Approfondimento: la via del Cardinello - Approfondimento: Montespluga ed il passo dello Spluga - Approfondimento: la Valle di S. Giacomo


Il passo dello Spluga

Poche valli godono di una gran messe di nomi come quella che si apre a nord di Chiavenna. Valle di San Giacomo, dal suo più antico comune, pare essere il nome storico, ma alcuni la chiamano Valle del Liro per il torrente che la solca. Il toponimo oggi più diffuso è Valle Spluga, ma la gente del posto non ha dubbi: il nome che meglio ne esprime anima ed orgoglio è “Val di Giüst”. La Via Spluga la percorre interamente, da Chiavenna al passo dello Spluga, ed in due giorni può essere portata a compimento da un camminatore con discreto allenamento. Si tratta, in realtà, di una parte della Via Spluga integrale, che da Thusis scende a Chiavenna, con un tracciato complessivo di 65 km (cfr. il sito www.viaspluga.com; assai utile anche la guida di Kurt Wanner, Via Spluga, edita dalla Comunità Montana della Valchiavenna, 2001). Un percorso ben segnalato, con i caratteristici cartelli di color marrone e giallo e con i segnavia bianco-rossi, che ripercorre una delle più importanti vie di comunicazione dell'arco retico, la più diretta fra pianura Padana e Germania Meridionale. Viene qui proposta la sola sezione in territorio italiano, comunque ricca di scorsi, colori e suggestioni paesaggistiche e storiche, percorsa in due giorni da sud a nord.

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Campodolcino-Isola-Montespluga-Passo dello Spluga
7 h
1060
E
SINTESI. L'inzio della seconda tappa prevede che a Campodolcino ci portiamo al sagrato della Chiesa di San Giovanni Battista, per poi imboccare la carrozzabile che sale a Fraciscio, paese natale di San Luigi Guanella, di cui vediamo sul sagrato una statua. Al primo tornante dx ed all'inzio della salita vediamo, alla nostra sinistra, un bel ponte in pietra, noto come Ponte Romano, anche se è sicuramente di epoca successiva. Ci portiamo al ponte, che scavalca il torrente Rabbiosa, e sul lato opposto, ignorato il sentiero che sale a Fraciscio o al Belvedere, prendiamo a sinistra, scendendo lungo l'argine del torrente, poi a destra, imboccando via Acero. Passiamo così davanti al cimitero e, seguendo via Sant’Antonio, ci portiamo alla piazzetta dove si trova l'ingresso del Museo della Via Spluga e della Val San Giacomo. Proseguendo, ci immettiamo nella ss 36 dello Spluga e la seguiamo verso destra, cioè verso Madesimo, fino ad un bivio, al quale imbocchiamo, sulla sinistra, la via del Crotto. La percorriamo fin quasi all’incrocio con la strada provinciale per Isola, per poi prendere a sinistra. Ci immettiamo così in via San Sisto e raggiungiamo un ponte in legno che scavalca il torrente Liro. Sul lato opposto prendiamo a destra e proseguiamo fino alla carrozzabile che sale a Starleggia, nei pressi di un parco giochi. La attraversiamo e seguiamo una sterrata che procede verso nord, in parallelo per un tratto con la carrozzabile, passa a sinistra di un camping e raggiunge le case di Cuetta. Oltrepassato un torrentello, imbocchiamo, sempre proseguendo diritti verso nord, un sentiero, che corre a poca distanza ed a sinistra del torrente Liro. Raggiunto un bivio presso alcune case, lasciamo alla nostra sinistra a il sentiero che sale a Starleggia e proseguiamo diritti, superando una valletta e confluendo, presso un versante franoso, nella strada carrozzabile che da Campodolcino sale ad Isola. Qui dobbiamo tornare indietro per un tratto, cioè andare a destra, seguendo il ponte sul torrente Liro (m. 1110), fino a trovare, alla nostra sinistra, la ripartenza del sentiero, che subito volge a sinistra e sale sul versante orientale (cioè a destra del Liro) della valle. Procediamo verso nord, in leggera salita, a poca distanza dal torrente, ed in alto, alla nostra destra, possiamo ammirare il vertiginoso salto dal quale scende la famosa cascata di Pianazzo. Superato il torrentello della cascata, saliamo gradualmente fino a circa 1200 metri, per poi affrontare, sempre verso nord, una ripida china con gradini e tornantini, su un versante esposto, protetto a tratti da corrimano, che ci porta di fronte allo sbarramento artificiale di Isola. Tagliato un versante roccioso, con protezione di corrimano, raggiungiamo la Casa dei Guardiani della diga, a 1250 metri. Da qui scendiamo per una scala ad una stradina, che corre lungo il lato destro (per noi) della diga, fino a confluire nella carrozzabile che da Isola sale a Pianazzo. La seguamo verso sinistra, scendendo leggermente e, appena prima del ponte sul torrente Liro, la lasciamo prendendo a destra una stradina che porta subito ad un nuvo ponte. Se vogliamo visitare il paese di Isola, lo imbocchiamo prendendo a sinistra, altrimenti proseguiamo diritti, verso nord. Un cartello indica la Via Spluga, che, nel primo tratto, è costituita da una pista sterrata che sale fino alle case della frazione di Torni (m. 1360). Alla nostra destra i Prati dei Torni, disseminati di alcuni grandi massi, salgono fino ai piedi dello scosceso versante costituito da rocce strapiombanti. Oltre i Torni, la strada sterrata cede il passo ad un largo sentiero. La mulattiera si congiunge, poi, con la variante che proviene da Rasdeglia e Soste, sul lato opposto, e piega leggermente a destra, risalendo un crinale costituito da larici e magri pascoli, prima di raggiungere l’imbocco della Valle del Cardinello. Inizia il tratto più suggestivo, tagliato sul fianco strapiombante della valle, con alcuni tratti scalinati nella viva roccia. Alcuni corrimano, nei tratti che richiedono maggiore attenzione, non guastano, ed in generale bisogna procedere con prudenza, ed evitare di percorrere la mulattiera in presenza di neve o ghiaccio. La valle piega verso destra, cioè verso nord-est; mentre saliamo, appare improvvisa ed inattesa la muraglia della diga di Montespluga. Non manca molto all’uscita dalla valle: dopo aver superato un’ultima porta nella roccia, eccoci, infatti, al pianoro sommitale, ad est del punto nel quale la ss. 36 dello Spluga raggiunge la casa Cantoniera di Stuetta. Senza prendere a destra in direzione della strada statale, proseguiamo sull’antico tracciato, che ci porta sull’imbocco occidentale (di sinistra) del camminamento che percorre lo sbarramento della grande diga. Attraversato il camminamento, la Via Spluga continua guadagnando leggermente quota e contornando poco alta il lato occidentale del lago di Montespluga, mentre sul lato opposto corre la strada statale. Dopo aver descritto un arco di cerchio verso sinistra, raggiungiamo il bucolico pianoro nel quale termina la Val Loga. Un ponticello ci permette di superare il torrente che scende dalla valle e di raggiungere le prime case di Montespluga (m. 1908). Attraversando il paese lasciamo la ss 36 dello Spluga per prendene a sinistra e seguire l'antico tracciato che sale verso nord, sul lato sinistro (per noi) del vallone che scende dal passo dello Spluga (mentre la strada statale si snoda sul lato destro). Nel primo tratto saliamo un versante più dolce, poi ne tagliamo uno più ripido, superando tre vallette (la terza su un ponticello) e raggiungendo, a quota 2063 m., l'ex Casa Cantoniera. Qui attraversiamo la ss 36 e passiamo sul lato occidentale del vallone, trovando tratti selciati ancora ben ben conservati dell’antica via Spluga. Seguendoli, in breve saliamo verso nord al valico dello Spluga (m. 2114), che raggiungiamo a destra rispetto alla strada statale. Si conclude qui la seconda tappa, che richiede circa 7 ore di cammino, necessarie per superare un dislivello approssimativo in altezza di 1060 metri.


