Apri qui una panoramica del passo dello Spluga

Poche valli godono di una gran messe di nomi come quella che si apre a nord di Chiavenna. Valle di San Giacomo, dal suo più antico comune, pare essere il nome storico, ma alcuni la chiamano Valle del Liro per il torrente che la solca. Il toponimo oggi più diffuso è Valle Spluga, ma la gente del posto non ha dubbi: il nome che meglio ne esprime anima ed orgoglio è “Val di Giüst”. La Via Spluga la percorre interamente, da Chiavenna al passo dello Spluga, ed in due giorni può essere portata a compimento da un camminatore con discreto allenamento. Si tratta, in realtà, di una parte della Via Spluga integrale, che da Thusis scende a Chiavenna, con un tracciato complessivo di 65 km (cfr. il sito www.viaspluga.com; assai utile anche la guida di Kurt Wanner, Via Spluga, edita dalla Comunità Montana della Valchiavenna, 2001). Un percorso ben segnalato, con i caratteristici cartelli di color marrone e giallo e con i segnavia bianco-rossi, che ripercorre una delle più importanti vie di comunicazione dell'arco retico, la più diretta fra pianura Padana e Germania Meridionale. Viene qui proposta la sola sezione in territorio italiano, comunque ricca di scorsi, colori e suggestioni paesaggistiche e storiche, percorsa in due giorni da sud a nord.

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Isola-Montespluga
2 h e 40 min.
650
E
SINTESI. Percorriamo la ss 36 dello Spluga fino a Chiavenna ed alla prima rotonda in ingresso prendiamo a destra, proseguendo fino al grande parcheggio presso la stazione ferroviaria, dove lasciamo l'automobile (m. 333). Imbocchiamo poi il viale G. Matteotti e portiamoci in piazza Giovanni Bertacchi, passando a sinistra del municipio. Attraversata la piazza, prendiamo a sinistra imboccando Via F. e G. Dolzino e percorrendola fino a piazza R. Pestalozzi. Attraversiamo anche questa piazza ed imbocchiamo, sulla destra, via P. Bossi, attraversando su un ponte il Fiume Mera. Prendiamo poi a destra, percorrendo via G.B. Cerletti ed attraversamo piazza S. Corbetta. Imbocchiamo sulla sinistra via A. de Giambattista e ci portiamo sulla Strada Statale del Maloja. Sul lato opposto imbocchiamo via San Giovanni, salendo per breve tratto, fino ad una scalinata scalinata segnalata da un cartello, che prosegue salendo a sinistra. Seguendola attraversiamo per due volte la strada per Pianazzola, riprendendo sul lato opposto la scalinata. La raggiungiamo la terza volta e la seguiamo verso sinistra, fino al tornante dx, al quale la lasciamo seguendo il cartello che segnala un sentiero che prosegue in leggera salita nella selva, verso ovest. Ignorati due sentieri che si staccano salendo a destra, raggiungiamo, in leggera discesa, i crotti di Bette (m. 460), dopo i quali scendiamo ancora leggermente seguendo una stradina asfaltata, verso nord-ovest, fino ad un sentiero segnalato che se ne stacca sulla destra, salendo fino ad un bivio, al quale lasciamo il sentiero che sale verso Uggia e scendiamo a sinistra, fino alla ss 36 dello Spluga. La seguiamo salendo verso nord-nord-ovest per 200 metri, scendendo poi su una stradella verso sinistra al Torrente Liro, superandolo sul ponte di Postaiolo. Sul lato opposto prendiamo a destra e ci immettiamo nel vecchio percorso della Via Spluga, proseguendo verso nord. Ad un bivio saliamo a sinistra fino alla ripida gradinata che porta alle prime case di San Giacomo Filippo. Ci immettiamo così aulla carrozzabile che da San Giacomo Filippo sale ad Olmo ed a San Bernardo. La percorriamo per un tratto, fino a trovare, sulla destra, la stradella che se ne stacca e si dirige al Santuario di San Guglielmo. La imbocchiamo, passando fra le cappellette di una Via Crucis, fino alla chiesetta stretta fra roccioni a sinistra e torrente Liro a destra. Da qui saliamo una gradinata verso sinistra e passiamo fra le case della Motta di San Guglielmo, oltrepassate le quali intercettiamo di nuovo la carrozzabile per Olmo e San Bernardo. La seguiamo salendo per breve tratto, per lasciarla non appena troviamo a destra la vecchia mulattiera San Bernardo, che imbocchiamo. Per un tratto procediamo in parallelo alla strada, poi, lasciate alle spalle le ultime baite, procediamo nella selva verso nord, fino al ponte in pietra detto della Folla, allo sbocco della Valle del Drogo. Subito dopo, ad un bivio, lasciamo la mulattiera per Olmo, che sale a sinistra, e procediamo diritti, ignorando, poco oltre, il sentiero che scende a destra ad un ponte sul torrente Liro. Procediamo quindi diritti, prima in piano e poi in salita, fino alla dismessa stazione di pompaggio dell’Oleodotto del Reno (m. 670). Sempre lasciando il torrente Liro alla nostra destra, riprendiamo, dietro alla casa del guardiano, il sentiero, quasi in piano, verso nord-nord-ovest, salendo, con un ultino ripido tratto, alle baite di Vallesegna, dove, ad un bivio, andiamo a destra, passando per la cappella di Sant’Antonio. Sul lato oppostodella valle vediamo 'imponente campanile del Santuario di Gallivaggio (m. 810), al quale ci portiamo dopo aver superato su un ponticello il torrente Liro. Dopo aver visitato il santuario, gravemente minacciato ma non compromesso da una frana di 5000 metri cubi di terra e roccia scesa il 29 maggio 2018 dall'impressionante versante a monte, ridiscendiamo lungo il sentiero, ripassiamo il torrente Liro riportandoci sul versante occidentale della valle e piegando a destra (nord ). Oltrepassiamo una fascia di rada boscaglia dove i segnavia sono preziosi per non perdere la traccia per poi piegare a sinistra, oltrepassando un grande masso erratico. Sull'altro lato della valle vediamo le belle case di Lirone. Pieghiamo quindi verso destra (nord) e passiamo fra antichi castagni e massi erratici, uscendo alla piana di Cimaganda (m. 900). Piegando a destra, troviamo il ponte che ci rirporta a destra del torrente Liro, raggiungendo le case di Cimaganda che, come dice il nome, si trova a monte della sezione più dirupata e tormentata da frane della Valle di San Giacomo. Prendiamo subito a sinistra (nord), lasciando a destra le case e perorrendo per breve tratto una stradina asfaltata, fino ad un trivio, al quale andiamo a sinistra, proseguendo sulla stradina asfaltata che taglia vero nord-ovest la piana di Vho, fino all'omonimo nucleo (m. 930), dove la stradina termina. Lasciamo alla nostra sinistra le case e la cappelletta e proseguiamo diritti imboccando un sentiero che si dirige a nord, entrando nella boscaglia. Dopo il primo tratto in piano, il sentiero piega a sinistra e sale, sempre nella selva, verso ovest-nord-ovest, piega a destra attraversando una valletta tornando alla direzione nord e, dopo una coppia di tornantini sx-dx, si porta ad una seconda valletta, oltre la quale si allarga a pista sterrata e scende leggermente al grande bacino artificiale della frazione Prestone di Campodolcino (m. 1056). Restiamo a sinistra del lago seguendo la pista che porta al nucleo di Fortarezza (m. 1056), con una graziosa chiesetta. Qui, piegando a destra, attraversiamo su un ponte il torrente Liro e ci portiamo alla frazione Pietra di Campodolcino (m. 1066). Proseguendo sulla ss 36 dello Spluga verso il centro del paese, cioè verso nord (sinistra), raggiungiamo la frazione Tini e la chiesa parrocchiale. A Campodolcino, dove termina, dopo 4-5 ore di cammino e 770 merti di dislivello superati, la prima tappa della Via Spluga, possiamo pernottare sfruttando le diverse strutture ricettive.


