Val Viola: storia


Val Viola Bormina (clicca qui per aprire)

La Val Viola: valle bianca, secondo una prima interpretazione dell’antica grafia “Albiola”, che deriverebbe dall’aggettivo latino “albus”, “bianco”. Anche se una più recente ed accreditata interpretazione etimologica (sostenuta dall’auctoritas del grande dialettologo Remo Bracchi) ci porta ad “alveolus”, piccolo alveo, forse con riferimento ad alcuni inghiottitoi del torrente Viola Bormina (detto anche semplicemente Bormina), restiamo alla prima, decisamente più suggestiva. La valle non offre, infatti, l’immagine di un piccola alveo, mentre vi domina la luce: è, infatti, ampia, luminosa, candida, per le tracce ancora apprezzabili di antichissimi ghiacciai, per il suo orientamento da est ad ovest, che le regala lunghe ore di luce, prima che il sole, proprio dietro il suo limite occidentale, il passo di Val Viola, prenda temporaneo congedo. Ed è anche origine, una delle due origini dell’ampia vicenda della Valle dell’Adda. Il torrente Viola Bormina, infatti, ingaggiò un’antichissima contesa con il rivale Adda, sul primato per la denominazione della valle. Prevalse l’Adda, cui spettò ampia gloria nel suo corso coronato da montagne ed in quello, più pigro, fra le pianure padane. Il torrente Viola dovette rassegnarsi al rango di tributario, ma la sconfitta fu per un soffio, ed anzi, guardando una carta geografica, ed escludendo il territorio di Livigno, che appartiene al displuvio settentrionale retico, abbiamo l’impressione che con ampio semicerchio antiorario, quella che chiamiamo valle dell’Adda nella sua regione superiore pieghi il suo andamento verso ovest e trovi proprio in Val Viola la sua origine.
La Val Viola è valle delle origini anche in un altro senso: antichissime leggende la vogliono popolata, in tempi di cui si è perso il ricordo, da enigmatiche stirpi di cui non resta traccia alcuna: giganti, secondo alcuni, essere umani non più grandi di un ragazzo di quindici anni, secondo altri. E forse le due stirpi convissero. Ma di questo diremo più avanti.


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LA STORIA

Intanto accenniamo al rilievo storico di questa valle, che era una delle più agevoli porte di accesso al Bormiese dall’Engadina, attraverso la valle di Poschiavo, ma anche dalla media Valtellina, attraverso la Val Grosina ed il passo di Val Verva. In entrambi i casi, eserciti potevano affacciarsi alla piana di Bormio eludendo la stretta di Serravalle, sopra Sondalo, chiusa da una fortezza imprendibile. Sull’importanza storica della valle, ecco un interessantissimo passo tratto dall’altrettanto interessante volumetto di Giovanni Peretti “Rifugi alpini, bivacchi e itinerari scelti in alta Valtellina” (Alpinia Editrice. Bormio, 1987): “Un tempo rivestiva grande interesse geografico, che le era conferito dalla relativa facilità con la quale era possibile da Tirano giungere alla Valle di Fraéle evitando Bormio, e quindi il suo Forte dei Bagni, oltre che quello di Serravalle.
Questa cosa ebbe infatti rilevante importanza nelle battaglie Franco-Austriache del 1635, di cui si accenna pure nella descrizione della Val di Fraéle. Ma una notizia storica molto importante e quasi sconosciuta è quella del passaggio in questa Valle di uno dei più famosi e bravi orafi e scultori italiani: Benvenuto Cellini. Il turbolento e litigioso artista fu chiamato, nel 1540, alla Corte di Francesco I a Parigi, che lo tolse dal carcere di Castel S. Angelo nel quale lo aveva rinchiuso il Papa Paolo III, e decise di raggiungere la Francia per la via di Ferrara e passando per le nostre montagne. Questo lo scarno resoconto che ci lasciò. riguardante il passaggio delle Alpi: "Presi il cammino per terra di Grigioni, perché altro cammino non era sicuro rispetto alle guerre. Passammo le montagne dell'Alba e della Berlina. Era agli otto di Maggio ed era neve grandissima. Con grandissimo pericolo della vita nostra passammo queste due montagne". Le "montagne dell'Alba" fanno quasi sicuramente riferimento all'Albiola, cioè alla Val Viola, in quanto precedono quelle "della Berlina", cioè il Passo del Bernina, che porta in terra Grigiona.”
Montagne dell’Alba: espressione suggestiva e fascinosa, per quelle montagna che sono, anche, montagne del tramonto, perché, come già detto, qui il sole viene a posarsi dopo la sua quotidiana fatica.
Queste montagne appartennero ed appartengono al comune di Valdidentro; i loro ricchi pascoli costituivano uno dei punti di forza dell’economia di questa comunità. Appartenevano al comune, infatti, i pascoli di Altumera, Zembrasca, Zattarona, Stagimel, Arnoga, con un’estensione complessiva di circa 700 ettari; ed ancora Zerbo, con 80 ettari, e Funera, con 13 ettari. La loro capacità complessiva di carico era di 350-400 capi di bovini e 400-500 ovini.


Alta Val Viola Bormina e Corno di Dosdè (clicca qui per ingrandire)

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LA GEOGRAFIA

Dopo la presentazione storica, si impone un inquadramento geografico. Ce lo offre l’ampia presentazione della valle nella Guida alla Valtellina curata, per il CAI di Sondrio, da Fabio Besta (1884):
“La Valle Viola.Fra Isolaccia e Semogo si apre a occidente la bella e alpestre Valle Viola, la quale si dirama in alto in quattro vallette minori, la Val Verva per cui si scende in Val Grosina, la Valle di Dosdè e la Val Viola Bormina che aprono il passo alla Valle di Campo e a Poschiavo, e la Valle di Misestra che mette alla Valle di Livigno. Da Semogo vedonsi, svolte in ampio cerchio, pressoché tutte le sue cime dirupate, e le pareti di ghiaccio scosceso e infranto che scendono da esse, le quali, alternate come sono da nere rupi frastagliate, offrono mirabili variazioni di colore. Sono cime o ghiacciai che gareggiano con quelli tanto più celebrati del vicino Bernina, e che sono tuttora assai di rado e da pochi visitati. Risalgono la Valle Viola due buoni sentieri lungo le due sponde del torrente, a mezza costa. A quello che segue la sponda destra si accede direttamente da Isolaccia. Esso girando i seni di Vai Elia (Lia) e di Cardonè, entra in Val Verva. A questa valle, che giace tra gli ampi fianchi e i dirupati speroni del Piz Dosdè o della Cima dei Piazzi, e che è percorsa da un torrente il quale con molto fragore si precipita in varie cascate tra angusti burroni, si può giungere seguendo un altro sentiero, più lungo ma assai più pittoresco. Esso sale da Isolaccia all'alta Val Elia, poi sormonta lo sperone ad occidente ed entra nel Vallone di Cardonè ricco di ghiacciai scoscesi, di morene d'ogni maniera, di rocce levigate e striate, di burroni e caverne, di laghetti e cadute d'acqua, quindi attraversa codesto vallone per ripide frane sotto orridi dirupi, e, raggiunta una bocchetta facile a discernersi, scende lungo altre frane l’erta costa di Val Verva. Dalle Cascine di Verva un comodo sentiero conduce in un'ora e mezzo al laghetto di Verva, e al vicino passo che metto in Val Grosina, lungo la quale in circa tre ore si può scendere a Grosio o Grosotto. Dal fondo di Val Verva, salendo la facile vedretta che si stende al sud della Cima dei Piazzi e poi scalando la cresta scoscesa, si può, per altri dirupi e vedrette, scendere in Valle Campaccio e quindi a Ceppina..


Val Cantone di Dosdè (clicca qui per ingrandire)

Scendendo da Semogo direttamente verso il torrente e varcandolo si va lungo una buona strada mulattiera, attraverso boschi, al casolare di S. Carlo, su una sporgenza del Monte Arnoga in mezzo ai prati ridenti, quindi allo Cascine di Permoglio, poi a quelle più lontane di Campo e di Crapena e al Ponte della Minestra sul torrente che scende di fronte a Val Verva. Da questo ponte, e precisamente lungo il sentiero che un po' più innanzi della croce sale a destra, si può in un'ora e mezzo giungere all' alpe Funera. Di là continuando la comoda salita lungo le falde delle Coste di Zembrasca e piegando un po' a sinistra, si arriva, dopo aver sormontato gandoni e alcune non difficili rupi, al giogo che è al nord del Monte Zembrasca; dal qual giogo, rasentando il lembo estremo d'un superbo ghiacciaio, si può scendere nella Valle delle Mine o di Tresenda, e per essa a quella di Livigno a un'ora di cammino sopra la borgata. Se invece dal Ponte della Minestra si continua a risalire la Val Viola per le Coste d'Altomera si giunge alla Val Viola Bormina, e per essa al colle che separa i due versanti, da cui si ha superba veduta sulle cime circostanti e sul Bernina. Da Semogo a questo colle occorrono circa quattro ore e mezzo di cammino. La discesa lungo la Val Viola Poschiavina può farsi per vari sentieri; il più comodo è quello che piega a destra seguendo la sponda sino alla parte superiore dell'Alpe Toson, e poi discendo alle cascina. Fra rialzi dovuti ad antiche morene stan qui vari laghetti tra cui quello bellissimo di Saosseo (2163 m.). In meno di cinque ore, per la Valle di Campo, si può discendere a Pisciadello sulla strada del Bernina e a Poschiavo.
Dalle Baite di Dosdè, a cui si può giungere salendo la Val Viola lungo l'una o l'altra sponda del torrente, seguendo un sentiero che s'addentra nella Val di Dosdé o poi ascendendo ripide frane e rupi scoscese è possibile arrivare a una bocchetta vicina alla punta più alta del Corno Dosdé, la punta a lama; di là scivolando lungo una spaccatura di roccia levigata o scalando rupi asprissime ed erte frane si può, con grande difficoltà e non senza pericoli, giungere egualmente all'Alpe Toson in Val Viola Poschiavina. Meno malagevole e pericolosa è la gita nel senso opposto per le minori difficoltà che presenta la salita della spaccatura di roccia levigata che non la sua discesa. Se si risale inveco dal fondo della Val di Dosdé la Vedretta di Val Viola, si può per la vedretta medesima che si prolunga verso la Valle Vermolera, scendere, senza molte difficoltà, in questa stessa vallo ricca di laghi montani, e per essa nella Val Grosina.


Val Viola Bormina

Rinserrano la Val Viola, a cominciare dal nord, il Monte Foscagno (3086 m.), il Monte Zembrasca, la Cima di Campo (3305 m.), il Corno Dosdé, la Cima di Lago Spalmo (3270 m.), il Sasso del Piano, il Piz Dosdé, la Cima dei Piazzi (3500 m.), la Cima di S. Colombano (3019 m) e altre cime minori. … Ci si disse che la Cima di Lago Spalmo è stata salita dal dott. Bartolomeo Sassella dal versante di Val Grosina. Il Corno Dosdé è punto trigonometrico della gran carta dello S. M. A.; su di esso, a quanto ci si assicura, appare ancora il tradizionale ometto di pietra che vi avrebbero eretto i compilatori di quella carta; ignoriamo se sia stato salito da alpinisti in tempi recenti. Quel suo comignolo estremo alto da quindici a venti metri, largo alla base non più di un campanile e collo pareti lisce pare proprio più arduo a salirsi che non il famoso Dent du Géant a cui tanto assomiglia.


