SU YOUTUBE: VETTA DI RON


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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
San Bernardo-Strefodes-Baita Massarescia-Alpe Ron-Vetta di Ron
6h
1860
EE
Boirolo-Alpe Rogneda-Bocchetta di Rogneda-Vetta di Ron
5h e 30 min.
1550
EE
SINTESI. Dopo Sondrio lasciamo la ss 38 dello Stelvio all’altezza di San Carlo di Chiuro (riconoscibile per la chiesa ed il ristorante S. Carlo), per imboccare a sinistra non la strada che sale verso Chiuro, ma quella che parte alla sua sinistra, a lato della chiesa di S. Carlo (la via S. Carlo), e che sale verso la chiesa della Madonna di Campagna ed il cimitero di Ponte in Valtellina. Poco oltre la chiesa, ad uno stop, proseguiamo nella salita, imboccando la via Europa, volgendo a sinistra e raggiungendo la chiesetta di san Gregorio Magno, sul limite occidentale di Ponte in Valtellina. Qui dobbiamo svoltare a destra, immettendoci sulla strada provinciale 21, Panoramica dei Castelli, che proviene da Tresivio e prosegue per Castionetto di Chiuro; dopo un breve tratto, ignorata una deviazione a destra, svoltiamo a sinistra, seguendo le indicazioni per San Bernardo e la Val Fontana. Ad un bivio andiamo a sinistra e saliamo con diversi tornanti fino a San Bernardo, parcheggiando al termine della carozzabile (m. 1280). Imbocchiamo, ora, la pista di sinistra (per chi guarda a monte; ndicazione per l’alpe Campo), lasciandola subito, non appena troviamo un sentiero che sale nel bosco, consentendoci di risparmiare tempo. Il sentiero conduce alle baite di Strefodes (m. 1384), dove ritroviamo la pista sterrata. Seguiamola per un breve tratto, fino a trovare, sulla sinistra, la partenza di un secondo sentiero, che sale deciso nel bosco, e conduce direttamente ai 1704 metri della baita Massarescia. Ignoriamo la pista alla nostra destra e proseguiamo diritti su un tratturo che sale verso nord e poi nord-ovest (il primo tratto è molto ripido), fino ad uscire dall’ombra del bosco nei pressi di un casello dell’acqua, che precede di poco la località il Guado (m. 1959), doveattraversiamo da destra a sinistra il torrente della Val di Ron. Poi la pista rientra nel bosco, per uscirne di nuovo e definitivamente, dopo alcuni tornanti, sul limite inferiore dell’alpe di Ron, e terminare nei pressi di alcune baite. Alla nostra sinistra si colloca il lungo baitone dell’alpe (m. 2164), utilizzato dai pastori che la caricano nel periodo estivo. Alla nostra destra due baite minori, ed una terza, isolata, poco più in alto (m. 2189): è quest’ultima la sede del rifugio Capanna Vetta di Rhon. Riattraversiamo da sinistra a destra il torrentello e la raggiungiamo, poi procediamo salendo diritti alle sue spalle, in direzione nord (debole traccia di sentiero), raggiungendo una prima conca occupata da un minuscolo specchio d’acqua. Affrontiamo, poi, un dosso erboso, puntando ad un evidente ometto sul quale si trova un segnavia costituito da un triangolo rosso con bordo giallo (Alta Via della Val Fontana). Proseguiamo, sempre verso nord, salendo ad una seconda conca, che ospita uno specchio d’acqua appena più grande (m. 2304), oltrepassata la quale risaliamo un secondo crinale erboso, puntando in direzione nord, raggiungendo un modesto ripiano, l’ultimo, prima del lungo crinale che conduce alla base della vetta. Nella prima parte della salita procediamo ancora su un terreno occupato da pascoli, e prendiamo come punto di riferimento un grande masso isolato. Poi raggiungiamo il limite di una grande ganda, occupata da sfasciumi di dimensioni medio-piccole. Inizia la parte più faticosa della salita, perché sassi mobili e ghiaietta, in diversi punti, mettono a dura prova la nostra pazienza, vanificando con irritanti piccoli smottamenti gli sforzi che mettiamo in atto per guadagnare metro su metro. Se ci portiamo leggermente sulla destra, troveremo, non distante dal fianco roccioso che scende dalla vetta, anche una traccia di sentiero, che sale a zig-zag. Non risolve i nostri problemi, ma ci dà almeno l’impressione di aver scelto la via meno dispendiosa. In ogni caso, dobbiamo puntare alle prime roccette che si trovano appena a destra della verticale di una marcata spaccatura sul versante meridionale della cima. La salita alla vetta è segnalata da rettangoli bianchi, il più grande dei quali è ben visibile su una delle formazioni rocciose che chiudono a monte la grande ganda. Raggiungiamo il grande rettangolo bianco, corredato da una freccia che ci manda a destra (m. 2800). dopo un breve tratto a destra, effettuiamo, guidati dai rettangoli bianchi, una curva che ci fa prendere la direzione di sinistra (nord-ovest). Dobbiamo, ora, tagliare l’intero versante, salendo in diagonale e sfruttando una linea di cengia abbastanza larga e continua da consentire una traversata relativamente tranquilla. Il ripetuto passaggio di escursionisti vi ha disegnato un sentiero ben visibile, che porta ad un canalino il quale conduce ad una prima bocchetta nella roccia. Oltrepassata la porta, volgiamo leggermente a destra, fino ad una seconda meno marcata porta, dalla quale possiamo vedere, in primo piano, due dei tre campanili posti ad ovest della Vetta di Ron. Dobbiamo volgere ancora più a destra, proseguendo in direzione nord, verso la croce della vetta, che ora possiamo intravvedere. Nell'ultimo tratto ci muoviamo su terreno più ripido e fra grandi blocchi, con qualche elementare passo di arrampicata su facili roccette, che precedono la cima, a quota 3137.


