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Villa di Tirano (denominazione assunta dal 1863; prima era semplicemente "Villa") è comune dell’antico Terziere superiore di Valtellina, posto immediatamente ad ovest di Tirano e quindi dello sbocco della Valle di Poschiavo. Il suo territorio, che ha un’estensione di 2460 Kmq, si sviluppa su entrambi i versanti valtellinesi, quello retico settentrionale e quello della dorsale Monte Padrio-Valradega, che separa Valtellina e Valcamonica. Il centro amministrativo è nel nucleo di Villa di Tirano, ai piedi del versante retico. Il confine con il comune di Bianzone, ad ovest, sale dalla località Pioda (m. 403) e corre poco ad occidente del solco della Valle Maggiore, fino al punto più alto del territorio comunale, la Vetta o Dosso Salarsa (m. 2254), dov’è posto il cippo confinario n. 18 con la Confederazione Elvetica. Piegando ad est, il confine segue quindi quello di Stato, passando a monte delle aspre rupi del Sasso Lughina. Assume, quindi, la direzione sudest e taglia il ripido versante che cade sulla bassa Valle di Poschiavo, passando ad oriente dei prati di Lughina (m. 1469), Romaione (m. 1109) e Novaglia (m. 980), il bel terrazzo panoramico nascosto alle spalle della severa rupe che sovrasta Tirano, sul fianco occidentale dello sbocco della Valle di Poschiavo. Il confine scende, quindi, al fondovalle (lasciando fuori lo xenodochio di Santa Perpetua, nel territorio del comune di Tirano), fino al torrente Poschiavino, e lo segue per un tratto, fino alla confluenza nel fiume Adda. Sul versante opposto della valle si trova l’altro nucleo principale del comune, quello storicamente più antico, Stazzona. Il confine procede verso sud tagliando il versante a monte di Stazzona e la valle di Stazzona, fino alla bellissima riserva naturale del Pian di Gembro. Il confine piega quindi ad ovest e nordovest, ridiscendendo al fondovalle (passa ad ovest del nucleo di Santa Cristina e della frazione di Motta, anch’esse comprese nel territorio comunale di Villa), dove ritrova il fiume Adda, che segue per un tratto verso nord, fino alla località Pioda, dove il cerchio (si fa per dire) si chiude.
La storia del comune è strettamente intrecciata con quella della Valtellina e ricca di momenti significativi che meritano di essere raccontati. Antichissime le origini. Fin dall’età del bronzo questo territorio e quelli limitrofi conobbero insediamenti umani, com’è provato dai pugnali ritrovati nella vicina Piattamala (che però forse sono di origine gallica, cioè databili al IV sec. a. C.) ed dalla stele scoperta a Tirano (molto probabili sono le origini etrusche di Tirano, se è vera la derivazione di tale toponimo dai Tirreni, antico popolo del grande ceppo degli Etruschi, popolo di grande civiltà, che abitò l'Italia prima dei Romani).  L'antichissima presenza umana sul versante retico a monte di Villa è, poi, segnalata da diversi indizi: diverse coppelle preistoriche scoperte nella zona di Lughina; il dosso dei Pagani, probabile scenario dei riti celtici; la presenza del toponimo Jada, di sicura origine celtica.
Furono, però, i Romani a fare entrare Villa nella storia, dopo il 15 a.C., al tempo dell’imperatore Augusto, quando la zona montana retica fu conquistata con la campagna militare di Druso e divenne provincia romana. Il nucleo più antico del territorio di Villa fu assai probabilmente Stazzona. Essa, infatti, ha origine romana, come dimostrano il nome (dal latino “statio”, stazione di sosta nei percorsi dei militari in servizio di posta) ed una lapide che vi fu rinvenuta il 27 novembre 1872, conservata nel Museo archeologico di Sondrio. Su tale lapide si legge la seguente inscrizione sepolcrale: Pontico Germani F. A. Cussx Grsci F. Camunnis Medussx Grxci F. Sorori Hic Siti sunt. Stazzona era, dunque, tappa lungo una direttrice strategica tracciata dai Romani dopo aver acquisito il controllo della Rezia, direttrice che risaliva la Valcamonica, scendeva dall’Aprica (o forse dal Pian di Gembro), entrava in Valle di Poschiavo salendo fino al passo del Bernina e di qui proseguiva per Coira. Sempre al periodo romano risale il celebre “ponte di sasso”, che ancora oggi, dopo un bel restauro, si può ammirare appena a sud della ferrovia (anche se l’aspetto attuale è quello assunto dopo un restauro della struttura originaria). Il ponte, sotto il quale scorreva il fiume Adda fino ai primi decenni dell’Ottocento, era molto probabilmente posto sulla strada che congiungeva Stazzona con Villa di Tirano. A Villa giungeva anche una seconda fondamentale arteria nel sistema viario di probabile origine romana, la celebre via “Valeriana”, di cui molto si è scritto, senza conclusioni sicure. Questa strada percorreva l’intero fondovalle valtellinese fino all’imbocco della Valle di Poschiavo, dove si congiungeva con la già citata strada del Bernina, per Coira.
La disgregazione dell’Impero Romano d’occidente portò alle invasioni (o migrazioni, a seconda dei punti di vista) delle popolazioni germaniche e probabilmente la Valtellina fu inglobata, dopo il 489, nel regno ostrogoto di Teodorico, in quel medesimo V secolo nel quale si colloca la prima penetrazione del cristianesimo nella valle. Furono gettate le basi della divisione di Valtellina e Valchiavenna in pievi. “La divisione delle pievi”, scrive il Besta (Besta, Enrico,  "Le Valli dell’Adda e della Mera nel corso dei secoli. Vol. I: Dalle origini alla occupazione grigiona", Milano, Giuffrè, 1955), “appare fatta per bacini… aventi da epoche remote propri nomi, come è infatti accertato per i Bergalei, i Clavennates, gli Aneuniates”. Esse, dopo il mille, erano San Lorenzo a Chiavenna, S. Fedele presso Samolaco, S. Lorenzo in Ardenno e Villa, S. Stefano in Olonio e Mazzo, S. Eufemia o S. Pietro in Teglio, dei martiri Gervasio e Protasio in Bormio e Sondrio e S. Pietro in Berbenno e Tresivio; costituirono uno dei poli fondamentali dell'irradiazione della fede cristiana. Come si può notare, la pieve di San Lorenzo di Villa, posta fra quella di Santa Eufemia di Teglio e di Santo Stefano a Mazzo, testimonia come nell’alto medioevo (il primo nucleo della chiesa di San Lorenzo risale ai secoli VIII o IX) Villa fosse il centro di riferimento più importante di quella che poi sarà la parte inferiore del Terziere Superiore di Valtellina. Alla chiesa arcipresbiterale, dedicata a San Lorenzo, furono infatti soggette per secoli le terre di Stazzona e Bianzone e le parrocchie di Tirano, Poschiavo e Brusio.
L’offensiva Bizantina riconquistò probabilmente alla “romanità” le valli della Mera e dell’Adda, anche dopo l'irruzione e la conquista dei Longobardi (568); nell'VIII secolo, però, con il re Liutprando la Valtellina cadde sotto il dominio longobardo. Con i successori Rachis ed Astolfo, nel medesimo VIII secolo, Valtellina e Valchiavenna risultavano donate alla chiesa di Como. Sconfitti, nel 774, i Longobardi da Carlo Magno, Valchiavenna e Valtellina rimasero parte del Regno d’Italia, sottoposto alla nuova dominazione franca.
La frammentazione dell’Impero di Carlo portò all’annessione del Regno d’Italia al sacro Romano Impero. Il 3 settembre 1024 l’imperatore Corrado succedette ad Enrico II, inaugurando la dinastia di Franconia, e confermò al vescovo di Como i diritti feudali su Valtellina e Valchiavenna.
A questo periodo risalgono, probabilmente, due xenodochi che ancora oggi possiamo visitare, ricoveri importanti sulla già citata strada del Bernina, che cominciava a risalire il versante montuoso dalla contrada Ragno di Villa. Il primo è la chiesa dei Santi Remigio (o San Romerio o Romedio) e Pastore appare esistente già nell'ultimo quarto dell'XI secolo e risulta dagli atti che, già da allora, fosse alla stessa annesso un piccolo convento-xenodochio nel quale dimoravano pochi monaci. Analogo convento-ospizio esisteva anche in prossimità della chiesa di Santa Perpetua, della quale si hanno notizie certe solo dal tardo XII secolo. Entrambe le chiese si trovavano nel territorio della pieve di Villa.
Villa era allora soggetto alla signoria feudale del ramo di Stazzona dei Capitanei, feudatari plebani del Vescovo di Como (il loro nome significa, appunto, “capi” della pieve). Il loro castello originario molto probabilmente fu eretto poco sotto l’attuale contrada di Motta, in località Castelvetro (toponimo che significa, appunto, “castello vecchio”). In seguito venne eretto il castello sul dosso di S. Giacomo, ben visibile ad ovest di Stazzona. All’interno delle sue mura venne costruita, fra la fine del secolo XII e l’inizio del XIII, la chiesa di San Giacomo e Filippo. Nella medesima zona si trovava un piccolo monastero, forse fondato prima dell’anno Mille, di cui resta ancora qualche traccia di rudere. Sul versante opposto, più in alto (ad oltre 1400 metri, probabilmente nei pressi degli attuali prati di Lughina), si collocava un secondo castello, che apparteneva al Vescovo di Como, cui, fin dall’epoca romana, la Valtellina era soggetta. Fra Duecento e Trecento fecero, però, la loro comparsa a Stazzona, da Como, anche i primi membri della famiglia destinata ad acquisire larga influenza a Villa, quella dei Lambertenghi, che divennero “domini loci” di Villa di Tirano. La loro supremazia fu sancita dal possesso del castello di San Giacomo, probabilmente nel 1386. Sempre alla fine del Ducento risulta che la chiesa di San Lorenzo era officiata da un collegio canonicale composto da quattro canonicati e da un arciprete. Nella pieve esisteva anche una chiesa a Stazzona nella quale officiava un chierico.

