Via Alpina 7: Da Poschiavo Campo Moro


CARTE DEL PERCORSO - GALLERIA DI IMMAGINI

La Via Alpina è costituita da cinque grandi sentieri internazionali, per uno sviluppo complessivo di 5000 km., che attraversano gli otto paesi alpini, cioè Francia e Principato di Monaco, Italia, Svizzera, Germania, Liechtenstein, Austria e Slovenia. Essa concretizza il progetto di disegnare percorsi che uniscano le diverse regioni alpine, accomunandole per identità e vocazione, favorendo al contempo un tipo di turismo itinerante nel segno di una ben precisa filosofia della montagna e del camminare. Una filosofia lontana dagli stili della fruizione affrettata e legata piuttosto all’esperienza dell’osservare, vedere, sentire e pensare, nella dimensione della sobrietà. 9 delle 161 tappe dell'Itinerario Rosso, il più lungo, attraversano la Valtellina (siglate da R71 a R79), dall’Alta Valtellina (passo dello Stelvio) al passo del Muretto in Alta Valmalenco. Tappe che perlopiù si innestano in altri percorsi segnalati. Le piccole targhe della Via Alpina, con il caratteristico logo, disposte nei luoghi strategici, segnalano che stiamo percorrendo anche questa grande direttrice di respiro transnazionale. Le tappe non richiedono un impegno più che escursionistico e non propongono passaggi attrezzati, anche se in qualche punto si richiede una certa esperienza escursionistica. Tuttavia si tratta di tappe piuttosto lunghe nello sviluppo, anche se il dislivello in altezza non è mai eccessivo, e che quindi possono essere spesso divise in due giornate. Ovviamente ciascuno può progettare percorsi che si adattino alle proprie necessità e disponibilità di tempo e di energie. In caso di cattivo tempo, infine, ci si espone, come sempre, alla triplice insidia del terreno bagnato ed infido, della scarsa visibilità e dei fulmini, per cui è meglio desistere dall'escursione.