Vetta di Ron (al centro)

La vetta di Ron (o, come si trova talvolta, con grafia meno corretta, Rhon) è la maggiore elevazione sulla testata della valle omonima, che si apre, sul versante retico, a monte di Ponte in Valtellina, sopra San Bernardo. La vetta si affaccia, poi, a nord-ovest sulla Val Painale (alta Val di Togno) e ad est sulla solitaria e remota Val Vicima, la prima laterale occidentale della Val Fontana. Nonostante i suoi 3137 metri, è una meta accessibile a qualunque escursionista ben allenato, in quanto la cosiddetta “via normale”, che sale dal versante sud, cioè dall’alta Val di Ron, non propone difficoltà alpinistiche, ma richiede solo esperienza ed attenzione. Se a ciò si unisce l’eccezionale panorama che si apre dalla cima, si possono comprendere i motivi che fanno di questa ascensione una delle classicissime sul versante retico medio-valtellinese.
Un unico, ma non trascurabile, neo: siccome non vi è alcun rifugio sempre aperto in Val di Ron e nella limitrofa Val Rogneda che possa servirla, ci si trova nella necessità di lasciare l’automobile a San Bernardo (o appena sopra, a Strefodes, dove la carrozzabile per l’alpe Campo è chiusa al traffico dei veicoli non autorizzati), il che comporta un dislivello complessivo di oltre 1800 metri. Solo un buon allenamento fisico può, dunque, consentire l’ascensione. Per la verità ci si può appoggiare anche al nuovo rifugio Capanna Vetta di Rhon, allestito al CAI di Ponte nella parte bassa dell'alpe di Ron: in tal caso il dislivello si riduce a meno di 1000 metri (chiedere per le chiavi alla sezione di Ponte del CAI). Vediamo, comunque, qual è l’intero itinerario per salire alla vetta.


