CARTE DEL PERCORSO - GALLERIA DI IMMAGINI

La Via Alpina è costituita da cinque grandi sentieri internazionali, per uno sviluppo complessivo di 5000 km., che attraversano gli otto paesi alpini, cioè Francia e Principato di Monaco, Italia, Svizzera, Germania, Liechtenstein, Austria e Slovenia. Essa concretizza il progetto di disegnare percorsi che uniscano le diverse regioni alpine, accomunandole per identità e vocazione, favorendo al contempo un tipo di turismo itinerante nel segno di una ben precisa filosofia della montagna e del camminare. Una filosofia lontana dagli stili della fruizione affrettata e legata piuttosto all’esperienza dell’osservare, vedere, sentire e pensare, nella dimensione della sobrietà. 9 delle 161 tappe dell'Itinerario Rosso, il più lungo, attraversano la Valtellina (siglate da R71 a R79), dall’Alta Valtellina (passo dello Stelvio) al passo del Muretto in Alta Valmalenco. Tappe che perlopiù si innestano in altri percorsi segnalati. Le piccole targhe della Via Alpina, con il caratteristico logo, disposte nei luoghi strategici, segnalano che stiamo percorrendo anche questa grande direttrice di respiro transnazionale. Le tappe non richiedono un impegno più che escursionistico e non propongono passaggi attrezzati, anche se in qualche punto si richiede una certa esperienza escursionistica. Tuttavia si tratta di tappe piuttosto lunghe nello sviluppo, anche se il dislivello in altezza non è mai eccessivo, e che quindi possono essere spesso divise in due giornate. Ovviamente ciascuno può progettare percorsi che si adattino alle proprie necessità e disponibilità di tempo e di energie. In caso di cattivo tempo, infine, ci si espone, come sempre, alla triplice insidia del terreno bagnato ed infido, della scarsa visibilità e dei fulmini, per cui è meglio desistere dall'escursione.


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1. PASSO DELLO STELVIO-ARNOGA
Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Stelvio-Cima delle Tre Lingue-Valle della Forcola di Rims-Val Fraele-Stradella AEM-Arnoga
9 h
420 (1240 in discesa) - Sviluppo: 25,3 km
E
SINTESI. Saliamo al passo dello Stelvio percorrendo per intero la strada statale 38 del Passo dello Stelvio, che, oltre Bormio, comincia a risalire la Valle del Braulio, fino ai 2757 metri del passo più alto d’Europa. Qui parcheggiamo ed iniziamo il cammino di questa lunga traversata salendo dal passo dello Stelvio alla cima delle Tre Lingue (m. 2843) in un quarto d’ora circa di cammino sulla comoda pista sale verso nord al rifugio Garibaldi, che la presidia. La Via Alpina prosegue portandosi al giogo di Santa Maria, o passo di Umbrail, attraverso una comoda mulattiera (molto battura dai bikers). Dal rifugio Garibaldi non proseguiamo diritti, ma seguiamo il cartello che segnala la direzione per il passo Umbrail (o giogo di S. Maria), dato ad un’ora, la bocchetta della Forcola, data a 2 ore e 20 minuti e Cancano, dato a 5 ore e 10 minuti. Prendiamo quindi a sinistra e perdiamo gradualmente quota verso nord-nord-ovest in un ampio vallone, quindi inanelliamo una serie di serrati ed eleganti tornantini che vincono un versante più ripido, prima di piegare a sinistra (ovest) ed attraversare il torrente Muranza per portarci in breve a ridosso del confine italo-elvetico. Piegando a destra scendiamo ancora leggermente verso nord-ovest, seguendo il confine e raggiungendo l'edificio della Dogana Elvetica, immediatamente a nord del giogo di Santa Maria (m. 2501). Qui scendiamo per breve tratto sulla strada verso la dogana italiana (IV Cantoniera), fino a trovare, poco prima della Cantoniera, sulla destra il sentiero segnalato per la bocchetta della Forcola di Rims. Variante breve: dal passo dello Stelvio ridiscendiamo per la strada appena percorsa in automobile. Dopo una serie di tornanti dx-sx-dx la strada effettua un largo giro e si porta ai piedi del colle del giogo di Santa Maria o passo di Umbrail (2488 m.), che segna il confine fra la Valle del Braulio e l’elvetica Val Muranza. Qui lasciamo la strada statale e prendiamo a destra, imboccando la strada che sale al passo. Ci portiamo poco oltre a Dogana Italiana (IV Cantoniera). Qui, a sinistra della strada, vediamo un cartello che segnala la partenza del sentiero che sale alla bocchetta della Forcola di Rims. Qui Via Alpina e variante breve si incontrano. Lo imbocchiamo e cominciamo a salire verso nord-ovest, sul versante di pascoli che si stende ai piedi del Piz Umbrail (m. 3033). Il sentiero, che supera diversi dossi e vallecole, piega gradualmente a sinistra ed assume l’andamento sud-ovest, alternando salite a brevi discese. Ci affacciamo così all’ampia conca che si stende ai predi della Forcola di Rims. Il sentiero piega a destra (ovest) e sale alla bocchetta stando sul lato destro della conca. Raggiungiamo così la bocchetta della Forcola di Rims (m. 2768), che si affaccia al circo terminale della Valle della Forcola di Rims. La Via Alpina percorre l’intera valle in discesa, per portarsi all’imbocco della Val Fraele. La via più comoda è quella di seguire una pista che dalla Forcola scende lungo l’alta e media valle. Molto più interessante, però, è seguire una via un po’ più lunga ma decisamente interessante, quella che passa per la bocchetta e la Malga di Pedenolo. Scendiamo dalla bocchetta al ben visibile ricovero di un'ex-caserma, che può anche fungere da bivacco di emergenza, e proseguiamo fino al vicino bivio per la bocchetta di Pedenoletto. Qui troviamo alcuni cartelli e lasciamo la pista principale prendendo a sinistra (indicazioni per la bocchetta di Pedenoletto), su largo sentiero che corre, con qualche saliscendi, tagliando la grande colata di sfasciumi che scende dai fianchi nord-occidentali del monte Braulio, passando a monte di una bella piana che ospita alcune pozze. La bocchetta di Pedenoletto, a quota 2790 metri, si affaccia su un altipiano (piano di Pedenoletto). Proseguiamo sulla pista che però è interrotta da una frana, per cui, poco prima di unl nevaietto, laddove il muro della pista termina, scendiamo, con cautela, per un canalone di sfasciumi, seguendo una labile traccia, fino alla parte bassa del nevaio, che si attraversiamo con facilità, quasi in piano, proseguendo, poi, a vista: attraversata una breve fascia di massi, saliamo, così, senza difficoltà, ad intercettare la pista per la bocchetta pochi tornanti sotto una bocchetta che introduce ad una specie di corridoio alto sospeso sul fianco orientale della Valle della Forcola. Poco più avanti, siamo alla bocchetta di Pedenolo (m. 2703), dalla quale, su regolare tracciato militare, scendiamo con diversi tornanti alla malga di Pedenolo (m. (m. 2384). Da qui scendiamo per un tratto e poi pieghiamo a destra, seguendo il sentiero che scende con tornantini verso ovest e poi scarta a destra (nord), effettuando un traverso che si confluce ad un ponte sul fondovalle, oltrepassato il quale siamo sulla pista sfruttata per salire in Valle della Forcola; per questa pista scendiamo al parcheggio del Picnic Solena. Proseguiamo sulla pista salendo alle baite del Grasso di Solena (m. 2008), passando per la chiesetta di S. Erasmo e portandoci presso il grande sbarramento della diga di Cancano. Ne percorriamo il camminamento e sul lato opposto saliamo ad intercettare la pista principale che percorre la Val Fraele. Procediamo verso sinistra, cioè verso l’imbocco della valle, passando a destra del lago delle Scale ed a sinistra di Villa Valania. Seguiamo la carrozzabile che si porta presso le celebri Torri di Fraele e passiamo alla loro sinistra, affacciandoci all’ampia piana della Valdisotto. Scendiamo per un tratto seguendo la strada e passando per una galleria scavata nella roccia. Dopo una sequenza di tornanti sx-dx, al successivo tornante sx lasciamo la strada per imboccare la pista che se ne stacca sulla destra. Si tratta della stradella dell’AEM che porta ad Arnoga, effettuando un lungo e panoramicissimo giro. Procediamo sempre in piano, a quota 1860 metri, per un buon tratto verso ovest-sud-ovest, sul versante che si stende ai piedi delle cime di Plator, in un fitto bosco di pini mughi. Poi la stradella piega bruscamente a destra e supera uno stretto vallone, affacciandosi ad un aperto versante di pascoli. Procedendo verso sud-ovest raggiungiamo l’alpe Gattonino (m. 1869), dove incrociamo la stradella che sale da S. Antonio di Scianno verso l’alpe Vezzola. Proseguiamo diritti verso sud-ovest, passando per i prati dell’alpe Marzaglia, oltre la quale la pista piega a destra e, all’ombra di un bel bosco di conifere, si porta al centro della Val Cadangola, scavalcando il torrente omonimo. Sul versante opposto riprende l’andamento sud-ovest, scavalcando altri piccoli corsi d’acqua. Passimo così a monte di Semogo e ci portiamo all’imbocco della Valle di Foscagno. Ignorata la deviazione a sinistra che scende a Semogo, raggiungiamo il torrente Foscagno e lo scavalchiamo su un bel ponte. La pista assume ora un andamento verso sud-est e, procedendo nella splendida solitudine e nel silenzio di un fitto bosco di conifere (Bosco della Breitina), passa a monte di San Carlo ed a valle della statale 310 del Foscagno. La pista piega gradualmente a destra e si porta all’imbocco della Val Viola Bormina. Procedendo per un buon tratto verso sud-sud-ovest usciamo a prati aperti con ottimo colpo d’occhio sul ghiacciaio settentrionale della cima Piazzi. Dopo poche centinaia di metri raggiungiamo la statale 310 del Foscagno in località di Arnoga (m. 1881), dove termina la prima tappa della Via Alpina e dove possiamo trovare una struttura presso la quale pernottare.

