Vedretta della Ventina

SENTIERO GLACIOLOGICO L. MARSON

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Chiareggio-Rifugio Gerli-Porro e Ventina-Fronte della vadretta della Ventina
2 h
640
E
SINTESI. Entrati in Chiareggio (m. 1612), lo attraversiamo interamente, seguendo le indicazioni per il parcheggio, al quale scendiamo, sulla sinistra, proprio al suo limite occidentale. Il parcheggio è costituito dall’ampia spianata che si stende sulle rive del Mallero (màler); percorriamolo interamente verso sinistra (cioè nell’opposta direzione di marcia rispetto a quella tenuta per attraversare il paese), fino al suo limite, e qui lasciamo l’automobile (m. 1590). Procediamo verso est fino al ponte che ci porta sul lato opposto del Mallero e qui prendiamo a destra, percorrendo un tratturo che sale gradualmente. Ignorate deviazioni a sinistra e destra, dopo un ultimo strappo raggiungiamo il rifugio Gerli-Porro (m. 1965).Proseguiamo seguendo le indicazioni per il passo Ventina ed i triangoli gialli dell'Alta Via della Valmalenco, verso l'interno della valle (sud), passando sotto il rifugio Ventina e su un ponticello in legno. Superato un secondo ponticello, proseguiamo, fra massi, terreno morenico e radi larici, fino al fondo della piana, puntando alla grande morena davanti a noi. Dopo un primo tratto di salita sul filo della morena, a 2000 metri dobbiamo prestare attenzione ad un bivio, perché l’Alta Via ed il Sentiero Glaciologico si separano. Prendiamo a destra, tagliando il fianco della morena ed incontrando diversi cartelli e targhe che raccontano la storia del ghiacciaio della Ventina. Per un buon tratto restiamo a poca distanza dal ramo principale del torrente, poi ce ne allontaniamo; su un sasso levigato troviamo un cordiale “Benvenuti”. Iniziamo a salire più decisamente, seguendo i segnavia rosso-bianco-rossi; possiamo osservare, alla nostra sinistra, la scura parete della grande morena solcata da numerosi smottamenti. Raggiunto, poi, un masso sul quale è segnata una grande freccia bianco-rossa, a quota 2160, dobbiamo prestare attenzione: anziché procedere, salendo diritti, nella direzione della freccia e dei segnavia rosso-bianco-rossi, dobbiamo volgere a destra, seguendo due bolli rossi. Oltre i bolli, non troviamo più segnali, se non qualche ometto, ma il sentiero è abbastanza evidente. In alto, davanti a noi, il ghiacciaio non si vede più, perché è nascosto da una grande placca di roccia. La salita ci porta proprio ai piedi di questa placca, e qui prendiamo a destra, fino a guadagnare il filo di una piccola morena secondaria, che poi seguiamo per un breve tratto, piegando quindi di nuovo a destra e salendo sul filo di una seconda piccola morena. Alcuni ometti ci indicano la direzione da tenere. Saliamo per un tratto e prendiamo di nuovo a destra: finalmente il ghiacciaio riappare, ed ora non abbiamo più dubbi sulla direzione da tenere per raggiungere la sua fronte del ghiacciaio (m. 2225).


