CARTE DEL PERCORSO - GALLERIA DI IMMAGINI - APPROFONDIMENTO: IL LAGO PALU'

La Via Alpina è costituita da cinque grandi sentieri internazionali, per uno sviluppo complessivo di 5000 km., che attraversano gli otto paesi alpini, cioè Francia e Principato di Monaco, Italia, Svizzera, Germania, Liechtenstein, Austria e Slovenia. Essa concretizza il progetto di disegnare percorsi che uniscano le diverse regioni alpine, accomunandole per identità e vocazione, favorendo al contempo un tipo di turismo itinerante nel segno di una ben precisa filosofia della montagna e del camminare. Una filosofia lontana dagli stili della fruizione affrettata e legata piuttosto all’esperienza dell’osservare, vedere, sentire e pensare, nella dimensione della sobrietà. 9 delle 161 tappe dell'Itinerario Rosso, il più lungo, attraversano la Valtellina (siglate da R71 a R79), dall’Alta Valtellina (passo dello Stelvio) al passo del Muretto in Alta Valmalenco. Tappe che perlopiù si innestano in altri percorsi segnalati. Le piccole targhe della Via Alpina, con il caratteristico logo, disposte nei luoghi strategici, segnalano che stiamo percorrendo anche questa grande direttrice di respiro transnazionale. Le tappe non richiedono un impegno più che escursionistico e non propongono passaggi attrezzati, anche se in qualche punto si richiede una certa esperienza escursionistica. Tuttavia si tratta di tappe piuttosto lunghe nello sviluppo, anche se il dislivello in altezza non è mai eccessivo, e che quindi possono essere spesso divise in due giornate. Ovviamente ciascuno può progettare percorsi che si adattino alle proprie necessità e disponibilità di tempo e di energie. In caso di cattivo tempo, infine, ci si espone, come sempre, alla triplice insidia del terreno bagnato ed infido, della scarsa visibilità e dei fulmini, per cui è meglio desistere dall'escursione.