La Via Alpina entra in Valtellina dal passo dello Stelvio. Nella sua prima tappa valtellinese, la più ricca di spunti storici, sale alla Cima delle Tre Lingue, scende al giogo di S. Maria, risale alla bocchetta della Forcola di Rims, si affaccia alla Valle della Forcola di Rims, traversa alla bocchetta di Pedenolo, scende alla malga di Pedenolo, si porta sul fondo della Valle della Forcola di Rims, ne esce al lago di Cancano, si affaccia alla piana di Isolaccia e per la stradella traversa dall’imbocco della Val Fraele ad Arnoga. Una tappa con un modesto dislivello in altezza, ma uno sviluppo considerevole.


Apri qui una fotomappa sul giogo di S. Maria, il passo dello Stelvio e la Cima delle Tre Lingue

Saliamo, dunque, al passo dello Stelvio percorrendo per intero la strada statale 38 del Passo dello Stelvio, che, oltre Bormio, comincia a risalire la Valle del Braulio, fino ai 2757 metri del passo più alto d’Europa. Qui parcheggiamo ed iniziamo la lunga traversata verso Arnoga.
Siamo dunque al passo dello Stelvio, raggiunto dalla carrozzabile progettata dall’ingegner Donegani e costruita dal 1822 al 1825 per volontà dell’Imperatore d’Austria, con la finalità di collegare per via diretta i domini asburgici del Tirolo alla Valtellina ed alla Lombardia. Vi lavorarono, per cinque anni, 2000 operai provenienti dalla Lombardia, dal Tirolo e dal Veneto, pagati 2 lire e 25 centesimi al giorno. Lavoravano fino a 12 ore al giorno, nei mesi estivi, per sei giorni la settimana. Lo scavo delle gallerie risultava, date le tecniche del tempo, particolarmente difficile, e procedeva di un metro al giorno.
Fra le prime illustri visitatrici vi fu, nel 1826, l’arciduchessa Maria Teresa d’Austria, figlia dell’imperatore Francesco I e già sposa di Napoleone Bonaparte. Di fronte allo spettacolo superbo, dominato dalle nevi, ebbe ad esprimere il suo entusiasmo, non potendo non “ammirare da presso quel mare di nevi eterne che a guisa di una tovaglia della più fine mussola delle Indie, ricopre tutto il piano, circondato di rocce a picco altrettanto bianche fino alla sommità”. Dodici anni dopo, il 22 agosto del 1838, passò dallo Stelvio l’imperatore Francesco I d’Austria, diretto a Milano per essere incoronato Re d’Italia.


Alta Valle del Braulio, giogo di S. Maria e passo dello Stelvio

Fino al 1915, anno in cui lo Stelvio venne occupato dalle truppe Austro-Ungariche che iniziavano una lunga guerra di posizione fra regno d’Italia ed Impero Austro-Ungarico, esso venne tenuto aperto tutto l’anno al servizio di diligenze grazie all’opera di efficienti spalatori. Alla pulizia della strada erano adibiti i cosiddetti “ròtteri” (che, appunto, dovevano “rompere” la neve), robusti montanari valtellinesi e venostani, che dimoravano nei “casini” sparsi lungo il percorso. La loro opera non poteva, però, assicurare il costante sgombero della neve, per cui il transito delle carrozze nei mesi invernali avveniva smontandone le ruote e ponendole su grandi slitte trainate da cavalli. Le diligenze (servizio pubblico gestito da famiglie di imprenditori valtellinesi e tirolesi, garantito tutto l’ano fino al 1859), invece, scaricavano i viaggiatori sul limite della strada non più praticabile, affidandoli a slitte coperte che li avrebbero trasportati sul versante opposto, dove li attendeva una seconda diligenza. La IV Cantoniera sul versante valtellinese e la Caserma-Albergo Sottostelvio su quello tirolese erano, infine, veri e proprio alberghi, dotati di camere riscaldate, di grandi scuderie, di acqua potabile permanente e di un locale nel quale veniva celebrata la S. Messa.
La Guida alla Valtellina edita dal CAI di Sondrio, a cura di Fabio Besta, nel 1884 (II edizione) ne parla in questi termini: “Là finisce la parte italiana della monumentale via che abbiamo descritta, via fra le più grandiose che siensi costrutte attraverso i monti, e per l’arditezza delle opere d’arte che incontransi ad ogni tratto, e per l’altezza a cui giunge, superiore a qualunque altra strada carrozzabile d’Europa… una colonna a destra designa la frontiera tra il regno d’Italia e l’impero d’Austria, tra Valtellina e Tirolo. Non lungi dal Giogo un’altra colonna segna poi i confini fra i tre Stati, Italia, Svizzera ed Austria; cosicché appoggiandosi ad essa si può porre un piede sopra suolo italiano, un altro su terra svizzera, e puntare il proprio bastone su territorio austriaco.”