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Nel 1335 Como, e con essa Valtellina e Valchiavenna, vennero inglobate nella signoria milanese di Azzone Visconti. Sul carattere generale di tale dominazione, scrive il Romegialli, nella sua "Storia della Valtellina" (1834): "Noi lontani da sospettosi loro sguardi; noi popoli di recente acquisizione, noi senza famiglia con motivo o forza da rivalizzare con essi; noi per più ragioni, da Visconti riguardati con amore e in pregio tenuti, dovettimo essere ben contenti dell'avvenuto mutamento. Aggiungasi che il nostro interno politico economico regime, poco tuttavia distava dal repubblicano. E diffatti ci erano serbate le antiche leggi municipali, e soltanto dove esse mancavano, dovevano le milanesi venire in sussidio... Deputava il principe, non già Como, alla valle un governatore... Il governatore chiamavasi anche capitano, al quale associavasi un giudice o vicario... I pretori ed ogni altro magistrato liberamente eleggevansi dal consiglio della valle; e il supremo tribunale, cui presiedeva il capitaneo, stava in Tresivio." La Valtellina era ripartita nei terzieri superiore (con capoluogo Tirano), di mezzo (con capoluogo Tresivio), inferiore (con capoluogo Morbegno); Teglio non faceva capo alle giurisdizioni di terziere. Il giudice generale di valle (poi governatore di valle) risiedeva in Tresivio. I nuovi signori curarono subito la redazione degli Statuti di Como (1335), nei quali Villa di Tirano figurava come “comune loci de Villa”.
La dominazione viscontea ratificò, quindi, il primato di Tirano, che si staccò religiosamente da Villa e la soppiantò come centro fondamentale del terziere superiore. Ne sono testimonianza la costruzione della poderosa cinta muraria e, ad inizio del Cinquecento, l’edificazione del Santuario dedicato alla Beata Vergine Maria apparsa al beato Omodei.
A metà del Quattrocento il collegio canonicale di San Lorenzo godeva però ancora di grande prestigio: dagli atti della visita pastorale compiuta dal vescovo Gerardo Landriani nel 1445 si desume che era composto dall’arciprete e da tre canonici non residenti; una delle prebende canonicali assommava a 4 fiorini al computo di soldi 32 imperiali per ogni fiorino, mentre le altre prebende avevano rendite inferiori.
Caduti i Visconti e terminata la breve esperienza della repubblica milanese (1447), i Milanesi accolsero per loro signore Francesco Sforza. Ma già cominciavano ad affacciarsi quelli che sarebbero stati, dal 1512, i nuovi signori delle valli dell’Adda e della Mera, le Tre Leghe Grigie (Lega Grigia, Lega Caddea e Lega delle Dieci Giurisdizioni, che si erano unite nel 1471 a Vazerol), che miravano ad inglobarle nei loro territori per avere pieno controllo dei traffici commerciali che di lì passavano, assicurando lauti profitti.
Le loro milizie invasero nel 1487 il bormiese, fra il febbraio ed il marzo, saccheggiando sistematicamente i paesi della valle da Bormio a Sondrio. Le truppe ducali si mossero per fermarne l’avanzata e, dopo alcuni episodi sfavorevoli, riuscirono a sconfiggerle nella piana di Caiolo. Non si trattò, però, di una vittoria decisiva e netta, come dimostra il fatto che le milizie grigione si disposero a lasciare la valle solo dopo la pace di Ardenno (1487), che prevedeva il cospicuo esborso, da parte di Ludovico il Moro, di 12.000 ducati a titolo di risarcimento per i danni di guerra.
Qualche anno dopo, nel 1495, si registrò una tappa fondamentale nella storia di Villa: i tre nuclei originari di Villa, Stazzona e Coseto (presso Stazzona), con il placet del signore di Valtellina Ascanio Sforza, si unirono. Villa costituì un comune unitario con Stazzona, che si unì a sua volta, a seguito di liti e controversie sorte per lo stato di disordine e commistione dell’estimo, con quello di Coseto nel 1495. Il nome del nuovo comune era Stazzona. L’atto di unione menziona i 5 cantoni costitutivi del comune: “Villa per lo primo; Cossero con tutti li fuochi (abitazioni) del piano per lo secondo; Capresalba per lo terzo; le contrade del Dosso con le altre contrade in summo lo monte (S. Cristina, ecc...) per lo quarto e la contrada di Zoncola, con le solite altre contrade, per lo quinto".
Gianluigi Garbellini, nell'articolo "Il "ponte di sasso" di Villa di Tirano - Uno spaccato di storia plurisecolare" (in Bollettino della Società Storica Valtellinese, 2002), traccia il seguente quadro del neonato comune: "Interessante per avere un'idea della consistenza dei due vecchi comuni il documento del 14 agosto 1464 riguardante la riforma dell'estimo: Cosseto veniva stimato in 14 lire imperiali e Stazzona (con Villa) in 60 lire imperiali e 5 soldi. Per meglio comprendere attraverso il confronto, è opportuno ricordare che Tirano risultava avere nello stesso atto un estimo di 112 lire e Sernio di 13 lire.
Il nuovo comune nato dalla fusione si estendeva su un'area abbastanza vasta, forse più densamente popolata sul versante orobico, data la presenza di varie contrade disseminate lungo il fianco della montagna, rispetto a Villa distribuita in una serie di piccoli nuclei lungo la fascia pedemontana retica.
Sarà infatti Stazzona a prevalere per diverso tempo su Villa, che pur era la sede della pieve. È noto come anche l'arciprete preferisse come sua residenza il borgo sul lato orobico, sotto la protezione del facoltoso casato dei Lambertenghi, subentrato ai Capitanei. Villa restava un rustico villaggio, allora sede esclusiva di famiglie dedite ai lavori agricoli, per cui l'arciprete era indotto a cercare la sua residenza ufficiale altrove, in un luogo che fosse più decoroso. Risulta che nel cuore del XV secolo l'arciprete di San Lorenzo abitava fuori dal territorio comunale di Villa, a Tirano, la cui chiesa dedicata a San Martino era però soggetta alla pieve e non ancora cura autonoma
."
Il comune assunse successivamente la sua articolazione amministrativa matura negli statuti propri approvati nel 1561 e successivamente riformati nel 1659. Aveva come organo deliberante un consiglio, composto da un consigliere eletto in rappresentanza di ciascun cantone (ma due per Coseto) e da un consigliere dei Lambertenghi, con a capo un decano o console, ufficio quest’ultimo remunerato, con durata annuale, ricoperto a turno dai cantoni. Con l’atto del 30 giugno 1495, decano e consiglieri venivano eletti sindaci e procuratori del comune, con piena facoltà, insieme con i rappresentanti dei Lambertenghi, di fare la revisione dell’estimo, da rivedersi successivamente ogni cinque anni. In base ai capitoli stabiliti, il consiglio poteva far vendite di “taverne, mensurate, accole, zudigerii”, e gestire le altre entrate del comune “con quelli capituli et ordini che a loro parirà”. Decano e consiglieri potevano fare ciascuno ordine “de gresie, pascui, de laborerij de Abdua, ponte, strata, et altra caduna cosa necessaria per dicto comune
Di lì a poco, nel 1500, Ludovico il Moro con la sconfitta di Novara, perse il ducato di Milano ad opera del re francese Luigi XII. Per dodici anni i Francesi furono padroni di Valtellina e Valchiavenna; il loro dominio, però, per dispotismo ed arroganza, lasciò ovunque un pessimo ricordo, cosicché il loro rovescio e l’inizio della dominazione delle Tre Leghe Grigie (1512) venne salutato non con entusiasmo, ma almeno con un certo sollievo. I nuovi signori proclamavano di voler esercitare un dominio non rapace e prepotente, ma saggio e rispettoso delle autonomie dei valligiani, chiamati "cari e fedeli confederati" nel misterioso patto sottoscritto ad Ilanz (o Jante) il 13 aprile 1513 (di cui si conserva solo una copia secentesca, sulla cui validità gli storici nutrono dubbi); Valtellina e Valchiavenna figuravano come paesi confederati, con diritto perciò di essere rappresentati da deputati alle diete; le Tre Leghe promisero, inoltre,di conservare i nostri privilegi e le consuetudini locali, e di non pretendere se non ciò che fosse lecito e giusto. Ma, per mettere bene in chiaro che non avrebbero tollerato insubordinazioni, nel 1526 abbatterono tutti i castelli di Valtellina e Valchiavenna (fra cui anche quello di San Giacomo sul dosso omonimo), anche perché non li potevano presidiare. Sulla natura di tale dominio è lapidario il Besta (op. cit.): "Nessun sollievo rispetto al passato; e men che meno un limite prestabilito alla pressione fiscale. Nuovi pesi si aggiunsero ai tradizionali... I Grigioni... ai primi di luglio del 1512... imponevano un taglione di 21.000 fiorini del Reno pel pagamento degli stipendiari del vescovo di Coira e delle Tre Leghe.... Per quanto si cerchi non si trova al potere dei Grigioni altro fondamento che la violenza. Sarà magari verissimo che i Grigioni non fecero alcuna promessa ai Valtellinesi; ma è anche vero che questi non promisero a loro una perpetua sudditanza".
Le Tre Leghe concessero, comunque, a Valtellina e Valchiavenna, pur nella subordinazione, un alto grado di autonomia. La Valle, sempre divisa in tre Terzieri, era amministrata da un consiglio detto di valle, con deputati nominati da ciascuna delle giurisdizioni, gli agenti di valle. Ogni deputato era nominato dal consiglio di una singola giurisdizione (a Sondrio ne erano riservati 3). I due contadi di Bormio e Chiavenna si amministravano autonomamente, ma, per le questioni di comune interesse, mandavano il loro voto per iscritto, o deputati delegati a rappresentarne gli interessi. Avevano propri codici e statuti Chiavenna, la valle S. Giacomo, Piuro, le singole giurisdizioni della Valtellina, e la contea di Bormio. Nel 1531 i Valtellinesi stesero un progetto di fusione delle leggi o statuti, e lo presentarono alla dieta o governo delle Tre Leghe Grigie, per l'approvazione col nome di Statuti di Valtellina, ove erano raccolte le disposizioni in materia civile e criminale e le discipline nel ramo acque e strade. Ogni comune, poi, aveva propri ordinamenti, chiamati Ordini comunali, approvati però dal governatore, come lo erano tutte le gride comunali, che ne portavano la firma, limitata però al nome di battesimo.
I grigioni sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 53 del 2000). Nel "communis Villae" vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 940 lire (per avere un'idea comparativa, Bianzone fa registrare un valore di 447 lire e Tirano di 2338 lire); i prati ed i pascoli hanno un'estensione complessiva di 9119 pertiche e sono valutati 3411 lire; i boschi sono valutati 7 lire; un ospizio viene valutato 75 lire; campi e selve (6232 pertiche) sono valutati 4685 lire; i vigneti sul versante di Stazzona si estendono per 248 pertiche e sono stimati 319 lire, mentre sul versante di Villa occupano 1140 pertiche e sono valutati 1900 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 11706 lire (per avere un'idea comparativa, Bianzone fa registrare un valore di 6714 lire e Tirano di 17770 lire).