Apri qui una fotomappa del ripiano Campagneda-Prabello

7. POSCHIAVO- CAMPO MORO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Poschiavo-Selva-Alpe Canciano-Passo di Canciano-Passo di Campagneda-Alpe Campagneda-Campo Moro (rifugio Zoia)
9-10
1620 (630 in discesa) - Sviluppo: 17,3 km
E
SINTESI. Usciamo da Poschiavo (m. 1041) verso sud, seguendo la strada che per un tratto costeggia il torrente Poschiavino, poi raggiunge il ponte che ci porta da sinistra a destra del torrente, alla frazione Rasica (m. 1001). Proseguendo verso sud siamo alla frazione S. Antonio (m. 994), dove la strada piega a destra ed inizia a salire sul versante occidentale della Valle di Poschiavo, passando per il nucleo di Campiglion. Ad una serie di tornanti dx-sx-dx segue una serrata serie di tornantini sx-dx-sx-dx-sx-dx-sx. Dopo l’ultimo tornante sx imbocchiamo il sentiero che sulla destra si stacca dalla strada e sale per via più diretta, verso sud, tagliando più in alto tre volte la strada. Il sentiero, salendo sempre verso sud, attraversa la Val Pedenal a quota 1350 metri. Sul lato opposto piega a sinistra, supera un avvallamento e piega ancora a destra, salendo verso sud-ovest sul fianco di un dosso ed uscendo alla parte bassa dei prati di Macon (m. 1441). Procedendo diritti in leggera salita intercettiamo una strada in località Vamporti (m. 1485), sul limite settentrionale della splendida e panoramicissima piana di Selva. Seguiamo la strada in salita, verso ovest, fino alle soglie di Clef (m. 1494). Qui lasciamo la strada che procede verso Urgnasch ed imbocchiamo il sentiero che, appena prima del ponte su un torrente, se ne stacca sul lato sinistro e sale verso ovest. Dopo una breve salita piega a destra e si porta da sinistra a destra del torrente, poi piega a sinistra e riprende la salita verso ovest con una serrata serie di tornantini. Ci stiamo affacciando all’alta Valle di Canciàn e la salita porta alle baite di Quadrada (m. 1864), dove piegando a sinistra su un ponte ci riportiamo da destra a sinistra del torrente. Piegando a sinistra il sentiero giunge a quota m 1932 e piega a destra attraversando il bellissimo Bosch da Caràl. Proseguendo la salita verso ovest usciamo all’aperto, ci avviciniamo al torrente e su un ponte passiamo da sinistra a destra, raggiungendo le baite dell’alpe Canciàn (m. 2132). Inizia l’ultimo aspro tratto di salita verso il passo di Canciàn (Canciano). Il sentiero, mantenendo sempre l’andamento complessivo verso ovest, si destreggia fra roccioni, su terreno di minuti sfasciumi. Superato da destra a sinistra il torrente di Palu Granda, si avvicina al torrente principale della Val Canciàn, poi di nuovo se ne allontana per aggirare sulla destra un roccione. Passiamo a ridosso di una parete rocciosa, alla nostra destra, ed attraversiamo il torrente principale da destra a sinistra, poi pieghiamo a destra e lo riattraversiamo. Siamo ormai sulla rampa che adduce al ripiano del passo. Il sentieor piega leggermente a destra, poi ancora a sinistra e raggiunge il ripiano del passo di Canciano (m. 2498). In realtà il passo di Canciano viene indicato sulla Carna Nazionale Svizzera appena più a nord ed quotato 2464 metri, cioè è più a destra e un po’ più in basso. Comunque sul ripiano che abbiamo guadagnato troviamo il cippo di confine in pietra bianca e tre cartelli escursionistici, con la targa “Pass da Cancian 2498 m.”. Nella direzione dalla quale proveniamo Quadrada è data ad un’ora ed un quarto, Selva a 2 ore ed un quarto e Poschiavo a 3 ore e mezza. Dobbiamo ora seguire la direzione di sinistra, cioè non quella per il passo d’Ur, ma quella Campo Moro, dato a 2 ore. Intercettiamo il sentiero (settima tappa dell'Alta Via della Valmalenco: ne seguiremo da qui i triangoli gialli) che sale fin qui da un grazioso laghetto che vediamo poco più in basso, alla nostra destra, incorniciato dalla testata della Valmalenco, che si mostra sul fondo, ad ovest, con in primo piano i pizzi Argient e Zupò. Si tratta del laghet di Svìzer. Proseguiamo diritti, lasciando alla nostra sinistra il torrente che scende in Val di Canciàn. Scendiamo verso destra ad ponte in legno che ci permette di superare il torrente che scende dalla vedretta dello Scalino, alla nostra sinistra. Oltrepassato il ponte, effettuiamo una diagonale a sinistra ed una successiva a destra, fino ad pianoro superiore, occupato da 4 microlaghetti, in altrettante conche moreniche. La traccia segnalata volge ora decisamente a sinistra, lasciando sulla destra i laghetti e percorrendo per un tratto il filo di un dosso morenico, per poi lasciarlo e scendere sulla destra ad un avvallamento e tornare a salire verso destra, fino al pianoro del passo di Campagneda (m. 2626). Una volta guadagnato il pianoro del passo, ci dirigiamo decisamente a destra, fino a portarci alle spalle di un grande ometto già visibile dai laghetti. Procedendo verso ovest fino al limite del pianoro, troviamo la porta dalla quale il sentiero inizia a scendere. Nel primo tratto percorriamo un ampio corridoio di sfasciumi, da destra verso sinistra, poi ci immettiamo in un più ripido canalone, superando un punto un po’ ostico con l’ausilio di corda fissa e scalini in metallo e passando a sinistra del più alto dei laghetti di Campagneda (m. 2490). Pieghiamo poi a sinistra, allontanandoci dal lago e passando a sinistra di un panettone roccioso e vicino ad un microlaghetto. Scendendo, superiamo un terzo microlaghetto, prima di vedere, in basso alla nostra destra, il più grande dei laghetti di Campagneda (m. 2339). Scendiamo ancora, fino al la parte alta dei pascoli dell’ampia alpe di Campagneda, dove troviamo subito un bivio, dove, ignorati i triangoli gialli che ci portano a sinistra verso il rifugio Cristina, seguiamo il sentiero di destra (segnavia bianco-rossi), che scende verso ovest all'alpe Campagneda (m. 2145), puntando al gruppo di baite di destra e lasciando a sinistra l’isolato edificio del rifugio Ca’ Runcasch, riconoscibile anche per la bandiera italiana. Seguendo il filo di un dosso poco pronunciato, ci ritroviamo alle spalle di una baita, su un roccione, e da qui scendiamo alla strada sterrata che sale verso il rifugio. La seguiamo per un tratto in discesa, fino ad un bivio, al quale prendiamo a destra, scendendo, in breve, ad un ponte, che ci permette di lasciare la pista, sulla destra, e di imboccare il sentiero (il cartello indicatore è stato divelto) per il rifugio Zoia (segnavia rosso-bianco-rosso su un sasso, poi segnavia bianco-rossi e, su un sasso a sinistra, la scritta “Zoia”). Il sentiero, non molto marcato all’inizio, sale per un tratto, poi piega leggermente a sinistra, attraversando un corridoio. Dopo un breve tratto pianeggiante, cominciamo a scendere, passando fra il fianco roccioso del monte, alla nostra destra, ed una splendida radura, incorniciata dal monte Disgrazia, alla nostra sinistra. Il sentiero è ormai una larga mulattiera, che propone alcuni saliscendi e volge leggermente a destra. Uun paio di tornantini ci fanno scendere un po’, ed un altro paio ci fanno risalire: passiamo, così, a sinistra di un impressionante roccione verticale, a quota 2100, sul quale sono state attrezzate alcune vie di salita. Continuiamo a scendere, passando a sinistra di una meno impressionante parete verticale, poi ci allontaniamo gradualmente dalla fascia di roccioni, piegando a sinistra e continuando a scendere, fino al rifugio Zoia, dal quale, seguendo la pista, torniamo al parcheggio ai piedi della diga di Gera.