Il passo dello Stelvio e, sullo sfondo, il rifugio Garibaldi

La seconda colonna di cui parla la guida si trova su una modesta elevazione immediatamente a nord del passo, la Cima delle Tre Lingue (Piz da Las Trais Linguas, in lingua romancia, Dreisprachenspitze, in lingua tedesca). Sul ripiano della cima si incontrarono, infatti, dal 1861 al 1918, proprio alla colonnina sopra menzionata, i confini di tre stati sovrani, il Regno d’Italia (Valtellina), la Confederazione Elvetica (Canton Grigioni) e l’impero Austro-Ungarico (Sud-Tirolo). Dal 1918 il Sud-Tirolo divenne Alto Adige, incorporato nel Regno d’Italia. Ma il fascino di questa cima restò intatto.
Iniziamo il cammino di questa lunga traversata salendo dal passo dello Stelvio alla cima delle Tre Lingue (già chiamato pizzo Garibaldi, m. 2843) in un quarto d’ora circa di cammino sulla comoda pista sale verso nord al rifugio Garibaldi, che la presidia.
Il pianoro che si stende alle spalle della cima delle Tre Lingue e del rifugio Garibaldi, all’apparenza insignificante, fu scenario, durante la Prima Guerra Mondiale, di vicende belliche che meritano di essere raccontate.
Quando scoppiò la guerra fra Regno d’Italia ed Impero Austro-Ungarico, nel maggio del 1915, l’esercito austro-ungarico occupò il passo dello Stelvio ed il monte Scorluzzo, mentre le truppe italiane si attestarono su posizioni difensive alla IV Cantoniera dello Stelvio, sul crinale del monte Scorluzzo e sul monte Cristallo. Ma fra i due belligeranti si inserì un terzo soggetto. La Confederazione Elvetica non aveva alcuna intenzione di fare da spettatrice passiva ed intendeva controllare scrupolosamente i propri confini per evitare che vi fossero sconfinamenti o anche solo che i proiettivi delle artiglierie contrapposte sorvolassero il suolo elvetico. Per questo allestì trincee e fortificazioni sulla linea di confine, lungo l’intero crinale dalla punta di Rims al piz Umbrail, al giogo di Santa Maria a salire fino, appunto, alla cima delle Tre Lingue, dove l’esercito svizzero si insediò anche nell’Hotel “Dreisprachenspitze”.


Gruppo Ortles-Cevedale visto dal sentiero che sale alla punta Rosa

Questo posizionamento venne visto dai belligeranti più come un’opportunità che come una minaccia. Gli Italiani si trincerarono sulla linea Rims-Umbrail e presso il giogo di Santa Maria, letteralmente a ridosso delle trincee elvetiche, e lo stesso fecero gli Austro-Ungarici sul pianoro della cima delle Tre Lingue. Il motivo era semplice: restare a ridosso delle truppe elvetiche era una vera e propria assicurazione sulla vita, perché i nemici non si sarebbero azzardati ad aprire il fuoco con l’artiglieria, per evitare di colpire l’esercito neutrale, scatenando un incidente che avrebbe rischiato di aprire le ostilità su un secondo fronte. In particolare sulla cima delle Tre Lingue (allora chiamata cima Garibaldi), ed in particolare sulla Cresta Larga, gli Austro-Ungarici costruirono un vero e proprio accampamento con energia elettrica ed 80 unità abitative, chiamato, dal nome del colonnello comandante del reparto, “Lempruch”. Qui si concentravano le truppe imperiali. Il tutto sotto l’indiretta protezione dell’esercito svizzero, acquartierato a pochi metri di distanza.


Rifugio Garibaldi

Quanto gli Austro-Ungarici tenessero ai neutrali vicini lo si capì nel terribile inverno del 1916. Terribile soprattutto per la sua rigidità e le abbondanti precipitazioni: la temperatura allo Stelvio scese fino a -48 gradi e si registrarono 92 nevicate. Ma non era il freddo a seminare morte, bensì le valanghe (22 solo sulla strada Trafoi-Prato, in territorio imperiale). Si calcola che un terzo circa dei morti nella grande guerra sul fronte alpino sia stato appunto vittima delle valanghe. Ma davvero singolare fu quel che accadde all’Hotel “Dreisprachenspitze”: forse per un eccesso di riscaldamento per contrastare il grande freddo, prese fuoco. Gli Austro-Ungarici si mobilitarono prontamente per dare una mano agli Svizzeri, fornendo anche materiali per restaurare la struttura. L’importante era che gli Svizzeri non se ne andassero, dando il via libera all’artiglieria italiana. E difatti non se ne andarono. Storie d’altri tempi.


Apri qui una fotomappa della traversata dal passo dello Stelvio alla bocchetta della Forcola di Rims

Ma torniamo al racconto dell'escursione. Presso il rifugio troviamo la targa “Rifugio Garibaldi 2845 m” e due cartelli escursionistici del Parco Nazionale dello Stelvio che segnalano il passo dello Stelvio a 5 minuti (nella direzione dalla quale siamo saliti) e nella direzione opposta il passo Umbrail (o giogo di S. Maria), dato ad un’ora, la bocchetta della Forcola, data a 2 ore e 20 minuti e Cancano, dato a 5 ore e 10 minuti (ma anche, per altra via, l’alpe Muranza ad un’ora e mezza e S. Maria di Val Monastero a 3 ore e mezza).
Seguiamo dunque le indicazioni per il passo di Umbrail e la bocchetta della Forcola e prendiamo a sinistra, seguendo la comoda mulattiera (molto battura dai bikers) che dalla cima scende verso nord, in territorio elvetico. Perdiamo gradualmente quota verso nord-nord-ovest in un ampio vallone, quindi inanelliamo una serie di serrati ed eleganti tornantini che vincono un versante più ripido, prima di piegare a sinistra (ovest) ed attraversare il torrente Muranza per portarci in breve a ridosso del confine italo-elvetico. Piegando a destra scendiamo ancora leggermente verso nord-ovest, seguendo il confine e raggiungendo l'edificio della Dogana Elvetica, immediatamente a nord del giogo di Santa Maria (m. 2501). Un passo di rilevanza minore, oggi, soprattutto a confronto della monumentale via dello Stelvio. In passato, invece, proprio di qui transitava la più importante via di comunicazione fra Valtellina (quindi Lombardia) e domini della Casa d’Austria (Tirolo), attraverso la Val Muranza e la Val Monastero, che appartenevano alle Tre Leghe Grigie (futuro Canton Grigioni).