Apri qui una panoramica di Chiavenna

Percorriamo la ss 36 dello Spluga fino a Chiavenna ed alla prima rotonda in ingresso prendiamo a destra, proseguendo fino al grande parcheggio presso la stazione ferroviaria, dove lasciamo l'automobile (m. 333). Imbocchiamo poi il viale G. Matteotti e portiamoci in piazza Giovanni Bertacchi, passando a sinistra del municipio. Attraversata la piazza, prendiamo a sinistra imboccando Via F. e G. Dolzino e percorrendola fino a piazza R. Pestalozzi. Attraversiamo anche questa piazza ed imbocchiamo, sulla destra, via P. Bossi, attraversando su un ponte il Fiume Mera. Prendiamo poi a destra, percorrendo via G.B. Cerletti ed attraversamo piazza S. Corbetta. Imbocchiamo sulla sinistra via A. de Giambattista e ci portiamo sulla Strada Statale del Maloja. Sul lato opposto imbocchiamo via San Giovanni, salendo per breve tratto, fino ad una scalinata scalinata segnalata da un cartello, che prosegue salendo a sinistra.
Seguendola attraversiamo per due volte la strada per Pianazzola, riprendendo sul lato opposto la scalinata. La raggiungiamo la terza volta e la seguiamo verso sinistra, fino al tornante dx, al quale la lasciamo seguendo il cartello che segnala un sentiero che prosegue in leggera salita nella selva, verso ovest. Ignorati due sentieri che si staccano salendo a destra, raggiungiamo, in leggera dscesa, i crotti di Bette (m. 460). Di questo piccolo nucleo Giovanni Guler von Wineck, nell'opera "Rhaetia", pubblicata a Zurigo nel 1616, scrive:
"Il
piccolo villaggio di Bette giace fra S. Giacomo e Chiavenna; intorno gli si stende una fertile campagna che produce vino, grano, castagne ed altra frutta, come fichi, albicocche e stupende civaie. Di tutto ciò Chiavenna viene rifornita ad esuberanza tutto l'anno".
Oltrepassate le baite dei Crotti di Bette scendiamo ancora leggermente seguendo una stradina asfaltata, verso nord-ovest, fino ad un sentiero segnalato che se ne stacca sulla destra, salendo fino ad un bivio, al quale lasciamo il sentiero che sale verso Uggia e scendiamo a sinistra, fino alla ss 36 dello Spluga. La seguiamo salendo verso nord-nord-ovest per 200 metri, scendendo poi su una stradella verso sinistra al Torrente Liro, superandolo sul ponte di Postaiolo.


San Giacomo-Filippo

Il torrente Liro accompagna buona parte della Via Spluga. Nasce dal passo dello Spluga e scende dopo quasi 34 km alla confluenza nel torrente Mera. Sul lato opposto prendiamo a destra e ci immettiamo nel vecchio percorso della Via Spluga, fino ad un bivio al quale andiamo a sinistra salendo alla ripida gradinata che porta alle prime case di San Giacomo Filippo. Ci immettiamo così sulla carrozzabile che da San Giacomo Filippo sale ad Olmo ed a San Bernardo. Alla nostra destra fa bella mostra di sé la chiesa parrocchiale di San Giacomo-Filippo.
Di questo borgo, che diede il nome all'intera valle, così scrive
Giovanni Guler von Wineck, nell'opera "Raethia", pubblicata a Zurigo nel 1616:
"Non lungi da questa chiesa, tornando di bel nuovo sulla sponda sinistra del fiume, si perviene al villaggio di S. Giacomo, così chiamato dalla chiesa in onore di questo santo, che dà pure il nome a tutta la vallata. Essa finisce al di sotto di questo villaggio, pur comprendendo altre frazioni e alcuni miseri casali, sparsi qua e là per il monte, sino a Mese. Il territorio, selvatico e sterile, non produce nè viti, nè alberi da frutta; quindi gli abitanti traggono il loro nutrimento in gran parte dal bestiame; ma i poveri sono molti e d'inverno campano recandosi altrove a chiedere l'elemosina; i loro figliuoli poi, rimasti in paese, non cessano di chiedere la carità in nome di Dio, sino a che viene lor dato qualcosa; essi allora augurano al viandante buona fortuna cosi nell'andata come nel ritorno."