Chiesa di San Giovanni Battista a Campodolcino

L'inizio della seconda tappa prevede che a Campodolcino ci portiamo al sagrato della cinquecentesca Chiesa di San Giovanni Battista, per poi imboccare la carrozzabile che sale a Fraciscio, paese natale di San Luigi Guanella, di cui vediamo sul sagrato un busto. Al primo tornante dx ed all'inzio della salita vediamo, alla nostra sinistra, un bel ponte in pietra, noto come Ponte Romano, anche se è sicuramente di epoca successiva. Ci portiamo al ponte, che scavalca il torrente Rabbiosa, e sul lato opposto, ignorato il sentiero che sale a Fraciscio o al Belvedere, prendiamo a sinistra, scendendo lungo l'argine del torrente, poi a destra, imboccando via Acero. Passiamo così davanti al cimitero e, seguendo via Sant’Antonio, ci portiamo alla piazzetta dove si trova l'ingresso del Museo della Via Spluga e della Val San Giacomo.


Ponte cosiddetto Romano a Campodolcino

Proseguendo, ci immettiamo nella ss 36 dello Spluga e la seguiamo verso destra, cioè verso Madesimo, fino ad un bivio, al quale imbocchiamo, sulla sinistra, la via del Crotto. La percorriamo fin quasi all’incrocio con la strada provinciale per Isola, per poi prendere a sinistra. Ci immettiamo così in via San Sisto e raggiungiamo un ponte in legno che scavalca il torrente Liro. Sul lato opposto prendiamo a destra e proseguiamo fino alla carrozzabile che sale a Starleggia, nei pressi di un parco giochi. La attraversiamo e seguiamo una sterrata che procede verso nord, in parallelo per un tratto con la carrozzabile, oltrepassa un camping e raggiunge le case di Cuetta.


Campodolcino

Oltrepassato un torrentello, imbocchiamo, sempre proseguendo diritti verso nord, un sentiero, che corre a poca distanza ed a sinistra del torrente Liro. Raggiunto un bivio presso alcune case, lasciamo alla nostra sinistra il sentiero (l'antica "strada del bosco") che sale a Ca' di Luc e Starleggia e proseguiamo diritti, superando una valletta e confluendo, presso un versante franoso, nella strada carrozzabile che da Campodolcino sale ad Isola. Qui dobbiamo tornare indietro per un tratto, cioè andare a destra, seguendo il ponte sul torrente Liro (m. 1110), fino a trovare, alla nostra sinistra, in località Tegée, la ripartenza del sentiero, che subito volge a sinistra e sale sul versante orientale (cioè a destra del Liro) della valle. Procediamo verso nord, in leggera salita, a poca distanza dal torrente, ed in alto, alla nostra destra, possiamo ammirare il vertiginoso salto del Seng, dal quale scende la famosa cascata di Pianazzo. Procediamo qui trovando tracce dell'antico percorso medievale. Attraversata la piana del Fregée, passiamo per una ganda dominata da un traliccio, salendo gradualmente in pineta fino a circa 1200 metri, per poi affrontare, sempre verso nord, una ripida china con gradini e tornantini, su un versante esposto, protetto a tratti da corrimano, che ci porta di fronte allo sbarramento artificiale di Isola. Tagliati la valle della Foppa ed un versante roccioso a picco su una forra, con protezione di corrimano, raggiungiamo la Casa dei Guardiani della diga, a 1250 metri.


Isola

Da qui scendiamo per una scala ad una stradina, che corre lungo il lato destro (per noi) della diga, fino a confluire nella carrozzabile che da Isola sale a Pianazzo. La seguamo verso sinistra, scendendo leggermente e, appena prima del ponte sul torrente Liro, la lasciamo prendendo a destra una stradina che porta subito ad un nuvo ponte. Se vogliamo visitare il paese di Isola, lo imbocchiamo prendendo a sinistra, altrimenti proseguiamo diritti, verso nord.


Isola

Onofrio Piazzi, in un diario del 1827 che racconta la sua salita da Chiavenna allo Spluga, così scrive (riportato in "Clavenna", 1968): "Fatte quattro ore circa di viaggio, da Chiavenna giungemmo ad Isola, che consiste in un gruppo di case rustiche poste tra il margine del fiume e tra il graduato sollevarsi di una prateria. Non è però affatto disprezzabile questo paesetto che è l'estremo di valle St. Giacomo e che sembra gettato a caso da una mano incognita tra queste selvaggie località. Da qui rivolgendo indietro lo sguardo si ammirano le imponenti irregolarità delle catene dei monti pei quali nascostamente si venne in mezzo a stretta gola tortuosa; ed alzando d'altro lato gli occhi si affaccia in parte all'attonito viandante l'aspetto dell'immenso Spluga, che a prima vista non pargli superabile. La terracciuola d'Isola è come il riposo del passeggero di montagna; ivi si cambiano i cavalli delle poste e le trombette di quelli che vengono e partono percuotono l'aria di suoni graziosi, i quali sono piacevolmente moltiplicati dall'eco di quelle valli romite non avvezze in prima che al rumore dei torrenti e delle buffere, ed al canto malinconico ed uniforme dei faggiani e delle cotornici, che vi abbondano; ivi trovasi contro l'aspettazione un buon albergo con buoni letti ed eccellenti provvigioni di vitto e di vini i più eletti della Valtellina, che ivi trasportati acquistano un certo qual brio e fragranza, per cui si riterrebbero essi stranieri liquori che abbiano navigato mari e tempeste."


Sentiero del Cardinello

Un cartello indica la Via Spluga, che, nel primo tratto, è costituita da una pista sterrata che sale fino alle case della frazione di Torni (m. 1360), dal caratteristico aspetto engadinese. Alla nostra destra i Prati dei Torni, disseminati di alcuni grandi massi, salgono fino ai piedi dello scosceso versante costituito da rocce strapiombanti.
Oltre i Torni, la strada sterrata cede il passo ad un largo sentiero che, prima di allontanarsi dal solco del Liro, ci regala la possibilità di ammirarne un’impressionante forra: scendendo di qualche passo rispetto al sentiero, infatti, possiamo scorgerne, da un roccione riparato da un parapetto quanto mai opportuno, una bella cascata. Sul lato opposto rispetto al nostro, lo scenario è di grande fascino, e mostra, da sud (sinistra), il grande altopiano denominato Pian dei Cavalli, lo sbocco della val Febbraro, il Bosco dei Foi, la val Vamlera ed il bosco di Rasdeglia. Al "ponte degli Svizzeri" (chiamato così perché fatto costruire nel 1994 dall'Inventario delle Vie Storiche Elvetico) la mulattiera si congiunge, poi, con la variante che proviene da Rasdeglia e Soste, sul lato opposto, e piega leggermente a destra, risalendo un crinale costituito da larici e magri pascoli, prima di raggiungere l’imbocco della Valle del Cardinello (o Gardenello).