Rifugio Garibaldi sulla Cima delle Tre Lingue

Ci innestiamo così in un percorso che oggi pare insignificante, ma che nei secoli passati ebbe un'importanza storica primaria. Si tratta della via dell’Umbrail, detta anche “via dell’Ombraglio”o“via breve di Val Venosta”. Ecco come la descrive, nel suo studio “Sentieri e strade storiche in Valtellina e nei Grigioni - Dalla preistoria all’epoca austro-ungarica” (ottobre 2004), Cristina Pedana, che offre un’efficace sintesi del sistema di comunicazioni fra Magnifica Terra e territori di lingua tedesca:
In Alta valle i passi ed i percorsi più importanti verso l'Engadina e la Val Venosta, frequentati probabilmente anche in epoche preistoriche, ma comunque largamente utilizzati dal Medioevo fino agli inizi del XIX secolo furono il passo di Umbrail o Ombraglio denominato "via breve di Val Venosta" e il passo di Fraele o "via lunga di Val Venosta".Entrambi avevano come punto di partenza Bormio dove si giungeva attraverso il passo del Gavia o seguendo la Valtellina per Bolladore, Serravalle, Cepina.


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Il primo itinerario all'uscita da Bormio, oltrepassato il torrente Campello e raggiunto il bivio da cui si divideva la strada per Fraele, proseguiva a destra per Molina, attraversava il bosco di Morena (l'attuale parco dei Bagni Nuovi) raggiungeva il difficile passaggio delle "scale dei Bagni" sotto la chiesetta, costruita probabilmente in epoca carolingia, di San Martino dei Bagni; con un altro pericoloso tratto si portava sotto la torre detta Serra frontis, oggi scomparsa, che faceva parte di un sistema di fortificazioni citato per la prima volta in un documento del 1201, ma sistemato e reso sicuro nel 1391 per volontà di Gian Galeazzo Visconti.
Da lì la strada scendeva al ponte sul torrente Braulio, poi, senza tornanti ma con una ampia curva, risaliva il versante opposto per raggiungere l'imbocco della valle della Forcola di Rims, superato il passo omonimo, affacciato sulla valle del Braulio, attraverso il passo di Umbrail e la valle Muranza scendeva a Santa Maria in Val Monastero.Nei pressi del passo, poco prima dell'inizio della discesa c'era una "hostaria", storicamente documentata dal 1496, che costituiva un sicuro ricovero per i viandanti soprattutto in inverno. Essa venne distrutta e successivamente ricostruita due volte nel corso del '600.
Lungo questo itinerario passò Bianca Maria Sforza per andare incontro al suo sposo Massimiliano I d'Asburgo nel 1493, ancora vi passò Ludovico il Moro nel 1496, quando si recò a Mals per incontrare l'imperatore Massimiliano, probabilmente accompagnato da Leonardo da Vinci. Invece di scendere in Val Monastero, vi era la possibilità di salire fino al passo dello Stelvio e, con un percorso piuttosto accidentato, raggiungere Malles lungo la valle di Trafoi. Questo itinerario, percorribile solitamente solo alcuni mesi in estate, fu aperto nell'inverno del 1485, quando si scatenarono forti dissidi con gli abitanti della Val Monastero per ragioni commerciali. Fu utilizzato anche dal Duca di Feria nel 1633, quando, non volendo passare sul territorio dei Grigioni, con imponenti truppe raggiunse il Tirolo… Tra le merci trasportate era soprattutto il vino della Valtellina ad avere il posto d'onore nell'esportazione verso oltralpe, mentre veniva importato dal Tirolo il sale di Halstatt, considerato merce preziosissima, perché permetteva di conservare gli alimenti. Solo negli ultimi anni del XVIII secolo, anche a causa del clima più crudo, era infatti in atto la cosiddetta piccola glaciazione napoleonica, fu decretato ufficialmente l'abbandono della via di Umbrail a favore di quella di Fraele più comoda e sicura.”


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Questi luoghi sono però legati anche a scenari ben più tragici, che ci riportano alla Prima Guerra Mondiale. Ce ne parla un pannello illustrativo posto poco a monte della Dogana Elvetica. Riportiamo le informazioni di questo primo pannello, che parla dell’occupazione svizzera del confine:
Immediatamente dopo la mobilitazione dell'esercito svizzero, avvenuta nell'agosto del 1914, le prime truppe vennero inviate al Passo Umbrailper la protezione del confine. Il 20 agosto 1914 il capo dello stato maggiore Theophti Sprecher von Bernegg (1850-1927) assegnò al colonnello Otto Bridler, comandante della brigata alpina 18, il compito di impiegare delle truppe nella costante osservazione del confine tra il Pizzo Garibaldi e la Punta di Rims. Il giorno in cui l'Italia dichiarò guerra alla monarchia austro-ungarica la consistenza della truppa di protezione al confine venne rafforzata con un battaglione di circa 950 uomini. Una compagnia si diresse verso il Pizzo Garibaldi, un'altra verso la Punta di Rims. Lo scopo era quello della difesa. La base logistica, come pure una terza compagnia, avevano sede al Passo Umbrail. La linea di confine venne resa visibile tramite una protezione di filo spinato. Quanto risulta strano è che l'unità posizionata al Passo Umbrail non aveva espliciti compiti difensivi. Singoli sottoufficiali facevano guardia al confine nel tratto doveun eventuale attacco da parte italiana risultava più probabile. E' solo possibile ipotizzare una spiegazione per questa suddivisione dei compiti. Partendo dal presupposto che la direzione superiore dell'esercito insolitamente aveva disposto in dettaglio quali rafforzamenti di truppe erano da collocare e dove, è ammesso dedurre la seguente motivazione: un eventuale attacco al confine svizzero da parte italiana avrebbe senza dubbio portato ad azioni militari tra Italia e Svizzera. Questo, a sua volta, avrebbe avuto come conseguenza la dichiarazione di uno stato di guerra tra le due nazioni e ciò era quanto si voleva assolutamente impedire.
A quasi un secolo di distanza, riesce difficile immaginare che questi luoghi, così solitari, luminosi e tranquilli, siano stati teatro di un gioco di equilibrio così complesso che vedeva la Svizzera spettatrice, suo malgrado, della storica contrapposizione fra Regno d’Italia ed Impero Austro-Ungarico. Spettatrice, in qualche modo, chiamata in causa, perché entrambi i contendenti sfruttarono la presenza di soldati svizzeri sul confine per disporre proprie postazioni in prossimità dello stesso, in modo che il nemico, per evitare il rischio di colpire forze dello stato neutrale, rinunciasse a spararvi contro.