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8. CAMPO MORO-CHIAREGGIO
Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Campo Moro-Alpe Musella-Alpe Campascio-Passo di Campolungo-Lago Palù-Barchetto-Paluetto-Bracciascia-Palolungo-Chiareggio
8-9 h
150 m (450 in discesa) - Sviluppo: 16 km
E
SINTESI. Dal rifugio Zoia a Campo Moro (m. 2012) scendiamo alla carrozzabile che corre lungo il lato meridionale della diga di Campo Moro e la seguiamo verso sinistra, cioè verso il camminamento, trovando quasi subito una pista che se ne stacca scendendo verso destra. La seguiamo: dopo pochi tornanti ci porta ad un ripiano che si stende ai piedi del poderoso muraglione della diga. Sul lato opposto del ripiano vediamo la partenza, segnalata, del sentiero che sale ripido sul fianco del Sasso Moro: si tratta della via più frequentata dagli escursionisti che salgono al rifugio Marinelli-Bombardieri al Bernina. Noi però lo ignoriamo e proseguiamo sulla pista, in leggera discesa. La seguiamo per un buon tratto, verso sud-ovest. Poi la pista piega a destra e procede verso nord-ovest, quasi in piano. Dopo un buon tratto troviamo sul suo lato destro la partenza, segnalata, del sentiero che traversa all’alpe Musella (variante: se, considerata la lunghezza della traversata, vogliamo risparmiare quasi un’ora possiamo proseguire diritti sulla pista, che termina sul limite orientale dell’alpe Campascio, per poi procedere come sotto descritto). Lasciamo quindi la pista ed imbocchiamo il sentiero, che nel primo tratto sale ripido, raggiungendo la sommità di un roccione, poi piega a sinistra e sale più gradualmente verso nord-nord-ovest, in uno splendido bosco di larici. Attraversiamo un avvallamento e procediamo nella salita. Nell’ultimo tratto pianeggiante i larici si diradano ed usciamo all’ampia conca dell’alpe Musella, dove si trovano i rifugi Mitta (m. 2021) e, poco distante, Musella. L’alpe Musella è incorniciata dalle cime di Musella, che si stagliano in alto, là dove corre il sentiero per il rifugio Marinelli, che sale al rifugio Carate Brianza, appena sotto la bocchetta delle Forbici. Tutto questo quasi seicento metri più in alto. Ignoriamo le indicazioni dell’Alta Via della Valmalenco (i caratteristici triangoli gialli che cominciamo a trovare) che segnalano il percorso per salire al rifugio Carate Brianza, seguiamo invece quelli della medesima quinta tappa dell’Alta Via che, in senso contrario, dettano la discesa all’alpe Campascio. Passiamo così davanti al rifugio Mitta e pieghiamo a sinistra, iniziando la discesa verso sud-ovest, fra splendidi larici. All’inizio della discesa passiamo a sinistra anche del rifugio Musella. La mulattiera, dopo qualche svolta, esce dal lariceto sul limite settentrionale dell’alpe Campascio, presso la baita quotata 1844 metri. Sempre seguendo i triangoli gialli attraversiamo diritti il ripiano. Giunti sul limite meridionale stiamo sul lato destro e superiamo su un ponticello un torrentello, procedendo verso destra, sulla marcata mulattiera che taglia il versante sud-orientale del Sasso Nero. Giunti ad un bivio, ignoriamo il sentiero che scende a sinistra verso Campo Franscia ed andiamo a destra, iniziando a salire sul filo di un largo dosso, sempre circondati da larici. A quota 2020 usciamo all’aperto ed intercettiamo il tracciato di una pista di sci. Qui dobbiamo lasciare i triangoli gialli, che indicano a destra l’itinerario di salita al Bocchel del Torno, e proseguire sulla pista verso sinistra, salendo verso sud. La facile salita ci porta all’amena conca dell’alpe Campolungo (m. 2110), fra le più panoramiche e meno conosciute della Valmalenco. Ottimo, in particolare, il colpo d’occhio, ad est, sul pizzo Scalino, una delle icone della Valmalenco, che si eleva fiero alle spalle delle baite dell’alpe. Continuiamo a seguire la pista che sale, verso ovest, alla vicina sella del passo di Campolungo (m. 2167), che si affaccia sull’ampia conca del lago Palù. Lo vediamo, più in basso, alla nostra destra. Lasciamo alle spalle la Val Lanterna e cominciamo a scendere in alta Valmalenco. Ad ovest ci saluta la cima più alta e famosa di questo comprensorio, il monte Disgrazia (m. 3678). Scendiamo seguendo sempre la pista, verso ovest. Passiamo così a sinistra della gentile alpe Palù (m. 2007). Alla nostra sinistra notiamo la partenza segnalata del sentiero che sale al rifugio Motta (m. 2142): se vogliamo spezzare in due questa tappa, può costituire un punto di appoggio ideale. Scendiamo ancora in direzione delle strutture degli impianti di risalita del Palù. Giunti nei loro pressi, ad una biforcazione ci portiamo a destra e scendiamo vero nord-nord-est, in direzione della riva meridionale del lago Palù (m. 1921). Il sentiero prosegue diritto passando presso la sua riva occidentale (a sinistra del lago), per poi intercettare un tratturo che, seguito per breve tratto verso destra, in salita, ci porta al rifugio Lago Palù (m. 1947): anch’esso può costituire un punto di appoggio per chi volesse spezzare in due la tappa. L’ultima parte della traversata prosegue nella discesa. Torniamo dunque indietro scendendo dal rifugio verso il lago, sul tratturo principale. Dobbiamo però stare attenti a non seguirlo, ma, quasi subito, dobbiamo lasciarlo imboccando il sentiero che se ne stacca sulla destra (indicazioni per il Barchetto e l’alpe Zocca). Il sentiero, segnalato da segnavia bianco-rossi, scende per breve tratto nel bosco verso ovest-nord-ovest ed in breve si porta alla conca prativa della Zocca (m. 1877). Seguiamo il sentiero che rimane sul bordo, a destra, ed ignoriamo la deviazione a sinistra che traversa riportandosi sul tratturo principale. Scendiamo verso destra, in una splendida pecceta, fino ai prati del Barchetto (m. 1800). Proseguiamo nella discesa lasciando alle spalle le poche baite del Barchetto. Dopo un tratto diritto, il sentiero piega a sinistra e scende con diverse svolte, uscendo dal bosco sul limite nord-orientale dell’ampio ripiano dei prati del Paluetto (m. 1620), sul lato opposto rispetto alle baite. Seguendo la traccia indicata dai segnavia passiamo davanti alle baite ed intercettiamo una pista sterrata, che seguiamo fino a confluire nella carrozzabile che da San Giuseppe traversa ai Prati della Costa ed all’alpe Bracciascia. La seguiamo verso destra in direzione della piazzola alla quale termina il tratto aperto alla circolazione di tutti i veicoli. Prima della piazzola troviamo, a sinistra, il cartello che indica la partenza del sentiero che attraversa la parte bassa dei prati in direzione nord-ovest (indicazioni per Palolungo). Una volta trovato il sentiero, lo seguiamo tagliando in discesa i prati dell’alpe Braccia per poi piegare a destra ed iniziare in leggera salita un traverso che taglia il ripido versante boscoso a monte della località Carotte. Stiamo procedendo alti in parallelo con la carrozzabile che da San Giuseppe porta a Chiareggio. Procedendo diritti attraversiamo la valle del torrente Entovasco, ed in breve usciamo all’aperto sul limite orientale dei prati di Palolungo (m. 1653). Qui il sentiero confluisce in una pista sterrata, che, dopo una breve salita, si immette in una pista sterrata più ampia. La seguiamo scendendo verso sinistra e, dopo poche svolte ci ritroviamo sulla strada asfaltata San Giuseppe-Chiareggio, nei pressi del ponte sul torrente Forasco. Seguendola verso destra (ovest), dopo 2 km raggiungiamo Chiareggio (m. 1612), dove termina l’ottava tappa valtellinese della Via Alpina.