Sentiero per Selva

La settima tappa valtellinese della Via Alpina è assai impegnativa, in quanto propone un considerevole dislivello in altezza (1620 metri). Oltretutto non c'è modo di dividerla in due giornate, per cui si deve confidare interamente nelle proprie forze. Può consolare apprendere che segue buoan parte del percorso di una classica della corsa in montagna, la traversata da Lanzada a Poschiavo. Per quanto la facciano da padrone gli scenari di alta montagna, non manca lo sfondo storico, perché il passo di Cancano fu fin dall'antichità un'importante via di transito sulla direttrice che puntava al passo del Bernina, come comprova il ritrovamento di monete romane nei suoi pressi.


Ristorante a Selva

Chiesetta a Selva

Usciamo da Poschiavo (m. 1041) verso sud, seguendo la strada che per un tratto costeggia il torrente Poschiavino, poi raggiunge il ponte che ci porta da sinistra a destra del torrente, alla frazione Rasica (m. 1001). Proseguendo verso sud siamo alla frazione S. Antonio (m. 994), dove la strada piega a destra ed inizia a salire sul versante occidentale della Valle di Poschiavo, passando per il nucleo di Campiglion.


Alp Canciàn

Ad una serie di tornanti dx-sx-dx segue una serrata serie di tornantini sx-dx-sx-dx-sx-dx-sx. Dopo l’ultimo tornante sx imbocchiamo il sentiero che sulla destra si stacca dalla strada e sale per via più diretta, verso sud, tagliando più in alto tre volte la strada. Il sentiero, salendo sempre verso sud, attraversa la Val Pedenal a quota 1350 metri. Sul lato opposto piega a sinistra, supera un avvallamento e piega ancora a destra, salendo verso sud-ovest sul fianco di un dosso ed uscendo alla parte bassa dei prati di Macon (m. 1441).


Alta Valle di Canciàn dal passo di Canciàn

Procedendo diritti in leggera salita intercettiamo una strada in località Vamporti (m. 1485), sul limite settentrionale della splendida e panoramicissima piana di Selva. Seguiamo la strada in salita, verso ovest, fino alle soglie di Clef (m. 1494). Qui lasciamo la strada che procede verso Urgnasch ed imbocchiamo il sentiero che, appena prima del ponte su un torrente, se ne stacca sul lato sinistro e sale verso ovest. Dopo una breve salita piega a destra e si porta da sinistra a destra del torrente, poi piega a sinistra e riprende la salita verso ovest con una serrata serie di tornantini.


Cippo di Confine al passo di Canciàn

Ci stiamo affacciando all’alta Valle di Canciàn e la salita porta alle baite di Quadrada (m. 1864), dove piegando a sinistra su un ponte ci riportiamo da destra a sinistra del torrente. Piegando a sinistra il sentiero giunge a quota m 1932 e piega a destra attraversando il bellissimo Bosch da Caràl. Proseguendo la salita verso ovest usciamo all’aperto, ci avviciniamo al torrente e su un ponte passiamo da sinistra a destra, raggiungendo le baite dell’alpe Canciàn (m. 2132).