Santuario di San Guglielmo
Torniamo al racconto dell'escursione. Percorriamo la carrozzabile per Olmo e San Bernardo per un tratto, fino a trovare, sulla destra, la stradella che se ne stacca e si dirige al Santuario di San Guglielmo. La imbocchiamo, passando fra le cappellette di una Via Crucis, fino alla chiesetta stretta fra roccioni a sinistra e torrente Liro a destra. Da qui saliamo una gradinata verso sinistra e passiamo fra le case della Motta di San Guglielmo, oltrepassate le quali intercettiamo di nuovo la carrozzabile per Olmo e San Bernardo. La seguiamo salendo per breve tratto, per lasciarla non appena troviamo a destra la vecchia mulattiera San Bernardo, che imbocchiamo. Per un tratto procediamo in parallelo alla strada, poi, lasciate alle spalle le ultime baite, procediamo nella selva verso nord, fino al ponte in pietra detto della Folla, allo sbocco della Valle del Drogo (Val Cadùm).
Subito dopo, ad un bivio, lasciamo la mulattiera per Olmo, che sale a sinistra, e procediamo diritti, oltrepassando il dismesso piano inclinato della Vignola ed ignorando, poco oltre, il sentiero che scende a destra ad un ponte sul torrente Liro, presso un'alta briglia. Superati alcuni rustici, seguiamo il sentiero che qui sfrutta il rilevato dell'acquedotto di Chiavenna, attraversando la rada boscaglia disseminata di grandi blocchi.
Procediamo quindi verso nord, aggiriamo il recinto delle sorgenti del Poirone, le cui acque sono convogliate a Chiavenna, e ci portiamo alla dismessa stazione di pompaggio dell’Oleodotto del Reno (località Conoia, m. 670).

Sempre lasciando il torrente Liro alla nostra destra, imbocchiamo, dietro alla casa del guardiano, una pista e subito dopo il sentiero che procede, quasi in piano, verso nord-nord-ovest, salendo, con un ultimo ripido e serpeggiante tratto, ai ruderi di Vallesegna, dove, ad un bivio, andiamo a destra, passando per la settecentesca chiesetta di Sant’Antonio, ormai in rovina.

Sul lato opposto della valle vediamo 'imponente campanile del Santuario di Gallivaggio (m. 810), al quale ci portiamo dopo aver superato su un ponticello il torrente Liro. Dopo aver visitato il santuario, gravemente minacciato ma non compromesso da una frana di 5000 metri cubi di terra e roccia scesa il 29 maggio 2018 dall'impressionante versante a monte, ridiscendiamo lungo il sentiero, ripassiamo il torrente Liro riportandoci sul versante occidentale della valle e piegando a destra (nord ). Oltrepassiamo una fascia di rada boscaglia dove i segnavia sono preziosi per non perdere la traccia per poi piegare a sinistra, oltrepassando un grande masso erratico. Sull'altro lato della valle vediamo le belle case di Lirone.


Santuario di Gallivaggio

Nella "Storia del Contado di Chiavenna" di G. B. Crollalanza (Milano, 1867), leggiamo: "Presso San Giacomo principia a strepitare il Liro, rivolgendosi con le sue acque in profondo burrone attiguo alla strada da cui si ammira il grandioso spettacolo che offrono i circostanti monti, sulle cui elevate pendici la religiosa pietà de' nostri padri eresse cappelle ed oratori. ... Poco lungi da San Giacomo si veggono sulla sinistra le rovine di un ponte a tre archi di vivo, che traversando il Liro comunicava colla vicina chiesa di San Guglielmo, in pericolo di essere anch'essa travolta dalle onde precipitose del fiume che ne lambe quasi le fondamenta. A misura che la strada, ombreggiata da malinconici castagni, si avvicina al Santuario di Gallivaggio, un sorprendente e varissimo aspetto assume la valle, i cui monti di sinistra sollevano superbi le loro altissime vette verdeggianti di alberi rigogliosi, mentre le loro falde elevantesi in piccoli colli son ricoperte di un verde tappelo, sul quale veggonsi errare pascolando gli armenti, e dove in mezzo a gruppi di castagni sorge qualche umile casolare. E volgendo quindi lo sguardo sulla destra del cammino, si vede spuntar subitaneo da folta selva di castagni l'elegante Campanile bianco del Santuario di Gallivaggio, dove la pia tradizione ricorda essere apparsa Maria Vergine nel 1492. Sorge il magnifico tempio a ridosso di un enorme masso altissimo perpendicolare, che sembra voglia ad ora ad ora schiacciarlo colle sue ruine. Qui la strada si rivolge con alcuni andirivieni sino al piccolo paese di Gallivaggio, presso cui s'incontrava il magnifico ponte di granito ad un arco solo di ben 26 metri di luce, opera stupenda dell'esimio ingegnere dell'Acqua, scalzato nel 1860 dalle fondamenta, e fracassato dal rovinoso torrente che scende dalla valle d'Aver, o meglio dal Pizzo Stella, il più alto de' monti chiavennaschi, il quale è coperto di eterne nevi e d'inesauribili ghiacciai."


Santuario di Gallivaggio

La Guida alla Valtellina edita dal CAI di Sondrio nel 1884 (II edizione), a cura di Fabio Besta, così presenta questa sezione della Valle di San Giacomo, la più angusta e selvaggia: "La valle del Liro qui è tutta cosparsa da un ammasso caotico di rupi staccatesi dall'alto delle montagne vicine. Sono massi compositi di gneis bianco, a cui l'azione dell'atmosfera fa assumere una tinta rossastra. All'aspetto selvaggio di questo deserto bacino fanno strano contrasto e un verde castagneto che appare in fondo alla Valle e la bianca torre della Madonna di Gallivaggio (800 m.)."
Pieghiamo quindi verso destra (nord) e passiamo fra antichi castagni e massi erratici, uscendo alla piana di Cimaganda (m. 900). Piegando a destra, troviamo il ponte che ci rirporta a destra del torrente Liro, raggiungendo le case di Cimaganda che, come dice il nome, si trova a monte della sezione più dirupata e tormentata da frane della Valle di San Giacomo.