Apri qui una fotomappa della traversata dal passo di Campolungo all'alpe Bracciascia

L’ottava tappa della Via Alpina valtellinese effettua una lunga traversata da Campo Moro, che è un po’ il baricentro della Val Lanterna, a Chiareggio, a sua volta baricentro dell’alta Valmalenco. Una traversata che si mantiene costantemente su una fascia medio-alte, dai 2100 ai 1600 metri circa, intersecando un segmento dell’Alta Via della Valmalenco, che però effettua una traversata a quote più alte. È un modo per conoscere una Valmalenco un po’ diversa rispetto a quella che è scenario delle più classiche escursioni. Diversa ma non meno bella.


L'alpe Musella

Dal rifugio Zoia a Campo Moro (m. 2012) scendiamo alla carrozzabile che corre lungo il lato meridionale della diga di Campo Moro e la seguiamo verso sinistra, cioè verso il camminamento, trovando quasi subito una pista che se ne stacca scendendo verso destra. La seguiamo: dopo pochi tornanti ci porta ad un ripiano che si stende ai piedi del poderoso muraglione della diga. Sul lato opposto del ripiano vediamo la partenza, segnalata, del sentiero che sale ripido sul fianco del Sasso Moro: si tratta della via più frequentata dagli escursionisti che salgono al rifugio Marinelli-Bombardieri al Bernina. Noi però lo ignoriamo e proseguiamo sulla pista, in leggera discesa. La seguiamo per un buon tratto, verso sud-ovest. Poi la pista piega a destra e procede verso nord-ovest, quasi in piano.
Dopo un buon tratto troviamo sul suo lato destro la partenza, segnalata, del sentiero che traversa all’alpe Musella (variante: se, considerata la lunghezza della traversata, vogliamo risparmiare quasi un’ora possiamo proseguire diritti sulla pista, che termina sul limite orientale dell’alpe Campascio, per poi procedere come sotto descritto). Lasciamo quindi la pista ed imbocchiamo il sentiero, che nel primo tratto sale ripido, raggiungendo la sommità di un roccione, poi piega a sinistra e sale più gradualmente verso nord-nord-ovest, in uno splendido bosco di larici. Attraversiamo un avvallamento e procediamo nella salita. Nell’ultimo tratto pianeggiante i larici si diradano ed usciamo all’ampia conca dell’alpe Musella, dove si trovano i rifugi Mitta (m. 2021) e, poco distante, Musella.