Val Viola Bormina e Val Cantone di Dosdè (clicca qui per ingrandire)

Poco più di vent’anni dopo, la valle appare così a Bruno Galli Valerio (da “Punte e passi”, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Bettini, Sondrio, 1998), che il 30 luglio 1906 scende dal rifugio Dosdé lungo la Val Cantone di Dosdé:
Alle sette e quindici scendiamo le gande verso Val Dosdé. Qua e là appaiono le corolle dorate del papavero alpino. Sopra di noi il Corno di Dosdé, si rizza in una nuovissima forma che ricorda uno degli aspetti del Cervino. Alla Baita del Pastore entriamo in uno splendore di pascoli e fiori; in una musica di campanelle di vacche. Davanti a noi si profila sul cielo di un azzurro intenso, la cima di Foscagno. Passate le baite di Dosdé, valichiamo il Viola su di un ponticello di legno e facciamo il nostro primo title in mezzo alla valle, in un boschetto di larici. Da questo punto, lo sfondo della valle di Dosdé sarebbe degno del pennello di un Segantini: Sopra i pascoli di una calda tinta verde e giallo d'oro, si eleva la vedretta di Dosdé luccicante sotto i raggi del sole, incorniciata dalle eleganti punte che vanno dal Pizzo di Dosdé alle Cime di Viola. Nessun panorama delle Alpi è più artistico di questo. Sulla nostra destra, il panorama è completato dall'imponente parete nera del Corno di Dosdé e dalle Cime di Campo. Passiamo là quaranta minuti, "sognando, come direbbe Flaubert, le innumerevoli esistenze sparse intorno a noi, gli insetti che ronzano, le sorgenti nascoste sotto l'erba, la linfa che scorre nelle piante, gli uccelli nei loro nidi, tutta la natura, senza cercare di scoprirne i misteri, sedotti dalla sua forza, perduti nella sua grandezza".
Abbiamo parlato di Val Viola senza ulteriore specificazione, ma, per amore di precisione, dovremo aggiungere “Bormina”, per distinguerla dall’omonima valle che, come abbiamo letto nella Guida alla Valtellina, dal passo di Val Viola, confine di stato fra Italia e Svizzera, scende fino a confluire nella Valle di Poschiavo, in territorio elvetico.


Val Viola Bormina e rifugio di Val Viola (clicca qui per ingrandire)

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LE ESCURSIONI

La valle offre diverse possibilità escursionistiche, che vanno dalle semplici camminate agli itinerari di impegno propriamente escursionistico.
Vi troviamo anche due rifugi (il recente Federico in Dosdé ed il più antico Rifugio Val Viola) e tre bivacchi (Ferrario e Cantoni, nelle laterali Val Lia e Val Cardonè, e Calarini, in Val Cantone di Dosdé). Infine, anche gli amanti della mountain-bike trovano qui di che pedalare con soddisfazione e senza eccessivo dispendio: una strabella militare si sostituisce alla strada asfaltata che si addentra, da Arnoga, in valle, e porta fino al passo di Val Verva.
Arnoga (dalla base prelatina “arna”, cioè anfratto, cavità nella roccia, oppure, secondo l’antica grafia “Renoga”, dal celtico “renos”, fiume), è il punto di riferimento per tutti coloro che vogliono visitare la valle: si tratta di un piccolo gruppo di case, con una chiesetta, posto a 1874 metri ed a 18 km da Bormio, sulla strada statale 301 del Foscagno, in corrispondenza dell’ultimo tornante dx prima del lungo tirone che porta al passo. Proprio sul tornante si trova la partenza, verso sinistra, della stradina asfaltata che si addentra in Val Viola (lo svincolo non è, dunque, dei più semplici: attenzione). Unico riferimento: un cartello che segnala il rifugio Viola. La stradina asfaltata, al momento (2009) è percorribile interamente, senza permesso, ad eccezione dei mesi estivi (giugno, luglio, agosto), nei quali bisogna acquistare un permesso giornaliero (3 Euro per il primo parcheggio sopra l’alpe Campo, 5 Euro per il secondo, presso Altumeira). Teniamo presente che nel periodo di punta della stagione estiva i parcheggi si riempiono rapidamente, per cui nella seconda mattinata l’accesso è già impossibile. Resta pur sempre la possibilità di parcheggiare liberamente ad un ampio parcheggio posto nei pressi della strada statale poco oltre lo svincolo.
Raccontiamo, dunque, alcune delle escursioni che la Val Viola ci offre, partendo dalla salita al passo di Verva, porta di accesso all’alta Val Grosina.


Val Viola Bormina (clicca qui per ingrandire)

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VAL VERVA: AL LAGO NERO; TRAVERSATA AD EITA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Parcheggio di Verva-Lago Nero
3 h
740 m.
EE
SINTESI. Percorrendo la ss. 310 del Foscagno all’ultimo tornante dx prima del lungo traverso che conduce al passo, in località Arnoga (m. 1850), troviamo, sulla sinistra (proprio sul tornante) la stradina che se ne stacca (indicazioni per il rifugio Viola) e si inoltra in Val Viola Bormina (acquisto di pass in estate). Ci portiamo così al per il parcheggio di Verva, che è posto poco a valle rispetto alla strada. Iniziamo a percorrere una stradina che parte dal limite del parcheggio e scende verso il fondovalle, passando per l'alpe Campo. Ignorata la pista che a destra si dirige al rifugio Viola, scendiamo ad una conca, dove termina la discesa, in località Baite Paluetta. Dopo una leggera salita, troviamo, sulla sinistra, una pista sterrata che se ne stacca e comincia a scendere fino al ponte sul torrente Viola. Sul lato opposto della valle troviamo la pista che comincia a salire giungendo all'imbocco della Val Verva e cominciando ad inoltrarsi in essa, sul suo lato destro (per noi). Passiamo così a destra della Cascina di Verva (m. 2123) ed a sinistra del Sasso di Castro. Proseguiamo in direzione del passo di Verva e, giunti in prossimità di esso, troviamo un cartello sul lato sinistro della strada, con l’indicazione “Lago Nero – Cima Piazzi”.  Ci dirigiamo verso est fino a giungere in vista del torrentello che scende dalla Vedretta di Verva, per poi seguirlo rimanendo alla sua destra. Descriviamo, così, un arco che piega gradualmente a sud-est, fino a raggiungere, su sentiero, il ripiano che si stende a sud della modesta elevazione quotata 2557 metri sulla carta IGM. Dal ripiano, piegando verso destra, saliamo infine, superando una fascia di sfasciumi, all’ampia conca che ospita il lago Nero (m. 2586). ITINERARIO ALTERNATIVO. Portiamoci appena sotto il passo in Val Verva, poi lasciamo la sterrata, andando a sinistra e portandoci ad un breve trinceramento scavato durante la prima Guerra Mondiale, per poi proseguire su una traccia di sentiero che risale il dosso erboso in direzione est-sud-est. Guadagnato un pianoro superiore, dove si nota anche una pozza prosciugara, pieghiamo a sinistra, risalendo, su traccia di sentiero, ad un secondo pianoro, dove, piegando un po’ a destra, troviamo il lago Maurignino (m. 2465). Inizia, ora, la parte più impegnativa dell’escursione: per guadagnare il ripiano del lago Nero dobbiamo tagliare una faticosa fascia di grossi massi, procedendo con attenzione e salendo in diagonale (o meglio, descrivendo molto gradualmente un arco verso destra)  in direzione est-sud-est. La noiosa salita richiede cautela: i massi, che via via si fanno meno grossi, non sempre sono stabili. Alla fine, eccoci per questa seconda via al lago Nero. Il ritorno può avvenire per una delle due vie descritte sopra (passando, cioè, a sinistra o destra del rio di Valù..

La Val Verva, prima laterale meridionale della Val Viola Bormina, ebbe in passato un’importanza storica non secondaria come porta di accesso alla contea di Bormio dal Terziere superiore di Valtellina. Venne utilizzata, per esempio, nel 1376 dalle truppe del duca di Milano che invasero dalla Val Viola il Boemiese per punire Bormio, con il primo terribile saccheggio, per la ribellione del 1370: probabilmente risalirono l’intera Val Grosina e scesero in Val Verva dal passo omonimo (m. 2301); la fortificazione di Serravalle venne così semplicemente elusa. Anche la denominazione sembra testimoniare di insediamenti assai antichi nella valle: Verva deriva, forse, da “Vervinius” che, a sua volta, contiene una radice etrusca simile a quella di “Berbenno” (anche se non è da escludere l’origine da “vevra”, “spineto”).
Percorriamo, dunque, la strada asfaltata di Val Viola: superata la località Dosso (la riconosciamo perché ad una prima ripida salita succede un’altrettanto ripida discesa), troviamo l’indicazione per il parcheggio di Verva, che è posto poco a valle rispetto alla strada a circa 3 km dalla sua partenza. Lasciamo, dunque, qui l’automobile ed iniziamo a percorrere una stradina che parte dal limite del parcheggio e scende verso il fondovalle. All’inizio siamo all’ombra di una fresca pecceta e, sul fondo, si staglia il profilo inconfondibile del Corno di Dosdé, una delle icone più caratteristiche della valle. La discesa termina all’alpe Campo, dove troviamo anche alcune baite costruite con la parte inferiore in muratura e quella superiore in legno, con la tecnica del block-bau o cardana (incastro dei tronchi negli angoli). La strada qui assume un andamento pianeggiante. Dopo una breve salita, scendiamo ancora, lasciando alla nostra destra, in corrispondenza di una cappelletta, una pista secondaria che si inoltra nella valle (indicazioni per la Val Viola ed il rifugio Viola). Alla fine giungiamo alla conca dell’alpe Campo, dove termina la discesa, in località Baite Paluetta (m. 1938). Qui la strada si porta in prossimità di un’area di campeggio. Dopo una leggera salita, troviamo, sulla sinistra, una pista sterrata che se ne stacca e comincia a scendere. Dopo poche decine di metri, nel punto in cui la pista viene raggiunta da una seconda pista pianeggiante che proviene dall’ingresso della pista, si trova un cartello escursionistico che dà l’alpe Verva ad un’ora e venti ed Arroga a 45 minuti. Proseguiamo nella discesa, sul sentiero numerato 201, fino al fondovalle, dove un ponte (a quota 1850 metri) ci permette di passare dal versante settentrionale a quello meridionale. Sul lato opposto la pista inizia a salire, verso sinistra. Una breve discesa ci porta ad un pannello che illustra le caratteristiche del bosco misto di latifoglie; segue un tratto pianeggiante, poi la salita riprende. Guardando a sinistra notiamo, con un po’ di disappunto, che dopo una buona mezzora di cammino siamo ancora più bassi del parcheggio dal quale siamo partiti. Ma, come si dice, la pazienza è la virtù dei forti. Raggiungiamo una sequenza di tornanti dx-sx; guardando oltre l’imbocco della Val Viola, vediamo, sul fondo, le cime della Val Fraele ed il monte delle Scale. La pista descrive poi un arco verso destra e raggiunge un bel poggio erboso: vediamo, ora, davanti a noi l’imbocco della Val Verva e passiamo nei pressi di un gruppo di baite (Baite Verva di sotto), che lasciamo alla nostra destra.
La pista ora assume un andamento costante sud-sud-est, risalendo la valle sul suo versante occidentale (destro per noi), con pendenza media ed in qualche tratto accentuata. Ignorate un paio di piste secondarie che si staccano sulla nostra destra, cominciamo a vedere, sul fondo della Val Verva, il Sasso Maurigno, posto a sud-est del passo di Verva, fra Val Verva e Val Grosina. Incontriamo anche un cartello dell’Alta Via della Magnifica Terra, che dà, sul sentiero 201, il passo di Verva ad un’ora, il rifugio Falck ad un’ora e 50 minuti ed Eita a 2 ore e 20 minuti. Un diverso itinerario, invece, porta, sul lato opposto della valle al bivacco Ferrario ad un’ora e mezza, il bivacco cantoni a 2 ore e mezza e l’alpe Boron a 3 ore. Un terzo itinerario, che si dirige in direzione opposta, cioè verso l’interno della Val Viola, sul suo versante sud-orientale, porta al lago di Selva in un’ora e trenta, al rifugio federico al Dosdè in 2 ore e mezza ed al rifugio Viola in 3 ore e 40 minuti.