Via Spluga all'uscita del Cardinello

E' il momento di approfondire la conoscenza di questo straordinario percorso. Anno 1800: il XIX secolo si apre sotto la stella di Napoleone, il cui splendore si impone in Europa dopo la folgorante battaglia di Marengo, con la quale sbaraglia gli Austriaci riprendendosi la Lombardia. Il geniale stratega è deciso a chiudere la partita con gli Asburgo ed i loro alleati Russi, imponendo la Francia come potenza egemone nel continente europeo, e sa che solamente minacciando una manovra a tenaglia su Vienna potrà piegarli.
Le condizioni sembrano maturare: il 5 dicembre, infatti, il suo generale Moreau sconfigge i Russi ad Hohenlinden, creando i presupposti per una manovra contro l’Austria che parta dalla Baviera. La seconda direttrice deve essere il Tirolo, e Napoleone decide di raccogliere le truppe necessarie richiamando anche l’armata dei Grigioni, al comando del generale MacDonald, costituita da circa 15.000 uomini. Il maresciallo conta di raggiungere Chiavenna passando per il passo dello Spluga, per poi ricongiungersi all’armata d’Italia.


Torrente Liro nella gola del Cardinello

Per guadagnare tempo, sceglie di sfruttare la mulattiera che da Montespluga scende ad Isola calandosi nella gola del Cardinello. Una scelta rischiosa, a dicembre inoltrato, pagata con un alto tributo di vite umane. Uomini, animali e pezzi di artiglieria cominciano, quindi, a scendere lungo il tracciato intagliato, in molti punti, nella viva roccia ed esposto su strapiombi che cadono a picco sul fondo della stretta valle scavata dal torrente Liro. Le vibrazioni provocate dal passaggio dell’armata provocano ben presto alcune slavine, che travolgono diversi soldati ed animali. Il panico fa il resto: cavalli e muli si spaventano, i soldati cercano come possono di calmarli, senza però riuscire ad evitare che altre bestie precipitino scivolando nei tratti esposti. Alla fine Isola è raggiunta, a prezzo, però, di numerose perdite.


Sentiero del Cardinello

Nel 1800 la mulattiera del Cardinello era una delle due vie praticate per raggiungere il passo dello Spluga da Campdolcino: si trattava della strada di sotto, la più antica, di origine romana, cui si affiancò, a partire dal 1226, la strada di sopra, che passava per gli Andossi (termine che significa “ai dossi”) di Medesimo e che aveva finito quasi interamente per soppiantare, all’inizio dell’età moderna, la prima. Fu nel secolo XVI che quest’ultima riprese importanza, in quando, per volontà dei Grigioni, che estendevano il loro dominio su Valtellina e Valchiavenna, fu allargata ed adattata al transito dei carri, con numerose opere che contribuirono a porne in sicurezza i tratti più esposti. Essa si inseriva, poi, nella storica Via dello Spluga, che da Como conduceva al passo.


Lago di Montespluga

Riprendiamo il racconto dell'escursione. Inizia il tratto più suggestivo, tagliato sul fianco strapiombante della valle, con alcuni tratti scalinati nella viva roccia. Alcuni corrimano, nei tratti che richiedono maggiore attenzione, non guastano, ed in generale bisogna procedere con prudenza, ed evitare di percorrere la mulattiera in presenza di neve o ghiaccio. La valle piega verso destra, cioè verso nord-est; mentre saliamo, appare improvvisa ed inattesa la muraglia della diga di Montespluga, che produce un singolare effetto di contrasto fra l’imponenza del manufatto e quella degli spalti rocciosi che la natura ha costruito in milioni di anni. Non manca molto all’uscita dalla valle: dopo aver superato un’ultima porta nella roccia, eccoci, infatti, al pianoro sommitale, ad est del punto nel quale la ss. 36 dello Spluga raggiunge la casa Cantoniera di Stuetta.


Apri qui una panoramica del lago di Montespluga

Senza prendere a destra in direzione della strada statale, proseguiamo sull’antico tracciato, che ci porta sull’imbocco occidentale (di sinistra) del camminamento che percorre lo sbarramento della grande diga costruita nel 1931, che ha una capienza di 32 milioni di metri cubi d’acqua. Lo scenario è di grande bellezza: sul lato opposto del grande lago artificiale di Montespluga (m. 1901), verso nord-est, appare l’elegante sequenza, da destra, dei pizzi Spadolazzo, Ursaregls e Suretta, che, con i suoi 3027 metri, domina questo gruppo montuoso. Più a destra, sullo sfondo, l’arrotondato profilo del pizzo di Emet. Attraversato il camminamento, la Via dello Spluga continua guadagnando leggermente quota e contornando poco alta il lato occidentale del lago di Montespluga, mentre sul lato opposto corre la strada statale.


L'albergo Posta a Montespluga

Dopo aver descritto un arco di cerchio verso sinistra, raggiungiamo il bucolico pianoro nel quale termina la Val Loga, estrema propaggine nord-occidentale delle montagne di Valchiavenna. Un ponticello ci permette di superare il torrente che scende dalla valle e di raggiungere le prime case di Montespluga (m. 1908), borgo nato per ospitare coloro che transitavano per il valico dello Spluga (m. 2115).
Attraversando il paese troviamo un pannello illustrativo racconta la sua storia: “La località fu nota fino agli inizi del XIX secolo come «Ca' de la montagna» per l'osteria-ospizio qui esistente fin dall'alto Medioevo, ma documentata solo a partire dal XIV secolo (oggi è l'albergo Vittoria). Uno scrittore degli inizi del Seicento annota «Uomini e giumenti troppo spesso perderebbero la loro vita su questo monte, se non vi fosse questo ricovero». Qui, quando infuriavano le bufere di neve si suonava una campana «per orientare i viaggiatori smarriti e chiamarli a pietoso rifugio durante la tempesta». L'ospizio fu poi ampliato nel XVIII secolo, e vi si ricavò una cappella, che fu posta sotto la giurisdizione della sede apostolica. Nel 1823, quando fu aperta la nuova carrozzabile dello Spluga da parte del regno lombardo-veneto sotto l'Austria, fu ristrutturata la dogana e sul lato opposto della strada fu costruita nel 1825 la chiesetta di San Francesco con pala del santo patrono che riceve le stimmate, firmata nel 1841 da Giovanni Pock. Alla Ca' i vettori dei «Porti» di Val del Reno e quelli di Val San Giacomo si scambiavano le merci dirette rispettivamente a sud e a nord del valico. Qui sostava e faceva dogana la corriera di Lindau, che già nel 1823 in trentasei ore correva dal Lago di Costanza a Milano.”


Montespluga

Riportiamo anche le notazioni di Giovanni Guler von Weineck, che, nell’opera “Rhaetia” (Zurigo, 1616), scrive: “Salendo dal villaggio di Spluga in cima al passo e scendendo poi un poca per il versante italiano, s'incontra un edificio in muratura detto Alla-casa, dove, durante le furiose tormente,si rifugiano le bestie da soma e di viandanti. Uomini e giumenti troppo spesso perderebbero la loro vita su questi monti, se non vi fosse questo ricovero. Il luogo circostante è cosi elevato, selvaggio e gelido, che non produce legna di sorta. Perciò la legna. necessaria per la cucina e per il riscaldamento, vi deve essere condotta a soma dal basso dl ambedue i versanti. Davanti al ricoverosi stende una pianura discretamente larga, che per otto mesi all'anno è coperta da un bianco strato di neve, mentre negli altri quattro mesi vi cresce un poco di erba e di pascolo.”