Ma rimettiamoci in cammino. Dalla Dogana Svizzera scendiamo ora verso quella italiana (IV Cantoniera). Poco prima di raggiungerla, vediamo sulla destra il cartello che segnala la partenza del marcato sentiero che sale alla bocchetta della Forcola di Rims. Lo imbocchiamo per percorrerlo interamente. Vediamo però prima come giungere fin qui per via più breve (con risparmio di circa mezzora, utile in una traversata così lunga).
Variante breve: dal passo dello Stelvio ridiscendiamo per la strada appena percorsa. Dopo una serie di tornanti dx-sx-dx la strada effettua un largo giro e si porta ai piedi del colle del giogo di Santa Maria o passo di Umbrail (2488 m.), che segna il confine fra la Valle del Braulio e l’elvetica Val Muranza.
Qui lasciamo la strada statale e prendiamo a destra, imboccando la strada che sale al passo. Ci portiamo così nei pressi della Dogana Italiana (IV Cantoniera). Qui, poco oltre la Cantoniera, a sinistra della strada, vediamo un cartello che segnala la partenza del sentiero che sale alla bocchetta della Forcola di Rims. Qui Via Alpina e variante breve si incontrano.
Imbocchiamo il sentiero e cominciamo a salire verso nord-ovest, sul versante di pascoli che si stende ai piedi del Piz Umbrail (m. 3033).


Apri qui una panoramica sull'alta Valle della Forcola di Rims

Il sentiero, che supera diversi dossi e vallecole, piega gradualmente a sinistra ed assume l’andamento sud-ovest, alternando salite a brevi discese. Ci affacciamo così all’ampia conca che si stende ai predi della Forcola di Rims. Il sentiero piega a destra (ovest) e sale alla bocchetta stando sul lato destro della conca. Raggiungiamo così la bocchetta della Forcola di Rims (m. 2768), che si affaccia al circo terminale della Valle della Forcola di Rims.
La Via Alpina percorre l’intera valle in discesa, per portarsi all’imbocco della Val Fraele. La via più comoda è quella di seguire una pista che dalla Forcola scende lungo l’alta e media valle. Molto più interessante, però, è seguire una via un po’ più lunga ma decisamente interessante, quella che passa per la bocchetta e la Malga di Pedenolo.
Scendiamo, su una pista, dalla bocchetta al ben visibile ricovero di un'ex-caserma, che può anche fungere da bivacco in caso di emergenza, e proseguiamo fino al vicino bivio per la bocchetta di Pedenoletto. Qui troviamo alcuni cartelli e lasciamo la pista principale prendendo a sinistra (indicazioni per la bocchetta di Pedenoletto), su largo sentiero che corre, con qualche saliscendi, tagliando la grande colata di sfasciumi che scende dai fianchi nord-occidentali del monte Braulio, passando a monte di una bella piana che ospita alcune pozze.


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La bocchetta, a quota 2790 metri, si affaccia su un altipiano (piano di Pedenoletto) sospeso sul versante nord-occidentale della Valle del Braulio e delimitato, ad est (alla nostra sinistra) dal monte Radisca (m. 2970) e dalle Corne di Radisca (m. 2984).


Piani di Pedenoletto

Dalla bocchetta parte una pista che conduce direttamente alla bocchetta di Pedenolo; purtroppo nel primo tratto è franata ed un ripido nevaio, presente anche a stagione avanzata, sconsiglia l’attraversamento alla parte intatta. Per questo conviene, poco prima del nevaietto, laddove il muro della pista termina, scendere, con cautela, per un canalone di sfasciumi, seguendo una labile traccia, fino alla parte bassa del nevaio, che si attraversa con facilità, quasi in piano, proseguendo, poi, a vista: attraversata una breve fascia di massi, saliamo, così, senza difficoltà, ad intercettare la pista per la bocchetta pochi tornanti sotto la stessa. Un attimo di sosta ci permette di ammirare, alle nostre spalle, le guglie gotiche di un intenso color ruggine del monte Braulio. Eccoci, infine, alla bocchetta di Pedenolo, così almeno ci pare.


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E invece no: siamo ad una bocchetta che introduce ad una specie di corridoio alto sospeso sul fianco orientale della Valle della Forcola. La bocchetta è un po’ più in là: la pista, con fondo ottimo, la raggiunge subito e si affaccia sui luminosi ed ampi piani di Pedenolo. Sul fondo, ci saluta la parete nord della cima Piazzi, con il suo ghiacciaio. Siamo a 2703 metri, ed inizia la discesa. Notiamo subito, alla nostra destra, una formazione rocciosa isolata, dalla forma singolare, probabilmente unica: sopra una base ristretta di eleva una sorta di stelo più ampio. Sicuramente avrà una denominazione particolare, ci avranno costruito sopra una qualche leggenda: sarà, che so, la sedia del diavolo, o il dito della strega. O chissà. Intanto eccoci al grande altipiano noto nei secoli passati per le miniere di ferro. Il luogo dei piedi, stando all’etimologia, il luogo cui si saliva a piedi, forse. Di fatto la pista militare, ancora ottimamente conservata, scende con andamento regolare e pendenza costante e dolce: abbiamo tutto il tempo di lasciarci avvolgere dall’intenda magia verde di questi spazi. Alla nostra destra, un declivio erboso non difficile sale alla cima del monte Pedenolo (m. 2780). Sul versante opposto, a sinistra, resta ancora qualche traccia delle antiche miniere, attive fino alla seconda metà dell’ottocento.


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Sui piani di Pedenolo ed, in particolare, l’attività di estrazione del ferro cui furono interessati in passato, leggiamo, nel bel volumetto di Isella Bernardini e Giovanni Peretti "Itinerari storici e culturali in alta Valtellina", (Alpinia Editrice): “Una delle aree dove più intensa fu l'estrazione è proprio quella dei Piani di Pedenòlo e Pedenolètto, dove ancor oggi sono correnti toponimi che si rifanno a quei periodi, quale il Trój de la Véna, aereo sentiero pianeggiante che costeggia gli aggettanti strapiombi che dominano la val del Bràulio e la conca bormiria, o il Trój de Strósc per il quale, data la pendenza, era facile trascinare i carichi di minerale estratto (ir a strósc=trascinare). Oltre al ferro, vanno citati anche i tentativi di sfruttare estrazioni di argento… I piani di Pedenòlo sono anche interessanti per gli aspetti naturalistici: da osservare gli importanti fenomeni legati al carsismo di superficie, quali le doline, conche di assorbimento dell'acqua di pioggia e di fusione, inghiottitoi e piccole grotte, eccetera. Il panorama sulla piana di Bormio che da qui si gode è fantastico e mozzafiato.”