Il rifugio Mitta

La conca di Musella è incorniciata, a nord, da una corona di cime che propone, da ovest (cioè da sinistra), dalle tre cime di Musella, occidentale (m. 3079, conquistata per la prima volta nel 1881 da R. Aureggi, G. B. Confortola e B. Pedranzini), centrale (m. 3025) ed orientale (m. 3094), il torrione Brasile (nome singolare, legato al fatto che la prima ascensione, nel 1913, venne effettuata da un alpinista brasiliano, E. Marsicano) e la cima di Caspoggio (m. 3136). Una costiera molto bella, che ha l’unico torto di nascondere alla vista le più alte cime della testata della Valmalenco. La parte orientale di tale costiera è seminascosta dalla mole massiccia e tozza del Sasso Moro (m. 3108). Poco sotto la bocchetta delle Forbici (m. 2661), ben visibile, a sinistra delle cime di Musella, si distingue il rifugio Carate Brianza (la caràte, m. 2636), sul sentiero che porta al rifugio Marinelli. Visto da qui, sembra a mezzora o poco più di cammino, mentre in realtà è necessaria almeno un’ora e mezza per raggiungerlo.


L'alpe Campascio

Ignoriamo le indicazioni dell’Alta Via della Valmalenco (i caratteristici triangoli gialli che cominciamo a trovare) che segnalano il percorso per salire al rifugio Carate Brianza, seguiamo invece quelli della medesima quinta tappa dell’Alta Via che, in senso contrario, dettano la discesa all’alpe Campascio. Passiamo così davanti al rifugio Mitta e pieghiamo a sinistra, iniziando la discesa verso sud-ovest, fra splendidi larici. All’inizio della discesa passiamo a sinistra anche del rifugio Musella. La mulattiera, dopo qualche svolta, esce dal lariceto sul limite settentrionale dell’alpe Campascio, presso la baita quotata 1844 metri.
Sempre seguendo i triangoli gialli attraversiamo diritti il ripiano. Giunti sul limite meridionale stiamo sul lato destro e superiamo su un ponticello un torrentello, procedendo verso destra, sulla marcata mulattiera che taglia il versante sud-orientale del Sasso Nero. Giunti ad un bivio, ignoriamo il sentiero che scende a sinistra verso Campo Franscia ed andiamo a destra, iniziando a salire sul filo di un largo dosso, sempre circondati da larici. A quota 2020 usciamo all’aperto ed intercettiamo il tracciato di una pista di sci.
Qui dobbiamo lasciare i triangoli gialli, che indicano a destra l’itinerario di salita al Bocchel del Torno, e proseguire sulla pista verso sinistra, salendo verso sud. La facile salita ci porta all’amena conca dell’alpe Campolungo (m. 2110), fra le più panoramiche e meno conosciute della Valmalenco.