Cimaganda

Nella "Storia del Contado di Chiavenna" di G. B. Crollalanza (Milano, 1867), leggiamo: "A Cimaganda ci si presenta spettacolo nuovo ed insieme spaventoso, chè ivi son tanti e sì smisurati i macigni e gli avanzi di scogli distaccati dall'alto delle vicine montagne, e accavallati gli uni sugli altri, da rendere titubante il passeggero che tra essi è forza s'interni per procedere innanzi nella sua via. Sono essi di un granito bianco e fragile che all'aria prende una tinta rossastra. Tra queste rovine, lasciando da un lato il villaggio di Lirone, passa quasi per prodigio la superba strada, la quale internandosi tra i poveri villaggi di Vho e di Prestone, procede con qualche rettilineo orizzontale finchè giunge a' piè dello Stozzo."
Prendiamo subito a sinistra (nord), lasciando a destra le case e perorrendo per breve tratto una stradina asfaltata, fino ad un trivio, al quale andiamo a sinistra, proseguendo sulla stradina asfaltata che taglia vero nord-ovest la piana di Vho, passando per lo sbocco della Val Tarda e le case Squadra, prima di raggiungere il nucleo di Vho (m. 930), dove la stradina termina, di fronte (ad est) all'impressionante patrete dello Stuzz, nella quale è stata intagliata l'ottocentesca strada dello Spluga.


Particolare della Scribàita

Le curiosità legate a questo nucleo non si limitano al nome (che peraltro deriva assai poco misteriosamente dal latino "vadum", cioè "guado"), ma comprendono anche la misteriosissima parete con incisioni squadrate chiamata "Scribàita" (non è facile vederla: si trova sulla parete ad ovest di Vho, cioè a sinistra di chi sale, nascosta dalla boscaglia). Chi abbia tracciato queste linee segmentate con impressionante regolarità è davvero difficile dirlo. Gli amanti degli enigmi storici hanno ampio spazio per proporre le loro congetture.
Luigi Festorazzi, nell'articolo Reperti Romani in Valchiavenna" contenuto nel numero del 1967 di "Clavenna" (Bollettino della Società di Studi Storici Valchiavennasca), scrive, in merito: "Nei pressi di Vho ... esiste una parete di gneiss muscovitico, su cui si nota un riquadro rettangolare, regolarizzato a colpi di scalpello verticali, lungo metri 12,50 ed alto m. 8. Esso presenta una rientranza di circa 15 cm., talché si determina tuttattorno una cornice sporgente rettilinea, che continua pure nel lato inferiore, a circa 80 cm. sotto il piano del terreno. In esso si nota, da sinistra, una serie di incassature rettangolari, che salgono da terra, quasi a scala, fino alla cornice superiore; nel mezzo si alza, sempre a mo' di scala, una serie simile, ma di minore lunghezza; in alto due incassature accoppiate fra le due scale e da destra in basso due altre isolate. Quando il Giussani la ispezionò nel 1923, sei di tali rettangoli erano otturati con altrettanti tasselli di pietra, che li chiudevano esattamente. Tre altri di quei tasselli erano usciti e si trovavano a fior di suolo o interrati. Nell'ispezione fatta dallo scrivente nel 1956 due soltanto erano i tasselli rimasti. Da un paio di anni non ne esiste però più nessuno. ... Alcuni, avendo osservato che sotto le incisioni la roccia presenta delle crepe, ... hanno ritenuto che queste fossero state ricavate per applicarvi facilmente i tasselli, allo scopo di eguagliare la superficie della parete. Altri pensano che la parete sia stata spianata per attrarre l'attenzione dei viandanti sul punto del guado (Vho) del torrente Liro. Altri ancora pensano ad un manufatto sacro ad una divinità, per esempio a Mitra, che nel III e IV secolo era anche fra noi in grande onore. ... Recentemente lo studente universitario Guido Scaramellini ... ha posto in dubbio la sua antichità... Il fatto che i tasselli siano caduti negli ultimi decenni ... è motivo tale da far pensare ad opera più recente, che egli ricollega alla costruzione della carrozzabile dello Spluga da parte del governo austriaco, verso il 1820. La parete sarebbe stata scalpellata per porvi un'iscrizione... Ecco perché gli abitanti della località chiamano l'incisione "scrivaita", ossia grande iscrizione."


Lirone

Riprendiamo il cammino e, visitata la chiesetta del 1834, dedicata a S. Antonio e a S. Giovanni Nepomuceno (protettore contro le piene alluvionali), lasciamo alla nostra sinistra le case e la cappelletta e proseguiamo diritti imboccando un sentiero che si dirige a nord, entrando nella boscaglia.
Dopo il primo tratto in piano, il sentiero poega a sinistra e sale, sempre nella selva, verso ovest-nord-ovest, piega a destra attraversando una valletta tornando alla direzione nord e, dopo una coppia di tornantini sx-dx, si porta ad una seconda valletta, oltre la quale si allarga a pista sterrata e scende leggermente al grande bacino artificiale (del 1927) della frazione Prestone a Campodolcino (m. 1056).


La Val San Giacomo da Cimaganda a Campodolcino

Restiamo a sinistra del lago seguendo la pista che porta al nucleo di Portarezza (m. 1056), con una graziosa chiesetta di S. Gregorio. Quest'angolo incantevole della piana di Campodolcino ha suggerito il lusinghiero etimo dall'espressione latina "Porta Rethiae", cioè "Porta della Rezia", ma gli etimologisti hanno implacabilmente proposto il più prosaico "Porcaréscia", cioè "porcilaia". Qui, piegando a destra, attraversiamo su un ponte il torrente Liro e ci portiamo alla frazione Pietra di Campodolcino (m. 1066). Proseguendo sulla ss 36 dello Spluga verso il centro del paese, cioè verso nord (sinistra), raggiungiamo la frazione Tini e la chiesa parrocchiale. A Campodolcino, dove termina, dopo 4-5 ore di cammino e 770 merti di dislivello superati, la prima tappa della Via Spluga, possiamo pernottare sfruttando le diverse strutture ricettive.