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Mentre scendiamo i numerosi tornanti, abbiamo tutto il tempo per lasciarci trasportare di nuovo nel regno dell’immaginario, con una leggenda legata alle miniere di ferro della zona. Diamo la parola di nuovo a Maria Pietrogiovanna:
Una nobile e bella tirolese, ospite del convento di Munster, venne rapita da un signore valtellinese invaghitosi di lei. Ne nacque tra Bormio ed Innsbruck una guerra diplomatica per i reclami del padre oltraggiato alla luogotenenza di Innsbruck. Bormio, minacciata dalla cittadina austriaca, ordinò al rapitore direstituire l'amata, ma il signore delle Miniere di Fraele e Premadio preferì rinunciare alle ricchezze e fuggì da Bormio conl'amata. Silenzio e rovina rimasero in quelle valli e latradizione di un nuovo tesoro nascosto si aggiunse alla leggendaamorosa. La leggenda ha un fondamento storico.”


Malga di Pedenolo

Il silenzio, in effetti, c’è tutto. La rovina, non parrebbe affatto. Qualcosa luccica là, da qualche parte? Che sia il tesoro? Che sia un riflesso del sole che va a scendere proprio davanti a noi dietro il lontano versante retico? Dopo molti tornanti, la pista contorna un bel pianoro e ci porta ad una gobba erbosa, superata sulla sinistra la quale ci affacciamo alla malga di Pedenolo (m. 2384), alpeggio che viene ancora oggi caricato. Interessanti sono anche alcune doline, cioè conche con inghiottitoio carsico presenti nella zona. Passiamo a sinistra della baita della malga e, seguendo la pista che ormai si è ridotta a sentiero fra l’erba, giungiamo alla sua soglia, delimitata da un cartello. Rivediamo il Monte delle Scale ed il lago di Cancano: la meta non è lontana. Il largo sentiero comincia da qui una lunga discesa lungo l’impressionante dirupo che si apre ad ovest della malga (ma ve n’è un altro ben più impressionante, un salto di roccia vertiginoso a sud-est a sud). Inanelliamo così una lunga serie di tornanti; dopo il quindi tornante dx scopriamo, con un po’ di disappunto, che smottamenti e slavine si sono mangiati buona parte della pista. È stato tracciato sul corpo franoso un nuovo sentiero, ma è decisamente meno tranquillo e riposante. Intanto, dopo i tornanti dx, rivediamo la Valle della Forcola, dominando proprio la stretta che abbiamo superato nella prima parte della salita.


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Terminato l’ultimo lungo traverso che segue ad un tornante dx, siamo, infine, al ponte di legno sul torrente della valle; una breve salita, sul lato opposto, ci porta alla pista che dalla Val Fraele sale in Valle della Forcola di Rims. Seguendola in leggera discesa, dopo l’ultima modesta salita, usciamo dalla valle e ci portiamo ad un'area di sosta (Picnic Solena, 1993 m).
Proseguiamo sulla pista salendo alle baite del Grasso di Solena (m. 2008), passando per la chiesetta di S. Erasmo e portandoci presso il grande sbarramento della diga di Cancano.
Quando le sue acque sono piuttosto basse, sono ancora ben visibili gli edifici che ospitarono i moltissimi operai impiegati nell'edificazione dell'enorme sbarramento (la cosiddetta "digòpoli"). Il primo manufatto venne messo in esercizio nel 1928 dall'AEM di Milano: si trattava della diga ad arco di gravità di Cancano, con una capienza di 25 milioni di metri cubi d'acqua. Nel 1950 venne terminata la diga di San Giacomo, più a monte, con una capacità di 64 milioni di metri cubi d'acqua, nel quale confluiscono, mediante un canale di gronda, le acque delle valli del Gavia, dei Forni e dello Zebrù, passando per la valle del Braulio. Infine, nel 1956 venne inaugurata la nuova e più grande diga di Cancano, che sommerse la precedente, e che può contenere 123 milioni di metri cubi d'acqua; essa serve la nuova centrale di Premadio.
Ne percorriamo il camminamento e sul lato opposto saliamo ad intercettare la pista principale che percorre la Val Fraele. Procediamo verso sinistra, cioè verso l’imbocco della valle, passando a destra del lago delle Scale ed a sinistra di Villa Valania.
Il mite lago delle Scale è legato ad un’oscura leggenda, che parla di un essere demoniaco che appariva come mostro ed angelo nero insieme. Ecco come viene riportata la leggenda in Maria Pietrogiovanna (a cura di): “Le leggende in Alta Valtellina – Raccolta di leggende e credenze dell’Alta Valtellina”, dattiloscritto, Valfurva, 27 giugno 1998:


Il lago delle Scale

“'Angelo Nero ed il mostro Ravan altro non erano che aspetti di una sola diabolica creatura, la quale andava dagli abissi alle creste e dalle creste agli abissi, mutando l'aspetto e non la sostanza. Quando le fornaci del ferro sprizzavano scintille, l'Angelo Nero compariva tra il fumo e le maligne faville. Le sue labbra avevano sorrisi che parevano ringhi, la sua ombra batteva sulle pietraie seguita dal corteo degli spettri vaganti e, dove batteva, schizzavano livide fiamme per l'erta oscura. Allora i montanari, che vivevano in quei luoghi, da buoni cristiani benedicevano animali e minerali con l'acqua del Lago delle Scale e l'Angelo si copriva il volto, sbatteva le ali di folgore e si dissolveva nel fumo, risalendo su per le creste e ruinando polvere e ghiaia dai dirupi fino ai mughi sopra il lago.
L'Angelo Nero lasciava dietro di sé una schiera di esseri invisibili pronti ad assalire i cristiani e a trascinarli nella vorticosa corrente del Vallar, dove l'Angelo Nero piombava dalle creste e si trasformava nel mostro di Ravan. Costui era il capo di tutti i geni maligni, nati dai suoi fittissimi peli, ispidi e duri come le setole. Ravan era spaventoso, aveva dieci teste e, dotato di una forza prodigiosa, faceva tremare e sconvolgere le montagne. Era invulnerabile alle maledizioni umane e terribilmente crudele contro chi aveva accettato di servirlo e poi lo aveva disobbedito come Talp (vedi La leggenda di Talp, servitore del mostro Ravan). Ravan o Angelo Nero odiava la luce del sole e rideva come un pazzo scatenato, quando vedeva l'astro calare e scomparire. Allora urlava nei profondi meandri del Vallar, seguito da una torma di giovani tritoni dalla lunga coda e dal dorso dentellato. Costoro avevano il compito di
placare i gorghi dell'Adda per calmare la rabbia di Ravan. Le confraternite religiose del tempo, con camice bianco e cappa rossa di Molina e Premadio, sentenziavano che il mostro fosse nato da un uovo fecondato da un innaturale connubio tra un gigante ed un anfibio usciti fuori dai vapori della terra, quando si era formato il Lago della Scale. Altri, invece, dicevano che fosse nato da un uovo autofecondato da un vecchio gallo e covato in un monte di letame, in cui erano concentrati i veleni di tutti i serpenti del mondo. Tutti, però, concordavano che, fosse angelo o mostro, aveva al suo servizio tutti i furfanti che andavano e venivano per il sentiero delle Scale e per la Val di Fraele. Quei furfanti, ad ogni battito del cuore, gli procuravano un mortale per essere sua vittima sacrificale. I furfanti erano mangiatori di anime. Uscivano dalla nebbia e stavano nell'aria, nell'acqua e nel bosco, seminando paure ed angosce e, trascinando animali ed uomini su per le scogliere, li trasformavano in pietre a guardia delle grotte del tuono.”