Lach di Svizèr, passo di Canciàn ed alta Valle di Canciàn

Inizia l’ultimo aspro tratto di salita verso il passo di Canciàn (Canciano). Il sentiero, mantenendo sempre l’andamento complessivo verso ovest, si destreggia fra roccioni, su terreno di minuti sfasciumi. Superato da destra a sinistra il torrente di Palu Granda, si avvicina al torrente principale della Val Canciàn, poi di nuovo se ne allontana per aggirare sulla destra un roccione. Passiamo a ridosso di una parete rocciosa, alla nostra destra, ed attraversiamo il torrente principale da destra a sinistra, poi pieghiamo a destra e lo riattraversiamo. Siamo ormai sulla rampa che adduce al ripiano del passo.


Apri qui una panoramica dal Lach di Svìzer

Il sentiero piega leggermente a destra, poi ancora a sinistra e raggiunge il ripiano del passo di Canciano (m. 2498). In realtà il passo di Canciano viene indicato sulla Carna Nazionale Svizzera appena più a nord ed quotato 2464 metri, cioè è più a destra e un po’ più in basso. Comunque sul ripiano che abbiamo guadagnato troviamo il cippo di confine in pietra bianca, datato 1930, e tre cartelli escursionistici, con la targa “Pass da Cancian 2498 m.”. Nella direzione dalla quale proveniamo Quadrada è data ad un’ora ed un quarto, Selva a 2 ore ed un quarto e Poschiavo a 3 ore e mezza. Dobbiamo ora seguire la direzione di sinistra, cioè non quella per il passo d’Ur, ma quella Campo Moro, dato a 2 ore. Intercettiamo il sentiero (settima tappa dell'Alta Via della Valmalenco: ne seguiremo da qui i triangoli gialli) che sale fin qui da un grazioso laghetto che vediamo poco più in basso, alla nostra destra, incorniciato dalla testata della Valmalenco, che si mostra sul fondo, ad ovest, con in primo piano i pizzi Argient e Zupò.