Val Ventina e Vedretta della Ventina

Nel 1884 la “Guida alla Valtellina”, edita a cura della sezione Valtellinese del CAI, presentava l’escursione al lago Piròla in questi termini: “Una gita facile e breve da Chiareggio conduce per la Valle Vantina, a sud-ovest, al lago Pirola. Si attraversa prima il Mallero (màler) al di sotto del punto di congiunzione tra i due torrenti di Valle Ventina e Valle delle Disgrazie, e si sale lungo il fianco destro della Valle Ventina per un sentiero assai comodo. Arrivati all’alpe Ventina (alp de la venténa), dove termina l’immenso ghiacciaio che porta lo stesso nome, si abbandona la valle, salendo a sinistra fino al lago...
Se oggi raggiungiamo l’alpe Ventina ed il punto di partenza del sentiero per il lago, non possiamo non restare perlomeno sorpresi da questa descrizione: non vediamo un immenso ghiacciaio, ma solo un ghiacciaio di dimensioni ridotte, la cui fronte è parecchio più arretrata rispetto al punto in cui siamo. È passato più di un secolo, e nel frattempo il ghiacciaio della Ventina (questo è il suo nome; "védrècia de la venténa") ha subito un clamoroso processo di ritiro (processo, c’è da dire, iniziato già prima, ed intervallato da pause).
Difficile capirne fino in fondo i motivi. Certo è che le modificazioni climatiche hanno giocato, e giocheranno sempre di più, in futuro, un ruolo determinante. È stata, infatti, formulata la previsione secondo la quale l’innalzamento della temperature media del pianeta, conseguenza dell’aumento della concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera, porterà, intorno al 2050, alla scomparsa di tutti i ghiacciai alpini al di sotto dei 3500 metri.
Fatto sta che, dopo la cosiddetta piccola età glaciale, che ha interessato, pressappoco, i tre secoli compresi fra il 1550 ed il 1850 (e che molto probabilmente ha determinato un’espansione del ghiacciaio, che ha raggiunto la posizione più avanzata nel 1600), il ritiro è iniziato nell’Ottocento. La prima rilevazione, del 1815, di L. Marso, ne colloca la fronte là dove oggi inizia la grande morena, al termine della spianata che ospita i rifugi Gerli-Porro e Ventina. Nella seconda metà dell’ottocento, stando a quello che troviamo nella Guida alla Valtellina, l’arretramento non doveva essere stato particolarmente marcato. Poi, la rilevazione del 1920 fa segnare, rispetto a quella del 1815, un regresso di 180 metri. La tendenza si inverte negli anni Venti del Novecento, ma dal 1928 riprende la serie dei regressi. Nel 1953 la fronte regredisce di 70 metri, nel 1964 addirittura 131; nel 1965 di 90 e nel 1966 di 81 metri. Dopo il regresso del 1970, nuova inversione di tendenza: negli anni Settanta ed Ottanta si ha un’avanzata, per quanto modesta (circa 100 metri complessivi). Poi, di nuovo regresso.
Oggi, grazie al sentiero glaciologico Vittorio Sella (istituito nel 1992 dal Servizio Glaciologico Lombardo e dedicato a Vittorio Sella, alpinista, esploratore e pioniere della fotografia alpina), è possibile un incontro ravvicinato con questo ghiacciaio, e soprattutto, grazie ad una serie di targhe poste nei punti in cui la fronte si è attestata in diversi anni, è possibile rendersi conto delle tappe e delle dimensioni del suo ritiro. Lo possiamo fare, oltretutto, con un’escursione di impegno modesto, ma di grande interesse e suggestione.
Punto di partenza è Chiareggio (cirècc, cirécc o ciarécc; in un documento del 1544 “gieregio”; in una mappa del 1816 risultava costituito dalla chiesetta di S. Anna, dall’Osteria del Bosco, dal baitone di fronte alla chiesa e da sei piccole costruzioni lungo il Mallero -màler-; m. 1612), noto centro di villeggiatura in alta Valmalenco (val del màler), a 14 km da Chiesa Valmalenco (28 km da Sondrio). Raggiunte le case del paesino, lo attraversiamo interamente, seguendo le indicazioni per il parcheggio, al quale scendiamo, sulla sinistra, proprio al suo limite occidentale. Il parcheggio è costituito dall’ampia spianata che si stende sulle rive del Mallero (màler); percorriamolo interamente verso sinistra (cioè nell’opposta direzione di marcia rispetto a quella tenuta per attraversare il paese), fino al suo limite, e qui lasciamo l’automobile (m. 1590).
Procedendo per un breve tratto verso est, troviamo il ponte sul Mallero (màler) che porta dalla riva settentrionale a quella meridionale; un cartello indica il rifugio Gerli-Porro ad un’ora di cammino ed il rifugio Ventina ad un’ora e 5 minuti. Raggiunta la riva opposta, prendiamo a destra, imboccando il tratturo che porta all’alpe Ventina, dove si trovano i due rifugi già menzionati. Nel cuore della stagione estiva, non soffriremo certamente la solitudine: frotte di escursionisti di ogni età sciamano, infatti, da Chiareggio salendo ai due rifugi, sfruttando l’opportunità, non frequente, di raggiungere, in un’ora o poco più di cammino, uno splendido scenario di alta montagna, quello rappresentato dall’alpe Ventina.
Il tratturo sale con una pendenza abbastanza moderata e regolare (anche se nell'ultima parte la pendenza si fa più severa), descrivendo un largo arco che ci porta all’ingresso della Val Ventina, la più meridionale della tre valli maggiori nelle quali si suddivide l’alta Valmalenco a monte di Chiareggio. Ci sono solo due tornanti, l'uno consecutivo all'altro. Appena prima del tornantino sinistrorso si stacca dalla pista, sulla destra, un sentiero che scende al ponte del Mallero (màler) nei pressi dell'alpe Forbesina: di qui passa la primissima parte della terza tappa dell'Alta Via della Valmalenco. Appena dopo il successivo tornante destrorso troviamo, su un masso alla nostra sinistra, l'indicazione che segnala la partenza del sentiero per il lago Pirola. Continuiamo a salire verso i rifugi dell'alpe Ventina. La pista attraversa una fascia di materiale franoso, che scende da un evidente canalone posto in alto, a sinistra. Alla sua destra, il profilo scuro del Torrione Porro. Poco oltre, vediamo, sulla nostra sinistra, un secondo sentiero, segnalato, per il lago Pirola (sigla LP): si tratta di un sentiero che si congiunge con quello che parte più in basso.