Passo di Verva

Poco più avanti, siamo all’alpe Verva ed una pista che si stacca sulla sinistra porta alla Cascina di Verva (m. 2123), nella quale, d’estate, possiamo trovare ristoro, perché l’alpe è caricata. Se guardiamo in alto, alla nostra destra, vediamo una caratteristica torre di roccia; alla sua destra, una cima scoscesa: si tratta della cima di Verva che, da qui, sembra inaccessibile (ma sul versante opposto ha un aspetto decisamente meno repulsivo). Proseguiamo superando una successione di tre gobbe. Alla nostra destra, ora, precipita, con pareti scure e verticali, il Sasso di Castro (oltre la sua sommità si apre un versante di pascoli per il quale passeremo). Il passo di Verva sembra sempre lì, a portata di mano, mentre in realtà è ancora abbastanza lontano. Sulla nostra sinistra vediamo un bel pianoro paludoso, con un pannello che ne illustra le caratteristiche.
Manca ancora più di un chilometro, superato il quale siamo alla facile sella del passo di Verva (m. 2301): davanti a noi si apre l’ampio corridoio dell’alta Val Grosina; la pista sterrata lo percorre in discesa, con andamento regolare, e termina ad Eita (m. 1703), il principale centro della Val Grosina. Se non disponiamo di due automobili, non è però un’idea felice quella di effettuare questa discesa; teniamo, invece, presente che a sinistra del passo (nord), su un ripiano glaciale, si trova un bel sistema sistema di laghetti (il più grande è il lago Nero, m. 2586), in uno scenario suggestivo e solitario. Non è difficile visitarli, anche se non esiste un percorso segnalato.


Lago Nero

Prendiamo come punto di riferimento il solco del torrente che scende al centro della valle mezzo chilometro circa sotto il passo (sul versante di Val Verva). Seguendolo sul lato sinistro, superata una strettoia (qui troviamo un sentiero ben marcato) accediamo al fianco di una morena, risalendo la quale siamo al ripiano glaciale, che percorriamo descrivendo un arco di cerchio verso destra. Dopo alcuni microlaghetti, raggiungiamo le cupe acque del lago Nero, dominato, ad ovest, dalla mole possente del Punta di Dosdé (m. 3280), uno dei signori della Val Viola. L’escursione dal parcheggio di Verva al lago Nero richiede circa 3 ore di cammino, per un dislivello approssimativo di 740 metri (ma poi, per tornare al parcheggio, dovremo mettere in conto altri 100 metri circa di dislivello in salita).


Val Viola Bormina e Val Cantone di Dosdè

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LAGO E CIMA DI VERVA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Parcheggio di Verva-Cima di Verva
3 h e 30 min.
1040
E
SINTESI. Percorrendo la ss. 310 del Foscagno all’ultimo tornante dx prima del lungo traverso che conduce al passo, in località Arnoga (m. 1850), troviamo, sulla sinistra (proprio sul tornante) la stradina che se ne stacca (indicazioni per il rifugio Viola) e si inoltra in Val Viola Bormina (acquisto di pass in estate). Ci portiamo così al per il parcheggio di Verva, che è posto poco a valle rispetto alla strada. Iniziamo a percorrere una stradina che parte dal limite del parcheggio e scende verso il fondovalle, passando per l'alpe Campo. Ignorata la pista che a destra si dirige al rifugio Viola, scendiamo ad una conca, dove termina la discesa, in località Baite Paluetta. Dopo una leggera salita, troviamo, sulla sinistra, una pista sterrata che se ne stacca e comincia a scendere fino al ponte sul torrente Viola. Sul lato opposto della valle troviamo la pista che comincia a salire giungendo all'imbocco della Val Verva e cominciando ad inoltrarsi in essa, sul suo lato destro (per noi). Passiamo così a destra della Cascina di Verva (m. 2123) ed a sinistra del Sasso di Castro. Poco più avanti, ad una quota di circa 2250 metri e ad una distanza approssimativa di un chilometro dal ben visibile passo di Verva, dobbiamo prestare attenzione al versante alla nostra destra. Superati alcuni grandi massi, vediamo, osservando bene, la partenza di un sentiero, non molto marcato (l’erba se lo sta mangiando), ma individuabile. Seguendolo, ci allontaniamo dal passo di Verva e saliamo gradualmente verso nord-ovest. Superata una portina fra due massi, siamo ad un punto che richiede un po’ di attenzione, perché una falsa traccia sembra proseguire diritta, mentre la vera mulattiera scarta a sinistra e propone una sequenza di tornantini sx-dx-sx-dx, prima di passare sotto un masso di medie dimensioni e di riprendere l’andamento diritto, in graduale salita. Superato un masso con un piccolo ometto, scavalchiamo tre vallecole. Segue una serrata sequenza sx-dx, oltre la quale attraversiamo una fascia di massi ed un vallone. Proseguiamo diritti fino al punto con una nuova sequenza sx-dx: memorizziamola per il ritorno, perché non è facilmente individuabile. Poi siamo a due modesti corsi d’acqua, che scendono placidamente seminascosti dai sassi: probabilmente al ritorno scenderemo seguendoli. La mulattiera li supera e procede in direzione del filo di un dosso erboso. Percorriamo ora una sorta di largo corridoio erboso, dove la pista, per quanto poco marcata, si individua bene. Ci dirigiamo verso un più stretto corridoio, fra rocce arrotondate, a destra, e rocce. Ora dobbiamo procedere a vista. A monte del rudere c’è un piccolo promontorio roccioso che dobbiamo aggirare sfruttando un ripido canalino sulla destra. Raggiunto così un ripiano, vediamo di fronte a noi, un secondo più alto gradino, che dobbiamo superare. Piegando leggermente a destra, ci portiamo ai piedi del crinale, abbastanza ripido. Esiste un sentierino, che si vede appena e che lo risale, con modeste serpentine, quasi diritto, passando un centinaio di metri a sinistra di un caratteristico roccione, che vediamo in alto. Ci affacciamo così ad una bella conca (m. 2550), con un microlaghetto alla nostra sinistra. Proseguiamo nella salita, risalendo una sorta di corridoio appena a monte del laghetto, guadagnando il ciglio di una conca più ampia. Vediamo ora, alla nostra sinistra, un po’ più in basso, un secondo e più grande microlaghetto, dalla forma che assomiglia vagamente ad una tozza “U". Saliamo ancora verso ovest, in diagonale, tagliando, verso sinistra, il facile versante a monte del microlaghetto, fino ad un grande ripiano in buona parte occupato da detriti chiari, con un grande masso erratico quasi sul ciglio, alla nostra sinistra. Procediamo passando nei pressi di una pozza e giungiamo in vista del lago di Verva (m. 2640). Procediamo contornando il lago sul lato di destra, scavalcando l’emissario e portandoci a ridosso del ripido versante. Qui troviamo in sentierino che comincia a risalirlo in diagonale, verso sinistra, con pendenza modesta. Ora, prendiamo come riferimento il lago che resta alle nostre spalle: una volta raggiunta la verticale del punto medio del suo lato settentrionale, dove la sua riva descrive una sorta di insenatura, lasciamo il sentierino e prendiamo a destra, risalendo la ripida striscia erbosa che troviamo diritta sopra di noi, compresa fra due strisce di versante occupato da sfasciumi e terriccio. Alla fine giungiamo ad una sella sul crinale e prendendo a sinistra siamo alla cima di Verva (m. 2826).

Per completare il quadro delle possibilità escursionistiche offerte dalla Val Verva, segnaliamo che, a circa un chilometro di distanza dal passo di Verva (per chi sale), si trova, sulla destra, un sentiero che si stacca dalla pista sterrata (non è facile vederlo: con attenzione, però, lo si individua sul fianco di magri pascoli e massi) e sale, con una lunga diagonale verso destra (tornando, cioè, verso il fondovalle) ed andamento regolare, superando alcune vallecole e portando ad un ripiano erboso terminale dove si trova anche il rudere di una casermetta. Qui termina. Salendo più o meno diritti il versante a monte del rudere approdiamo ad un primo ripiano; scovando, con un po’ do’cchio, il sentierino o la via migliore, vinciamo un secondo più ripido gradone che ci porta ad un ripiano superiore, dove si trovano alcuni laghetti. Procedendo sul lato destro del ripiano giungiamo, infine, al bel lago di Verva (m. 2460); raggiunta, poi, la sua sponda opposta, siamo ai piedi del ripido versante erboso della cima di Verva, risalito il quale (più o meno dal centro del lago) guadagniamo il crinale che, seguito verso sinistra, ci porta alla cima di Verva (m. 2826), ottimo osservatorio panoramico sull’intera Val Viola Bormina.
Calcoliamo, dal parcheggio di Verva alla cima di Verva, 3 ore e mezza circa; il dislivello approssimativo in altezza è di 1040 metri.