Apri qui una fotomappa degli alpeggi di Rogneda e Ron

A San Bernardo, amena località di villeggiatura estiva e ridente maggengo a monte di Ponte in Valtellina, si sale sfruttando una comoda carrozzabile. Per farlo, dobbiamo staccarci dalla ss. 38 dello Stelvio all’altezza dello svincolo sulla sinistra in località San Carlo di Chiuro (per chi provenga da Sondrio), ignorando però la strada che sale al centro di Chiuro e prendendo subito a sinistra. Superato uno stop, in corrispondenza della Madonna della Neve e del cimitero, proseguiamo, salendo, fino a duna curva a sinistra, che ci porta ad intercettare la strada provinciale Panoramica dei Castelli, presso la chiesetta di San Gregorio. Prendiamo, ora, a destra, per un breve tratto, fino ad incontrare, sulla sinistra, la deviazione segnalata per la Val Fontana e San Bernardo. Imboccata questa strada, effettuiamo, dopo un tornante destrorso, una lunga diagonale, superando la splendida chiesetta di San Rocco e raggiungendo un bivio, che propone a destra la strada per la Val Fontana, a sinistra quella per San Bernardo. Prendiamo, quindi, a sinistra, e cominciamo a salire, con diversi tornanti, fino ai prati del maggengo.
La strada termina presso l’edificio dell’ex-albergo e l’agriturismo “Al Tiglio”. Una piazzola a lato della strada ci consente di parcheggiare l’automobile, ad una quota approssimativa di 1280 metri. Partono da qui due piste, una verso sinistra ed una verso destra. Un cartello riassume le possibilità escursionistiche di questa bella zona, e dà la vetta di Ron a 7-8 ore da qui. In realtà 6 ore, ed anche meno, bastano, anche se rimangono un tempo considerevole. Imbocchiamo, ora, la pista di sinistra (indicazione per l’alpe Campo), lasciandola subito, non appena troviamo un sentiero che sale nel bosco, consentendoci di risparmiare tempo. Il sentiero conduce alle baite di Strefodes (m. 1384), dove ritroviamo la pista sterrata. Seguiamola per un breve tratto, fino a trovare, sulla sinistra, la partenza di un secondo sentiero, che sale deciso nel bosco, e conduce direttamente ai 1704 metri della baita Massarescia, posta in un bel prato che si trova ad ovest ed a poca distanza dall’alpe Campo (m. 1680). Guardiamo verso sinistra (nord-ovest): vedremo occhieggiare dal crinale della Val di Ron due cime, una, più, bassa, a sinistra ed una a destra: si tratta, rispettivamente, della Corna Brutana e della Vetta di Ron, la nostra meta.
Al prato della baita giunge una carrareccia che parte dall’alpe, e prosegue fino all’alpe di Ron. Il primo tratto della pista è piuttosto ripido, poi la salita prosegue con inclinazione meno severa. Giunti ad un caratteristico abete che, con andamento sinuoso, sembra protendersi in direzione della pista, guardiamo davanti a noi: scorgeremo la cima di un dosso erboso, sulla quale è visibile, con sguardo attento, una croce: si tratta della Croce della Fine (m. 2392), posta sul punto terminale del crinale che separa la Val di Ron dalla Valle di Rogneda. Ok, la scusa per prendere fiato era buona, ora ricominciamo la salita, fino ad uscire dall’ombra del bosco nei pressi di un casello dell’acqua, che precede di poco la località il Guado (m. 1959), dove, come suggerisce anche il nome, dobbiamo attraversare il torrente della Val di Ron.