Lach di Svizer

Questo laghetto veniva chiamato laghét di Svìzzer, perché qui si ritrovavano pastori degli alpeggi svizzeri e pastori degli alpeggi di val Poschiavina e di Campagneda, per procedere, in un clima di cordialità, allo scambio di qualche chiacchiera e di qualche prodotto, sotto l’occhio sempre vigile delle guardie di confine. Già, perché questo fu, in passato (soprattutto dagli anni 30 agli anni 50 del secolo scorso), uno dei passi più battuti dai contrabbandieri, che, in squadre di 10-12 persone, nella buona stagione ma anche in quella invernale, effettuavano i loro viaggi al di là ed al di qua del confine, alternandosi, nel tracciare la via fra la neve spesso alta, a 7-8 passi ciascuno, perché lo sforzo del battipista è assai maggiore di quello di chi segue. Procedevano, possiamo immaginarli, con il prezioso carico, 25-30 kg circa a spalla (tabacco e sale portato dalla Svizzera, ma anche formaggi, burro, salumi, riso e lana d’angora dall’Italia alla Svizzera), pronti a nasconderlo in un luogo sicuro al primo sentore di un possibile incontro-scontro con gli avversari di sempre, i finanzieri. L’eco di questi avventurosi viaggi e di questi incontri gioviali fra alpigiani pare ormai perso; rimane, ora, solamente il fragore delle acque che scendono dalla vedretta dello Scalino e del Canciano; rimane, anche, una gara di sky-race da Lanzada a Poschiavo, che si tiene alla metà di giugno e passa proprio di qui.
Proseguiamo diritti, lasciando alla nostra sinistra il torrente che scende in Val di Canciàn.
Salendo su terreno morenico, giungiamo in vista di un masso che reca scritto, in caratteri gialli, “Pont”, ed una freccia che ci invita a piegare a destra. Prendendo gradualmente a destra, infatti, possiamo scendere ad un nuovo ponte in legno che ci permette di superare senza problemi il torrente che scende dalla vedretta dello Scalino, che vediamo alla nostra sinistra. Oltrepassato il ponte, effettuiamo una diagonale a sinistra ed una successiva a destra, che ci consentono di guadagnare un pianoro superiore, occupato da 4 microlaghetti, in altrettante conche moreniche.
La traccia segnalata volge ora decisamente a sinistra, lasciando sulla destra i laghetti e percorrendo per un tratto il filo di un dosso morenico, per poi lasciarlo e scendere sulla destra ad un avvallamento e tornare a salire verso destra, fino al pianoro del passo di Campagneda. Possiamo anche scegliere una via più breve, che punta ad un ometto ben visibile sulla sommità di un ampio dosso erboso che ci sta davanti, oltre i laghetti. La scelta dipende anche dalle condizioni di questi: se è difficile guadarli, prendiamo la prima via, facendo però attenzione, una volta guadagnato il pianoro del passo, a volgere decisamente a destra, fino a portarci alle spalle dell’ometto che abbiamo visto dai laghetti. Se scegliamo la seconda via, raggiunta la sommità del dosso, dove troviamo l’ometto ma anche un arco, dobbiamo procedere diritti, scendendo leggermente.
Il passo di Campagneda è un po’ diverso da come uno si immagina i valichi alpini: non un intaglio, più o meno stretto, su un crinale, ma semplicemente il punto, segnalato da un cartello, nel quale, a quota 2626 metri, dal pianoro un canalone scende verso l’alpe Campagneda. Nel primo tratto percorriamo un ampio corridoio di sfasciumi, da destra verso sinistra, poi ci immettiamo in un più ripido canalone, superando un punto un po’ ostico con l’ausilio di corda fissa e scalini in metallo e passando a sinistra del più alto dei laghetti di Campagneda (m. 2490), le cui scure acque ci negano anche solo un barlume di sorriso; a stento le luminose (sul far del tramonto) rocce che lo chiudono verso monte riescono a specchiarsi.
Pieghiamo, allora, a sinistra, allontanandoci dallo scorbutico lago, passando a sinistra di un panettone roccioso e vicino ad un microlaghetto. Scendendo, superiamo un terzo microlaghetto, prima di vedere, in basso alla nostra destra, il più grande dei laghetti di Campagneda (m. 2339), anche lui perennemente imbronciato. Lui, però, qualche ragione ce l’ha, dal momento che si è visto affibbiare il nome di lach brüt cioè lago brutto (ma viene chiamato anche “lach negru”, lago nero), cosa che non gli avrà fatto propriamente piacere. Ma l’avranno chiamato così per la sua faccia scura, o ha la faccia scura perché l’hanno chiamato così?
Mentre riflettiamo sull’amletico dilemma, continuiamo a scendere, gettando magari un’occhiata, sulla sinistra, in alto, al pizzo Scalino, vero signore di questi luoghi, che da qui mostra un profilo insolito. Raggiungiamo, così, la parte alta dei pascoli dell’ampia alpe di Campagneda, dove troviamo subito un bivio. Il sentiero che prosegue verso sinistra (segnavia gialli dell’alta via) porta all’alpe Prabello ed al rifugio Cristina; quello di destra (scritta gialla “Zoia”, semicancellata, su un masso), invece, scende alle baite dell’alpe Campagneda.
Prendiamo a destra, su sentiero non molto marcato (lasciamo quindi i triangoli gialli, sostituiti da qualche segnavia rosso-bianco-rosso), non senza aver gettato un’ultima occhiata alla formazione rocciosa a valle della conca del lach brüt, denominata “sas di panàu” (toponimo che si applica anche ad altre formazioni rocciose nel territorio del comune di Lanzada: ce n’è una anche in alta val Poschiavina, a 2400 metri circa, sul lato destro della valle, per chi sale, quindi non lontana dal passo di Canciano). L’interesse di tale roccia è che, come quelle dello stesso nome, veniva utilizzata dai finanzieri per gli appostamenti che avevano lo scopo di sorprendere gli spalloni che scendevano dal passo di Campagneda con la bricolla piena di merce di contrabbando. Non si sa esattamente cosa significhi “panàu”: probabilmente è il nome di un uccello rapace ormai scomparso dalla Valmalenco. Continuiamo sul sentiero, che passa sulla destra di un quinto laghetto, un po’ più in alto. Si tratta del lach di pès, cioè lago dei pesci, chiamato così perché ricco di piccoli pesci, che un tempo i bambini si divertivano a catturare con le mani. Scendiamo ancora diritti, raggiungendo la soglia di un dosso oltre il quale si apre lo scenario delle baite dell’alpe Campagneda. Questo alpeggio è sicuramente uno dei più belli ed ampi in Valtellina, ed apparteneva, nei secoli passati, alle quadre di Caspoggio, Scarpatetti e Ponchiera; fino al secondo dopoguerra venne caricato da abitanti di Ponchiera e dei Ronchi (frazioni di Sondrio), mentre dal 1957 fu utilizzato (e lo è tuttora) da allevatori di Lanzada.
Ecco come descrive gli alpeggi di Valmalenco Dario Benetti, nell’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota” in “Sondrio e il suo territorio” (IntesaBci, 2001): “Gli alpeggi della Valmalenco hanno una morfologia a nucleo. Ogni famiglia aveva la propria baita. Non si spostava tutta la famiglia. Di solito andava il capofamiglia con due o tre insieme e gli altri rimanevano a lavorare i campi. Gli altri che rimanevano a casa, una volta alla settimana, andavano a portargli la roba, tutto a spalla, naturalmente, e portavano indietro il burro per venderlo e comprare farina. In alcuni casi la lavorazione del latte era effettuata in gruppi di tre o quattro famiglie che si impegnavano a turno. La produzione principale, più che il formaggio, era il burro, venduto al mercato di Sondrio (alpeggi di Lanzada) o in valle di Poschiavo in Svizzera (alpeggi di Torre). Tra gli alpeggi a nucleo più interessanti sono da considerare i due nuclei dell’alpe Arcoglio in comune di Torre, l’alpe Gembré (in pietra), Campaccio, Prabello, Brusada e l’alpe Musella in comune di Lanzada; in questi ultimi sono ancora presenti alcuni esempi antichi di edifici in legno con struttura a blockbau. Parte dei maggenghi (chiamati anche Barchi) era di proprietà comunale. Alcuni alpeggi (Gembré, Fellaria, Val Poschavina) sono a elevata altitudine e venivano utilizzati, al massimo, per un mese. In alcune alpi si falciava qualche piccolo appezzamento di prato (Pradaccio e Giumellino a Chiesa, Acquabianca, Canale, Palù a Torre) da utilizzare nelle stagioni peggiori unitamente al fieno selvatico raccolto sui versanti più alti delle creste montane”.
Continuando nella discesa, pieghiamo leggermente a destra, puntando al gruppo di baite di destra e lasciando a sinistra l’isolato edificio del rifugio Ca’ Runcasch, riconoscibile anche per la bandiera italiana. Seguendo il filo di un dosso poco pronunciato, ci ritroviamo alle spalle di una baita, su un roccione, e da qui scendiamo alla strada sterrata che sale verso il rifugio. La seguiamo per un tratto in discesa, fino ad un bivio, al quale prendiamo a destra, scendendo, in breve, ad un ponte, che ci permette di lasciare la pista, sulla destra, e di imboccare il sentiero (il cartello indicatore è stato divelto) per il rifugio Zoia (segnavia rosso-bianco-rosso su un sasso, poi segnavia bianco-rossi e, su un sasso a sinistra, la scritta “Zoia”).