Siamo sul limite delle più affascinanti valli dell'alta Valtellina. La Valle di Fraele è un piccolo mondo sospeso, un altipiano posto ad una quota di poco inferiore ai 2000 metri, circondato quasi da ogni lato da vette dolomitiche che disegnano, al morire del giorno, scenari di grande suggestione cromatica. Un microcosmo denso di echi storici e leggendari, in quanto fu, in passato, punto nodale nelle comunicazioni fra contea di Bormio, Livignasco, Valle di Monastero e Tirolo. Il toponimo deriva, probabilmente, da “ferratelle” o “fabrelle”, a sua volta da “Faber”, con riferimento alle miniere di ferro per le quali, in passato, la valle era nota.
Si legge nella “Descrizione della Valtellina e delle grandiose strade di Stelvio e di Spluga (1823): “Quasi fosse per compensarlo di altri beneficj di che gli fu avara, la natura ha conceduto al territorio di Bormio una ricchissima miniera di ferro che si coltiva in Valle di Fraele”; e negli “Annali universali di statistica, economia pubblica, storia. Viaggi e commercio”, pubblicati nel 1834: “Le viscere dei monti non sono meno ricche della superficie dei medesimi; e frequenti vi sono e marmi e minerali di varia natura ed anche di molto pregio e valore. Il ferro vi abbonda e cavasi ora più di tutto nella ricca miniera del Fraele (la quale dà perfino il 60 per cento di metallo, che poi viene fuso al Fraele e lavorato a Premadio vicino a Bormio) e in valle d'Ambria  ove per l'addietro fondevansi i progettili ad uso di guerra), dalla qual valle ora si trasporta a fondere in val del Lirio, non molto lungi da Sondrio. Non mancano altre miniere consimili e in val del Bitto e al Masino e in Malenco, ove trovasi pure del ferro magnetico”.
Seguiamo la carrozzabile che si porta presso le celebri Torri di Fraele e passiamo alla loro sinistra, affacciandoci all’ampia piana della Valdisotto.
Riportiamo le notizie che ci vengono offerte dallo storico Guido Scaramellini nello studio “Le fortificazioni in Valtellina, Valchiavenna e Grigioni” (ottobre 2004), studio per il Museo Castello Masegra (www.castellomasegra.org):


Le Torri di Fraele

Le due torri vigilano, una per parte, l’antica “via imperiale di Alemagna” che, attraverso il passo di San Giacomo di Fraèle, giungeva in Val Monastero, dove, tra l’altro, era attiva l’estrazione del ferro. Contemporaneamente controllavano la Val Viola e il Livignasco. Era detta anche strada delle Scale, perché caratterizzata da una serie di scale in legno che servivano a superare il notevole pendio. Le torri erano anticamente protette da una “trinchiera fatta di muro” che scendeva alla strada, come si vede nel disegno steso dal maestro di campo Berretta (fondo Ferrari alla Biblioteca Ambrosiana di Milano). Nel 1357 la strada fu sistemata per consentire il transito dei cavalli e pare che nel 1395 le Scale siano state rifatte. Nel 1435 erano presidiate da guardie contro la peste che si temeva potesse venire dalla val Venosta e dalla val Monastero.
Le due torri parallelepipede sono quelle poste a quota più alta (1930 metri) e le uniche in provincia di Sondrio costruite a controllo di un passo. La torre occidentale è più completa e misura circa m 6,50 per lato con un’altezza attuale di oltre 13 metri. Aveva l’ingresso originario al primo piano, come quasi tutte le torri, il cui accesso era possibile tramite scala retraibile. L’attuale apertura a pianterreno è successiva. La parete a nord mostra quattro feritoie.
La torre orientale ha pianta quadrata, con lato di metri 5,75 e spessore dei muri di 70/80 centimetri. Manca della parete occidentale e ha maggiormente sofferto mutilazioni, anche se un recente restauro ha salvato in entrambe le torri quanto era sopravvissuto con feritoie soprattutto nel fronte settentrionale. Oggi si eleva per una decina di metri.
Le torri, costituite da pietre appena squadrate, più accuratamente lavorate agli angoli, possono essere datate al XIII secolo e avevano un ruolo notevole ancora sul finire del XV secolo, quando il duca di Milano vi stabilì dieci soldati a presidio. Furono poi abbandonate e forse anche smantellate in seguito al capitolato di Milano del 1639.”
Lina Rini Lombardini, nel bel volumetto "In Valtellina, colori di leggende e tradizioni" (Sondrio, Ramponi, 1950, pg. 120), riporta la più antica leggenda legata a queste storiche torri: "...le torri di Fraele... ancor vigilano (dal tempo dei Galli? dei Romani?) sulla Valdidentro: scure tra scure rocce; scura anche la tradizione che le vuole spettatrici, al tempo di Sant'Ambrogio, di un'acerrima lotta fra Cristiani e Ariani. Tanto sangue ariano si sparse che se ne imbevve il terreno e, in Campo Luco dove gli Ariani furono sepolti, mai fiore più crebbe, mentre tutt'intorno, al tornare dell'estate, ridono i colori della vaga flora alpestre".
Il burrone che dalla soglia della valle, presidiata dalle celebri torri, precipita, quasi, al già citato piano di Prada, a monte di Pedenosso, era chiamato, con denominazione rimasta nella memoria popolare, Burrone dei Morti. Il motivo ci riporta alla fine del secolo XV. Correva l’anno di grazia 1487. Un esercito proveniente da Coira (Lega Caddea, o della Casa di Dio) e dalla lega delle Dieci Diritture, in tutto sei o settemila fanti, con 400 cavalli ed una schiera di donne al seguito, scendendo dalla Valdidentro, si presentò, il 27 febbraio, alle porte di Bormio. Al loro comando Giovanni Loher, Ermanno Capaul e Nicola Buol. A quel tempo da circa un secolo e mezzo la Valtellina era sottoposta alla signoria dei Duchi di Milano, i Visconti prima, gli Sforza dalla metà del quattrocento. Ludovico il Moro rinunciarono a difendere la città, che venne saccheggiata. Narra, però, la leggenda che la presa di Bormio non fu per i Grigioni questione facile.
Ce ne parla Tullio Frangia-Tazzoli, ne “La Contea di Bormio” (Arti Grafiche Valtellinesi, Sondrio, 1932-25, vol. III, pp. 69-70): “Alla leggenda mistica e gentile della Madonna di Isolaccia fanno riscontro le paurose e strane storie che dalle Torri di Fraele che sovrastano Isolaccia ed il suo verde piano nelle giornate di bufera ricorrono nelle menti dei più vecchi di quei montanari, storie a loro tramandate dai padri e dai monaci. Come spesso avviene la trama leggendaria si ricollega ad un fatto storico. Siamo al tempo della maggiore floridezza del Contado. Spavaldo ne è Podestà per gli Sforza Cisermundo che ne ha rintuzzate, con arrogante sprezzo, le richieste del retico ambasciatore Ulrico di Massol di Stiss. Pochi mesi dopo le Tre Leghe Grigie invadono il Contado malgrado le offerte di sei ambasciatori inviati a Bormio. Questi vengono, contro il diritto delle genti, rinchiusi e tenuti in ostaggio nella torre di Zernet.
Dice la leggenda che alle Torri di Fraele fu tentata la resistenza ed in un primo tempo dalle Scale, interrotte ma ricoperte astutamente con frasche e cuoio, nell’assalto notturno precipitarono cavalli e cavalieri ed insegne nel sottostante burrone che dal passo delle Torri strapiomba in lavina sopra il Sasso di Prada presso la chiesa parrocchiale di Pedenosso. Nelle prime ore della lotta il panico e l’incalzare delle schiere sopraggiungenti celeri al rumore della lotta, l’oscurità, il sospetto del tradimento aumentarono la confusione e la carneficina. I cadaveri furono tanti e la carneficina così intensa che corsero dalle Torri pel Sasso di Prada a Pedenosso fino alla piana di Isolaccia rivi di sangue commisti alle acque che precipitano, dall’alto, tra sterpeti e macigni. Ma più che l’astuzia ed il valore poté il numero e la resistenza bormina fu vinta. Per dieci giorni e dieci notti i Grigioni saccheggiarono Bormio e il Contado: poi scesero, baldanzosi, a valle. La leggenda indugia su quel tragico precipitare dalle Torri di cavalli e cavalieri nella notte fonda ed ai primi chiarori dell’alba; narra di urla e di gemiti ripercossi dalla montagna in echi paurosi; di gente inerme, ferita o morente, finita a colpi di mazza; di scheletri, corazze e schinieri sepolti e ritrovati fra quei greppi e di altre e sinistre storie che si ricollegano ad altri avvenimenti assai più antichi.”