Val Ventina

Al termine del tratturo, dopo circa un’ora di cammino, ci troviamo di fronte i rifugi Gerli-Porro (si tratta di due rifugi contigui), a 1965 metri, sul limite della splendida piana dell’alpe Ventina. Il primo è dedicato ad Amerino e Maria Gerli, mentre il secondo è sorto nel 1936, in ricordo di Augusto Porro, travolto da una slavina sul Piz Corvatsch l’anno precedente; nei suoi pressi si trova anche una cappelletta dedicata ai caduti in montagna ed un pannello che illustra le caratteristiche del sentiero glaciologico che andremo a percorrere (lunghezza: 3,5 km; dislivello totale: 175 m; tempo di percorrenza: 1 ora e 30 minuti; difficoltà: E). Più avanti, quasi appartato e discreto, sorge il rifugio Ventina (m. 1975).
Dobbiamo procedere in quella direzione, seguendo le indicazioni per il passo di Ventina (pas de la venténa, m. 2675), che permette di scendere in Val Sassersa (val de sasèrsa), seguendo il percorso della seconda tappa dell’Alta Via della Valmalenco (la quale parte dal rifugio Bosio e si conclude proprio ai rifugi Gerli-Porro). Passiamo, dunque, proprio sotto il rifugio Ventina e, sfruttando un ponticello, scavalchiamo un ramo del torrente che scende proprio dal ghiacciaio. Su un grande masso accanto al ponticello è posto il cartello che segnala la posizione più avanzata della fronte raggiunta in epoca storica, forse nel XVII secolo. Con uno sforzo di immaginazione, proviamo a raffigurarci l’intera valle che ci sta di fronte occupata da un’immane massi di ghiaccio.
Scavalcato, su un ponticello, un secondo ramo del torrente, proseguiamo, fra massi, terreno morenico e radi larici, seguendo i segnavia (ce ne sono di diversi tipi: i triangoli gialli dell’Alta Via, le bandierine rosso-bianco-rosse e bianco-rosse, ma anche strisce di color blu). Terminata la piana, cominciamo a salire in direzione del filo della grande morena principale, ben visibile, sulla parte sinistra della valle.
Dopo un primo tratto di salita, a 2000 metri dobbiamo prestare attenzione ad un bivio, perché l’Alta Via ed il Sentiero Glaciologico si separano. La prima prosegue guadagnando il filo della morena e percorrendolo quasi interamente, prima di puntare, con una salita ripida, al passo Ventina, mentre il secondo prende a destra, tagliando il fianco del versante che scende dalla morena, e portandosi verso il centro della valle. Per non sbagliare, teniamo presente che, su due distinti grandi massi, troviamo due frecce, una prima senza specificazioni, verso destra, che indica il Sentiero Glaciologico, una seconda con la scritta “Passo Ventina”, che indica l’Alta Via”. Il Sentiero Glaciologico, nel punto di separazione, è segnalato da strisce blu (più avanti anche da sbiaditi segnavia rosso-bianco-rossi e da bolli rossi).