Lago di Montespluga

Ecco, infine, come G. B. Crollalanza, nella sua monumentale “Storia del contado di Chiavenna” (Milano, 1867), descrive questi luoghi:
A Teggiate s'incontra la prima Casa Cantoniera stabilita e mantenuta dal governo per dar ricovero e soccorso ai viaggiatori assaliti dalla tempesta, e alla Stuetta una seconda Cantoniera, dopo la quale si apre una spaziosa ma deserta pianura, in fondo a cui sorge la Casa detta della Montagna a 1904 metri sul livello del mare, antica dogana italiana, oggi semplice posto di guardie doganali. Quivi presso sorgono altre fabbriche ben costruite, fra le quali la chiesa, la casa del R. Cappellano, l'abitazione per l'Ingegnere di riparto e per gli altri inservienti della strada, ed un comodo albergo. In questo punto non è cosa rara che nell'inverno vi sia della neve che giunge fino alle finestre del primo piano, e duranti le tempeste si suona la campana della chiesa per guidare i viaggiatori.


Lago di Montespluga

Poco lungi dalla casa della Montagna s'incontra la terza Cantoniera, e quindi subito dopo la sommità dello Spluga, ove in quel luogo che à forma di piazza è marcato il confine fra l'Italia e la Svizzera. La elevatezza di questo punto sul livello del mare è di 2117 metri, e su quello del lago di Como è di 1919; ed una vecchia torre si trova alla sommità del passaggio, da dove volgendo le sguardo al ponente si scorge la bella aguglia di Tambohorn che servì di segnale trigonometrico con stupendi feldispati bianchi e turchini, e talco e clorite color d'uliva, in mezzo al gneis stratificato verticalmente, cui poi verso l'alpe di Loga congiungonsi la tormalina, la quarzite, l'orniblenda. Superata la vetta dello Spluga, la strada discende sino al paese grigione di questo nome, donde per la valle del Reno si va a Coira.”
Lo scenario, in passato, doveva, quindi, essere assai più severo: la convergenza e la circolazione delle correnti favorivano, nella zona del passo, abbondanti precipitazioni, per cui qui si poteva davvero sperimentare quanta fatica costasse all’uomo riuscire a convivere con le asperità del clima e della montagna. Oggi tutto appare più addomesticato ed ingentilito.


Apri qui una panoramica del passo dello Spluga

Ma vediamo come portare a termine l'ultimo tratto dell'escursione. Attraversando il paese lasciamo la ss 36 dello Spluga per prendene a sinistra e seguire l'antico tracciato che sale verso nord, sul lato sinistro (per noi) del vallone che scende dal passo dello Spluga (mentre la strada statale si snoda sul lato destro). Nel primo tratto saliamo un versante più dolce, poi ne tagliamo uno più ripido, superando tre vallette e raggiungendo, a quota 2063 m., l'ex Casa Cantoniera. Qui attraversiamo la ss 36 e passiamo sul lato occidentale del vallone, trovando tratti selciati ancora ben ben conservati dell’antica via Spluga. Seguendoli, in breve saliamo verso nord al valico dello Spluga (m. 2114), che raggiungiamo a destra rispetto alla strada statale. La via Spluga prosegue scende nella valle dell’Hüscherenbach, mentre noi ci fermiamo qui, a conclusione della seconda tappa che richiede circa 7 ore di cammino, necessarie per superare un dislivello approssimativo in altezza di 1060 metri.

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APPROFONDIMENTO: LA VIA DEL CARDINELLO

Luigi Brasca, nella monografia “Le montagne di Val San Giacomo” (CAI Torino, 1907), scrive: “Oggi la strada dello Spluga è percorsa ogni estate da una fiumana di turisti: ma quanti di costoro pensano alle memorie del passato, pur così rudemente vive negli avanzi delle strade romane e medioevali, che il tempo rispetta, ancora e più di quello che non abbian voluto gli uomini? Qua, là, tra le verdi erbe dei pianori al fondo della valle, o per entro le gole oscure, o sotto i macigni di una frana, appaiono ancora vestigia di muraglioni, di selciati, di torri; lì passavano le antiche mulattiere storiche, che videro le orde barbariche forse, le legioni di Stilicone, il livore di Barbarossa dopo il ricordo di Legnano, e il coraggio di Macdonald, … precursore dell’alpinismo invernale.


Sentiero del Cardinello

Certo che nessuno di quei condottieri famosi pensò che i posteri mattoidi avrebbero avuto la temerità di misurarsi con quei gioghi paurosi che incutevano tanto sacro terrore, … e men che meno poi che ci avrebbero trovato tanto gusto. Né la descrizione d’un passaggio come quello della Divisione Macdonald, compiuta dal 27 novembre al 4 dicembre del 1800, sotto una tormenta furiosa, doveva servire d’incoraggiamento. “Salendo da Tusizio” l’avanguardia condotta dal generale Laboissière, giunta “con penosi passi ed infinito anelito” quasi alla sommità del passo, è colta dalla bufera; “la quale, furiosamente soffiando sul dorso delle nevi ammonticchiate sopra quegli sdrucciolevoli gioghi, levava una orribile smossa di neve che con indicibile velocità e fracasso nelle sottostanti valli piombando, portò con sé a precipizio quanto le si era parato davanti”… i superstiti scapparono giù di nuovo a Splügen. Arrivato Macdonald, si ritenta la prova; passano tre squadre; ma, all’ultimo giorno, mentre deve passare la retroguardia, col Macdonald stesso, altra bufera come sopra; … “le guide, uomini del paese, atterrite, attestavano l’impossibilità di passare e l’opera loro ricusavano” … ma il Macdonald non cede, e si va avanti; … “le guide, piene di un alto terrore, tornavano indietro; spesso gli uomini sepolti, spesso dispersi…; si aggiungeva un freddo intensissimo, maggiore quanto più si saliva e che gli animi attristava e prostrava, e le membra con renderle, aggrezzava”. Finalmente, superato il passo, “rallegravansi dell’acquistata vita l’uno coll’altro, poiché si erano creduti morti…” … che il percorso seguito dall’antica mulattiera fosse pericoloso, e pericolosissimo poi d’inverno, è facile vedere, pensando che essa seguiva le due gole del Cardinello e del Liro, battute da frane e valanghe, ed ogni tanto devastate dalle piene del fiume.”