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Non fu, in generale, il cinquecento secolo clemente, almeno nella sua prima metà: la natura si mostrò più volte piuttosto matrigna che madre. Nel 1513 la peste infierì in molti paesi della valle, Bormio, Sondalo, Tiolo, Mazzo, Lovero, Tovo, Tresivio, Piateda, Sondrio, Fusine, Buglio, Sacco, e Morbegno, portandosi via diverse migliaia di vittime. Dal primo agosto 1513 al marzo del 1514, poi, non piovve né nevicò mai, e nel gennaio del 1514 le temperature scesero tanto sotto lo zero che ghiacciò perfino il Mallero. L’eccezionale ondata di gelo, durata 25 giorni, fece morire quasi tutte le viti, tanto che la successiva vendemmia bastò appena a produrre il vino sufficiente ai consumi delle famiglie contadine (ricordiamo che il commercio del vino oltralpe fu l’elemento di maggior forza dell’economia della Valtellina, fino al secolo XIX). Le cose andarono peggio, se possibile, l’anno seguente, perché nell’aprile del 1515 nevicò per diversi giorni e vi fu gran freddo, il che arrecò il colpo di grazia alle già duramente colpite viti della valle. Nel comune di Sondrio, annota il Merlo, cronista del tempo, vi furono in tutto solo un centinaio di brente di vino. Nel 1526, annota sempre il Merlo, la peste tornò a colpire nel terziere di Mezzo, e ne seguì una dura carestia, come da almeno un secolo non si aveva memoria. L’anno successivo un’ondata di freddo e di neve nel mese di marzo danneggiò di nuovo seriamente le viti. Dalle calende d’ottobre del 1539, infine, fino al 15 aprile del 1540 non piovve né nevicò mai, tanto che, scrive il Merlo, “per tutto l’inverno si saria potuto passar la Montagna dell’Oro (cioè il passo del Muretto, dall’alta Valmalenco alla Val Bregaglia) per andar verso Bregaglia, che forse non accadè mai tal cosa”. La seconda metà del secolo, infine, fu caratterizzata da una grande abbondanza di inverni rigidi e nevosi ed estati tiepide, nel contesto di quel tendenziale abbassamento generale delle temperature, con decisa avanzata dei ghiacciai, che viene denominato Piccola Età Glaciale (e che interessò l’Europa fino agli inizi dell’Ottocento). C’è davvero di che far meditare quelli che (e non sono pochi) sogliono lamentarsi perché non ci sono più le stagioni di una volta…
Le notazioni cronachistiche sull’andamento della produzione vinaria si spiegano per la sempre crescente importanza assunta dalla coltura della vite dopo l’inizio della dominazione grigiona: il vino era merce assai ricercata sui mercati delle Tre Leghe, il che diede grande impulso al terrazzamento dei versanti retici, quell’incredibile e certosina opera che permise di strappare alla montagna preziosissimi fazzoletti di terra sui quali impiantare la vite. Di conseguenza, il versante retico assunse importanza maggiore rispetto a quello orobico: di qui il primato di Villa su Stazzona, testimoniato dal progressivo trasferimento dall’uno all’altro nucleo della residenza delle più importanti famiglia, a partire dai Lambertenghi.
Un quadro della situazione a cavallo fra Cinquecento e Seicento ci viene offerto dalla celebre opera di Giovanni Guler von Weineck (governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel biennio 158788), “Raetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616 (e tradotta in italiano dal tedesco da Giustino Renato Orsini): “Discendendo da Tirano lungo la vallata, si arriva anzitutto dopo un'ora a Stazzona. dove risiede la nobile famiglia dei Lambertenghi: ma più in alto, sul monte, stanno alcune frazioni quali Muscano, Santa Cristina, S. Rocco e la :dotta. Tutte queste, insieme col villaggio di Stazzona, dipendono dal Comune di Villa, paese che giace al di là dell'Adda, lungo la sponda destra. Nel medesimo territorio, venendo dalla Madonna di Tirano, si incontra anzitutto il piccolo villaggio di Ragno, poi la frazione dí Val Pilasca e quindi il borgo di Villa, cospicuo perchè capoluogo della pieve. Anche le case poste oltre Villa, nella località detta al Torchio. appartengono a questo comune. In Villa primeggia la famiglia Torelli.”.
E ancora: “I De Capitani hannofondato il convento di monache a S. Lorenzo, sopra Sondrio, l'altro convento di monache a Santa Perpetua e a San Romerio presso Tirano, il canonicato di S. Giacomo in Valmalenco e il beneficio di S. Giacomo a Stazzona, insieme con molti altri benefici; da loro venne anche edificato il castello di Stazzona, quello di Santa Perpetua presso Tirano e quello di Valmalenco, insieme con parecchi altri.”
Nel medesimo periodo le Tre Leghe Grigie concessero al vescovo di Como Feliciano Ninguarda, per la sua origine morbegnese, il permesso di effettuare una celebre visita pastorale, nel 1589, di cui diede un ampio resoconto pubblicato nella traduzione di don Lino Varischetti e Nando Cecini. Vi si legge, della parrocchia di Villa di Tirano:
Il borgo di Villa, situato oltre l'Adda, ai piedi della montagna, dista da Teglio quattro miglia, cioè due miglia e mezzo di discesa dal monte di Teglio ed uno e mezzo risalendo dalla pianura: è assai sparso e conta circa cento famiglie tutte cattoliche: la chiesa arcipretale è dedicata a S. Lorenzo Martire e vi tiene cura l'arciprete con tre canonici. L'arciprete è il rev. Gio. Pietro Landriano milanese, dottore in diritto civile ed ecclesiastico, uomo erudito e abbastanza zelante. I canonici sono: prete Melchiorre Santino di Val di Sole, diocesi di Trento, prete Gio. Maria Carcano di Tirano, e prete Marcantonio da San Pietro di Bianzone, ma nessuno di questi sacerdoti, eccetto l'arciprete, tiene la residenza; infatti prete Marcantonio funge da parroco a Pegno nell'arcipretura di Gravedona sul lago di Como, e prete Gio. Maria governa il priorato di Piona, pure sul lago di Conio, mentre prete Melchiorre Santino è vicecurato, per conto dell'arciprete, a Stazzona che dista un miglio dalla chiesa matrice. L'arciprete mantiene un cappellano che lo aiuta nell'amministrazione dei Sacramenti e attualmente il cappellano è un certo prete Giovanni Foppoli di Mazzo. Sopra Stazzona, a mezza montagna, vi è la chiesa dedicata ai Santi
All'estremità del borgo di Villa sorge una elegante e pregevole chiesa dedicata a San Francesco: è stata recentemente costruita da un nobile e piissimo cittadino di nome Bernardo Lambertenghi a fianco della sua dimora e di cui s'è riservato il diritto di patronato: è consacrata e abbondantemente beneficiata e provvista di vari calici preziosi, di paramenti e di altri ornati e messali: ne è cappellano
un religioso carmelitano frate Angelo Antonio Poloto di Brescia che abita col suddetto patrono nelle case adiacenti dove è provvisto di ogni necessità. Giacomo e Filippo, è consacrata e dotata di redditi per ottanta corone: il beneficio è in possesso di Giovan Antonio Omodei di Tirano tuttora chierico che attende agli studi in Roma: ha l'obbligo di far celebrare tre o quattro messe settimanali e mantiene un cappellano per soddisfare a questo onere beneficiario e attualmente vi tiene servizio un religioso domenicano frate Filippo Cibo di Firenze, a cui si danno per il servizio trentatre corone: costui è forzato però a passare quattordici corone ogni anno al collegio eretico di Coira.”

