GALLERIA DI IMMAGINI - ALTRE ESCURSIONI A GEROLA - CARTE DEL PERCORSO

DAL RIFUGIO TRONA SOLIVA AL RIFUGIO SANTA RITA O AL RIFUGIO MADONNA DELLA NEVE

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Trona Soliva-Bocchetta di Trona-Bocchetta della Cazza-Rif. S. Rita
2 h
230
E
SINTESI. Dal rifugio di Trona Soliva (m. 1907) ci incamminiamo sul sentiero segnalato, verso sud-ovest. Ad un bivio segnalato ignoriamo il sentiero che traversa alla diga di Trona e stiamo a destra, sul sentiero che aggira un dosso e risale il vallone che adduce alla bocchetta di Trona (m. 2092). Qui prendiamo a sinistra (indicazioni per i rifugi FALC e Santa Rita), scendiamo su traccia non molto visibile per un tratto poi cominciamo a traversare sulla parte alta della Val Varrone, fino a trovare l'indicazione sulla sinistra per il rifugio FALC. La ignoriamo a continuiamo la traversata alta sul sentiero segnalato, fino a raggiungere la bocchetta della Cazza: poco oltre vediamo il rifugio Santa Rita (m. 2000), che raggiungiamo in pochi minuti. Da qui per comodo sentiero segnalato possiamo scendere in una quarantina di minuti alla piana della Val Biandino, dove si trova il rifugio Madonna della Neve (m. 1595).

La terza tappa della Via del Bitto prevede la traversata dal rifugio Trona Soliva al rifugio Santa Rita (o al rifugio Madonna della Neve in Val Biandino), pee la bocchetta di Trona e la traversata dell'alta Val Varrone.


Apri qui una fotomappa del rifugio FALC e dei suoi dintorni

Appena oltre il rifugio di Trona Soliva, verso sud, si trova un bivio: il sentiero di sinistra (prosecuzione della G.V.O. e del Sentiero della Memoria, ora pista sterrata) scende alla Casera nuova di trona (“li caséri”), dalla quale si può salire diritti alla diga di Trona e poi prendere a sinistra (Tronella e Pescegallo), si può salire a destra (rifugio Falc e pizzo dei Tre Signori) e si può, infine, scendere a sinistra in Valle della Pietra, fino a Gerola; il sentiero di destra, invece, non segnalato da cartelli, sale alla bocchetta di Trona.
Per salire alla bocchetta di Trona dal rifugio proseguiamo diritti, seguendo il sentiero che assume, nel primo tratto, la direzione sud-ovest, per poi volgere a sinistra, dopo aver attraversato un torrentello, ed aggirare, volgendo a destra, un crinale che si stacca dalla quota 2302 e scende verso nord-est. Oltrepassato il crinale, ci troviamo ai piedi di un ampio e facile canalone e lo risaliamo, passando alti, sulla destra, rispetto alla baita isolata di quota 2019 ("baita de varùn") e passando a sinistra di una baita isolata. Poco sotto la bocchetta ignoriamo le indicazioni del sentiero che si stacca verso sinistra e traversa alla diga dell'Inferno. Siamo così ai 2092 metri della bocchetta di Trona, riconoscibile anche per il grande traliccio che sembra vegliarla. Siamo al punto più alto della Via del Bitto.
Soffermiamoci, ora, ad ammirare il versante retico, dove si impone buona parte della lunga testata del gruppo Masino-Disgrazia, sulla quale distinguono, da sinistra, il pizzo Cengalo, i pizzi Gemelli, i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr), la cima di Zocca, le cime di Castello e Rasica, i pizzi Torrone, il monte Sissone ed il monte Disgrazia, che si impone per la mole imponente.


Il rifugio Trona Soliva

Sul lato della bergamasca si apre, invece, un orizzonte assai vasto, dove si impone, a sinistra, l'inconfondibile pizzo Varrone, nume tutelare della valle omonima. In basso ed in primo piano vediamo l’ampia conca dell’alta Val Varrone, dove, a quota 1672, è posto il rifugio Casera Vecchia di Varrone. Si tratta di una struttura sempre aperta nella stagione estiva e nei finesettimana durante il resto dell’anno, che rappresenta un ottimo punto di appoggio per l’esplorazione delle Orobie occidentali. La discesa al rifugio può avvenire facilmente sfruttando un largo sentiero, anch’esso di notevole importanza dal punto di vista storico: si tratta dell’antica Strada del Ferro, poi denominata Strada di Maria Teresa.