Sentiero del Cardinello

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APPROFONDIMENTO 2: MONTESPLUGA, LA VIA ED IL PASSO DELLO SPLUGA


Apri qui una panoramica del lago di Montespluga

Mntespluga ed il passo dello Spluga sono fra i più interessanti luoghi dell'arco alpino centrale. La loro storia riserva numerosi elementi di interesse e suggestione.
A Montespluga un pannello illustrativo racconta la sua storia: “La località fu nota fino agli inizi del XIX secolo come «Ca' de la montagna» per l'osteria-ospizio qui esistente fin dall'alto Medioevo, ma documentata solo a partire dal XIV secolo (oggi è l'albergo Vittoria). Uno scrittore degli inizi del Seicento annota «Uomini e giumenti troppo spesso perderebbero la loro vita su questo monte, se non vi fosse questo ricovero». Qui, quando infuriavano le bufere di neve si suonava una campana «per orientare i viaggiatori smarriti e chiamarli a pietoso rifugio durante la tempesta». L'ospizio fu poi ampliato nel XVIII secolo, e vi si ricavò una cappella, che fu posta sotto la giurisdizione della sede apostolica. Nel 1823, quando fu aperta la nuova carrozzabile dello Spluga da parte del regno lombardo-veneto sotto l'Austria, fu ristrutturata la dogana e sul lato opposto della strada fu costruita nel 1825 la chiesetta di San Francesco con pala del santo patrono che riceve le stimmate, firmata nel 1841 da Giovanni Pock. Alla Ca' i vettori dei «Porti» di Val del Reno e quelli di Val San Giacomo si scambiavano le merci dirette rispettivamente a sud e a nord del valico. Qui sostava e faceva dogana la corriera di Lindau, che già nel 1823 in trentasei ore correva dal Lago di Costanza a Milano.”


Montespluga

Riportiamo anche le notazioni di Giovanni Guler von Weineck, che, nell’opera “Rhaetia” (Zurigo, 1616), scrive: “Salendo dal villaggio di Spluga in cima al passo e scendendo poi un poca per il versante italiano, s'incontra un edificio in muratura detto Alla-casa, dove, durante le furiose tormente,si rifugiano le bestie da soma e di viandanti. Uomini e giumenti troppo spesso perderebbero la loro vita su questi monti, se non vi fosse questo ricovero. Il luogo circostante è cosi elevato, selvaggio e gelido, che non produce legna di sorta. Perciò la legna. necessaria per la cucina e per il riscaldamento, vi deve essere condotta a soma dal basso dl ambedue i versanti. Davanti al ricoverosi stende una pianura discretamente larga, che per otto mesi all'anno è coperta da un bianco strato di neve, mentre negli altri quattro mesi vi cresce un poco di erba e di pascolo.”


Lago di Montespluga

G. B. Crollalanza, nella sua monumentale “Storia del contado di Chiavenna” (Milano, 1867), a sua volta così descrive questi luoghi:
A Teggiate s'incontra la prima Casa Cantoniera stabilita e mantenuta dal governo per dar ricovero e soccorso ai viaggiatori assaliti dalla tempesta, e alla Stuetta una seconda Cantoniera, dopo la quale si apre una spaziosa ma deserta pianura, in fondo a cui sorge la Casa detta della Montagna a 1904 metri sul livello del mare, antica dogana italiana, oggi semplice posto di guardie doganali. Quivi presso sorgono altre fabbriche ben costruite, fra le quali la chiesa, la casa del R. Cappellano, l'abitazione per l'Ingegnere di riparto e per gli altri inservienti della strada, ed un comodo albergo. In questo punto non è cosa rara che nell'inverno vi sia della neve che giunge fino alle finestre del primo piano, e duranti le tempeste si suona la campana della chiesa per guidare i viaggiatori.


Lago di Montespluga

Poco lungi dalla casa della Montagna s'incontra la terza Cantoniera, e quindi subito dopo la sommità dello Spluga, ove in quel luogo che à forma di piazza è marcato il confine fra l'Italia e la Svizzera. La elevatezza di questo punto sul livello del mare è di 2117 metri, e su quello del lago di Como è di 1919; ed una vecchia torre si trova alla sommità del passaggio, da dove volgendo le sguardo al ponente si scorge la bella aguglia di Tambohorn che servì di segnale trigonometrico con stupendi feldispati bianchi e turchini, e talco e clorite color d'uliva, in mezzo al gneis stratificato verticalmente, cui poi verso l'alpe di Loga congiungonsi la tormalina, la quarzite, l'orniblenda. Superata la vetta dello Spluga, la strada discende sino al paese grigione di questo nome, donde per la valle del Reno si va a Coira.”
Lo scenario, in passato, doveva, quindi, essere assai più severo: la convergenza e la circolazione delle correnti favorivano, nella zona del passo, abbondanti precipitazioni, per cui qui si poteva davvero sperimentare quanta fatica costasse all’uomo riuscire a convivere con le asperità del clima e della montagna. Oggi tutto appare più addomesticato ed ingentilito.


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La Guida alla Valtellina edita dal CAI di Sondrio nel 1884 (II edizione), a cura di Fabio Besta, così presenta il passo dello Spluga: "Lo Spluga è fra i valichi delle Alpi conosciuti dai Romani, ma fino al 1818 non era sormontato che da una strada mulattiera. Federico Barbarossa nella sua quarta calata in Italia, prima della ricostruzione di Milano, passò questo valico e si fermò a Chiavenna. V'è un quadro nella Pinacoteca di Roma che ricorda questa presenza di Barbarossa in Chiavenna. Più tardi Macdonald dal 27 novembre al 4 dicembre 1800 fece valicare questo passo da una intera divisione destinata a coprire i fianchi dell'armata d'Italia... Intere valanghe furono da valanghe staccatesi dal monte trascinate in un burrone mentre tentavano attraversare la gola di Cardinello. La bella strada internazionale che attraversa lo Spluga venne costrutta per ordine del governo austriaco dal 1819 al 1821 sugli studi dell'ing. Carlo Donegani. Oltrepassato il giogo dello Spluga e la Terza Cantoniera (2067 m.) si giunge al piano della Casa, dove v'ha la dogana e una modesta osteria. La valle, qui sterile e tetra, è circondata da alte e scoscese montagne. Nell'invernola neve vi cade alta tanto da innalzarsi al di sopra del primo piano; cosicchè a volte per mettere in comunicazione la dogana colla vicina osteria è mestieri scavare entro la stessa neve una galleria."


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Queste note danno solo una prima ed approssimativa idea dell'importanza del passo dello Spluga, il quale, per la sua posizione centrale nell'arco alpini, costituì la più diretta via di comunicazione fra paesi di lingua germanica e bacino padano. Molto probabilmente fu valicato prima ancora degli albori della storia. I ritrovamenti nei siti del vicino Pian dei Cavalli attestano infatti la presenza di nuclei di cacciatori nomadi nel Mesolitico, cioè circa 10.000 anni fa. Questi cacciatori salivano al Pian dei Cavalli partendo da campi-base posti sul fondovalle (ma può darsi che venissero anche dal versante opposto della catena alpina), accendendo fuochi e collocando tende. Questo luogo consentiva loro di dominare la valle sottostante, avvistando le prede più ambite, i cervi. In epoca storica furono i Romani a sfruttare il valico nel contesto della campagna militare posta in atto tra il 16 ed il 7 a. C. per sottomettere le popolazioni retiche.


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Due documenti di età imperiale romana, infatti, riportano la via dello Spluga: si tratta dell'Itinerarium Antonini, redato al tempo di Diocleziano, e della Tavola Peutingeriana, copia medievale di una carta romana di età imperiale. Vi si menzionano Tarvedese, probabilmente Campodolcino, dove la strada vera e propria terminava, lasciando il posto alla mulattiera percorsa appunto da muli, che superava l'aspro versante della Valle del Cardinello e raggiungeva Cunu Areu, cioè Montespluga, pero pi salire al passo. Fino all'età medievale fu questa l'unica via per valicare il passo. Ad essa dal 1223 si affiancò quella che da Campodolcino saliva a Madesimo ed al passo di Emet. La prima rimase però la più utilizzata nella stagione invernale.