Non possiamo lasciarci alle spalle questi guardiani di pietra senza ricordare che, secondo la leggenda, qui si davano convegno streghe, stregoni ed altri spiriti immondi per celebrare i loro diabolici sabba.


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Scendiamo per un tratto seguendo la strada e passando per una galleria scavata nella roccia. Dopo una sequenza di tornanti sx-dx, al successivo tornante sx lasciamo la strada per imboccare la pista che se ne stacca sulla destra.
Si tratta della stradella dell’AEM che porta ad Arnoga, effettuando un lungo e panoramicissimo giro. Procediamo sempre in piano, a quota 1860 metri, per un buon tratto verso ovest-sud-ovest, sul versante che si stende ai piedi delle cime di Plator, in un fitto bosco di pini mughi. Poi la stradella piega bruscamente a destra e supera uno stretto vallone, affacciandosi ad un aperto versante di pascoli.


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Procedendo verso sud-ovest raggiungiamo l’alpe Gattonino (m. 1869), dove incrociamo la stradella che sale da S. Antonio di Scianno verso l’alpe Vezzola. Proseguiamo diritti verso sud-ovest, passando per i prati dell’alpe Marzaglia, oltre la quale la pista piega a destra e, all’ombra di un bel bosco di conifere, si porta al centro della Val Cadangola, scavalcando il torrente omonimo.
La semisconosciuta Val Cadangola, un tempo utilizzata per accedere per via più diretta all’alpe Vezzola, al’alpe Trela ed alla Val Fraele, è anch’essa legata ad una leggenda, che ha come protagonista Foronin, il gobbo di Cadangola, che scoprì un mitico tesoro cui era però impossibile accedere. Per non farci mancare nulla, anche in questo caso consultiamo la raccolta di Maria Pietrogiovanna (cit.):
Cadangola è una valle misteriosa con sentieri faticosi che conducono alle Bocche di Trela, di Trelina, all'Alpe di Trela, alla Val dei Pettini e alle polledell'Adda per passaggi fra ghiaioni morenici dove la vita è assente. Lassù c'era un tempo la più ricca villeggiatura estiva delle capre, delle pecore e dei vitelli. Era il regno della pastorizia arcaica che durò fino alle stagioni ormai lontane in cui vi andava a far burro eformaggio Foronin,il gobbo di Cadangola. Foronin, ometto insolito creato proprio per quel mondo singolare, conosceva i segreti della sua montagna, dei suoi pascoli e dei suoi boschi. Una volta siera ricoverato sotto alcune rocce sporgenti a mo' di tetto, perché sorpreso da un temporale. Quando uscì da lì si accorse che gli brillavano gocce d'oro tra i capelli.


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Tornò sui suoi passi e scoprì una fessura per la quale trasudava acqua con pagliuzze lucenti, ma bisognava perdere troppo tempo per raccoglierne tanto quanto un ago d'abete. Foronin conosceva le buche disseminate sul crinale della Motta Grande e spiegava come brillassero candidissime sotto la luna, essendo il fondo di esse cosparso d'argento, ma non si eramai lasciato vincere dalla tentazione, perché temeva le burle della luna balorda. L'uomo sorrideva, raccontando quando aveva veduto le profondità delle Presure, e riteneva che il fondo delle voragini fosse tempestato di zaffiri e rubini, perché sfavillava come la luce dell'arcobaleno. Egli, però, non si eramai tentato di scendere, essendo ciò possibile solo nel plenilunio di marzo. Ma chi mai si sarebbe avventurato ad un'impresa simile in quella notte sacra?”
Profonda saggezza del gobbo di Cadangola: conoscere i limiti dell'umano e non volerli travalicare.


L'alpe Gattonino

Sul versante opposto riprende l’andamento sud-ovest, scavalcando altri piccoli corsi d’acqua. Passimo così a monte di Semogo e ci portiamo all’imbocco della Valle di Foscagno. Ignorata la deviazione a sinistra che scende a Semogo, raggiungiamo il torrente Foscagno e lo scavalchiamo su un bel ponte.
La pista assume ora un andamento verso sud-est e, procedendo nella splendida solitudine e nel silenzio di un fitto bosco di conifere (Bosco della Breitina), passa a monte di San Carlo ed a valle della statale 310 del Foscagno. La pista piega gradualmente a destra e si porta all’imbocco della Val Viola Bormina. Procedendo per un buon tratto verso sud-sud-ovest usciamo a prati aperti con ottimo colpo d’occhio sul ghiacciaio settentrionale della cima Piazzi. Dopo poche centinaia di metri raggiungiamo la statale 310 del Foscagno in località di Arnoga (m. 1881), dove termina la prima tappa della Via Alpina e dove possiamo trovare una struttura presso la quale pernottare.


Stradella AEM

Arnoga

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CARTE DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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