Alpe Campolungo

Quest'alpeggio, nella divisione degli alpeggi del 1544, venne assegnato alle squadre di Milirolo e Campo (Torre S. Maria), ed è stato caricato, fino agli anni sessante del secolo scorso, da alpeggiatori della frazione Ciappanìco di Torre. La conca è chiusa, a sud, dalla dolce collina (tale appare da qui) del Monte Motta, o sasso Alto. È uno degli angoli meno noti, ed insieme più belli della Valmalenco. Le baite che si raccolgono a lato di una pista sono vegliate da un crocifisso in legno, posato nel luglio del 2009. Particolarmente suggestivo il panorama che ripropone il pizzo Scalino e che mostra, a nord, la conca e le cime di Musella, dietro le quali cominciano ad occhieggiare i giganti della testata della Valmalenco (in particolare, la triade Roseg-Scerscen e Bernina). A destra delle cime di Musella il Sasso Nero si mostra in tutta la sua poderosa mole, ma anche il monte delle Forbici, alla loro sinistra, si mostra imponente.

Alpe Campolungo e pizzo Scalino

Continuiamo a seguire la pista che sale, verso ovest, alla vicina sella del passo di Campolungo (m. 2167), che si affaccia sull’ampia conca del lago Palù. Lo vediamo, più in basso, alla nostra destra.
Lasciamo alle spalle la Val Lanterna e cominciamo a scendere in alta Valmalenco. Ad ovest ci saluta la cima più alta e famosa di questo comprensorio, il monte Disgrazia (m. 3678). Scendiamo seguendo sempre la pista, verso ovest. Passiamo così a sinistra della gentile alpe Palù (m. 2007). Alla nostra sinistra notiamo la partenza segnalata del sentiero che sale al rifugio Motta (m. 2142): se vogliamo spezzare in due questa tappa, può costituire un punto di appoggio ideale. Scendiamo ancora in direzione delle strutture degli impianti di risalita del Palù. Giunti nei loro pressi, ad una biforcazione ci portiamo a destra e scendiamo vero nord-nord-est, in direzione della riva meridionale del lago Palù (m. 1921).

Passo di Campolungo e testata della Valmalenco

Il sentiero passa a destra di un singolare edificio isolato. Non si tratta di una baita o un edificio rurale, ma la “ca di sciuur“. Non possiamo avvicinarci troppo, perché è pericolante, ma riconosciamo sulla sua facciata una Madonna con Bambino ed una scritta in latino: “ERECTA A.D. MDCCCLXXIII – AUCTA A.D. A.D. MCMXI”, cioè “edificata nell’anno del Signore 1873, ampliata nell’anno del Signore 1911”. Sopra la scritta, uno stemma nobiliare che rappresenta una trota sormontata da un orso. L’edificio, già di proprietà delle famiglie Alfieri e Mira di Como, era chiamato così perché utilizzato dai villeggianti, in passato ed ancor oggi chiamati, nell’idioma locale, “sciuur”. Interessante è notare come in passato la capienza del lago fosse ben maggiore, tanto che in taluni periodi le sue acque arrivavano a lambire l'edificio.
Proseguiamo diritti passando presso la sua riva occidentale (a sinistra del lago), per poi intercettare un tratturo che, seguito per breve tratto verso destra, in salita, ci porta al rifugio Lago Palù (m. 1947): anch’esso può costituire un punto di appoggio per chi volesse spezzare in due la tappa.


Lago Palù

L’ultima parte della traversata prosegue nella discesa. Torniamo dunque indietro scendendo dal rifugio verso il lago, sul tratturo principale. Dobbiamo però stare attenti a non seguirlo, ma, quasi subito, dobbiamo lasciarlo imboccando il sentiero che se ne stacca sulla destra (indicazioni per il Barchetto e l’alpe Zocca). Il sentiero, segnalato da segnavia bianco-rossi, scende per breve tratto nel bosco verso ovest-nord-ovest ed in breve si porta alla conca prativa della Zocca (m. 1877). Seguiamo il sentiero che rimane sul bordo, a destra, ed ignoriamo la deviazione a sinistra che traversa riportandosi sul tratturo principale. Scendiamo verso destra, in una splendida pecceta, fino ai prati del Barchetto (m. 1800). Proseguiamo nella discesa lasciando alle spalle le poche baite del Barchetto. Dopo un tratto diritto, il sentiero piega a sinistra e scende con diverse svolte, uscendo dal bosco sul limite nord-orientale dell’ampio ripiano dei prati del Paluetto (m. 1620), sul lato opposto rispetto alle baite.
Seguendo la traccia indicata dai segnavia passiamo davanti alle baite ed intercettiamo una pista sterrata, che seguiamo fino a confluire nella carrozzabile che da San Giuseppe traversa ai Prati della Costa ed all’alpe Bracciascia.