Il rifugio Baita Vetta di Ron

Poi la pista rientra nel bosco, per uscirne di nuovo e definitivamente, dopo alcuni tornanti, sul limite inferiore dell’alpe di Ron, e terminare nei pressi di poche baite. Alla nostra sinistra si colloca il lungo baitone dell’alpe (m. 2164), utilizzato dai pastori che la caricano nel periodo estivo. Alla nostra destra due baite minori, ed una terza, isolata, poco più in alto (m. 2189): è quest’ultima la sede del rifugio Capanna Vetta di Rhon. Alle sue spalle, le cime regine della valle, la Corna Brutana, sul suo angolo di nord-ovest, e, alla sua destra, la Vetta di Ron. Poche decine di metri a monte del futuro rifugio si trova il rudere di una baita, dal quale inizia la seconda parte di questa lunga ascensione.
Possiamo seguire una traccia di sentiero, oppure, se non la troviamo, salire a vista, in direzione nord, raggiungendo una prima conca occupata da un minuscolo specchio d’acqua. Affrontiamo, poi, un dosso erboso, puntando ad un evidente ometto sul quale si trova un segnavia costituito da un triangolo rosso con bordo giallo. Si tratta dell’indicazione dell’Alta Via della Val Fontana, che parte da San Bernardo e passa per la bocchetta di Ron (m. 2639), la marcata depressione ben visibile sul lato destro della testata della valle, fra la cima del Rovinadone a sinistra (m. 2748) e la cima dei Motti a destra (m. 2773); la bocchetta si affaccia sull’alta Val Vicima, la già citata laterale della Val Fontana. Se guardiamo, alle nostre spalle, in direzione opposta, cioè a sud-ovest, scorgiamo una seconda sella, meno marcata e più agevole: si tratta dell’erbosa bocchetta di Rogneda sud (m. 2365), dalla quale si scende facilmente all’alpe omonima.
Proseguiamo, sempre verso nord, salendo ad una seconda conca, che ospita uno specchio d’acqua appena più grande (m. 2304), oltrepassata la quale risaliamo un secondo crinale erboso, puntando in direzione nord, raggiungendo un modesto ripiano, l’ultimo, prima del lungo crinale che conduce alla base della vetta.
Nella prima parte della salita procediamo ancora su un terreno occupato da pascoli, e prendiamo come punto di riferimento un grande masso isolato. Poi raggiungiamo il limite di una grande ganda, occupata da sfasciumi di dimensioni medio-piccole. Inizia la parte più faticosa della salita, perché sassi mobili e ghiaietta, in diversi punti, mettono a dura prova la nostra pazienza, vanificando con irritanti piccoli smottamenti gli sforzi che mettiamo in atto per guadagnare metro su metro. Se ci portiamo leggermente sulla destra, troveremo, non distante dal fianco roccioso che scende dalla vetta, anche una traccia di sentiero, che sale a zig-zag. Non risolve i nostri problemi, ma ci dà almeno l’impressione di aver scelto la via meno dispendiosa. In ogni caso, dobbiamo puntare alle prime roccette che si trovano appena a destra della verticale di una marcata spaccatura sul versante meridionale della cima.
Durante qualche pausa per tirare il fiato, non potremo non esplorare con l’occhio questo versante. Capiremo, così, quanto si può leggere nell’edizione del 1884 della Guida alla Valtellina del CAI di Sondrio: “La Vetta di Ron…è vergine ancora, e, dal suo lato meridionale almeno, ci sembra assolutamente inaccessibile.” Non è così, ovviamente, ma, guardando da qui, si ha proprio questa impressione. Stiamo attenti, ora: dobbiamo individuare il punto di partenza dell’itinerario che risale questo versante. Tale itinerario è segnalato da rettangoli bianchi, il più grande dei quali è ben visibile su una delle formazioni rocciose che chiudono a monte la grande ganda. Raggiunto il grande rettangolo, corredato da una freccia che ci indirizza a destra, guardiamo per un attimo in basso, a sinistra (sud-ovest): riconosceremo facilmente l’ampia sella della bocchetta di Rogneda settentrionale (m. 2657), fra il poderoso massiccio della Corna Brutana (m. 2989), a nord, e la minore cima della punta Placidia (m. 2680), a sud.