Portarezza

Campodolcino è molto probabilmente l'antica Tarvessede (toponimo di orogine gallica), che dovette la sua importanza alla posizione strategica nell'itinerario già romano che attraverso la Valle di San Giacomo ed il passo dello Spluga congiungeva Como ed il bacino padano alla Germania meridionale (itinerario già segnato sulla Tabula Peutingeriana ai tempi dell'imperatore Alessandro Severo, nel III secolo d. C.).
Giovanni Guler von Wineck, nell'opera "Rhaetia", pubblicata a Zurigo nel 1616, annota quanto segue: "Campodolcino si trova quasi a mezza strada fra il Ricovero dello Spluga e Chiavenna. Il paese è provveduto di parecchie locande per il passaggio continuo dei viandanti ed ha belle praterie e qualche campicello."
Così viene descritto il paese, che deve il nome alla dolcezza della piana che la valle qui regala, nella Guida alla Valtellina edita dal CAI di Sondrio nel 1884 (II edizione), a cura di Fabio Besta: "Questo villaggio (1763 abitanti) ha un ufficio postale e uno telegrafico. Si compone di quattro gruppi di case; nel primo v'ha il cimitero, la chiesa attorniata da frassini e l'albergo alla Chioma d'Oro; nel secondo, al di là del torrente Rabbiosa, la stazione delle Diligenze e l'Albergo della Posta."


All'ingresso di Campodolcino

Nella "Storia del Contado di Chiavenna" di G. B. Crollalanza (Milano, 1867), leggiamo: "Si apre quindi l'inaspettata e ridente pianura di Campodolcino in uno spazioso e dilettevole seno che tra prati ubertosi e piccoli campi fa germogliare l'orzo e la segala. Il laborioso valligiano strappava in questi ultimi anni al furore di ruinosi torrenti questi spazi che ridonava alla coltura dopo che le irruzioni memorabili del 1829 e 1834 li avevano ricoperti di nuda ghiaja. ... Campodolcino, un tempo capo-luogo della valle San Giacomo, si compone di due grandi gruppi di case, nel primo de' quali sorge isolata e solitaria tra le ombre di bellissimi frassini la bella chiesa prepositurale riedificata da non molti anni. Campodolcino è il paese di villeggiatura dei signori Chiavennaschi, i quali ne' più cocenti giorni di estate quivi riparano per godervi una temperatura costantemente fresca."


Campodolcino

Può essere interessante leggere, infine, come Onofrio Piazzi, in un diario (cfr. "Clavenna", 1968), descrive il suo viaggio nel 1827 lungo la strada per lo Spluga: "Dopo di aver fatto pochi passi fuori di Chiavenna, dalla parte di tramontana si apre la strada dello Spluga, opera veramente romana, intrapresa e condotta a termine dalla munificenza dell'Austriaco Monarca al duplice oggetto di riavvicinare popoli che in prima sembravano tra loro separati da ardue insormontabili barriere, e di agevolare il commercio importantissimo tra divise nazioni. Questa strada è carrozzabile nella stagione estiva, e nell'invernale è sempre praticabile con cavalli e slitte, essendovi in ogni tempo ben regolari poste e diligenze, per cui la medesima non è solo divenuta strada di commercio, ma strada essa è di moda e piacere per molti personaggi di varii Stati e principalmente pei cogitabondi Britanni, a cui piace di visitare le differenti, ma sempre classiche bellezze dell'Elvezia e dell'Italia. Offre in sulle prime codesta strada il verdeggiante aspetto di laterali castagneti, che l'adombrano; ma in poco tempo essa si rinserra, e le rupi sorgenti a diritta e sinistra non le lasciano che lo spazio sufficiente al suo corso ora diritto ed ora sinuoso. Al fianco della stessa sino ad Isola romoreggia di sotto un fiume spumeggiante, che spesso s'irrita per ostacoli frapposti, e che superati, precipita di salto in salto con cupo rimbombo delle medesime rupi, che nude in cime e coperte sino alla metà di folti pini e faggi, sono qua e là solcate da cascanti torrenti, che recano il tributo di grosse acque alla sottoposta riviera. Per tal modo si tragitta la Valle St. Giacomo sempre salendo, ma tale salita non è ancora che la base dello Spluga; il quale può gareggiare coi più alti monti dell'Europa, tutti vincendoli poi nella gloria di ampia regia strada."


Campodolcino

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APPROFONDIMENTO: IL SANTUARIO DELLA BEATA VERGINE DI GALLIVAGGIO

Il Santuario di Gallivaggio (località in passato menzionata in diverse lezioni, "Garivagio", "Garuvaltio", "Grualle", "Garivalle", "Garuvaltio" e "Gallivaccio", localmente "Galivàc'"), dedicato al miracolo dell'apparizione della Beata Vergine Maria a due ragazze il 10 ottobre 1492 (due giorni prima che Cristoforo Colombo, primo europeo, avvistasse un'isola del nuovo continente, cioè della scoperta dell'America), è il centro della spiritualità e della devozione dell'intera Valchiavenna ed è, dopo quello della Madonna di Tirano, il secondo santuario mariano, per ordine di importanza, in provincia di Sondrio.
La Guida alla Valtellina edita dal CAI di Sondrio nel 1884 (II edizione), a cura di Fabio Besta, così presenta la sezione della Valle di San Giacomo fra San Giacomo-Filipo e Campodolcino, la più angusta e selvaggia: "La valle del Liro qui è tutta cosparsa da un ammasso caotico di rupi staccatesi dall'alto delle montagne vicine. Sono massi compositi di gneis bianco, a cui l'azione dell'atmosfera fa assumere una tinta rossastra. All'aspetto selvaggio di questo deserto bacino fanno strano contrasto e un verde castagneto che appare in fondo alla Valle e la bianca torre della Madonna di Gallivaggio (800 m.)."
G. B. Crollalanza, nella sua "Storia del Contado di Chiavenna" (Milano, 1867), scrive: "E volgendo quindi lo sguardo sulla destra del cammino, si vede spuntar subitaneo da folta selva di castagni l'elegante campanile bianco del Santuario di Gallivaggio, dove la pia tradizione ricorda essere apparsa Maria Vergine nel 1492. Sorge il magnifico tempio a ridosso di un enorme masso altissimo perpendicolare, che sembra voglia ad ora ad ora schiacciarlo colle sue ruine."
Centro spirituale dell'intera Valchiavenna, il Santuario della Beata Vergine di Gallivaggio sorge infatti là dove la Valle di San Giacomo (o Valle del Liro, o più comunemente Valle Spluga) sembra mostrare il suo volto più aspro, rinserrata com'è fra versanti strapiombanti e franosi. Proprio in una selva ai piedi di una grande e brulla parete, quasi verticale, in località eloquentemente denominata "mota séca", il 10 ottobre del 1492 la Madonna apparve a due ragazze che vi si erano recate per raccogliere castagne, fondamentale alimento che integrava la misera dieta contadina dei secoli passati. Un'apparizione che fu anche metamorfosi, perché la Beata Vergine si mostrò dapprima come bambina circonfusa di luce, poi come regale Signora.