Pizzo di Trona dal sentiero per la bocchetta di Trona

A monte della bocchetta, appena sopra di noi, troviamo, invece, il rudere dell’ex-fortino militare fatto costruire nel 1917 nel contesto delle fortificazioni della linea Cadorna: lo Stato Maggiore del Regno d'Italia temeva, infatti, che, in caso di sfondamento del fronte dello Stelvio-Adamello, o di passaggio in territorio elvetico (non si era infatti sicuri della neutralità della Svizzera), gli Austriaci avrebbero potuto dilagare, attraverso la Valtellina, nella pianura Padana, minacciando Milano. La linea orobica doveva, quindi, assicurare il versante delle Orobie bergamasche da possibili direttrici secondarie di attacco alla pianura padana, oltre che fungere da punto di partenza per eventuali controffensive. Il fortino divenne, dopo la guerra, una cappella. La particolarità di questo fortino è che è l'unico ad essere rimasto in piedi nell'intero complesso di fortificazioni della linea Cadorna che correva sul crinale orobico. Dentro la struttura è stata collocata anche una lapide che ricorda Giovanni Galbiati, perito nella scalata al pizzo di Trona il 17 agosto del 1927. Proprio sulla bocchetta, invece, troviamo il rudere della struttura edificata nel 1924, Casa Pio XI, rifugio-colonia estiva della Federazioni Oratori Milanesi, che fu poi incendiata dai nazifascisti il 21 marzo 1944, per togliere ai partigiani un punto di appoggio.
Ma i motivi di interesse storico legati a questo straordinario luogo non si esauriscono a questo.
Non è azzardato affermare che la bocchetta di Trona ("buchéta de Truna") è, dal punto di vista storico, il più importante fra i numerosi valichi che collegano i due versanti della lunga catena orobica. Tale importanza ha radici antichissime: di qui, infatti, passa quella via del Bitto che è stata, per molti secoli, la via di comunicazione terrestre più diretta e breve fra la Valtellina ed il basso Lario, il che vuol dire, poi, con Milano. Il suo primato cominciò ad essere intaccato solo in epoca medievale, con la costruzione di una strada sulla riva orientale del Lario, poi ampliata nel secolo XIX. Ma al tempo dei Romani questi temevano una calata dei barbari proprio da qui (e fortificarono diversi luoghi strategici della Valsassina), ed è a loro che risale la definizione di questo asse come “via gentium”, cioè via delle genti. Parrebbe strano, visto che si dipana nel cuore delle Orobie occidentali, fra Valsassina (o, più precisamente fra Val Troggia, Val Biandino ed alta Val Varrone) e Val Gerola, eppure è così.


La bocchetta di Trona

Qualche dato generale aiuta a comprendere l’importanza storica di questa direttrice. La via parte da Introbio, nel cuore della Valsassina, ma facilmente raggiungibile da Lecco (che dista circa 16 chilometri). Si sviluppa per 11,5 km da Introbio alla bocchetta di Trona (al confine fra le province di Bergamo e Sondrio), con un dislivello in salita di circa 1500 metri, e per 20 km dalla bocchetta di Trona a Morbegno, con un dislivello in discesa di circa 1900 metri effettivi (1800 sulla carta). In totale, 31,5 km circa, che, aggiunti ai 16 da Lecco ad Introbio, portano la distanza fra Lecco e Morbegno a 47,5 km.
Per la Via del Bitto, da Introbio, in Valsassina, a Morbegno passarono, nei secoli genti, mercanti ed eserciti. Fin dal primo apparire dei popoli che, salendo da sud, colonizzarono per primi questo questo lembo della catena orobica. Sembra che i primi siamo stati i Liguri, seguiti dai Celti e dagli Etruschi. Vennero, quindi, i Romani, ai tempi dell’imperatore Augusto. E, dopo di loro, venne la religione cristiana, predicata da S. Ermagora. Dopo la caduta dell’impero romano vennero i Goti, e dopo di loro i Longobardi, sconfitti dai Franchi: tutti passarono dalle valli orobiche, ed il valico della bocchetta di Trona era, fra tutti, il più praticato.