Clicca qui per aprire una panoramica sulla Val Viola dalla cima di Verva

LAGO E CIMA DI VERVA

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AL RIFUGIO ED AL PASSO DI VAL VIOLA

Val Viola Bormina e rifugio di Val Viola

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Parcheggio di Altumeira-Rifugio di Val Viola
1 h e 30 min.
215
T
Parcheggio di Altumeira-Passo di Val Viola
2 h
360
T
SINTESI. Percorrendo la ss. 310 del Foscagno all’ultimo tornante dx prima del lungo traverso che conduce al passo, in località Arnoga (m. 1850), troviamo, sulla sinistra (proprio sul tornante) la stradina che se ne stacca (indicazioni per il rifugio Viola) e si inoltra in Val Viola Bormina (acquisto di pass in estate). Superato il parcheggio di Verva, che è posto poco a valle rispetto alla strada, raggiungiamo dopo 5 km il parcheggio di Altumeira (m. 2100), dove lasciamo l'automobile. Ci mettiamo, dunque, in cammino su una larga pista sterrata, superando quasi subito un crocifisso in legno, alla nostra destra. Sul lato opposto si stacca da quella principale una pista, in discesa: la ignoriamo. Ben presto siamo alle baite della località Altumeira (o Altumera, m. 2125), dove si trova un ristoro. Ignoriamo un sentiero (Sentiero Italia) che si stacca dalla pista alla nostra destra e poco più avanti, a quota 2170, siamo ad un bivio: la pista che scende sulla sinistra si porta all’ampia conca dell’alpe Dosdé ed al rifugio Federico in Dosdé; noi restiamo, invece, sulla pista di destra, che continua a salire, accentuando la pendenza, per vincere l’ultimo gradino prima del circo terminale della Val Viola. Passiamo a destra, alti, sopra il lago di Val Viola (m. 2267) e a quota 2295 siamo ad un nuovo bivio. Una freccia su di un masso indica la partenza, sulla sinistra, del sentiero che, staccandosi dalla pista, raggiunge per la via più breve il Rifugio Viola. Dopo un primo breve tratto pianeggiante, il sentiero scende al torrente Viola Bormina, che scavalchiamo su un ponticello in legno. Una breve salita ci porta, alla fine, al rifugio di Val Viola  (m. 2315). Imbocchiamo, dunque, la pista che raggiunge il lato occidentale del rifugio: seguendola, saliamo, con pendenza sempre molto graduale e con diversi tornanti. Lasciamo, più basso, alla nostra sinistra, il più elevato dei laghetti di Val Viola (m. 2432), dominato dal Corno di Dosdé. Proseguendo diritti, raggiungiamo il punto terminale della pista, il passo di Val Viola (m. 2455).


Val Cantone di Dosdè (clicca qui per ingrandire)

Raccontiamo, ora, la più riposante salita al rifugio Val Viola ed all’omonimo passo. In questo caso parcheggiamo l’automobile al secondo parcheggio, posto nel punto in cui termina la strada asfaltata, a 5 km circa da Arnoga (parcheggio di Altumeira, m. 2100). Qui troviamo alcuni cartelli escursionistici; uno segnala il percorso Val Dosdé-Bivacco Caldarini-Capanna Dosdé-Val D’Avedo-Val Grosina. Il rifugio Federico in Dosdé del CAI di Bormio è dato a 45 kinuti, mentre il rifugio Val Viola (per il quale passeremo) è dato ad un’ora e mezza; a 700 metri, infine, è segnalato il ristoro in località Baite Altumeira. Ci mettiamo, dunque, in cammino su una larga pista sterrata, superando quasi subito un crocifisso in legno, alla nostra destra. Sul lato opposto si stacca da quella principale una pista, in discesa: la ignoriamo. Poco più avanti si apre lo splendido scenario dell’ampia conca dove confluiscono la Val Viola e la Val Cantone di Dosdé; sul fondo si mostrano, in tutta la loro bellezza, la cima di Lago Spalmo e la cima Viola, con la vedretta di Dosdé.


Val Cantone di Dosdè

Questa vedretta è quel che resta dell’immane ghiacciaio che in tempi remoti riempiva interamente la valle. Nell’era tardoglaciale l’intera valle era, infatti, occupata da un ghiacciaio che comunicava ad est, per i passi di Foscagno e di Trela, con quello di Livigno, e ad ovest, per il passo di Val Viola, con quello di Campo,nell’attuale Svizzera. La colata della Val Viola e del Livignasco confluiva, poi, nella piana di Bormio, dove si congiungeva con quelle della Valle dello Stelvio e della Valfurva. Il fronte del ghiacciaio era probabilmente posto nell’attuale località di Zola in Valdisotto (m. 1140). L’altezza era impressionante: raggiungeva la linea ideale che congiunge le Motte di Oga, ad ovest, con la località di San Pietro sopra Piatta, ad est. È stata anche avanzata l’interessante ipotesi, dall’illustre glaciologo prof. Nangeroni, che la colata Viola-Dosdé-Piazzi, giunta alle Motte d’Oga, fosse risospinta indietro dalle più imponenti masse delle colate Stelvio-Valfurva, e costretta ad assumere l’andamento nord-est, in direzione della Val Trela e della Valle di Fraele, per poi scendere in Valle del Gallo. Mentre camminiamo, lasciamo la mente libera di volare all’impressionante scenario dello scontro fra questi titani bianchi. Scontro cui seguì la comune rovina, con il progressivo ritiro della morsa dei ghiacci. Venendo ad epoche a noi assai più vicine, ricordiamo che nella Piccola Età Glaciale compresa fra il 1600 ed il 1850 i ghiacciai segnarono una significativa avanzata (nulla di paragonabile, ovviamente, all’età glaciale); una nuova e più breve fase di avanzata si ebbe attorno al 1920. Segni di questi progressi limitati sono, in Val Viola, alcune morene ancora scarsamente ricoperte di vegetazione, rispetto a quelle ben più antiche e ben più colonizzate dalla vegetazione medesima. Dopo il 1920, iniziò, per i ghiacciaio, un periodo di progressivo ritiro che, ad eccezione di un decennio segnato da una modesta inversione di tendenza fra il 1970 ed il 1980, è proseguito fino ad oggi.
Un oggi segnato dalle cronache, ormai di dominio pubblico, dell’effetto serra e del riscaldamento globale, che rischia di colpire a morte queste abbaglianti vesti che sono il segno più solenne della signoria della montagna. Non si pensi, però, che in passato non vi siano state fase nelle quali faceva più caldo di oggi. Proprio in Val Viola, sul lato opposto rispetto a quello che stiamo risalendo, fu trovato, qualche decennio fa, in Caricc’, cioè una macina in pietra che testimonia la presenza di un mulino e quindi una coltivazione di cereali ad una quota di poco superiore ai duemila metri, impensabile con il clima attuale. Possiamo ipotizzare che tale coltivazione risalga ai secoli del tardo medioevo, nei quali, dunque, la temperatura media era superiore a quella attuale. Quindi, se il sole picchia, non lamentiamoci troppo: qualche secolo fa avrebbe potuto andarci peggio.
Immersi in questi pensieri (pensare fa bene alla mente, ma anche allo spirito, in quanto non ci fa avvertire la fatica), guadagniamo progressivamente quota. Ben presto siamo alle baite della località Altumeira (o Altumera, m. 2125), dove si trova il ristoro segnalato al parcheggio. La sua denominazione risale, secondo Renzo Sertoli Salis, alla radice “mar” o “marra”, voce forse mediterranea che sta per “frana” (la stessa all’origine di “Mera”, celebre fiume di Chiavenna); il significato originario sarebbe, dunque, di costiera che frana nella sua parte alta.
Sulla nostra destra parte un sentiero; un cartello segnala che si tratta di un segmento del Sentiero Italia (numerato 109), seguendo il quale ci si porta in 30 minuti alla malga Funeira (o Funera: l’etimo è incerto, ed il Sertoli Salis ipotizza anche la voce latina “funus”, funerale), in 3 ore al Colle delle Mine ed in 6 ore e 15 minuti alla località Teola di Livigno. La pista sulla quale procediamo, invece, è, è segnalata come percorso 209, che porta al rifugio Federico in Dosdè, al rifugio di Val Viola (dato ad un’ora e 10 minuti) ed al passo di Val Viola (dato ad un’ora e mezza).