Il Barchetto

La seguiamo verso destra in direzione della piazzola alla quale termina il tratto aperto alla circolazione di tutti i veicoli. Prima della piazzola troviamo, a sinistra, il cartello che indica la partenza del sentiero che attraversa la parte bassa dei prati in direzione nord-ovest (indicazioni per Palolungo). Una volta trovato il sentiero, lo seguiamo tagliando in discesa i prati dell’alpe Braccia per poi piegare a destra ed iniziare in leggera salita un traverso che taglia il ripido versante boscoso a monte della località Carotte. Stiamo procedendo alti in parallelo con la carrozzabile che da San Giuseppe porta a Chiareggio. Procedendo diritti attraversiamo la valle del torrente Entovasco, ed in breve usciamo all’aperto sul limite orientale dei prati di Palolungo (m. 1653).
Qui il sentiero confluisce in una pista sterrata, che, dopo una breve salita, si immette in una pista sterrata più ampia. La seguiamo scendendo verso sinistra e, dopo poche svolte ci ritroviamo sulla strada asfaltata San Giuseppe-Chiareggio, nei pressi del ponte sul torrente Forasco. Seguendola verso destra (ovest), dopo 2 km raggiungiamo Chiareggio (m. 1612), dove termina l’ottava tappa valtellinese della Via Alpina.


Chiareggio

APPROFONDIMENTO: IL LAGO PALU'


Il lago Palù

Vale la pena di sapere qualcosa di più sullo splendido lago Palù, partendo dalla lettura di quanto scrive il naturalista Paolo Pero nella raccolta “I laghi alpini valtellinesi”, Padova, 1894:
Il lago del Palù è il maggiore, per la sua notevole superficie, laghi alpini valtellinesi. Giace in una specie di ameno altipiano, sulla sponda sinistra del Mallero, framonte Nero (2734 m.), monte Roncione (2359 m.) e monte Motta (2336 m.). Le sue purissime acque formano come un seno tranquillo, circondato da sponde erbose con morbide movenze, ricoperte di larici, di mughi e di abeti, che gli fanno ampia, verde cornice ed alto contrasto colle brulle roccie dei monti circostanti. Non ha affluente né emissario di sorta, onde le sue acque derivano unicamente dalle pioggie e dalla fusione delle nevi che cadono sulle pendici dei monti, che circondano lago. Perciò esse vanno soggette ad un grandissimo dislivello nelle varie epoche dell'anno, specialmente nella primavera o nell'autunno, dislivello che è ordinariamente di due metri, e che talvolta assai maggiore, come nella straordinaria siccità del 1893, in cui le acque del lago si abbassarono tanto che a memoria d'uomo non si ricorda mai. Infatti avendolo io visitato il 31 Agosto 1892, trovai una profondità massima di 25 metri, in corrispondenza alla metà circa della retta che attraversa lago di fronte alla casetta; ed giorno 18 Giugno 1893, non vi rinvenni che la profondità di 15 metri. Dovrebbe bastare ciò per convincere del contrario coloro i quali credono (anche fra scrittori di cose naturali della Valtellina) che le acque di questo lago, come di altri senza affluente e senza emissario, debbano avere le loro scaturigini invisibili e ad un livello molto profondo, e se ne vadano per vie non conosciute. Il lago ha forma alquanto allungata, diretto da N.N.O a S.S.E., notevolmente dilatato verso S. Presenta qualche rientranza e sporgenza nelle due sponde maggiori e specialmente una concavità della sponda O. che risponde ad una convessità dell' opposta di E. Il contorno del lago è costituito di limo finissimo, il quale viene ricoperto alquanto più in alto nella regione esterna da pascoli erbosi che crescono rigogliosi sull' abbondante terreno morenico, il quale circonda il lago da ogni parte, dandogli quel grato aspetto, che sopra dicemmo, onde esso direbbesi a tutta prima un lago morenico. Tale infatti lo credette il Dott. Benedetto Corti. Ma osservando attentamente quest'apparato morenico in ogni sua parte, si scorge tosto come esso non sia propriamente quello che dia origine al lago. Infatti dal monte Motta sopra accennato, che s'innalza a S., si distacca un'ampia cresta della medesima roccia, che piega prima ad O. indi si volge a N. e delimita così, colla base degli altri due monti sopra accennati, un ampio bacino orografico, assai basso, il quale fu mascherato dalla sovrapposizione del terreno morenico. Talora questa viene a mancare e si mostra allora la roccia in posto con stratificazione parallela a quella dei monti sopra nominati, dei quali costituisce come un contrafforte. Questa roccia in posto è ben visibile specialmente sulla sponda O., dalla casetta fino alla estremità S.O. del lago, e, meglio ancora, nel lato esterno della sponda di questa, appena sopra le baita di Zocca, dove grandi banchi di micascisto emergono dal terreno morenico.