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Poi venne il Seicento. Secolo di segno ben diverso, nel quale le ombre sopravanzarono di gran lunga le luci, nel Chiavennasco ed in Valtellina.
Nel 1614 si colloca la visita pastorale del vescovo Filippo Archinti, dal cui resoconto risulta che nella pieve di Villa la chiesa collegiata plebana di San Lorenzo aveva un collegio canonicale composto da tre canonici, di cui solo uno residente, e dall’arciprete, che risiedeva a Stazzona. Nel corso del medesimo secolo furono poi erette, nel territorio della pieve, le parrocchie di Baruffini (1638), Stazzona (1640), Cologna (1656) e Santa Cristina nella località omonima.
Le dense nubi che gravarono sul cielo del secolo XVIII non tardarono ad addensarsi. Sin dal funesto 1618: in Europa ebbe inizio la Guerra dei Trent’Anni, nella quale Valtellina e Valchiavenna furono coinvolti come nodi strategici fra Italia e mondo germanico; a Sondrio, al colmo delle tensioni fra cattolici e governanti grigioni, che favorivano i riformati in valle, venne rapito l’arciprete Niccolò Rusca, condotto a Thusis per il passo del Muretto e fatto morire sotto le torture; la medesima sera della sua morte, il 5 settembre 1618, dopo venti giorni di pioggia torrenziale, al levarsi della luna, venne giù buona parte del monte Conto, seppellendo le 125 case della ricca e nobile Piuro e le 78 case della contrada Scilano, un evento che suscitò enorme scalpore e commozione in tutta Europa. Due anni dopo, il 19 luglio del 1620, si scatenarono la rabbia della nobiltà cattolica, guidata da Gian Giacomo Robustelli, la sollevazione antigrigione e la caccia al protestante, nota con l’infelice denominazione di “Sacro macello valtellinese”, che fece quasi quattrocento vittime fra i riformati. Fu l’inizio di un periodo quasi ventennale di campagne militari e battaglie, che videro nei due schieramenti contrapporsi Grigioni e Francesi, da una parte, Imperiali e Spagnoli, dall’altra. La reazione delle Tre Leghe non si fece attendere: corpi di spedizione scesero dalla Valchiavenna e dalla Valmalenco. La battaglia di Tirano liberò provvisoriamente la Valtellina dalla loro signoria, ma un’alleanza fra Francia, Savoia e Venezia, contro la Spagna, fece nuovamente della valle un teatro di battaglia. Le vicende belliche ebbero provvisoriamente termine con il trattato di Monzon (1626), che faceva della Valtellina una repubblica quasi libera, con proprie milizie e governo, ma soggetta ad un tributo nei confronti del Grigioni. Ma la valle godette solo per breve periodo della riguadagnata pace: il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 163031 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo.
Neppure il tempo per riaversi dall'epidemia, e la guerra di Valtellina tornò a riaccendersi, con le campagne del francese duca di Rohan, alleato dei Grigioni, contro Spagnoli ed Imperiali. Il duca, penetrato d'improvviso in Valtellina nella primavera del 1635, con in una serie di battaglie, a Livigno, Mazzo, S. Giacomo di Fraele e Morbegno, sconfisse spagnoli e imperiali venuti a contrastargli il passo. Poi, nel 1637, la svolta, determinata da un inatteso rovesciamento delle allenze: i Grigioni, che pretendevano la restituzione di Valtellina e Valchiavenna (mentre i Francesi miravano a farne una base per future operazioni contro il Ducato di Milano), si allearono segretamente con la Spagna e l'Impero e cacciarono il Duca di Rohan dal loro paese. Le premesse per la pace erano create e due anni dopo venne sottoscritto il trattato che pose fine al conflitto per la Valtellina: con il Capitolato di Milano del 1639 i Grigioni tornarono in possesso di Valtellina e Valchiavenna, dove, però l’unica religione ammessa era la cattolica. I Grigioni restaurarono l'antica struttura amministrativa, con un commissario a Chiavenna, un podestà a Morbegno, Traona, Teglio, Piuro, Tirano e Bormio, ed infine un governatore ed un vicario a Sondrio.
La seconda metà del secolo ed il successivo Settecento furono caratterizzati dall’incremento del flusso migratorio. Gli emigranti, però, conservarono sempre un forte legame con il paese d’origine; le loro rimesse consentirono, nella seconda metà del seicento e nel settecento, quel fiorire di ristrutturazioni di chiese preesistenti e di erezioni di nuove chiese che caratterizza l’intera Valtellina. A Villa, in particolare, risalgono al secolo XVII la ristrutturazione della plebana di San Lorenzo e della chiesetta di quella di Santa Cristina; al secolo XVIII risalgono l’edificazione delle chiese di S. Antonio da Padova, di San Rocco e San Sebastiano al Reola, oltre alla ristrutturazione della chiesetta della Madonna della Neve.
A partire dal Settecento, inoltre, la situazione economica migliorò progressivamente. La ripresa settecentesca non fu, però, priva di arresti e momenti difficili, legati soprattutto ad alcuni inverni eccezionalmente rigidi, primo fra tutti quello memorabile del 1709 (passato alla storia come “l’invernone”, “l’inverno del grande freddo”), quando, ad una serie di abbondanti nevicate ad inizio d’anno, seguì, dal giorno dell’Epifania, un massiccio afflusso di aria polare dall’est, che in una notte gelò il Mallero e parte dell’Adda. Ed ancora, nel 1738 si registrò una nevicata il 2 maggio, nel 1739 nevicò il 27 ed il 30 marzo con freddo intenso, nel 1740 nevicò il 3 maggio, con freddo intenso e nel 1741 nevicò a fine aprile, sempre con clima molto rigido e conseguenze disastrose per le colture e le viti.
Francesco Saverio Quadrio, nelle “Dissertazioni criticostoriche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina” del 1757 (edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), ci offre le seguenti notizie sulla comunità di Villa a metà del settecento: “Villa, Stazzona, e Coseto formano la decima Comunità: perciocchè all'usanza delle antiche Cose, essendosi Stazzona ridotta a non molta Terra, per le rovine in particolare del vicino formidabil Torrente, si è congiunta con Villa cresciuta in progresso per le sue rovine a maggior grandezza. Anzi a questa la Comunità altresì di Coseto vi si è aggregata, che prima da se sola formava un ragguardevole Comune. Stazzona però come antichissima, non ostante che inferiore al presente di Stato a Villa, la sua preminenza ha ognor ritenuta, dovendosi colà i Villesi portare ogni volta, che Consiglio alcuno si ha della Comunità a tenere. Questa Comunità è quinci formata di cinque Cantoni, che sono Villa, a cui s'aspetta di qua dall'Adda alla destra, i Piatti, il Ragno, Novaglia, il Ronco Maggiore, la Valpilasca, Sommovico, Revola, e i Torchi: di là dall'Adda sono Stazzona, dove a San Giacomo un Castello v'aveva, ristabilito da' Capitanei, del qual però ora non riman, che la Torre, Muscano, S. Cristina, e la Motta. Fiorirono quivi ab antico i Capitanei, o Catanei, i Lambertenghi, i Morelli, i Missiani, oggi detti Misani, i della Porta, e i Torelli.”
Il catalogo della visita pastorale del vescovo di Como Gianbattista Mugiasca (1766) registra 1390 anime a Villa, 1215 a Stazzona colla Motta e 504 a Santa Cristina (per un confronto, gli abitanti di Bianzone sono 800 e quelli di Tirano 4060).