Rifugio di Val Viola e Corno di Dosdè

Proseguendo nella salita (con pendenza moderata) troviamo, sulla destra, una statua della Madonna in una nicchia della roccia ed una fontanella in legno presso una vallecola (sempre alla nostra destra). Poco più avanti, a quota 2170, siamo ad un bivio importante: la pista che scende sulla sinistra si porta all’ampia conca dell’alpe Dosdé ed al rifugio Federico in Dosdé; noi restiamo, invece, sulla pista di destra, che continua a salire, accentuando la pendenza, per vincere l’ultimo gradino prima del circo terminale della Val Viola, dove ci attende un cartello che dà il Rifugio Viola a 30 minuti.
Cominciamo a vedere lo squadrato edificio del rifugio, sul fondo, un po’ spostato a sinistra: lo riconosciamo anche per il suo caratteristico color salmone. La strada prosegue ora con andamento quasi pianeggiante. Vediamo quasi subito, guardando davanti a noi, sulla sinistra, il primo e più grande dei laghetti di Val Viola (lo segnala anche un cartello, che reca scritto: Lago di Val Viola m. 2267): la pista passa alla sua destra, rimanendo un po’ più alta.
Su questo gentile e tranquillo laghetto, cui fa da sfondo il passo di Val Viola, che sta da qualche parte sulla larga sella erbosa che chiude la valle, leggiamo quanto riporta il bel volume “Laghi Alpini di Valtellina e Valchiavenna” (De Bernardi Riccardo, Fassin Ivan, Mosello Rosario e Pelucchi Enrico, CAI, sez. di Sondrio, 1993): “Il maggiore Lago di Val Viola (2267 m) è situato ai piedi dell'imponente Corno di Dosdè, dalle forme severe e irregolarmente piramidali: una veduta classica della zona del bormiese. Anche l'accesso avviene in una varietà di ambienti e paesaggi anche vegetali (foresta di abeti rossi e gembri, lariceto, praterie e fasce di rododendro e mugo) per diversi chilometri, in vista dapprima della Cima Piazzi, poi delle aspre vette della Valle Dosdè. Frequentata in passato non tanto da disinteressati escursionisti, ma da contrabbandieri che non temevano di affrontare anche nell'inverno il lunghissimo percorso da Arnoga al confine e oltre (e viceversa), ne resta una testimonianza nella dismessa casermetta della Guardia di Finanza proprio in fondo alla valle, negli ultimi ripiani sotto il passo.”
Eccoci, quindi, ad un nuovo bivio, a quota 2295. Una freccia su di un masso indica la partenza, sulla sinistra, del sentiero che, staccandosi dalla pista, raggiunge per la via più breve il Rifugio Viola. Dopo un primo breve tratto pianeggiante, il sentiero scende al torrente Viola Bormina, che scavalchiamo su un ponticello in legno. Una breve salita ci porta, alla fine, al rifugio di Val Viola  (m. 2315).
Cediamo, di nuovo, la parola a Giovanni Peretti (vol. citato): “ll Rifugio Viola è situato in un ambiente di rara bellezza sia paesaggistica che naturalistica. I numerosi laghetti alpini che si trovano nell'ampia conca di origine glaciale, di cui il maggiore e più conosciuto è quel bellissimo lago di sbarramento morenico noto come Lago Viola, ricco di trote, costituiscono senza dubbio il principale elemento geomorfologico che caratterizza l'alta Val Viola. Il Rifugio è stato ricavato ristrutturando una vecchia Caserma militare risalente ai primi del '900, di cui si sono mantenute le severe caratteristiche. Sulle cartine topografiche compare ancora, generalmente, come 'Caserma di Val Viola”.
A sud-ovest del rifugio si impone la temibile mole del Corno di Dosdé (m. 3232), che da qui mostra il caratteristico corno roccioso che sembra staccarsi quasi dalla sua sommità e che ne spiega il nome. Sul lato opposto, in primo piano, il pizzo Bianco (m. 2827), la cui cima, si raccontava, era scenario dei sabba di streghe, stregoni ed animali maledetti, in realtà anime confinate (kunfinà) relegate nei posti più solitari e remoti di queste montagne. Dietro il pizzo Bianco si nasconde il più imponente pizzo Filone (m. 3133), mentre alla sua destra si riconosce la cima arrotondata del monte Foscagno (m. 3058); alla sua sinistra, infine, si intravede la punta Zembrasca (m. 3089).
È il momento giusto per ascoltare una leggenda legata al periodo del contrabbando; la riportiamo così come si legge nella bella raccolta dattiloscritta di Maria Pietrogiovanna “Le leggende in Alta Valtellina”, Valfurva, 27 giugno 1998:
“Le valli valtellinesi sono anguste ed avare per gli abitanti, i quali, non potendo trarre nemmeno il sufficiente per poter vivere dalla coltivazione delle proprie terre, spendono più di una notte, attraversando gli accidentati confini, per un poco di zucchero, di caffè, per la mamma, per la famiglia. Sovente accade che, al mattino, i doganieri rivedano nei campi, al lavoro paziente, i medesimi che sfuggirono, come scoiattoli, poco prima dell'alba... E lavorano così come se la notte l'avessero divinamente trascorsa, mentre l'han consumata in gita forzata, sudando, rischiando la pleura e sfidando il precipizio. Le vie percorse da questa povera gente sono sentieri della miseria e del coraggio, percorsi da gente eroica e pacifica, povera e dignitosa, che non chiede ed è pronta alla carità. E la lassù c'è anche la via aerea di Cirillo il Moro. Cirillo, pure, era una persona onesta, anche se dedita al contrabbando. Una sera lo Sgarba, un doganiere (finanziere), lo seguì. Cirillo continuò la sua strada, ma venne un temporale. Mentre il doganiere gli diceva di fermarsi, Cirillo, dopo aver indicato allo Sgarba il luogo adatto per sostare aspettando la fine del temporale, gli rispose che la legge è lassù, dietro il cielo, e saltò, quindi, sul lastrone di neve sottostante come aveva sempre saltato. L'acqua, però, aveva inzuppato i bordi pensili del seracco che si aprì e si chiuse sopra di lui. Lo Sgarba stette un'ora, due ore in quella nicchia e poi svenne. Non seppe mai quanto tempo passò, gli parve però di vedere Cirillo andar su come un arcangelo, di croda in croda, di cresta cresta. Gli parve di esser preso da lui per i capelli e posto luogo sicuro. Sognò che gli sorrideva e diceva: "Da questa parte ... da questa parte". Alla fine, quando il sole lo risvegliò, si ritrovò in fondo al ghiaione. Sul lastrone nevoso vide il piccolo sacco di Cirillo. Il finanziere scese, raccolse il sacco e lo portò alla madre del contrabbandiere morto. Da allora, quando uno Sgarba od uno Spallone percorrono quella via e vengon meno, si sa che sono presi per i capelli e tratti in salvo dall'anima onesta di Cirillo.”
Vediamo, ora, come proseguire. Una serie di cartelli escursionistici ci segnalano, fra l’altro, che, proseguendo nella salita lungo l’itinerario 291 possiamo raggiungere in 35 il passo di Val Viola, per poi scendere al Lagh da Val Viola (1 ora e 20 minuti dal rifugio) ed a Camp-Lungacqua (Val Viola Poschiavina, ad 1 ora e 50 minuti).
Imbocchiamo, dunque, la pista che raggiunge il lato occidentale del rifugio: seguendola, saliamo, con pendenza sempre molto graduale e con diversi tornanti, all’ampia sella sulla quale è posti il passo di Val Viola (m. 2455).
Lasciamo, più basso, alla nostra sinistra, il più elevato dei laghetti di Val Viola (m. 2432), dominato dalla montagna che è un po’ il cuore di questa valle, il Corno di Dosdé, che, da qui, mostra forse il suo aspetto più bello e regale. Curiosamente, incontriamo prima un cartello svizzero, che ci segnala che se siamo saliti fin qui in mountain-bike e vogliamo proseguire in territorio elvetico, dobbiamo lasciare la pista e prendere a destra. Se proseguiamo diritti, raggiungiamo il punto terminale della pista, il passo di Val Viola, appunto. Qui un cartello, italiano, segnala la quota 2460; segnala, inoltre, che proseguendo scendiamo in 45 minuti al Lagh da Val Viola, in un’ora e 15 minuti a Camp ed in un’ora e 15 minuti a Lungacqua. Un cippo, infine, posto nel 1947 segnala il punto esatto del confine. Due conti: siamo in cammino da poco più di due ore ed abbiamo superato un dislivello approssimativo in altezza di 360 metri.
Ottimo il panorama che si apre verso ovest (Valle di Poschiavo): a sinistra del pizzo Scalino si apre un bello scorcio del maestoso gruppo del Bernina. Dal passo dominiamo anche la Val Viola, i suoi laghetti, la sua ampia piana; sulla nostra destra la possente parete settentrionale del Corno di Dosdé conferisce allo scenario un tocco solenne e selvaggio.


Val Viola elvetica (clicca qui per ingrandire)

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LEGGENDE DI VAL VIOLA

È il momento di cercare di approfondire il mistero di questa valle, la valle delle origini. Una leggenda ci parla di un misterioso popolo delle origini, che abitò queste valli prima che ne prendesse possesso quella stirpe di uomini cui anche noi apparteniamo. Eccola, così come è riportata nella già citata raccolta dattiloscritta di Maria Pietrogiovanna “Le leggende in Alta Valtellina”, Valfurva, 27 giugno 1998:
Si narra che attorno ai laghetti posti al Passo Viola, da dove nasce il torrente omonimo, vivessero degli uomini selvatici. La loro altezza, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, non superava quella di un giovanetto a quindici anni, ma la loro forza vigorosissima uguagliava la loro agilità. Le loro donne avevano capigliature fluenti di un biondo platinato e gli occhi delicati e stellati simili alle genzianelle di primavera. Spaventate fuggivano dentro gli antri del Dosdè, della Val Cantone, del Zembrasca ed il loro pianto diede origine al Viola. A causa del freddo intenso e duraturo di quassù, gli uomini erano ricoperti dì pelo fitto e lungo, le donne si ungevano il corpo con grasso di marmotte, non disdegnando le pellicce di volpe, di tasso e di martora. Si racconta pure che davano latte di camozza e carni crude ai loro piccoli per fortificarli a vincere le vertigini su dirupi e precipizi. D'estate gli uomini facevano piccole formaggelle, coglievano uova di pernici, mirtilli rossi e neri, tuberi, radici, pigne di cembro e nocciole, essiccavano carni di cervo. Tutte queste provviste mettevano in serbo nelle caverne asciutte di queste pietraie. Il loro linguaggio era sibillino e pieno di oscuri monosillabi accompagnati da segni indecifrabili. Erano noti come il popolo della notte e ancor'oggi non si hanno prove della loro sparizione. Gli anziani di questi luoghi asseriscono anche che i macigni disseminati a corona intorno ai laghetti a far da sbarramento sia stata opera loro, suggerita dal gigante Dosdé.”
Ma chi è il gigante Dosdé? Ce lo spiega questa seconda leggenda (riportata nel volume di Lina Rini-Lombardini “Le novelle dell’Adda”, La Scuola, Brescia, 1929, pp. 31-39), sempre tratta dalla raccolta di Maria Pietrogiovanna:


Val Viola Bormina

Intorno al monte Dosdé, monte roccioso tra la Valdidentro e la Val Grosina, viveva una stirpe di uomini giganti, quando uno degli dei, stanco di vivere in cielo, scelse come dimora il Monte Dosdè. Da allora i fianchi della montagna divennero ripidissimi ed i giganti si incollerirono col Monte Dosdè, anche perché questo in precedenza aveva fatto loro vari favori. Tra l'altro, il Monte aveva ceduto ai giganti dei dosserelli, che costoro avevano trasformato in caldaie per cuocervi belve intere. I giganti presero, pertanto, a vendicarsi. Intanto il dio del Monte Dosdé chiese al Monte cosa desiderasse e, come richiesto, gli donò una bella fanciulla di nome Viola, le cui membra erano formate dalle nevi eterne. I giganti, che cercarono dì avere Viola, furono trasformati in cembri colossali e Viola diventò un torrente.

VARIANTE A: LA LEGGENDA DI DOSDE’ E VIOLA
Il giovane dio Dosdé abitava con i suoi fratelli sulla cima del monte situato nell'alta Val Grosina che da lui prese il nome. Erano questi giganti gli ultimi eredi di una stirpe di dei dotati di poteri straordinari, che da tempo immemorabile abitavano quelle cime inviolate dai comuni mortali. La loro dimora era una cava. La vita dei giovani trascorreva serena tra quelle montagne. Dotati di una forza straordinaria, trasportavano tronchi come fossero fuscelli  e scavalcavano cime, passi e dossi con una velocità incredibile. Incuranti delle bufere, della neve e del vento e sprezzanti del pericolo, traevano da essi la forza per sconfiggere altre stirpi di giganti che ogni tanto si avvicinavano minacciosi per occupare il monte. Una mattina, mentre Dosdé si trovava sulle rive del lago Negro, vide riflessa nello specchio dell’acqua un’immagine di sogno che andava e veniva, veloce ed inafferrabile come le nuvole. Era l’immagine di una ragazza dai capelli biondi e dagli occhi scintillanti. In un baleno la ragazza scomparve ed il dio continuò per giorni e giorni a pensare alla fanciulla, divenne triste e la sua vita cambiò. Raccontò ai fratelli l’accaduto e chiese il loro aiuto per trovare la ragazza. Assieme girarono a lungo sulle cime dei monti, attraversarono laghi e torrenti, chiesero aiuto al vento, alle acque che erano state testimoni dell'incontro, perché lo dicessero ai fiumi, ai mari ed agli oceani. Quando Dosdé aveva perso ogni speranza, scoprì che la ragazza era figlia della regina che regnava su una delle cime più alte, situata a poca distanza dal loro monte. Dosdé si recò allora sul monte, portando con sé ricchi doni per la regina, affinché gli concedesse la mano della figlia. La richiesta fu respinta e la risposta terribile: "Mia figlia appartiene al monte, le sue bianche membra innevate si stendono ora ai vostri piedi ed i riflessi che tu vedi altro non sono che lo splendore dei suoi occhi, dei quali tu ti sei innamorato. Desisti da ogni tuo proposito, se non vuoi che ella perisca e tu e i tuoi fratelli insieme a lei". Incurante del monito e accecato d'amore per la ragazza, appena la regina si fu allontanata, Dosdé tentò di rapire Viola. Quel gesto, però, segnò la fine: il corpo della fanciulla si dileguò in mille rivoletti gorgoglianti, in cascatelle dai riflessi color viola, fino a riunirsi a formare il torrente che da lei prese il nome. In quello stesso istante i giganti vennero trasformati in grossi cembri, mentre il giovane Dosdè fu trasformato nella roccia granitica e grigiastra della cima del monte.”


