Val Zebrù

La Val Zebrù è assai nota per le sue bellezze naturalistiche, ed è meta di turisti ed escursionisti che amano immergersi nei suoi incontaminati scenari. Inserita nel Parco Nazionale dello Stelvio, non è percorsa se non dai pochi veicoli autorizzati, ed ha un patrimonio faunistico di non comune ricchezza, che trova nello stambecco (tornato nella valle dal 1967) la sua più tipica espressione.
Non meno interessante delle sue bellezze animali e vegetali, è l’aspetto geologico. La valle, infatti, che costituisce la più importante tributaria della Valfurva, è percorsa, in senso orizzontale, dalla linea dello Zebrù, una lunghissima cicatrice della crosta terrestre che ne separa il versante settentrionale da quello meridionale, conferendo ad essi caratteristiche ed aspetto ben diversi. Per capire di che cosa si tratta dobbiamo fare un enorme salto indietro nel tempo, portandoci a circa 200 milioni di anni fa, quando iniziò la formazione della catena alpina. Prima che questa emergesse, il mare sommergeva questa parte del pianeta, ed in esso furono poste le basi della formazione di rocce di tipo calcareo-dolomitico. Durante la genesi della catena alpina, un enorme blocco calcareo-dolomitico fu spinto a scorrere, in senso orizzontale, per parecchi chilometri su un basamento di natura completamente diversa, costituito da rocce cristalline-scistose. Le rocce di tipo dolomitico divennero, proprio per questa sollecitazione, ancor più friabili rispetto a quelle che si trovano, per esempio, nelle celebri Dolomiti. Lo sanno bene gli alpinisti, che le chiamano, nel loro gergo, “marce”, e lo possono constatare anche gli escursionisti che, salendo al rifugio V Alpini, la più celebre meta della valle, non di rado assistono a cadute di pietre dai versanti corrugati che fanno da corona alla capanna. Queste rocce costituiscono il gruppo che si trova, appunto, a nord della "Linea dello Zebrù" (monte Cristallo, cime di Campo e, più ad ovest e fuori della valle, la Reit ed il monte delle Scale), mentre le rocce più compatte di tipo cristallino-scistoso costituiscono le montagne a sud di essa, che vanno dal Cevedale al gruppo del Confinale, dal Foscagno al Livignasco occidentale.
Questa particolarità geologica è richiamata anche dalla presentazione della valle nella Guida alla Valtellina del CAI di Sondrio, edita nel 1884 a cura di Fabio Besta. Vi si legge: “La Valle Zebrù è un taglio molto profondo che divide la massa calcarea del Monte Cristallo da quella schistosa del Monte Confinale. Fertile e ridente là dove sbocca, diventa ben presto angusta e sassosa, poi s'allarga di nuovo: dall'una e dall'altra parte salgono erte e rocciose le pendici, e scendono frequenti, lungo i seni dei monti, torrenti ghiaccio, piccole diramazioni di quel campo sconfinato, quasi continuo, che si dispiega sulle soprastanti vette.”
All’interesse naturalistico si affianca, poi, l’attrattiva dell’immaginario perché la valle, fin dal nome, evoca scenari remoti e malinconici. Una nota leggenda, infatti, lega tale nome alle vicende di un cavaliere medievale, Johannes Zebrusius. Così ci viene raccontata da Tullio Urangia Tazzoli, nell’opera "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari” (Anonima Bolis Bergamo, 1935):
In testata di valle Zebrù là ove il ghiacciaio della Miniera si profila nitido sulla Bajta del Pastore sorge una bianca, enorme pietra che racchiude le spoglie del cavaliere Johannes Zebrusius che ivi visse per 30 anni ed i giorno in aspra solitudine.
Come il cavaliere della Gherdaina nella leggenda ladina della Siriola del Sassalóng (l'usignuolo del Sasso Lungo) era innamorato di una donna crudele "che gli aveva preso il cuore„, così il cavaliere Zebrusius guardava i boschi ed i picchi delle montagne silenziose all'intorno, attendendo la morte con infinita tristezza... Narra la leggenda della Bajta del Pastore: Johannes Zebrusius era nel 1150 feudatario della Gera d'Adda, terra ubertosa, ricca di sole e di pingui mandrie e nobile era
il castello, risonante di danze e di canti d'amore: ricco e desiderato dalle dame per molte miglia all'ingiro il castellano. Ma Zebrusius ardeva d'amore per una fanciulla lontana, Armelinda, figlia di un signore del Lazio che si oppose alle richieste ardenti dell'innamorato ed allontanò la giovane perché non fosse da quegli rapita. Armelinda, però, promise eterno amore e fedeltà di attesa al cavaliere. Disperato per le reiterate ripulse paterne Zebrusius parte per le Crociate in Terra Santa. Dopo quattro anni torna il cavaliere alla sua Gera d'Adda, ma colà sa che Armelinda, infedele, è passata a nuove nozze. Allora Zebrusius si ritira nella romita valle che da lui prende il nome... Chi guarda ancora oggi da Bajta del Pastore al limite inferiore del ghiacciaio della Minierà scorge la enorme pietra sepolcrale che lo stesso infelice cavaliere si costruì ed ove si indovinano, tuttora, per quanto corrose dai secoli, le tracce dell' iscrizione ivi apposta.
Questa lacrimevole leggenda ha un fondo storico assai più prosastico, lo sfruttamento dei filoni di magnetite per cui la valle era nota a partire dal secolo XI, e che continuò fino al secolo XVIII. Il minerale veniva trasportato a soma ed alimentava i forni fusori di Premadio. Si etsraevano, però, anche, seppure in misura assai più limitata, galena argentifera ed argento grigio, il che alimentò la leggenda della presenza di oro nella valle. La credenza popolare, infatti, afferma che, guardando sul mezzodì dalla Baita del Pastore verso il fondo della valle, si può cogliere il bagliore della tomba del cavaliere, bagliore che suggerisce non solo la presenza del marmo, ma anche quella dell'oro. Non tutti, però, colgono questo bagliore: come dire, chi ha occhi per vedere...
L’infelice cavaliere Zebrusius, che macerò se stesso nell’amarezza dell’amore tradito per trent’anni ed un giorno, è una delle tante creature dell’immaginario senza nome; se ad esso, però, si sostituisce la fredda scienza dell’etimologia, dobbiamo ipotizzare che Zebrù derivi dalla voce pre-latina "Zewdul", di significato oscuro, da cui, forse, anche i nomi Cédè e Cevedale. Il toponimo, inoltre, è attestato, dal 1402, in diverse varianti, come "Sebrù", "Sabrù" o "Sebrujo" (i forbaschi usano ancora oggi il termine "Sebrù"). Diversa è l’ipotesi proposta dal parroco-alpinista di Solda, don Hurton, secondo il quale l’origine è da cercarsi nel celtico "Se" (spirito buono) e "bru" (abbreviazione di "brugh" = roccaforte, luogo sicuro), per cui Zebrù starebbe a significare "Castello degli spiriti buoni". Ipotesi che ben si attaglia alle famose cime del monte Zebrù e del Gran Zebrù, più che alla valle stessa.