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Nel Settecento il malcontento contro il dominio delle Tre Leghe Grigie nelle due valli crebbe progressivamente, soprattutto per la loro pratica delle di mettere in vendita le cariche pubbliche. Tale vendita spettava a turno all'una o all'altra delle Leghe e chi desiderava una nomina doveva pagare una cospicua somma di denaro, di cui si sarebbe rifatto con gli interessi una volta insediato nella propria funzione, esercitandola spesso più per amore di lucro che di giustizia. Gli abusi di tanti funzionari retici, l'egemonia economica di alcune famiglie, come quelle dei Salis e dei Planta, che detenevano veri e propri monopoli, diventarono insopportabili ai sudditi. Il malcontento culminò, nell'aprile del 1787, con i Quindici articoli di gravami in cui i Valtellinesi (cui si unirono i Valchiavennaschi, ad eccezione del comune di S. Giacomo) lamentavano la situazione di sopruso e denunciavano la violazioni del Capitolato di Milano da parte dei Grigioni, alla Dieta delle Tre Leghe, ai governatori di Milano e, per quattro volte, fra il 1789 ed il 1796, alla corte di Vienna, senza, peraltro, esito alcuno. Per meglio comprendere l’insofferenza di valtellinesi e valchiavennaschi, si tenga presente che la popolazione delleTre Leghe, come risulta dal memoriale 1789 al conte di Cobeltzen per la Corte di Vienna, contava circa 75.000 abitanti, mentre la Valtellina, con le contee, superava i 100.000. Fu la bufera napoleonica a risolvere la situazione, con il congedo dei funzionari Grigioni e la fine del loro dominio, nel 1797.
Si trattò di una svolta importante, sulla quale il giudizio degli storici è controverso; assai severo è Dario Benetti (cfr. l’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota”, in “Sondrio e il suo territorio”, IntesaBci, Sondrio, 2001), per il quale la dominazione francese rappresentò l’inizio di una crisi senza ritorno, legata alla cancellazione di quei margini di autonomia ed autogoverno riconosciuti durante i tre secoli di pur discutibile e discussa signoria delle Tre Leghe Grigie: ”L’1 aprile 1806 entrò in vigore nelle nostre valli il nuovo codice civile, detto Codice Napoleone, promulgato nel 1804. A partire da questo momento si può dire che cessi, di fatto, l’ambito reale di autonomia delle comunità di villaggio che si poteva identificare negli aboliti statuti di valle. I contadinipastori continueranno ad avere per lungo tempo una significativa influenza culturale, ma non potranno più recuperare le possibilità di un pur minimo autogoverno istituzionale, soffrendo delle scelte e delle imposizioni di uno Stato e di un potere centralizzati. Già l’annessione alla Repubblica Cisalpina, peraltro alcuni anni prima, il 10 ottobre 1797, dopo un primissimo momento di entusiasmo per la fine del contrastato legame di sudditanza con le Tre Leghe, aveva svelato la durezza del governo francese: esso si rivelò oppressivo e contrario alle radicate tradizioni delle valli; vennero confiscati i beni delle confraternite, furono proibiti i funerali di giorno, fu alzato il prezzo del sale e del pane, si introdusse la leva obbligatoria che portò alla rivolta e al brigantaggio e le tasse si rivelarono ben presto senza paragone con i tributi grigioni. Nel 1798 a centinaia i renitenti alla leva organizzarono veri e propri episodi di guerriglia, diffusi in tutta la valle: gli alberi della libertà furono ovunque abbattuti e sostituiti con croci.. Nel 1797, dunque, la Valtellina e contadi perdono definitivamente le loro autonomie locali, entrano in una drammatica crisi economica e inizia la deriva di una provincializzazione, di una dipendenza dalla pianura metropolitana e di un isolamento culturale e sociale che solo gli anni del secondo dopoguerra hanno cominciato a invertire”.
Per alcuni mesi, dopo il 1797, comunque, rimase in piedi l'ipotesi di un'aggregazione di Valtellina e Valchiavenna come Quarta Lega alla federazione grigiona, cui non erano contrari né Napoleone né Diego Guicciardi, cancelliere di Valle del libero popolo valtellinese. Il sorprendente voto nei comuni delle Tre Leghe Grigie, di cui giunse notizia il primo settembre 1797, chiuse, però, definitivamente questa prospettiva: 24 si espressero contro, 21 a favore, 14 si dichiararono incerti e 4 si astennero. Di conseguenza il 10 ottobre 1797 Napoleone dichiarò Valtellinesi e Valchiavennaschi liberi di unirsi alla Repubblica Cisalpina. Seguì, il 22 ottobre, l'unione della Valtellina e dei Contadi di Bormio e Chiavenna alla Repubblica Cisalpina ed il 28 ottobre la confisca delle proprietà dei Grigioni in Valtellina. A quella data il comune di Villa aveva 3.601 abitanti complessivi.
Alla Repubblica Cisalpina seguì, nel 1805, il Regno d’Italia. Nel prospetto del numero, nome e popolazione dei comuni del dipartimento dell’Adda secondo il decreto 22 dicembre 1807, il comune denominativo di Villa, con 3.530 abitanti totali, figurava composto dalle frazioni di Maranta (124), Peita e Morelli (304), Novajoli ed Ova (250), Sonvico (212), Valpilasca (72), Ragno e Piatte (157), Foppa e Salvadori (184), Serada (280), Sant’Antonio e Seledo (390), Campagna (376), Stazzona (360), Musciano (105), San Rocco (70), Santa Cristina (156), Motta (29prospetto dei comuni 1807).
Al di là dei freddi dati amministrativi, va ricordato che fu, questo, un vero e proprio periodo di crisi nella storia di Villa e di buona parte della Valtellina. Ne tratteggia efficacemente le linee di fondo la bella monografia “Villa nel tempo", curata dalla Scuola media Trombini Sezione staccata di Villa di Tirano (aa.ss. 2002/2003/2007): “Va poi tenuto presente che l'entrata della valle a far parte di uno stato centralizzato, con coscrizione obbligatoria, sottraeva molte forze di giovani validi ai lavori agricoli. La situazione sociale peggiorò notevolmente e si ebbero vaste manifestazioni di protesta, e perfino di ribellione aperta. La più significativa si ebbe nel 1809, quando vi fu una rivolta antifrancese, con epicentro nella zona tra Sondrio e Tirano. Villa fu il paese più direttamente interessato: il 14 maggio 1809 si svolse nel piano una battaglia tra le bande dei rivoltosi, disorganizzate e male armate e le truppe del generale Polfranceschi, inquadrate ed armate di cannoni: 17 ribelli rimasero sul campo, di cui ben 10 Villaschi. E' opportuno riportare i loro nomi: Colombino Paolo fu Giacomo; Bassi Giacomo fu Paolo; Ronco Andrea fu Andrea, Scaletti Vincenzo fu Antonio; Merlo Girardini Pietro di Gerardo, Colombini Maria fu Giovanni, moglie di Pietro Poletti; Zanolari Martino fu Giovanni; Piato Lorenzo fu Giovanni; De Meo Giovanni di Pietro; Borserio Domenico fu Pietro. Come si può vedere, si trattava per la maggior parte di persone mature (ben 8 risultano figli di persone già morte), che certamente non avevano partecipato alla sommossa per puro divertimento, o per ardore giovanile, ma evidentemente spinti dal bisogno.
Sotto la stessa spinta, iniziò, in quel periodo, anche il fenomeno che, fino a quasi i giorni nostri, ha caratterizzato il Tiranese e Villa in particolare: quello del contrabbando. il fenomeno dilagò, tanto che due anni dopo passarono sul sentiero di Santa Perpetua (il "Sentée dài Màlviwent", come ancora oggi è chiamato) oltre cento contrabbandieri di sale, armati. Appare comprensibile, quindi, quanto avvenuto l'anno successivo, quando la reazione popolare sfociò in ribellione aperta.”
Di lì a poco Napoleone cadde, lasciando ai posteri il problema di formulare l'ardua sentenza sulla sua vera gloria; il Congresso di Vienna, nel 1815, anche grazie all'operato della delegazione costituita dal chiavennasco Gerolamo Stampa e dal valtellinese Diego Guicciardi, sancì l'aggregazione del dipartimento dell’Adda al Regno Lombardo-Veneto, sotto il dominio della casa d’Austria.
Il dominio asburgico fu severo ma attento alle esigenze della buona amministrazione e di un’ordinata vita economica, garantita da un importante piano di interventi infrastutturali. Venne tracciata la strada principale che percorreva bassa e media Valtellina, fino a Sondrio, poi prolungata fino a Bormio. Venne tracciata la carozzabile da Colico a Chiavenna, e, fra il 1818 ed il 1822, la strada dello Spluga, la prima grande strada che attraverso le Alpi centrali mettesse in comunicazione la pianura lombarda con la valle del Reno. Tra il 1820 e il 1825 anche Bormio fu allacciata alla valle dell'Adige con l’ardita strada dello Stelvio progettata dall’ingegner Carlo Donegani, che già aveva progettato la via dello Spluga. Nel 1831, infine, fu inaugurata la strada lungo la sponda orientale lariana, da Colico a Lecco, che consentì alla provincia di Sondrio di superare lo storico isolamento rispetto a Milano ed alla pianura lombarda. Agli ultimi anni della dominazione asburgica (1855) risale anche il rifacimento della carozzabile che da Tresenda saliva all'Aprica, passando per la frazione della Motta; la strada fu, poi, prolungata fino a Edolo nei primi anni del nuovo Regno d'Italia, mettendo in comunicazione la valle dell'Adda con la Valcamonica.
In quel periodo nel compartimento territoriale delle province lombarde (notificazione 1 luglio 1844) Villa di Tirano e Stazzona con Santa Cristina e Motta era comune con consiglio nel distretto III di Tirano. Nel 1853 Villa di Tirano con le frazioni Stazzona con Santa Cristina e Motta, figurava come comune con consiglio senza ufficio proprio e con una popolazione di 3.512 abitanti.
Il periodo asburgico fu, però, anche segnato anche da eventi che incisero in misura pesantemente negativa sull’economia dell’intera valle. L’inverno del 1816 fu eccezionalmente rigido, e compromise i raccolti dell’anno successivo. Le scorte si esaurirono ed il 1817 è ricordato, nell’intera Valtellina, come l’anno della fame.
Come se non bastasse, il 27 agosto del 1817 si verificò una rovinosa alluvione, che cambiò il corso dell'Adda nella piana fra Villa e Stazzona, Adda che fino a quella data scorreva passando sotto il già menzionato Ponte di sasso. E' di nuovo Gianluigi Garbellini (articolo citato) ad offrire un sintetico resoconto dell'evento e di ciò che ne seguì:
"Data fatidica per la storia del ponte di Villa fu il 27 agosto del 1817. Nel corso di una piena paurosa, l'Adda lasciò infatti il suo alveo principale, inondò il fondovalle e si scavò nuovo letto abbandonando il vecchio ponte.
Se ne ha il riscontro nella cronaca di quei drammatici giorni: "per sole venti ore di acqua l' Adda è sortita dal suo letto sotto Tirano – si legge - ed ha invaso la campagna sottoposta, per cui non v'è comunicazione fra il comune di Villa e quello di Bianzone, rimanendo inutile il Ponte di Villa per essere l'Adda di là". Stazzona per diverso tempo restò isolata dal capoluogo comunale con grande disagio dei residenti.
Nel 1819, sistemato il nuovo alveo del fiume, l'ingegnere Luigi Lambertenghi ricevette il compito di studiare e progettare la nuova strada per Stazzona con il relativo ponte, che risultava in costruzione nel corso del 1822 sotto la direzione del progettista e la consulenza dell'ingegner capo della Imperial Regia Delegazione, Carlo Donegani. L'opera, conclusasi nel 1824, comportò ulteriori lavori di consolidamento degli argini a capo del ponte nel 1827 e nel 1870.
I terreni alluvionati furono pian piano prosciugati con mirati interventi nel 1827 e la costruzione di "cavallettoni nuovi posti sull'Adda a difesa di quei fondi del comprensorio". Allo scopo fu creato il "Consorzio sponda destra dell'Adda", il quale nel 1855 con una serie di "lavori di prosciugamento" portò a compimento la difficile impresa di restituire alle colture il vasto appezzamento alluvionale.
Da allora il ponte, solitario relitto del passato, risparmiato dalle furie demolitrici della natura e dell'uomo, assurto a monumento di rispetto, si disegna in un alone di viva suggestione e quasi di intrigante nonsenso sul verde dei prati di Villa di Tirano...
"
Poco meno di vent’anni dopo l'alluvione del 1817 iniziarono le epidemie di colera, che colpirono la popolazione per ben quattro volte (1836, 1849, 1854 e 1855). Il Cantù, nella Storia della città e della Diocesi di Como, edita nel 1856, scrive: “Nella provincia di Sondrio arrivò il giugno 1836 e visi mantenne tutta l’estate, poco essendosi proveduto ai ripari e male ai rimedj. Meglio trovossi preparato il paese all’invasione del 1855; e le comunità restie alle precauzioni pagarono cara la negligenza, perché Ardenno, Montagna, Pendolasco, popolate di 1800, 1850, 630 abitanti, dal 29 luglio al 13 settembre deplorarono 40, 61 e 35 vittime, mentre Sondrio, Tirano, Morbegno, con 4800, 4860, 3250 anime, ebber soli 17, 9 e 11 casi: 50 Chiavenna; e tutta insieme la Provincia 428 casi, 259 morti: proporzione più favorevole che in ogni altra provincia.”
Si aggiunse anche l'epidemia della crittogama che, negli anni cinquanta, mise in ginocchio la vitivinicoltura valtellinese, con grave colpo anche per l’economia di Villa. Queste furono le premesse del movimento migratorio che interessò una parte consistente della popolazione valtellinese nella seconda metà del secolo, sia di quella stagionale verso Francia, Svizzera e Germania, sia di quella spesso definitiva verso le Americhe e l’Australia.