Vedretta della Ventina

Incontriamo, quindi, due cartelli, che segnalano la posizione della fronte nel 1895 e nel 1910. Più avanti, quattro targhe su quattro successivi massi segnalano la posizione della fronte nel 1920, nel 1932, nel 1941 e nel 1956. Il ghiacciaio ci sta proprio di fronte, ancora lontano, sovrastato dal pizzo Cassandra (piz Casàndra o Casèndra, m. 3226). Ne vediamo, per la verità, solo la parte terminale. Si tratta di un tipico ghiacciaio alpino, costituito da un’unica lingua glaciale che scende sul fondovalle.
Se guardiamo alla nostra destra, vedremo, incassato fra ripide pareti di roccia, un piccolo ghiacciaio pensile, che sta sospeso sopra un grande salto. Si tratta del ghiacciaio della Vergine, che è di tipo pirenaico, cioè più piccolo e rinserrato fra versanti rocciosi. C’è anche un’antica leggenda, ben nota a Chiareggio, legata al suo nome (è riportata nell'articolo "La leggenda della vergine del Disgrazia", di Pepino Giorgetta, in "La Valtellina", Sondrio, marzo 1934). Parla di una Vergine che venne, un giorno, fra queste montagne, salì dall’alpe Ventina verso i bastioni rocciosi del suo versante occidentale, dominato dal monte Disgrazia, lasciando dietro di sé i suoi verdi veli, che divennero tanti larici, e le lacrime del suo pianto, che divennero rivoli gorgoglianti. Salì sempre più in alto, fra le nevi perenni, finché fu rapita per sempre dalla montagna. Il canalone per il quale salì venne da allora chiamato “Canalone della Vergine” (canalùm de la vèrgina), le nevi fra le quali si perse “Ghiacciaio della Vergine”. La leggenda vuole che nessun uomo possa risalire questo canalone e mettere piede sul ghiacciaio se nella sua mente vi è il pensiero di altra donna che non sia questa Vergine purissima: ogni altro pensiero lo respinge indietro, con dense nubi che gli fanno perdere l’orientamento e scariche di ghiaccio che lo trascinano in basso. E le donne devote di Chiareggio pregano sempre la Vergine perché le protegga. Noi non ci spingeremo certamente tanto in alto, per cui non corriamo alcun pericolo se il pensiero cade su qualche persona cara di sesso femminile.
Per un buon tratto restiamo a poca distanza dal ramo principale del torrente, poi ce ne allontaniamo; su un sasso levigato troviamo un cordiale “Benvenuti”. Iniziamo a salire più decisamente, seguendo i segnavia rosso-bianco-rossi; possiamo osservare, alla nostra sinistra, la scura parete della grande morena solcata da numerosi smottamenti. Raggiunto, poi, un masso sul quale è segnata una grande freccia bianco-rossa, a quota 2160, dobbiamo prestare attenzione: anziché procedere, salendo diritti, nella direzione della freccia e dei segnavia rosso-bianco-rossi, dobbiamo volgere a destra, seguendo due bolli rossi. Oltre i bolli, non troviamo più segnali, se non qualche ometto, ma il sentiero è abbastanza evidente. In alto, davanti a noi, il ghiacciaio non si vede più, perché è nascosto da una grande placca di roccia.


Verso la vedretta della Ventina

La salita ci porta proprio ai piedi di questa placca, e qui prendiamo a destra, fino a guadagnare il filo di una piccola morena secondaria, che poi seguiamo per un breve tratto, piegando quindi di nuovo a destra e salendo sul filo di una seconda piccola morena. Alcuni ometti ci indicano la direzione da tenere. Saliamo per un tratto e prendiamo di nuovo a destra: finalmente il ghiacciaio riappare, ed ora non abbiamo più dubbi sulla direzione da tenere per raggiungere la sua fronte.
Ci ritroviamo, alla fina, a sinistra di uno sperone di ghiaccio ricoperto di materiale, che costituisce il punto più basso del ghiacciaio (nell’agosto del 2006; ma il ghiacciaio ha la sua vita, e forse anche la sua morte, per cui le cose cambiano). Eccoci, infine, al cospetto dell’attuale fronte della "védrècia de la venténa" (o "ventìna"), a 2225 metri. Nella sua parte di destra esso mostra un salto, sotto il quale si intuisce una sorta di piccola grotta. Dai suoi recessi il ghiacciaio lascia defluire numerosi rivoli che si incontrano e scendono a valle con impeto, nei diversi rami del torrente (acqua de la venténa).