Lago Palù

Il lago fu, infatti, originato dallo sbarramento creato da una paleofrana. A causa di infiltrazioni, è molto ridotto rispetto alle dimensioni passate: ai tempi di Melchiorre Gioia (1767-1829) lo sviluppo della riva era triplo, ed era necessaria un'ora e mezza per percorrerlo interamente. Era, inoltre, assai più pescoso, tanto da consentire a diverse famiglie di vivere praticando l'attività della pesca, come leggiamo anche nella “Guida alla Valtellina” edita dal CAI nel 1884, che ci offre ulteriori notizie: “Il Palù (1993 m.) vuolsi annoverare fra i pittoreschi laghi montani. Giace in una conca fra il Monte Motta e il Monte Nero, e misura circa 600 metri in lunghezza e 300 metri in larghezza… durante un mese dell’anno vi stanno alcuni pastori, poi tutto è quiete e silenzio. Un parroco di Chiesa fece erigere vicino al lago una casetta, nella quale egli soleva passare alcuni giorni di svago. L’albergatore Battaglia di Chiesa, divenutone proprietario, la rifabbricò ed ingrandì, e ora vi possono trovare alloggio modesto e buon vitto quelli che amano nella quiete di quel ridente soggiorno dimenticare le traversie della vita. La Casa del Palù non è sempre aperta: chi vuol trovarvi ricovero deve avvertire qualcuno degli albergatori di Chiesa. Il lago non ha emissari apparenti e nessun ruscello si versa in esso: le sue acque sono limpide tanto che vi si possono prendere dei bagni. E perché nulla mancasse, il signor Battaglia vi fece fabbricare un piccolo burchiello, col quale in ogni senso può percorrersi il lago. Né i pesci vi mancano, anzi v’abbondan le trote, e vi si trovò pur anco una grossa anguilla che ora si conserva nel Museo dell’Università pavese. Uno dei divertimenti più graditi è la pesca, o meglio la caccia delle trote. La limpidezza delle acque rende inutili le reti e gli ami: conviene adoperare il fucile. Si pone una piccola fiocina su una bacchetta, che in luogo del projettile si mette nella canna di un fucile, a cui si raccomanda con una cordicella. E con essa si colpiscono le trote quando vengono a fior d’acqua per ingoiare una bicciola di pane o qualche altra cosa che si ebbe cura di gettar loro. Dal lago si giunge in meno di mezz’ora sul Monte Motta, che è a mezzogiorno, e da cui si gode una stupenda vista sulla Val Malenco, la Valtellina, il pizzo Scalino e il Monte delle Disgrazie”.


Lago Palù

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