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Alla proclamazione del Regno d'Italia, nel 1861, Villa di Tirano contava 3535 abitanti; i successivi censimenti fecero registrare 3436 abitanti (1871), 3501 abitanti (1881), 3623 abitanti (1901) e 3728 abitanti (1911).
Non insignificante, prima e dopo l’unità d’Italia, il contributo di cittadini di Villa di Tirano alle guerre risorgimentali, cui parteciparono Borserio Giovanni (1860-66), Bignotti Paolo (1870), BassiGiumel Domenico (1866), Catelli Pietro (1866), Cattalini Giacomo (1860-61), Canobbio Paolo (1866), Comolatti Abbondio (1860), Genetti Pietro (1870), Lambertenghi Nob. D.r Giuseppe (1866), Magro Antonio (1860), Moretta Francesco (1860), Morangoni Giuseppe (1859), Pinchetti Lorenzo (1848-1959), Poletti Pietro (1866), Pasini Pietro (1866-70), Romaiore Antonio (1866), Re Delle Gandine Giacomo (1866), Romajore Manolo Giacomo (1866), Romegioni Remigio (1866), Scaletti Pietro (1860), Schivardi Agostino (1860-1870), Tattamanzi Paolo (1866), Tognela Stefano (1860), Tognela Stefano (1860-66), Torelli Nob. Giovanni Battista (1848), Tognola Domenico (1866), Tognela Pietro (1860), valetti Andrea (1860-66). Nativo di Villa fu anche uno dei protagonisti del periodo risorgimentale e postunitario, il senatore Luigi Torelli.
Ecco come presenta il paese la II edizione della Guida alla Valtellina edita a cura del CAI nel 1884:
Villa (448 m.3501 ab.) si compone di molti gruppi di case che si adagiano alle falde del monte dalla parte aprica. La sua chiesa venne recentemente ristaurata e ingrandita.
Fiorirono a Villa le famiglie Torelli e Lambertenghi. Nacque in Villa Andrea Corvi dotto giureconsulto morto l'anno 1806 e vi nacque pure Carlo Lambertenghi medico e chirurgo valentissimo e uomo filantropo, morto di quasi novantotto anni (17811878).
Le pendici del monte si alzano erte e franose, e i torrenti i quali raccolgono le acque dei vari valloncelli che si succedono solevano portare frequenti rovine al piano. Ma cominciare dal 1860, per iniziativa del senatore Luigi Torelli allora governatore della provincia, si eressero lungo l’alveo di quei torrenti, come di tutti gli altri più rovinosi della Valtellina spesse briglie, cioè a dire graditi trasversali in muratura, che fiati per effetto di trattenere la terra, i ciottoli e i massi che altrimenti verrebbero trascinati al basso. Le acque scendono adunque esse sole al piano, e sono innocue. Le numerose briglie possono qui vedersi in alto del monte anche ad occhio nudo. Nei tempi di forti pioggie i torrenti formano una serie non interrotta di successive e spumeggianti cascatelle.
Di fronte a Villa, sulla sponda sinistra dell'Adda, sotto il monte, trovasi Stazzona, frazione dello stesso comune. Stazzona ha origine romana: lo prova anche una lapide romana ivi trovata il 27 novembre 1872 e che conservasi nel Museo archeologico di Sondrio. … Stazzona ebbe nel medio evo un forte castello appartenente ai de Capitane bianchi. Era il castello di S. Giacomo di cui rimangono ancora robusti ruderi.
Nella chiesa parrocchiale ammirasi qualche buona pittura. Or non è molto la si è arricchita di un bell'affresco del Vallorsa, una Madonna in mezzo a quattro santi, il quale ornava una capelletta nella vicina chiesa della Madonna della neve cadente. Il trasporto venne fatto sulla tela dai bravi Steffanoni col metodo Zanchi, e la spesa si sostenne parte dai Ministero della pubblica istruzione e parte da privati.
Indi a poco vedesi in mezzo ai prati a destra della via un ponte ad archi in pietra, il quale ricorda l'antico alveo Adda. Il Poschiavino si passa sopra un bel ponte. Questo impetuosissimo torrente è frenato fra arginature quasi tanto gigantesche quanto quelle del Mallero a Sondrio. Alcune, come quelle verso Tirano, contano oltre cinquant' anni, sono solidissime, e, a guisa di mura ciclopiche, formate da enormi massi. Questi tuttavolta non bastano ad impedire che il torrente di quando in quando irrompa nelle circostanti pianure e porti su esse desolazione e rovina, riprendendo a cosi dire il terreno che con lunghe e perseveranti fatiche il paziente agricoltore aveva strappato al suo alveo, e mutato in fertili campi o prati. Dopo pochi minuti si giunge alla Madonna di Tirano, graziosa borgata a poco più di un chilometro da Tirano.”