 

 

NIBLOGO - RIFUGI V ALPINI-BERTARELLI

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Parcheggio di Niblogo -Rifugio Campo-Baita del Pastore-Rifugi V Alpini-Bertarelli
4 h e 30 min.
1300
E
SINTESI. Imbocchiamo, a Bormio, la strada statale del Gavia, entrando nel territorio del comune di Valfurva. Superata la frazione di Uzza, raggiungiamo S. Nicolò. Qui, subito dopo la Casa Comunale, sulla sinistra, dobbiamo lasciare la strada statale per imboccare quella che sale, con diversi tornanti, alle frazioni complessivamente denominate Madonna dei Monti, fino a Niblogo (m. 1600), dove la strada aperta al traffico termina ad un parcheggio. Ci incamminiamo su una pista sterrata. Attraversato il letto del rio d'Ardof, siamo ad una radura pianeggiante, che presenta un dosso verde coperto di mughi detto Piano delle Tre Croci. Ignorata la deviazione per Pradaccio, proseguiamo, raggiungendo il pont di plaz, che scavalca il torrente Zebrù, portandoci dalla parte sinistra a quella destra (per chi sale) della valle. Dopo una salita siamo ai Piaz (m. 1660), dove si trova anche il ristoro Zebrù. A circa 1800 m. un terzo ponte ci riporta sul lato sinistro (per noi) della valle, dove troviamo una nuova coppia di tornanti, superati i quali ed ignorata una deviazione sulla sinistra per la Valle Ardof e l’alpe Solaz, siamo alle baite del maggengo di Zebrù di fuori (m. 1828). La valle intanto si fa più ampia e pianeggiante, ed in breve siamo alle baite di Chitomàs (m. 1881). La strada propone, quindi, qualche saliscendi, si porta a destra e poi ancora a sinistra della valle (sempre per chi sale) con due ponti, e raggiunge la località Campo di Fuori (m. 1947). Poco oltre, troviamo l’azienda agrituristica Ristoro La Baita (m. 1980). Dopo breve tratto siamo al rifugio Campo (m. 2000), in località Campo di Dentro. Ad un bivio seguiamo le indicazioni per la Baita del Pastore e superiamo sulla sinistra il grande conoide della val di Campo, sotto l'omonima vedretta, colonizzato da cespugli di rododendro e mugo, e sulla destra il rio del Rabbioso (Rinec). La strada attraversa, poi, l'ultimo ponte sul torrente Zebrù, che corre ora alla nostra destra, e porta, dopo una lunga salita, alla Baita del Pastore (m. 2168, ad 8 km da Niblogo). Una sorta di tratturo inizia ad inerpicarsi su un largo dosso erboso, con tornanti regolari e pendenza piuttosto severa. La pista, attraversata una valletta, riprende a salire con inesorabile severità ed al termine di una rampa micidiale, volge a sinistra e raggiunge in breve la cima di un ampio dosso. Poi lascia il posto ad un sentiero, che sale con qualche serpentina sul corpo della morena. Giunti ad un grande masso posto poco sotto il grande sperone su cui è posto il rifugio, ad una quota di circa 2750 metri, troviamo l’ultimo cartello, che segnala anche un importante bivio: alla nostra destra parte un sentiero che sale ai passi di Val Zebrù, dobbiamo seguire il sentiero che volge a sinistra, raggiunge il piede dello sperone e piega a destra, tagliando un nevaietto. Poco sopra torna a tagliarlo da destra a sinistra, poi piega ancora a destra, ed infine a sinistra, prima dell’ultimo traverso pianeggiante che ci permette di approdare, dopo aver attraversato le acque inquiete di un ramo del Rin Marè, la spianata del rifugio V Alpini, a 2877 metri di quota.

Per visitare la valle dobbiamo imboccare, a Bormio, la strada statale del Gavia, entrando nel territorio del comune di Valfurva. Superata la frazione di Uzza, raggiungiamo S. Nicolò. Qui, subito dopo la Casa Comunale, sulla sinistra, dobbiamo lasciare la strada statale per imboccare quella che sale, con diversi tornanti, alle frazioni complessivamente denominate Madonna dei Monti (i Mont). Superati Parìs e Adam, siamo a Plàzzola, dove si trova la chiesa parrocchiale della Vergine del Carmine. Proseguendo nella salita, ignoriamo la deviazione a sinistra che porta alle contrade Cadalberto, Canaréglia e Plazzanecco, e proseguiamo fino a Niblogo (m. 1600), dove la strada aperta al traffico termina ad un parcheggio presso un edificio adibito a punto di informazioni del Parco Nazionale dello Stelvio. Teniamo presente che, date le ridotte dimensioni del parcheggio, nei periodi di punta dopo una certa ora questo si riempie, per cui siamo costretti a scendere sperando in miglior fortuna a Plazzola. Inoltre a Niblogo è possibile trovare veicoli autorizzati a fare la spola negli 8 km che separano il parcheggio dal Baitìn del Pastore. I tempi di attesa possono, però, essere prolungati, perché il servizio viene prestato quando i mezzi sono pieni (5 persone).