Isola

Al transito dei soldati seguì, per i passi dello Spluga, del San Bernardino e del Settimo, quello dei mercanti, che salivano per l'importante arteria che percorreva il lato occidentale del lago di Como, proseguiva fino a Chiavenna e di qui a Campodolcino, per lasciare poi il posto ad una larga mulattiera che forse veniva percorsa anche da piccoli carri. Raggiunto il passo dello Spluga, tenuto aperto anche d'inverno, il percorso scendeva fino alla valle del Reno Posteriore ed a Coira, seguendo la Viamala. Questo fu l'itinerario percorso per secoli dalle merci più diverse, fra cui cereali, riso, sale, latticini, vino, pelli, cuoio, tessuti, argenteria, armi, armature, spezie. La sua importanza economica indusse nel 1473 a porre in atto lavori per porre in sicurezza il transito attraverso la profonda forra della Viamala, mentre nel 1643 fu tracciata una via più sicura in un altro nodo critico di passaggio, la valle del Cardinello. I commerci venivano gestiti fin dal basso Medioevo da corporazioni di contadini-someggiatori, chiamate Porti, che ne detenevano il monopolio e curavano la manutenzione di strade e ponti. I trasporti venivano poi scanditi dalle soste, dove le merci venivano trasbordate a cura di operatori locali.
In quel periodo giungevano a Splügen, sul versante elvetico ai piedi del passo, da 300 a 400 animali da carico, che procedevano nelle "stanghe" composte da 6 o 7 bestie collegate da una speciale imbastatura e guidate da un somiere.


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Solo nel primo quarto dell'Ottocento la costruzione della carrozzabile del San Bernardino e di quella tracciata dall'ingegner Carlo Donegani allo Spluga fra il 1818 ed il 1823 modificò profondamente questo sistema. Sul versante italiano la strada dello Spluga abbandonava le pericolose gole del Cardinello sfruttando un percorso più sicuro con l'ardito tracciato che saliva a Pianazzo. Dopo l'alluvione del 1834 che ne danneggiò gravemente diversi tratti da Campodolcino ad Isola, venne costruito l'arditissimo tratto che coincide con il tracciato attuale, e che da Madesimo sale direttamente a Pianazzo, tagliando fuori Isola e risalendo il vertiginoso versante dello Scenc'. La nuova strada, aperta nel 1838, diede un grande impulso ai transiti commerciali e turistici, regalando per qualche decennio al passo dello Spluga il primato indicusso fra i valichi delle Alpi Centrali, tanto da giustificare i non indifferenti sforzi per tenerlo aperto lungo l'intero arco dell'anno.


Il passo dello Spluga

Il tramonto della sua centralità strategica fu poi segnato dall'apertura delle gallerie del Brennero (1867), del Moncenisio (1872) e del San Gottardo (1882). Per ovviare a questo delino venne formulato il progetto del traforo dello Spluga, che però non si concretizzò mai. I transiti commerciali terminarono, lasciando però il posto ai più diradati ma anche suggestivi transiti di turisti e viaggiatori. Non pochi furono gli artisti, gli scienziati ed i pensatori famosi che passarono per lo Spluga, da Erasmo da Rotterdam nel 1509 a Johann Wolfgang Goethe nel 1788, da William Turner nel 1843 a Friedrich Nietzsche nel 1872, da Jacob Burckhardt nel 1878 a Henry James, da Giosuè Carducci, che visitò il passo più volte durante i suoi soggiorni estivi a Madesimo tra il 1888 ed il 1905, ad Albert Einstein nel 1901, per citare solo i più famosi.


Apri qui una panoramica verso nord dal passo dello Spluga

Ecco, infine, la descrizione della strada dello Spluga da Campodolcino allo Spluga, così come si legge nella Guida alla Valtellina edita dal CAI di Sondrio nel 1884, a cura di Fabio Besta (II edizione): "Lasciato Campodolcino, la strada si va elevando verso Pianazzo per mezzo di arditi e stupendi andirivieni tagliati nel vivo masso, e che presentano all’atterrito viaggiatore uno spaventevole abisso. Lungo questo tratto di strada si scorge più volte la cascata maestosa di Pianazzo, e a sinistra del Liro quella più umile ma graziosissima che scende dai monti di Starleggia. Finalmente si penetra per entro una maestosa galleria tagliata sul vivo, trascorsa la quale si giunge alla predetta cascata di Pianazzo, che accogliendo le abbondanti acque del Medesimo si precipita da un soglio all'altezza di 200 metri nella sottoposta valle, dove va a confondersi col Liro colle sue fredde acque che scaturiscono dai vicini ghiacciai.


Lago di Montespluga

La nuova strada che da Pianazzo procede alla sommità dello Spluga evita la pericolosa gola del Liro fra Isola e Campodolcino, e ivi la vegetazione degli alberi incomincia a languire finchè sparisce del tutto. Però ad essa succedono estesi pascoli che nella stagione estiva danno alimento a molteplici armenti di ogni specie degli abitanti della pianura che vengon quivi a respirare l'aria salubre della montagna. Questa nuova strada sale a poco a poco a mezzo d'innumerevoli andirivieni lungo il declivio della montagna, ed è protetta contro le lavine da un paravalanghe aperto e da due lunghe gallerie murate e coperte di tettoje inclinate e appoggiate sopra piloni per facilitare lo sdrucciolamento della neve, e per entro le quali la luce penetra a mezzo di aperture fatte a guisa di cannoniere. Il paravalanghe, ossia la prima galleria, è detta delle Acque Russe, ossia delle acque minerali, le quali nel discendere lungo i dirupi del monte si coloriscono con un deposito rossiccio e formano graziose concrezioni calcari, ed è lunga circa 400 metri. Sotto questa galleria, e precisamente nel punto denominato il Passo della Morte, sì spalanca da un lato della strada un precipizio così profondo da oltrepassare í 360 metri sul suo livello inferiore. Passata questa galleria, l'antico sentiero posto sulla sinistra discendeva diretto e scabroso ad Isola in mezzo alla stretta gola del Cardinello; il qual passaggio era esposto alle lavine che nell'inverno minacciavano bene spesso la vita dei miseri viandanti. La seconda galleria è detta di Valbianca, ed è lunga metri 202, alla quale succede quella ancor più lunga di Buffalora, la quale si estende a metri 221: 80.


Isola

A Teggiate s'incontra la prima Casa Cantoniera stabilita e mantenuta dal governo per dar ricovero e soccorso ai viaggiatori assaliti dalla tempesta, e alla Stuetta una seconda Cantoniera, dopo la quale si apre una spaziosa ma deserta pianura, in fondo a cui sorge la Casa detta della Montagna a 1904 metri sul livello del mare, antica dogana italiana, oggi semplice posto di guardie doganali. Quivi presso sorgono altre fabbriche ben costruite, fra le quali la chiesa, la casa del R. Cappellano, l'abitazione per l'Ingegnere di riparto e per gli altri inservienti della strada, ed un comodo albergo. In questo punto non è cosa rara che nell'inverno vi sia della neve che giunge fino alle finestre del primo piano, e duranti le tempeste si suona la campana della chiesa per guidare i viaggiatori.