Val Viola Bormina

Questa leggenda può essere legata all’etimo di “Dosdé”, che, come “Dusdei” (nome di famiglia e di un vicolo a Sondrio), deriva dal latino “domus dei” (casa di Dio: in effetti la leggenda parla proprio del Dio Dosdé e del monte che da lui prende il nome).
Se volgiamo, poi, lo sguardo a sinistra, sul fianco settentrionale della valle, vedremo spiccare il profilo appuntito del pizzo Bianco. Anche questo monte è legato ad una leggenda, che vuole la sua cima punto di ritrovo di ogni sorta di spirito malvagio: si dice che convengano qui, per il sabba, streghe, stregoni e confinati da tutta la contea di Bormio. Questi ultimi, tramutati in bestie immonde, riempivano l’aria di ogni sorta di verso agghiacciante e di frase blasfema, come tributo di benvenuto a Belzebù.
Merita di essere ricordato, poi, il breve racconto che Alfredo Martinelli, nella raccolta “Terra e anima della mia gente” (edizioni Piccolo Tibet, Sondrio, 1973), dal titolo “Spiriti sui pascoli dell’alta Valvola” (pg. 179): vi si descrive l’apparizione al giovane Geni Martirol dello spirito del vecchio Bertoldo, emigrato nella Bergamasca e morto da poche ore; vi si racconta la vita semplice e libera del vecchio Veglin, ed il sereno e quasi trasfigurato trapasso dalla vita alla morte. Ecco qualche passo riferito a quest’ultima figura: “Dopo d'allora non usci più dalla sua valle se non raramente per recarsi al mercato di San Gervasio a vendere qualche pecora. Nel suo piccolo regno da Arnoga, fino alla « Minestra a e ai laghi di Valviola riconosceva una patria stretta che fa parentela e così aveva cognizione delle anime buone e di quelle meno. Aveva dimestichezza con tutti. Distingueva termini e limiti di ogni pascolo privato o comunale e dissodati l'uno dall'altro. Sapeva il pregio di ogni animale sulla pastura o nella stalla e rispettava quelle creature carezzando. le il muso mentre diceva che bisognava voler più bene agli uomini anche se erano più cattivi, perché le bestie non hanno l'idea della morte e non posseggono la sensazione della brevità dell'esistenza. In Val Minestra aveva una baita e un po' di pascolo sul quale s'incantava a considerarne l'aspetto e la consistenza. Seduto su un ceppo corroso o appoggiato a una siepe, osservava, meditava e scopriva sempre qualcosa di nuovo in ciò che gli era già noto. Gli bastava salire poco più in sù o scendere poco più in giù per trovare la buona erba luzola per le sue bestie; gli bastava raccogliere le piccole felci di Permoglia per curare le ferite torpide e le piaghe cancerigne; sapeva scegliere, tra i cardi spinosi, il calcatreppola dai capolini roseo-porporini e con quell'erba faceva gli infusi per guarire la infiammazione agli occhi. Gli bastava guardare in alto per giudicare l'ora del giorno, il tempo e leggeva con confidenza anche le stelle che gli erano abituali.
Dalla fine di maggio ai dì d'ottobre, Veglin andava e veniva in quel suo regno con la porpora del sole o con l'argento della luna, meditando sempre dietro il suo gregge, sulla infinita rassegnazione delle sue bestiole che si adattavano a tutto, come lui, con prodigiosa calma e quasi senza lamenti.”
Nascosto dietro il pizzo Bianco (m. 2827), infine, si distingue l’ampio solco della Val Minestra, in cima alla quale si intuisce (resta nascosto sulla sinistra) il Colle delle Mine (m. 2801) che, introducendo alla valle omonima, permette di passare nel Livignasco. Anche il colle e la valle delle Mine sono legati a leggende di confinati: le anime malvagie dei Livignaschi sarebbero, infatti, condannate a rimanere per sempre o fino alla loro redenzione in questa valle desolata, a batter di mazza sulla rocce oppure a spingere faticosamente su erti crinali grandi massi.

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RIFUGIO FEDERICO IN DOSDE'; AL RIFUGIO DOSDE'; TRAVERSATA AD EITA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Parceggio di Altumeira-Alpe Dosdé-Capanna Dosdé
2 h e 30 min.
695
E
Parceggio di Altumeira-Alpe Dosdé-Capanna Dosdé-Eita
6 h
750
E


Il rifugio Federico in Dosdè (clicca qui per ingrandire)

Vediamo, ora, come raggiungere il secondo  e nuovo rifugio della valle. Per farlo, torniamo alla pista che parte dal parcheggio di Altumeira: superate le baite omonime, procediamo fino al bivio già menzionato, prendendo, però, ora a sinistra. Una pista sterrata scende gradualmente, descrivendo un arco verso sinistra, ad attraversare, su un ponte, il torrente Viola Bormina, portandosi poi alle baite dell’alpe Dosdé. Qui prendiamo a sinistra, seguendo la prosecuzione della pista, che, con un paio di tornanti, scende ad attraversare il torrente della Val Cantone di Dosdé su un secondo ponte. Sul lato opposto la pista piega a destra e porta al ben visibile ed isolato edificio del rifugio, posto a 2129 metri s.l.m.
Il rifugio Federico in Dosdé, di proprietà del CAI di Bormio,è dedicato alla memoria di Federico Valgoi, giovane promessa dello sci alpino prematuramente scomparsa in un incidente occorso mentre arrampicava, nel 2002. E’ stato aperto nella stagione estiva del 2009, dal 20 giugno al 20 settembre, e può ospitare 25/30 persone per il pernottamento. Dispone di servizi igienici, docce e corrente elettrica.
Dal rifugio si può effettuare una bella escursione di collegamento che culmina al rifugio Dosdé, posto sul passo omonimo, che congiunge la Val Cantone di Dosdé (Val Viola) con la Valle d’Avedo (Val Grosina). Ecco come procedere.Torniamo, dal rifugio, all'Alpe Dosdé.
Qui troviamo diversi cartelli; quello che ci interessa segnala i percorsi 292/208, che portano, rispettivamente, al bivacco Caldarini, in un’ora, ed al passo e capanna Dosdé, in 2 ore e 40 minuti.  Procediamo, dunque, a sinistra (nella direzione del cartello), su un sentiero che si dirige, con andamento pianeggiante, verso sud, piegando poi leggermente a destra (andamento sud-ovest), rimanendo sempre a destra (per chi sale) del torrente. Il sentiero comincia a salire e conduce alla Baita del Pastore(2368 m).


Val Cantone di Dosdè

La traccia, ora si fa meno marcata, ma è sempre ben segnalata, e risale seguendo l’andamento della selvaggia e grandiosa Val Cantone di Dosdé, procedendo verso S, e restando sempre sul medesimo lato. Il panorama è dominato a nord dal ben noto Corno di Do­sdé, cui seguono la Punta del Dugural (o Dugurale, m. 3099, sul lato ovest della valle) ed i ghiacciai della Ci­ma di Saoseo (m. 3264, sull’angolo di sud-ovest della valle). Alla nostra sinistra, sull’angolo di sud-est della valle, si mostra, infine, la bella parete nord della cima Viola (m. 3374), la più alta del comprensorio. Il sentiero, attraversata una colata di massi, guadagna quota procedendo, a mezza costa, su pietrame, finché giungiamo in vista del valico. Qui dobbiamo attraversare una fascia di blocchi e roccette, prima di raggiungere i 2824 metri del passo, dove troviamo il rifugio Dosdé, dopo circa 2 ore e mezza di cammino dal rifugio Federico in Dosdé (il dislivello è di 695 metri).


Val Viola Bormina e Val Cantone di Dosdè

Giovanni Peretti (vol. citato) ci offre queste notizie della capanna: “La Capanna Dosdé fu costruita, "solida costruzione in muratura costituita da un solo locale di metri 4 x 4 rivestito in legno", nel lontano 1890 dalla Sezione di Milano del CAI, che sostenne, allora, una spesa di L. 2.200 ("senza il mobiglio"). Promotore e principale artefice della sua costruzione fu l'alpinista Cav. Antonio Cederna (già Presidente della Sezione Valtellinese e, negli anni successivi, pure Presidente della Sezione di Milano). che ne determinò pure l'ubicazione, aiutato e consigliato dalla fida Guida G. Krapacher di Premadio, detto "Todeschin", già buon conoscitore delle Alpi di Val Grosina in quanto, negli anni precedenti, aveva sovente accompagnato nelle loro peregrinazioni sui monti i topografi del Regio Istituto Geografico Militare. Alla realizzazione diedero un disinteressato contributo anche i Grosini Caspani Angelo, Sassella Giovanni e la Guida Pietro Rinaldi, sotto la direzione di Don Cristoforo Pini, buon alpinista che collaborò egregiamente con la Sez. di Milano del CAI anche per la costruzione del Ricovero di Eita. Il 16 Agosto del 1891 trentacinque alpinisti parteciparono con molta soddisfazione all'inaugurazione della bella capanna.
Madrina della cerimonia fu nominata la 'valorosa alpinista' Maria Rognoni, giunta da S. Caterina. Alla Capanna fu presto applicata da Pietro Rinaldi la famosa "Vereinschloss", sorta di serratura universale, la cui chiave poteva essere ritirata a Grosio o presso lo stesso Rinaldi, o presso l'albergatore Gilardi. La tassa di pernottamento era di L. 1 per i Soci CAI e L. 2 per i non Soci (che dovevano pagare L. 1 per il solo ingresso). Dopo la II Guerra mondiale andò completamente in abbandono e fu ristrutturata nel 1955, "riconquistando il suo posto dignitoso fra le Capanne delle nostre Alpi".
Nei successivi anni settanta le intemperie e le inciviltà la resero nuovamente inservibile, ma nonostante questo i visitatori continuavano ad aumentare (dai 37 registrati nel 1968 si passò ai quasi 200 nel 1974). Rischiando di andare in completa rovina, ottimo punto d'appoggio per quel gruppo montuoso ma soprattutto baluardo della cultura alpinistica di queste montagne, fu acquistata per un prezzo simbolico dalla Sezione di Bormio del CAI che provvide, nel 1982 al suo completo rifacimento, lasciando inalterata la struttura esterna in muratura… Attrezzatura: posti letto 14. stoviglie, fornello a gas. Acqua all'esterno della Capanna, a circa dieci minuti di cammino. sotto la morena che scende verso il Lago Negro in Val d'Avedo, sottostante.”


Val Cantone di Dosdè

Sentiero per il passo di Dosdè

Verso il passo di Dosdè

Verso il passo di Dosdè

Verso il passo di Dosdè

Verso il passo di Dosdè

Dal passo possiamo, ovviamente, scendere in Val Grosina. La discesa è ben segnalata da segnavia. Nel primo tratto ci spostiamo, dal rifugio, verso destra, per poi scendere, con lungo traverso, verso sinistra (ovest-sud-ovest), passando a destra di un piccolo laghetto quasi perso in un mare di sfasciumi. Poi il sentiero, raggiunta la soglia di un gradino glaciale, sul suo lato destro, piega a sinistra e lo discende, portandosi all’alpia conca che ospita lo splendido lago Negro (m. 2560), che, a dispetto del nome, mostra un aspetto di un blu intenso. Il sentiero procede, ora, con andamento sud-est nella solitaria Valle d’Avedo, raggiungendo un secondo gradino, questa volta sul suo lato di sinistra. Scendendo ancora, siamo alla bella piana che ospita i laghetti di Tres (m. 2186). Passando appena a sinistra dei laghetti, proseguiamo scendendo fino alla località Vermolera (m. 1927) e di qui alle Stabline (m. 1821). Una pista scende, infine, ad intercettare la strada asfaltata che risale la Val Grosina, poco a valle di Eita (m. 1703). Ad Eita possiamo trovare un ricovero o, se l’abbiamo lasciata lì, l’automobile. La traversata dai rifugi Federico in Dosdé al rifugio Eita richiede circa 6 ore di cammino (il dislivello approssimativo è di 750 metri).