San Nicolò Valfurva

Un cartello dà, sulla direttrice che ci interessa (quella principale di valle), le baite Zebrù ad un’ora e 10 minuti, le baite di Campo a 2 ore e 10 minuti, la Baita del pastore a 3 ore ed il rifugio V Alpini a 5 ore e 10 minuti. Un buon camminatore può accorciare questi tempi, ma non di molto. Oltre il parcheggio di Niblogo, inizia la strada sterrata di Val Zebrù, che termina al Baitin del Pastore. Lo scenario cambia repentinamente: dai verdi e solari prati di Madonna dei Monti siamo subito proiettati fra i giochi di luci ed ombre della valle. Attraversato il letto del rio d'Ardof, siamo ad una radura pianeggiante, che presenta un dosso verde coperto di mughi detto Piano delle Tre Croci (Plan da li Tre Crése, m. 1650 ), perché un tempo vi si trovavano tre croci di legno (oggi ne è rimasta una). Incontriamo la deviazione per Pradàccio, località che si trova sull’altro versante della valle rispetto a Madonna dei Monti. In realtà la pista che si stacca dalla Strada di Val Zebrù alla nostra destra era l’originaria strada, di accesso alla valle, costruita per scopi militari, che saliva da S. Antonio passando per S. Gottardo e, appunto, Pradaccio. Leggiamo, infatti, nella già citata Guida CAI del 1884: “Risalendo da S. Antonio o da S. Gottardo la Valle Zebrù, si arriva in meno di due ore alte Case di Zebrù, vasta alpe.”
Per capire l’esigenza di questa strada, consideriamo che la val Zebrù assunse grande rilievo nel corso della Prima guerra mondiale. Sulla cresta settentrionale, infatti, passavano le linee difensive italiane che si estendevano dal passo dell'Ables, ove si collegavano con quelle della valle del Braulio, al Cristallo, al passo dei Camosci, alla cima di Trafòi, al passo dell'Ortles sino al Gran Zebrù. La strada che raggiungeva la Baita del Pastore consentiva, dunque, di trasportare agevolmente i rifornimenti che  poi venivano mandati alla prima linea attraverso teleferiche a motore e a contrappeso.
Qui troviamo altri cartelli: Pradaccio è data a 40 minuti e, nella medesima direzione, le baite Cavallaro a 2 ore e le baite Confinale a 2 ore e 40 minuti. Nella direzione che ci interessa le baite Zebrù sono date a 50 minuti, le baite di Campo a 1 ora e 50 minuti, la Baita del Pastore a 2 ore e 40 minuti ed il rifugio V Alpini a 4 ore e 50 minuti.
Noi, ovviamente, ignoriamo la deviazione per Pradaccio e proseguiamo, raggiungendo il pont di plaz, che scavalca il torrente Zebrù, portandoci dalla parte sinistra a quella destra (per noi che saliamo) della valle. Oltre il ponte, la pista propone un tratto di decisa salita, con un paio di tornanti, tra i boschi umidi e freschi. Al termine della salita siamo ai Piaz (m. 1660), dove si trova anche il ristoro Zebrù. Incontriamo, poi, una nuova deviazione, segnalata: la pista di destra porta in 20 minuti a Pradaccio ed in un’ora e 10 minuti a S. Gottardo, mentre la strada di valle prosegue  per le baite Zebrù, date a 30 minuti, le baite di Campo, date a 1 ora e 30 minuti, e la Baita del Pastore, data a 2 ore e 20 minuti. Sul lato opposto della valle si vede la compatta parete della Reit, con la caratteristica striatura corrugata.
A circa 1800 m. un terzo ponte ci riporta sul lato sinistro (per noi) della valle, dove troviamo una nuova coppia di tornanti, superati i quali ed ignorata una deviazione sulla sinistra per la Valle Ardof e l’alpe Solaz, siamo alle baite del maggengo di Zebrù di fuori (m. 1828). Lo scenario è assolutamente bucolico: alla nostra sinistra i prati e le poche baite si stendono al di sotto del verde intenso dei pini silvestri e mighi, che va ad infrangersi contro la compatta muraglia della roccia calcarea della cresta del monte Cristallo. Guardando alle spalle, oltre il solco iniziale della valle, vediamo, a sinistra, il monte Vallecetta ed a destra la superba Cima Piazzi. Guardando verso la parte superiore della valle, infine, possiamo notare come essa inizi a piegare descrivendo un arco verso destra. Già si intravede la bella e liscia parete del Monte Cristallo, chiamata Pala d’Oro per la colorazione che assume sul far del tramonto. Seguono, a breve distanza, le baite di Zebrù dal Giardìn, Zebrù di dentro e Zebrù da Bigno (m. 1860). La valle intanto si fa più ampia e pianeggiante, ed in breve siamo alle baite di Chitomàs (m. 1881). Sullo sfondo si vede ora meglio la muraglia compatte del monte Cristallo (3434 m), della punta Payer (3446 m) e delle cime di Campo (3408 m).
La strada propone, quindi, qualche saliscendi, si porta a destra e poi ancora a sinistra della valle (sempre per chi sale) con due ponti, e raggiunge la località Campo di Fuori (m. 1947). Poco oltre, troviamo l’azienda agrituristica Ristoro La Baita (m. 1980), ricavato da una caratteristica baita con la parte inferiore in muratura e quella superiore costituita da tronchi connessi ad incastro. Dopo breve tratto, eccoci al rifugio Campo (m. 2000), in località Campo di Dentro, anch’esso costituito da un edificio che, seppure di recente costruzione (fu edificato nel 1985 dalla guida alpina bormina Bruno De Lorenzi), rispecchia integralmente lo stile tradizionale delle baite di valle. Dal rifugio, in caso di emergenza, è possibile telefonare via ponte radio (per i telefonini a Campo non c’è… campo).
Oltre il rifugio, termina l’ampia spianata dei pascoli di Campo e la strada prosegue verso la sua conclusione, ormai non lontana. Ad un bivio, troviamo nuovi cartelli: la deviazione porta alle baite Cavallaro (1 ora e 40 minuti) ed a Pradaccio (2 ore e 30 minuti), mentre la Baita del Pastore è data a 50 minuti. Superiamo, quindi, sulla sinistra il grande conoide della val di Campo, sotto l'omonima vedretta, colonizzato da cespugli di rododendro e mugo, e sulla destra il rio del Rabbioso (Rinec). La strada attraversa, poi, l'ultimo ponte sul torrente Zebrù, che corre ora alla nostra destra, e porta, dopo una lunga salita, all’agognata Baita del Pastore (m. 2168, ad 8 km da Niblogo). Diciamo che di buon passo l’abbiamo raggiunta in due ore e mezza. La Baita funge anche da ristoro, qualora volessimo ricaricare le batterie prima dello strappo finale.
Un cartello è posto all’inizio della pista che sale al rifugio V Alpini, e dà la meta a 2 ore e 10 minuti: teniamo presente che, per la pendenza media della pista e del successivo sentiero e per l’altitudine, c’è sicuramente di che boccheggiare anche per chi ha un discreto allenamento. Dalla Baita, inoltre, parte anche la pista, poi sentiero, che si dirige verso il fondo della valle e sale ai passi di Val Zebrù (dati a 2 ore e 40 minuti), che danno accesso alla Val Cedec e consentono in breve di scendere al rifugio Pizzini-Frattola (dato a 3 ore e 20 minuti). Ma torniamo a noi.
Una sorta di tratturo inizia ad inerpicarsi su un largo dosso erboso, con tornanti regolari e pendenza piuttosto severa. Per distrarci, possiamo volgere ogni tanto lo sguardo, sulla sinistra, ai Corni di Campo. Dopo non poco sudore versato, siamo, a quota di poco superiore ai 2300 metri, ai piedi dell’immenso corpo franoso che scende dai bastioni corrugati che vediamo in fondo alla valle chiamata di Rin Marè. Su un masso enorme troviamo scritta la data del 18 settembre 2004, nella quale scese la frana. Poco più avanti, una piazzola con una recente baracca in legno.
Il tempo di tirare il fiato e la pista, attraversata una valletta, riprende a salire con inesorabile severità. Per la verità, poco dopo la valletta, sulla sinistra, possiamo anche scegliere di imboccare il vecchio sentiero, che rimonta con qualche tornante il dosso erboso, ma, cambiando l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia, sempre sudore è. La pista, al termine di una rampa micidiale, volge a sinistra e raggiunge in breve la cima di un ampio dosso. Vediamo da qui l’ultima parte della salita: la meta è là, diritta davanti a noi, su uno sperone roccioso, non sapremmo dire se vicina o lontana. Ci potrà capitare di vedere, nelle ultime piazzole erbose che contornano la pista, anche coppie di ermellini, o pigri stambecchi che si fanno beffe del nostro arrancare. Ma tant’è: a chi nasce uomo, questo tocca.
Alla fine anche l’ultimo pascolo muore, ed inizia la salita sulla sterminata morena ai piedi del costone della cima della Miniera (alla nostra destra) e dai bastioni che sorreggono i ghiacciai alti, che purtroppo possiamo solo indovinare, più che vedere. La pista lascia il posto ad un sentiero, che sale con qualche serpentina sul corpo della morena. Di tanto in tanto il silenzio viene rotto da scariche di sassi alla nostra destra: è il costone della cima della Miniera che si mostra più inquieto. I sassi potrebbero giungere fino a noi, quindi l’attenzione è d’obbligo. Alla nostra sinistra, invece, nessun pericolo: solo, il bello spettacolo delle cascate del Rin Marè su roccioni che si intuisce levigati da un ghiacciaio che solo di recente si è ritirato a più alte quote. Intanto, con l’accorciarsi del fiato, si accorcia anche la distanza che ci separa dal rifugio, e la domanda è: quale finirà prima?
Poniamo la domanda al grande masso posto poco sotto il grande sperone su cui è posto il rifugio. Qui, ad una quota di circa 2750 metri, troviamo l’ultimo cartello, che segnala anche un importante bivio: alla nostra destra parte un sentiero, meno marcato, che taglia tutto il versante franoso della cima della Miniera (attenzione alle scariche!), per poi aggirarne lo spigolo e proseguire in direzione della testata della valle, fino ai passi di Val Zebrù, dati ad un’ora e 40 minuti, mentre il rifugio Pizzini-Frattola è dato a 2 ore e 20 minuti. Questo sentiero serve ad effettuare un’elegante e panoramicamente entusiasmante traversata dal rifugio V Alpini al rifugio Pizzini (o al rifugio Casati).
Il nostro sentiero, invece, volge a sinistra, raggiunge il piede dello sperone e piega a destra, tagliando un nevaietto. Poco sopra torna a tagliarlo da destra a sinistra, poi piega ancora a destra, ed infine a sinistra, prima dell’ultimo traverso pianeggiante che ci permette di approdare, dopo aver attraversato le acque inquiete di un ramo del Rin Marè, la spianata del rifugio V Alpini, a 2877 metri di quota. Poco sotto, l’edificio del rifugio gemello, dedicato alla memoria di Guido Bertarelli. Tempo impiegato: dalle 4 ore e mezza in su. Dislivello superato: 1300 metri circa.