La cascata di Pianazzo congelata

Poco lungi dalla casa della Montagna s'incontra la terza Cantoniera, e quindi subito dopo la sommità dello Spluga, ove in quel luogo che à forma di piazza è marcato il confine fra l'Italia e la Svizzera. La elevatezza di questo punto sul livello del mare è di 2117 metri, e su quello del lago di Como è di 1919; ed una vecchia torre si trova alla sommità del passaggio, da dove volgendo le sguardo al ponente si scorge la bella aguglia di Tambohorn che servì di segnale trigonometrico con stupendi feldispati bianchi e turchini, e talco e clorite color d'uliva, in mezzo al gneis stratificato verticalmente, cui poi verso l' alpe di Loga congiungonsi la tormalina, la quarzite, l'orniblenda. Superata la vetta dello Spluga, la strada discende sino al paese grigione di questo nome, donde per la valle del Reno si va a Coira.
Da Pianazzo, deviando ora dalla strada postale, si può discendere al comune d'Isola, cui presentemente conviene con giusta ragione applicare questo nome, il perché tolta la via di comunicazione diretta con Campodolcino per le devastazioni del fiume nel 1834 restò quel paese isolato; e i suoi abitanti non ànno oggi altra risorsa fuori del prodotto del fieno e dei pascoli di cui abbonda il suo territorio. Dalla sommità più alta del monte che sorge sulla sinistra d'Isola in forma di argentea striscia si precipita il fiume Liro colle fredde sue acque che scaturiscono dai vicini ghiacciai
."


Montespluga

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APPROFONDIMENTO 3: LA VALLE DI SAN GIACOMO


Bandiera del Comune della Valle di San Giacomo

Quella che oggi è conosciuta come Valle Spluga, era chiamata in passato Valle del Liro, dal fiume che la percorre interamente, per 34 km, dal passo dello Spluga alla confluenza con la Mera, o, più propriamente, Valle di San Giacomo, dal suo centro amministrativo, San Giacomo-Filippo. Popolarmente è invalso l'uso di chiamarla "Val di Giüst".
Il suo versante occidentale è costituto dalla dorsale che la separa dalla Mesolcina, e che sale dal Pizzaccio (m. 2589), appena a nord del passo della Forcola, al pizzo Quadro (m. 3013), al monte Baldiscio (m. 2851) ed al pizzo Tambò (m. 3275), la massima elevazione della valle. Ad est, invece, il displuvio che separa il bacino del Liro, cioè del Po, da quello del Reno è scandito dai pizzi Stella (m. 3136), Groppera (m. 2849) ed Emet (m. 3210). Tributarie di questa valle sono, sul lato occidentale, da sud, le valli del Drogo, della Sancia, di Starleggia, Febbraro, Vamlera, dell'Oro, Schisarolo e Loga. Sul versante orientale, invece, vi confluiscono, sempre da sud, le valli d'Avero, Rabbiosa e Scalcoggia.
La sua importanza storica è legata all'antichissima ed importantissima via che, salendo da Chiavenna, valicava il passo dello Spluga, unendo il bacino padano ai paesi di lingua tedesca. Due documenti di età imperiale romana, infatti, riportano la via dello Spluga: si tratta dell'Itinerarium Antonini, redato al tempo di Diocleziano, e della Tavola Peutingeriana, copia medievale di una carta romana di età imperiale. Vi si menziona Tarvedese, probabilmente Campodolcino, dove la strada vera e propria terminava, lasciando il posto alla mulattiera percorsa appunto da muli, che superava l'aspro versante della Valle del Cardinello e raggiungeva Cunu Areu, cioè Montespluga, pero poi salire al passo.


Apri qui una panoramica su Montespluga

Fino all'età medievale fu questa l'unica via per valicare il passo. Ad essa dal 1223 si affiancò quella che da Campodolcino saliva a Madesimo ed al passo di Emet. La prima rimase però la più utilizzata nella stagione invernale. Raggiunto il passo dello Spluga, tenuto aperto anche d'inverno, il percorso scendeva fino alla valle del Reno Posteriore ed a Coira, seguendo la Viamala. Questo fu l'itinerario percorso per secoli dalle merci più diverse, fra cui cereali, riso, sale, latticini, vino, pelli, cuoio, tessuti, argenteria, armi, armature, spezie, con 300-400 passaggi giornalieri nell'età moderna. Alla vita dei commerci e dei transiti si affiancò, nei tempi passati, prima della recente esplosione dell'economia del turismo, quella dura ed improba dei valligiani che vivevano delle risorse della pastorizia e delle scarse colture.
Tutto ciò segnò profondamente il carattere di queste genti, così descritto, nel 1827, nel diario Onofrio Piazzi pubblicato nel numero del 1968 di "Clavenna" (Bollettino del Centro di Studi Storici Valchiavennaschi): "Il carattere dei montanari di Valle St. Giacomo è deciso, fermo, pronuciato, ricopiando esso in certo modo la severità dei boschi e gioghi locali. Anche le donne sono robiste ed ardite a segno di dividere coi loro mariti il rigore di grandi stenti, ora perigliando con essi di rupe in rupe ad atterrar piante e raccoglierne la legna, ora spogliando di selvatico fieno ermi dirupamenti, ed ora spingendo i passi alla custodia delle loro vetture sino alle vette dello Spluga, talvolta i mezzo al furente grandinar di nevi e di piogge, e tra il soffio crudele degli aquiloni. Di ogni disagio è consigliera la necessità! Siccome questi abitanti hanno brevissima circoscritta agricoltura di campi, nè in alcun modo sufficiente ai mezzi di vivere, così non perdonano essi a sorte di fatiche onde sussistere."


Apri qui una panoramica sulla Valle di San Giacomo da Starleggia

Mentre oggi il territorio della valle è occupato dai comuni di San Giacomo-Filippo, Campodolcino e Madesimo, in passato dal punto di vista amministrativo essa fu, fino all'età contemporanea, un'unica comunità regolata da Statuti propri, la cui prima stesura nota è del 1538, ma che risalgono ad epoca antecedente e sanciscono il distacco dalla giurisdizione civile (ma non penale) di Chiavenna. L'autonomia della Valle di San Giacomo risale infatti alla fine del secolo XII. Nel 1205 Valle e Mese comparivano come comuni e università, ovvero vicinie, corpi distinti con diritto di essere rappresentati da consoli nel comune di Chiavenna, e nel 1252 Chiavenna e la Valle avevano già estimi distinti. Nel 1335 gli Statuti di Como menzionano la comunità come “comune locorum de Valle”. Il 10 settembre 1346 si radunò un convocato del comune degli uomini di Valle in San Giacomo. Da tale documento il Buzzetti deduce che il territorio era allora abitato da Ugia a Porpiano, e Campodolcino si trovava ai limiti della zona abitata permanentemente, mentre il centro del comune era San Giacomo. In seguito, a causa dello sviluppo demografico di Fraci­scio, Isola, Pianazzo e Madesimo, il centro si spostò a Campodolcino
Quando le Tre Leghe Grigie divennero signore di Valtellina e Valchiavenna, nel 1512, confermarono l'autonomia privilegiata del comune e stabilirono di nominare un commissario a Chiavenna ed un podestà a Piuro, mentre la Val San Giacomo, in virtù di un rapporto privilegiato, eleggeva da sè il proprio ministrale, che giudicava autonomamente, coadiuvato da un luogotenente, nelle cause civili. In materia criminale, invece, la giurisdizione del commissario di Chiavenna si estendeva su tutto il contado. Tutto ciò è espresso nella forma più chiara in quanto si lege in un documento del 1639, redatto per volontà dei signori della contea di Chiavenna dal 1512, le Tre Leghe Grigie: "Di più separiamo tutta la detta valle Santo Giacomo nelle cose politiche da Chiavenna, in modo che essa valle Santo Giacomo nelle cose politiche sia un corpo separato, e non incorporato nel contado, anzi che abbia di fare e avere li suoi particolari e propri estimi, consoli di giustizia, ed altre ragioni politiche".