Santuario di Gallivaggio ai piedi della Mota séca

Una copia secentesce del racconto originale dell'evento, redatto su pergamena, le attribuisce queste parole: "Io vado in ogni luogo per la conversione dei peccatori... Dite che se i peccatori non si convertiranno e non osserveranno con maggiore puntalità i giorni festivi, certamente la punizione di mio Figlio, loro Signore, non tarderà ad arrivare."
Il riferimento all'osservanza del precetto festivo (dai vespri del sabato all'intera domenica) si riferisce forse alla tendenza a violarlo (e per la sensibilità religiosa di quel tempo era violazione grave) a causa dell'incremento dei traffici lungo la strada dello Spluga, che proprio nella seconda metà del secolo XV si affermò come asse primario nei commerci fra bacino padano e paesi di lingua tedesca, grazie al miglioramento del tratto della Val Mala. I trasportatori dovevano mantenere ritmi serrati di lavoro per soddisfare alla richiesta di passaggio delle merci che valicavano il passo dello Spluga.


Il Santuario della Beata Vergine di Gallivaggio

Non sappiamo se il monito mariano abbia sortito i suoi effetti, ma è certo che le cronache narrano di una serie di miracoli che da questo ebbero inizio, dalla guarigione dalla paralisi della madre di una delle due ragazze alla risurrezione di un bimbo appena morto posto sul masso dove aveva posato i piedi la Madonna. Attorno al masso dell'apparizione venne costruita una prima chiesetta con annessa una casa. La chiesa venne benedetta il 31 maggio del 1493 dall'arciprete di Chiavenna Giovan Battista Pestalozzi. L'edificio venne però ampliato nel 1510 e nel 1598, quando assunse la forma attuale a tre navate, e fu consacrato nel 1615 da Mons. Filippo Archinti, vescovo di Como. L'imponente campanile (52 metri) venne edificato dal 1729 al 1731, staccato dal corpo della chiesa. Si volle che fosse il più alto dell'intera Valchiavenna, per sottolinearne il significato di centro della spiritualità della valle. Il santuario venne retto dal 1515 al 1990 dal clero diocesano.
Numerose e pregevoli le opere d'arte che lo impreziosiscono, dal gruppo ligneo sopra l'altare maggiore, raffigurante la scena dell'apparizione, alle tre cappelle affrescate da Domenico Caresana di Cureglia (1605-1606), dal dipinto del Crocifisso di Cesare Ligari (1739) a quello dell'Incoronazione di Maria di Paolo Camillo Landriani detto Duchino (1606), senza dimenticare la cassa lignea e la balconata dell'organo, realizzate grazie ai contributi degli emigranti di Palermo.


Scene della vita della Madonna, dipinto di Domenico Caresana sulla volta dell'altare del Santuario

Ma l'elemento più prezioso del Santuario è la pietra su cui la Madonna pose i suoi piedi, conservata sotto la mensa dell'altare maggiore. In passato alla sua polvere (diluita in acqua) ed alle sue schegge (tenute in bocca) venivano attribuiti poteri taumaturgici nella cura di febbri, avvelenamenti, mal di denti ed altri malanni. Anche solamente toccando il masso si poteva trarne miracoloso beneficio, come sperimentò quel sordo che riebbe l'udito.
Il santuario è balzato agli onori delle cronache quando una frana di 5000 metri cubi di terra e roccia, scesa il 29 maggio 2018 dall'impressionante versante a monte, ne ha minacciato l'integrità, senza provocare, per fortuna, danni irreparabili. Nelle fotografie della nube provocata dal materiale franoso non pochi videro stagliarsi la candida immagine della Madonna, e di nuovo parlarono di miracolo. Sia come sia, il luogo di culto è rimasto come punto di riferimento dei fedeli che vi accorrono dalla Valchiavenna e non solo, anche se il ripristino al culto non potrà essere antecedente all'estate del 2019.
Non si tratta, però, della prima volta che l'aspro versante della "Mota séca" minaccia con le sue scariche di massi il santuario. Accadde anche in passato. Il canonico chiavennasco Gian Giacomo Macolino, autore, nel Settecento, due monografie, racconta nel 1708 di un masso che, sfondato il tetto, colpì il banco solitamente occupato da due ragazze che in paese non godevano di limpidissima fama. Altri massi erano caduti vicino al Santuario, come quello che nel 1661 venne poi utilizzato per gli stipiti del portale. Questa è un po' la cifra di questo luogo sacro, quasi a testimoniare che insidie e minacce "non prevalebunt" sulle istituzioni che l'eccezionale intervento divino pone in essere.

Su YouTube: Santuario della Beata Vergine di Gallivaggio e campane del Santuario della Beata Vergine di Gallivaggio


L'incoronazione della Madonna, dipinto di Paolo Camillo Landriani

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APPROFONDIMENTO: LA VALLE DI SAN GIACOMO