La bocchetta di Trona

All’inizio del Quattrocento salirono dalla Val Varrone alla bocchetta di Trona truppe al soldo dei Rusconi di Como, ghibellini, per dar man forte alla loro fazione, prevalente a Morbegno e sulla sponda orobica della bassa Valtellina, contro la fazione guelfa, che prevaleva a Traona e sul versante retico: la loro calata in valle, però, venne bloccata dalla coalizione avversa, salita in Val Gerola. Nel 1431 fu la volta dei Veneziani, che, uniti ad un contingente di Valsassinesi, varcarono la bocchetta per scendere a conquistare la bassa Valtellina, possesso dei Visconti di Milano: furono però disastrosamente sconfitti nella sanguinosa battaglia di Delebio l’anno successivo, nel 1432. Passarono di qui, il secolo successivo, nel 1515, i mercenari svizzeri in rotta dopo la sconfitta subita nella battaglia di Melegnano da parte dei Francesi: scesi in bassa Valtellina, molti di loro riuscirono a riparare nella natia Svizzera.
Nel 1531 venne un esercito nella direzione opposta, cioè dalla bassa Valtellina: si trattava di 6000 uomini delle Tre Leghe, capitanati da Giorgio Vestari, che, per la Val Troggia scesero ad Introbio, tentando di conquistarla. Vanamente. Sempre dalla Valtellina salirono i funesti Lanzichenecchi, nell’anno più nero della storia di questa valle, perché vi portarono un’epidemia di peste che ridusse la sua popolazione complessiva a poco più di un quarto. Pochi anni dopo, nel 1635, furono gli Spagnoli in rotta, sconfitti dai Francesi a Morbegno in uno dei tanti fatti d’armi della fase valtellinese della Guerra dei Trent’Anni, a varcare la bocchetta di Trona per scendere in Val Varrone. Ed ecco subito dopo, l’anno successivo, che il francese Duca di Rohan, vincitore sugli Spagnoli, passò anch’egli di qui per calare poi in Valsassina ed assumerne il controllo.


Rudere della casa Pio XI alla bocchetta di Trona

È l’ultimo transito significativo di armati, prima del secolo XX, quando, durante la seconda guerra mondiale, nell’ottobre del 1944, le forze nazifasciste organizzano un rastrellamento in grande stile che interessa la Valsassina. Gli elementi della brigata partigiana 55sima Rosselli, per sfuggire all’accerchiamento, decisero di ripiegare in Svizzera, lasciando solo alcune unità sul territorio della valle orobica, nell’intento di non perdere il contatto con la popolazione locale. Il grosso della brigata salì, quindi, in Val Troggia e, valicata la bocchetta di Trona, scese in Val Gerola, di cui attraversò l’intero fianco occidentale, passando per gli alpeggi di alta quota, al fine di evitare il presidio di SS italiane che stazionava a Pedesina. Dalla Corte scese, quindi, sul fondovalle, varcando, in punti diversi, con il favore delle tenebre, il fiume Adda, il 3 novembre. Gran parte degli elementi, risalito il versante orientale della Costiera dei Cech, si ritrovarono alla piana di Poira, sopra Civo, già sede, per alcuni mesi, del comando della 40sima Matteotti. Di qui traversarono alla Val dei Ratti ed alla Val Codera, riuscendo (non senza vittime) a passare in territorio elvetico per la bocchetta della Teggiola.
Poi più nulla. Ora passano solo i ben più miti escursionisti, lasciando impressioni ammirate ma anche, talvolta, qualche rifiuto davvero indesiderato.


Apri qui una panoramica sulla Val Varrone dalla bocchetta di Trona

Lasciamo quindi a malincuore questo luogo così denso di significati storici, ma dobbiamo rimetterci in cammino, perché la meta dista ancora una cinquantina di minuti di cammino.
Seguendo con attenzione le indicazioni per il rifugio S. Rita, ignoriamo il più marcato sentiero che scende alla nostra destra verso la piana alta della Val Varrone ed il rifugio Casera Vecchia di Varrone, ignoriamo anche alla nostra sinistra il primo sentiero alto che traversa (con tratti esposti, anche se attrezzati) per via diretta al rifugio FALC e scendiamo per un tratto verso sinistra, per poi effettuare una lunga traversata (quota 2020-2040) dell'alta Val Varrone, ignorando poco più avanti la deviazione a sinistra per il rifugio F.A.L.C. e quella successiva per la bocchetta di Piazzocco ("buchétìgn dul bùgher").
La traversata permette di ammirare il pizzo Varrone (m. 2325), il cui profilo severo è caratterizzato dall'inconfondibile Dente del Varrone, che, visto da qui, sembra, erroneamente, essere la cima principale. Terminata la traversata, ci ritroviamo, dopo una breve discesa, alla bocchetta della Cazza (termine dialettale che sta per "mestolo"), presso la quale sorge il rifugio S. Rita (m. 2000).