Apri qui una panoramica sulla Val Ventina

Non vi è luogo nel quale si capisca meglio che il ghiacciaio è vivo di questo. L’immagine spontanea che ne abbiamo, quella cioè di una massa compatta di ghiaccio, una sorta di immenso ghiacciolo, non potrebbe essere più falsa. Intuiamo, qui, i suoi segreti cunicoli, e l’acqua che vi scorre, come il sangue nelle vene, ed i movimenti delle grandi placche che si assestano e riassestano, come muscoli intorpiditi che periodicamente si scuotono, e le fessure che lo percorrono, come giunture ed articolazioni. Ci pare di sentire, quasi, la sua paura, paura di animale che si ritira, si rintana, indietreggia verso più alte e sicure quote, là dove sente essere la sua più autentica dimora. Sentiamo, quasi, il suo lento dissanguarsi, nel gorgogliare irridente delle gelide acque. Un po’ per rispetto, un po’ per prudenza, evitiamo di mettere piede sul suo corpo, e prendiamo la via del ritorno.
La distruzione del ponticello che serviva a passare sull’altro lato del torrente e la problematicità del guado ci consigliano di lasciar perdere il ramo del sentiero glaciologico che scende sul lato opposto della valle (cioè su quello occidentale) e di tornare per la medesima via di salita (consiglio che troviamo scritto anche nel pannello segnaletico nei pressi dei rifugi Gerli-Porro).
Dopo circa tre ore, o poco meno, dalla partenza da Chiareggio, eccoci, dunque, di nuovo alla piana dei rifugi Gerli-Porro e Ventina. Il dislivello complessivo superato non è eccessivo: 640 metri circa. Ci viene, quindi, probabilmente la voglia di allungare un po’ l’escursione. Ecco un’idea originale per tornare a Chiareggio sfruttando un percorso suggestivo fra alpeggi poco conosciuti.


Alpe Zocca

TRAVERSATA AGLI ALPEGGI ZOCCA E SENTIERI

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Chiareggio-Rifugio Gerli-Porro e Ventina-Alpe Zocca-Alpe Sentieri-Chiareggio
3 h
600
E
SINTESI. Entrati in Chiareggio (m. 1612), lo attraversiamo interamente, seguendo le indicazioni per il parcheggio, al quale scendiamo, sulla sinistra, proprio al suo limite occidentale. Il parcheggio è costituito dall’ampia spianata che si stende sulle rive del Mallero (màler); percorriamolo interamente verso sinistra (cioè nell’opposta direzione di marcia rispetto a quella tenuta per attraversare il paese), fino al suo limite, e qui lasciamo l’automobile (m. 1590). Procediamo verso est fino al ponte che ci porta sul lato opposto del Mallero e qui prendiamo a destra, percorrendo un tratturo che sale gradualmente. Ignorate deviazioni a sinistra e destra, dopo un ultimo strappo raggiungiamo il rifugio Gerli-Porro (m. 1965). Poco oltre il rifugio, sulla destra, troviamo un ponte in legno che ci porta sul lato opposto del torrente Ventina, a ridosso del versante boscoso. Seguendo la segnalazione di un cartello, imbocchiamo il sentiero segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi e da bolli gialli che sale deciso nel bosco verso ovest con diversi tornantini. A quota 2090 raggiungiamo una pianetta ed il sentiero volge a sinistra, uscendo alla macchia, con andamento quasi pianeggiante. Qui viene intercettato da un sentierino che proviene da sinistra, e riprende a salire gradualmente, svoltando a destra. Raggiungiamo, così, il limite meridionale dell’alpe Zocca (m. 2180), passando a sinistra di un'ampia conca. Superate alcune formazioni rocciose, sulla sua destra, il sentiero passa a sinistra di una seconda e più ampia piana. Il sentiero passa a sinistra di una baita (m. 2198), prima di attraversare una sorta di porta che dà accesso alla parte terminale dell’alpe. Raggiunto il limite dell’alpe, cominciamo a scendere, oltrepassando una pozza. Dobbiamo stare attenti, poi, a non scendere diritti per l’invitante corridoio erboso che ci sta davanti: dobbiamo piegare a destra, seguendo i segnavia. Passiamo a destra di un'ampia radura, pieghiamo a destra e dopo una svolta a sinistra, scendiamo fino al limite dell’alpe Sentieri (m. 2031). Scendiamo, quindi, alle baite più basse, in una splendida conca di prati; oltre l’ultima baita un ometto di pietre bianche indica la ripartenza del sentiero, che, dopo una svolta a destra, scende con alcuni tornantini fino ad una radura (m. 2015), che percorriamo interamente. Al termine della radura, dobbiamo stare attenti a non proseguire in piano, ma a scendere, sulla sinistra, seguendo i segnavia ed iniziando una lunga serie di tornantini. La discesa termina poco sotto quota 1700, sulla ganda del torrente della Val Sissone, che attraversiamo su un ponte di legno. Il sentiero, quindi, prende a destra ed intercetta la pista che si addentra in Val Sissone. La seguiamo verso destra e raggiungiamo il ponte sul Mallero, oltre il quale la pista attraversa la pineta di Pian del Lupo e ci riporta al parcheggio di Chiareggio.