Bandiera del Comune della Valle di San Giacomo

Quella che oggi è conosciuta come Valle Spluga, era chiamata in passato Valle del Liro, dal fiume che la percorre interamente, per 34 km, dal passo dello Spluga alla confluenza con la Mera, o, più propriamente, Valle di San Giacomo, dal suo centro amministrativo, San Giacomo-Filippo. Popolarmente è invalso l'uso di chiamarla "Val di Giüst".
Il suo versante occidentale è costituto dalla dorsale che la separa dalla Mesolcina, e che sale dal Pizzaccio (m. 2589), appena a nord del passo della Forcola, al pizzo Quadro (m. 3013), al monte Baldiscio (m. 2851) ed al pizzo Tambò (m. 3275), la massima elevazione della valle. Ad est, invece, il displuvio che separa il bacino del Liro, cioè del Po, da quello del Reno è scandito dai pizzi Stella (m. 3136), Groppera (m. 2849) ed Emet (m. 3210). Tributarie di questa valle sono, sul lato occidentale, da sud, le valli del Drogo, della Sancia, di Starleggia, Febbraro, Vamlera, dell'Oro, Schisarolo e Loga. Sul versante orientale, invece, vi confluiscono, sempre da sud, le valli d'Avero, Rabbiosa e Scalcoggia.
La sua importanza storica è legata all'antichissima ed importantissima via che, salendo da Chiavenna, valicava il passo dello Spluga, unendo il bacino padano ai paesi di lingua tedesca. Due documenti di età imperiale romana, infatti, riportano la via dello Spluga: si tratta dell'Itinerarium Antonini, redato al tempo di Diocleziano, e della Tavola Peutingeriana, copia medievale di una carta romana di età imperiale. Vi si menziona Tarvedese, probabilmente Campodolcino, dove la strada vera e propria terminava, lasciando il posto alla mulattiera percorsa appunto da muli, che superava l'aspro versante della Valle del Cardinello e raggiungeva Cunu Areu, cioè Montespluga, pero poi salire al passo.


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Fino all'età medievale fu questa l'unica via per valicare il passo. Ad essa dal 1223 si affiancò quella che da Campodolcino saliva a Madesimo ed al passo di Emet. La prima rimase però la più utilizzata nella stagione invernale. Raggiunto il passo dello Spluga, tenuto aperto anche d'inverno, il percorso scendeva fino alla valle del Reno Posteriore ed a Coira, seguendo la Viamala. Questo fu l'itinerario percorso per secoli dalle merci più diverse, fra cui cereali, riso, sale, latticini, vino, pelli, cuoio, tessuti, argenteria, armi, armature, spezie, con 300-400 passaggi giornalieri nell'età moderna. Alla vita dei commerci e dei transiti si affiancò, nei tempi passati, prima della recente esplosione dell'economia del turismo, quella dura ed improba dei valligiani che vivevano delle risorse della pastorizia e delle scarse colture.
Tutto ciò segnò profondamente il carattere di queste genti, così descritto, nel 1827, nel diario Onofrio Piazzi pubblicato nel numero del 1968 di "Clavenna" (Bollettino del Centro di Studi Storici Valchiavennaschi): "Il carattere dei montanari di Valle St. Giacomo è deciso, fermo, pronuciato, ricopiando esso in certo modo la severità dei boschi e gioghi locali. Anche le donne sono robiste ed ardite a segno di dividere coi loro mariti il rigore di grandi stenti, ora perigliando con essi di rupe in rupe ad atterrar piante e raccoglierne la legna, ora spogliando di selvatico fieno ermi dirupamenti, ed ora spingendo i passi alla custodia delle loro vetture sino alle vette dello Spluga, talvolta i mezzo al furente grandinar di nevi e di piogge, e tra il soffio crudele degli aquiloni. Di ogni disagio è consigliera la necessità! Siccome questi abitanti hanno brevissima circoscritta agricoltura di campi, nè in alcun modo sufficiente ai mezzi di vivere, così non perdonano essi a sorte di fatiche onde sussistere."


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Mentre oggi il territorio della valle è occupato dai comuni di San Giacomo-Filippo, Campodolcino e Madesimo, in passato dal punto di vista amministrativo essa fu, fino all'età contemporanea, un'unica comunità regolata da Statuti propri, la cui prima stesura nota è del 1538, ma che risalgono ad epoca antecedente e sanciscono il distacco dalla giurisdizione civile (ma non penale) di Chiavenna. L'autonomia della Valle di San Giacomo risale infatti alla fine del secolo XII. Nel 1205 Valle e Mese comparivano come comuni e università, ovvero vicinie, corpi distinti con diritto di essere rappresentati da consoli nel comune di Chiavenna, e nel 1252 Chiavenna e la Valle avevano già estimi distinti. Nel 1335 gli Statuti di Como menzionano la comunità come “comune locorum de Valle”. Il 10 settembre 1346 si radunò un convocato del comune degli uomini di Valle in San Giacomo. Da tale documento il Buzzetti deduce che il territorio era allora abitato da Ugia a Porpiano, e Campodolcino si trovava ai limiti della zona abitata permanentemente, mentre il centro del comune era San Giacomo. In seguito, a causa dello sviluppo demografico di Fraci­scio, Isola, Pianazzo e Madesimo, il centro si spostò a Campodolcino
Quando le Tre Leghe Grigie divennero signore di Valtellina e Valchiavenna, nel 1512, confermarono l'autonomia privilegiata del comune e stabilirono di nominare un commissario a Chiavenna ed un podestà a Piuro, mentre la Val San Giacomo, in virtù di un rapporto privilegiato, eleggeva da sè il proprio ministrale, che giudicava autonomamente, coadiuvato da un luogotenente, nelle cause civili. In materia criminale, invece, la giurisdizione del commissario di Chiavenna si estendeva su tutto il contado. Tutto ciò è espresso nella forma più chiara in quanto si lege in un documento del 1639, redatto per volontà dei signori della contea di Chiavenna dal 1512, le Tre Leghe Grigie: "Di più separiamo tutta la detta valle Santo Giacomo nelle cose politiche da Chiavenna, in modo che essa valle Santo Giacomo nelle cose politiche sia un corpo separato, e non incorporato nel contado, anzi che abbia di fare e avere li suoi particolari e propri estimi, consoli di giustizia, ed altre ragioni politiche".