Il rifugio Santa Rita

Posto nei pressi della bocchetta della Cazza (o passo della Croce dei Tre), sul lungo dosso che separa la Val Biandino dall'alta Val Varrone, nel cuore dello storico distretto del ferro, iIl rifugio venne costruito accanto all'antica baracca che ospitava i minatori che lavoravano alle miniere di ferro del comprensorio Varrone-Lago di Sasso, il più importante del Lecchese, sfruttato forse fin dall'età romana, per la ricchezza dei minerali di ferro che vi si estraevano (in particolare di siderite). Il picco dell'attività estrattiva si ebbe intorno alla metà del Settecento, quando queste terre, come anche Milano, erano sotto la dominazione della Casa d'Austria. Fu in particolare l'Imperatrice Maria Teresa d'Austria a dare impulso all'estrazione, sfruttando quella che venne chiamata Via del Ferro. Soprattutto in inverno il minerale estratto veniva trasportato con slitte lungo la Val Varrone, fino a Premana, oppure lungo la Val Biandino (antica Via del Bitto), fino ad Introbio. Durante l'Ottocento, però, l'attività gradualmente si esaurì, con l'esaurirsi delle vene, ed ebbe solo una breve ripresa durante la Prima Guerra Mondiale. Alla fine dell'Ottocento la bocchetta della Cazza fu anche teatro di una tragedia che colpì tre minatori, sepolti da una slavina. Per onorarne la memoria venne collocata qui una croce e la bocchetta venne ribattezzata Passo della Croce dei Tre.


Apri qui una fotomappa della traversata dal rifugio Santa Rita al lago di Sasso

La terza tappa della Via del Bitto può terminare qui, oppure al vicino rifugio Madonna della Neve (m. 1595) nella vicina piana di Val Biandino, che da qui possiamo vedere ed alla quale possiamo scendere su comodo sentiero in 30-40 minuti.


Rifugio Madonna della Neve e pizzo dei Tre Signori

In entrambi i casi vale la pena di prolungare l'escursione di tre quarti d'ora puntando al vicino e splendido lago di Sasso. Per farlo prestiamo attenzione, poco prima di raggiungere il rifugio, ad una deviazione a sinistra, segnalata da cartelli, che ci fa imboccare un sentiero che taglia il ripido fianco montuoso (con qualche passaggio esposto: attenzione!) e scende gradualmente al Baitello del Lago (m. 1844). Seguendo i segnavia saliamo poi verso il ripiano terminale della val Biandino, dominato, in alto, dal Pizzo dei Tre Signori. Passiamo poi a valle del fianco montuoso che, alla nostra sinistra, mostra un imponente movimento franoso, di cui ora conosciamo l’origine. Alla fine appare, bellissima, la meta, che dal sentiero abbiamo solo intravisto per un breve tratto, e che ora invece si mostra in tutta la sua bellezza: il lago di Sasso (m. 1922).


Il lago di Sasso

Lo spettacolo che si offre al nostro sguardo ripaga ampiamente le fatiche necessarie per giungere fin qu. Una nota di tristezza vela però questa pura gioia per gli occhi: il destino del laghetto, anche se in tempi che superano di gran lunga quelli in cui si misura l’esistenza dell’uomo, è segnato, in quanto i depositi alluvionali che vi si raccolgono finiranno per interrarlo. Nel frattempo anche l'elegante e superbo pizzo dei Tre Signori, che svetta alle sue spalle, non potrà esimersi dall'ammirarne la gentile bellezza.


Il pizzo dei Tre Signori dalla conca del lago di Sasso

La tappa conclusiva della Via del Bitto, con discesa ad Introbio, è invece raccontata nella quarta presentazione.

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