VAL CANTONE DI DOSDE'

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DALLA VAL VIOLA A TREPALLE ED A LIVIGNO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Parcheggio di Altumeira-Baita del Pastore-Passo Vallaccia-Trepalle
6 h
500
E
Parcheggio di Altumeira-Baita del Pastore-Colle delle Mine-Livigno
6 h
685
EE

Per chiudere il quadro delle possibilità escursionistiche offerte dalla valle, citiamo le due meno frequentate, ma non meno interessanti (anche se richiedono un certo impegno, soprattutto per la lunghezza): si tratta di due itinerari di traversata dalla Val Viola al livignasco.
Il primo, che conduce a Trepalle, sfrutta il passo della Vallaccia 2614 m. Punto di partenza possono essere le baite di Altumera oppure il bivio, segnalato, sulla strada asfaltata, posto circa 1 km oltre il parcheggio di Campo-Verva. Vediamo la prima possibilità (che riduce di circa 50 metri il dislivello). Dalle baite di Altumeira seguiamo il cartello del Sentiero Italia, numerato 109, che dà a 30 minuti la malga Funeira, a 3 ore il Colle delle Mine ed a 6 ore e 15 minuti alla località Teola di Livigno. Il sentiero guadagna quota su un versante di prati e supera una vallecola, raggiungendo la baita di quota 2280. Qui giunge anche una pista sterrata, che proviene da Fumera e Stagimel. Ignorata la stradina, proseguiamo nella salita, seguendo i segnavia e sfruttando una gola, fino a raggiungere la solitaria Baita del Pastore (m. 2352), sul fondo della Valle Minestra. Possiamo giungere fin qui anche partendo dal bivio segnalato sulla strada asfaltata fra i parcheggi di Campo-Verva e Altumeira, poco oltre la località Curnon (due cartelli escursionistici segnalano gli itinerari 109 – passo Vallaccia, ponte del Rez, Trepalle, 6 ore – e 129 – Val Minestra, Valle delle Mine, Livigno, 6 ore): in tal caso percorriamo la stradina per l'Alpe Funera (ore 1), guadagnando quota,  con qualche tornante, fino alla prima casa di Stagimel (2120 m), per poi continuare, in leggera salita verso ovest, passando sotto le case superiori di Stagimel, seguendo il bordo del costone che separa l'Alpe di Stagimel dalla Valle Minestra. Raggiunto il ponte sul torrente, non lo varchiamo, ma, lasciate oltre il ponte le case di Funera, saliamo lungo un vallone, restando sul suo versante di destra (per chi sale). Seguendo il corso del torrente, che in alto piega a sinistra, sbuchiamo alla Baita del Pastore, dove le due vie di salita si incontrano.


Apri qui una fotomappa dei percorsi per il colle delle Mine e per il passo della Vallaccia

Da qui, ignorate le indicazioni del Sentiero Italia (che scavalca il Colle delle Mine), lasciamo quest’ultimo alla nostra sinistra, sul lato opposto del torrente, e continuiamo a salire, a mezza costa, su un pendio erboso, verso nord-ovest, fino al poggio di quota 2480 m; aggirando una costa rocciosa, descriviamo un semicerchio a destra, fino a raggiungere la conca del laghetto di quota 2506 m, dove non dobbiamo farci ingannare dalla sella sovrastante (a nord-ovest), dalla quale scende un vallone con corso d’acqua: non si tratta del Passo della Vallaccia, bensì della sella 2680 m della cresta ovest del Pizzo Filone. Il passo resta nascosto, a nord. Proseguiamo sul lato destro della conca, verso nord, e ci portiamo sotto le pendici sud-orientali della q. 2814 della cresta ovest del pizzo Filone. Salendo a mezza costa, verso destra raggiungiamo un falso colle, che una conca oltre la quale è posto il valico, cui giungiamo proseguendo verso nord. Il passo della Vallaccia  è posto a 2614 metri, fra il monte Forcellina, alla nostra destra, e la cima quotata 2814 m, a sinistra. Sul lato del livignasco scendiamo tranquillamente fra pascoli, seguendo un sentiero che, a quota 2400 m, si allarga a tratturo. Questo ci porta al baitone della malga Vallaccia (m. 2164), cui giunge una pista sterrata. Seguendo quest’ultima, superiamo alcune caratteristiche “tee” livignasche e raggiungiamo il ponte del Rez (m. 2021), sulla strada statale  del Foscagno, in prossimità delle prime case di Trepalle (m. 2006). Se partiamo dalle baite di Altumeira, possiamo concludere questa traversata  in poco meno di 6 ore; il dislivello in salita è di circa 500 metri (sale a 550 se partiamo dal bivio sulla strada per il parcheggio di Altumeira).

Vediamo, ora, il secondo itinerario, che porta dalla Val Viola a Livigno per il Colle Mine (2797 m). Nel primo tratto, cioè fino alla Baita del Pastore, la traversata coincide con quella che sfrutta il passo della Vallaccia. Dalla Baita del Pastore, a 2352 m., seguendo le indicazioni del Sentiero Italia, proseguiamo la salita verso ovest, su moderati pendii, a mezza costa, lasciando a destra, sul lato opposto del torrente, il sentiero che sale al Passo della Vallaccia, e proseguendo in Val Minestra, sempre a mezza costa, sotto le pendici del Pizzo Filone. Piegando poi verso ovest-sud-ovest, superiamo una breve fascia di rocce e raggiungiamo il pianoro del laghetto quotato 2569 m., ai piedi del crestone roccioso meridionale del Pizzo Filone. Ora i pascoli ci abbandonano: ci immettiamo in un solitario vallone, che percorriamo dapprima con andamento, ovest-sud-ovest, in direzione della cima di Zembrasca, poi, superata una fascia rocciosa,  piegando  a destra (nord-nord-ovest; attenzione ai segnavia), che, percorso verso, destra conduce al passo del Colle delle Mine (m. 2797). Guadagniamo, così, un’ultima conca, che precede lo strappo che ci porta al passo (m. 2797), intagliato fra il monte Zembrasca, alla nostra sinistra, ed il pizzo Filone, a destra.


Discesa dalla Valle delle Mine

Discesa dalla Valle delle Mine

Alpe delle Mine

Ci affacciamo, così, alla Valle delle Mine, che, nella sua parte alta, è selvaggia ed incute timore. Non facciamo fatica a capire perché la fantasia popolare (?) abbia immaginato questa zona popolata delle anime dei confinati del Livignasco, cioè di quelle anime che debbono scontare una lunga pena prima del perdono divino, dando di mazza senza sosta sulla gran massa di pietre. Niente paura: solo al calar delle tenebre si odono i colpi di mazza. Se, poi, ci capitasse di essere sorpresi qui a notte fatta, teniamo presente che udire i colpi sinistri non comporta un reale pericolo, ma guai a chi volesse scorgere una di queste anime infelici: sarebbe condannato a condividerne la sorte. Iniziamo, ora, a scendere a scendere, sempre prestando molta attenzione ai segnavia, in direzione ovest-nord-ovest, su terreno di sfasciumi e nevaietti, superando, nel primo tratto, anche un laghetto di fusione. Restando sulla destra del primo vallone, superiamo sulla destra, tagliando una fascia di ripidi pascoli, la gola-strettoia di quota 2600, e scendiamo con andamento ripido fin verso quota 2300, dove la traccia prosegue con andamento meno ripido, portandoci al Baitel del Grasso degli Agnelli (m. 2192), dove giunge una pista sterrata seguendo la quale siamo in breve all’alpe delle Mine (m. 2141). La pista prosegue nel bosco e, con qualche tornante, esce alla piana di Livigno in località Tresenda (m. 1892). Qui si conclude la traversata, che richiede esperienza escursionistica, 6 ore circa di cammino ed un dislivello in salita di 685 metri (735 se partiamo dalla deviazione sulla strada asfaltata di Val Viola).
Può essere interessante, infine, leggere il resoconto della medesima traversata operata il 30 luglio 1906 da Bruno Galli Valerio (da “Punte e passi”, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Bettini, Sondrio, 1998): “Lungo un sentiero sulla sinistra di Val Viola, ci dirigiamo verso Funera. Una splendida vipera ci viene incontro e posso catturarla. Fanno la loro apparizione, la Cima Piazzi e il gruppo dell'Ortler. Entriamo nella Valletta, tutta verde. Alcuni pastori ci danno il benvenuto e ci conducono a un'eccellente sorgente d'acqua ferrugginosa che sgorga in riva al fiume. La Valletta è chiu sa in fondo dal Pizzo di Zembrasca e dai Corni di Capra. Ai piedi del primo, sulla sinistra della valle si vede un'insenatura: il Passo delle Mine (2900 m.). Risaliamo per pascoli e gande, passiamo in riva ad un laghetto verde, entriamo in una strettissima gola e all'una pomeridiana, siamo sul passo. Tutt'intorno a noi stanno le cime di Zembrasca, di Capra, di Pavallo, del Filone. Sulla nostra sinistra una grande vedretta; davanti a noi, Val Tresenda, chiusa all'orizzonte dal gruppo del Tödi. Una buona fermata di un'ora, poi scendiamo per nevai e gande, fiancheggiando enormi morene. Tenendo la destra della valle, sotto la costa delle Mine, scendiamo il salto lungo un canalino di roccia. In un piano paludoso, sparso d'Eriophorum, pascolano vacche e cavalli. Passata la baita, tenendo sempre la destra della valle, scendiamo in uno splendido bosco di larici e cembri. Sulla nostra sinistra spuntano le cime del Vago, del Palü e del Cambrena. Alle quattro e un quarto, entriamo nella valle di Livigno.”