Val Zebrù

La storia del rifugio è antica ed illustre. Originariamente si chiamava capanna Milano, inaugurata il 24 agosto 1884, ampliata nel 1901 e, durante la Prima guerra mondiale, sede del comando di tutte le truppe italiane in Val Zebrù. L’esercito austro-ungarico la sottopose a ripetuti cannoneggiamenti, senza però riuscire mai a distruggerla. Nel 1919-20 la capanna venne restaurata dopo i danni subiti durante la guerra. Nel 1926 venne dedicata al V reggimento degli Alpini e nel 1928 ristrutturata dagli Alpini stessi. Nel 1969, infine, venne costruito il rifugio gemello dedicato a Guido Bertarelli, combattente nella Grande Guerra, scrittore di montagna e promotore della ristrutturazione del 1928. Attualmente il rifugio dispone di 60 posti letto (cui si aggiungono i 12 del Bertarelli), servizi igienici, acqua corrente, docce e servizio ristorante.
Ma cediamo di nuovo la parola alla Guida CAI del 1884, che, ovviamente, nulla sa di questi sviluppi, ma ci illustra, in sintesi, i primordi della sua storia:
In questi giorni appunto si sta ultimando la Capanna Milano (2842 m.) che la benemerita Sezione di Milano del C. A. I. ha fatta costruite sui fianchi del Zebrù, ai piedi di una rupe che interrompe, dopo mezz'ora di cammino dalla sua base, il ghiacciaio di Ramorè.