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Pesante, come per tutti i comuni della provincia, il contributo di vittime che il comune dovette pagare alla Grande Guerra. Sul monumento ai caduti presso l'edificio scolastico di Villa di Tirano sono riportati i seguenti nominativi di soldati caduti nella prima guerra mondiale: Comolatti Tranquillo (deceduto per malattia), Andreotta Antonio, Andreotta Beniamino, Brusaschi Miro, Biancotti Giuseppe, De Giovanni Paolo, De Giovanni Stefano, Del Dosso vanari Giovanni, Damiani Pietro, Fiorina Bernardo, Lambertenghi Attilio, Maori Battista, Peita Lorenzo, Piardi Domenico, Prandini Natale, Rodigari Marino, Scaletti Pietro, Simeoni Ernesto, Svanetti Giovanni, Scarsi Giacomo, Tognela Andrea, Tognini Pietro e Pasetti Giacomo.
Durante questo conflitto la zona di Villa assunse un particolare rilievo strategico. Il Cadorna, infatti, sospettava della neutralità svizzera e temeva che lo Stato maggiore della Confederazione potesse concedere alle truppe Austro-Ungariche il passaggio attraverso la Valle di Poschiavo, con successiva irruzione in Valtellina e disastrosa rottura del fronte. Per questo fece costruire un complesso sistema di fortificazioni che avrebbe dovuto scongiurare questa possibilità. In tale quadro il versante retico a monte di Villa rivestiva un ruolo chiave, in particolare nella zona di Lughina. Come si legge, infatti, su un pannello collocato in questa località, "il minuscolo altopiano di Lughina costituisce il primo agevole punto di transito, ad ovest di Tirano, tra la Valle dell'Adda e quella di Poschiavo. Non per nulla da qui, sin da tempo immemorabile, transita una mulattiera che collega Villa di Tirano con Cavaione e Brusio. Lughina era quindi una località di passaggio per i contrabbandieri (attività assai intensa in tutta la prima metà del XX secolo). Non deve meravigliare allora la presenza di una caserma della Guardia di Finanza, che, come tutte quelle lungo il confine in Valtellina, aveva pure una valenza militare: evitare infiltrazioni di spie o sabotatori e, all'occorrenza, fare da punto d'appoggio ad una "prima linea" difensiva. Ma l'importanza di Lughina, come punto di transito sopra Tirano, era tale che i nostri Comandi decisero di costruirvi un vero e proprio "campo trincerato", inizialmente attorno alla caserma e sulle rupi ad est, poi sempre più vasto e complesso. Le fortificazioni di Lughina, inserite nel complesso dello "Sbarramento del Poschiavino", costituivano un sistema difensivo tanto perfezionato da essere difficilmente espugnabile."
L’andamento demografico fra le due guerre vede la popolazione di Villa passare dai 3434 abitanti del 1921 ai 3240 del 1931 ed ai 3431 del 1936.
Ricche le notizie che di Villa di Tirano ci offre, nel 1928, Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata”:
“A km. 1 da Bianzone si trova Villa di Tirano, piccola borgata (staz. ferrov. m. 410 ab. 3409 P., telefono med. cond. veter. farm. asilo inf. assoc. Picc. propr. meccan. osterie latt. soc. a Sonvico, Morelli, Belvedere, la Pace e a Stazzona soc. elettrica per Villa e Bíanzone mutua per l'assic. bestiame altra a Stazzona con coop. di cons.). Villa è patria dell'illustre chirurgo dott. Carlo Lambertenghi, morto centenario a Sondrio nella seconda metà del secolo XIX: del giureconsulto Andrea Corvi del XVIII secolo e della medaglia d'oro capitano Italo Vitt. Lambertenghi caduto da eroe nell'ultima guerra.
Nella parrocchiale di Villa, dal bellissimo campanile lombardo, si trovano i seguenti dipinti di pregio: un quadro del Binda, rappresentante S. Carlo che comunica gli appestati; altro con un miracolo di S. Antotonio da Padova; altro con la decollazione di Giovanni Battista di Antonio Caimi di Son drio, premiato a una delle esposizioni di Brera; altro dietro l'altar maggiore con l'Apoteosi di S. Lorenzo Martire, di P. Ligari. Questo quadro appartenne già al convento di S. Lorenzo di Sondrio, e fu acquistato dalla chiesa di Villa al tempo di Napoleone I. Vi sono pure eccellenti affreschi di G. Gavazzeni, nonchè lavori di L. Tagliaferri (1878-1900): nella sagrestia un buon quadro coll'Adorazione dei Magi ed uno splendido ricamo. Bella nella sobrietà ed armonia delle sue linee la porta laterale del 1592: la porta maggiore è del 500. L'organo è della fine del 500, opera dell'Antegnati, rifatto e ingrandito di recente dal Mascioni di Val Cuvia. La chiesa di S. Perpetua, che si scorge sopra la Madonna di Tirano sul ciglio di un precipizio, è un antico oratorio degli Umiliati. Quella della frazione di S. Cristina possiede un vecchio affresco di buon pennello.
Stazzona Notizie artistiche. — Di faccia a Villa, a sinistra dell'Adda, contro montagna, è Stazzóna (latt. tur. e coop. di cons.), fraz. di Villa, (l'origine romana, come indicano il nome ed una lapide ivi rinvenuta, e che ora trovasi nel Palazzo Municipale di Sondrio.
Vi si vedono anche i ruderi di un castello medioevale. La parrocchiale di S. Abbondio, ricostruita dopo il 1630 traversalmente ad altra che preesisteva, possiede ottimi dipinti.
Come riconobbe per primo il sac. Nicola Zaccaria in una sua entusiastica monografia dedicata a Cipriano Valorsa, da lui chiamato il «Raffaello della Valtellina», è di costui il bellissimo trittico qui trasportato sulla parete a sinistra dell'altar maggiore dalla pericolante cappella del Faticado, posta a monte del paese. Rappresenta la M. col Bambino, S. Sebastiano  e S. Maddalena a destra, S. Rocco e S. Caterina a sinistra. Le figure sono quasi al naturale e la dolcezza delle espressioni è incantevole; la bellezza delle forme mirabile. È certo del Valorsa anche la bella M. col B. frescata sopra la portina laterale della chiesa, un po' alterata dal sole e dalle pioggie. La chiesa doveva essere prima del malaugurato rifacimento del 1630 tutta coperta di affreschi del sec. XVI: oggidì non rimane che un affresco, protetto da invetriata, rappresentante la M. col B., ed una dolce Pietà bergognonesca sul pilastro sinistro dell'altar maggiore. In un fienile di casa privata vi è un dipinto (la M. e il B.) collo stemma dei Visconti e la data del 28 novembre 1469. In un’altra casa antica si trova un’Adorazione dei Magi, con paesaggio, angeli e uno stemma, di mano del Valorsa. Ha la data del 1567 e l'iscrizione:
VENIT MEDICUS AD EGROTOS (sic) SANANDOS.
Un argine robustissimo difende il villaggio contro il torrente che gli scorre minaccioso vicino. A km. 3 oltre Villa trovasi il Santuario della Madonna di Tirano.”