Poco a monte del rifugio Gerli-Porro troviamo un ponte in legno che ci porta sul lato opposto del torrente, a ridosso del versante boscoso. Qui un cartello segnala la partenza del sentiero per l’alpe Zocca e l’alpe Sentieri, dalla quale possiamo scendere a Chiareggio. Il sentiero parte a pochi metri (è quello che sale deciso nel bosco, segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi e da bolli gialli, non quello che procede pianeggiante sul limite dei prati dell’alpe). Per un buon tratto non ci dà respiro: si arrampica, con serrati tornantini, nel bosco di larici, in direzione ovest; durante qualche sosta, possiamo dare un’occhiata al versante orientale della Val Ventina, che ci propone, da sinistra, il Torrione Porro (m. 2435), la depressione del bocchel del Cane (m. 2541), la punta Rosalba (m. 2803), l’imponente e massiccia cima del Duca (m. 2968), il passo Ventina (m. 2675) e la piramide regolare e scura del pizzo Rachele (m. 2998); restano, invece, nascosti, sulla destra, il ghiacciaio della Ventina ed il pizzo Cassandra.


Il rifugio Gerli-Porro

A quota 2090 raggiungiamo una pianetta ed il sentiero volge a sinistra, uscendo alla macchia, con andamento quasi pianeggiante. Qui viene intercettato da un sentierino che proviene da sinistra, e riprende a salire gradualmente, svoltando a destra. Raggiungiamo, così, il limite meridionale dell’alpe Zocca, e comprendiamo anche il motivo di tale denominazione: il sentiero passa, infatti, leggermente alto (siamo a quota 2180) rispetto ad una conca che si stende alla sua sinistra. Si tratta del fondo di un laghetto interrato, che è diventato terreno di torbiera.
Superate alcune formazioni rocciose, sulla sua destra, il sentiero passa a sinistra di una seconda e più ampia zocca, il cuore dell’alpe, un luogo che dire incantevole è dir poco. Non ci si può non sedere di fronte a questa splendida conca verde, ad assaporare il profondo silenzio ed il suggestivo panorama. Non si vedono più, a destra, il passo Ventina (pas de la venténa) ed il pizzo Rachele, ma, in compenso, possiamo ammirare, a sinistra, la punta di Fora (m. 3363) e la triade dei pizzi Tramoggia (piz di tremögi, m. 3441) e Malenco (m. 3438) e della Sassa d’Entova (sasa d’éntua, m. 3329; le tre vette, nel loro insieme, erano chiamate, localmente, “i tremögi”; la denominazione distinta deriva da un interesse alpinistico).