Rifugi V Alpini e Bertarelli

…Risalendo da S. Antonio o da S. Gottardo la Valle Zebrù, si arriva in meno di due ore alte Case di Zebrù, vasta alpe. …Continuando dalle Case di Zebrù a risalire la valle si giunge alla Baita del Pastore (2056 m.), e di là per la Valle del Ria­mare alla Capanna Milano (2842 m.). Questa capanna sarà d'ora in poi punto di partenza per le salite al Zebrù, al Gran Zebrù e all'Ortler-Spitz e per la traversata dei passi che mettono nelle valli di Trafoi e di Solda.”

LA TRAVERSATA AL RIFUGIO PIZZINI-FRATTOLA PER IL PASSO DI VAL ZEBRU'

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugi V Alpini-Bertarelli - Passi di Val Zebrù - Rifugio Pizzini-Frattola
2 h
500
E
SINTESI. Ridiscesi dal rifugio V Alpini al bivio, prendiamo a sinistra, seguendo il sentiero che sale ai passi di Val Zebrù. Il sentiero taglia in diagonale, in direzione sud, il mare di sfasciumi che occupa il fianco occidentale del picco V Alpini (propaggine della Cima della Miniera), raggiungendo, dopo circa 700 metri (lineari) una sella erbosa alla quale esce dalla valle di Rin Maré, per poi piegare a sinistra (direzione sud-est), scendendo fino a quota 2550 metri circa e piegando ancora leggermente a sinistra. Tagliati alcuni valloncelli, guadagniamo leggermente quota, mentre ci intercetta, salendo da destra, il sentiero che giunge fin qui dalla Baita del Pastore. Superato un costone, ci affacciamo all'anfiteatro terminale della valle, dove si dispiega un ampio nevaio. La sella del passo è ben visibile, essendo al centro del crinale terminale. La raggiungiamo descrivendo un ampio arco in senso orario, fino a giungere più o meno sotto la verticale della sela, per poi attaccare il ripido versante del nevaio e guadagnare, dopo circa 3 km (lineari) dalla sela erbosa, i 3001 metri del passo di Zebrù. Scendiamo in Val Cedeh tagliando verso sinistra il nevaietto sotto il passo, e ci portiamo a monte di uno sperone roccioso, che il sentiero, facendosi ben marcato, taglia scendendo sul lato sinistro (attenzione all'esposizione sul lato sinistro). Attraversiamo poi una piana solcata da pigre acque di fusione e, prestando attenzione a segnavia, ometti e massi a punta di lancia infissi nel terreno, ci affacciamo alle ultime balze a monte del rifugio Pizzini-Frattola (m. 2700), per le quali scendiamo facilmente al rifugio medesimo.


Apri qui una panoramica dal Passo di Val Zebrù

Proseguendo sul sentiero che percorre l'intera Val Zebrù si raggiunge la sua parte terminale. Qui il passo (o passi) di Val Zebrù (anche solo passo di Zebrù: localmente: pas zébrù) permette di traversare alla Val Cedec, laterale della Valle dei Forni, e quindi al rifugio Pizzini-Fràttola (con possibile prosecuzione per i rifugio Casati-Guasti o Branca).
Ne parla già la Guida alla Valtellina curata da Fabio Besta ed edita dal CAI di Sondrio, in questi termini (1884, II edizione): “Un più facile cammino tra la Valle Zebrù e quella di Cedeh è offerta dal passo Zebrù (3020 m.), a cui si giunge dalla Baita del Pastore risalendo tutta la valle. Giunti al fondo si può ascendere il ghiacciaio, in taluni punti erto, che conduce fino al colle, oppure prendere a destra, come fece lo Stoppani nel 1865, su per i ripidi detriti, poi lungo lo spigolo roccioso che rasenta la vedretta, in fine per morena e per l’ultimo lembo del ghiacciaio sopradetto. La discesa in Val Cedeh, per la vedretta da prima, poi per morene, non offre difficoltà. Il primo alpinista che attraversò questo passo venendo dalla Val Cedeh è stato, se ben ci apponiamo, l’illustre botanico Martino Anzi, nel 1864; l’anno dopo lo percorse da Val Zebrù una comitiva guidata dallo Stoppani, i, quale ci lasciò, nelle Serate dello Zio, una stupenda descrizione dell’arduo cammino.”
Più di un secolo fa, come si può riscontrare nella relazione dell'abate Stoppani qui di seguito riportata, la traversata era piuttosto difficile, per la presenza della vedretta di Zebrù. Oggi quel che resta del ghiacciaio è un ampio nevaio che non pone eccessivi problemi, anche se va affrontato con tutto l'equipaggiamento del caso.