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La Seconda Guerra Mondiale, con le sue tragedie, non risparmiò Villa: caddero nel conflitto Svanosio Paolo, Del Dosso Vanari Roberto, Morelli Pietro, Ferrari Pola Enrico, Borserio Marino, Moratti Enrico, Pianta Amabile, Fiorina Nemesio, Bignotti Silvio, Martinelli Pierino, Scilini Giovanni, Negri Vittorio, Resta Tranquillo, Tognela Vitale, Svanetti Umberto, Poletti Silvio e Schivardi Agostino. Morirono per causa di servizio militare Comolatti Ernesto e Tognela Davide; morirono, infine, per malattie contratte per cause di guerra Borserio Ugo, Crotti Mario e Svanetti Camillo.
Il territorio a monte di Villa rivestì, durante questo conflitto, un particolare rilievo: le antiche vie del contrabbando vennero utilizzate per favorire l’espatrio di Ebrei che sfuggivano così ad un possibile destino di tragico internamento nei campi di concentramento nazisti. In particolare gli espatri avvenivano per il sentiero di Lughina, ma anche per l’ampia sella del colle di Anzana, più ad ovest, in territorio di Bianzone.
Un pannello posto in prossimità di Lughina ci offre ulteriori ragguagli su questo aspetto poco noto della storia dell'ultimo conflitto mondiale: "Lughina è il nome armonioso di una contrada di confine, tra Tirano e la Svizzera, che suscita sensazioni di quiete, di serenità. Un luogo ancora suggestivo e intenso per integrità del paesaggio, sconosciuto ai turisti e notosolo agli anziani di Villa di Tirano, è l'aspro ed erto solco della valle di Sonvico, nascosto tra la folta selva del bosco e i precipizi rocciosi sotto la dorsale dei Monti di Frontalone, 1848 m, e il Colle di Salarsa, 2235 m.
A guardarli dal basso, oltre i terrazzamenti a vigneto, sembrano luoghi impraticabili. In realtà gli erti anfratti boscosi, sospesi sulle balze di roccia a maggengo, accolgono antiche contrade rurali. Nessuno immaginerebbe che la montagna soleggiata e verdeggiante, rocciosa e aspra, a picco sulle case diVilla di Tirano sia percorsa da una storica mulattiera che porta l'infausto nome di "sentiero della morte".
La storia di questa denominazione è argomento dolente del quale nessuno ama parlare, ancor oggi dopo oltre mezzo secolo dalle tragiche vicende che accaddero durante l'ultimo conflitto mondiale.
Si dice che in quegli anni, tra il 1943 e tutto il 1944, in seguito alle persecuzioni razziali nazifasciste, all'Aprica si era creata una concentrazione di Ebrei fuggiaschi dall'Italia e provenienti da tutto l'Est Europa, setacciato perrintracciare gli 11 milioni di israeliti censiti dal Terzo Reich.
Gli ebrei erano diretti in Svizzera per mettersi in salvo in territorio neutrale. Per sottrarsi alla deportazione e alla soppressione nelle camere a gas, nei campi di sterminio… i profughi israeliti giunti all'Aprica avevano affrontare le sofferenze di un lungo viaggio. Senza cibo né acqua si dissetavano ai ruscelli, compravano pane, latte, uova, alimenti dai contadini, quel poco che potevano avere in periodo digrave razionamento. Attraverso sentieri fuori mano, noti solo ai valligiani, venivano accompagnati dai passatori o solo indirizzati verso la frontiera in luoghi impervi.
Il percorso finale verso la salvezza era proprio questo erto sentiero che da Villa sale a Lughina, dove esisteva la casermetta della finanza confinaria delle Brigate Nere, che comunque veniva aggirata nottetempo dai fuggiaschi verso ilSalto del Gatto, vertiginoso abisso di roccia. Gli ebrei in fuga si mettevano in salvo nel bosco della Salarsa e in Val Saiento, sopra Brusio portando con sé denaro, oggetti di valore, gioielli.
Secondo le rare testimonianze il "Sentiero della morte" ebbe questa denominazione perché alcuni incidenti mortali, agli strapiombi del Salto del Gatto, conclusero per sempre la fuga degli ebrei.
Comunque una tragedia senza nome, taciuta, della quale pochi sepperosi resero conto, grave e dolorosa. Queste vicende degli ebrei ed altre legate al contrabbando hanno favorito il nascere di voci tra realtà e suggestione, a creare il nome di "sentiero della morte" su un percorso di splendida integrità ambientale naturale alpina.
Vi furono episodi di gente comune, di valligiani che, con grande rischio personale, offrivano straordinaria solidarietà a persone che non si conoscevano, di nazionalità, religione e perfino fedi politiche diverse.
La tragedia ebraica non si esaurì solo nei campi di sterminio nazisti, ma si è sviluppata anche nelle vicende tormentate e mortali della fuga degli Ebrei verso un'impossibile salvezza, che si è protratta nell'evocazione dellamemoria e nei processi ai responsabili fino ad oggi.Tutto ciò che possiamo fare è onorare i morti per la pace."
Come tutte le grandi tragedie, anche quella della Seconda Guerra Mondiale ebbe finalmente termine. Nel secondo dopoguerra si è registrata, infine, una leggera flessione demografica: gli abitanti erano 3296 nel 1951, 3159 nel 1961, 3016 nel 1971, 2935 nel 1981, 2928 nel 1991, 2968 nel 2001 e 2966 nel 2005.
Il comune di Villa trova oggi la sua identità in una conservazione della produzione vitivinicola, che si avvale di tecniche che consentono una cura sempre maggiore della qualità del vino, cui si affianca la produzione ortofrutticola, in particolare quella della mela (qualità Stark e Golden). A queste produzioni è dedicata una manifestazione che si è imposta fra gli appuntamenti più significativi nel panorama dell’autunno valtellinese, la Sagra della Mela e dell’Uva, che si tiene il primo finesettimana di ottobre. Curate sono anche le zone di maggior pregio ambientale e paesaggistico, in particolare la riserva naturale del Pian di Gembro, caratterizzata dalla presenza di un’antica torbiera e da una rara flora alpina (vi è stata tracciata una pista di fondo sicuramente interessante per gli amanti di questa pratica sportiva).

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BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

Pedrotti, Egidio, "Gli xenodochi di S. Remigio e S. Perpetua", Milano, 1957

Ganza, Giacomo, " Pulisöni stazunaschi, Detti e proverbi di Stazzona", Tirano, Museo Etnografico Tiranese, ciclostilato, 1980

Armelloni, Renato, “Alpi Retiche”, Milano, 1997, nella collana “Guida dei monti d’Italia” del CAI-TCI

Salice, Tarcisio, "Una bastia a Stazzona nel 1428" (in Bollettino della Società Storica Valtellinese, 2001)

Vannuccini, Mario, “Monti e valli della Comunità Montana Valtellina di Tirano ”, Lyasis edizioni, 2002

Garbellini, Gianluigi, "Il "ponte di sasso" di Villa di Tirano - Uno spaccato di storia plurisecolare" (in Bollettino della Società Storica Valtellinese, 2002)

Scuola media Trombini - Sezione staccata di Villa di Tirano, "Villa nel tempo", aa.ss. 2002/2003/2007

Palestra Luca, "Così si viveva a Villa e Stazzona", Villa di Tirano, 2010

www.comune.villaditirano.so.it

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