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La condizione di relativo privilegio della valle, già affermata in età viscontea, deve la sua ragione alla posizione strategica per i commerci da e per i paesi della Germania meridionale. Gli Statuti del 1538 dividevano la valle in otto quartieri, San Giacomo, Monti di San Bernardo, Monti di Olmo e Somma Rovina, Campodolcino, Fraciscio, Starleggia e Pianaccio, cui si aggiungevano quattro squadre, due per Isola, Tegge e Rasdeglia.
La comunità di valle veniva retta da un console elettivo, che a sua volta sceglieva un consigliere per ciascun quartiere e squadra, con poteri specifici sui lavori necessari a ponti e strade. Ogni quartiere della Val San Giacomo aveva un proprio consiglio di quartiere e propri consoli, mentre al di sopra c’era un consiglio generale di valle. Massimo organo del comune era il consiglio di valle, che tenne la sua ultima riunione l'11 gennaio 1798. Il consiglio di quartiere, convocato dal consigliere di ogni quartiere della Val San Giacomo con preavviso settimanale, radunava i vicini, tutti gli uomini dai quindici anni in su, e si riuniva di domenica sulle piazze o all’interno delle chiese del quartiere. Il consiglio generale del comune coincideva con l’assemblea generale della Val San Giacomo, e rappresentava il consiglio dei quartieri e del popolo di valle, per cui non era assemblea unica, ma espressione di più assemblee decentrate. Il consiglio di valle era formato dal console o ministrale ed era emanazione diretta del consiglio generale. Si riuniva anche più volte al mese, nominava il ministrale, il luogotenente, i consoli di quartiere e gli ufficiali di comunità. Il luogo di riunione dei consigli, dapprima nel villaggio di San Giacomo, dal 1477 passò a Campodolcino.


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Con il sindacato generale del 27 febbraio 1650 la valle venne divisa in tre terzieri (nuclei dei futuri comuni), il "terzero di fuori" o di San Giacomo, con Monti di San Bernardo e Sommarovina e Lirone, il "terzero di mezzo" o Campodolcino, con Fraciscio, Starleggia, Vho e Portarezza, ed il "terzero di dentro", o di Isola, con Madesimo e Pianazzo, oltre alle squadre di Teggiate e Rasdeglia. Tale suddivisione è rappresentata nella bandiera della valle, divisa in tre fasce orizzontali, ognuna delle quali è a sua volta divisa in quattro strisce di colore nero, verde, rosso e giallo che rappresentano i quartieri di ogni terziere. Al centro campeggia uno scudetto rettangolare con l'immagine di San Giacomo, con la scritta “Vallis San Jacobi”.


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Dopo il Congresso di Vienna (1815) il comune unitario venne diviso nei tre comuni attuali, di San Giacomo-Filippo, Campodolcino e Isolato (poi Madesimo). Durante la dominazione asburgica della prima metà dell'Ottocento importanti opere viarie diedero un nuovo impulso alla via dello Spluga. L'ingegner Carlo Donegani progettò infatti la nuova strada realizzata tra il 1818 ed il 1823, che, sul versante italiano, abbandonava le pericolose gole del Cardinello sfruttando un percorso più sicuro con l'ardito tracciato che saliva a Pianazzo. Dopo l'alluvione del 1834 che ne danneggiò gravemente diversi tratti da Campodolcino ad Isola, venne costruito l'arditissimo tratto che coincide con il tracciato attuale, e che da Madesimo sale direttamente a Pianazzo, tagliando fuori Isola e risalendo il vertiginoso versante dello Scenc'. La nuova strada, aperta nel 1838, diede un grande impulso ai transiti commerciali e turistici, regalando per qualche decennio al passo dello Spluga il primato indicusso fra i valichi delle Alpi Centrali, tanto da giustificare i non indifferenti sforzi per tenerlo aperto lungo l'intero arco dell'anno.
Nella seconda metà dell'Ottocento, però, lo Spluga perse la sua centralità strategica, per l'apertura delle gallerie del Brennero (1867), del Moncenisio (1872) e del San Gottardo (1882). Per ovviare a questo delino venne formulato il progetto del traforo dello Spluga, che però non si concretizzò mai. I transiti commerciali terminarono, lasciando però il posto ai più diradati ma anche suggestivi transiti di turisti e viaggiatori. Non pochi furono gli artisti, gli scienziati ed i pensatori famosi che passarono per lo Spluga, da Erasmo da Rotterdam nel 1509 a Johann Wolfgang Goethe nel 1788, da William Turner nel 1843 a Friedrich Nietzsche nel 1872, da Jacob Burckhardt nel 1878 a Henry James, da Giosuè Carducci, che visitò il passo più volte durante i suoi soggiorni estivi a Madesimo tra il 1888 ed il 1905, ad Albert Einstein nel 1901, per citare solo i più famosi.


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G. B. Crollalanza, nella sua "Storia del Contado di Chiavenna" (Milano, 1867), traccia questo quadro della valle nella seconda metà dell'Ottocento: "La Valle San Giacomo, sebbene vada distinta per l'abbondanza de' fieni e de' pascoli ch'essa possiede, è però assai scarsa, e si potrebbe anche dir quasi priva di ogni altro prodotto; e i suoi cinquemila abitanti non potrebbero trovarvi la loro annuale sussistenza, se non traessero sostentamento dal trasporto delle mercanzie, e più col recarsi nella stagione iemale nella Lombardia e in Piemonte a distillare l'acquavite, mentre i più arditi emigrano per l'America, donde dopo otto o dieci anni ritornano ai loro poveri ma sempre amati tuguri col noniscarso frutto de' loro travagli, de' loro risparmi. Questa emigrazione viene inoltre compensata dagli abitanti di Colico, Piantedo, Sant'Agata, Sorico ed altri paesi che nella stagione calda vengono a ricovrarsi nella valle a fine di fuggire l'aria malsana della pianura, e a respirarci invece quella balsamica della montagna, conducendo il più di essi innumerevoli armenti di ogni specie, che fra que' monti trovano in estesi pascoli abbondante alimento.... Il principal ramo d'industria degli abitanti del contado, e specialmente di quelli della val San Giacomo, consiste nel bestiame bovino e nelle capre. ... Scarso è il numero dei cavalli...; più scarso ancora è quello degli asini e dei muli.... Scarso vi è pure il numero dei majali e dei gallinacci, e ciò dipende dalla penuria delle granaglie proveniente dalla troppo limitata estensione dei poderi. ... Nelle foreste più aspre e selvaggie spesso si incontrano lupi e orsi."
Ad oltre un secolo di distanza gli scenari sono radicalmente mutati: niente più lupi né orsi, se non qualche raro esemplare monitorato, frutto di progetti di reinserimento, niente più quadri di vita modesta e parsimoniosa. Complice l'esplosione dell'industria del turismo, impianti di salita e strutture per la villeggiatura estiva la fanno da padrone, soprattutto a Madesimo, ma anche a Campodolcino, rilanciando la valle sulla scia delle logiche del turismo globale del terzo millennio.


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