Val Zebrù dal passo di Zebrù

Per effettuarla dobbiamo ridiscendere dal rifugio V Alpini lungo il sentiero di salita e, al bivio presso il grande masso sotto lo sperone roccioso, lasciarlo prendendo a sinistra, cioè imboccando il sentiero, segnalato, per i passi Zebrù (dati ad un'ora e 40 minuti), il rifugio Pizzini (dato a 2 ore e 20 minuti) ed il rifugio Forni (dato a 3 ore e 40 minuti). Il sentiero taglia in diagonale, in direzione sud, il mare di sfasciumi che occupa il fianco occidentale del picco V Alpini (propaggine della Cima della Miniera), raggiungendo, dopo circa 700 metri (lineari) una sella erbosa alla quale esce dalla valle di Rin Maré, per poi piegare a sinistra (direzione sud-est), scendendo fino a quota 2550 metri circa e piegando ancora leggermente a sinistra. Tagliati alcuni valloncelli, guadagniamo leggermente quota, mentre ci intercetta, salendo da destra, il sentiero che giunge fin qui dalla Baita del Pastore.
Dobbiamo ora guadare il torrentello che scende dalla vedretta della Miniera. Guardando in alto, vedremo quel che resta della vedretta della Miniera. La denominazione si riferisce ad una miniera di ferro abbandonata. Il vallone che scende dalla vedretta è legato anche alla leggenda del cavaliere Johannes Zebrusius, da cui deriverebbe anche il nome della valle. A metà del secolo XII Johannes era feudatario della Gera d’Adda. Si innamorò di Armelinda, figlia di un castellano del Lario. Questa ricambiava il suo amore, ma il padre si oppose ad esso. Nella speranza di superare la sua ferma opposizione, Johannes decise di partire per la Crociata in Terrasanta, dove rimase quattro anni, combattendo con valore per difendere la fede cristiana. Tornato, seppe però che il padre non aveva cambiato idea, ed anche l’amata aveva tradito il giuramento di eterno amore, dandosi in sposa ad un castellano del milanese. Piegato dal dolore, giunse fino a questa valle e vi rimase trent’anni ed un giorno, vivendo nella solitudine e nelle preghiere. Prossimo alla morte, costruì un complesso congegno con tronchi di legno. Quando sentì giunta la sua ultima ora, si lasciò andare sui tronchi di quella triste macchina: il peso del suo corpo la mise in moto e fece calare sul moriente un enorme masso bianco, su cui era scritto “Joan(nes) Zebru(sius) a.d. MCCVII”. Il masso c'è ancora, lo si può osservare anche dalla Baita del Pastore.


Apri qui una panoramica della Val Cedec con il rifugio Pizzini-Frattola

Torniamo alla traversata: superato un costone, ci affacciamo all'anfiteatro terminale della valle, dove si dispiega un ampio nevaio. La sella del passo è ben visibile, essendo al centro del crinale terminale. La raggiungiamo descrivendo un ampio arco in senso orario, fino a giungere più o meno sotto la verticale della sela, per poi attaccare il ripido versante del nevaio e guadagnare, dopo circa 3 km (lineari) dalla sela erbosa, i 3001 metri del passo di Zebrù. Sorprendente e splendido il panorama. Sul versante settentrionale della Val Zebrù si impone il Gran Zebrù, occhieggiando, sovrano, alle spalle della rossa Cima della Miniera. Alla sua sinistra, una teoria di cime ben note agli appassionati dell’alpinismo, fra le quali spiccano il monte Zebrù, la cima Tuckett, l’Ortles, la Cina degli Spiriti ed il Monte Cristallo. Sul versante della Val Cedec si distinguono il Cevedale ed il monte Pasquale, mentre più a destra e sul fondo si distingue il massiccio profilo del pizzo Tresero.
Sul passo il cartello del sentiero 529 dà il rifugio Pizzini a 40 minuti, il rifugio Forni ad un'ora e 50 minuti e Santa Caterina a 3 ore e 30 minuti. La discesa è agevole. Tagliato verso sinistra il nevaietto sotto il passo, ci portiamo a monte di uno sperone roccioso, che il sentiero, facendosi ben marcato, taglia scendendo sul lato sinistro (attenzione all'esposizione sul lato sinistro). Attraversiamo poi una piana solcata da pigre acque di fusione e, prestando attenzione a segnavia, ometti e massi a punta di lancia infissi nel terreno, ci affacciamo alle ultime balze a monte del rifugio Pizzini-Frattola (m. 2700), per le quali scendiamo facilmente alla nostra meta, dopo un paio d'ore circa di cammino (il dislivello approssimativo in altezza è di 500 metri).