Il rifugio Zoia

Il sentiero, non molto marcato all’inizio, sale per un tratto, poi piega leggermente a sinistra, attraversando un corridoio. Davanti a noi il Sasso Moro mostra un profilo insolitamente affilato. Dopo un breve tratto pianeggiante, cominciamo a scendere, passando fra il fianco roccioso del monte, alla nostra destra, ed una splendida radura, incorniciata dal monte Disgrazia, alla nostra sinistra. Alle nostre spalle, il pizzo Scalino regala suggestivi scorci, incorniciato dai radi larici. Il sentiero è ormai una larga mulattiera, che propone alcuni saliscendi e volge leggermente a destra. Raggiungiamo, così, un punto nel quale si trova una deviazione segnalata sulla destra: un cartello indica “monte Spondascia, 2867 m.”.


La diga di Campo Moro

La ignoriamo e proseguiamo diritti. Un paio di tornantini ci fanno scendere un po’, ed un altro paio ci fanno risalire: passiamo, così, a sinistra di un impressionante roccione verticale, a quota 2100, sul quale sono state attrezzate alcune vie di salita. Una targa dice che si tratta della “Falesia dello Zoia. Un dono dell’amico Vigne”. Questa parete è, però nota localmente come sas negru.


Diga di Campo Moro e monte Disgrazia

Continuiamo a scendere, passando a sinistra di una meno impressionante parete verticale, poi ci allontaniamo gradualmente dalla fascia di roccioni, piegando a sinistra e continuando a scendere, fino al rifugio Zoia, presso il quale possiamo far tappa per il pernottamento. Tre tornanti ancora, e siamo alla pista sterrata Campomoro-Gera, nei pressi del bar-ristoro Poschiavina.


Il pizzo Scalino visto da Campo Moro

CARTE DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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