Apri qui una fotomappa della discesa dal Colle delle Mine all'alpe delle Mine

COLLE DELLE MINE E PASSO DI VALLACCIA

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AL BIVACCO FERRARIO IN VALLE DI CARDONE'


Clicca qui per visualizzare la posizione del bivacco Ferrario

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Parcheggio di Isolaccia-Ponte di Val Lia-Baite Cardonè-Bivacco Ferrario
3 h e 30 min.
1000
E


Apri qui una fotomappa dei percorsi per i bivacchi Cantoni e Ferrario

All'ingresso di Bormio proseguiamo diritti, sulla ss 38 dello Stelvio. Usciti da Bormio, raggiungiamo un bivio: la ss 38 prosegue, sulla destra, per il passo dello Stelvio (segnalazione), mentre noi dobbiamo prendere a sinistra, imboccando la strada statale del Foscagno (segnalazioni per Foscagno e Livigno). Ci addentriamo, così, in Valdidentro, passando per Torripiano (m. 1306), dove ci raggiunge, da sinistra, la strada che scende da Oga. Ignorate le deviazioni a destra per Pedenosso e le Torri di Fraele, superiamo il Pian del Vino ed il ponte sul torrente Viola, percorrendo la piana di Isolaccia. Appena prima di un secondo ponte, che precede l'abitato di Isolaccia, lasciamo la statale del Foscagno prendendo a sinistra e portandoci al segnalato parcheggio, dove dobbiamo lasciare l'automobile (m. 1345).
Ci incamminiamo su una pista sterrata (chiusa al traffico dei veicoli non autorizzati) che sale gradualmente in una bella abetaia (direzione ovest, poi sud-ovest e sud), passa ad ovest delle baite Pezzèl (m. 1594) e, a quota 1665, giunge ad un trivio. Da destra sale la pista dal Ponte della Valle, sul fondovalle, raggiungibile da San Carlo (vedi oltre). La pista di sinistra prosegue a salire, verso nord-est e, dopo un brusco tornante a destra, a sud, fino a raggiungere, dopo 2 km da Isolaccia ed un'ora ed un quarto circa di cammino, la località della Madonna di Presedònt (m. 1760). La pista che prosegue diritta, invece, passa più in basso e ad ovest di Presedont. La prima pista, poi, da Presedont si addentra in Val Lia (ma, poco oltre Presedont, ad un bivio dobbiamo stare sulla sinistra, perché prendendo a destra ci ricongiungiamo con la pista più bassa) e, dopo 3 km, raggiunge la malga Borron (m. 2057). La pista più bassa, invece, dopo essere stata raggiunta sulla sinistra da una pista che prioviene da Presedont, si addentra in Val Cardonè, raggiungendo le baite di Cardonè (m. 1986). Alla Madonna di Presedont possiamo salire anche, con percorso più breve, lasciando l'automobile in località San Carlo, che incontriamo, salendo lungo la statale del Foscagno, dopo Isolaccia e Semogo. Lasciata qui (m. 1580) l'automobile, scendiamo, verso sud, su una stradina, al fondovalle ed al Ponte della Valle (m. 1523). Scavalcato il torrente Viola, risaliamo, in direzione nord-est, un fitto bosco, intercettando la pista per la Madonna di Presedont a quota 1650.


Apri qui una panoramica su Val Lia e Valle di Cardonè dal Dosso delle Pone

Al trivio di quota 1665, dunque, proseguiamo diritti, passando più a valle di Presedont imbocchiamo la pista di destra e, perdendo leggermente quota, scendiamo fino al ponte del Rio di Valle Lia (m. 1740), per poi passare sul lato opposto della valle. Qui si la pista addentra in un'ombrosa pineta, che restituisce un forte senso di arcana solitudine, e ci permette di raggiungere, dopo circa una ventina di minuti, la cima del dosso che ospita l'appartata baita Belvedere (m. 1812). Ci affacciamo così alla seconda valle tributaria della bassa Val Viola, cioè la valle di Cardonè. La pista diventa larga mulattiera, che taglia in diagonale il fianco orientale, cioè di sinistra (per noi; direzione sud-ovest e sud) della valle, raggiungendo le baite di Cardonè (m. 1986). Anche qui ci portiamo, con breve discesa, sul fondovalle ed attraversiamo, su un ponte, il torrente, passando da sinistra a destra, per poi riprendere la salita, in direzione sud, su un sentiero marcato e segnalato, ma interrotto in alcuni punti da smottamenti, fino alle baita quotate 1978 e 2020 m. Il sentiero, ora, piega leggermente a destra (direzione sud-ovest) e sale in un ripido bosco, uscendone a quota 2160 m., sulla costa del Bosco del Conte. Piegando leggermente a sinistra, saliamo in direzione sud, su magri pascoli, in direzione della severa testata della valle, fino ad una fascia di sfasciumi. Seguendo i segnavia, descriviamo un ampio giro, salendo gradualmente verso sinistra, attraversiamo un piccolo corso d'acqua a monte dei salti rocciosi che chiudono la valle e raggiungiamo il poggio roccioso sul quale è posto il bivacco Ferrario, a 2327 metri, dedicato alla memoria di Paolo Ferrario, medaglia d'oro nella Prima Guerra Mondiale, caduto il 19 maggio 1916 nell'azione che fece saltare il Forte di Campomolon. La struttura è di proprietà del CAI di Dervio, ed è visibile anche dalla strada che sale ad Arnoga. Venne inaugurato il 26 agosto 1956 e rinnovato nel 1988 ed è utilizzato per le ascensioni alla cima Piazzi dal versante nord. Ottimo, infatti, è il colpo d'occhio sulla vedretta della più famosa cima del comprensorio. La salita richiede circa 3 ore e mezza; il dislivello approssimativo è di 1000 metri.

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AL BIVACCO CANTONI IN VAL LIA


Clicca qui per visualizzare la posizione del bivacco Cantoni

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Parcheggio di Isolaccia-Presedont-Baite Borron-Bivacco Cantoni
4 h e 30 min.
1280
E


Apri qui una fotomappa dei percorsi per i bivacchi Cantoni e Ferrario

La salita al bivacco Cantoni, nel primo tratto, coincide con quella al bivacco Ferrario, da Isolaccia fino al trivio di quota 1665. Dal parcheggio all'ingresso di Isolaccia, dunque, ci incamminiamo su una pista sterrata (chiusa al traffico dei veicoli non autorizzati) che sale gradualmente in una bella abetaia (direzione ovest, poi sud-ovest e sud), passa ad ovest delle baite Pezzèl e raggiunge il trivio di quota 1665. Qui imbocchiamo la pista di sinistra, che sale verso nord-est e, dopo un brusco tornante a destra, verso sud, fino a raggiungere, dopo 2 km da Isolaccia ed un'ora ed un quarto circa di cammino, la località della Madonna di Presedònt (m. 1760; possiamo giungere fin qui, come sopra descritto, anche dalla località San Carlo dopo Semogo). Proseguendo, siamo ad un bivio: ignoriamo la pista di destra, che scnde ad intercettare quella più bassa, e proseguiamo diritti, affacciandoci alla Val Lia e tagliandone il fianco orientale. Superiamo, così, alcuni nuclei di baite con ottimo colpo d'occhio che si fa sempre più grandioso sul versante settentrionale della cima Piazzi. Alla località Prato di Sotto (m. 1850) ignoriamo la pista secondaria che si stacca sulla sinistra e sale alle baite di Prei. Dopo 3 km dalla Madonna di Presedont, usciamo dal bosco e siamo alle baite della malga Borron (m. 2057), posta quasi sotto la verticale (sul lato di sinistra per noi) del passo di Colombano.


La val Lia dal sentiero per il bivacco Cantoni

Il bivacco Cantoni

La parete nord della cima Piazzi dal bivacco Cantoni

Proseguiamo sulla pista, che corre quasi a lato del Rio di Val Lia, fino alla parte terminale della valle (m. 2100), dove guadiamo il torrente verso destra e cominciamo a risalire il fianco orientale del Dosso Penaglia, prestando attenzione ai segnavia, perché il sentiero si riduce a traccia fra i cespugli. Dopo un primo tratto in direzione sud, pieghiamo bruscamente a destra (direzione nord) e raggiungiamo un ripiano, a 2200 metri. Qui pieghiamo di nuovo a sinistra, procedendo in direzione sud-sud-ovest, fino ad un secondo terrazzo, a 2300 metri di quota, chiuso sul lato di destra da una fascia di rocce. Mantenendo la medesima direzione, attacchiamo il ripido versante di sfasciumi e roccette che, non senza fatica, ci porta alla selletta di quota 2462, intagliata sul Dosso Penaglia, che separa la Val Lia dalla Valle di Cardonè. Guardando verso sud, possiamo già vedere il rosso scatolone del bivacco. Qui siamo ad un bivio: prendendo a destra possiamo traversare al bivacco Ferrario (seguendo un itinerario di accesso alternativo a quello sopra descritto). Prendendo a sinistra (direzione sud-sud-est), invece, seguiamo il filo di cresta che porta al bivacco Cantoni. Nel primo tratto il sentiero, abbastanza agevole, si appoggia sul lato di destra della cresta (lato occidentale). Poi la pendenza si fa più severa e la traccia si districa fra canalini di sfasciumi e cenge. Nell'ultimo tratto ci appoggiamo sul lato di sinistra della cresta (orientale) e raggiungiamo finalmente il bivacco Cantoni (m. 2625).


Malga Borron e cima Piazzi

Ottimo il panorama, chiuso a sud dalla vedretta del versante nord della cima Piazzi, aperto a nord dalle cime della Val Viola e della Valdidentro. La struttura è di proprietà del CAI di Bormio e venne inaugurato il 7 settembre 1980. E' dedicata alla memoria dell'alpinista bormino Maurilio cantoni che, proprio scendendo dalla cima Piazzi verso la Val Lia, venne travolto, nell'agosto del 1978, di un grande blocco di ghiaccio. Dispone di 9 posti, materassi, coperte, batteria da cucina e stoviglie. La salita da Isolaccia richiede circa 4 ore e mezza di cammino (il dislivello approssimativo è di 1280 metri).


Panorama settentrionale dal bivacco Ferrario

E' possibile, infine, effettuare una facile traversata dall'uno all'altro dei bivacchi. Dal bivacco Ferrario procediamo in direzione sud-est, seguendo una valletta che porta ad un ripiano dove si trova un laghetto. Saliamo, ora, restando a destra di un corso d'acqua, per blocchi. Dopo un primo tratto, a quota 2330 metri attraversiamo il corso d'acqua verso sinistra, raggiungendo una conca che ospita un secondo laghetto (m. 2335), nel quale si specchia la vedretta della cima Piazzi. Passiamo a nord del laghetto e procediamo verso sinistra (direzione est-nord-est), prestando attenzione ai segnavia. Risalendo un ripido pendio di sfasciumi, approdiamo alla selletta menzionata di quota 2462, sul dosso Penaglia, alla quale giunge il descritto itinerario di accesso al bivacco Cantoni. Prendendo a destra (sud-sud-est), lungo la cresta, come descritto sopra, siamo, infine, al bivacco Cantoni, dopo circa un'ora ed un quarto di cammina dal bivacco Ferrario (il dislivello approssimativo è di 300 metri). Com'è ovvio, gli itinerari di accesso ai due bivacchi possono essere combinati ad anello in un'escursione piuttosto lunga ed impegnativa, ma di grande fascino e soprattutto attrattiva per gli amanti dei percorsi poco battuti e panoramicamente interessanti.

VAL CARDONE' E VAL LIA (BIVACCHI FERRARIO E CANTONI)

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BIBLIOGRAFIA
Opere consultate (e da consultare, per saperne di più su questa splendida valle):
Canetta, Eliana e Nemo, “Escursioni in alta Valtellina – Piazzi Filone”, CDA, Torino, 1997;
Armelloni, Renato, “Alpi Retiche”, Milano, 1997, nella collana “Guida dei monti d’Italia” del CAI-TCI;
Peretti, Giovanni, “Rifugi alpini, bivacchi e itinerari scelti in alta Valtellina”, Tipografia Bonazzi, Sondrio, 1987;
Canclini Marcello, Fumagalli Lorenza, Gasperi Manuela (a cura di), "Valdidentro - Storia, paesi, gente", Alpinia editrice, 2004.


Val Cantone di Dosdè

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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Mappa del percorso - elaborata su un particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

GALLERIA DI IMMAGINI

APPENDICE: Viene qui di seguito riportata la relazione di Paolo Pero, professore di Storia Naturale al Liceo “G. Piazzi” di Sondrio, sul lago di Val Viola (nella raccolta “I laghi alpini valtellinesi”, Padova , 1894).


 


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