L'ABATE STOPPANI AI PASSI DELLO ZEBRU', UN SECOLO E MEZZO FA

Tutti conoscono il significato dell’espressione “il bel paese”, e molti la utilizzano, con maggiore o minore ironia, quando parlano dell’Italia. Ben pochi sanno, però, quale sia la sua origine: essa si riferisce al titolo di un’opera di una delle più interessanti figure della geologia italiana ottocentesca, l’abate Antonio Stoppani (1824-1891), che fu anche sacerdote, patriota ed appassionato di glaciologia. In quest’opera descrisse, in altrettante serate, trentaquattro itinerari esemplificativi della bellezza naturalistica dei paesaggi italiani, immaginando di doverli raccontare, con linguaggio semplice e chiaro, ai nipoti. La quinta serata è dedicata al racconto dell’avventurosa salita, attraverso l’intera Val Zebrù, ai passi dello Zebrù, che si affacciano alla Val Cedec. Abbiamo detto che tale escursione rappresenta una validissima alternativa alla salita alla V Alpini (oppure un completamento della stessa), e può terminare con la facile e breve discesa al rifugio Pizzini-Frattola. Non fu così per lo Stoppani e per la sua comitiva, che si muovevano su un terreno caratterizzato, nella seconda metà dell’ottocento, da una presenza dei ghiaccai ben più significativa rispetto all’attuale, ed oltretutto in una giornata di tempo pessimo. Ecco come andò, nel racconto dell’abate stesso:
“La Valle del Zebrù é delimitata, a settentrione, dai contrafforti di M. Cristallo (m. 3431) che è al sud dello Stelvio, e da quelli di Dosso Reit (m. 3075); a mezzodì dalla catena del Confinale (m. 3370), che per mezzo della Cima del Forno (m. 3240) e del Passo Zebrù, si attacca al grandioso gruppo del Ortelio-Cevedale, quasi dividendolo per meta. La prima parte che comprende le vette dell'Ortelio (Ortler spitze), del Zebrù e della Konigspitze, tutte superiori ai 3700 metri, torna lo sfondo della Valle del Zebrù, ricca di ghiacciai, che però sono assai più sviluppati sull'opposto versante tirolese; la seconda parte, che si inizia al Passo Cedeh (m. 3271) e si prolunga fino al Corno dei Tre Signori (m. 3359), costituisce l'imponente sfondo della Val Furva, che a S. Caterina si parte nelle due valli di Gavia e del Forno, Questo sfondo che ha ghiacciai e vedrette più estese nel versante italiano, comprende il M. Cevc­dale (m. 3776), il M. Pasquale (m. 3557), il Pallon della Mare (3707), il M. Vioz (m. 3639), la Punta Pejo (m 3557), il Pizzo Tresèro (m. 3602) che sovrasta immediatamente al ghiacciaio del Forno unita­mente al Pizzo S. Matteo (m. 3692) e i monti Ciumella e Mantello, che si elevano rispettivamente a 3599 e 3536 metri. Il torrente Frodolfo, che nasce in Val Gavia dal Lago Bianco, riceve a S. Antonio il Zebrù, che percorre la valle omonima, e si immette nell'Adda a valle di Bormio, presso il villaggio di S. Lucia…
Non spuntava ancor l'alba che la compagnia era già pronta. Il cielo s'andava rasserenando ed alla pioggia era succeduto il vento. La comitiva, divenuta più numerosa, era quindi più lieta. Per guadagnar tempo, una specie di omnibus ci conduce a Sant'Antonio dove lo Zebrù mette foce nel Frodolfo. Si ascende il pendio coperto di colti e di casolari, e in poco d'ora siamo all' ingresso della valle. La valle dello Zebrù è stretta, selvaggia, infossata tra due catene di montagne. Quella che la fiancheggia alla destra, non è che un'enorme scogliera, una parete a picco di nude calcaree, su cui a mala pena s' abbarbica uno sterpo. Alla sinistra i monti sono un po' più mossi, più docili, abbastanza ricchi di vegetazione; ma in complesso la valle riesce poco pittoresca e assai monotona,
fino al fondo, dove improvvisamente la salita si fa ripida, e la scena cambia interamente. Là vi porto immediatamente a risparmio di noje. La a valle, sempre angusta, là sembra chiudersi improvvisa. Una rupe, facendo da contrafforte alle montagne sulla sinistra, ove noi camminavamo, sin spinge fin quasi a toccare quelle sulla destra, in guisa che il torrente è stretto in una forra, d’onde sbuca che è tutto una spuma.
Fa d’uopo girare attorno a quella prima rupe, quindi ad altre, finché ci si apre allo sguardo un capace bacino, quasi in forma d’imbuto, circondato da rupi inaccesse, da vette biancheggianti di neve, d’onde discesero i ghiacciai a imponenti frastagli, che fan da corona al bacino, versandovi ciascuno, quasi altrettanti otri, un torrente. Nessuno di essi arriva però fino al fondo; nemmeno il principale, il primo che si incontra sulla sinistra.
Esso peraltro scende sì basso, e ci si attraversa sulla via di tal guisa, che è necessario o slanciarsi d'un salto oltre il torrente che ne sbocca, rigonfio dal più bel sole del pomeriggio, o attraversare più in alto lo stesso ghiacciaio, che offre una pendenza bastante per incutere qualche timore. I più destri lanciarono il salto, e furor di là; altri, ed io tra questi, attraversammo il ghiacciajo. Scavalcando in seguito un certo numero d' incomposte morene, ci portammo sulla destra della valle affatto sgombra di ghiaccio, dove comincia l'aspra salita che doveva condurci alla vetta, la quale ci stava già di fronte. Si camminava assai a disagio e sempre sopra cumuli incoerenti di macerie, quasi sopra un piccolo caos di massi d'ogni dimensione e d'ogni forma, che al mio occhio rappresentava il sistema delle morene invernali… I ghiacciai sono soggetti a sensibili oscillazioni: ora si avanzano, guadagnando terreno, ora si arretrano o sembrano arretrarsi. Prescindendo dalle grandi oscillazioni, per cui essi, in epoca assai lontana da noi, discesero dalle valli alpine, colmarono í nostri laghi, coprirono le nostre colline, ed invasero fino una parte delle nostre pianure, coperte allora dal mare, per ritirarsi quindi entro í loro attuali o attuali recessi....
Prescindendo dunque da quelle grandi oscillazioni a cui andarono soggetti i ghiacciai in tempi        altre preistorici, e da altre meno considerevoli che ebbero luogo in tempi storici, sensibili oscillazioni corrispondono invariabilmente alle stagioni. D’inverno, non essendovi disgelo od essendovene ben poco, il ghiacciajo s’ingrossa e quindi avanza. D'estate al contrario, sotto la sferza del sole, vigorosissima anche in seno alle Alpi, il ghiacciajo s'impicciolisce e sembra, come dissi, ritirarsi. I piccoli ghiacciai presentano assai più sensibili tali oscillazioni annuali. Codesti ghiacciai possono d'inverno accrescersi rapidamente di estensione, ma, avendo poca profondità, ossia poca grossezza, sono in breve tempo disciolti durante la state, e quindi ridotti entro angusti confini... Io ritengo, per esempio, che i ghiacciai dello Zebrù debbano d'inverno discendere in modo. da coprire interamente il fondo del descritto bacino, lasciandovi, nella loro ritirata estiva, le morene che si avanzano, coll'avanzarsi del ghiacciajo, ma non possono con lui ritirarsi. Era su queste morene, ch'io chiamo invernali, che noi camminavamo.
Il salire si era fatto erto quanto mai si può dire; la fatica improba davvero. Ogni due o tre passi bisognava soffermarsi a pigliar fiato, quasi ci colpisse una sincope. Nelle alte regioni non è solo il lavoro dei muscoli che rende sì faticoso il salire. Ritengo che la rarefazione dell'aria, accelerando la respirazione, aumentando i battiti del cuore, producendo quello stato di parossismo, di vertigine, descritto da tutti i viaggiatori alpini, raddoppi quel senso di pena e di sfinimento che si prova pur sempre quando si sale. Forse era meglio ripassare sulla sinistra e seguire le vedrette che salivano fino al valico che dovevamo guadagnare, né io sarei lungi dal consigliarlo a chi volesse ripetere la nostra corsa.
Il pendio da quella parte è piuttosto ripido, ma non così che presenti, per mio avviso, né vero pericolo, né quelle difficoltà contro le quali noi dovemmo lottare tenendo la destra. Infatti, non lungi dalla vetta, ci trovammo di fronte ad una scogliera nuda, inaccessibile, che partendo dalle montagne di destra, finiva al lembo d' una vedretta, limitata in alto da rupi parimenti inaccessibili. Appariva soltanto ai limiti della scogli; verso il ghiacciaio una specie di vallone o piuttosto un canale, d'onda franavano i ruderi d'una enorme morena. dipendente dai ghiacciai della destra. Tra il canale e la vedretta, della quale parlai, sorgeva uno scoglio lungo, acuto a foggia di lama dentata. Volgemmo immediatamente il passo verso il canale, come ad unico punto accessibile. Ma il primo che si provò a salirvi ci rese accorti che era inutile, o almeno pericoloso, di ritentare la prova. Non si arrampicava due passi, che non ne discendesse sdrucciolando altrettanti; di più i massi che lo ingombravano, trovandosi su quel ripido pendio nella condizione del più mobile equilibrio, franavano al basso, con pericolo del salitore, e peggio de' sottostanti che avessero tentato di seguirlo. Parve migliore, anzi unico partito, attraversare la frana, e seguire, come meglio si poteva, quell'acuta lama di scoglio che fiancheggiava la vedretta. 