Apri qui una panoramica dell'alta Valmalenco dall'alpe Zocca

Il sentiero prosegue e passa a sinistra di una baita (m. 2198), prima di attraversare una sorta di porta che dà accesso alla parte terminale dell’alpe. Si apre, davanti a noi, anche lo stupendo scenario della Valle del Muretto, presidiata, a sinistra, dal monte del Forno (fùren, o fórn, ma anche munt rus, m. 3214). Dopo essere passati a monte di una terza zocca, più piccola, raggiungiamo una grande baita diroccata, con la scritta “Museo Valmalenco”.
Raggiunto il limite dell’alpe, cominciamo a scendere, oltrepassando una pozza. Dobbiamo stare attenti, poi, a non scendere diritti per l’invitante corridoio erboso che ci sta davanti: dobbiamo piegare a destra, seguendo i segnavia. In generale, non pensiamo mai di scendere a vista per i boschi: finiremmo sopra salti rocciosi insormontabili. Nella discesa, passiamo a destra di un’ampia radura, sul cui fondo appare, bellissima, la parte settentrionale della testata della
Val Sissone (val de sisùm), con il monte Sissone ("sisùn", in Val Masino, "còrgn de sisùm", chiamato anche piz sisùm e, dai contrabbandieri, “el catapìz”, in Valmalenco; m. 3331) e le cime di Rosso (m. 3366) e di Vazzeda (m. 3301). Poi il sentiero, per un breve tratto, piega a destra e, sul fondo, davanti a noi, scorgiamo, per pochi istanti, il caratteristico tetto rosso dei rifugi Gerli-Porro.


Apri qui una panoramica sulla Val Ventina dal sentiero

Dopo una svolta a sinistra, scendiamo fino al limite dell’alpe Sentieri (alp di sèntée, m. 2031), incorniciata dall’intera testata della Val Sissone: ecco quindi apparire, a sinistra del monte Sissone, la piramide della punta Baroni (m. 3203) e, alla sua sinistra, le cime di Chiareggio centrale (m. 3107) e sud-orientale (m. 3093). Si vedono anche, più a sinistra ancora, il passo di Mello (buchèl de san martìn, o martìgn, m. 2992) ed uno scorcio del monte Pioda (sciöma da piöda, m. 3431). Alle nostre spalle, invece, della Val Ventina resta solo una finestra piccolissima, che mostra il Torrione Porro emergere dai larici che delimitano l’alpe.
Scendiamo, quindi, alle baite più basse, in una splendida conca di prati; oltre l’ultima baita un ometto di pietre bianche indica la ripartenza del sentiero, che, dopo una svolta a destra, scende con alcuni tornantini fino ad una radura (m. 2015), che percorriamo interamente; di fronte a noi, i pizzi Tremoggia e Malenco e la Sassa d’Entova. Al termine della radura, dobbiamo stare attenti a non proseguire in piano, ma a scendere, sulla sinistra (seguiamo sempre i segnavia; in questo caso ne vediamo uno, sbiadito, sul tronco di un albero).
Inizia, ora, una lunga discesa nella quale inanelliamo una serie che ci sembra interminabile di tornantini. A quota 1920 si congiunge al nostro sentiero un sentierino che proviene da destra. A quota 1720 intercettiamo un sentiero che proviene da sinistra, e continuiamo a scendere. Il rumore del torrente che scende dalla Val Sissone si fa sempre più fragoroso. La discesa termina poco sotto quota 1700, sulla ganda del torrente della Val Sissone, che attraversiamo su un ponte di legno. Il sentiero, quindi, prende a destra ed intercetta la pista che si addentra in Val Sissone, in corrispondenza di un cartello che indica, nella direzione dalla quale proveniamo, la deviazione per l’alpe Sentieri. Non ci resta che percorrere la pista verso destra, fino a raggiungere il ponte sul Mallero. Attraversata, poi, la pineta di Pian del Lupo (cattiva trasposizione in italiano di cià lla lòp, o ciàn de la lòp, vale a dire il piano della loppa, o lolla, materiale di scarto derivato dalla cottura del ferro: niente a che fare con i lupi, dunque!), ci ritroviamo al parcheggio di Chiareggio, nel quale abbiamo lasciato l’automobile.
Questo anello, che comporta un dislivello complessivo di 850 metri, richiede approssimativamente 3 ore e mezza di cammino.

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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