Apri qui una panoramica sulla Valle di San Giacomo dalla Motta di Madesimo

La condizione di relativo privilegio della valle, già affermata in età viscontea, deve la sua ragione alla posizione strategica per i commerci da e per i paesi della Germania meridionale. Gli Statuti del 1538 dividevano la valle in otto quartieri, San Giacomo, Monti di San Bernardo, Monti di Olmo e Somma Rovina, Campodolcino, Fraciscio, Starleggia e Pianaccio, cui si aggiungevano quattro squadre, due per Isola, Tegge e Rasdeglia.
La comunità di valle veniva retta da un console elettivo, che a sua volta sceglieva un consigliere per ciascun quartiere e squadra, con poteri specifici sui lavori necessari a ponti e strade. Ogni quartiere della Val San Giacomo aveva un proprio consiglio di quartiere e propri consoli, mentre al di sopra c’era un consiglio generale di valle. Massimo organo del comune era il consiglio di valle, che tenne la sua ultima riunione l'11 gennaio 1798. Il consiglio di quartiere, convocato dal consigliere di ogni quartiere della Val San Giacomo con preavviso settimanale, radunava i vicini, tutti gli uomini dai quindici anni in su, e si riuniva di domenica sulle piazze o all’interno delle chiese del quartiere. Il consiglio generale del comune coincideva con l’assemblea generale della Val San Giacomo, e rappresentava il consiglio dei quartieri e del popolo di valle, per cui non era assemblea unica, ma espressione di più assemblee decentrate. Il consiglio di valle era formato dal console o ministrale ed era emanazione diretta del consiglio generale. Si riuniva anche più volte al mese, nominava il ministrale, il luogotenente, i consoli di quartiere e gli ufficiali di comunità. Il luogo di riunione dei consigli, dapprima nel villaggio di San Giacomo, dal 1477 passò a Campodolcino.


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Con il sindacato generale del 27 febbraio 1650 la valle venne divisa in tre terzieri (nuclei dei futuri comuni), il "terzero di fuori" o di San Giacomo, con Monti di San Bernardo e Sommarovina e Lirone, il "terzero di mezzo" o Campodolcino, con Fraciscio, Starleggia, Vho e Portarezza, ed il "terzero di dentro", o di Isola, con Madesimo e Pianazzo, oltre alle squadre di Teggiate e Rasdeglia. Tale suddivisione è rappresentata nella bandiera della valle, divisa in tre fasce orizzontali, ognuna delle quali è a sua volta divisa in quattro strisce di colore nero, verde, rosso e giallo che rappresentano i quartieri di ogni terziere. Al centro campeggia uno scudetto rettangolare con l'immagine di San Giacomo, con la scritta “Vallis San Jacobi”.


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Dopo il Congresso di Vienna (1815) il comune unitario venne diviso nei tre comuni attuali, di San Giacomo-Filippo, Campodolcino e Isolato (poi Madesimo). Durante la dominazione asburgica della prima metà dell'Ottocento importanti opere viarie diedero un nuovo impulso alla via dello Spluga. L'ingegner Carlo Donegani progettò infatti la nuova strada realizzata tra il 1818 ed il 1823, che, sul versante italiano, abbandonava le pericolose gole del Cardinello sfruttando un percorso più sicuro con l'ardito tracciato che saliva a Pianazzo. Dopo l'alluvione del 1834 che ne danneggiò gravemente diversi tratti da Campodolcino ad Isola, venne costruito l'arditissimo tratto che coincide con il tracciato attuale, e che da Madesimo sale direttamente a Pianazzo, tagliando fuori Isola e risalendo il vertiginoso versante dello Scenc'. La nuova strada, aperta nel 1838, diede un grande impulso ai transiti commerciali e turistici, regalando per qualche decennio al passo dello Spluga il primato indicusso fra i valichi delle Alpi Centrali, tanto da giustificare i non indifferenti sforzi per tenerlo aperto lungo l'intero arco dell'anno.
Nella seconda metà dell'Ottocento, però, lo Spluga perse la sua centralità strategica, per l'apertura delle gallerie del Brennero (1867), del Moncenisio (1872) e del San Gottardo (1882). Per ovviare a questo delino venne formulato il progetto del traforo dello Spluga, che però non si concretizzò mai. I transiti commerciali terminarono, lasciando però il posto ai più diradati ma anche suggestivi transiti di turisti e viaggiatori. Non pochi furono gli artisti, gli scienziati ed i pensatori famosi che passarono per lo Spluga, da Erasmo da Rotterdam nel 1509 a Johann Wolfgang Goethe nel 1788, da William Turner nel 1843 a Friedrich Nietzsche nel 1872, da Jacob Burckhardt nel 1878 a Henry James, da Giosuè Carducci, che visitò il passo più volte durante i suoi soggiorni estivi a Madesimo tra il 1888 ed il 1905, ad Albert Einstein nel 1901, per citare solo i più famosi.


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G. B. Crollalanza, nella sua "Storia del Contado di Chiavenna" (Milano, 1867), traccia questo quadro della valle nella seconda metà dell'Ottocento: "La Valle San Giacomo, sebbene vada distinta per l'abbondanza de' fieni e de' pascoli ch'essa possiede, è però assai scarsa, e si potrebbe anche dir quasi priva di ogni altro prodotto; e i suoi cinquemila abitanti non potrebbero trovarvi la loro annuale sussistenza, se non traessero sostentamento dal trasporto delle mercanzie, e più col recarsi nella stagione iemale nella Lombardia e in Piemonte a distillare l'acquavite, mentre i più arditi emigrano per l'America, donde dopo otto o dieci anni ritornano ai loro poveri ma sempre amati tuguri col noniscarso frutto de' loro travagli, de' loro risparmi. Questa emigrazione viene inoltre compensata dagli abitanti di Colico, Piantedo, Sant'Agata, Sorico ed altri paesi che nella stagione calda vengono a ricovrarsi nella valle a fine di fuggire l'aria malsana della pianura, e a respirarci invece quella balsamica della montagna, conducendo il più di essi innumerevoli armenti di ogni specie, che fra que' monti trovano in estesi pascoli abbondante alimento.... Il principal ramo d'industria degli abitanti del contado, e specialmente di quelli della val San Giacomo, consiste nel bestiame bovino e nelle capre. ... Scarso è il numero dei cavalli...; più scarso ancora è quello degli asini e dei muli.... Scarso vi è pure il numero dei majali e dei gallinacci, e ciò dipende dalla penuria delle granaglie proveniente dalla troppo limitata estensione dei poderi. ... Nelle foreste più aspre e selvaggie spesso si incontrano lupi e orsi."
Ad oltre un secolo di distanza gli scenari sono radicalmente mutati: niente più lupi né orsi, se non qualche raro esemplare monitorato, frutto di progetti di reinserimento, niente più quadri di vita modesta e parsimoniosa. Complice l'esplosione dell'industria del turismo, impianti di salita e strutture per la villeggiatura estiva la fanno da padrone, soprattutto a Madesimo, ma anche a Campodolcino, rilanciando la valle sulla scia delle logiche del turismo globale del terzo millennio.


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