Qui un altro genere di difficoltà; la fatica dell'aggrapparsi mani e piedi, imposta dalla forma di quella rupe scoscesa e dentata, si raddoppiò per la natura mineralogica della roccia di cui era composta. Constava di uno schisto talcoso, cioè di una roccia fogliettata, composta in massima parte da talco, minerale assai molle, liscio, lucente, sdrucciolevole, untuoso al tatto come fosse sapone. Infatti quella varietà di schisto è detta steatite dai mineralogisti (stear in greco vuol dire lardo), e in commercio pietra saponaria. Afferravi con una mano una scheggia sporgente, e dessa si staccava; ti appuntavi con un piede, e ti sfuggiva come l'avessi posto sul ghiaccio. Infine fu un lavoro di mani e piedi, di ginocchia, di petto, un vero appiccarsi corpo a corpo alla roccia, quale non mi era toccato in mia vita giammai. Ecco, dicevo tra me, ecco il bell'imbroglio in che ci saremmo trovati jeri, quando ci fossimo ostinati a discendere da questa dopo che avessimo raggiunta la vetta dall'opposta parte. Era egli possibile infatti, con un vento impetuoso, in mezzo a turbini di neve, che tutti avrebbe ricoperti quegli scogli e quelle morene, con tutta la facilità di perder la tramontana, era egli possibile, ripeto, di cavarcela senza danno forse serissimo? Credo che anche il proposto dividesse i miei pensieri e le mie convinzioni.
Finalmente lo scoglio è superato, ed eccoci sulla morena stessa che franava nel canale. È un gigantesco cumulo di massi d’ogni forma, d’ogni dimensione, fra i quali spiccano abbondantissimi i pezzi di bianchissimo marmo saccaroide. Ma non ci era tempo a badarci. S’attraversava la morena, quindi una piccola vedretta, poscia di nuovo uno scoglio assai meno difficile del primo; ed eccoci davanti il sospirato valico che ci sovrasta di poche decine di metri. Non altro ce ne divideva che una porzione di pendio coperto di ghiaccio granuloso. Io lo riconobbi benissimo; era il formidabile piano inclinato che l’anno precedente ci aveva intimato il ritorno.
Ma esso aveva perduto ogni prestigio a petto delle difficoltà superate; d'altronde, salendo, non c'era più quell'effetto ottico che produce un ripido pendio misurato dall'alto. Anzi non ci parve vero di poter una volta camminar ritti sulle piante, e in fila serrata. Ricalcando le orme l'uno dell'altro per precauzione, e salendo a larghi zig-zag per diminuire la pendenza, in pochi minuti eravamo sulla cresta nel punto dove comincia la discesa. Il vento, che ci aveva disturbati nel salire e doveva esser più forte sulla vetta, aveva invece dato luogo alla calma; il sole splendeva verso tramonto; il cielo era di cristallo. Lo sguardo dominava le due valli! Spingendolo fin là d’onde si dipartiva dai vasti campi di eterne nevi e dalle serene vette che lo avevano generato; mentre, guardando a sinistra, vedevamo giù rovesciarsi dalle nevose cime, quasi gonfia fiumana divina in più rami e formante diverse cascate, i ghiacciai del passo Martello. Ma più di tutto meravigliose e meritevoli per sé sole della fatica che costa il guadagnare lo Zebrù, sono due gigantesche piramidi gemelle in cui si termina verso nord la scogliera sulla quale ci troviamo. L’una è tutta coperta di neve, l’altra quasi interamente nuda; eppure quella nuda interamente gareggia in bianchezza coll’altra vestita di neve; e il crederete facilmente, quando vi dirò che sulla prima i bellissimi calcari saccaroidi hanno sì grande sviluppo, che essa può ben dirsi una montagna di marmo bianco.
Non credete che sia postuma fantasia quando vi assicuro che lo svolgersi di quelle creste candidissime, frastagliate come da tante aguglie, mi ricordò vivamente il duomo di Milano. Ritengo che all'effetto che produce alla vista quella marmorea piramide debba il suo nome di monte Cristallo, che distingue con termine generico tutta la catena, la quale divide la valle dello Zebrù da quella per cui si sale al passo dello Stelvio.
Pieni, ma non sazi dell’incantevole spettacolo, e quasi ebbri del pensiero della vittoria, discendemmo a balzi nella valle del Frodolfo. Rasentando quella vedretta e quella frana così nefaste, ci pareva impossibile che ieri ci avessero dato tanto da fare. Ma altro è il mare che dorme a guisa di placida laguna, altro il mare furioso sotto gli impeti della tempesta.
Se vi troverete un giorno a Santa Caterina, non lasciate di valicare lo Zebrù. Scegliete peraltro una bella giornata. A tempo sereno quel passaggio non è che una generosa partita di piacere a cui può pigliar parte qualunque più mediocre salitor di montagne. Ma se il tempo è brutto, soprattutto se è turbinoso, può esporre a seri pericoli anche l’alpigiano più esperimentato. Tuttavia, anche col bel tempo, la prudenza ci vuole sempre.”

Gran Zebrù

Mappa del percorso - particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

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