La Vetta di Ron

Apriamo una breve parentesi: è anche possibile salire alla Vetta di Ron dalla Val Rogneda, sfruttando proprio questa bocchetta, e guadagnando circa tre quarti d’ora sul tempo complessivo di salita. In questo caso il punto di partenza è la parte alta del maggengo di Boirolo (termine che deriva dalla radice “bo” di bue), a circa 1600 metri. Lo si raggiunge imboccando la strada asfaltata che sale da Tresivio. Da Boirolo parte una pista sterrata che sale fino al baitone più basso dell’alpe di Rogneda (m. 2120 metri). Qui si aprono due possibilità: salire, con facile percorso verso destra (nord-est) fino alla bocchetta di Rogneda meridionale, per poi scendere nella media Val di Ron e congiungersi con l’itinerario principale che stiamo descrivendo, oppure puntare alla bocchetta di Rogneda nord. La traversata a questa bocchetta è più faticosa: si deve puntare a nord-nord-est, superando anche fasce di gande, fino alla conca del laghetto di Rogneda (m. 2313), che, in periodi siccitosi, diventa un lago fantasma. Si prosegue, poi, verso nord, in direzione del ben visibile vallone denominato valle dei Pissi, e salendo faticosamente per gande e sfasciumi, tendendo a destra ed attaccando la base dell’ultimo strappo che conduce alla bocchetta. Esiste però un’alternativa meno faticosa per raggiungerla: dal laghetto si sale in direzione del crinale, fino ad intercettare un sentierino che effettua un lungo traverso in direzione nord (sinistra), fino all’attacco del crinale della bocchetta. Raggiunta la bocchetta, ci si affaccia sulla Val di Ron e, proseguendo verso nord-est, prima per magri pascoli, poi per sfasciumi, ci si congiunge con l’itinerario che stiamo descrivendo.
Bene, in uno modo o nell’altro siamo giunti ai piedi del tormentato versante meridionale della vetta (che da qui non si vede, nascosta com’è da grandi blocchi rocciosi).
La freccia ci indirizza, dunque, a destra. Siamo ad una quota approssimativa di 2800 metri e, dopo un breve tratto a destra, effettuiamo, guidati dai rettangoli bianchi, una curva che ci fa prendere la direzione di sinistra (nord-ovest). Dobbiamo, ora, tagliare l’intero versante, salendo in diagonale e sfruttando una linea di cengia abbastanza larga e continua da consentire una traversata relativamente tranquilla. Il ripetuto passaggio di escursionisti vi ha disegnato un sentiero ben visibile, che ci consente di procedere in sicurezza, anche se nel primo tratto un paio di punti esposti richiedono particolare attenzione. La presenza di neve o il terreno smosso da abbondanti precipitazioni, poi, rendono la salita del tutto sconsigliabile. L’attraversamento di alcuni canalini, infine, espone al pericolo dei sassi che, imprevedibilmente, possono precipitare dall’alto.
Procediamo, dunque, con la dovuta cautela, fino ad un canalino che conduce ad una prima bocchetta nella roccia. Guardando a sinistra, rimaniamo colpiti dalla scura, selvaggia e verticale parete orientale della Corna Brutana, che, vista da qui, sembra proprio meritare il nome sinistro. Oltrepassata la porta, volgiamo leggermente a destra, fino ad una seconda meno marcata porta, dalla quale possiamo vedere, in primo piano, due dei tre campanili posti ad ovest della Vetta di Ron. Colpisce, per l’eleganza delle forme, il campanile di destra. Dobbiamo volgere ancora più a destra, proseguendo in direzione nord, verso la croce della vetta, che ora possiamo intravvedere, ormai vicina. È un’apparizione che conforta, perché da qui non si riesce a capire dove sia la cima e, soprattutto, quanto manchi a raggiungerla, e, stanchi come siamo, sospiriamo ardentemente il meritato termine delle fatiche. Non è però, questo, il momento di rallentare attenzione e prudenza: nell’ultimo tratto il terreno diventa meno consistente e quindi più faticoso, e dobbiamo stare attenti a non seguire vie secondarie e tortuose.
Poi, l’ultimissimo strappo, con qualche elementare passo di arrampicata su facili roccette, che precedono la cima, a quota 3137. Ci accoglie la croce collocata nell’agosto del 1969 dal Coro Vetta di Ponte. E, soprattutto, ci accoglie un panorama impagabile. A nord, l’intera testata della Valmalenco. Alla sua destra, in direzione nord-est ed in primo piano, il pizzo Scalino, la punta Painale, il pizzo Calino e la cima Vicima. Ancora più a destra, le cime dell’alta Valtellina, con la cima di val Viola e la cima Piazzi. Ad est, in lontananza, i gruppi Ortles-Adamello. A sud, l’intera catena orobica e ad ovest, infine, i Corni Bruciati, il monte Disgrazia e la testata della Val Sissone. Bella ed impressionante è anche la visuale sulle due valli che si aprono sotto di noi, la Val Painale, a sinistra (dove si distingue l’azzurro e gentile laghetto di Painale) e la solitaria Val Vicima, a destra. Sul libro di cima potremo annotare il nostro passaggio, tentando, così, di fermare le emozioni che si agitano, incontenibili, nell’animo.

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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