliere un giro un po' più largo, ma anche decisamente più interessante. Procediamo sul crinale passando a destra della vicina e modesta elevazione gemella, sormontata da un piccolo ometto, e scendendo ad una larga sella che precede un'affilata crestina. Da questa sella ridiscendiamo all'ampia conca terminale del Gavedùu, che propone (lo vediamo bene da qui), sul suo limite meridionale, il laghetto di Gavedùu. La discesa avviene senza percorso obbligato: il versante è piuttosto ripido, ma è leggermente più facile di quello sfruttato nella salita (quindi questa sella potrebbe essere una valida alternativa per la salita). Una debole traccia sembra suggerire di stare sul lato di destra: scendiamo così zigzagando fra pascoli e rododentri passando a destra di un larice solitario. Poi pieghiamo leggermente a sinistra e con calma ed attenzione raggiungiamo il bordo del catino glaciale. Su terreno più tranquillo, pocedendo diritti, eccoci infine al graziosissimo laghetto di Gavedùu (m. 2018).


Il laghetto di Gavedùu

Così ne parlano Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, in un nnmero del Notiziario della Banca Popolare di Sondrio: “Questo laghetto circolare, che misura circa 30 metri di diametro ed ha una profondità massima di 2 m., non è presente tutto l'anno. A volte, se la stagione è particolarmente sfavorevole, il lago che vive nelle sue acque se le inghiotte tutte e il lago sparisce. In questi casi occorre aver pazienza. I ritmi del lago sono imperscrutabili, almeno tanto quanto lo sono quelli degli uomini (e degli escursionisti).
Procediamo ora in direzione nord-nord-ovest, passando a sinistra di un pianoro acquitrinoso, ciò che resta di un antico laghetto fratello maggiore di quello che abbiamo visitato, e portandoci alla baita Fregia (m. 2013), dalla quale ridiscendiamo alla casera di Gavedùu. Ripercorrendo i passi dell'andata, lasciamo alle spalle i dolci declivi del Gavedùu e ci riaffacciamo all'ampia conca del Gavidìi, ridiscendendo al baitone.


La baita Fregia

Un'interessante alternativa al ritorno che passa per il Gàvet è la seguente. A qualche decina di metri di distanza dal baitone scendiamo verso sinistra, portandoci al limite dei pascoli. Vediamo tre curiosi ammassi di pietre a forma di parallelepipedo. Procediamo verso destra e ci affacciamo ad una valletta. Scendiamo in diagonale per breve tratto ed intercettiamo un sentierino che percorriamo verso destra, fino allo zapèl (varco fra due muretti a secco) che ci introduce alla parte alta di una lunga fascia di prati, sul quale vediamo, distanziate, due baite. Scendiamo diritti alla baita più alta e da questa alla Baita Növa (m. 1703). Proseguiamo nella discesa verso il limite del bosco, verso destra, e raggiungiamo quasi subito la partenza di una marcata mulattiera, che scende in un bosco di alti abeti. Dopo una lunga sequenza di tornanti, attraversiamo il torrentello della Val Gavedùu e procediamo per un tratto quasi in piano, prima dell'ultima ripida e diretta discesa che ci fa uscire dal bosco sul fondovalle della Val Lunga, a poca distanza dal torrente Tartano. Procediamo a destra per qualche decina di metri, fino ad un ponte che ci fa passare sul versante orientale della Val Lunga.


La baita Növa

Qui intercettiamo la pista di Val Lunga, appena a valle rispetto alla località Arale (dove si trovano i due rifugio Beniamino e Il Pirata). La percorriamo scendendo verso nord-ovest, restando bassi rispetto ai nuclei di S. Antonio, del Dosso e della Costa, alla nostra destra. Al fondo ghiaioso del primo tratto si sostituisce quello in cemento ed infine quello in asfalto. Dopo circa mezzora torniamo così all'automobile a Rondelli.
Per completezza segnaliamo che il sentiero che percorre il sistema Gàvet-Gavidìi-Gavedùu non termina a quest'ultimo alpeggio, ma prosegue verso est e sud-est tagliando la costiera del pizzo della Scala. Dalla baita Fregia ne vediamo la linea che si addentra in un bosco di larici e gira sul versante degli alpeggi della Scala, che invece non vediamo. Nell'ultimo tratto, però, passa per un punto assai esposto, dove dei muretti a secco ed una passerella costituita da due tronchi permettono di superare un punto ripido ed esposto (sono state collocate catene fisse per agevolare il passaggio): chi non ha esperienza escursionistica difficilmente si lascerebbe indurre al transito. Poi, superata una prima baita, il sentiero segnalato (bandierine rosso-bianco-rosse con numerazione 117) sale ad una seconda baita. Proseguiamo verso sud-est, lasciando a sinistra i segnavia e guadagnando gradualmente quota, fino ad affacciarci ad un ripiano con una terza baita. Davanti a noi la ben visibile croce del passo di Tartano. Proseguendo nella medesima direzione, dopo un tratto scalinato inciso nella roccia, ci affacciamo ad un ultimo ripiano, con un rudere di baita. Da qui scendiamo per un facile canalino ed intercettiamo un sentiero che traversa alla baita della Croce, appena sotto il passo di Tartano. Qui intercettiamo il sentiero segnalato che scende alla conca delle baite di Porcile e, varcato il torrente Tartano, prosegue la discesa fino alla località Arale.


Tratto esposto del sentiero Gavedùu-Scala

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